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Archive for the ‘Lo scatto (erotico)’ Category

12-banksy-graffiti-1600x1200-pulizieIl povero signor Alvaro era morto nel suo letto. Stroncato ignaro nella notte. Senza soffrire. Così aveva detto il medico. La vedova era affranta. Lui era lì disteso sotto al lenzuolo. E lei era entrata per riordinare la stanza. Prima dell’arrivo dell’autolettiga. Cercava di non guardare. Come avrebbe fatto qualunque altra donna. Qualunque altro essere umano. I morti le avevano sempre fatto impressione. E si sentiva a disagio. Aveva fretta di finire la camera e di uscire. Non era mai entrata quando c’era qualcuno dei due. Bussava sempre prima per esserne certa. Eppure, come sarebbe successo a chiunque, i suoi occhi non andavano che là. Di sfuggita, certo. Rapidi a distogliere lo sguardo. Era ancora abbastanza giovane il signor Alvaro. Insomma un cinquantenne ancora in discreta forma. Chi l’avrebbe mai detto? Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Pensò al dolore della povera vedova. Alla parola vedova. Ai rimpianti. Pensò che forse, quella donna, non avrebbe più avuto bisogno di lei.
Nemmeno lei avrebbe saputo cosa poteva aver mosso la sua curiosità. All’improvviso decise di voler vedere un’ultima volta il suo vecchio padrone. In fondo gli era stata proprio affezionata. Era sempre stato gentile con lei. Scostò con cautela leggermente il lenzuolo. Era pallido, ma non tanto più del solito. Un filo di barba da radere. Gli occhi chiusi. Il volto sereno, in una specie di sorriso; quasi divertito. Dissacrante la disgrazia. Sembrava proprio che dormisse. Un po’ freddo, questo sì. Rigido. Non che l’avesse toccato, non ne avrebbe mai avuto il coraggio; questo l’aveva immaginato. Fece scendere ancora un po’ la bianca stoffa. Poi ancora un po’. Prima non aveva fatto caso ma la tela era tesa, lì sotto, c’era un bozzo. Lo ricoprì con un improvviso senso di vergogna. Poi tornò a scoprirlo sempre lentamente. La curiosità era diventata troppa.
Altro che rigor mortis. Il povero signor Alvaro era deceduto con… in eccitazione. E che… eccitazione. Caspita. Chissà cosa o chi stava sognando? Certo non se lo sarebbe mia immaginata. Era un signore così per bene. Ma ai sogni non si comanda. Non si possono governare. Se l’avesse solo potuto immaginare non sarebbe nemmeno entrata. Non si sarebbe avventurata a spiare. Non si sarebbe permessa. Che poi la polvere non scappava. Le pulizie potevano anche attendere. C’erano cose ben più gravi; e più urgenti. Forse avrebbe dovuto mettere una candela accesa sul comò. Se era il caso avrebbe dovuto pensarci la moglie. Non si sa mai cosa fare in casi come quello. Se ne pensano tante e sembrano tutte sbagliate. Fece ancora per ricoprirlo con pudicizia. Si vergognava dei propri pensieri. Una mano, o qualcosa che non saprebbe definire, la trattenne. E lei non trattenne la mano.
Le veniva da canticchiare, come sempre le succedeva mentre faceva le faccende, ma a fatica riuscì a impedirselo. Passò lo straccio sulla colomba bianca. Benché provasse vergogna e rimorso i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella vista. Ne era come… affascinata. Certo non poteva credere che tutto quello fosse opera di quella donnetta della moglie. Che loro due… insomma che fosse venuto meno proprio… insomma, mentre lo facevano. Non le sembrava possibile. Naturalmente non l’aveva mai visto così, in quel modo, nemmeno l’aveva mai pensato e immaginato. E per di più credeva che dormisse in quel pigiama. Non con solo i boxer. E che poi nella notte gli potesse uscire fuori… In quel attimo volle credere che lui, nel fatale momento, la stesse sognando. L’idea era strampalata, ma la cosa le dava un senso di soddisfazione. In un altro momento non si sarebbe mai permessa. Lo guardò bene. Era gonfio di desiderio che non avrebbe mai appagato. L’ironia della vita va sempre molto oltre qualsiasi fantasia.
Si guardò intorno. Ascoltò i rumori. La moglie non sarebbe mai entrata in quella stanza. Accostò le tende. Chiuse la porta. Si chiese se era giusto. Perché no? Cosa c’era di male? Nessuno l’avrebbe saputo. Non avrebbe fatto del torto a nessuno. In un certo senso non era più nemmeno il signor Alvaro. Lo era e non lo era più. Il vincolo del matrimonio dice solo… E poi si era accorta di come quell’uomo la guardava mentre faceva le pulizie. Con due occhi. Forse sua moglie non gli era abbastanza; come dargli torto. Non si sarebbe mai permessa. Non gli avrebbe mai permesso. Ed era sempre anche così trasandata. Sempre in ciabatte. In quel momento era tutto diverso. Fu solo allora che si decise. Salì sul letto. Lo scavalcò con una gamba. Sollevò appena l’orlo del vestito e lo accolse in sé, senza togliersi niente. Avrebbe mantenuto comunque il proprio decoro e il proprio pudore. Non voleva certo mancare di rispetto a sé stessa. Alzò gli occhi al cielo e al crocifisso e si sentì soddisfatta. E’ proprio vero che tutti i salmi finiscono in gloria. Nel dolore dei cari almeno che si potesse godere lui quella morte, povero caro.

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img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

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playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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Se vedi Rosa… Ops! sono entrato sbadato. Non sapevo che era dietro quella porta. Dentro. Non lo potevo sapere. Nessun rumore. E allora stavo dicendo che se la vedi non te la puoi scordare. Ma forse è tardi per dirlo. Ce l’ho davanti agli occhi. Quando sono entrato era più di quello che potevo sperare. Immaginare. Si stava sistemando. Giuro di non averlo fatto apposta. E per un momento ho visto anche più di quello che potevo sperare. Lei era in piedi, sui tacchi, in mezzo alla confusione. E in piedi è rimasta. E io son rimasto come… come un tonto.
Bella casa, enorme, da perderci dentro la testa. Mi aveva lasciato dicendo che andava a prepararsi. Di versarmi pure ancora da bere. Aveva passato quasi tutta la mattina per negozi; mi aveva pregato di accompagnarla. Mi ha fatto aspettare. Ora mi sento un po’ stanco. Ho avuto bisogno di tutta la mia pazienza. Di cose ne aveva prese parecchie, un intero guardaroba, ma nemmeno immaginavo che fossero così tante. Così profitto per accendermi una sigaretta. Non sono certo i soldi che a loro mancano. Ho sempre avuto un sospetto che lui abbia comprato la sua bellezza, e lei abbia acquistato il suo patrimonio. Forse sono troppo severo con entrambi; un po’ di cattiveria non fa mai male.
Non mi sembrava un tipo per lui, né lui per lei. Sono così diversi. Lui è noioso, lei fin troppo brillante. Invece sono ancora insieme. Non pensavo certo che si sarebbe rivolta a me. Non mi costava molto aspettarla fuori da quel negozio. Certo non sapevo che non sarebbe stato il solo e che sarebbe durata tanto. Appena a casa aveva fretta di provare subito tutte quelle cose nuove. Credo che qualsiasi donna al suo posto lo avrebbe fatto. Magari senza tenere l’ospite ad aspettare. Era un’euforia naturale. E’ così che mi ha lasciato in salotto.
Dopo la seconda sigaretta devo essermi distratto continuando a pensare a lei. Il bicchiere, col quale mi aveva piantato, era ormai vuoto. A restare sorpreso sembra sia stato solo io. Eppure mi era parso di sentire la sua voce. L’avrei giurato. E’ così che me la trovo davanti all’improvviso e tutta. Subito non si è accorta. Avrei voluto continuare a rimanere così, ad ammirarla. In silenzio, senza nemmeno respirare. Sono ammaliato dalla sua pelle. Certo è donna che ha molta cura di sé; e i capelli lunghi di quel biondo. Quello sguardo sempre curioso e… e quel piccolo seno impertinente. Ho pensato di uscire e scappare. E’ troppo tardi per tutto. Semplicemente s’è accorta della mia presenza e allora mi sono denunciato con un colpo di tosse. Le chiedo scusa: “Chiedo scusa”.
Ha iniziato solo il gesto di ricoprirsi, solo un tic, ma subito ha rinunciato. E’ tardi anche per lei. All’improvviso ha l’impulso di scoppiare solo in una grande risata. Mi sembra tutto così… così ridicolo. Forse ha la mia stessa sensazione. Forse meno disagio. C’è un aria di rimprovero nella sua voce, ma non troppo convinta, non troppo decisa, quasi di velluto: “Potevi almeno bussare”.
Avrei dovuto farlo. Avevo aperto d’impulso. Pensandoci potevo farlo e poteva aver ragione. Semplicemente non ci ho pensato. Avevo trovato la porta solo socchiusa. E mi sembrava avesse chiamato la mia presenza. Ora so di essermi sbagliato. Pensavo potesse essere importante. Mi ripeto quella frase lasciata in sospeso “Se vedi Rosa”…
A volte si fanno cose senza sapere. Inconsapevolmente. Si corre dietro ad un suono che sembra una voce. Si apre una porta. Ci si dimentica di non essere a casa propria. Non ci si sta abbastanza a pensare. Solo si fa. Mi chiedo se non era per quella curiosità. Non credo. Non l’avrei mai fatto volutamente. Non sono quel tipo. Non approfitto della prima occasione. A volte dubito anche della seconda. Non spio le donne dietro alle porte; dal buco della serratura. E poi lei è sempre stata gentile con me: “Se lo avessi saputo lo avrei fatto. Non potevo immaginare”…
In qualche modo cerca di essere indulgente con me: “Ho appena cominciato. Come puoi vedere stavo provando un cappello. Visto che ci sei rimani pure. Te l’ho già detto? E’ tutto così stupito. Ormai hai visto e non c’è più nulla da nascondere. Non credo di essere la prima che vedi. Sì! puoi rimanere. Siamo tra amici. Non ti preoccupare. Anzi è meglio così. Se devo chiederti qualcosa almeno te la posso chiedere. Spero non ti crei fastidio. Io faccio finta di essere vestita. Tu fingi di non vedermi così… così quasi nuda. Insomma siamo adulti. Giochiamo a non farci caso. Ti va? E poi non ci conosciamo da ieri. Sei il migliore amico che Albino abbia mai avuto”.
Non è vero che io conosco così tanto suo marito. Un po’ parlo sulla sua voce nella fretta e nell’ingordigia del momento e nella confusione. Non sento tutto quello che intanto lei mi dice. Mi ero chiesto se era bionda naturale. Non so se debbo ringraziare la fortuna, gli impegni del lavoro di quell’amico, o maledire. E improvvisamente mi accorgo che è la prima volta che mi trovo veramente solo con lei. E da lei, a casa sua: “Non ho pensato… Non credevo… Volevo dirti… A proposito di Albino. Scusa; ha suonato il telefono e ho risposto. Ha chiamato Albino per dire che tarderà ancora un po’. Che possiamo intanto cominciare anche senza di lui. Cioè che non sa quando si potrà liberare. Non sa per quanto ne potrà avere. Dice che… Magari ci raggiunge a teatro”.
Non appare delusa, anzi; oppure lo nasconde bene: “Visto che sei qua, come dicevo, ero tentata proprio di chiederti di venire, per chiederti un parere, un consiglio, magari non così, magari prima mi sarei sistemata. Certamente. Non che… ma nemmeno… Lasciamo stare. Non sono libera fino a questo punto. In fondo sono anch’io piena di… una persona riservata. Mi conosci. Vedi come mi imbarazzano anche le semplici parole. Ma so che tu mi puoi capire. Sei sempre stato una persona sensibile. Delicata… attenta… disponibile. Sei sempre stato un vero gentiluomo. E pieno di buon gusto. Cosa ti sembra di questo? Dico, il cappello? Non ne sono convinta. Cosa ti pare? Se piace a te lo prendo. Altrimenti lo rimando. Sono rimasta d’accordo con la commessa”.
Non conosco così bene nemmeno lei. Mi sembra le… le doni. Sono più… più attento al grosso orologio che porta al polso. A tutte quelle borse sparpagliate. Alle calze nere, alla grossa catena d’oro che ha intorno ai fianchi e che prima non avevo potuto vedere: “Non saprei. A me sembra che ti stia bene. Non sono la persona più indicata. E penso che mi sembrava che tu mi avessi chiamato. Io penso che tu stai bene con tutto. Con qualsiasi cosa che indossi. Anche così. Dev’essere per”…
Ride: “Anche se non indosso nulla, cioè troppo poco, come ora? Non ti facevo così… così screanzato. Un po’ birichino e un po’ impertinente. Non è un offesa; solo non ti facevo così audace. Non farti riguardi, dì pure quello che pensi. Cerca solo di essere carino. Non mi piacciano le cose volgari. Sono sempre una signora. Il resto magari lo provo più tardi. Cosa dici? Mi sono già stancata. Mi interessa quello che pensi, ma non vorrei annoiarti. E non vorrei profittare della tua pazienza; deluderti; farti aspettare ancora”.
Non vorrei mai che finisse questo momento. Non avevo saputo dire di no a lui per il teatro. Non che fossi entusiasta. Solitamente mi annoio e fatico a non cadere dal sonno. Solo non ho trovato una scusa da inventarmi. Ho detto prima di sì a lui e poi a lei. Prima al teatro e poi al giro per negozi. Ora mi dò del cretino. Avessi solo potuto immaginare una cosa simile, o almeno di trovarmi da solo con lei, anche se vestita, non avrei certo cercato di trovare quella scusa. Sono le cose che si sanno pensare solo dopo: “Non ho altri impegni, lo sai”.
Guardo l’ora: abbiamo ancora tutto il pomeriggio davanti. Mi chiedo cosa mi può ancora riservare la giornata. Il tempo è tanto; troppo. Lei raccoglie le cose. Scende dai tacchi e si sfila le scarpe. Anche il suo bicchiere è vuoto. Lo scosta con un piede. Non ha provato gli stivali. Non ha provato molto, forse solo quel cappello. Dice solo qualcosa che non sono certo di capire; qualcosa come: “Volevo vedere quanto ci impiegavi. –oppure– Avevo scommesso su quando ti decidevi”.
Cerco di inventarmi qualcosa; le indico il bicchiere: “Vuoi che te ne vada a prendere un altro? Non pensavo di trattenermi tanto. Volevo cambiarmi prima di cena. Almeno la camicia. Passare per casa. Non vorrei… Non è quello… Avevo detto a Grazia di non aspettarmi. Libero sono libero, ma non pensavo di fermarmi tanto. Non mi avevi detto –cerco di essere spiritoso– che dovevi cambiare tutto il guardaroba. Non per… figurati ma… Comunque ora sono qui. Spero che Albino non si stanchi troppo. E’ sempre così immerso nel suo lavoro. Io… credo… troverei più tempo –e cerco di essere galante, per quanto mi riesce– per te. Che cercherei più tempo… per me. Il lavoro non è mai così tutto. Volevo essere gentile. Spero di non essere solo d’impiccio. Mi aveva sorpreso il suo invito. So che è sempre così impegnato”.
Si limita a guardarmi come se avesse una domanda e non sapesse come formularla. Come se non capisse: “Apprezzo la tua lealtà, credimi, verso di lui. Non farne però una cosa esagerata. Un dramma. Siamo tra noi. In fondo non stiamo facendo niente. Stai tranquillo. Lui non tornerà. E comunque non lo verrebbe a sapere. Non siamo costretti a dirglielo. Non credi? E’ stato un contrattempo. E’ sempre così. Vedrai che non viene proprio. So che non te lo dovrei dire: è da un po’ che c’è e non c’è. Ho paura che abbia un’altra. Se lo scopro gli strappo gli occhi. Ma basta parlare di lui: parliamo un po’ di noi. E’ tanto che te lo volevo chiedere. Dimmi un po’ di te. E’ da troppo che ho la curiosità di conoscerti. Non pensare che sia solo un capriccio”.
Lei è tornata a poggiare le borse per terra. La nasconde solo quelle minuscole mutandine nere. Non riesco a capire come possa non essere imbarazzata come lo sono io. E non so proprio cosa le posso dire di me. In questo momento so solo che ho una grande confusione in testa e che soffro per il caldo. Cosa posso aggiungere al poco che sa? del mio lavoro? Cerco solo un’idea per fuggire dalla situazione e dall’attimo di panico, da questa pausa; e la cerco nella mia vigliaccheria: “Non credo ci sia molto da raccontare. Le cose importanti le sai. Forse dovremmo andare. Potremmo pranzare al Roxy. Poi vedere cosa fare fino a questa sera”.
Non so perché ma torna a salire sui tacchi. Non so di cosa possa essere sorpresa: “Una parola ha trascinato un’altra, è bello parlare con te, intanto mi è passato l’appetito. Magari poi guardiamo se troviamo qualcosa in frigo. Ti va? Mi sono un po’ impigrita. Sono certa che lui non telefonerà fino all’ora dello spettacolo. Poi troverà un’altra scusa. Fa sempre così. Abbiamo tutto il giorno per noi. Sarebbe stupido buttarlo in fumo; non credi? Per… per… tatto; per rispetto. Non bisogna mai farsi scappare l’attimo. Poi quello, l’attimo, non torna. Se ne va. E il troppo… troppo tatto rischia… rischia di essere da idioti; non trovi? In fondo cosa stiamo facendo? Non stiamo facendo niente. Solo chiacchierando. Da buoni amici. Credo di averlo già detto. Ma se continuiamo a parlare richiamo di dire cose già dette. E’ solo che io sono così. E tu sei lì. Insomma… in questa situazione. Spero non ti dispiaccia. Almeno non stiamo facendo ancora niente. Voi uomini siete sempre così complicati. Preferisci col reggicalze o vuoi che le tolga”?
Ancora una volta non sono completamente certo di aver capito la domanda. Ad essere sincero nemmeno la risposta: “Se devo essere sincero per me non fa alcuna differenza. Preferisco quello che preferisci te. Stai bene anche così”.
Sta bene soprattutto così. Lei ride; soddisfatta: “Allora resto così. Però saliamo sopra. Tolgo solo il cappello. Magari anche queste. Certo. Allora che dici: lo compro? Se devo farlo preferisco farlo in camera. Vieni. Dopo penserò a mettere a posto tutto questo disordine. Dopo”.
Mi precede. La guardo da dietro e non so toglierle gli occhi da dosso. La continuo a fissare mentre sale le scale. Se vedi Rosa vorresti continuare a vederla; per sempre. Penso ad Albino, non ho più tempo per occuparmi di lui. La camera è ampia e illuminata e lei sa quello che fa. Non chiude le imposte. Non accosta nemmeno le tende. Ora mi mette fretta. Batte il palmo sulle lenzuola e mi invita a precederla. Si toglie il cappello. Le sfila e le lascia per terra. Lei è anche troppo generosa: “Cazzo! Scusa. Credo che Albino… temo di essere stata truffata fino ad ora. Ringrazio Dio che avevi la giornata libera”. Se assaggi Rosa poi non te la puoi più scordare.

Io non cerco l’avventura ma se mi rintraccia non sono certo io quello che scappa. Mi chiama. Si scusa con me. Mi dice che aveva voglia di parlarmi. Solo di sentire la mia voce. Anche per ricordare. Che avrebbe voglia di vedermi. In fondo anche io l’avevo vista; o no? Ride all’altro capo del filo. Mi confessa e mi lascia allibito; dice che avevo sentito bene. Si scusa della sua piccola bugia. Dello scherzo. Era proprio stata lei a chiamarmi. Mi dice che lui fa sempre così. Che poi vuole che lei gli racconti tutto. Ma che questa volta lei, anche per dispetto, o solo perché è così, non gli ha detto niente. Che le devo credere. Anche se l’aveva vista che mi aveva toccato nel taxi.
Torna a scusarsi. Non vuole che io creda di essere stato solo il suo nuovo giocattolo. Dice proprio così. E che è stufa di tutti i suoi giochi. Di tutte le sue manie. E che invece gli ha confessato che non è successo niente. Proprio niente. Per colpa mia. Non voleva… Che non è colpa sua. Che è tutta colpa di lui. Che lei l’avrebbe anche fatto ma io, stupido, gli sono troppo amico; e un po’ è anche vero. In un certo senso. Che gli sono troppo caro. Che non è mai successo, ma che stavolta è stato diverso. Ma che io non posso nemmeno immaginare chi è lui veramente. E che non ha fatto altro che pensarmi. E pensarci.
Che avrebbe voluto scappare subito, quella notte stessa, e raggiungermi. Perché… perché non sa come spiegarmi. Ma che tutto non le sembra vero. Che si sente come una ragazzina. Perché… perché… con me è stato diverso. Perché le sembra che sia vero amore. Che lei non è attaccata ai suoi soldi, ma è come se loro si fossero attaccati a lei. Appiccicati alle sue dita. E in fondo non sono forse anche suoi? Perché la vita è dura. La vita non le ha mai regalato niente. E tutto costa caro. E che finché lui c’è lui sarà sempre un ostacolo. Perché sono in separazione dei beni. Ma che non può più stare lontana da me. Sono ancora assonnato.
Se… se… l’odore di Rosa ti ci si appiccica addosso.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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Era un mattino di un giorno indefinito di giugno. Decido di chiamarla a casa: “Gianna”.
Sono Juliana”.
Cercavo Gianna”.
Gianna non c’è”.
Quando la posso trovare”?
Non so se torna”.
Ci penso e mi sembra scortese: “Un caffè”?
Un breve silenzio: “Hai da fare”?
Penso che tutto possa aspettare. In fondo sarà una cosa veloce. Sbrigativa: “Non molto”.
Perché non andiamo a prenderlo un po’ fuori”.
Non ci rifletto, passo io: “Passo io”.
Sapevo che stava da lei. Non me la ricordavo. Forse era bionda. Mi sembrava solo fosse sudamericana. O qualcosa di simile. Forse nemmeno l’avevo mai vista. Forse me ne aveva solo parlato Gianna. Non ricordavo nemmeno in che modo. Forse era Gianna a stare da lei. Ultimamente la ascolto poco. Non si fa aspettare molto. Sale e si mette comoda. Anche troppo comoda. E sorride divertita: “Dove si va”?
Non so. Fai tu”.
Dove vorresti andare”.
Per me possiamo essere anche già arrivati”.
Allora… anche per me.” –e sorride compiaciuta.
Cosa ti va”?
Non essere impertinente”.
La guardo, è senza pregi e senza difetti; e senza vergogna. Ci penso un attimo. Vestita è vestita come fosse la zia di Gianna. Se così si può dire vestita. Cioè è vestita anche della fretta di mostrarmi cosa nasconde sotto i vestiti, cioè sotto la gonna. Non so guardare altro. Lei se ne accorge: “Qualcosa non va”?
Le sorrido e controllo il traffico: “Potresti anche metterti più… più… composta”.
Ho dimenticato qualcosa”?
Potrei dirle di sì. Ne avrei il diritto. Non è proprio quello che voglio. Mi va anche di guardare ma vorrei farlo da solo: “No! è solo… lasciamo andare. Va bene così”.
Bene”.
Torniamo su da te”?
E perché? E poi c’è ancora lui”.
Da me”?
Non vorrei averti fatto guidare per nulla. E non ho molto tempo”.
E…”?
La guardo allibito e lei mi spiega: “In fondo… è anche comoda”.
Mi guardo torno: “Ma”…
Aspetta, tolgo la cintura”.
Alzo le spalle: “Aspetta, abbasso il sedile”.
Mi sorride e dice: “In fondo non mi dispiace farglielo sotto il naso; anzi farlo sotto il naso a tutti. Anzi mi da un po’ di… di… emozione in più. Mi stavo annoiando quando… Non ti dispiace, vero”?
Non posso mostrarle tutti i miei timori: “Figurati”.
In fondo… quasi quasi… forse è stata proprio una fortuna che mi si sia rotta la macchina. E tu sei stato proprio gentile ad offrirti di venirmi a prendere”.
Ricordami il nome”.
Juliana”.
Credo di doverle almeno un complimento: “Sei.. sei gentile e… e sei un gran bel pezzo di… di Juliana”.
Lo so”.
Poi mi chiede: “Vuoi che la tolga”.
Fa niente. Non vorrei farti fare tardi”.
Me ne frego del rumore delle altre macchine e delle macchine stesse. Le sfilo la copia del contratto da sotto il culo, ma ormai è tutta stropicciata; dovremo rifarla. Intanto penso alla storia che mi dovrò inventare con il cliente.

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linguacciaAll’inizio la guardo e non la vedo. E’ mattina e me ne sto ancora confuso in cucina. Sono rincasato tardi. Martina era tutta di fretta. Entra ed esce. Si spoglia e si veste. Cerco di abbracciarla. Non riesco a prenderla. Mi scivola tra le dita e ride divertita. Mi dice: “Debbo andare in ufficio. Devo proprio scappare”. La imploro ma non ha nemmeno un attimo. “Mi aspettano”. Ho un po’ di mal di testa. Forse ieri ho esagerato un po’. Si sa come vanno queste cose. Alzo le spalle. In fondo il mio era solo un gioco. Un gioco e un po’ no. Sono ancora intorpidito. A vederla è ancora bella. Insomma stiamo insieme e non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Prende la borsa e quand’è sulla porta mi dice all’improvviso: “Ti ricordi Flaviana. Devi. Te ne ho parlato. Quella mia amica. Forse me ne sono scordata. Scusa. Insomma, quella. Ieri sera è arrivata. Spero non ti dispiaccia. Non starà molto. L’ho accomodata nella stanza degli ospiti. Non ti darà fastidio. Io torno presto. Appena posso. Bacio. Cerca di essere gentile”.
Mi saluta e scappa. Il mattino ho bisogno di un po’ per connettermi. No! non ricordo me ne abbia mai parlato. Mi verso un altro caffè. Lo prendo sempre amaro. Martina dice che quando racconto una cosa mi perdo sempre in tante parole inutili. Non mi sembra. E’ che mi disturba non capire. E che ho sempre tante domande da pormi. Nel frattempo mi sono già scordato il nome della nostra ospite; dell’amica. Ho sempre il timore di trovarmi a disagio. Lei riesce a mantenere costantemente tanti contatti. Gli amici e le amiche del ginnasio, dell’università, quelli nuovi, i clienti del lavoro, un mondo intero. Non sono bravo come lei. Non amo stare al telefono. Rimando sempre troppe cose. Annego nel mio caffè. Mi immergo nei pensieri. Mi accendo la prima. E non riesco a ricordare tutto il suo mondo. Sento dei rumori. Dev’essere… lei, l’amica, che si sta alzando. Butto la cenere nel lavello e torno a sedermi. Provo ad accendere la tele; un telegiornale. Spengo quasi subito. Le notizie che danno non mettono in sintonia con un mondo che va alla deriva. Penso di tornare a letto. Fuori la mattina è più pigra del sottoscritto. A questo non ci posso fare nulla.
Quella di ieri sera è stata proprio una pessima serata. All’improvviso si sono aperte le cateratte del cielo. E’ precipitata acqua a catinelle. Non ricordo nulla di simile. Sono rientrato tardi, cercando di fare meno disastri possibili; ero bagnato fradicio, fino al midollo. E lei già dormiva. Cioè tutta la casa dormiva. E nella mia vita entra… Flaviana. Cioè entra come un tornado. Decisa. Già allegra di prima mattina. Uscita così dal letto. O forse dalla doccia. Già sveglia. Non fa caso a me. Sembra quasi non vedermi. Come non ci fossi. Fossi parte del mobilio. E non si guarda molto attorno. Come conoscesse già la casa. Controlla il mattino alla finestra; distrattamente. Ne pare delusa. Nemmeno ho il tempo di guardala come poi avrei voluto. Dopo mi dirà che è bella. Arredata con molto buon gusto. Ricordo il suo nome perché me lo dice: “Flaviana”. Insomma: “Ciao”! “Ciao”! E va diritta verso la macchinetta. Se ne versa una tazzona dal bricco. Anche lei amaro. Amaro e senza latte. Mi chiede se mi spiace: “Ne prendo una tazza anch’io”.
Guarda in tralice la mia tazza dove il mio caffè si sta freddando triste e stanco sulla tavola. Non ero stato preparato. A volte Martina è fin troppo laconica. Soprattutto quando va di fretta. Mi ero fatta un’idea diversa. Non mi ero fatta un’idea. Pensavo sarebbe stata una giornata come tante. Non so se la dovremo accompagnare in giro per la città. Certo non è pronta per uscire. Non so come comportarmi. Non ho nulla da dire. Sono solo sconcertato. Scosso da lei. Forse non la dovevo accogliere in cucina. Forse se fossi rimasto in salotto tutto sarebbe stato diverso. Fossi stato in studio; davanti al computer. Eppure sembra completamente a proprio agio, in casa sua. Neanche farlo apposta sono libero da ogni impegno. Potrei fare qualche telefonata. Non c’è nulla di urgente. Il postino suona e infila la posta in cassetta. Per un secondo penso a come mi avrebbe accolto se glielo avessi portato a letto, quel caffè. Per quel secondo mi sento furbo. Libero la mia grande fantasia. Poi rimetto i piedi per terra. E’ stata solo una riflessione stupida; me ne rendo conto. E’ lei che ispira certe fantasie. Il suo atteggiamento. Le sue parole. La sua voce. Quel sorriso. “Lo prendo amaro anch’io”.
Martina le deve Aver parlato di me. Io di lei non so proprio nulla. Tranne quello che vedo, e che mi lascia vedere. Abbastanza per farmi confusione. Sicuramente non sono amiche dalla scuola. Non mi tornano gli anni. Lei, Flaviana, ne ha qualcuno in più. Cosa volevo dire? Ah! sì. Ha quella specie di giacca chimono. Corta. Ho il sospetto che non abbia che quella. Intendo… addosso. Scaccio quel pensiero. Non so cos’ho questa mattina. Pensare non fa certo onore. La nostra ospite sembra più a suo agio, in casa mia, di me. “Alfredo, vero”? Stavo dicendo… forse l’ha messa uscendo dal letto. O dopo la doccia. Deve averla trovata in armadio. Non la ricordo. Direi che non l’ho mai vista addosso a Martina. Forse mi sbaglio. Non so se è per il colore: nero; lucente. Però le ciabatte sono sicuramente sue. Mi chiede di mia moglie. “Sì! Martina è già uscita”. Martina ha riempito tutta la mia vita. E’ una donna che non lascia un angolo vuoto. Una di quelle. Sempre in movimento; attiva. Attenta anche alle cose più minute. Sempre curiosa. Sempre sul pezzo. Con l’argento vivo addosso. E io resto lì muto a guardare quella sorta di amica. In verità sono pochi attimi ma mi sembrano una eternità. Il tempo è sempre stato un valore relativo. Quando sei in ritardo corre. Altre volte va come vuole. Se aspetti qualcuno o qualcosa pare non passare mai. Cerco di convincermi che quella relazione può aspettare. Intanto la guardo in silenzio.
Lei si lascia guardare. Forse sente i miei occhi addosso: “Volevi dirmi qualcosa”?
Cosa? Questo non lo doveva dire. Cioè non lo doveva fare. Si appoggia al piano cottura e si gira verso di me; sorridendo. Il chimono si apre perché non può diversamente, la stoffa si schiude poco trattenuta dalla ciocca, inventa una scollatura vertiginosa. Sembra non accorgersene. All’improvviso non ho più nessun dubbio. Fuori ha ricominciato a piovere. E non ho proprio parole. Non so che dire. Ripeto come un cretino: “Sì! Martina è già uscita”. Mi dice che non fa nulla. Che quello che le doveva dire lo può fare anche più tardi. Che può aspettare. Mi chiede se lo posso fare anch’io; aspettare. Che è stata gentile. Credo intenda ad invitarla. Perché se non era per Martina non avrebbe proprio saputo dove andare. Mi confessa che è contenta finalmente di conoscermi. Mi chiede che me ne sembra. Non so a cosa si riferisca. I miei occhi sono incollati là. Quasi in una attesa febbricitante. Anche se lo so che non è carino da parte mia. Dice che la sua è una visita. Un paio di giorni. Non è nemmeno una vacanza. Deve vedere un avvocato. Ma anche per quello c’è tempo. Non s’è messa fretta. Non credo di seguire il filo che segue.
Chiede qualcosa di me aggiungendo domande alle altre domande. Rispondo per cortesia quando ne afferrò qualcuna. Quando trovo uno spazio tra una domanda e l’altra. Qualcuna è anche un po’ indiscreta. Intanto la guardo, incerto se la sto vedendo. Scuoto la testa. Si dice contenta che fra noi vada bene. Mi dice che mi trova silenzioso, riflessivo. Che di questo Martina non gliene aveva parlato. Mi chiede se c’è qualcosa che non va. Si guarda. Guarda il suo abbigliamento. Ride: “Non sarai mica turbato”? Taccio. Taccio perché non ho il tempo di pensare. Tanto meno di trovare una risposta adeguata. Una giustificazione. Qualcosa che abbia un senso e, in qualche modo, mi giustifichi. Vorrei dirle di no. Non mi crederei da solo. Ho il sospetto che la sappia la risposta. Mi limito ad osservarla. A controllarla. Sì! di anni ne ha più di qualcuno più di noi. Questo non conta. Ride: “Scusa. Ho messo la prima cosa… E’ che mi sono subito sentita come a casa. A mio agio. Qui. Avete proprio una bella casa. E Martina è un amore. Una vera amica. Ti dispiace”? Non so se mi dispiace. Non direi che mi dispiace. Di questo credo di esserne certo. Ha una voce affascinante; e le sue parole diventano progressivamente suadenti. Cerco di spiegarle: “Aveva un impegno che non poteva rimandare.” –non so perché sento di dovermi giustificarmi, e intanto ride.
Continua a tenere la sua tazza in mano. Non sembra molto interessata al caffè. Non ne ha preso che un piccolo sorso. Semplicemente sembra che con quella fra le dita si senta più sicura. Una cosa così. Forse si sente i miei occhi addosso. Le serve a sostenerli? Non posso fare altro. La prego nella mia testa di stare ferma. Di non muoversi. Di rimanere così. Guardarla è affascinante. Qualsiasi movimento non potrebbe che peggiorare la situazione; farla precipitare. Fuori ha smesso di piovere. Mi ripete la domanda: “C’è qualcosa che mi volevi dire”? No! Non ho nulla da dire. O almeno quello che vorrei dire non è carino. Non è da dire. Meglio tacere. Mi manca la saliva. Non sto più in me. La sedia è diventata scomoda. Non so perché ma sono eccitato. Forse la novità. Forse la sorpresa. Forse semplicemente c’è qualcosa in lei. Forse solo la sua presenza. L’unico problema è che se ne accorge; e ride divertita. Prima che abbia il tempo di alzarmi da quella sedia mi confida quello che le sembra un segreto: “Scusami, non farei mai un torto a Martina”.
Cerco di giustificarmi; di scusarmi. Sono un idiota. Le sue parole mi ributtano sulla sedia. E come spesso mi accade credo di non aver capito niente. Non che… insomma… intendo in altre circostanze, naturalmente. La mia vita non è così abitata da… da donne nude. Anche se non dovrei dire che è nuda. E’ nuda sotto. Il chimono la copre quel poco. E brava indubbiamente a mostrare senza fare vedere. In verità ha visto molto e non mi ha mostrato niente. Non mi ha mostrato ancora niente. Mi spiega che lei non vuole complicazioni. Che esce da una storia difficile; incasinata. Mi chiede se è meglio… se preferisco… se si deve andare a vestire. Credo mi legga la risposta nel viso e ne è divertita e soddisfatta. Dice che la sua vita è sempre stata così. Credo monotona; tortuosa; complicata. Non so cosa credere. Lei è immobile. Io sono una statua, solo che la sua postura è morbida ed io sono rigido, teso. Completamente. Comincia a raccontarmi di come si sono conosciute. Due parole e cambia subito discorso. Dice che quello non era importante che forse non mi interessava. Mi spiega che è arrivata stanca. Che viaggiare la stanca. Ma che questo era ieri, perché ha riposato bene. Mi dice di non aver fretta. Sembra si stia prendendo gioco di me. Anche questo non lo capisco. Riprovo ad alzarmi da questa maledetta sedia ma ancora una volta lei mi blocca: “Per quanto credi ne avrà Martina”?
Torno a non capire. Non so se faccio bene ma chiamo mia moglie. Le chiedo come sta. Poi entro in argomento. La nostra ospite è attenta alle mie parole. Quando chiudo la comunicazione la metto al corrente che Martina purtroppo dovrà fermarsi fuori a pranzo. Che ci dovremo arrangiare. Se vuole possiamo scendere fino all’angolo. Non è poi così male. Come cuoco semplicemente non so cucinare. Lei ci pensa. Ci pensa ancora un po’. Come se non capisse completamente le mie parole. Poi dice che le spiace. Che le spiace per lei. E anche per me; forse. Che non sa come rimediare. Che non vorrebbe essere un problema. Che sono fin troppo gentile; anche a starla ad ascoltare. Se voglio che se ne vada. Per la prima volta sento il suo nome nella mia voce. Lei si diverte del mio imbarazzo: “Flaviana… ecco… io… non vorrei cioè vorrei… non fraintendere”…
Lei mi guarda stupita. Penso che anche lei fatichi a capire. Me lo dice con gli occhi. Poi anche con parole senza pause: “Non vorrei dovermi sentire in colpa. Puoi anche dirmelo. Non è certo un dramma. Ti capirei. Non prendertela così. Anch’io le voglio bene. Ma, come si dice… se è quello che vuoi, che anche tu vuoi, allora potrei volerlo anch’io: «occhio non vede, cuore non duole». O qualcosa di simile. Non facciamo male a nessuno. Non è quello che volevo. Scusami. E’ successo. Così. Senza intenzione. Credimi. Senza malizia. A proposito di vedere… –ride e ammicca a sé, a quella sua presenza, più orgogliosa, quasi arrogante; ancora più certa di sé– Pensavo… se non ti spiace… certo… Sai cosa penso? Io credo di no. Allora… Se lei si ferma a pranzo, possiamo pranzare anche noi. Non è come pensi ma… sempre, se non ti spiace, vorrei pranzare di te. Ora. Adesso. Il tempo non è mai abbastanza da poterlo lasciare scappare. Non credi”?
E’ in questo preciso istante che mi mostra spudoratamente un capezzolo con la ferma intenzione di farmelo proprio vedere. Di confessarmi un segreto. Scostando la stoffa. Ha ancora quella maledetta tazza in mano. Non sono mai stato schiavo del tempo. Né delle ore né dei minuti. Non metto mai la sveglia se non ho un appuntamento. Il mio orologio biologico è sempre stato sballato. Martina dice che sono un ritardatario nato. Non so perché pensare a lei non mi sembra argomento giusto. Sto per dire qualcosa di cui mi potrei pentire. Sono bravo a non dirla. E quando sono in casa non lo tengo al polso, l’orologio. Infatti guardo l’ora ma non lo indosso. E’ quello che si può chiamare un riflesso condizionato. Eppure so che, come mi ha assicurato, non torna. Che siamo completamente soli. Fino a sera. E lei appoggia finalmente la tazza. Per avere le mani libere. Per omaggiare i miei occhi. Per farne mostra di entrambi sostenendosi i seni. Per mandarmi un messaggio definitivo, indiscutibile. Insomma è troppo tardi per qualsiasi considerazione.
Non danzasse con i miei sentimenti, non fosse così intenta a rubare tutta la mia attenzione, a riempirmi gli occhi di lei, così… nuda, potrebbe sembrare una tranquilla donna di casa; forse. Corro fugacemente il rischio di informarmi sulla sua età. Intanto in silenzio mi dice tutto di sé. Tutti i suoi segreti. I segreti del suo regno. Del suo corpo. Il resto sembra una galleria fotografica. Assume pose come se la dovessi ritrarre. Non vuole mettermi fretta. Me lo ripete e ribadisce. Il suo è un invito esplicito. Allo stesso tempo vuole provocarmi. La sua espressione mi chiede se sono soddisfatto. Se mi piace quello che vedo. E’ certa di sé. Sembra intenzionata a restare in cucina. Non so cosa pensare. Non so se ho altre preferenze. Credo che preferirei andare di là. C’è anche troppa luce. Ha un ramo di pesco nel basso ventre. O qualcosa del genere. Ma questo dice che non lo devo andare a raccontare a nessuno. Tanto meno a Martina. Assolutamente. Non sono il tipo. E’ una cosa che deve restare tra noi. Mi trova d’accordo. Mi sembra di sentirla aggiungere che deve restare una cosa senza importanza. Non ne sono sicuro. Non la sto più ad ascoltare molto. Sono distratto. Le sue parole sono ormai solo rumore. E confusione. Confusione nella confusione. Non ricordo nemmeno più cosa dicevamo del tempo. O solo pochi istanti fa.
Oramai mi ha fatto vedere tutto quello che c’era da vedere, che ha da offrire. Si corica sulla tavola. Il suo invito è esplicito. I suoi occhi sembrano gridare finalmente e ora. Non ho il tempo di afferrarla, di spostare la mia tazza, nemmeno di toccarla, solo il tempo di alzarmi, che all’improvviso nella stanza irrompe Martina. Sarebbe stupido e banale che cercassi di giustificarmi dicendole che non è successo niente. Non ancora. Devo essere sufficientemente ridicolo con in pantaloni abbassati. Mi guarda e mi fulmina. Si dipinge in volto un’esclamazione di sorpresa. E di disapprovazione. Mi dice che sono uno stronzo. Che non se lo sarebbe mai aspettata. Sembro l’unico responsabile, e colpevole. Non riuscirò mai a togliermi il dubbio che quelle due fossero d’accordo. Forse persino che l’amica non fosse tanto amica, o persino che fosse una professionista. Se non proprio una professionista nemmeno una novellina. Una che indubbiamente ci sa fare, e sa come farlo. Mi continueranno sempre a rimbombare nella testa le parole della traditrice: “Ti sei fatta attendere. Non sapevo più… Se tardavi ancora un po’”… Per me era già tardi.

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