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Archive for the ‘Piccoli gialli’ Category

Era un po’ che stava li seduto. In quella sala. Che lo guardava con la massima attenzione. Che lo ammirava. Era talmente perfetto che gli era sembrato che alcune delle figure ritratte si muovessero. Un po’ per la curiosità e un po’ per l’ammirazione si era avvicinato. Aveva cercato li leggere la firma del pittore. Ancora più vicino. Si era avvicinato un poco troppo. Certo nessuno ci crederà. Si era improvvisamente, prima ancora di rendersene conto, ritrovato dentro quel quadro. Non aveva notato l’avvertenza: Pittura Fresca.
Da prima incredulo. Poi sbigottito. Si era guardato intorno. Che posto era? Che mondo era? Forse nemmeno era mai esistito. Forse era solo nella fantasia dell’autore. E di certo parlava un linguaggio di un lontano passato. A guardare meglio… In verità le case non erano del tutto proporzionate, ora risultavano un po’ più piccole di quanto sarebbe stato vero. La collina la poteva toccare. Era tutto piatto. C’era poca profondità. Da così vicino poteva notare le macchie di colore; le pennellate.
Aveva ripensato a Dorian Grey, ma la sua era veramente tutta un’altra storia. I cavalli erano imbizzarriti ma immobili. Il villano, sotto il cappello, sembrava non saper come governare i buoi. Un cammino fumava ma non era stagione per avere il fuoco acceso. La macina macinava ma l’acqua era immobile. Sottigliezze. Aveva notato una contadina, carina. Non molto lontano. Vestita e non vestita. Un po’ discinta. I capelli nascosti sotto un fazzoletto. Con la camicetta scollata in modo benevolo. E un sano seno rigoglioso. Insomma era proprio carina. Non sembrava sudata, tutt’altro. Sembrava accettare il suo compito con molta pazienza. Aveva cercato di raggiungerla per chiederle come e dove fosse. Gli aveva subito dato un senso di fiducia. Pensava che lo avrebbe aiutato. Che ne sarebbe stata lieta. Aveva mille altre domande da farle.
Si rese subito conto che poteva muoversi solo in modo lentissimo. Insieme a tutto il resto. Come incollato allo sfondo. Era solo una presenza tra tante. Una figura minuta tra una folla di figure minute. Distinguibili solo da molto vicino. E per quanto cercasse di richiamare l’attenzione della giovane lei non lo notava. Non avrebbe fatto un passo per andargli incontro. A complicare ancor più le cose c’era il fatto che per quanto si provasse a gridare la sua bocca non emetteva un suono. Era muto in un mondo muto. Forse almeno questo se lo sarebbe dovuto aspettare. Non si è mai sentito di un dipinto che parli o che suoni. I quadri sono solo immagini, anche quando sono riproduzioni quasi perfette. Quando sembrano più reali del reale.
Dopo tre giorni e due notti d’immane fatica era finalmente riuscito a raggiungerla, o quasi. Era lì a due passi da lei. Come ebbe modo di scoprire, troppo tardi. Il tempo di miseri, anzi miserandi convenevoli. Di guardarsi. Di scambiarsi le loro opinioni sul tempo e su cosa poteva riservare. In verità lei lo trovava un approccio inusuale e divertentemente assurdo. Lì il tempo non cambiava mai. Di chiederle il nome. Di dirle il proprio. Di sbirciarle brevemente nella camicetta. E lei di assumere molto lentamente un’aria compiaciuta e provocante. Di chiederle se poteva accompagnarla almeno per un breve tratto. Che, ancor prima di poterle chiedere in che posto era capitato, lei gli spiegò che non si muoveva di lì da quasi vent’anni. Che quella era solo una copia. Che avrebbe dovuto sbrigarsi. Arrivare prima. Allora sarebbe stato tutto diverso. Ora non poteva rimanere un istante di più.
“Scusami, devo andare”.
Dove”?
Devo posare in un quadro tutta nuda”.
Posso venire anch’io”?
Mi spiace ma non puoi”.
Perché”?
Per te il maestro ha già in mente un altro soggetto”.
Cioè”?
Lui sa che sarai un perfetto san Sebastiano”.
Dimmi almeno chi è”?
Sei solo una figura a olio. Non sei più umano. Hai esaurito le domande che potevi fare”.
Lui non lo aveva notato, ma vicino c’erano degli spazi vuoti che attendevano altre opere dell’artista. E non aveva la più pallida idea di chi fosse questo santo. Sperava in un santo libertino; senza troppe speranze. Il quadro era veramente realistico, assomigliante al vero, da lasciare senza parole.

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Enrico Mazzucato 10501585_802104063173588_6744078126351244203_nEra la classica ragazza di campagna di quattordici anni. Non si poteva dire una bellezza. Con le guanciotte tondette piene di panne e tutto il resto pienotto, e con il torace desolatamente piatto. In verità era anche la mamma che la vestiva come un salame. Ma gli occhi erano di un bel colore e curiosi.
Quand’era più piccola ci aveva pensato qualche volta. Non la convincevano certe relazioni. Ad esempio: i mussulmani sono tutti terroristi. Non era così sciocca da pensarlo. Ad esempio; la purga fa sempre bene e serva prenderla ogni primavera. Ad esempio: Il buono è sempre bello, il cattivo è brutto. Ad esempio zio Augusto era cattivo, ma mamma diceva che non era niente male. Il giusto è bianco, il peccato è nero, come l’uomo nero. Il giorno è sempre fruttuoso, anche quando piove, perché dissenta i campi e aiuta i raccolti, invece la notte è sempre paura; nasconde gli assassini. I bambini, quando sono neonati, sono tutti belli anche quando non lo sono affatto, e sono solo mocciosi e piagnucolosi. Il diavolo naturalmente, per forza di cose, è condannato ad essere orribile.
Mamma le aveva detto come aveva corna. Il papà aveva sbuffato: so io chi ce l’ha. Zia Elvira le aveva spiegato che aveva gli zoccoli da capra e che puzzava di zolfo. Ma l’aveva sentita dire al suo papà, nella stalla: Tu sì che sei proprio un diavolo. E il suo papà non puzzava di zolfo. Lei rideva sotto i baffi pensando a quella zia Elvira; lei sì che sapeva puzza, anche in bocca. Si alzava presto ed era sempre tra i piedi. Sempre pronta a dire la sua. Veramente sempre piena di parole per brontolare. Mamma diceva che bisognava avere pazienza perché era sola. Anche se non era mai sola perché era sempre con loro. Si era anche chiesta perché le zie si chiamassero quasi sempre Elvira. Alla fine aveva deciso che lei non credeva più all’inferno.
Erano tutte stupidate quelle. Era cresciuta e aveva smesso di pensarci. I bambini non sono sempre buoni. Lei, Erica Nove, lo sapeva bene. L’aveva imparato nella sua pelle. Fin dai primi anni di scuola. Avevano presto cominciato a canzonarla chiamandola Erica Nova, che dalle loro parti, si sa, aveva il significato di nuova. E negli ultimi tempi avevano preso a beffeggiarla con Erica Quasi Nova. Ma non era vero. A lei i ragazzi non interessavano; forse solo un po’. Ma non era mai stata chiamata a fare la principessina, o Biancaneve, alle recite, e nessuno la invitava mai alle feste. Se avessero potuto l’avrebbero esclusa anche dal suo compleanno. Sollevò le spalle, rassegnata. Gli occhi intristiti. Lei aveva da fare in casa, e nell’orto.
Era in giugno. Era seduta sull’erba. L’aveva visto avvicinare. Biondo con gli occhi azzurri. Era bellissimo, da togliere il fiato. Elegante. Sembrava un tipo di città. Un forestiero di passaggio. Forse persino un principe. E odorava di buono. “Ciao”! Lei era rimasta con la bocca spalancata, dove entrava l’aria ma non uscivano parole. E si era fermato proprio lì, davanti a lei. Sotto l’ombra della quercia. Guardandosi intorno e poi chinandosi. Anche la voce era… suadente. Le disse alcune cose che lei nemmeno sentì. Era da un’altra parte. Era come stregata. La sua testa viaggiava tra le nuvole. Era bello come un attore. Come quelli di Teen Wolf. Adorava quella serie. Non se n’era persa una. Come Josh Holloway. Anche di più. Affascinante. Magnetico. Forse lo era un attore.
La pregò della gentilezza di un bicchiere d’acqua. Lei tornò con i piedi per terra e si offrì di portargli una birra, se la gradiva. Voleva solo essere cortese. Lui ammise, ringraziandola anticipatamente, che la birra era certo meglio. Il padre era dietro casa intento a governare le mucche. Lei corse dentro e tornò con una lattina fresca imperlata di goccioline. L’attraente straniero la bevve con avidità. Doveva essere proprio assetato. E il caldo era arrivato presto. Poi non si scordò di ringraziarla una seconda volta. Era anche molto educato. Non avrebbe dovuto parlare con gli sconosciuti. Era stata ammonita fin da bambina. Non era mai riuscita a essere diffidente, non era nella sua natura. E poi era a casa sua, cosa mai le poteva succedere? Non era nemmeno un vero sconosciuto. La dava una strana fiducia. Le sembrava di conoscerlo da sempre. E poi si presentò quasi subito.
Restò sorpresa, e un pochino delusa, quando gli aveva detto di chiamarsi Samaele[1]. Proprio così. Si sarebbe aspettata che anche il suo nome fosse altrettanto bello. Tipo Michele o Gabriele. Anche le persone belle possono avere un nome brutto. Anche se non sarebbe giusto. Quello dell’incantevole giovanotto non era certo un nome carino; ed era un nome buffo. Cosa avevano avuto in mente i suoi? Ma lei poteva chiamarlo Lello. Ed era solo… stupendo. Anche se si chiamava così. Lello era un nome che lo faceva sentire un suo amico, anche di più. Era confidenziale. Provò a farlo cantilenare nella testa. Le piaceva. Intanto lui aveva estratto un soldino dalla tasca e lo aveva messo sull’erba. “Guarda la moneta”. Lei si mise a osservarla con molta attenzione. Lello ci passò la mano, sopra di un palmo, e moneta si capovolse. Dov’è il trucco? Non c’è nessun trucco. Lei non era più una ragazzina, ormai era una signorina, non gli aveva creduto. Non lo disse per non offenderlo, ma era incuriosita da quello strano tipo di ragazzo che conosceva i trucchi. Che le prestava attenzione. Che stava lì a parlare con lei. Anche se era così bello. Splendido.
Lui rimase a guadarla, con degli occhi curiosi e deliziosamente intriganti. Lei continuava a sentirsi in un grande imbarazzo. “Vediamo… tu sei Erica, Enrica Nove?”… Come poteva conoscere il suo nome? Lei non glielo aveva mai detto. Era un vero mistero. La incuriosiva sempre più. Che poi non era abituata che qualcuno avesse tanto tempo per lei; mostrasse tante attenzioni. E poi un ragazzo così… così… cioè un uomo giovane. Un signore. Così… attraente. Se lo sarebbe sognato. Ne era certa. E in più sapeva anche il suo nome. Avrebbe scoperto che sapeva molte cose di lei. Al momento non ci pensò. Pensò solo di godersi di poter stare lì a guardarlo. A sbranarselo con gli occhi. Fosse stata un poco più grande, solo un poco, avrebbe fantasticato. Si sarebbe sognata con lui. Probabilmente si sarebbe immaginata di essere donna. Di prenderlo per mano e farsi accompagnare a scoprire l’amore. La sua fantasia stava scappando troppo. Se le avesse chiesto un bacio cosa avrebbe fatto? Sarebbe riuscita a dirgli di no? Probabilmente lo avrebbe fatto. Temeva che la giudicasse una ragazzina. Inesperta. Magari lui avrebbe insistito. Si era solo distratta. Tornò rapidamente nuovamente sbattuta nella realtà. Nella realtà di quello che lei era. Si era guardata bene allo specchio.
Allora perché era lì? Lui estrasse dalla tasca uno smartphone ultimo modello, bianco. Rapidamente trovò quello che cercava. Quel tipo, era proprio figo, assolutamente, straordinariamente, la affascinava e la continuava a sorprendere. La incuriosiva ma anche le metteva un po’ di apprensione. Come poteva conoscere il suo profilo in facebook? Perché? Non gli aveva mai dato l’amicizia. Non che si ricordasse. Non si poteva scordare un viso così. Certo lui poteva avere un’immagine dell’account dove non era lui. Perché? Troppe domande. Inutili. “Guarda la fotografia”. Odiava quella foto. Odiava tutte le foto. Non che fosse riuscita particolarmente male, solo che… era lei. Non ci poteva fare niente. Non era fotogenica. Ma lui era bellissimo. “Questa sei tu; ora. Ti prego di fare molta attenzione”. Lei nemmeno respirava. Passò la mano sopra il minuscolo schermo del suo telefono intelligente, come aveva fatto con la moneta, senza nemmeno sfiorarlo. L’immagine come d’incanto improvvisamente mutò. Le assomigliava, almeno gli occhi erano i suoi, ma quella era bella. Molto più bella. Era veramente forte. Come poteva fare quei trucchi?
Sicuramente sotto c’era un artificio diabolico. Magari era solo una app. Ormai l’informatica e la telefonia facevano cose incredibili. Cose che nemmeno il Padreterno si sarebbe potuto aspettare. “Vorresti essere così”? Peccato che lei… cioè… fosse così bella solo intrappolata dentro quell’inutile aggeggio. Con uno scattò di stupido orgoglio mentì e disse che si piaceva com’era. Certo che quella lei, che non poteva essere lei, era un’altra e proprio… più che bella. I capelli lunghi e lisci, non più crespi in quel disordine assurdo. Le labbra appena sottolineate da un velo di rossetto. Gli occhi resi interessanti, e ancora più grandi, da un sospetto di trucco. Magra ma con il seno che era un seno, e anche un bel seno. Impertinente. Persino un po’ troppo. Ed era vestita come una principessa. “Sei sicura”? lui sogghignava sotto i baffi. “Sicura”! ancora un briciolo di quello ottuso e inutile senso di dignità. Ma la sua voce non mostrava la stessa sicurezza. E poi chi non ha mai desiderato, almeno una volta, di essere diversa? In un altro posto? La sua insistenza non era stata gentile. Era crudele.
Se ne pentì nuovamente quasi subito, ma era già tardi. Certo che tutti i ragazzi l’avrebbero guardata con ben altri occhi. Diversi. Si sarebbero girati. Forse l’avrebbero invitata a tutte le feste. E anche solo per fare due passi. Anche quelli più grandi. Magari avrebbero anche provato a baciarla. Puah! Che schifo. Magari anche a toccarla. Stupidi. Villani. Zoticoni. Anche se lei sapeva come fare. Era giovane ma non era più una bambina. Aveva fatto le prove con la cuginetta Maddalena, anche con la lingua. Con lei, con Maddalena, si confidava. Aveva un anno più di lei, ma era più carina. E la invitavano ai festini. Diceva che l’aveva già fatto, e non una volta sola. Che poi… Loro due avevano provato nel fienile, naturalmente di nascosto. Non le era piaciuto. Ma forse con uno come lui sarebbe stato diverso. Ma uno come lui non pensava a quelle cose con una come lei. Non le pensava e basta.
Le spiegò che per un po’ si sarebbe fermato in paese. Lei non riuscì a farsi dire quanto. Forse lo avrebbe incontrato di nuovo. Forse. Intanto avrebbe voluto tenerselo stretto. Come il suo bambi di peluche. E si godeva il momento. Sognava che durasse. Per sempre. Sperava non terminasse. Sapeva che sarebbe rimasta delusa quando si fosse allontanato. Era consapevole che doveva succedere. Prima o poi. Meglio poi. Doveva essere stanco di stare in quella posizione; accucciato. Le chiese se poteva entrare. Anche un solo attimo. Per riposare le gambe. Per sederti al fresco. A malincuore dovette dirgli di no. Per papà? No! non possiamo disturbare il nonno. Sta male? Molto male, poveretto. Il suo Lello sembrò fin da subito dispiaciuto. S’interessò della salute del vecchio: “Nonno Giovanni, vero”? Come poteva conoscere anche il nome del nonno? Certo tanti nonni si chiamavano Giovanni. Sapeva troppe cose. Forse era amico di papà. Forse della mamma? Le sembrava impossibile. Gli amici del padre li conosceva tutti. Erano tutti tipi da osteria. Nemmeno poi tanto amici. La mamma non era il tipo. Cioè lui non era tipo da fare complimenti a una come sua madre. Una spiegazione ci doveva pure essere.
Alla fine si fece convincere. Lui sembrava avere una risposta per ogni domanda. Una soluzione per tutto. Il nonno dormiva e si lagnava molto nel sonno, disperatamente. Era attaccato alla vita solo da orribili sondini. Faceva pena, il poveretto. “È molto che sta così”? Soffriva maledettamente. Era un vero calvario, per lui e per tutta la famiglia. “Moltissimo, il dottore dice che non c’è più niente da fare”. Ogni giorno poteva essere fatale; l’ultimo. Ma i giorni passavano tra sofferenze atroci. Lui chiedeva spesso pietà. Aiuto. Non era vita quella. Implorava di essere liberato da quegli orribili patimenti. Ma nessuno aveva il cuore di farlo. E poi non era giusto. Mamma ripeteva che sarebbe finito all’infermo. Che, se Dio ci mette alla prova, noi dobbiamo rispettare il volere del Signore. Lui, il suo nuovo affascinante amico, le spiegò che erano solo stupide superstizioni. Che il dolore non è mai giusto. Che lei poteva porvi rimedio. Bastava che chiudesse quella valvola. Che staccasse quella cannula. Il nonno avrebbe riposato la pace dei giusti. Finalmente. E le prese la mano e guidò quella mano.
Lei cercò di resistere blandamente ma poi cedette. Sette minuti dopo il nonno non c’era più. Il suo volto aveva ritrovato tranquillità. Serenità. Il padre di suo padre era morto. Lello rimise le cose come stavano quando erano entrati in quella stanza, nella camera. Poi le ricordò che doveva avvertire il genitore. Solo allora Enrica trovò l’ardire di chiedergli cosa lo aveva portato là e cosa voleva da lei. Lo aveva fatto con il timore di sbagliare; naturalmente. Lui le spiegò da dove veniva, cioè che era il figlio prediletto di Lucifero. L’angelo tanto bello da avere la superbia di paragonarsi a Dio, e per questo scacciato all’inferno e trasformato in diavolo. Che non voleva da lei più nulla perché aveva già ottenuto la sua anima. Senza doverle promettere nulla in cambio. Ma lui era generoso. “Nella realtà sei stata tu ad ucciderlo, anche se per pietà, anche se te l’ha chiesto”.
Lei lo guardò sorpresa. Questo certo non s lo sarebbe aspettata. Nessuno. In una rapida carrellata le tornarono alla mente tutte quelle riflessioni che aveva fatto fin da bambina, sul diavolo e sull’inferno. Sulle stupidità popolari. Lo vedeva ancora bello, ma con occhi diversi. Era stata messa nel sacco. Dal bel tomo. Non aveva venduto la sua anima. L’aveva proprio regalata. Poi il suo sguardo lentamente si trasformò in un’espressione di furbizia. Forse a scuola non andava proprio bene, ma non era nemmeno stupida. “Tecnicamente non sono colpevole perché in un certo senso era già morto”. L’incantevole visitatore si mostrò contrariato e la salutò dalla porta. “Ci rivedremo”. Lei si guardò allo specchio, non era più lei. Era proprio come quella che gli aveva fatto vedere nel cellulare. Era quella. Bella come una principessa. Come un’attrice. Altrettanto elegante. “Non credo”. La cosa più gravosa era dire a papà del nonno. Nessuno avrebbe saputo mai che lei ci aveva messo mano. Che l’aveva aiutato. Per tutti, semplicemente, era arrivata la sua ora.
I diavoli, quando sono in giro, non sono come nei racconti. Non hanno corna né zoccoli. Non sono tutti uguali. Non si assomigliano affatto. Tante volte nemmeno vanno d’accordo tra loro. Puoi trovarli ovunque. Non si riescono a riconoscere. Sono tra noi e non li possiamo vedere. Magari è proprio quello zio che ti offre la pastarella. L’inquilino dalla porta accanto. Il contadino che non perde mai il raccolto. Quello che sta sistemando il tetto della sua abitazione. Chi è tanto carino e si offre di accompagnarti per un tratto di strana. Insomma sono persone come le altre. Una cosa è sicura: solo alle donne è stato concesso di essere diavoli e angeli allo stesso tempo.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_demon%C3%AE
http://www.latelanera.com/divinita-demoni-personaggi/dio-demone-personaggio.asp?id=279
http://www.mariavaltorta.it/Ribellione%20di%20Lucifero.html

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Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e ogni mezzo di comunicazione, compresi i blog, era tempestato di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare. Cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale in uno stentato italiano aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda.
Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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Spesso si era domandato quali fervide menti folli e beffarde avessero partorito la toponomastica[1] della città e il suo nome stesso: Leviatano Brianza. Da bambino si era limitato a chiedersi semplicemente da dove venisse. Un giorno, poco prima delle superiori, aveva prevalso la curiosità. In wikipedia aveva trovato la risposta. Ora sapeva almeno l’origine del termine e lo trovava alquanto stravagante. Continuava a ignorare perché l’avessero adottato proprio per il loro piccolo paese. Ma tant’è. Lì era nato e lì era vissuto. Se quelli degli altri posti ridevano lui lo aveva accettato. Ci aveva fatto l’abitudine. Solo a volte continuava a trovare tutto un po’ macabro. E la notte buia lo metteva un poco in agitazione. Anche se si dava dello stupido.
In quei giorni il comune aveva provveduto a distribuire i nuovi raccoglitori in tutte le strade e nei condomini. A guardarli erano proprio orribili. Un colore diverso per ogni differenziata, ma tutti i colori sembravano sporchi già da nuovi. L’ordine e la pulizia erano principio tassativo per gli amministratori e per tutti. Era l’immagine del vivere corretto ed equanime della comunità. Così ognuno avrebbe pagato solo ed esclusivamente per le sporcizie prodotte da lui e dalla famiglia e/o conviventi. Era una questione di pulizia e di giustizia. Certi scempi ambientali non si dovevano più vedere né tollerare.
Vlad, non come Vladimiro, ma solo Vlad Barbaro, era un quarantenne separato. Quella sera era la sua sera, si era recato a trovare i figli e stava ritornando. Diversamente sarebbe stata una serata come tante. Ma era un sabato, un sabato dispari. Pensava di fermarsi Alla Casa della strega per un ultimo goccio. Per scordare quel po’ di malinconia che provava ogni volta che li incontrava. Dopo il divorzio niente era stato come prima. Aveva già fatto via del Sabba, girato per via Tiamtu fermandosi al semaforo minacciosamente rosso, attraversato piazza di Tantalo o dell’eterno riposo e imboccato il vicoletto del Golgota, quando si era ricordato di avere le immondizie ancora nel sedile posteriore. Se ne era proprio dimenticato. Allora aveva fermato la macchina allo stop, davanti ad un condominio piuttosto grande. Un lampione spettrale illuminava solo un portone e le serrande di due garage. In fila, a destra, erano allineati quei maledetti cassonetti; quasi invisibili dal suo posto di guida. Parcheggiò con perizia e attenzione poco più avanti. Forse era una pessima idea. Ci pensò ancora qualche attimo e poi scese impugnando la busta come una refurtiva.
Era una maledetta notte senza luna. Nemmeno lui avrebbe saputo dire cosa veramente l’avesse spinto verso quella decisione. Tutto era solo ombre e contorni. Le cose non avevano colore. Fortuna che avevano messo le scritte, e che i cassonetti erano sempre nello stesso ordine. Il primo a sinistra per la differenziata. Era un tipo rispettoso. Coscienzioso. Sua moglie, ormai ex moglie, diceva sempre che lo era anche troppo. Fino a essere pedante. Non superava mai i limiti di velocità. Parcheggiava solo nei posti assegnati. Mai nemmeno una multa. Era un tipo che non avrebbe mai fatto niente di simile. Era nato lì e lì era sempre vissuto. Ma quella sera avrebbe preso la decisione più sbagliata da quando era nato. Sapeva che se ne sarebbe pentito. Che si sarebbe sentito colpevole per sempre. Quella vocetta dentro gli diceva Fallo. Non puoi tornare a casa con le spazzature. Sicuro che te ne dimentichi ancora e te ne rammenti quando sei in ufficio. E poi ti resta la puzza il macchina.
Era stanco e un poco alticcio. Piuttosto che riportarle era disposto ad autodenunciarsi e auto-multarsi. Già lì aveva commesso la sua prima infrazione. La prima di tutta la sua esistenza. Non avrebbe mai dovuto mettersi alla guida in quello stato. Il campanile della chiesa in piazza batteva lugubre la mezzanotte; anche se erano solo le undici e cinquanta. Questo l’avrebbe ricordato per il resto della sua esistenza. Alla fine si era deciso. Si era guardato intorno, con fare furtivo, colpevole, non c’era anima viva. Nessuno l’avrebbe visto. Si disse Che sarà mai? per combattere e vincere la sua lotta contro il suo senso di scrupolo per la disciplina. Così si era diretto cauto. Sempre attento e in apprensione. Con le orecchie ben ritte e gli occhi che frugavano ogni angolo di quelle tenebre. Pronto, nell’eventualità, a cercare una scusa o darsela a gambe all’ultimo.
Sghignazzava una civetta. Passò la tessera magnetica davanti al lettore e gli sembrò di sentire emettere uno strano suono. Non poteva che sbagliarsi, doveva aver bevuto un bicchierino di troppo. Forse l’ultimo amaro. Infilò il sacchetto e il cassonetto, con sua sorpresa, lo risputò con una sorta di Puah! schifato. Stavolta non poteva essersi sbagliato. Il rumore veniva proprio dal contenitore. Lo fissò contradetto. Forse era uno dei tanti miracoli della tecnologia. Un semplice assurdo e innocuo cicalino. Cosa stava succedendo? Quella curiosità sarebbe stata l’ultimo sbaglio che avrebbe commesso, il fino a allora ligio, Vlad Barbaro. Provò nuovamente a inserire il sacchetto spingendo con energia e avvicinò la testa per guardare dentro quella sorta di bocca. Per svelare quel mistero. Sentì come un rantolo e il pertugiò lo risucchiò e se lo mangiò. Con un rumore sinistro come di una macina. Alla fine sputacchiò fuori sull’asfalto i suoi vestiti masticati e frammenti di denti e altri materiali bianchi indigeribili. E tornò il silenzio.
Le prime luci del mattino cercavano di illuminare le cose cospargendo il paese di ombre lunghe. Lucrezia SantIddio, che tornava dal turno di notte, vedendo tutto quel pandemonio di disordine, paziente raccattò quei frammenti che parevano d’ossa, si fece riconoscere e li mise nella differenziata. Quei quattro stacci, che sembravano azzannati da uno storno enorme di tarme, li infilò nel contenitore più grande: quello della Caritas. Si guardò intorno e se ne andò soddisfatta, non senza essersi chiesta chi era quel morto di fame che aveva potuto generare un simile disastro. Era decisa a denunciare la cosa al comando dei vigili urbani e alla direzione della stessa società per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Non era disposta a pagare un aumento di tributo per altri.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno

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Sono rimasto completamente calvo, ma non ho perso la speranza nella ricrescita.
Ho trovato anche una poltrona di seconda mano per farla lavorare più agevolmente. E ormai il bagno grande è riservato a noi. Almeno quando deve venire lei. Aveva imparato, sperimentando su di me, anche a tagliarli. Mi sistema anche la barba. Le sopracciglia. Rade invadenze eventuali sulle orecchie e sul naso. I peli continuano a crescere da per tutto. Solo sulla zucca mi hanno completamente abbandonato. Per ora. Ma l’apoteosi resta il trattamento in testa.
Non mi guardo allo specchio perché la mia immagine mi fa ribrezzo. Mi imbavaglia come un ragazzino. Si preoccupa che stia comodo. Poi si mette all’opera. Mi impiastriccia tutta questa palla da biliardo di olii e creme. Mi friziona. Mi massaggia. Mi sciacqua senza perdere una goccia, e ricomincia. Paziente. Io devo solo starmene lì buono e godere. E’ il paradiso. Le sue dita mi penetrano dentro. E’ una sensazione strana. Profonda. Straordinaria.
Giacinta va è viene. Non perché non abbia fiducia. Ci mancherebbe altro. Io mi fido di lei e lei di me. E poi vede la mia compagna. Cristelliana non è ragazza. ovvero donna, da grandi passioni. Una scusa vale l’altra. Solo perché siamo in casa. Per chiedere se la nostra ospite è stanca. Se ha voglia di un caffè. Di una pausa. Di quattro chiacchiere. Se le manca qualcosa, ma lei porta sempre tutto il necessario. Se c’è bisogno di altri asciugamani. Se ci sembra che ci siano delle novità. Forse anche lei mi preferiva con i capelli. Anche solo per avvertirci se deve uscire. Intanto il tempo scorre. Si avvicina a consumarsi. E sento uno strano formicolio come in sottofondo. Forse tutte queste cure, il trattamento. cominciano a funzionare. Certo funziona per il mio piacere.
Finalmente trovo il coraggio e glielo chiedo: “Posso chiamarti Cristi”? Lei me ne da il permesso con un sorriso stranito che sembra che sia io a farle il piacere. Mi sembra che sia più facile parlare. Senza troppe barriere. Senza troppo remore. Con un po’ di confidenza. Ormai ci vediamo da mesi. Ormai qualche volta si mette anche un po’ più libera. Bada meno all’etichetta. Ormai l’aspetto anche se sono in pigiama. Con l’accappatoio. Come oggi. E’ una ragazza strana. Che sa stare al suo posto. Non so darle un’età precisa. Potrebbe avere venticinque anni come trenta. E almeno una decina di chili di troppo. Anche se ultimamente mi sembra che stia più attenta.
Giacinta è venuta a controllare ed è già uscita. Nemmeno sono stato ad ascoltarla. Per un po’ non entrerà per chiedere se ne abbiamo ancora per molto e come va. Mentre lo dico mi chiedo se mai non sia l’idea più balzana di tutta la mia vita. Bizzarra. E lei mi guarda esterrefatta. Colta completamente di sorpresa. In contropiede. Forse l’ho detto solo per trattenere ancora un po’ la sua presenza. Forse senza pensarci. Forse per essere cortese. “Posso essere io a farlo a te”.
Quel “Te.” mi da un senso di serenità. “Che cosa”?
Spalanca la bocca contornata da quelle sue labbra sottilissime e irregolari. “Ma dottore”…
Uno shampoo”? Per la prima volta si distrae e mi sfiora. Con un seno. Impercettibilmente. Ho la conferma, forse solo l’impressione, che siano come pensavo. Come me lo sarei aspettato. Leggermente abbondante, ma un poco rassegnato. Poi penso ad altro. Correttamente. Aspetto solo la sua risposta. La sua decisione. “Solo uno shampoo”?
Tace. Chi tace acconsente. O almeno valuta la proposta. Non le lascio troppo tempo per riflettere. “Che sarà mai? Voglio provare. Mettiti comoda”.
Lei alza le spalle e ci cambiamo di posto. Sostituisco l’asciugamano prendendone uno pulito. Lei piega la testa e lascia che glielo sistemi sul gozzo e sulle spalle. Ci infila sotto le braccia. Sono stato attento. Ho visto come fa. Ne scelgo uno all’olio di palma. Le bagno i capelli e li riempio di shampoo. Poi inizio a frizionarli. Monta una schiuma incredibile. Si perde quel colore opalino. Diventa bianca e abbondante. La faccio lievitare e straripare, poi la lascio solo depositare per un po’. Intanto cerchiamo di dialogare del più e del meno. Lei resta ad occhi chiusi. Le palpebre appena accostate. Come in trans. La sua voce sembra navigare distante. “Lo sa lei, dottore, che non mi è mai successo”.
Non le chiedo niente. Lo prendo come un incoraggiamento. Quando torno a prendermi cura di lei volutamente le sfioro quel seno. Lo stesso. Quasi solo per curiosità. Lei sorride. Non ha trovato malizia in quel gesto. O non lo sa oppure mi perdona. Direi che ormai siamo quasi amici. Me n’ero accorto all’istante, la cosa funziona anche così. Anche di più. Avverto che mi piace immergere le dita nella schiuma e nella sua chioma. Frugarla. Aggrovigliarla e poi sbrogliarla. Pettinarla con le unghie. Leggero come una piuma. E poi ancora. E ancora. Mentre è abbandonata nelle mie mani mi confida che a lei sono sempre piaciuti gli uomini calvi. Mi sorride alzando leggermente il capo. Torna a chiude gli occhi e penso provi quello che sto provando io. E che provo quando lo fa lei. Quando li sciacquo, già la prima volta, i suoi capelli lasciano un alone nero nell’acqua. Credo che potrei impazzire.
Forse non se ne accorge ma è troppo. Quello che provo è quasi esagerato. Prodigioso. Indugio sul suo cuoio capelluto. Manipolo e perlustro come se fossi in cerca di rubarle qualche idea. Se potessi infilarle i polpastrelli dentro la sua testa e se le idee avessero una loro fisicità. Fossero di materiale organico. Che potessi afferrarle, le idee, una ad una, tra il pollice e l’indice. La cosa sta durando fin troppo. Lei se ne accorge. Mi consiglia che è tempo di finire. L’acqua che scende non è più così nera. “Ora tocca a me, dottore. A servirla”.
Se non la guardo solo con gli occhi la vedo diversa. Non credo sia perché stasera è anche più nera del solito. Un po’ di colore le è sceso lungo il viso. Lo scaccia con la mano. Decisamente non è bella, ma è una donna. Anche se con una decina di kili di troppo. E le sue mani mi fanno impazzire. Ha i capelli ancora bagnati. Scuote la testa. Era troppa l’emozione. Non ho pensato al phon. Maledizione. Sono stato uno stupido. Ho perso l’occasione. Ma sono andato troppo oltre. Non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità. Devo correre il rischio. Anche se so che potrei anche perderla. Non posso fare a meno delle sue mani. Ma mi hanno parlato dentro. Rigirato come un calzino. Sconvolto tutto. Perciò… Non posso sottrarmi. Debbo farmi temerario. Che sia quello che deve essere. Magari dopo posso provare a farmi scusare. Magari con un mazzo di rose. “Posso chiederle una cosa”?
Mi risponde immediatamente. “Dica pure, dottore”.
Me la può fare una cortesia”?
Si mostra disponibile. “Tutto quello che vuole dottore”.
Lo può prendere in bocca”?
Nemmeno l’accappatoio mi permette di mentire. Non sa o fingeva di non capire. Mi guarda con un diavolo per capello e gli occhi spalancati. Si pianta le mani bagnate sui fianchi. Ha l’aria di voler piangere. Ha il ghigno di volermi colpire. “Ma come si permette”?
Mi faccio più piccolo che posso. Mi rintano dentro di me. Non ho il tempo per cercare una scusa. Sono stato un idiota. Dovevo saperlo. “Non volevo offenderla. E’ che le sue mani su… su di me, mi hanno fatto sentire qualcosa. Una sorta di confidenza. Un bisogno di coccole. Mi spiace. Mi scusi se l’ho offesa”.
Espelle tutta l’aria che ha nei polmoni e ne trae un sospiro di sollievo. Si rilassa. “Ma se è solo quello. Chissà cosa ero andata ad immaginarmi. Se lo chiede così. E con gentilezza. Mi scusi lei, dottore. Capisco. Magari un… un pochino. Faccio subito”.
Mi spiegherà in seguito che aveva immaginato il lembo di quell’accappatoio. A cose simili. Io avevo pensato proprio a quello. Desideravo vederla fare il cagnolino. Se la guardo mi distraggo. Chiudo gli occhi e sono nella più completa beatitudine. Chiude gli occhi e non so immaginare cosa pensa. Forse anche lei pensa a qualcuno che in questo momento non c’è. Forse a qualcuno che non potrebbe avere. A una specie di principe azzurro, molto diverso da me. Forse solo a me. A quello. Per non distrarsi. Mi piace crederlo. “Cristo, Crista sei adorabile”.
La sventura è che dura poco. Esce per fare la pipì; credo. O per sciacquarsi la bocca. Non lo so. So solo che esce. Sta via solo un attimo. Torna e io ho ancora la testa da sciacquare per l’ultima volta. Non si e dimenticata di me. “Posso confessarle una cosa, dottore; spero che mi capisca. Che mi perdoni. Speravo che me lo chiedesse. Non ci credevo proprio. Mi so guardare allo specchio. E lei è un signore tanto gentile. Elegante. Le posso consigliare una cosa? Non prenda il caffè per un paio di giorni. Ho messo un po’ di cantarella nello zucchero. Così potrò farle lo shampoo anche tutti i giorni. Tutte le sere. Senza che quella, mi scusi, ci disturbi”.
Ora sono un vedovo inconsolabile. La casa è un po’ vuota senza la povera Giacinta. Mi sono tolto definitivamente l’abitudine per il caffè. Il fumo uccide, ma uccide di meno. E mi rende meno nervoso. Abbiamo deciso, io e Cristelliana, che lei viene tutte le sere, finché non si stabilisce definitivamente da me. Se non ha altri impegni si ferma anche a dormire. Solitamente mi allarma prima: “Se ha pazienza, dottore, poi facciamo come quella magica sera. Io li lavo a lei. Lei li lava a me. Senza fretta io li lavo ancora a lei. E poi, se fa il bravo… E poi”… Lascia la frase in sospeso. Non lo dice mai, ma sorride sempre con quel ghigno da furbetta. Stasera ha i capelli del colore della zucca. Sembra diversa. Stasera ho tutta l’intenzione di sporcarli di me e poi risciacquarli, e sporcarle anche tutta la sua brutta faccia.

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Ore dodici e trenta in punto, spaccate. Salone enorme. Tavolo chilometrico. Ci doveva volere una fatica ciclopica per tenere pulita tutta quella stamberga. E un oceano di olio di gomito per tutti quegli argenti. Per non parlare degli altissimi vetri alle finestre. Naturalmente il Signor Conte era seduto a capo tavola. La Signora Contessa alla sua sinistra, poco distante. Il Signorino Rampollo all’altro capo della tavolata imbandita. Le luci non erano accese, per risparmiare. Il sole entrava timidamente di striscio. Anemico. Tutto questo quando era entrata la cameriera con la zuppiera fumante in mano. Cappelletti in brodo. Aveva la crestina in tulle immacolata inamidata in testa, naturalmente la donna a servizio, un bianco grembiulino in simil raso sopra l’abito in poliestere, obbligatoriamente nero, non troppo corto, e sotto ancora una sottogonna in tulle. In tutti gli indumenti si poteva però notare il prolungato uso. E anche gli abbondanti merletti cominciavano a sfilacciarsi.
Il Signor Conte, impaziente come sempre, col tovagliolo già infilato nel colletto, la rimproverò che era stanco di ripeterle che si doveva servire mettendosi dall’altra parte. Lei girò attorno al seggiolone e ubbidiente si mise a sinistra e lui le poggiò la destra dietro incurante di essere visto. Il piatto era leggermente sbrecciato ma quasi non si poteva notare. Lei versò nella porcellana, con molta perizia, il primo mestolo di minestra. Fai attenzione a non versare. La mano si era data un gran da fare per scostare tutte quelle stoffe. Certamente Signor Conte. Nel loro vocabolario le maiuscole erano d’obbligo. Versò con la massima cura anche una seconda razione del tutto simile alla prima. Il Signor Conte ci teneva alla precisione. Soddisfatto alzò la mano nel gesto che segnalava che bastava così. Le ricordò di aggiungere un bel po’ abbondante di parmigiano e la accomiatò, ridendo soddisfatto a quattro ganasce, con una gran patta sul sedere.
Lei passò a servire la sua Signora Padrona girando al largo dal Padrone. La Signora contessa era palesemente indispettita dal comportamento dell’Illustre Coniuge. Non riusciva a trattenere la sua giusta collera. Possibile che nemmeno a tavola tu ti sappia comportare come si deve? E davanti agli occhi innocenti di nostro figlio. Su tale innocenza ci sarebbero stati fiumi di parole da spendere, ma il Giovine Signorino trentenne se ne stava zitto a godersi il bisticcio aspettando la sua razione. Volevo solo controllare… i miei possedimenti. Non ti preoccupare, è ancora sodo anche il tuo. Non come quello di Cesarina, però… Era molto frequente che il loro desinare fosse ravvivato da discussioni simili. La cameriera ormai nemmeno li stava ad ascoltare. Badava a fare al meglio il suo lavoro. Sei sempre stato solo un gran bifolco. Dove avevo la testa? Il Signor Conte non si era premurato di non esporre le sue convinzioni. Dove sei solita tenerla, cara, nelle culottes. Quel giorno poteva sembrare un giorno come tutti gli altri, ma la Signora ne aveva a sufficienza; le tasche erano piene. In aggiunta, quel Signor Conte, fu colpito da un improvviso colpo di tosse e spruzzò tutto intorno di brodo e frammenti di cappelletti, colpendo anche l’Aristocratica Moglie. Ti prego, Cesarina, toglimi questo schifo di torno. Fai qualcosa. Il Signor Conte non fece a tempo di pulirsi labbra, barba e baffi, nella tovaglia, che la zelante domestica era accorsa sollecita in soccorso della Donna. Subito Signora Contessa. Si era prodigata nel liberarla dai risultati di quel disastro poi tornò dietro al Signore e dalla tavola prese il coltello affilatissimo per la carne e glielo conficcò decisa nel cervello. La lama entrò da una tempia ed ne uscì dall’altra perfettamente orizzontale e simmetrica. Il Signor Conte crollò sulla tovaglia rovesciando il piatto fondo. La Signora Contessa osservò come quell’uomo era morto com’era sempre vissuto: da pasticcione buzzurro.
La padrona sembrava soddisfatta. Osservò come il Marito avesse sporcato, inopportunamente e senza attenzione alcuna, la tovaglia quasi nuova di sangue. La serva le rabboccò rapidamente il piatto. La Signora le chiese energicamente di sostituirlo subito gettando lontano quello che aveva davanti. Lei eseguì immediatamente l’ordine. Alla Signora Contessa era sufficiente un mezzo mestolo. Cesarina non la lasciò nemmeno parlare e la prevenne, come faceva spesso, le aggiunse subito un’enorme pioggia di formaggio. Passò a servire il suo Signorino, e anche lui allungò le mani, la paziente cameriera ormai non ci faceva nemmeno più caso. Poi s’impegnò a raccogliere i cocci e infine si mise ritta ad aspettare che i due Signori, Madre e Figlio, finissero di rimestare nel brodo. Poi passò ad affettare il brasato per servire prima la Signora Madre e poi passare al Signorino Figlio.
La Signora Contessa masticava rumorosamente brontolando che questa volta il macellaio l’aveva imbrogliata, non aveva fatto loro un buon servizio, perché quella carne era coriacea, dura e piena di grasso. Il Figlio la guardava stupefatto e stancamente disgustato. E non sopportava che lei si togliesse il cibo dai denti con le unghie. E non sopportava tutto quel rossetto con il quale imbrattava a ogni boccone il tovagliolo. E il modo in cui lo chiamava caro il mio bambino. O il mio tesorino. Anche la signora contessa la congedò con una sonora pacca al culo. Questo sì che sorprese l’attenta ed esperta donna della servitù che credeva di averle già viste tutte. Non se l’era proprio aspettata e non aveva nemmeno potuto attutire il colpo. Ora sono io la padrona. In fine alla Nobile Signora sfuggì un’enorme rutto che l’autrice non riuscì a attenuare nemmeno di poco nonostante il tentativo tardo di soffocarlo nel tovagliolo. Lui, il Rampollo, guardò implorante la donna premurosa che si occupava di servirli. Cesarina, puoi farla smettere? Ancora una volta lei si prodigò per rendersi immediatamente utile. Stavolta prese il coltello affilatissimo per il pesce e lo conficcò determinata nel collo della Contessa. Anche in questo caso fuori per fuori. La Signora Contessa restò ritta sulla sedia appoggiata allo schienale come imbalsamata. La bocca spalancata per la sorpresa. Gli occhi increduli e fissi che lentamente perdevano luce. Il Figlio ingurgitò l’aria fin quasi a soffocarsi ed espresse un sospiro soddisfatto. “Finalmente quei due mentecatti rimbambiti si son tolti dai coglioni”.
Non si aspettava certo un grazie e nemmeno lo avrebbe gradito, comunque non le giunse. Interpretando i bisogni del giovin rampollo, che ormai conosceva alla perfezione, lo prevenne, come faceva spesso, chiedendogli se doveva preparargli il letto. Lei era una cameriera esperta, ormai serviva da anni quella famiglia, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di chiederlo. E nemmeno sarebbe stato compito suo. Naturalmente lui le confermò che quello sarebbe stato proprio il suo desiderio e che lo desiderava come piaceva a lui, Già caldo. Le annunciò che sarebbe arrivato subito, il tempo di fumarsi un buon sigaro, di quelli che il Padre, ma lui non usò nessuna maiuscola, aveva tenuto per tanto tempo sotto chiave. Gli chiese come, anche in questo caso conosceva già la risposta, altresì sapeva che a lui piaceva comandarglielo. Nuda che devo fare presto. Ora ho io la responsabilità di tutto. Dì a Geremia che poi pulisca lui tutta questa baraonda che hai combinato. E devo avvertire la servitù. Cesarina corse nella stanza, che non era riscaldata, si spogliò rapidamente e s’infilò sotto le coperte. Tenne solo la crestina in tulle in testa, anche se dopo avrebbe dovuto inamidarla nuovamente, pazienza, e il grembiulino in simil raso perché sapeva i gusti del Padroncino.
Come promesso lui non tardò molto. Non la fece aspettare troppo. Scostò le coperte per restare a guardarla ancora un po’. Va bene così Signorino? gli chiese con garbo soddisfatta di sé e leggendo la soddisfazione negli occhi del Padroncino. Ma lui, per un attimo, parve adirarsi Non sono più il Padroncino. Ora sono io il Conte. Ora sono io il Padrone. Lei sorrise educatamente e lo afferrò proprio per quello scettro misero di cui lui andava scioccamente fiero. Non era un gran che di Conte. Aveva preso tutto dal padre. Mi scusi se mi permetto. Certo il padrone è Lei, ma finché la tengo in pugno, così, chi comanda, come sempre, è la paziente esperta e valente Cesarina. Poi batte sul suo fianco Ora si accomodi pure e veda di fare il bravo. Il Giovine Nobile non si provò a ribattere. Per la prima volta era solo preoccupato del suo giudizio. Un Conte è sempre un Conte e ora stava a lui, e soltanto a lui, tenere alto il nome del Casato. Scivolò nel letto e soffocò in beatitudine sotto le tette generose della sua Cesarina. La morale della storia è sempre la stessa: il padrone che cerca di fottere la giovane servetta deve averne gli argomenti necessari e corre sempre il rischio di restare fottuto. Parola di Cesarina.

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A vederli gironzolare sembrano frutto di tre amici rimasti soli al bar.
Due personaggi sfuggiti alla penna di Stefano Benni. Messi in musica da Samuele Bersani. Nella Bologna di Carlo Lucarelli. Semplicemente perché la salute di Claudio Lolli non era più la stessa, quella di Paz[1] andava ancora peggio, se si può dire così, e Marino Severini era il tournée con i suoi Gang. Per questioni di necessità.
Inutile chiedere in giro: nessuno avrebbe potuto distinguerli. Non perché fossero uguali, non si assomigliavano affatto. Uno era lungo lungo e biondo, coi lunghi capelli lisci, le mani sempre in tasca e un naso che arrivava con un buon quartino d’ora in anticipo. L’altro era un po’ meno alto e meno secco, aveva i cappelli che non si saprebbe saputo dire, ma sicuramente scuri, e due occhi sempre accesi; e non risparmiava certo nella sua collezione di brufoli. Solitamente uno era incazzato nero sempre e brontolava, forse il biondo, e l’altro pure. Semplicemente perché nessuno aveva visto l’uno senza vedere insieme l’altro.
Anche per l’anagrafe comunale era così o quasi. Sul registro cartaceo apparivano come Maiano e Zizinho, nati tra il primo e il cinque maggio, da N e NN. Come una sola registrazione e una sola persona. Il registro informatico invece non ne aveva voluto sapere. Zizinho aveva cercato di classificarlo come cognome, e alla data di nascita era andato tutto in crash. Pretendeva, la stupida macchina, una data unica e precisa. C’era un box con una sola possibilità di inserimento per il giorno, o 1 o 5. Avevano provato con una soluzione intermedia, cioè il tre. Avevano subito capito che ad ogni stringa da digitare si sarebbero trovati davanti agli stessi problemi e avevano rinunciato. Nessuno era stato in grado di trovare una soluzione. Alla fine si era deciso di abortire l’inserimento dati e di accontentarsi unicamente della carta. Quello era stato assolutamente il primo problema creato dei nostri due, o, per meglio dire, derivato, anche se del tutto involontariamente da parte dei nostri, dal loro stato.
Non che fossero cattivi; non si poteva certo dire fossero buoni. Se domandavi in giro ti sentivi rispondere Ah! quelli, meglio lasciarli stare. Stesso orfanatrofio. Sembra, ma molte cose sono incerte e vaghe, che uno sia stato abbandonato da una ragazza madre, per la vergogna, e l’altro i genitori non li avesse proprio mai avuti; icona delle storie del cavolo. Non si sa se nemmeno all’entrata a quel ricovero siano stati registrati separatamente. In quel posto non ci rimasero molto. Quella viene ancora menzionata come la loro prima evasione.
La prima volta che fecero parlare di loro il meno biondo la faceva ancora nel letto di notte. Rovesciarono la zuppa in testa alla mocciosa del tavolo accanto che si dava tutte quelle arie da principessa. Lei frignò per una settimana. Allora andarono a visitare il suo letto di notte e presero, per così dire in prestito, quel libro con solo disegni, che le era tanto caro e conservava come l’ave Maria. Non che amassero particolarmente la letteratura, nessuno dei due, ma solo per il gusto. Come sempre li presero quasi subito. In quel caso dopo l’esame delle feci. Se è capitato di sentirla raccontare lo facevano solo per ridere al ricordo di come s’era imbrattata tutta.
La vita è breve. Passa in un lampo. Sono inutili tante menate. E nella vita è sempre meglio correre, che fermarsi a pensare; ci può essere sempre qualcuno a correrti dietro. Lo skate dello stronzetto era proprio bello. Basta saper chiedere. “Me lo fai vedere”? Nella vita non conta il più forte, ma il più duro. Il più deciso. Il più furbo. A volte anche basta essere solo il più svelto. E in due si è sempre uno in più di uno. Ma una volta li hanno presi in cinque. Ne parlano ancora in piazza Grande. Cinque e non proprio minuti. Le hanno prese tante. Ma uno aveva un tirapugni in tasca e l’altro ha rotto una bottiglia. Alla fine li hanno stesi tutti e son rimasti a contare i caduti. E quei morti lamentosi li hanno pure pisciati.
Uno prometteva bene a dar calci al pallone, sembra quello che non era biondo, l’altro sapeva dare calci ma non lo prendeva mai, quando si trattava del pallone. Naturalmente se giocava uno bisognava far giocare anche l’altro, magari in porta. Visto da un ignoto osservatore, a quello bravo, ad un certo punto, proposero un contratto come pre-aspirante-promessa-dilettante in una grossa squadra. Rispose che non se ne faceva niente, che non andava da nessuna parte senza l’amico. Il contratto non fu mai firmato e gli spogliatoi del campetto della quasi grossa squadra semi-professionista presero fuoco di domenica, mentre tutti aspettavano di fare la doccia. Ma anche la partita non era proprio andata bene.
Ormai giovani ragazzi quando uno si innamorò si innamorò anche l’altro; della stessa ragazza. Ad una festa. Una stronzetta, maglietta a righe e zatteroni; tutta pelle e ossa e piercing al naso. Lei non ne voleva proprio molto sapere. Né dell’uno né dell’altro, e tanto meno di tutt’e due. Voleva fare la diva. Con un po’ di pazienza alla fine sono riusciti a convincerla, e la loro storia d’amore è cominciata veramente e alla grande, una decina di giorni dopo, quando lei ha lasciato l’ospedale. Ma poi era diventata molto docile. Alzava le spalle. Sempre imbronciata. Proprio come una ragazzina. Questo o quello era lo stesso, anche tutt’e due. Nessuno di loro era geloso. Bastava poco, un materasso. Bastava che portasse la grana perché, per un periodo, si era lasciata convincere anche a fare il mestiere per loro.
Uno dei due, insomma quello che a calcio rimuoveva solo le zolle, aveva imparato a strimpellare con la chitarra, e aveva anche una voce intonata. Acchiappavano. Più grandi loro e più grandi quelle che rimorchiavano. Salvo qualche rara occasione, perché le sbarbine, anche molto tenere, attizzavano entrambi. Erano più emancipate, sempre pronte a limonare, pronte a darla. Farlo con due era anche più divertente. Niente musi lunghi e niente stupide fisime. Alle feste li invitavano malvolentieri, solo perché un po’ di roba, a loro, non mancava mai. Avevano imparato la lezione. Per le zoccole c’era sempre lavoro. Niente crisi. I quattrini cominciavano a girare, anche se non bastavano mai.
Di storie da raccontare su loro, e quella loro vita, ce ne sarebbero ancora tante e ancora altre. Fin troppe. A cominciare dal loro innamoramento con la roba pesante. Ma nessuno né parla volentieri, e qui si è detto quanto basta. E non vuole essere un necrologio né ancor meno un’ ode. Perché voler andare contro corrente e infastidire il silenzio? Quella città non era fatta per gli eroi. La realtà non è mai stata creata per essere favola. E’ solo quello che è. La gente passa e va. Ci sono tipi così e tipi diversi. Loro erano solo Maiano e Zizinho. Due ragazzi come tanti. Due ragazzi del branco. Ma anche due tipi tosti. Non avevano avuto molto, anzi niente. Non che questo li giustificasse. Per le assoluzioni c’è sempre la chiesa. Sapevano quello che volevano e quello che volevano se lo prendevano. Decisi. Senza tante menate.
Poi Maiano o Zizinho, uno dei due, fa lo stesso, incontrò quella che ti mette triste. Quella che ti fa andare fuori. Quella rossa. Sono sempre le donne brave a mettere zizzania. Che mandano fanculo le cose belle come le amicizie. Una vita intera, tra loro, poteva finire in un istante. Divenne ancora di più malinconico. Perse l’appetito. Lei, la fata, non ne voleva proprio sapere di darla. Né lì in mezzo la sala, con occhi che vedono, né in un buco più privato. Tanto meno farlo anche con l’altro. Non ci pensava. Non se lo filava proprio. L’altro disse: “Lascia fare a me. Cazzo”! Sostenendo che ci avrebbe pensato a convincere lui la sgualdrina. Ma con lei era tutto diverso. Lui provare ci provò: “Io ti voglio bene, veramente. Cazzo”! Lei non era un tipo remissivo. Non si faceva convincere. Sembrava l’avesse messa sotto chiave. Lasciata in una cassetta di sicurezza. Lo lasciò toccarle una tetta. Poi stop. Gli tolse le mani quando aveva quasi raggiunto le mutandine. Tutto inutile. Invece la maliardona disse la cosa che li condannò entrambi: “O lui o me”.
La festa finì com’era cominciata, con entrambi che rinfoderavano le armi. E si rinfacciavano le colpe. Non si riconoscevano più. Dopo altre insistenze promessa gliel’aveva anche promessa, ma quando si sarebbe deciso. Da soli. Con un letto sotto al culo. E il marito distratto a guardare altrove. A farsi le sue. A menarselo distante. Magari quando era via. Ma non si toglieva dai coglioni. Questo solo rimandava la decisione. Poi il giorno venne. Era ricoverato, il marito, per dei calcoli renali. Faceva, il marito, il ganzo con tutte le infermiere, persino con le interinali, e anche le dottoresse. Si credeva un dio. Lui, Maiano o Zizinho, quello dei due, lo sapeva. Lei era una troia di quelle nate e fatte. Una di quelle insaziabili, ma che la faceva penare. Che si divertiva a farsi desiderare. E quella, la donna, telefonò alle otto di mattina. “Cos’hai deciso? O vieni con me o vieni da solo”.
Il discorso non gli filava proprio liscio. Ma poi, se possibile, l’incantatrice fu anche più precisa. E più subdola d’una serpe. Era proprio senza alcun ritegno. Gli annunciò che si sentiva troppo sola. Che il letto era troppo grande per lei. Desolatamente vuoto. Che lo pensava da giorni. Da quella sera stessa. Che non poteva più vivere… Di quanto aveva sognato e sospirato questa occasione. E poi ancora, come non bastasse, cominciò ad elencargli tutto quello che avrebbe voluto fare. Con lui. Gli confessò che si era già fatta una doccia. Profumata e preparata, proprio per lui. Che era quasi nuda, stesa sulle lenzuola. Che si stava già sfilando il tanga, e che sotto era già un torrente in piena, straripante. Forse fu quest’ultima ammissione, la visione di una sorta di tsunami vaginale, che le convinse. Se la raffigurava là, davanti ai suoi occhi. La vedeva. Stava già sudando e disse solo: “Arrivo”.
Ma se c’era uno più furbo dell’altro non era lui. Non aveva ancora finito la prima. Stava riprendendo fiato. L’appartamento intero fu scosso da un orrendo boato. Lui nudo, lei nuda, l’amico davanti a loro. Aveva sfondato la porta. E aveva due occhi come l’altro non li aveva mai visti, lanciavano fuoco. Lo stese con un pugno e prese il suo posto, mettendo alla puttana una mano lì e una sulla bocca, per soffocare quelle grida. Era la prima volta che menava l’amico. Gli dispiaceva essere stato costretto a farlo. Le spiegò, senza togliere una mano, che doveva fare silenzio. Stare zitta. Che se faceva la brava forse non si sarebbe fatta troppo male. Mentiva. Quegli occhi le mettevano paura. Le ordinò di fare sì con la testa, se aveva capito e se era d’accordo. Lei fece quel cenno rassegnata. Tremava di terrore. Lui ansimava e lei aveva capito che era deciso. Cercò di supplicarlo con i suoi occhi e sottovoce. Niente da fare.
Le ordinò di girarsi. Lei protestò con l’ultimo fiato con la voce che tremava: “Non vorrai mica?”… aveva perso anche l’ultimo appetito. Lui le aveva spiegato che per lui non faceva differenza. Sbatterla se la sarebbe sbattuta. Poteva scegliere lei se prima o dopo. Quando ancora respirava o da esanime. Lei scelse la prima opzione, sperando di salvarsi da quella immane ira, e si voltò quasi docile. Ora sapeva di avere sbagliato. Ciò che la natura unisce non può una donna separarlo. Ma lui era deciso. Le aveva detto di tacere e di limitarsi a eseguire gli ordini. Poi le aveva date le istruzioni spiegandole tutto per filo e per segno. Cosa doveva dire, quando poteva gemere, come si doveva mettere. Che non era obbligata a farselo piacere.
Lei singhiozzava ma senza voce, mentre lui aveva lo stupro che aveva sempre sognato, il più fantastico di tutta la sua vita. L’amico guardava tutto inebetito. Ancora non aveva ritrovato tutti i sensi. Senza distrarsi le strinse al collo il cavo del telefonò finché lei non smise anche l’ultimo respiro. Le disse un’ultima volta Puttana! a mo’ di saluto. Poi scese e raggiunse l’altro. Quello si massaggiava il mento e lo fissava attonito. Si erano giurati che niente al mondo poteva dividerli. Si sedette sul pavimento vicino a lui, e lo abbracciò, e gli infilò la spada maledetta, l’ultima, in vena. Poi attesero sereni entrambi la morte. Nemmeno quel viaggio potevano farlo da soli.
[1] Andrea Pazienza

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