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Archive for the ‘Piccoli gialli italiani’ Category

Piccoli gialli italiani18. Matilde è allegra: “Se vuoi uccido i due mocciosi così hai qualcosa da scrivere”. Non le piace vedermi così irrequieto. Annoiato. Non sarebbe male. Finalmente un vero giallo. Una scossa per la città assopita. Solo per un breve istante temo che lo possa aver fatto davvero. Stupido. Come mai è libera, e ha tutto il tempo per me? Naturalmente scherza e il suo sorriso lo denuncia apertamente. Poi mi ricordo che è sabato. Dobbiamo fare due spese. Matilde ha promesso di cucinare per me.
Siamo quasi sulla porta, prima di entrare, quando la vedo e la riconosco subito. È proprio lei. In carne ed ossa. Una delle mie eroina preferite. Anzi la preferita in assoluto. La biondina amica di Loriano Macchiavelli, cioè di Sarti Antonio, sergente. Non Cristiana Borghi, la sosia che, secondo me, nemmeno è tanto bionda, ma proprio l’originale. La blocco: “Matilde, lei è Leda”. “Scusi. Ci conosciamo”? “Ci siamo visti spesso. Bernardo. Ci siamo incontrati in tanti posti; in tante pagine”. Lei finge mirabilmente di ricordarsi. Cerco di spiegare il mio entusiasmo a lei, a Matilde: “Lei, Leda, è”… Matilde non è mai maleducata, semplicemente non è coinvolta. Taglia corto. Quando c’è un’altra donna nei miei paraggi Matilde si fa sempre un po’ scontrosa. Anche un poco taciturna. Dopo la mia non storia con Cinzia, detta anche Hollywood party, le cose sono migliorate, da questo punto di vista. La sua diffidenza va un poco meglio. Meglio non vuole dire bene. Semplicemente si fida un poco di più. Ma non è disposta a rischiare. E non è sicura di conoscermi ancora così bene.
Ma io penso alla nuova amica: “Come mai da queste parti”? “Mi hanno invitata ad una festa. In maschera. È una buona occasione per vedere là città”. “Ne ho sentito parlare. Ne avrei dovuto scrivere. Non ho trovato un biglietto”. In verità non ho trovato i soldi. Non era un costo che le mie tasche potessero sopportare. “Ma tu che fai? Il giornalista”? “Ci provo”. “Perché non venite con me. Il mio è un invito gratuito. Mi farebbe piacere. Non vado volentieri da sola”. Un tuffo al cuore. Matilde cerca di evitarlo: “Veramente avremmo da fare. E poi non possiamo presentarci così”. Un tuffo al cuore. Mi salva la Biondina che insiste. Alla fine Matilde non può più dirle di no. Si arrende. La due spese vanno a farsi benedire.
La villa è grande e bella. Gli interni mi lasciano senza fiato. Marmi. Splendidi affreschi. Molti dei presenti camuffati hanno un’aria furtiva. Compresi i padroni di casa. Sono gentili e ci accolgono fin troppo calorosamente. Lui ha raccontato alla città intera di essere conte, non si sa di cosa. La verità è che deve la sua cospicua fama alla moglie, e ai suoi fortunati inizi come venditore di carni all’ingrosso. Invece la reputazione della contessa è evidente, basta guardarla. Indossa un abito adatto, da nobildonna di Versailles, credo. La maschera le cela il viso ma la scollatura mostra tutto quello che c’è da vedere di lei. Il prosecco è un mare in tempesta. Camerieri impettiti si occupano di tenere sempre colmi calici dai gambi molto longilinei. Nemmeno le tartine non sono male.
Avverto Matilde prima di allontanarmi. Lei mi controlla a vista. Non si allontana mai. Ma non c’è un solo angolo dove uno possa stare tranquillo. “Che ci fai qui, tutto solo, bel giovanotto”? “Veramente sarebbe degli uomini”. “Lo so bene, non mi riconosci. Sono la padrona di casa. La signora contessa”. E si abbassa la maschera su un sorriso invitante. “Veramente cercavo quell’attimo di intimità”. Lei sembra divertita. Mi crede spiritoso: “La devi fare. Falla pure. Che c’è, ti vergogni? Guarda che una contessa è anche una donna”. Non vorrei sembrare un provinciale. E lei non è più una ragazzina: “Era… un falso allarme”. Probabilmente si aspettava di trovare qualcun altro. Ha trovato me. Alza le spalle. Alza spudoratamente la larga e pesante gonna fino a farmi vedere che non porta biancheria intima: “Siamo qui per divertirci. Non credo di non conoscerti. Rimediamo. Divertiamoci. Spero che tu sappia farmi divertire”. Vorrei farle ingoiare i suoi sospettosi dubbi. Vorrei… Per dire la verità lei è pronta ad incoraggiarmi. Se non fossi lesto avrebbe già allungato la mano. Giusto in tempo a sottrarmi ai suoi artigli nobili e mortali. Eppure stregato dai suoi occhi lascivi. “Mi scusi… ma… mi stanno aspettando”. Letteralmente scappo, mentre lei mi apostrofa, pugnalandomi alle spalle: “Stronzo… Finocchio”.
Definirsi giornalista spoglia qualsiasi ipocrisia, e non solo quella. Ritrovo Matilde allo stesso posto, ma un poco più impacciata di quando l’ho lasciata. Mi spiega che la Biondina si è dovuta assentare per un po’, e che si scusa. Hanno affittato una parte della villa, dove non si può andare, ad una troupe per un film. Pare che la villa si mantenga anche con quello. Le chiedo se c’è qualcun’altro di famoso. Mi tratta come uno scemo: “Uno di quei film; cretino”. Non capisco subito. Lentamente reagisco. La contessa ancora non è tornata a farsi vedere. Il marito conte continua nella sua brillante opera di anfitrione. Io mi faccio prender dalla curiosità. Magari trovo uno spunto frizzantino. Ci incamminiamo nella direzione verso cui è scomparsa la Biondina. Un lungo corridoio, una scala e poi un altro lungo corridoio. Una porta senza porta, il divisorio è fatto da due pesanti tende. Arriviamo ad una larga sala, quasi più affollata di quella da dove siamo venuti. Si capisce subito che quello è il posto giusto. Sono creduto il primo gradino per trasformare una nessuno in una qualcuno.
Una lunga fila di ragazze e donne attende per il provino. Cercano comparse. Presumo sia un’assistente quello che gira tra la fila e le palpa e le controlla. E le rimette al loro posto. Alcune le conosco: frequentano, o continuano a frequentare, la mia stessa facoltà. Solo una fa un cenno. Le altre fingono di non riconoscermi. Per la maggior parte sono giovani. Le più sfacciate, o le più temerarie, non hanno già più nulla addosso. Altre hanno solo i seni fuori, in bella evidenza. In una rastrelliera ci sono gli abiti che si sono tolte. In un’altra quelli di scena. Qualcuna mi lascia letteralmente basito e sorpreso. Non avrei mai detto che lei… Di trovarla là. Così, nuda, faccio fatica a riconoscerla. Anche lei finge di non vedermi, e distrae lo sguardo. È una visione buffa quella della signora un po’ avanti di età e di peso, e con le carni ormai rilassate. Probabilmente ha smesso di sognare, lo spero per lei. Tiene la borsetta stretta con rabbia davanti al ventre. E fatica a sollevare gli occhi. Mi sento nudo anch’io.
Si avvicina subito un bassetto con la fronte spaziosa e gli occhiali in cima. Guarda lei con occhio attento e professionale, e me con disprezzo: “Se la signorina vuole provate? Per noi sarebbe un… piacere. Mi sembrerebbe perfetta. Anche un poco di più. Le faccio saltare la fila. Ma lei, giovanotto, cosa ci fa qui? Questa è un’area privata. Non ci può stare”. Finalmente posso dire la frase che ho sempre sognato di dire e che cominciavo a temere che non avrei mai potuto fare: “Stampa”. Mi dà l’aria del regista: “Allora lei… signorina… Cosa ne pensa? Può essere la sua grande opportunità. Cinema. Rotocalchi. Magari in po’ di tv”… Lei mi guarda come dovesse chiedere permesso a me. Io la guardo e so che sa. O magari lo spero. Lei fa no con la testa e ringrazia: “Grazie”. Lui torna a guardarla come prima, da intenditore, e anche troppo a lungo. Decide di insistere: “Guardi che me ne intendo. Ne ho viste… ma… Lei avrebbe, negli occhi, lo sguardo giusto; –la talia ancora accuratamente– e anche tutto il resto, per diventare una vera star. Ci pensi. È per il suo ragazzo”? “Grazie, ma no. E non è per lui. È per me. Lui è… è… un amico”. “Peccato. Ma fate pure liberamente”.
Ci avviciniamo alla coda curiosi. La provoco scherzosamente: “Sei convinta”? Lei spia i miei occhi e mi ha già sgamato: “Certo”. Mi fingo sorpreso: “Perché”? Abbassa il tono della voce. Non vuole che altri ci sentano: “Dovresti saperlo. Non potrei mai farlo. Non mi piace che gli altri mi guardino. E poi fare quelle cose… farlo mentre mi guardano. Davanti agli altri. O sapendo che comunque mi vedranno. Per nulla al mondo. L’amore, e il sesso è lo stesso, per me dovrebbe restare una cosa privata. Mi vergognerei troppo. Ma non giudico le altre. Forse sono io l’ipocrita”. Le ragazze si spingono. Lottano per la fantasia, e la labile opportunità, di accedere al mondo del successo. Per il loro sogno, non troppo segreto. Illuse. Si sentono tutte attrici, e tutte disposte a tutto. A ognuna viene chiesto di girarsi anche di profilo e di spalle. Se ha già un po’ di esperienza. La maggior parte ammette di no, ma che “Penso di avere le capacità adatte”.
Qualcuna ha partecipato a qualche recita privata. Quella non più giovanissima alza la borsetta come una liberazione, e alla fine scappa con le lacrime agli occhi. È stata presa. Viene loro chiesto di recitare una brevissima frase, sempre la stessa. Poi di ansimare. Infine di mostrare un po’ delle loro grazie. Nessuna remora, naturalmente. Qualcuna promette faville per il registra e tutta la troupe. Qualcuna insiste per far vedere che sa anche ballare e per far sentire che sa anche cantare. Le più sanno che sarà solo porno, ma poche sarebbero disposte a dirlo. Torno a provocare Matilde: “Sei ancora sicura”? Me lo merito. Mi fulmina con gli occhi. E non gradisce il mio manifesto interesse per quelle nudità esibite.
Una è la contessa. Non si è tolta la maschera, ma riconosco le sue tette. Anche lei vede me. È ancora indispettita, non perché l’ho colta in flagrante. Sputa, a denti stretti, un’offesa verso la mia accompagnatrice che né io né lei possiamo sentire. Una, quella subito dopo, è proprio bella, bella e rossa. Lei sì ha un’aria veramente altezzosa. E raffinata. Per me è anche troppo bella per fare solo la comparsa. Dice la frase, poi circonda la lingua con le labbra rosse e la ritrae, in un gesto esplicito e provocante nei confronti del regista. Leda se ne sta in disparte e le guarda tutte con l’aria della competente. Il piccolo regista si prende una pausa. Viene verso di noi: “Stasera si fanno solo provini. Dovreste passare domani che giriamo i primi esterni”. “Non mancheremo”. Precisa che la villa che sarà ripresa dall’esterno sarà un’altra. Contigua: “Sa… è per la contessa. Anche se dalle finestre non si può nascondere la città”.
Se fosse per Matilde ce ne staremo per i fatti nostri, naturalmente, ma per accontentarmi, e non lasciarmi solo, decide all’ultimo momento di accompagnarmi. Mi segue ma senza entusiasmo e immusonita; non solo per essere stata costretta ad una levataccia. Cerco di spiegarle che è lavoro. Loro, col loro sogno, io col mio. Alle cinque l’aria è frizzantina e la luce ancora esangue, ma le strade sono quasi vuote. Nel cinema convenzionale si potrebbe definire una scena di massa. Tutti con tutti. Si liberano, in parte o completamente, degli abiti che abbandonano a terra, e alcuni sono già completamente nudi. Il regista spiega come il carnevale sia una festa pagana e carnale. Che libera gli istinti. I partecipanti si spogliano di tutto come in preda a un transfert o a una ipnosi. Dietro le maschere si sentino liberi di essere quello sono, ma solo in segreto.
Qualcuno, come da copione, troppo preso dalla smania non finisce di spogliarsi, e qualcuno nemmeno comincia. Il regista torna a gridare continuamente che non devono guardare in camera. Che lo dice lui quando farlo, a chi deve farlo, e dà indicazioni. “È quasi solo nei primi piani. In soggettiva”. Bestemmia alla santa Vergine. Io non so restare del tutto indifferente. Posso limitarmi a fingere di esserlo. Gli occhi di Matilde passano da un rimprovero al successivo. Le sue espressioni passano dallo schifato, allo scandalizzato, al sorpreso, all’incredulità. La Biondina si limita a sussurrare suggerimenti al regista. Lui, senza interrompere il lavoro, chiama un assistente per farsi togliere dall’imbarazzo. Non deve avere grande esperienza nemmeno lui. Invece quella segretaria di produzione con gli occhiali sembra esperta o lui troppo impaziente. La nostra consulente lo rimprovera: “Potevi chiedere”. Poi viene da noi a spiegarci che, poveretto, si è riciclato dal cinema vero.
Potrebbe essere una scena per un Giudizio universale. La rossa è proprio una gran gnocca. Qualche maschietto si è già raffreddato troppo presto a causa della temperatura. Qualche altro è entrato in panico. Poi ci sono quelli che, presi dall’entusiasmo, hanno esaurito troppo presto le energie. Mi sembra tutto una grande confusione. Arriva finalmente il momento della battuta della protagonista che canna tragicamente. Invece di esclamare: “Vengo!” sospira: “Svengo!”. Uno di quelli che trastullava le dà della vecchia baldracca. Il regista, fuori di sé, interrompe la scena. Tutto da rifare. Annuncia una pausa: “Gli ignudi si rivestano”. Una ragazzina, che se non dovesse avere almeno diciott’anni ne avrebbe tredici, continua imperterrita nonostante lo stop. O non ha sentito o vuole sempre finire quello iniziato, o vuole dimostrare la sua professionale e indefessa disponibilità al lavoro. È tutta sudata. E talmente testarda che la devono staccare a forza. Il suo lui, che è anche il suo compagno di vita, ringrazia. Ha negli occhi una preghiera disperata e, vista l’età, deve aver preso qualcosa.
Il regista ci viene incontro. Gira la testa per un attimo e grida che ognuno riprenda il proprio costume, senza fare confusione, scherzi o allontanarsi. Qualche attore ha bisogno di più di una marsalina. E non solo per scaldarsi. Anche una delle comparse profitta della pausa e viene verso di noi. Mi deve aver confuso con qualcuno di importante, forse perché il regista ha preso a chiamarmi dottore. Davanti a Matilde mi guarda puttanescamente, si umetta le labbra e mi chiede, con un sussurro ingozzato di lascivia: “Vuoi”? Mi ha quasi abbassato la lampo prima che possa rispondere. Matilde è più veloce a mandarla a cagare. L’aspirante Greta Garbo la guarda con disprezzo, andandosene le dà della povera scema e della ipocrita bigotta, e torna a mescolarsi con la compagnia.
Mi rendo conto che siamo spettatori, e forse complici, di reato. O più d’uno. Cerco di fare un elenco dei miei timori. Atti osceni in luogo pubblico. Pornografia. Turbativa. Qualche grammo di droga. Magari persino invito al libertinaggio e induzione alla prostituzione. Lenocinio. Uso di arma impropria e di oggetti atti a… dare diletto. Blasfemia. E penso anche tanto altro. Che ne so? Mica ho studiati legge. E, mentre il regista ci chiede che ce ne pare, e se Matilde ha cambiato idea, io gli manifesto i miei dubbi e le mie paure. Lui ride. Mi tranquillizza: “Non è passato nessuno e sono già le sette passate. Non ti sei chiesto perché. L’appuntato Buonadonna è un caro amico. Per un regalino ha creato una sorta di cordone sanitario. Nessuno può passare. Ho dovuto mandargli anche una delle… una delle attricette, per convincerlo dei residui eventuali dubbi. Non è un problema. Ne è rimasto soddisfatto”.
Prima di tornare a Bologna prego la Biondina di affiancarmi nella mia fatica, con la sua esperienza e le sue conoscenze. La Zia gira per le stanze a spolverare. Non si fida molto di quella donna non più giovanissima. Per quello nemmeno Matilde si fidava troppo a lasciarmi solo con lei. Mentre la Zia ci gira le spalle lei mi sussurra come un soffio di brezza: “Ne hai bisogno? Vuoi prima o dopo”? La voglia ci sarebbe da ieri. Non posso tradire la fiducia. Devo tenermi i pantaloni addosso. Non voglio mancare di rispetto né a Loriano né ad altri. Ha un sorriso diafano: “Non ci sarebbe nessun male e nessun peccato”. Cerco di chiarire che, apprezzo la sua gentilezza, ma: “Né prima, né dopo”. Lei mi spiega che non c’è problema. Che Sarti Antonio, sergente, è solo un amico. Scopano, ma da amici. E mi ricorda che so qual è il suo mestiere: lei è puttana, non per diletto né per vocazione. Lei è puttana perché la vita l’ha fatta nascere puttana. Ha negli occhi un sorriso mesto e distaccato: “Non sarebbe nemmeno lavoro”. Poi, finalmente, ci mettiamo a pensare all’articolo.
È stata una scelta giusta. Lei sa i nomi propri di ogni gesto e performance di quel sesso senza limiti. Mi sa rendere edotto della meccanica di ogn’uno di quei gesti. Di ogni oggetto di scena. Sullo scopo. È scientifica. Non sono un drago, ma mi spiega anche quello che so o ch’è facile intuire. Lei conosce bene quell’ambiente. Meglio un’informazione in più che una in meno. Dal questurino c’è andata di persona, per sicurezza. Così denuncio la nudità pubblica. La corruzione. L’oscenità dissoluta proprio nei pressi del vecchio palazzo del potere. La dissolutezza dei costumi dei concittadini consenzienti, partecipanti e di quelli tolleranti. La produzione di opere pornografiche. Il mercato della vergogna. La complicità della classe politica locale. La connivenza e il favore delle forze dell’ordine. Naturalmente ometto di fare il nome di Buonadonna, appuntato. Così come, di mia autonoma iniziativa, taccio il suo, per rispetto sia di lei che di Sarti, sergente. Mi limito a scrivere: «con la gentile e professionale consulenza di una notissima e famosa professionista del mestiere, nonché grande diva letteraria, interpretata sullo schermo da Cristiana Borghi. Con grande orgoglio firmato Bernardo Carafa e la Biondina».
Finalmente pubblicano un mio articolo nel quotidiano più importante del comune. Quello che chiamano “La servetta puttana docile”. Mi avverte Afro dandomi del soffia. Lo leggo con Matilde che smaniava di raggiungermi per assicurarsi che la Biondina fosse già ripartita. Non sono moralista. Lo lascio fare agli altri. Obietta che è solo sesso. È domenica. Naturalmente non lo pubblicano per intero. Stralciano gli attacchi alla classe politica e alle forze dell’ordine. Edulcorano un po’ tutto, ma la denuncia c’è. Si chiedono chi sia la coppia nobile ospitante tanta dissoluta depravazione? Chi la turpe massaia? Chi l’attore più resistente? Lasciano a intendere che non c’è sorpresa per le studentesse che sono tutte puttane. Spiegano –come ho dovuto fare anch’io– che non possono divulgare nessuna foto perché troppo esplicite. E soprattutto non pubblicano a mio nome. Alla fin fine è meglio così.

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Piccoli gialli italiani17. La sua voce è concitata e frettolosa, la linea disturbata: “ Non ho molto tempo. Li senti? Quei due demonietti stanno facendo il diavolo a quattro. In salotto. Volevo solo sentirti. Dirti… Tutto bene”? Balbetto: “Sì! Sì! Sì! Certo”. Lei avverte che i miei sì non sono molto convinti. Ha quella sorta di radar. Inoltre di quella casa non so se mi posso fidare. Lo so che ci vediamo stasera. Non so se riuscirò ad aspettare. Abbasso lo stereo. Insiste. Per me un po’ di tempo lo trova: “Dimmi cosa succede. Non farmi stare in ansia”. Cedo: “Gliel’ho detto che io non mi occupo degli eventi culturali. Mi hanno risposto che, quello, si è rotto una caviglia scendendo dalla sua preziosa moto. Che erano disperati. Che doveva uscire. Che in cambio mi fornivano una traccia succosa”. Tira un sospiro di sollievo. Si tranquillizza: “E allora va tutto bene”. Ma… “E sarebbe”? “È solo che il portatile è in panne. E sai la mia vita con il modem”. Lei ha sempre una soluzione semplice, facile, per tutto: “Puoi andare da me, usare il mio. La password la sai, no? E allora”? Questa volta la soluzione non può funzionare. Non sono proprio quello che si dice uno scassinatore provetto. Lei legge il mio tentennamento e il mio: “Però”… Matilde, dovresti smettere di spiarmi in testa. “Dovrebbe esserci ancora Cencio. È il mio padrone di casa. Aveva bisogno di alcune cose che gli tengo. Lo avverto. Magari perché Cencio te lo spiego un’altra volta. Devo proprio andare. Vedrai che lui ti aspetta. Ciao. Bacini”.
Suono e viene ad aprirmi una ragazza alta, con un accappatoio bianco che a lei sta naturalmente corto, e i capelli ancora bagnati. “Scusa… non credo tu sia Cencio”. Ride e porta la mano a nascondersi i denti: “Cinzia, Puoi anche chiamarmi Hollywood party”. “Va bene solo Cinzia”. Non riesco subito a capire. Non so chi sia e perché sia venuta lei ad aprire. “Lui doveva andare. Ero passata a vedere se c’era Tilde, per farmi prestare un libro. L’ho chiamata. Mi ha avvertito. Le ho detto di stare tranquilla. Che ti avrei volentieri aspettato io. Che non era nessuna fatica. Che glielo avrei fatto un piacere. Ho approfittato per farmi una doccia. Ti spiace? Ero sotto, come puoi vedere, quando hai suonato”. L’accappatoio le sta corto, e il cordone della cinta è appena allentato. Non si vede molto più delle lunghe gambe sottili e qualche brandello di pelle ancora umida. Non che sia troppo curioso… O almeno cerco di non esserlo. O almeno di non darlo a vedere. Ho l’impressione che non si darebbe comunque più cura.
Sembra che nulla la possa preoccupare. Forse deve finire di sciacquarsi. È solo per questo… Mi spiace di essere arrivato così… subito. All’improvviso. Non sapevo… né potevo immaginare: “Fai pure, tranquilla”. Non era certo quello che intendevo. Lei slaccia il nodo e lascia cadere il chimono di spugna. “Spero che non ti dia imbarazzo”. Che alto posso fare? Non è vero, ma nego: “No!”. È sottile. La pelle ha un pallore quasi irreale. Gli occhi sono due piccoli sputi trasparenti. Ha due minuti seni da ragazzina. E sotto è depilata. Quando la mia faccia lo nota lei ride. Diversi tatuaggi le arredano il corpo qua e là. Sembra completamente a suo agio. Anche così. Nuda. “Ti dispiace”? Mento per la seconda volta. Temo non l’ultima. Lo faccio consapevole di mentire, e del peso della menzogna: “No”! Non è niente male, anzi… “Allora… saresti il nuovo ragazzo di Tilde”? “In un certo senso”. Sembra divertita. Si fa guardare e vuole che la guardi. “Lei mi ha detto che saresti passato. Che vorresti diventare giornalista. E che scrivi già in alcuni posti”. “Già”! “Vorrei raccontarti una storia. E magari viverla assieme”. “Prova”. Mi giudica per un istante, indecisa: “Non ti piaccio”. “Tutt’altro, ma”… Forse dovrei fermarmi qua. La mia immobilità la sconcerta, ma non la turba né la frena: “Non mi trovi abbastanza bella”? “Certo”.
A volte le donne sono fin troppo curiose. Quasi sempre le donne restano quel mistero. I capelli prendono luce dal sole che filtra dalla finestra, ma non riescono a dare colore al suo viso. Credo che le tende non siano nemmeno accostate. Le labbra non hanno quasi rossetto. Nemmeno gli occhi. Bella è bella. Almeno carina. Ha dita lunghe e nervose. Il naso sottile. Forse la fronte lunga. Ha un che di… androgino. “Perché non mi scatti una foto”? “Non saprei cosa aggiungere”. “Guarda che puoi respirare. Guarda che siamo amiche. E per te? Perché non scrivi… parole di fuoco sulla mia pelle? Potresti provarci, almeno. O sono così male”? Mi suona fasulla. studiata: “Io scrivo vera”… Ride e mi sbeffeggia: “Un romanzo minuzioso con lettere di saliva su tutto in mio corpo. Ora”. Balbetto come un cretino. “Non credo di”… Vorrei vedere un altro. Davanti ad una proposta simile. Esplicita. Al mio posto. “Guarda che… solitamente… Invece con gli ex di Tilde, povera sciocca, con tutti. Mai avuto… nessun problema. Mai un no. Come vedi… proibito dire no”. Vorrei sottarmi al fascino di quello che mostra e reclamizza. Basterebbe un semplice no, ma… Non riesco a dire quel no. In questo momento nulla è semplice. E il semplice non lo so dire. Il mio è un atto di assoluto coraggio. Di abnegazione: “C’è sempre una p”… “Da buoni amici. Pensa quello che vuoi. Guarda che ci so fare. E non ho alcun imbarazzo. Non vuoi essere amico mio? Non ho proprio nessuna ritrosia. Nessuna”. “Ti credo, ma”… Si sfiora delicatamente, quasi oscenamente: “Non l’ho mai fatto con uno che scrive”. Per quello nemmeno io: “Nemmeno io”. Non coglie il solito mio umorismo involontario e cretino.
Credo che non si sia mai sentita dire quel no: “Cosa c’è, non ne hai voglia”? Per andarmi anche mi andrebbe, ma… Spero non se ne accorga. Mi ruba anche gli occhi, però… Non vorrei offenderla. Non sarò certo io quello capace di dirglielo. “Non è che”… La sua faccia non esprime né sensualità né lascivia. Non riesce a mostrare nemmeno troppo interesse. Sembra del tutto indifferente. “E allora”? “Forse io dovrei”… “Se è per quello… guarda che sono brava. Te la faccio venire la voglia. Fai fare a me”. Certa di regalarmi una specie di sorriso, ma anche quello sembra incolore nel suo viso. Si avvicina e mi passa le mani sul petto. Lentamente. Mi graffia delicatamente con le unghie viola. Un brivido percorre tutta la mia pelle. In sogno. Fatico a tenere ferme le mani. “Perché non cominci col toglierla. Poi passiamo al resto. Lasciami fare. Ti faccio sognare”. “Ti prego… Cinzia”… “Cos’è, non ti piaccio”? Forse avevo già cercato di rispondere a questa domanda: “Non è quello”. “E allora”? “Forse è meglio che prendo il portatile e vado”. Le giro le spalle deciso, col portatile sottobraccio, e prendo la porta. Mi puta dietro: “Fanculo, coglione”. Non paga la sento rincarare la dose dopo che sono già uscito: “E anche finocchio. Fanculo”.
Non mi sono ancora rilassato. È stato faticoso. Non so cosa scrivere sul «cinema emergente, con particolare attenzione a quello tzigano, del basso volga e… andino o albino?». Per provare ci provo. La cosa succosa si rivela la solita storia inutile. Me la cavo in due righe. Dandomi solo un po’ di arie. Ha preso fuoco un magazzino. Sono morti il solito branco di topi, un paio di scalmi con i relativi remi, il copertone di una vecchia bicicletta, alcuni annuari scolastici, e sette, dico sette, romanzi d’appendice. Sembra che l’episodio sia doloso. Ma sono ancora alla tastiera quando lei richiama. E sono giù le nove passate. “Sei ancora da me. Potrei raggiungerti”. “No! sono da me. E qui non staremmo bene”. Perché ha fatto così tardi? “È successo qualcosa”? “Assolutamente no”. “Sei sicuro”? “È solo che qui sto più tranquillo”. Lei è la solita sospettosa. E la solita che legge anche i silenzi tra una sillaba e l’altra: “Non me la racconti giusta”. “Ti racconto tutto domani”. “Non ci vediamo stasera”? Dirle no mi costa sacrificio, e… Ho già avuto tutte la mia dose di avventura per oggi. Voglio cancellare Cinzia dalla mia testa. Da davanti gli occhi. “Vorrei finire quello che sto facendo”. “Come vuoi. Se non hai altro da dirmi… A domani. Bacini”. “Ti… ma… Baci”.
Domani è sempre il giorno dopo di oggi, cioè di ieri. “Ciao amore”. Non mi ha mai chiamato così… Mi bacia sulla porta e mi fa entrare. Mi chiede di scusarla un attimo. Va a sistemarsi i capelli. Quando torna si informa del lavoro. Dice che lo vuole leggere, ma dopo. Mi fissa negli occhi. Sorride: “Ho sentito Cinzia”. Cosa può averle raccontato? Mi sento sprofondare: “Allora”? “Mi ha detto che sei stato stronzo”. “E?”… “Non ha aggiunto altro”. “Bene”. “Cosa c’è? ti conosco. Non è da te”. “Non era il momento opportuno”. “In che senso”? “Era sotto la doccia”. “Come”? “È venuta ad aprire in accappatoio”. “Il mio”? “Il tuo”. “Le sarà stato corto” “Le era un poco corto”. “Dimmi anche il resto”. Vorrei avere una storia migliore da raccontare. “Preferirei di no”. “Preferirei di sì. Non fare il bambino. La conosco bene quella. È capace che… Ci ha provato”? “Si è messa a parlare e”… “Falla breve. E dopo”? Forse ce l’avrebbe lei una storia migliore da raccontarmi. Non mi sembra il caso di essere troppo curioso e indagare. In fondo non ho fatto nulla di male; credo. “Si… cioè… Se l’è tolto”. “Davanti a te”? “”. “E tu”? “Io… niente, ho preso il portatile e sono andato a lavorare a casa”. “Lo potevo immaginare”.
Le viene da ridere: “Sei venuto via e l’hai lasciata lì”. “In poche parole… sì”. “Lo so che Cinzia è… lei”. Improvvisamente ho il sospetto assurdo che non me venga raccontata giusta. Né da lei né dall’amica: “E io sono io”. “Sono orgogliosa. Non sai il piacere a sentirtelo dire. Ecco perché ha detto così. Ti bacerei da qui all’aldilà”. La metto alla prova: “E se avessi capitolato”? “Non avrei potuto prendermela con te. So com’è. Ma mi sarebbe un pochino dispiaciuto. Comunque non ti ho dato nessun permesso”. “Sei gelosa”? “No. Ma se guardi un’altra ti ammazzo”. E ride di nuovo. Forse non parla sul serio. Spero. Forse non del tutto. Però poteva avvisarmi del cambio di programma. Con una telefonata, un messaggino. Dirmi che ad aspettarmi non c’era più Cencio. “Perché non mi hai avvisato”. “Una donna dovrebbe sempre voler sapere”. “Ho superato la prova”? “A pieni voti”. “E”… Lei si sta già sfilando la maglietta: “Andiamo a letto e te lo spiego”.
Mi permetto, nell’articolo, di indicare un mio sospetto: «C’è già un piano di recupero e riqualificazione depositato in municipio? Firmato Bernardo Carafa, responsabile per la cronaca nera».

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Piccoli gialli italiani16. Mi sbatte fuori dalla notte un fracasso incredibile. Mentre cerco di svegliarmi penso che sarei più tranquillo a casa. Stiracchio le braccia. Sbadiglio. È un’ora che non fa per me. Mi domando a cosa sia dovuta la grande confusione. Non faccio in tempo a chiedermi altro. Ciabattando li raggiungo in cucina. Non capisco tutto. Non sono ancora completamente sveglio. Sembra che mi si imputi di aver fatto qualcosa. Forse mentre dormivo? Quella strana donna non manca di un coraggio che non le conoscevo. In fondo sono solo un suo ben strano affittuario. Mamma non parla con lei. Ha dovuto perorare la mia causa Papà. Abbiamo una lontana e strana parentela. Ambigua. Nemmeno è veramente mia zia, la Zia. Credo che lo faccia per una cifra praticamente simbolica. Comunque come un piacere.
Lei, la Zia cerca di opporsi con tutte le forze al mio arresto. Fronteggia sbraitando i due poveri questurini. Facendomi scudo col corpo. Spingendoli via. Mulinando le mani. Decisa. Indomita. Gridando che sono un bravo ragazzo. Che non ho mai fatto niente. Che non vado a donne. Che me ne sto sempre in casa. Per gli affari miei. Che non faccio che studiare. Perché mi trascinano via senza che abbia potuto prendere nemmeno un caffè. Continua a gridare mentre esco in mezzo ai due militi. In verità non mi trascinano via. Più Semplicemente mi hanno invitato a seguirli. Il più gentile, perché ce n’è sempre uno più gentile, mi dice che mi vogliono solo parlare. È così che mi trovo, in un ufficio buio e triste, davanti l’appuntato Buonadonna. Per un attimo non alza gli occhi dal suo mucchio di carte. È una mossa palesemente studiata. Poi ci guardiamo come si sbirciano due sfidanti.
Dura poco. “Finalmente abbiamo qualcosa da dirci, noi due”. “A cosa debbo… l’onore”? “Qui le domande le faccio io”. È un classico di ogni libro e film giallo. È una frase che non manca mai. Lui ne sembra orgoglioso. “L’ascolto”. “Bene, finalmente non me la ritrovo tra i piedi a rompere per niente”. “Veramente”… Cerca di essere formale: “Lei è stato fermato”… Non posso ricordare il fatto. La parola “Fermato” mi pare avere già in sé un indizio di sospetto. Se non già di dolo. Lo faccio notare. Mi attengo al lei anch’io: “Mai stato fermato, come dice lei”. “Le sono state prese le generalità la notte del… alcune notti fa. In una località del Lido. Mi può dire cosa ci faceva”. Comincio a ricordare. Cosa c’entra? “È passato un bel po’ di tempo”. “È irrilevante. Come si dice: il tempo passato non macina. Lei sa che quei luoghi sono frequentati di giorno da persone che si spogliano. Senza nemmeno il costume. Capisce quello che intendo”? “Mi è stato riferito”.
Altra piccola pausa per fissarmi: “Cosa ci faceva, in spiaggia, di notte”? “Passeggiavo”. “E lei va in spiaggia, a passeggiare, in piena notte”? “Non mi sembra un reato. A volte, se non prendo sonno. Se ho voglia di camminare. Di silenzio. Di stare solo. Di riflettere. Altro”? Sembra pronto a sferrare la sua mossa. Proprio come il gatto con il topo: “Conosce il signor Bisson”? “Non credo. Perché dovrei”? “Non crede oppure?”… “Mai sentito nominare”. “Il signor Virgilio Bisson, di anni cinquantatré, nato il… eccetera eccetera, residente in via… eccetera eccetera… Dicevamo il citato Bisson è conosciuto in loco, e anche da noi, per la sua passione pervertita. Come guardone”. “Non frequento. Non capisco la domanda”. “Il signor Bisson è stato trovato, cioè il corpo del dissoluto poveretto, ormai senza vita, ma la legge è uguale per tutti, è stato ritrovato, come dicevo, riverso sulla sabbia nei pressi… dove lei è stato fermato”. Mi pare allucinante: “E allora”?
Penso rapidamente: Finalmente c’è il morto. Il morto ammazzato. La vittima e la trama. Ho il mio giallo. Sono quasi euforico. Poi comincio a diffidare della fortuna. Non vorrei trovarmi in un guaio. Lui non demorde: “Non mi ha ancora detto la verità. Cosa ci faceva di notte”? Mi sento stanco. Stanco di tante domande. Di tanta stupidità. Di tanta inutilità. E anche guardingo: “Confesso, mi sono recato per cercare di fare una mia indagine. Per quella povera ragazza. Per quel povero ragazzo”. Per un attimo scorda le formalità: “Vedi cosa succede a mettere il naso in cose che non ti riguardano. Più grandi di te. Nel nostro lavoro. Eppure te l’avevo detto. Perché non usi la spiaggia come tutti”. Mi sono rotto: “Ci ho provato. Ci ho provato a usarla anche come tutti. Questo è il risultato”. “Forse”. “Non può essere che uno stupido caso”. “Le conclusioni le lasci trarre a me. Prego. È sicuro di non essere tornato sul posto anche la sera di ieri. E la notte. Ha qualcuno che può confermare dov’era ieri sera”? Per niente al mondo metterei in mezzo a questo casino il nome di Matilde. Piuttosto mi mordo la lingua. Me la taglio. Non mi fido molto del fiuto dell’appuntato. Delle loro indagini. Della legge ancora meno: “No! nessuno”. Non ho il tempo di pensare che coinvolgerei anche lei.
Preferisco un cauto silenzio. L’attesa. Sbrigarmela. Vedere come va a finire. Sono certo che la Zia confermerebbe che sono tornato alle otto. Che ero a letto. Ma Matilde deve restare fuori da questa faccenda. E poi non c’entriamo niente, né io né tantomeno lei. “Vediamo cosa mi dice ora”? Prima che lo realizzi la fa entrare e me la trovo al fianco. “Lei conferma che nell’occasione era in compagnia del qui presente signor Bernardo”? “Confermo”. “Mi può cortesemente dire cosa ci facevate in piena notte”? “Cosa vuole che ci facessimo, commissario”? “Appuntato, prego. E che era con lo stesso Bernardo, e nello stesso posto, non più tardi di ieri”? “Confermo”. “Siete stati visti, diciamo così, in intima discussione”. “Confermo”. L’appuntato ha un sorriso furbetto. Certo che è impossibile passare inosservati.
Certo che questo mondo ha più occhi che vizi e voglie. Certo che… Tutto. “Posso pensare che tra voi siate?”… “Buoni amici”. Lo trovo un po’ insistente. E un pochino impiccione. Tengo per me la mia opinione. “E lei, signorina, con gli amici?”… Non ha un attimo di esitazione: “Confesso”. Non può non ridere. Non abbiamo che preso il sole. Niente di più, niente di meno. “Fossi in lei non la prenderei tanto alla leggera”. Lei si finge seria: “Non lo faccio”. “Come dicevo, il signor Virgilio Bisson eccetera eccetera, manovale, come da verbale, è stato trovato cadavere riverso nella spiaggia. La bocca spalancata digrignata a mordere la sabbia. Gli occhi sbarrati volti alla luna. Tenuti dilatati con due cerotti”. Matilde non si perde d’animo: “Morto soffocato”? L’appuntato Buonadonna non la richiama. Non le dice come ha detto a me. Si limita a rispondere con un’affettata cortesia: “No! strozzato”. “Ora presunta”? “Tra le tre e le quattro del mattino”. “Che lavoro fa la moglie”? “L’infermiera”. Questa non l’ho capita ma se i delitti li vedo in tv c’è sempre qualcosa che non capisco. Più di qualcosa. Finché non svelano la fine.
Quello che mi mette in crisi sono le domande simili che, a prima vista, non c’entrano un fico. In questo caso anche se la guardo più volte. “Con cosa è stato strozzato”? “Tramite calza di seta. Rinvenuta stretta al collo della vittima”. “È la prima volta che si parla del signor Bisson”? “Più volte è stato oggetto di denuncia per lo stesso motivo. E più volte si è rivolto al pronto soccorso, e a noi, per essere stato malmenato”. Non so di che ma Tilde prende ancora più animo. Ha un’aria trionfante: “Come può vedere non porto calze di nylon”. Per guardare lui guarda: “Seta”! “Nemmeno di quelle”. La mia solita spiritosaggine involontaria: “Nemmeno io”. E lei si dà anche un po’ di arie: “E studio. A tempo perso faccio la baby-sitter. Capisce. Mansione nobile”. L’appuntato Buonadonna pare arrendersi. Le spalle gli penzolano dentro la divisa inappuntabile. L’indumento sembra svuotato: “Capisco. Certo”. Lei: “Credo che ora possiamo andare”. “Certo”. In realtà il povero scomparso non faceva del male a nessuno.
Per un po’ passeggiamo sottobraccio in silenzio. Poi lei mi guarda stupita: “Hai capito”? “C’era qualcosa da… Non ci ho capito un acca” “Ricapitoliamo: Lui si chiama Virgilio Bisson da tutti conosciuto come il Lince. Lei è una donna robusta, direi massiccia. Ricordi cosa fa? Te lo ricordo io: l’infermiera. Hai capito ora”? “No”! “Era di turno”? “Che ne so”? “È facile verificare”. “Continuo a”… “Volevi il giallo. Hai avuto il tuo delitto. Te la scrivo io la fine dell’articolo. La soluzione. Va”… Quelli del Centro erano già pronti a indire una manifestazione contro la repressione sui compagni. Antifascista e contro la violenza delle forze del disordine. Non faccio parte di quel mondo. Non faccio parte di nessun mondo. Faccio parte di un mondo a parte. Noi non siamo delatori. Noi, io e Matilde, non denunciamo nessuno. Lasciamo che resti classificato come delitto di ignoto. Il mondo resta lo stesso. Forse ha ragione lei: che quella donna non ne poteva più del vizietto del marito. Forse era stanca di lavorare mentre lui si andava a divertire. Sono solo povera gente. Portate pazienza con il vostro Bernardo Carafa, aspirante giornalista, possibilmente di nera. Magari ci leggiamo un altro giorno.

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Piccoli gialli italiani15. Ho aspettato con impazienza. Ho aspettato Matilde. Colmo di speranza. Non sono cieco e mi accorgo che ha qualcosa nello stomaco. Che non sa come dirlo. Che fa fatica. Che le rode. Aspetto. Paziente. “Da domani ci potremo vedere meno. E qualche volta sarò stanca. Devo tornare a lavorare. Ho bisogno di quei soldi”. Lo so da me che è stupido: “Ma io ho bisogno di te”. “Tu hai già me. Ma io non posso stare senza lavorare”. Decidiamo, in fretta, per un altro giorno al mare. Passiamo da me e poi da lei per quello che le serve. La aspetto sotto la porta, irrequieto. Conto i minuti. Anche i secondi. Non riesco a comprendere come potrò aspettare le ore. Forse giornate intere.
La spiaggia è il solito carnaio. Ho voglia di stare solo con lei. Nel pomeriggio ci siamo appartati tra gli scogli. Eravamo fuori dal mondo. Eravamo soli. Soli e qualche gabbiano curioso, alto nel cielo. Con un silenzio assoluto disturbato solo dai nostri baci. Avete presente quei minuscoli costumi con poca stoffa morbida e leggera? Con due cordoncini ai lati che s’intrecciano in una ciocca? E col reggiseno uguale, sempre piccolissimo, e sostenuto da un cordoncino simile? Proprio quelli. Matilde ne ha addosso uno così. È un invito. È una tentazione. Si prende gioco dei miei occhi in adorazione. Mi dà un leggero scappellotto benevolo e si stende al sole. Poi si appisola e io resto a guardarla. Uno di quei gabbiani precipita, come un proiettile, con le ali chiuse, fracassa la superficie del piano quasi immobile dell’acqua, ed esce risalendo verso il cielo con l’ultimo pesce stretto nel becco.
La tentazione è troppo forte. Slaccio prima l’una, dopo l’altra ciocca. Abbasso, lentamente e con precauzione, con fare complice, quella parte posteriore del piccolo slip. Quella piccola stoffa. Proprio come un ladro. Lei probabilmente sta sognando. È completamente assente. Potrebbe scoppiare la guerra. Non mi muoverei di un muscolo. So di essere un cialtrone. Nessuno mi può vedere. Nessuno ci può vedere. Nessuno mi può scoprire; tranne lei. Che resta tranquilla. E… Ma niente dura quanto vorrei. Resto ad ammirare quella meraviglia. Per alcuni minuti; finché non torna dal mondo dei sogni. E torna lentamente, con una calma sazia, e poi piomba nella realtà. Mi dice con un senso di fastidio: “Coprilo”. Le verrebbe da ridere, se non fosse… “Stupido”. Ho ancora la stoffa tra le dita. Si ripete sputandomi addosso il suo imperativo: “Coprilo. Stupido”!
Lo copro con la mano, e cerco di farmi perdonare soffocandola con un bacio. Lei per un poco non protesta. Non vuole interrompere quel momento. Lascio quella mano abbandonata. Non so cosa aspettarmi dopo. Forse l’ho fatta grossa. Forse non dovevo. Mi riempio il palmo con la carne liscia e soda della sua… natica. Non stringo la presa. Poi si stacca e cerca un’espressione forzata di rimprovero: “Sai che non mi piace”. “Perché”? Mi toglie la mano indispettita senza ricoprirsi: “Semplicemente non mi va. È grosso”. Continuo a riempirmi gli occhi: “È bellissimo”. “Non mi piace. Ed è invadente”. Io la trovo perfetta. Mi prende il polso e mi allontana la mano. Si fa scorrere sopra la stoffa, con un gesto disinvolto, e si allunga desiderosa di un altro bacio.
Siamo solo nel nostro bacio. Cerco di consolarla tra le mie braccia. Abbiamo ancora tutto il tempo che vogliamo. E c’è il mare. E c’è il sole. E siamo io e lei. Lei che cerca disperatamente di trattenere quella poca stoffa. Il costume. Che la copre. Che non la copre. Di non farla scivolare. Ma non vuole restare nuda. Come se non fosse già abbastanza nuda così. La sera può ancora aspettare. Ma non ha ancora molta pazienza, la sera. È stata una giornata lunga. Ma proprio in quell’istante i nostri respiri si interrompono. In un attimo. Abbiamo un sobbalzo. Blocca entrambi un rumore vicino e minaccioso. Non simo più da soli. È un attimo, mi guarda allarmata. Sono paralizzato. Il tempo di reagire e lei si è già sistemata lo slip. Ha già allacciate tutte quelle ciocche. E sistema le coppe sulle poppe. Allungo il collo per spiare oltre gli scogli. Guardingo.
Settembre non mi ha mai portato fortuna. Faccio a tempo a vedere una figura ignota che si allontana rapidamente. È probabilmente l’ombra di un semplice guardone. Deve essere rimasto deluso. Siamo stati noi a interrompere lui. Se non fosse per la paura che ha causato… In fondo che male c’è. Non reca danno a nessuno. Non c’è colpa se non c’è danno. Siamo più colpevoli noi che… C’è a chi piace guardare. A chi fare. A chi semplicemente sognare. E a chi piace farsi vedere. A Matilde non piace, ma è una gran cosa bella da vedere. Se non fosse che ero con lei, vorrei essere stato al posto dell’altro. Di quell’uomo. Spiarla. In fondo cosa stavo facendo di diverso se non guardarla? È solo che lei ormai ha voglia di tornare. Cocciuta. So che non riuscirei a farle cambiare idea. Che abbiamo finito il tempo. E ci salutiamo quando per me è ancora troppo presto. Cocciuta la miseria.
Quando non sono con lei penso solo a lei. O quasi solo a lei. Forse l’ho già detto. Almeno a me sono sicuro di averlo già fatto. Penso che le vorrei dire e non trovo mai le parole. Penso che non so cosa pensare. Penso che non so cosa sia. E cosa siamo. E che non mi interessa di scoprirlo. Penso che lei mi ha aperto gli occhi. Mi ha aperto un mondo. Penso che lei mi ha dato tutto. Troppo. Che non mi è mai abbastanza. Penso al suo corpo. Penso alle sue carezze. Penso alle nostre debolezze. Ai suoi occhi cosi intensi. Alle sue gonne, e rido. Penso che vorrei girare un video. Di noi due. Con cellulare. E metterlo in Youtube. Penso che vorrei che tutti ci vedessero. Penso che è una sventura, per chi non la può vedere. Penso che vorrei vederla solo io. E continuare a guardarla. Penso che odio gli occhi degli altri. E quello che posso, o potrei, leggere in quegli occhi. Penso che settembre non è poi così male. Penso che non c’è un lavoro che nobiliti l’uomo. Aspetto di rivederla il giorno dopo.
Me la vedo capitare con un diavolo per capello. Ha fretta di parlare. Mi racconta che il marito mandrillo, appena soli, ha provati ad allungare le mani. “E tu”? “Me le sono tolte subito di dosso. Prima ancora che mi sfiorasse. Non gli ho lasciato il tempo. L’ho fulminato. L’ho sputato con rabbia. Ho preso la porta e gliel’ho sbattuta in faccia. Non sono tipo… E ora ho te. Mica mi faccio mettere sotto. Così. Il primo giorno”. È fuori di sé. Cerco di calmarla. Siamo in un bel guaio. Ci mancava solo questa. Per terminare bene la giornata. Certo che ha fatto bene, ma… “E adesso che farai”? “Cosa posso fare? Cosa potevo fare? Fortuna che poi ha chiamato. Si è scusato. Ha detto che non succederà più. Che è stato un attimo. Mi ha pregato di non farne cenno alla moglie. Come se fossi più stupida di quanto sono. Che avevano bisogno di me. Ha fatto leva sul mio affetto per i bambini. Sul loro. Mi ha dato la giornata libera. Ed eccomi qua”. Proprio una fortuna.
C’è un confine molto sottile, labile, tra la legalità e il crimine. A volte è quasi invisibile e fragile. Per un istante ho un solo istinto: vorrei ammazzarlo, il maiale. Vorrei cercarlo e sgozzarlo, con le mie mani. E un coltello da cucina. Si che non mi potrò più fidare. E lo maledico. E bestemmio. Non le chiedo che ne pensa. Temo che la sua risposta non sia la mia. Mi limito a stare in silenzio. Vorrei parlare dell’impossibilità di restare soli. Di trovare uno spazio di intimità. Anche di semplice riservatezza. E forse anche quell’uomo, e la sua ombra, si sentivano soli. Poi torno a penare all’altro. A quel padre. E lei è una vera tentazione.
Perdono chi spia. Non riesco a perdonare la prepotenza. L’arroganza. La presunzione. Ma mi è difficile condannare. Sono un Pilato. Sono un fabulatore senza argomenti. In fondo siamo tutti un po’ guardoni. E non è stato nemmeno un tentato stupro. Forse. Dentro le case succedono cose ben peggiori. E magari quel padre ha veramente perso, per un attimo, la testa. La guardo. Sono quasi tentato di capirlo. Non sempre siamo quello che gli altri vedono. E magari sperava. Non ho nessuna risposta. E non tutte le risposte sono uguali. Mi metto al portatile per scrivere che hanno sequestrato una quintalata di riviste porno. La città dorme sopra le sue fatiche.

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Piccoli gialli italiani14. A fare all’amore si impara subito. Ad amare non si finisce mai di imparare. Per alcuni giorni sono stato in catalessi. Sorpreso. Muto. Da solo. Non riuscivo a pensare che a lei. A quello c’era stato. Al nostro amore. Aspettando solo di rivederla. Perché non chiamava? Perché non rispondeva? Poi, lei, mi avrebbe confessato che è stato lo stesso. Anche per lei. Che si è trovata sbigottita a chiedersi cosa eravamo. E cosa eravamo diventati. Che aveva avuto bisogno di tempo per pensarci. “Non che mi sia pentita. Questo mai”. Solo aveva bisogno di tempo per capire: Non era solo una ragazza per… Era una ragazza da amare. E che sapeva amare. Stupido. Con gioia mi aveva detto in un orecchio: “Ora lo sei, veramente, il mio ragazzo. Per me”. Come sono stupidi gli uomini. Nel frattempo ero già passato un paio di volte sotto casa sua. Senza il coraggio di chiamare. Di suonare. Di salire. Dopo averla vista… nuda, solo allora ho capito che, non c’è niente di più bello.
Ora che lei è tutto, è troppo, non c’è che lei. E ho paura. Non puoi temere di perdere quello che non conosci. Ma dopo… E c’è sempre incertezza. E non puoi che essere confuso. E mentre cerchi di distrarti, di pensare ad altro, non c’è che lei. Lei e i suoi occhi. Lei è i suoi baci. Lei e tutto di lei. E hai sete di lei. E hai fame delle sue carezze. E non credevi che l’amore fosse così… qualsiasi cosa. Che ti senti persino volare. E gli uccelli ti cinguettano nello stomaco. E ti sembra di non provare fame. Altro appetito. E la vita diventa solo attesa. Sì! sono egoista. La vorrei solo con me. Sempre con me. Non si può avere tutto. Mi sembra che lei me l’abbia dato quel tutto. È solo che non è mai abbastanza. Il giorno dopo è sempre così.
E poi non è così che vorrei. Il mio sogno è diventare un cronista, possibilmente di nera, non di rosa. E raccontare la realtà, non il mio privato. Ma oggi ho meno rabbia. Il vostro Bernardo Carafa è in pace col mondo. Ma è questo il mestiere dell’inviato? Temo di no. Vorrei avere la memoria Sarti Antonio, sergente[1], la sagacia del commissario Luigi Alfredo Ricciardi[2], La pignoleria mai rassegnata di Sandrone Dazieri[3], l’arguzia del Commissario Carlo De Vincenzi[4], la perseveranza dell’ispettore Camilla Cagliostri[5], non certo la confusa sbadataggine dell’ispettore Coliandro, ma piuttosto la perspicacia immaginifica di Grazia Poletti[6], l’intuizione del commissario Salvo Montalbano[7], la fervida immaginazione deduttiva di un Carlo Lorenzini –o del suo amico Jarro– più che la fredda razionalità insensata del delegato Masi[8], e poi… che ne so? eccetera. Ma ho solo un portatile, una linea instabile –che anche in questo momento mi ha abbandonato– e dieci dita. E non sono quelle le armi del buon giornalista. Dovrebbe raccontare i fatti. Registrare. Trarne anche delle conclusioni più o meno sociali. Avvertire i rumori di fondo. Limitarsi a informare, a suo modo, i lettori. L’indagine spetta a loro, ad altri.
Vado in tribunale più che altro per vedere l’ambiente. Semplicio è appena uscito. Se avevo dubbi ora ho solo certezze. Si giudicano, e si condannano, solo poveri disperati. Si finisce lì dentro per un maglione. Per due arance. Per aver scordato la patente. Per essersi confusi. Per un cazzo di niente. Solo perché non si hanno santi in paradiso, né santini. Nemmeno in tasca. Solo perché non si ha una giacca per la festa. Solo per aver bevuto per una delusione. Solo per essersi ingarbugliati con le parole. Solo per aver gridato “Pace” o “Libertà”. Solo per aver gridato troppo forte. Solo per aver scelto la maria sbagliata. Solo per aver creduto nel Dio sbagliato. E sono tanti. E sono troppi. E qual è quello giusto? Sono solo poveri disgraziati. Se continuo così viene anche a me la colite.
Eppure c’è una sorta di emorragia, uno alla volta se ne vanno. Quelli famosi muoio tutti. Chi perché ha finito di raccontare la sua storia. Chi per vizio o per droga. Chi di piombo. Muoiono come una litania. Come grani di un rosario blasfemo. Chi suonerà la musica da domani? Sarà perché prima si dovrebbe diventare famosi, per poi poter morire. Sarà perché di miti non ne nascono più. O ne nascono troppi. E nemmeno la televisione riesce a partorire eroi. E resta solo un grande silenzio. A dire la verità sarebbe morto anche Sarti Antonio, sergente. Sarà perché o sei famoso o non sei. Degli altri non gliene frega a nessuno. Devono solo morire senza far rumore. Dovrebbero andarsene alla chetichella. E per fare lo fanno, senza fanfare. Basta un prete e quattro parole. Mandano in paradiso anche chi non ci vuole andare. E se paghi ti danno due righe sul giornale di tutti santi. E qui non muore nessuno.
Con Beatrice, da bravo vigliacco, ho scelto di tacere. Sperando che il tempo le desse la mia tacita risposta. Che capisse da sola. Solo poi ho scoperto, ma non confessato da lei, che mentre mi lasciava tutto il tempo per capire, lei aveva capito. E si era messa con un senegalese robusto. E all’improvviso aveva scoperto, e provato, tutte le bellezze del sesso. I segreti e le posizioni. Mi aveva chiamato mentre era con lui. Senza un minimo di pudicizia o vergogna. Con la solita aria da santarellina. E il suo fisico slanciato da indossatrice. Che lui si stava spupazzando alla grande, ma che a me non ha mai fatto vedere né toccare. Appena annusare. Credo si sia fatta buddista. Ma questo dopo quella sua breve infatuazione per l’esotico. Credo si sia fatta ritrarre in pose e situazioni ardite. Non le ho viste. E sinceramente non me ne frega un cazzo. So però che qualcuno, dietro le spalle, per i corridoi dell’ateneo, mi adita, con rispetto, come: quello è stato il ragazzo di Beatrice.
Avrei voluto che di quella mattina, la nostra storia, fosse il mio post. Il mio articolo. La carta d’identità del mio farmi giornalista. Naturalmente non potevo farlo. Naturalmente era importante, e interessava, solo per noi. C’erano cose da non dire per pudore. Altre da tacere per delicatezza. Altre per rispetto degli altri. Tutte solo nostre. E forse le parole avrebbero solo sporcato quella nostra storia. Per quel giorno Nardo Carafa avrebbe scritto solo un necrologio: per un ragazzo scomparso per un buco. Un ragazzo per cui nessuno avrebbe potuto più fare niente. Di cui prima non era importato molto a molti. Per il quale prima tutti avevano fatto poco. Un ragazzo che era un ottimo studente. E che aveva lasciato la scena in silenzio.

[1] Personaggio dei romanzi di Loriano Macchiavelli.
[2] Personaggio dei romanzi di Maurizio De Giovanni.
[3] Personaggio dei romanzi di Sandrone Dazieri.
[4] Personaggio dei romanzi di Augusto De Angelis.
[5] Personaggio dei romanzi di Giuseppe Pederiali.
[6] Personaggi dei romanzi di Carlo Lucarelli.
[7] Personaggio dei romanzi di Andrea Calogero Camilleri.
[8] Personaggi dei romanzi di Leonardo Gori.

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Piccoli gialli italiani13. Mi ha invitato da lei. Per la prima volta. La bacio sulla porta. Mi guardo intorno, è tutto nuovo, per me. È un monolocale, ma è carino. Davanti c’è una porta socchiusa che è certamente quella di un piccolo bagno. A destra c’è una scala che porta sopra a un soppalco colmo di grosse scatole colorate. Sempre a destra un vecchio armadio e una strana spalliera dove sono appesi degli. Sempre a sinistra c’è un lettino invadente e un po’ insolente ancora sfatto. Accostato al muro. A una piazza. Vicino una specie di cassetta a mo’ di comodino, con un libro aperto sopra, un posacenere e una piccola lampada. Una seduta tipo Wassily-Marcel-Breuer, credo, ma solo tipo. L’illuminazione consiste in una serie di lampade e faretti a terra o sospesi.
Lei è palesemente imbarazzata. Confusa. Non sa cosa fare e come mettermi a mio agio. “Ti serve il bagno”? Mi siedo in punta della sponda del letto. “No! Grazie”. Non voglio allontanarmi. Aspetto che mi venga vicino per baciarla. Aspetto soltanto. Poi si preoccupa se ho preso il caffè: “Sei proprio sicuro di aver fatto una buona colazione”? Di come ho trascorso la notte. Di che libro sto leggendo. Non oso dirle che sto provando a giocare a uno di quei sparatutto. Non mi hanno mai appassionato i videogame, e non ci so fare. Semplicemente l’ho trovato in rete. Semplicemente mi sembrava presto per andare a letto. Cercavo una scusa che non ho trovato. Dondola sulle ginocchia. Finché si stanca di aspettare. Lei mi raggiunge. Non mi stancherei mai.
Ci blocchiamo all’improvviso perché mi suona il cellulare. Mi chiama Beatrice. “Ci hai pensato? Forse possiamo rivederci”. Ancora una volta ha sbagliato momento. “Magari. In questi giorni avrei da fare”. Breve pausa. “Non sarai mica arrabbiato. Guarda che è stato un bene. Credo di aver capito tante cose. Non è che sei arrabbiato? Ma… Non ti sarai mica messo con quella. Con quella Matilde”? Faccio quello stupito: “Cosa c’entra lei”? Lei è là, Matilde, che ascolta. Che non può non sentire anche se volesse. Ride in silenzio. Ritrovo quella mia Bice moralista: “Lei è una che non ci pensa due volte. Sarebbe una scelta terribile. È una tappa. Una vera nana”. Cerco di essere convincente.
La situazione farebbe venire da ridere anche a me: “Siamo solo amici. E poi Matilde è la ragazza di Baldo. Che c’entra? Come ti è venuta in testa”. “Di lui e di altri”. Matilde si stringe nel nostro abbraccio. Ridacchia e mi sfiora, impertinente. Si rannicchia tutta addosso a me. L’altra, Beatrice, è colta da un sospetto improvviso: “Sei con lei”? Sono inorridito. Certo che certe balle non sono mai così complicate da dire: “Perché dovrei”? Sono con le due donne della mia vita. Beatrice è la donna da sposare, per chi crede ancora al matrimonio. Tilde è quella da scopare, almeno è quello che sembra. Ci ho pensato, ho solo toccato: “Non è da te. Sei diventata gelosa? Ti ripeto che è solo la ragazza di Baldo”. Non so se l’ho convinta. “Beh! Allora… sto tranquilla. Magari ci sentiamo più avanti”. “Buona idea”.
Dovevo aspettarmi commento di Tilde: “Solo amici, eh?”… Cerco di rabbonirla, scusarmi e ruffianarmi: “Tesoro… Non mi… Non era il caso”… Ride del mio imbarazzo: “Hai fatto bene”. La magia però si è volatilizzata. Lo leggo da come lei si irrigidisce e si scosta. Ha bisogno di andare al bagno. È come se cercasse di soffocare un singhiozzo in gola. Fuori è una giornata di sole. La luce allaga la stanza in modo invadente. Prendo il libro in mano. È Ubu re. Non ci va giù leggera. Continuo a preferire un bel album di fumetti, o Ken Follett, nella vita Kenneth Martin. Continuo a parlare del grande niente, e lo faccio a voce alta per farmi sentire.
Torna con un’aria indispettita. Forse resoluta. Forse solo caparbia. Si siede vicino a me. Non abbastanza vicino. Mi guarda come se volesse insultarmi. Mi sorge il dubbio di dovermi scusare. Non so perché. “Ora… ti faccio vedere io solo amici”. Si tortura le dita. Tortura la maglietta. La stropiccia sul fondo. Si sistema i capelli. Il suo alito sa di menta e di dentifricio. Fa un sospiro di sufficienza. Si alza. Alza le spalle. Mi fissa e poi distoglie lo sguardo. “Ho deciso. Facciamolo”. Accende una candela profumata. Si sfila la maglietta. Mi metto comodo, per quanto posso, per godermi lo spettacolino.
Forse stavolta è… è la volta buona… che mi lascia guardare. Che me le fa vedere… Per bene. Le devo ancora toccare. Sono certo che ne abbia avuto voglia anche lei. Il reggiseno è bello pieno come sempre. E come sempre le contiene a fatica. È minuscolo. Le copre appena quei minuscoli indici che mi puntano. Solo che… non lo slaccia. Aspetta. Non si ferma che per un attimo. Fa lo stesso con quei maledetti jeans. Ho pensato che li avesse messi per dispetto. E precauzione.
Sono stupito. Senza respiro. Io la desidero già più che subito. Più che tanto. Mi fido di lei. Finalmente li abbassa e li scalcia lontano, nonostante che quelli cerchino di impicciarla e intralciarla. Si ferma un altro attimo. Si è pentita? È indecisa? Vuole che la guardi così? Ci sta ripensando? Dovrei dirle qualcosa? Non ho parole. Temo solo di soffocare. Gli slip, anzi il leggero tanga, ha delle tenui trasparenze. C’è un’ombra impudica in quella sua residua pudicizia. Si slaccia il reggiseno dietro la schiena e lo lascia cadere sul pavimento. Forse sto sognando. Esplodono all’aria che credo di sentire il rumore. Nude sembrano ancora di più. Danno una sensazione diversa e di appagamento. Per piacere stai ferma e lascia che mi ingozzi la vista di questa meraviglia.
Una donna nuda non è più solo una donna, è un intero universo misterioso tutto da scoprire. “Fanni posto, sbrigati”. Mi alzo dal letto. Lei ride con un suono isterico e imbarazzato. Si stende. “Vieni qui, stupido. Voglio che me le togli tu”. Ecco cosa voleva dire. L’abbraccio e sento tutta la sua nudità contro di me. Lei sente il mio entusiasmo e, ancora una volta, ride piano, in modo isterico e imbarazzato. “Perdonami ma… Non sapevo decidermi”… Voglio indagare solo nel delitto commesso da chi non ha saputo amarla. Le abbasso le mutandine e gliele sfilo. Cerca, per quanto le è possibile, di agevolare i miei movimenti. Ha ancora qualche remora. Mi sussurra solo all’orecchio: “Cerca di essere gentile. Per me… Per me… È la prima volta. Scusa”. E affoga le sue parole in un altro bacio. Mi scuso anch’io.
Al vostro Nardo Carafa, aspirante grande reporter di cronaca, possibilmente nera, non resta che scrivere un lungo articolo sulla morte di Cesare. Proprio Giulio Cesare. Lo so che è un episodio un po’ datato. Lo so che non interessa nessuno. Male. È sufficientemente cruento. C’è il delitto, la vittima e i colpevoli. «Io vengo per seppellire Cesare, non per elogiarlo. Il male che gli uomini compiono vive dopo di loro; il bene è spesso interrato con le loro ossa. Quindi lasciate che sia così per Cesare. Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. Se così era, era una colpa grave. E gravemente Cesare le ha risposto. Qui sotto il permesso di Bruto e dei rimanenti (poiché Bruto è un uomo d’onore, e così tutti gli altri, tutti uomini d’onore), io vengo a parlare al funerale di Cesare. (Cesare. Atto III, Scena II)» Come in ogni buon giallo che si rispetti. Come in quelli di Agatha Christie.
Odio l’ignoranza, soprattutto la mia. Che quelli credono che Brecht sia il cognome di Galileo e quel Giulio Casare, di cui non si sa il nome di famiglia, sia ancor in vacanza. nella costa bretone. «I paurosi muoiono mille volte prima della loro morte, ma l’uomo di coraggio non assapora la morte che una volta. La morte è conclusione necessaria: verrà quando vorrà. (Cesare: atto II, scena II)» Almeno gli studenti di storia dovrebbero interessarsi alla storia. Alle date. Mettendo ordine. La guerra di Troia, 1250 a.C. o tra il 1194 a.C. e il 1184 a.C.; allora non c’era nessuna certezza. La scoperta dell’America, 1492. La Rivoluzione d’ottobre, 1917. Il maggio francese, 1968; questa è facile. Lo scioglimento dei Beatles, 1970, nonno ci fece una vera malattia. Lo stesso della morte dei grandi del rock. Anno particolarmente funesto. Il giorno della morte di Luigi Tenco, Sanremo, 27 gennaio 1967. Il giorno del giudizio, a futura memoria. Non molto, ma le cose che so le so. Magari confuse.
Matilde mi fa i complimenti per il pezzo. Dice che, pure se con un linguaggio fin troppo elementare, potrebbe essere utile anche per una tesina. Mi corregge solo sulla Rivoluzione russa: febbraio 1917 del calendario giuliano. Cavolo, col cirillico nemmeno i mesi sono gli stessi. Merda.
Ci sono momenti in cui bisogna saper tacere. Singhiozzare piacere e stupore al silenzio. L’unico mistero che m’interessa in questo momento è il mistero dei suoi occhi. Lascio le indagini a chi le dovrebbe fare per dovere. Non me ne frega un cazzo di tutti i crimini di questa città.

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Piccoli gialli italiani12. Suona e vibra il cellulare. È Tilde. Ci metto un po’ a riconoscerla e capire. Guardo l’orologio. “Ciao sono io”. “Ho sentito che sei tu”. “Ciao”. Cazzo, sono appena quasi le dieci. “Hai voglia che vengo fino a là”? “No… cioè sì… ma ora no. Non ho chiamato per quello”. Cazzo vuole a quest’ora? “Ti ricordi della nostra prima volta”? “Che vuoi dire”? “Quando ci siamo dati il primo bacio e ho dovuto chiedertelo”? “Certo che ricordo”. “Quando te l’ho… sì… insomma… La prima volta”. “Certo che ricordo, Matilde”. Non avevo bisogno di tutti i particolari. “Ti ricordi dove ti avevo portato”? Era partita seria. È chiaro che a questo punto le viene da ridere. Che ha voglia di prendermi per il culo. È chiaro che non ha chiamato per questo, e che gli è già passata subito la voglia di farlo. “Ricordo tutto, Matilde”? “Ti ricordi dov’eravamo seduti”? “Certo, vuoi dirmi cosa c’è”? “Non ti incazzare. Abbi pazienza. Guarda che metto giù. Non sei tu quello che vuole fare il giornalista? È che sono una stupida. Per me io mi farei i cazzi miei. Se mi ci fai pensare… Se mi fai pentire… ti dico solo: vieni. Corri subito qui. Che ho voglia di… pensare con te. Ma non darti troppe arie. Non è niente di”… Mentre ride la interrompo irritato: “Vuoi dirmi perché hai chiamato”?
Sono sveglio completamente. Presente. “Scusa. Non lo penso, veramente. Mi andava di scherzare. È una cosa importante. Dando le spalle al portone esci dalla corte. Giri a destra e poi a destra e poi ancora a destra. Sei abbastanza sveglio? Credi di aver capito”? “Certo che ho capito. E allora”? “C’è una riva. La vedi subito. Ma vedrai prima il capannello di gente intorno. Non puoi sbagliare. Ma… mettiti qualcosa addosso prima di uscire”. “Cosa è successo”? “Sembra, ma è sicuro, che hanno trovato un corpo che galleggiava sul canale. Risputato dall’acqua”. “Morto”? “Come dici che sia? Non stava certo nuotando. Non ti avrei chiamato per uno, magari pazzo o ubriaco, che fa il bagno di notte”. “Ci vado subito”. “Sappimi dire”.
Ci sono tutti: «dal commissario al sagrestano». Naturalmente con l’appuntato Buonadonna in prima fila, ritto come un chiodo. Sono cose che non succedono da noi. Che non dovrebbero succedere. È questa la sorpresa. È questa la novità. “Sta arrivando la mafia anche da noi”? È naturale che non lo penso affatto. Quelli sono già arrivati da un pezzo. Non amano fare troppo rumore. E non gli avrebbero permesso di fare il bagno senza un paio di scarponi di cemento ai piedi. Che l’acqua non è nemmeno abbastanza alta. Si sarebbero spinti più al largo. Voglio solo provocarlo e vedere cosa dice. Dice solo quello che mi posso aspettare da uno come lui: “Sembra”.
Nel giro di poche ore ne trovano un altro, di corpo. Tale Ottaviano Li Castri. Uno dell’ambiente, ma non è un delitto di mafia, questo è certo. Le solite voci informate, ma in questo caso molto meno loquaci, spiegano che è un delitto d’onore. La vittima ha ucciso e buttato in acqua il presunto amante della presunta moglie. Una giovane donna di bell’aspetto, quella del Li Castri, belloccia, di una bellezza piuttosto evidente. Molto dipinta. Spesso notata nei negozi del centro. Con un passato un po’ complicato. È certo che era stata in gioventù prima un’aspirante attrice, poi un’affermata battona. Gli uomini d’onore non hanno perdonato, allo stesso Li Castri, l’errore. E il troppo baccano. L’hanno consegnato come un pacchetto per la polizia.
Finalmente: «Cari amici. Non c’è di che preoccuparsi. Siamo in buone mani. E navighiamo in buone acque. Le stesse acque che ci hanno restituito il corpo di Sante Giovinazzi, noto donnaiolo. Il quale pare aver tratto diletto dalla donna sbagliata. Il marito della stessa, Ottaviano Li Castri, è stato già rintracciato dalla polizia, un poco morto. La donna affranta non sa chi piangere per primo dei due. L’autore di queste poche misere righe non ha mai detto che il Li Castri sia uomo in odore di mafia. Sospettato di essere nel giro della droga.
Lo stesso autore del presente articolo si guarderebbe bene dall’affermare, in mancanza di prove certe, che giustizia è stata fatta dagli stessi uomini d’onore. Non s’erano mai visti atti simili nella nostra città, e speriamo non si ripetano. La legge ha vinto, grazie alle nostre amatissime e efficientissime forze dell’ordine. L’indagine è chiusa. È risultato che i due non possono che essersi uccisi reciprocamente. Pur a distanza di qualche ora e di quasi un chilometri. Il primo vittima da arma da taglio. Il secondo con un colpo di pistola alla nuca. I nostri cittadini, come dice il questore, possono tornare a dormire sonni tranquilli. Il vostro attento Bernardo Carafa».
P.S. Sul mio scoop è piovuta una vera tempesta di like. E un paio di telefonate, più che altro prive di parole. Solo in un paio sono stato chiamato “Coglione!” e “Stupido coglione!” e in un altro invitato a starmi attento e guardarmi le spalle.

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Piccoli gialli italiani11. Per studiare cerco di farlo. Ci metto impegno. Ostinazione. Mi distraggo continuamente. Sono nel mezzo di un’indagine. Quella su un cinesino italiano. È ancora un vero mistero. Quello ha persino cambiato il nome. Ma è solo un delitto letterario. Il solito mistero della porta chiusa. Ma il racconto racconta che non siamo in un romanzo. Anche questo è un solito. Il primo assassino è sempre lo scrittore. Certo ce ne sarebbero di cose da dire e non dire sulla manodopera in nero. Sulla schiavitù e le nuove schiavitù. Su questa nuova economia. Sugli sbandati e sui disperati. Ma c’è tempo per ogni cosa. E poi qui quella miseria non c’è o è nascosta. Sembrano problemi degli altri. Qui ci sono solo le luci delle vetrine. È tutto un grande emporio. Un varietà. Siamo tutti in mostra.
Bart mi chiede se possiamo vederci. Non ho niente di meglio da fare. Esco. In verità scopro che era solo perché nemmeno lui aveva nulla di meglio da fare. Il mio, di cinesino, fa la pizza. A due passi da casa mia. Non ho niente di cui lagnarmi. Preferirei però che me la facesse un napoletano. Ma forse solo perché a Napoli i pomodori prendono più sole. Hanno tutto un altro gusto. Un altro, di cinese, poco più avanti vende tutto a un euro. E una fa la barista, e piccola ristorazione. Bartolomeo ama meno questa invasione gialla. Dice che non se ne può più. Che si stanno comprando tutto.
Mi saluta Serenella Viviani, con un sorriso luminoso. Saluta proprio me. Fa per fermarsi. Ci pensa e decide di proseguire. Bart la conosce meglio. È anche piuttosto carina. Da quando ho cominciato a cercare di trasformare il mio io in un narratore della cronaca, preferibilmente di nera, la mia vita sentimentale è cambiata. I miei rapporti con gli altri, e con le donne, sono mutati. Mi sorridono e mi salutano più volentieri, più rapidamente, le ragazze. Forse investendo nel futuro, o credendo sia già arrivato. Forse accetterebbero anche un invito, anche banale. Non mi ci provo a provarci. Da quando ho cominciato a prendere il posto di Baldassarre tutto mi sembra mi venga reso più facile. Non che mi chiedano un autografo, questo proprio no.
E l’ho preso quel posto, il posto di Baldo, anche tra le braccia di Matilde. Un po’ ne sono orgoglioso, e un po’ non ne vado fiero. Mi sento un po’ vigliacco. Come di aver tradito un amico. Ma non eravamo veramente molto amici. Non l’ho fatto di proposito. Ci sono stato quasi costretto. Sono caduto tra le sue braccia. Nelle sue mani. E forse il loro era già un amore finito. Mi giro a guardarla, mentre si allontana, quella Viviani, dopo il suo affascinante “Ciao”! Se ne va e sente i miei occhi addosso. Mostra di esserne fiera. Cerca un ultimo tentativo di affascinarmi. Bart sorride. Capisce a modo suo il mio interesse. Conoscendolo posso immaginare che già si sta creando delle storie in testa. Vivo nei panni di un altro. I miei occhi servono per farle sentire belle. Belle è importanti.
Saluto la mia cinesina del bar, anche se non sono mai riuscito a farmi fare un caffelatte. O un caffè, o un latte. Non ci sono vie di mezzo. Non riesce a mettere le due parole in uno stesso bicchiere. Ho provato varie volte a spiegarmi. Alla fine ho sempre finito per prendere un cappuccino. Non è la stessa cosa. Lo so. Ma mi sta simpatica, e ha un sorriso… orientale. Accattivante. E poi, in termini pratici, almeno le brioches sono buone. Non è colpa di nessuno se questo mondo è così. Cioè non è colpa mia né sua, e nemmeno di Bart. Certo che qualcuno ne ha colpa, ma vai a sapere chi? Gli altri sono vittime. E interpreti in questa guerra tra poveri. Di guerre di straccioni la storia ne è piena. Credi di essere andato avanti e ti ritrovi spinto indietro. Ma Bart, il caffè, preferisce berlo al bar successivo.
Un delitto sarebbe anche stato commesso. Ci sarebbe quella nuova versione… di quella vecchia canzone… di quel cantante… un vero crimine. È salita in cima alle classifiche. I tempi stanno proprio cambiando. E non saprei da dove iniziare ad informarmi. A principiare le indagini. Non so nemmeno se ci sia una legge per tutelare il bello, l’originale, la prima versione delle cose e del mondo. Eppure legiferano su tutto e per tutto. E io ascolto di rado la radio. Lo stesso Bart dice che, io, di musica non ne capisco un cazzo. Però le orecchie, quelle, ce l’ho.
Poi, senza darci peso, dice qualcosa che non so e che richiama la mia attenzione. La dice dentro la tazzina che quasi non lo sento. Dice che nell’appartamento accanto al suo, che poi sarebbe quello sopra, ieri sera ha sentito dei rumori. I soliti rumori. Un bisticcio, ma violento. Mi è capitato di sentirli anch’io. Una volta che mi ero fermato da lui per una partita. Ho presente chi sono. Sono quasi certo che siano venuti alle mani. Cioè che quell’uomo le abbia alzate sulla moglie. L’abbia menata. Lui rincasa la sera ubriaco e si diverte così. Qualche volta non gli serve nemmeno la scusa dell’alcool. E quando lo fa solitamente lo fa di brutto. Di drammi domestici si parla fin troppo poco.
Il peggio succede sempre tra le mura di casa. Tra famigliari. Caino con Abele, Bruto con Cesare, Otello con Desdemona, Salomè e Giovanni il Battista, appunto, Erika e Omar, il delitto Casati, eccetera. Vorrei lanciare una campagna in difesa della donna. In solidarietà con le vittime. Solo che ce n’è già in atto una. Arrivo spesso dopo. Intanto comincio a pensare come parlarne. Come almeno iniziare. Cerco le parole. Lui continua parlando d’altro. Un colombo ci becchetta tra i piedi. Bart lo manda via. Il colombo torna e riprende a razzolare le briciole. Bart cerca di farlo con più decisione. Il piccione si allontana e va a ruspare sotto il tavolino del tizio che resta silenzioso nel suo angolo con la sua grappa. Da quando ho visto un gabbiano mangiarlo, un colombo, quegli animali mi famo tenerezza. Non è stata una vista piacevole. Ora mi sembrano vittime innocenti e predestinate.
Non stavo più ascoltando. Perso nei miei pensieri di donne e di colombi. Bart mi riscuote. Deve andare. Lo fa, naturalmente, senza preoccuparsi di pagare, nemmeno la sua consumazione. Non ha mai una lira dietro. Ma prima di uscire Bart mi dà un’altra lezione della sua filosofia spicciola. “Cos’è il crimine? Quello della piccola delinquenza? Siamo tutti criminali allora. Ci vorrebbe una definizione più chiara. Non è forse vero che tutti questi foresti ci rubano la tranquillità? Che lo stato vampiro ci succhia il sangue? Non è vero che mia sorella mi ha rubato in prestito il maglione nuovo? –prima di proseguire ci pensa un attimo– Non è forse vero che Matilde ti ha rubato l’anima? E che anche tu sei ladro nel momento che l’hai rubata a Baldo? Scusa! E che i ricchi rubano ai poveri? E che mi sto rubando il tuo tempo? E che ti sto massacrando le palle”? Dopo questa felice battuta esce di scena soddisfatto. Mi accorgo che dovrò passare al bancomat.
Nel fare per andare, con un bisbiglio, richiama la mia attenzione quell’avventore silenzioso con la sua grappa. Mi fa un cenno. Lo raggiungo. “Sei Bernardo Carafa”? Non lo posso negare. Anche se avrei una gran voglia di farlo. Vorrei tanto scoprire chi è il mio anonimo agente letterario. Certo che la mia è una città ben strana. Si sa tutto di tutti, prima degli stessi interessati. “Ho sentito quello che stavate dicendo”. Deve aver sentito anche quello che stavo pensando. Mi fa cenno di sedere. Controllo l’ora. “Ce l’ho io una cosa succosa per te”? L’alito sa di vinaccia. Si è preso tutta la mia diffidente attenzione. “Hai mai sentito parlare di quella catena di supermercati che vendono le rimanenze scadute agli ospedali e agli ospizi? Per l’economato risulta tutto in regola. E sono merci pagate a prezzo intero. Io so tutto. Potrei farti anche i nomi. E nomi importanti. Ti interessa? Ma acqua in bocca”. E fa cenno alla banconiera per il suo conto.
Non ho alcun dubbio che mi abbia detto tutto quello che voleva dirmi. E che abbia perso ogni altro interesse per il sottoscritto. Lui aspetta il conto. Non ha ancora deciso quando andarsene. Io rinuncio a prendere un altro caffè. Devo uscire. Lo saluto e lo ringrazio dell’informazione. Per interessarmi mi interessa. Potrebbe essere argomento per un’altra storia. Cerco di fermare la mia attenzione sul pezzo. Mi domando da che parte potrei cominciare. Sto ancora decidendo se scrivere qualcosa sulle donne. Cercando di non pensare a nessuna in particolare.
Sull’uso del loro corpo come merce. Nella pubblicità. Nelle copertine delle riviste. Facendogli fare l’occhiolino anche per vendere un succhiotto per neonati. Promettendole assieme ad una automobile, a una macchina per il caffè, a uno stronzo di detersivo, magari delicato. In un gioco a premi. Lusingandole con un profumo o un rossetto. Promettendogli mille euro se si fanno ingravidare, magari dal primo a caso. Decidendo per loro, anche per il loro diritto alla maternità. Ricattandole per un posto di lavoro. Per uno stronzo di trenta. Con una delle tante false promesse vane. Perché anche loro tolgono il lavoro agli uomini. Ché per certi lavori vanno bene perché hanno le mani più piccole, e le dita più sottili; ma solo per quelli. Col marchio di puttane impresso nelle loro carni. Perché hanno le gonne. Perché hanno le tette. Viva le donne.

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Piccoli gialli italiani10. Vorrei non rispondere. Non lo posso fare. Mi chiama mamma. Mi rimprovera che è da parecchio che non mi sente. Ha ragione. Ho avuto altro da fare. Non so che altre scuse inventare. Ci devo proprio andare. Mi chiede come vanno gli studi. Mi limito a un “Bene!”. Mi sento un Giuda. Mi chiede di Beatrice. A lei Bice A chi non piace Beatrice? Lei piace a tutti. Soprattutto alle mamme. Mi vede già sistemato. Mettere finalmente, come dice lei, la testa a posto. Non posso fare altro, povera donna. Per farla contenta le regalo un altro laconico “Bene!”. Un messaggio di positività, anche se bugiardo, non si dovrebbe negare a nessuno. Temo che Matilde le piacerebbe meno. Ne sono quasi sicuro. E poi… con quelle sue gonnelline. Con le quali è meglio che non si chini.
Mi chiede, la mamma, se ho bisogno di altri soldi. Di quelli ne avrei sempre bisogno. Le dico di no. Mi ricorda di coprirmi. Vorrei ricordarle che è ancora agosto. Lo so che non cambierebbe niente. Ogni mamma e mamma. Mi ricorda di stare attento. Intanto mi suona un messaggino. È una buona scusa per tagliare corto con mamma: “Mi chiamano. Scusa”. Lei cerca e riesce a trattenermi ancora un poco. Ha imparato a riconoscere i suoni. Sa che posso richiamare io, dopo. Mamma non sa, e non le interesserebbe sapere, dei morti ammazzati. Forse servirebbe anche solo a preoccuparla. Era Bart che vuole rendersi utile. Hanno rubato una barca. Strano. Cose che non sono succedono, qui da noi. Una barca con il motore fuoribordo. Gli mando un OK.
È una bolla di sapone. Come il solito verrà ritrovata presto. I soliti ragazzini a cui è caduto in acqua il pallone. Prendono la prima barca, ma poi la riportano sempre. Sembrano succedere tutte oggi. Mi chiama Matilde. “Ciao amore”. Lei apostrofa tutti così, come amore. Anche quelli che vede per la primissima volta. Non me la posso prendere. Le viene naturale. E poi è un uso comune qui da noi. Anche tra maschi e tra femmine. Chiamare “amore” le persone è un semplice salutare. Mi voglio illudere che questo che mi regala abbia un significato più importante. “Ciao Ciccia!”. So che a lei non piace che la chiami con quel nomignolo affettuoso. Me ne ricordo sempre troppo tardi. Dopo averlo detto. Non ho il tempo di pentirmi. “Quando ci vediamo”? Ho una voglia matta di correre da lei. Dirle di no mi costa una fatica immane. Ormai non posso fare diversamente: “Ho promesso a mamma di portare il gatto dal veterinario”. Non possiamo che rimandare.
I nostri incontri sono sempre troppo frettolosi. Improvvisati negli angoli più strani. “Vuoi che vengo da te”? Lei ha la voce piena di amarezza: “Stasera no. Non è proprio possibile. Devo vedere uno. Fare una commissione. Passare allo sportello per un po’ di soldini. Magari non in questo ordine. Ho anche l’idraulico. Poi c’è una che mi aiuta per le pulizie. È una giornata un po’ così. Piena. Avrei avuto un po’ di tempo ora. Pazienza. Leggerò qualcosa. Vengo io. Ci vediamo al solito posto”. Devo rinunciare a vederla, veramente solo rimandare, per scorrazzare un maledetto gatto del cazzo con la diarrea. Sono un po’ seccato. E poi mi sarebbe piaciuto che mi presentasse finalmente la sua casa. Invece di trovarci ancora una volta per strada. A vagabondare in cerca di noi. Inoltre la stanza di Jago è occupata. Maledizione.
Come preventivato le forze di polizia si sono dispiegate nella ricerca del piccolo natante scomparso, aprendo una vera e propria indagine. Una serrata caccia all’uomo. Mentre la barchetta è già tornata al suo posto. Io non sono geloso, non lo sono mai stato. Sono però goloso degli occhi di Matilde. Quando lei sorride le si illuminano e spalancano. E quegli occhi sono luce vivida e iridescente. Sempre molto spontanei e amichevoli. Ma sembrano anche colmi di promesse e di lusinghe. Anche non pensate e non volute. Agli occhi degli altri. Hanno un linguaggio proprio, autonomo. Odio chi mi ruba i suoi sorrisi. Li vorrei solo per me. Tilde mi è mancata. Ma appena la vedo mi scordo di tutto. Non c’è un angolo abbastanza buio per noi. Abbastanza riservato.
Appena mi vede Matilde chiede: “Mi spieghi perché semplicemente non possiamo mai andare da te. Invece di così… Invece di andare a sbatterci per le strade come due straccioni. A chiederci un bacio e volerne altri cento”. Impossibile. Io sto con la Zia. Per un senso di libertà e di emancipazione. Per comodità. Per non mettermi in un pullman, o sopra un maledetto treno affollato ogni mattina. Con quel maledetto odore di sudore e di miseria. La Zia non si è mai sposata. È una brava donna, quella parente di papà. È sempre per casa a spolverare e lucidare. A sistemare i suoi centrini di merletti. I suoi vetri. Le sue cianfrusaglie. Non ci ho mai portato nessuno. Nemmeno un amico. Figuriamoci una ragazza. Anch’io cerco di starci il meno possibile. Forse avrei fatto meglio a stare con i miei.
E poi non mi andrebbe di ammettere che c’è anche un’altra donna. Mi viene da dirle: “Amore, vedi”… Poi capisco che quella parola è un po’ troppo impegnativa, per me, per noi. E la chiamo per nome: “Matilde, vedi… io sono ospite. Vedi… mica è casa mia. Non è possibile. Lei è sempre lì. Non esce mai. Sarebbe imbarazzante e”… La mia ragazza… Freno perché “Mia ragazza” mi dà un senso indigesto di possesso e di compiuto che non mi piace. Insomma… Matilde non mi chiede altro. Si rassegna. Non sa nulla de la Zia e si accontenta di quel vago e incompleto farfugliato tentativo di giustificazione. Stranamente nemmeno si insospettisce. Non chiede chi è quella Lei.
Prima che possiamo allontanarci in cerca di un rifugio improvvisato, di eclissarci, ci coglie in flagrante Ezio Delazzari, un amico della mia Matilde. “Ciao Tilde”. Lo vedo per la prima volta. È un geometra stropicciato che ha qualche anno più di noi, e la barba trascurata. “Ciao Tesoro”. Non amo troppa confidenza. Cerco di trascinarla via; non vuole essere scortese. Quello dev’essere uno che le situazioni non è bravo a coglierle al volo. “Come mai da queste parti”? Lei risponde che facevamo due passi e mi presenta. Sembra anche cortese. Non sa farsi gli affari suoi. Ci chiede se ci va un caffettino. Matilde non ha la crudeltà per dirgli di no. Si immergono in ricordi tutti loro. La cosa si è già protratta per le lunghe. Io smanio. Anche lei un poco, ma non lo fa vedere. Si accorge della mia impazienza e finalmente ci accomiatiamo. “Scusa. Dobbiamo proprio scappare. Sai com’è… È stato bello vederti. Magari ci sentiamo. Ti chiamo io. Saluta a casa”. Ce ne liberiamo.
Resta delusa quando le confesso che da Jago nisba. Ci rintaniamo in un angolo di un’osteria a parlare fitto fitto. Siamo tentati di affogare le nostre delusioni bevendo. Forse anche ne accenno ad una sbornia colossale. Ma ne dico tante per paura del silenzio e del dopo. Mi chiede del gatto, che poi è una gatta, sterilizzata. Pigra. Che occupa tutto il suo tempo e trascinarsi da un posto a un altro in cerca di quello più idoneo per dormicchiare. In verità è tanto per dire, lei non è veramente interessata, naturalmente. A me non ne frega di più. Quando iniziamo a ridere per niente cominciamo a sospettare che si stia avvicinando il momento di alzarci. Cerchiamo di resistere. Ognuno dei due lo vorrebbe allontanare. Ma siamo come due barchette di carta sballottate da una mareggiata di niente.
Come sempre, alla fine, è costretta a decidere lei. Usciamo di là senza sapere dove andare. Ti odio incertezza. Tremo a quello che lei potrebbe dire. E non abbiamo trovato un attimo per un bacio. Per un vero bacio. Le strade intanto stanno cominciando a svuotarsi. La gente si appresta a rientrare per cena. Non che me ne accorga. Se ne accorge lei: “Restiamo un altro po’”? Faccio un profondo sospiro di sollievo. Nessuno dei due ha voglia di salutarsi. “Certo. Volentieri. Speravo che”… Si guarda intorno: “Non hai appetito”? Vorrei dirle un sacco di cose. Vorrei spiegarle che quando sono con lei… Che non mi importa del resto del mondo… anche se non è del tutto vero. Che è duro svegliarsi dal sogno… Che sta bene com’è vestita stasera… Che i suoi occhi mi incantano, e che è l’approdo di tutti i miei sogni. Insomma qualcosa di ruffiano. Aggiungere di che cosa avrei fame. Che lei è il vero cibo degli dei. Le dico semplicemente di no. “Vieni con me. Un posto si trova. Forse so dove andare”.
Dopo un po’ che camminiamo mi accorgo che aveva una metà. O solo una speranza. Suona ad un campanello, ma non risponde nessuno: “È un’amica. Lei un piacere me l’avrebbe fatto. Peccato, mi spiace, dev’essere fuori”. E adesso dove andiamo? Lei ha fatto quello che poteva. Me ne sto mogio e muto. Intreccia le dita con le mie. Con un sorriso triste. Mi trascina dietro di lei, con una mano fragile. I ragazzi sono sempre dei nomadi, senza una metà che li aspetta. Ormai ci siamo allontanati dal centro centro. Cominciamo ad incrociare sempre meno curiosi, e sono sempre più frettolosi. C’è un vicolo buio che poi gira a sinistra in un altro vicolo, ancora più buio, che costeggia una riva. Senza nessuna certezza tranne la nostra speranza ci guardiamo e decidiamo all’unisono senza parlarci.
Questo giorno sembra non finire mai. La notte sembra non voler essere ancora, e mai, abbastanza notte. Finalmente. Mi trascina contro un portone. Finalmente. C’è un grande silenzio. Ce ne freghiamo del mondo. Siamo solo noi. Finalmente. Noi e una finestra illuminata al secondo piano. Noi e la luna, e un lampione. Non è che sia proprio intimità. Ma non abbiamo più tempo. Finalmente chiudiamo gli occhi e ci baciamo. In quel bacio c’è tutta l’impazienza di entrambi. E nel modo in cui la cerco e la tocco. Non aspetto che sia lei a chiedermelo. La mia mano trova il suo seno. Al primo contatto lei mi singhiozza in gola. Quasi interrompe il bacio.
Nel girovagare della mano, mi scosto appena e, per conoscere tutto di lei, trovo l’arditezza e la infilo sotto le mutandine. Con l’altra la stringo a me. Mi trattiene il braccio non troppo decisa. La mano non deve insistere molto, poi cede, arrendevole. La tocco curioso. È morbida. Mi sussurra all’orecchio “Stupido.”, ma si è arresa già a mi lascia cercare. Anzi mi accorgo che ritrae il ventre per lasciarmi fare con più comodità. Il tono della voce ha un tono strano, di imbarazzo. Ingoia delle risatine. Cerca di nascondere un tenue rossore. È abbastanza buio perché lo possa celare senza alcuna fatica. Poi, con un sussurro suadente di dice: “Imbranato”. Ha un attimo di esitazione, e poi di pentimento, e poi di tenerezza. Mi accarezza i capelli: “Il mio piccolo dolce imbranato”. Lei ama passarmi la mano tra i capelli. Non mi sono offeso, è la verità.
È come accarezzare il pelo di un gatto nel suo vero. Ma sono anche come i capelli ricci di un bambino di colore, morbidi e inalterabili. Serici. Banale. Un nido spettinato e insolente e sbarazzino di parentesi, che posso immaginare ramate, che si intrecciano tra le dita. Sono fin troppo curioso di lei. All’improvviso mi prende il polso e mi ferma. Le nostre labbra, e le bocche, si staccano. Scuote la testa e i suoi capelli rossi sventolano come onde morbide. “Forse è meglio che ci fermiamo”. Mi si è già fermato il respiro. Mi sento affogare nella delusione: “Perché”? La sua è una preghiera disperata. Almeno quanto la mia. “Perché sì. Non mi va. Non mi va qui. Non mi piace per strada. Siamo già andati oltre. Dovevo subito dirti di no, formarti, ma anche per me… Non ci sono riuscita. Non è facile… Ti prego… Cerca di capire… fermati”. È una supplica laica, la mia: “Matilde”… “Non è che non… Vorrei…. Anch’io… Ma non qui. Non così”. Sono già rassegnato. Ci diamo un ultimo bacio.
Ci allontaniamo entrambi chini e in silenzio. La accompagno per un po’. Poi mi dice che preferisce proseguire da sola. E pensare. Si allontana senza regalarmi il sapore delle sue labbra un’altra volta. Ho mille cose da dire e nessuna da scrivere. Potrei parlare della provvisorietà eterna di questa generazione. Me ne vado fischiettando immerso nel mio sogno. «Mio caro appuntato Buonadonna, come le avrei sicuramente detto anch’io, la barca era già tornata al suo posto. Inutile darsi tanto affanno. Mio caro appuntato Buonadonna, hai mai toccato il cielo con un dito? Io credo di no. Confidati con me. Puoi dirlo al tuo Bernardo Carafa».

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Piccoli gialli italiani9. Me ne starei lì, con le mie vaghe idee politiche. Con il mio confuso niente. Semplicemente a poltrire ancora un poco. A lusingarmi di quel vuoto pastoso. A frugare in cerca di qualche ricordo confuso. A inseguire un languore. Invece… Matilde telefona e subito mi sembra una cosa inusuale. Cerco di essere spiritoso. Al mattino non mi riesce così bene: “Cosa c’è. Hai voglia di… vedermi”? Lei non è troppo esigente, sulle battute. Sa ridere anche delle mie idiozie: “Anche, stupido. Quello… Non sei tu quello che vorrebbe far il giornalista, da grande”? Divento attento. Presente: “Sì. perché”? “Stavolta è una cosa grossa, C’è stato uno stupro”. “Dove? Uno stupro? Dove”? “In spiaggia”?
Sono ancora intento a cercare di svegliarmi. Dovevo immaginarlo che avrei sbagliato notte, anzi giorno: “Come l’hai saputo”? “Tirando le orecchie”. “Come”? “Ero andata con nonna, Aveva smarrito la borsetta. Lei continua a dire che gliel’hanno rubata. Ho sbagliato ufficio”. Cosa c’entra una nonna? “E allora”? “Abbi pazienza, stammi ad ascoltare. Allora dov’ero?… Sì! È stato un caso. Come ti dicevo, ero lì con questo, non ridere, ti prego, Chiappetta, Conosci”? “Mai… No! Non credo”. “Quando è entrato… mi sembra l’abbia chiamato Belladonna”… “Un tipo lungo e segaligno, tutto impettito. Con gli occhi gialli e… sembra gli esca la paglia dalle orecchie”. “Proprio lui, credo sia un suo superiore”… “Lo conosco. Buonadonna. Un vero figlio di buonadonna”. “Insomma, non mi interrompere… Era come se non ci fossi. Ero invisibile”. “Allora?”… “Quello… il figlio di mignotta, gli chiede se ci sono notizie dalla scientifica. Ti dico: come fossero soli. Poi gli chiede: chi è andato sul posto, e continuano a parlare tra loro. Dev’essere una ragazza giovane. In spiaggia”.
Mi sento un perfetto imbecille: “C’eravamo ieri”… Lei mi tratta da perfetto idiota: “Sì, ma per capire bisogna andare di notte”. Lo sapevo anche da solo. Da solo avevo troppa pigrizia per andarci. Con lei avevo troppi timori. Insomma… Avevo voglia di passare qualche ora con lei. Insomma… Non lo posso confessare, e poi lei lo sa già. Ci siamo andati perché mi andava: “Non potevo portarti di notte”. “Di giorno non è la stessa cosa”. Balbetto incerto su cosa dire e su come dirlo: “Non è un posto sicuro”. “Di cosa hai paura”? Ecco l’eroe ben nascosto in me: “Lo dicevo per te”. “Per me?… Sei un meraviglioso sciocco. Ora ci si può andare. Magari è divertente”. “Cos’è cambiato”? “Il giorno dopo… per un po’ di giorni, tutti se ne staranno tranquilli. Non c’è di che. Possono esserci solo un po’ di curiosi”. Non fa una piega.
E così, come fosse mattino, ce ne partiamo per una gita al mare, di sera. Con tutto il necessario dietro. E il borsone gonfio. Persino con i flaconi famiglia di creme. E le zeppe alte. E gli infradito in un sacchetto di nailon. E un paio di panini imprigionati nelle salviette. E un paio di bottiglie piccole di tè alla menta. Come se dovessimo nutrirci ancora di sole. Quel sole che non ho ancora cominciato a smaltire. Barcolliamo sulla spiaggia umida di quella spiaggia libera. Di notte è tutto diverso. Non fosse per la luna non si vedrebbe un accidente. Se ci avviciniamo all’acqua i cadaveri delle conchiglie ci torturano i pieni. E il nostro andare diventa ancora più buffo e saltellante.
Non facciamo a tempo a fare nemmeno tanta strada. Sputa all’improvviso un pula. Si avvicina marziale e ci punta la torcia in faccia. Sul momento mi prende un colpo. “Chi va là”? Stupido. “Noi”. “Noi chi”? “Noi”. “Che ci fate qui”? “Si voleva fare due passi”. Lei non passerebbe inosservata comunque. Solo che non ha una delle sue solite gonne troppo corte. Si è presentata con degli hot-pants minutissimi. Mozzafiato. E una canotta o top troppo aderente, con le spalline sottili, teso, gonfio, pieno di lei. Ho pensato l’avesse fatto per me. Niente lasciava prevedere… “Andate a fare le vostre porcherie da un’altra parte”. “Erano solo de passi”. “Fateli altrove. La zona è interdetta”. “Perché”? Bofonchia qualcosa sui soliti ricchioni. Poi rimane un attimo come interdetto. “Ordini superiori”. “Scusi”. “Fatemi vedere i documenti”. Eseguiamo. Per fortuna li avevamo dietro entrambi. Lui controlla accoratamente al lume della pila. Noi restiamo lì, immobili, il tempo che gli occorre. “Potete andare. Ma fate attenzione. Soprattutto lei, signorina. Una è appena… Ma lo sa sua?”… Porta la mano alla tesa a mo’ di saluto. Liquidandoci. Ci gira le spalle e si allontana; soddisfatto.
Sulla sabbia non è rimasto più nulla. Tranne una folla di orme, presumibilmente dei tecnici e dei curiosi. Ma nemmeno possiamo essere sicuri che sia quello il posto. Che non ci sia un po’ troppa approssimazione. Guardo la mia compagna, Tilde, e penso stupidamente che avrebbe argomenti per spillare a Belladonna qualche informazione i più. A anche, al momento, a quel milite. È la cosa più stupida che potessi pensare, ma sto per dirla. Per fortuna che all’ultimo resto con la bocca aperta e mi taccio. Per farmi perdonare me la bacio sotto quella luna puttana. E lei, con fare sbarazzino e divertito, mi sfiora, ma solo per un attimo. Ridacchia: “E questo cos’è”? Avrei voglia di rotolarmi su quella sabbia con lei, e magari di fare all’amore. Lì, sulla spiaggia. Ecco cos’è. Lei la pensa diversamente e me lo fa capire. Ne resto, naturalmente, deluso.
Non c’è più la vittima. Naturalmente. Non ci sono cadaveri. Non c’è nessun indizio. Nessuna prova. C’è sola sabbia bagnata e calpestata. Un pezzo di legno marcio. Una ciabatta dimenticata. Una bottiglia di birra conficcata al suolo. Un girello per capelli. Naturalmente la solita piantagione di preservativi usati. Un paio di siringe e parecchie cicche di erba. Poco lontano un moscone tirato a secco. Tutte cose non attinenti al nostro caso. Prive di valore. E il tempo che gocciola lento. Non è la voglia che ci manca. Cerchiamo di resistere, ma il sonno si avvicina a passi lenti e silenziosi. E lei sembra impaziente. Sa chi è la vittima sconosciuta. Non ha voglia di parlarne. È solo indignata.
Di passo in passo, tra un bacio e un bacio, e un sospiro, e un sorriso, occhieggiati dai riflessi della luna, ora in ombra per poi riapparire in un debole alone come magico, scavalcando una duna e scendendo da un’altra, ci siamo ormai allontanati abbastanza da quella che è stata quasi di sicuro la scena del crimine. I piedi continuano a sprofondare nella sabbia. Lei mi chiede se conosco la storia di quel posto. “Che vuoi dire”? “Qui ci vengono nudi”. “Cioè”? “È la spiaggia dei nudisti. La gente viene qui per mettersi nuda, e lascia a casa i suoi segreti nascosti”. “Non lo sapevo”. “Tu lo faresti”. Le rispondo in fretta: “No”. Ridacchia: “Guarda che non ci sarebbe niente di cui vergognarsi. Non hai nulla per cui imbarazzarti”. La mia risposta è stata troppo rapida. Non so se il suo è stato un complimento. So che vorrebbe prendersi gioco di me e dei miei disagi. Di certe cose non riesco nemmeno a parlarne. Lo so da solo che sono uno stupido: “E tu”? Ci pensa un attimo: “Nemmeno”. “Eppure hai tutto per essere orgogliosa”. “Stupido. È che non mi piace che gli altri mi guardino”. “E io?”… “Tu sei tu”. La voglia di lei non si arrende al primo rifiuto. Una ragione in più. “Non fare lo stupido. Ti ho detto che comincio ad esser stanca. E poi… qui… non mi”…
Mentre torniamo non riusciamo a resistere in quel mare di tenerezza, entrambi. Le metto un braccio al collo. La mia mano avanza lentamente in cerca di lei. Lei mi guarda e sorride compiaciuta e compiacente. Non ama mettersi in mostra. Ha sempre quella sua incantevole infantile spontanea riservatezza, ma è paziente. Sono le sue curve a farla notare. Un paio di tipi ci guardano. Se ne accorge. Sorride e alza le spalle in segno di resa e di noncuranza. Mi pende la mano e se la porta al petto. I due si fanno incuriositi. I suoi occhi mi chiedono se sono soddisfatto. Si mostrano soddisfatti.
La diverte giocare. Le abbasso una spallina. Forse non se lo aspettava. Spingo la stoffa, sposto la collana e le denudo un seno. Mi chino e lei mi lascia fare, un po’ impacciata e un poco divertita. I due strabuzzano gli occhi. Decidiamo entrambi, tacitamente, di non badarci. Per un po’ mi lascia succhiarle un capezzolo. Con fare protettivo, quasi materno, ora è lei a circondarmi le spalle con un braccio. Mi riempio la bocca della sua tetta quasi a soffocare. Vorrei, anzi, soffocare di lei. Ride e mi scosta. Mi rimprovera benevola: “Stupido”. Ha già rimesso rapidamente il seno nella maglietta.
Solo il giorno dopo è già un altro giorno. Non c’è niente da capire. Non c’è niente da scoprire. Se ne vantano. Le voci arrivano anche a me. “Era solo una smorfietta nera come la notte”. “Però era caruccia”. “Però ce stava. Te lo dico io che ce stava. Le piaceva”. “E adesso fa la santarellina”. “È puttana. E vestita come una puttana”. “Però era caruccia”. Uno è figlio del sindaco. Stando alle stesse voci, della moglie del sindaco. Un altro è figlio di una serie di alberghi, di lusso. I soliti idioti ignoti sono noti a tutti. Potrei fare l’elenco. Sono sempre loro. Un tipico caso Pound. Di quei quattro stronzi che seguono la moda, tra certi giovani indecisi sulla scelta, tra essere fascisti o essere nazisti. Pieni di tatuaggi e di muscoli gonfiati. Con la testa vuota e i capelli a palla di bigliardo.
Sempre loro. Tranne quelli che erano indisposti o impicciati in altro. E quelli che non hanno nemmeno il coraggio di mettersi in sei contro una. Una pista e via. I pulotti lasciano passare il tempo, finché non fa più la minima notizia. Il tempo e il silenzio guarisce tutte quelle malattie. Sanno fare bene quel lavoro: insabbiare. Certi che la gente se ne dimenticherà. Quelle brave persone che fin dall’inizio erano interessate pochino. Quelle del “In fondo se l’è cercata.” che nemmeno la conoscono. Quelle del: “Prima o dopo le doveva succedere”. Quelle del: “Se stava a casa sua…” senza darsi pena di accettare che è questa casa sua. Va bene a troppi che resti un crimine insoluto. A troppi ma non a tutti.
Il collettivo Mara Cagol e quelli del Centro I fratelli Bonnot indicono una manifestazione antifascista. Non si parla dello stupro, ma lo sanno tutti. Naturalmente il bravo questore la vieta subito. Naturalmente quelli si radunano ugualmente. Siamo in parecchi. La celere si schiera davanti all’uscita del piazzale. I manifestanti sono imbottigliati. Davanti i questurini schierati in assetto di guerra. Dietro le spalle la stazione ferroviaria. Basterebbe un cerino. A un robocop cade l’elmetto. Pare scoppiare la battaglia. C’è un attimo di panico, e cominciano le estenuanti trattative. Il gruppo arrivato in pullman da Brescia accende dei candelotti fumogeni che fanno un cazzo di fumo colorato di rosso. Cominciano le prime scaramucce. Gli sbirri rispondono lanciando i loro candelotti. Tutto come il solito. Tutto come previsto. Fanno a chi ce l’ha più duro. Le prime mazzate e manganellate. La compattezza del corteo vacilla, davanti alla prova di forza. Si alzano grida di incitamento. Intanto si mercanteggia.
Viene proposto un percorso alternativo. I manifestanti rifiutano. Parte dei manifestanti si staccano e fanno un sit-in sulle rotaie. Qualcuno si fa un cicchetto. Si bloccano tutti i treni. Un giornalista televisivo riprende tutto per un servizio che non andrà mai in onda. Mi chiedo se la telecamera sia accesa. Ho la sensazione che di Ijaba ormai non interessi più a nessuno, se mai è interessato. È ancora solo un pretesto. Io non la conoscevo per niente. Nemmeno mai incrociata. Me ne ha parlato Bart. E poi la mia Matilde. Era, cioè è. una ragazza carina, seria. Sempre secondo Bartolomeo era, cioè è, solare, ma che badava ai fatti propri. Una italiana di colore. Terza generazione. Con un sorriso radioso e sempre pronto. Non è ancora fuori pericolo. In quel letto di ospedale. Non sarà più la stessa. Viene proposto un secondo percorso alternativo. I manifestanti cedono e accettano. Li lascio sfilare. Ho perso interesse. Resta un po’ di fumo. Si frantuma qualche vetrina.
Finalmente ho qualcosa da raccontare ai miei pochi, ma cari, affezionati lettori. Non sono stati certo quelli del Centro o del Collettivo a fregarsi gli hot-dogs dalla vetrina frantumata.

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