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Archive for the ‘Piccoli gialli’ Category

Nel silenzio della notteSegue: Nel silenzio della notte
Non è certo il migliore dei lavori il mio. Cominciare poco dopo l’alba. Quando, a volte, non è ancora chiaro, il mattino. In compagnia solo del raschiare della saggina. Scacciando i gabbiani, brutte bestie, che squartano i sacchetti e distribuisco le immondizie inzozzando le strade. Che sparpagliano tutto razzolando disordinatamente. E cercare di cancellare le orme e i ricordi della vita della città di notte. Raccogliendo quei sacchetti. Pesanti o lacerati che siano. Bicchieri vuoti. Lattine vuote. Siringhe vuote. Preservativi vuoti. E il vomito degli ubriachi. I bisogni dei cani e degli umani. Le pisciate sui muri. Contro le porte. Maledetta città.
E non incontri mai nessuno. Quel nessuno che a volte preferiresti non incontrare. E i ragazzi mi dicono: “Almeno tu un lavoro ce l’hai”. Ma molti di loro non sanno cos’è la fatica. E il sacrificio. Sempre curvo. E per quattro lire maledette. Io mica ho potuto studiare. Subito a lavorare. E un lavoro brutto dopo l’altro. Prima del lavoro sicuro. Di questo maledetto lavoro sicuro. Perché non facciamo fare anche questo a loro. Certo prima o dopo ci ruberanno anche questo. Questo mondo non è più fatto per noi. Se non c’è lavoro non c’è decoro. Cazzate. A pulire la loro merda perché non ci pensano loro? Il mio contributo l’ho dato. Possono versare la loro misera carità clemente direttamente sulla mia carta di credito. Me ne starei volentieri a godermela in panciolle. Se devo continuare a fare il pezzente preferirei farlo stando comodo.
Sì! È proprio un lavoro di merda il mio. Un lavoro che non augurerei nemmeno a un delinquente. Al mio peggior amico. Già è brutto di suo. Magari fosse solo quello che si è perso. Che non trova più il suo albergo. Ma non sono mica l’ufficio informazioni, io. Invece… Peggio diventa quando incontri quello che non vorresti incontrare. Quello che ti chiede la sigaretta con fare minaccioso. Il barbone che ti chiede la carità e puzza. Come se a me i soldi crescessero in tasca. Come il prezzemolo. Sono stato minacciato anche da una siringa. Mi hanno rapinato dell’orologio. La città sta diventando una vera giungla. Non puoi sentirti mai al sicuro. E quelli si chiedono perché. Il perché è davanti agli occhi di tutti. Basta non voltare la faccia. E stamattina si presenta peggio delle altre. Anche se ha smesso di piovere. Quella che cade è solo pioggerellina. Non dà nemmeno fastidio lasciarsi bagnare.
La vedo là su quei gradini. Sembra aver restituito l’anima al Creatore. Il suo incontro non dev’essere stato migliore dei miei. Vorrei non essere qua. Mica posso scappare. Non so che fare. È tutta sporca di sangue. I vestiti in disordine. Sembra proprio morta. È una sporca faccenda. Per senso civico mi avvicino. Vorrei non farlo, ma sono costretto a farlo. È nel mio giro. Sono comunque guai. Un muto lamento le esce dalle labbra. Quasi non si sente. È più morta che viva. La devono aver picchiata ben bene. Con impegno. Con ferocia. Magari anche con qualche oggetto contundente. Ma il peggio è che pare le abbiano sbattuto ripetutamente la testa sullo spigolo di marmo. Mica sono un medico, però. Magari è anche troppo tardi, ma qualcosa devo fare. Forse farei meglio a chiamare subito la guardia medica, la polizia o il pronto intervento. Che cazzo ne so?
Non mi è mai capitato di trovarmi in un casino simile. Sudo e balbetto. E balbetto e sudo. Brutto mestiere il mio. Brutto mestiere il suo. Non molto meglio del mio. Pieno di insidie e di pericoli. Dovrebbero conoscere i rischi che corrono. Ma magari è stato il suo magnaccia. Magari solo un marito incazzato. E mi guardo intorno. Troppo presto per trovare anima viva. Per contare in un incauto soccorso. E cosa gli dico a quelli? C’è ancora la borsetta. Non gliel’hanno presa. E allora la raccolgo. Ci guardo dentro. Non sono curioso. È solo per avere un minimo di informazioni per chiedere aiuto. Quando chiami fanno sempre un gran casino di domande. Ha pochi spiccioli. Dalla carta d’identità risulta fare l’infermiera. Se non fosse in quelle condizioni saprebbe meglio di me venire fuori da questo pasticcio. Non posso sperare in lei, per togliermi dalle rogne. Ha anche l’ordine di servizio.
Doveva fare il turno di notte. Non è come in uno di quei cazzo di film gialli. Sta capitando proprio a me. Però, a guardarla meglio, è una bella signora. Non fosse per le sue attuali provvisorie malaugurate condizioni. Se non avessi letto avrei giurato che fosse una donna a cui piace divertirsi. A cui piace farci divertire. Una che la vive intensamente la notte. Se non fosse… Però ha delle belle gambe. Veramente belle. E nella scollatura non riescono a nascondersi due seni che, seppur colati di sangue, non sembrano per niente male. No! per niente. Ma cosa vado a pensare? Beh! Pensare non è peccato. E lei è una donna. Non è colpa mia se andava in giro così. Per andare al lavoro. E io sono pur sempre un uomo. Un maschio. Nessuna si è mai lagnata di me.
I suoi occhi sbarrati non sembrano più in grado di vedere. E… la bocca è già aperta. Che c’è di male? Forse domani sicuramente non è in grado di ricordare. Magari nemmeno le dispiacerebbe. Forse per lei non ci sarà nessun domani. E forse è una che sa essere carina. Non le ho certo alzato io le vesti. Ci ho dato solo una sbirciatina, questo sì, ma erano già sollevate. E poi si sa quante ne succedono tra quelle corsie. Non sarà certo lei l’ultima santarellina. E in quella la sua posa è invitante. Seducente. Affascinante. Non le potrà fare più male di quello che ha già sofferto. Basta fare in fretta. In fondo è solo uno capriccio. Non mi è mai successo con una che non protesta. Che lo fa così assente. Che c’è di male nel togliersi un ultimo sfizio? E alla fine prendo anche quei pochi spiccioli. Non per avidità. Tanto li ruberebbero gli infermieri o i portantini. Magari lei non potrebbe più spenderli. Poi telefono e la lascio senza aspettare. Tanto ormai il mio turno è finito.

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Nel silenzio della notteLe parole scritte non hanno suono. Puoi gridarle. Urlarle. Sono caratteri piatti; tutti uguali. Piccoli tipi neri che nemmeno si dibattono e si affollano su un universo di bianco. Che si scompongono e compongono ordinati. Sono come piccioni sopra uno spago del bucato. Su di un filo della luce.
Se nella mia testa rimbombano, nella carta tacciono. Puoi metterle tutte in maiuscolo. Puoi usare il grassetto. Sta nella prerogativa di chi le legge. Nel suo diritto. È nella sua facoltà. E chi le legge è spesso distratto. Nella testa diventano afone. Sono tutte uguali. Non fanno rumore. Non hanno colore. Nemmeno luce. Non sono che caratteri di stampa. Mantengono solo il fruscio delle pagine. Il lettore non si bagna. Nemmeno se piove e non c’è riparo da quella pioggia. Non ha l’obbligo di partecipare. E allora come puoi rendere il buio della notte? La mia voce che urla? Il suo disperata lamento?
Forse non dovrei più uscire la notte. Forse non dovrei più uscire. Guardare i negozi ormai chiusi. Le strade vuote. Cercare in quelle strade le storie che ho in testa. Cercare le parole. Cercare le vibrazioni delle stesse. La loro musicalità. Il loro coniugarsi a qualcosa che non appartiene a loro. Ormai dovrei saperlo. Ma quando la vedo non so resistere. È più forte di me. Voglio sentirla la sua voce. Per poi farla riecheggiare nel racconto. Sentire che si propaga in mezzo a tanta inutilità piatta. Tra le descrizioni e le riflessioni. Vanamente. E quando la prendo alle spalle anche la sua sorpresa e muta. Persino il silenzio non ha suono del suo raccontarlo.
Forse pensa che io voglia solo immergere le mie mai tra i suoi vestiti. In quella ricerca di lei. O forse lo spera. Io tengo un diario di tutto. Minuziosamente. E degli appunti. Aiutano a ricordare. Ma poi stanno lì mansueti. Privi di personalità. Senza memoria restano come paralizzati. Inermi. Taciturni. Inutilmente futili. Sono solo quella geografia fatta in inchiostro. Forse dovrei aggiungere delle immagini. Di ricordi ne prendo sempre uno. Forse dovrei smettere con tutto questo. Non ci riesco. È più forte di me. Un giorno ci riuscirò. Riuscirò a scrivere una storia che si racconta da sé. Che esce dalle pagine. Che si riappropria dei rumori. Che si allarga come in un concerto. Con l’urlo che è un urlo. Un colpo di grancassa. Con i violini che piovono tristezza. E malinconia. Con tutte le note al posto giusto.
Povera pazza, mi porge la borsetta. Come se fossi solo un lurido pezzente. Io sono un artista. Sono qui a cantare le sue lodi. Una donna non dovrebbe andare da sola, di notte, per le strade buie. “Puttana”! Non può che essere una di quelle. E poi per com’è vestita. Con le gambe scoperte. Con quei tacchi. Con il rossetto. Con quel profumo addosso. Con quell’aria da sgualdrina –e scritto, “sgualdrina” ha lo stesso identico suono di “santarellina”, e di “astratta”, e di qualsiasi altra cosa. Lo stesso assente odore. Cioè nessun suono. Persino il suo nome non sarebbe altro che poche sillabe. E potrei usare qualsiasi nome. E qualsiasi epiteto. Non potrebbe descrivere di più questa donna. Entra tutta nell’immaginazione degli altri. O nella loro mancanza di immaginazione.
La colgo di sorpresa. Non ci si dovrebbe mai distrarre. La spingo contro il muro. “Mi scusi signora”… Tra il muro e il portone. Lei grida. Anche se a descrivere quell’urlo non si può sentire. Le metto ugualmente una mano sulla bocca. Non prova a mordermi. Al secondo colpo lei perde le forze. Si accascia al suolo. E come se si svuotasse. Seduta su quei gradini. Non reagisce. “Fai la brava”. Le donne non pensano che si possa reagire o resistere. La forza è uomo. La donna è pazienza. È ostinata docilità. È rinuncia. Mulina solo le braccia nude per proteggersi. Per chiedere scusa. E la colpisco. La colpisco ripetutamente. Con rabbia. La colpisco perché smetta di difendersi. Semplicemente se lo merita. Lo so. Lo so e basta. So di cosa ha bisogno il mio furore: “Apri quella cazzo di bocca”.
Ma la sua bocca era già aperta. E i suoi occhi spalancati. Nemmeno più terrorizzati. Non avevano più colore; nell’ombra. Erano due orbite opache. Erano solo il grido che solo io avevo potuto sentire. Erano solo silenzio. E dalle labbra colava un rivolo di sangue. “Maledetta troia”! Le scivola sulla guancia. E giù, fino a insinuarsi nella scollatura. È come un rossetto sbavato. Le sporca il mento. Le lambisce il seno. “Fammele vedere”. Ma dalle sue labbra esce solo un flebile lamento. Non vorrebbe ancora cedere. “Stupida sgualdrina”. Non mi insudiciare la camicia bianca. Devo tornare a casa. Dopo. “Prendi questo”. Certe donne non sanno. Non possono sapere. L’uomo non vive solo per loro. Io non le pago. Non le pago coi soldi. “Volevi il piacere. Eccolo il piacere”. Ne sei fiera ora? Porto con me solo un suo orecchino. Certe parole non sono come le altre. Sì! “Troia!

Troia!

Troia”!

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07_21Sono stata cattiva. È colpa mia. Perché non ho ascoltato la mamma? Perché sono grande. So le cose. Ma lui è molto più grande, un gigante. Quando appare sono piccolina. Tanto piccola. Sono una stupida. Non è vero che sono grande. Perché ho ancora paura. Ho guardato sotto il letto, non c’era. Ho spento la luce, poi l’ho riaccesa, ed ero sempre sola. Ho tolto il cappotto dall’attaccapanni, ed è sparita quella stupida maledetta ombra.
Non è vero che è meglio con la porta chiusa. Lui deve aprirla quella porta. È solo un’ombra. Un’ombra nera. Io mi sveglio ma sto ancora sognando. Lo stesso incubo. Cerca di svegliarmi. Il brutto sogno è davanti al letto. Io grido ma mamma non sente. Io grido e il grido mi si soffoca in gola. Ho imparato a piangere in silenzio. Cerco di scappare, non sono abbastanza svelta. Cerco di dibattermi, non sono abbastanza forte. Lei mi aveva avvertito. Perché ora non mi crede? Lo so che è un segreto, ma alla mamma… Lei mi vede triste. Un po’ ho detto e un po’ m’è rimasto nella pancia. Mi ha detto che invento le cose. Che leggo troppo.
Avevo scordato: l’uomo nero può venire di notte, ma anche di giorno. E di giorno assomiglia a papà Giordano che sembra proprio lui. Però anche lui mi dice che sono la sua piccola bambolina. E mi dice che sono una bambina golosa. Sono stata stupida. Non dovrei raccontare le bugie. Ma non si possono dire i segreti. Non è vero? E non ti crede nessuno. Per i grandi sono solo una bambina sciocca. Ho troppa fantasia. Confondo i sogni con la realtà. Ma non ci credono nemmeno gli altri bambini. Mi prendono in giro. Ridono e dicono che sono pisciasotto. Che allora non ci giocano più con me. E io piango. E allora dico che va bene e non è vero. Non sono sogni. Il male è male vero. E non sono una pisciasotto. Io non dico le bugie.
Gocciola una cosa appiccicosa, è come marmellata, come un gelato al sole. Lascia piccole pozze. Io le vedo e quando c’è mamma quelle non ci sono. Cacca. O almeno lei non le vede. Eppure sono lì. Come se fossero vere. Ma quando c’è mamma quell’uomo non viene. E quando grido tremano le cose. E mi dice che le parole. Mi sculaccia. Mi mette nell’angolo. Mi sgrida perché le bambine alla mia età non la fanno più. E io invece ho ricominciato a bagnare il letto. Mi dice che non capisce. Che devo pulire io quello che sporco, perché non ha i soldi per portarmi dal dottore. Ma io non sono malata. Non ho la febbre. Ho solo paura quando sono sola. Quando viene il gigante.
La prima volta mi ha portato le caramelle. Non dovevo accettare. Ma non era come gli altri. Mi sembrava di conoscerlo. Di conoscerlo prima, non dopo. Le ho prese, quelle caramelle. Ho sbagliato, credevo di potermi fidare. Non era ancora diventato l’uomo nero. E l’avevo sempre chiamato come si chiamava, ma prima. Io credo che lui abbia la maschera. Che vuole che io creda che non è lui. Anche la mamma dice il suo nome. Lei però non sa. E quando lo dice già mi prende la paura. E tremo. E le devo dire che è per il freddo. Lei si preoccupa sempre che sia febbre. Non vorrei dirle le bugie, ma non posso dirle. Lui, l’altro, con lei è buono.
Con me è cattivo. E mi fa male. Anche le sue parole sono cattive. Anche quando ha la voce dolce le parole sono cattive. La voce è cattiva. Non mi piace. E puzza di fumo. Ma poche volte ha la voce dolce, le parole gli tuonano in gola. Lo so che non posso dire il suo nome. Se lo dico lui appare. E mi fa ancora più tanto male. Forse anche mi ammazza. Ma io non voglio che torni. Invece lui viene. Viene quando mamma non c’è. O quando mamma è in cucina. O sta facendo le faccende. Lui viene quando vuole. Quando sono in cameretta. Quando sono fuori, e mi porta in cameretta o nel granaio. Anche se sto giocando. È tanto forte. Non posso scappare. E le gambe non mi portano lontano. Sono come il legno, le gambe.
Mi dice ciao e gocciola. Gli gocciola anche la bocca. So che mi farà ancora sempre male. Mi viene da gridare ma non ho voce in gola. Vorrei dire Vattene; non ci riesco. Mi ruba le parole. E poi tutto diventa nero. Mi dice che devo fare la brava. Che sono una donna. Io non sono una donna. Sono solo una bambina, piccola. E mi fa tanto male.

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Mafalda la fattucchieraLei dice che lo devo fare. Io non so se lo voglio fare. Solo che… lo dice… Il tono della voce, quel sorriso negli occhi, suggeriscono mille promesse. Mi fanno già sognare. Sussurrano impudicizie.
Siamo al bar. È stata lei a chiamarmi. La cosa, naturalmente, mi ha colto di sorpresa. Dicendo che aveva bisogno di un piccolo favore. Che però era una questione di vita o di morte. Che non potevo dirle di no. Eravamo iscritti alla stessa facoltà. Qualche anno fa. Non mi si è mai filato. Poi più niente. Qualcuno la potrebbe anche sentire. Con lei… di occhi addosso ne abbiamo anche tanti. Era già allora la più carina.
Mi fa scorrere le unghie affilate sul petto, sopra la camicia: Sei così grande è grosso; così forte. Provo il lamento stridulo di un gesso sulla lavagna. È un graffio gelato. Intanto interpreta per la seconda volta quello sguardo che blandisce, anzi proprio instupidisce. Ne sono certo. E le sue parole sono un impasto di suoni tenui e ammalianti. Dannazione. È una questione di giustizia: Non devi mica… solo un po’ di male; in fondo se lo merita. Per insegnarli come ci si comporta. L’educazione. Nient’altro. Precipito. Lo so, datemi pure del coglione. Giustizia un cazzo. Finisce che finisco nelle rogne. Mi sento offeso. Furioso, ma contenuto: Ma che ti prende? Non sono mica un sicario a ore. Picchiatore a contratto. Lei sorride ancora, ma in modo che sembra una Maddalena pentita: È solo un piccolo favore. Nemmeno farai troppa fatica. Non te ne chiederò più. Lo giuro. Temo che per lei giustizia sia sinonimo di vendetta. Così come seduzione è sinonimo di persuasione. Favore un cazzo, ma quello che mi frega sono proprio quegli occhi azzurri e quell’aria da santarellina dannata e porca. Peccato non essere soli.
Ha ancora un po’ di tempo e io voglio sapere almeno perché? Mi racconta disperata le colpe di quello che dovrebbe interpretare inconsapevolmente il ruolo della vittima. È lo zio di un’amica. Cioè quasi uno zio. Uno pieno di dindi, ma proprio ingordo fin sopra i capelli. È il re delle televisioni. Ho dovuto sputare sangue per convincerla, l’amica. Sangue, sudore e lacrime. Alla fine mi ha fatto avere un appuntamento. Non ci crederai, è una vera carogna. Un falso traditore. Avevo già fatto il provino, davanti a un sacco di collaboratori. Avevo anche cantato e l’avevo fatto bene. Avevano voluto vedere le gambe. Ero veramente disinvolta. Lo hanno anche ammesso. Poi lui, lo stronzo, un vecchio orribile, mi ha invitata a cena. Una cena è solo una cena, Mafalda.
Mangiamo e intanto lui mi mangia con gli occhi. Un vero porco, ti dico. Le sue frasi sono sempre allusive. Contengono tutte un dopo. Nemmeno siamo soli quando mi invita nell’altra stanza. Magari lo hai già capito: era una camera da letto. A me? Una stanza che sembrava il regno della lussuria. A me? Mi aveva promesso un’apparizione. Lo so che è una piccola cosa, ma è sempre un inizio. Tutte hanno cominciato così. Anche le veline. Ma ormai ero lì. Mi vedevo già nello schermo. Ingozzare d’orgoglio mia mamma. Non potevo buttare la grande occasione. Senza che tu me lo debba chiedere: sì! ho cercato di essere carina. Solo un pochino, però. Per poi sentirmi dire, prima di essere invitata a tornarmene a casa, che mi faranno sapere. È stato come darmi una coltellata. Avrei fatto tutta quella fatica per nulla?
Lo seguo come un’ombra, per giorni. È un ometto piuttosto abitudinario. Mangia quasi sempre nello stesso posto. Un ristorante di gran lusso. Mentre io, per non perderlo d’occhi, salto il pasto. Non si muove mai da solo. Macchina chilometrica e blindata. Solitamente ha al seguito almeno l’autista e un paio di guardie del corpo. E uno stuolo di ragazzine scalpitanti. Non sarà per niente un compito facile. Mi sembra di essere in un film. Un poliziesco scritto male. Faccio la posta davanti a casa. Davanti alla sede delle sue emittenti. Insomma non potrei essere più assiduo nemmeno se fosse la donna dei miei sogni. A questo proposito se Mafalda non lo è si avvicina parecchio al modello. Capelli rossi, labbra rosse, unghie rosse, occhi azzurri, e tutto il resto. Se giri con lei diventi un figo anche tu. Mi basterebbe anche molto meno per giurarle eterno amore. Anche se solo che le parole Amore e Eterno non riuscirò a pronunciarle mai. Non certo dinanzi a lei.
Faccio la posta davanti alla villa. Con pazienza. Vedo entrare la ragazzina. La segu e scivolo dentro. Mi sembra di essere in un set; mai vista tanta ostentazione del lusso. Vanno in piscina. Lui comincia già a fare il depravato. Aspetto. Lei esce ormai con le tette di fuori. Piccoline ma sode. Aspetto. Chiede dove può darsi una sistemata. Ride. Lui la indirizza e già pregusta il dopo soddisfatto. Lo colgo in quel momento, solo e col costume abbassato. Fuori dall’acqua mentre allunga la mano per prendere l’accappatoio. Una vera e propria imboscata. Lo penso con lei, con la mia Mafalda, il vecchio porco pedofilo. Solo così mi monta la rabbia che non ho. Ci do di brutto, prima che possa chiedere aiuto. Poi me la svigno in tutta fretta. I giornali poi hanno scritto di una vile aggressione feroce. Naturalmente la sparano grossa. Anche quei quotidiani poi sono suoi. Ma se non gli ho assestato che qualche pugno e un paio di calci. In una quindicina giorni sarà già uscito.
È naturale pensassi alla ricompensa per il lavoro fatto. Ci vediamo allo stesso bar. In fondo sto a due passi. Nemmeno lo spazio di due chiacchiere. La birra l’ho già finita. Pagato ho pagato. Aspettato ho aspettato. Ho pazientato finché il suo silenzio non comincia a puzzare: Perché non saliamo da me? Lei: Scusami ma proprio non posso. Nemmeno un minimo di riconoscenza. È enorme l’ingratitudine umana. Non è difficile capire, anche dal tono sdegnoso e seccato, che per lei la storia è finita lì. Voglio dire, tra noi. Quella voce indifferente mi tratta come l’ultimo avanzo di una pessima cena. Come un rifiuto: Ma io avevo pensato… insomma… Mi era sembrato che tu… Lei: Non avrai pensato?… No! certo, assolutamente. Lei: Giuralo. Lo giuro. Tutta d’un fiato mi sputa la sua certezza in faccia: Non ci credo, comunque hai capito male. Sei come lui. Lo hai pensato. Pensare è già peccare. Non so per chi mi hai presa?
Non sono mai stato un sognatore professionista. Nemmeno troppo bravo con le parole. Più bravo ad ascoltare. Da sempre grande e grosso e minchione. Decisamente un robusto imbranato. Un vero credulone. Dovevo saperlo. Una ragazza così non mi si può filare proprio. È solo che si spera sempre nell’occasione. Lo fa anche l’ultimo. Almeno mentre le guardi, le fissi, sospiri e ti puoi divertire con i tuoi pensieri. In fondo sperare è gratis. Così imparo a fidarmi delle promesse degli occhi. Anche di quelli azzurri come i suoi. Mi sono lasciato solo usare. Sono certo di non sentirla né rivederla più. Il futuro dirà se mi sbaglio.
Il futuro arriva. Da un po’ di giorni mi sento seguito. Una sensazione forse stupida che mi da ansia. Credo di vedere continuamente la stessa macchina. Un’automobile nera che mi sembra la sua, quella di Mafalda. Sono certo di sbagliarmi. Mi metto ancora più in allarme quando cerco di attraversare e la solita macchina accelera anche se è rosso. Mi sono salvato per un pelo zompando indietro sul marciapiede. Solo che per quanto uno possa stare attento non si può stare in tiro sempre. Arriva il momento che sei distratto. Che hai altro per la capa. È così per tutti, e così è stato anche per me. Mi ha sorpreso con la guardia abbassata. Non ho subito danni più gravi solo perché sono allenato e svelto di riflessi.
La chiamo. Sono steso sul divano. Pieno di dolori. Mi sembra ancora inverosimile. Solo che nella mia testa il dubbio orami si è fatto certezza. Mi risponde dopo sette squilli. Dice che era sotto la doccia. Glielo spiffero subito papale papale. Lei prima finge di non capire. Poi cerca di bofonchiare per non darmi una risposta. Poi cerca di fare la gnorri e l’offesa. Mi chiede se sono pazzo. Cosa vado a pensare. Non ho più voglia di girarci intorno. Le dico con rabbia che ho riconosciuto l’auto: Era proprio la tua macchina. Ne sono certo. La targa la conosco. E alla guida c’era quel tuo amico, come si chiama? Marcello, sbaglio? L’ho visto in faccia. Certo che uno così deve essere dietro a un volante per poter provare a picchiarmi. E ugualmente sarebbe fatica sprecata. Mi basterebbe almeno sapere perché?
Forse alla fine di quel nostro secondo incontro al bar non dovevo confessarle che un poco ci avevo sperato. Mi aveva riso in faccia; davanti al caffè. È questo il prezzo della mia innocente confessione. Certo che l’uomo che ama è sempre anche un poco idiota. Me lo dice come si racconta la cosa più banale. Del gatto che ha sporcato il tappeto. Si scusa ma la sua è la voce del menefreghismo: È stato uno stupido sbaglio. Certo un poco te lo sei meritato, ma… Marcello è così impaziente. Non volevo che succedesse, non adesso. Senza, come dire? che tu capissi il senso della colpa. Avevo già pensato di invitarti a cena. Stasera. Per darti modo di meritarti la punizione. Perché tu imparassi cos’è il peccato. Avevo già messo le patate in forno quando ho saputo. Dalla telefonata. Mi spiace. Dovrei farmi perdonare. Se non telefonavi… ti credevo all’ospedale. Non ci si può mai fidare di quello che dice. Dovrei fargliela pagare. Ma io non sono come pensi. Toglietelo dalla testa.
Non so come pensa che penso che sia, e onestamente non me ne frega un fico secco. Sono grande e grosso ma non minchione. Ho registrato tutto: Potrei denunciarlo. E denunciare anche te. Non è un ricatto. Nemmeno una minaccia. Vedila come vuoi. Comunque… Guarda che il cretino di quella mezza sega mi ha rotto solo un braccio. Per il resto sono intatto. Trova un paio d’ore di tempo. Sono qui steso sul divano e aspetto.

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3471_7Ascoltami bene che sentano bene anche tutti i tuoi lettori. Io non sono pazzo, almeno non più di te. E tu sei pazzo? Me lo devi dire. E poi mi dicono che i pazzi non lo sanno. Lo sanno. Lo sanno. Solo che non lo possono dire. Non sono pazzo per niente. E la sua bambola aveva ucciso tutti i miei soldatini. Li ha sempre guardati con occhi da matta. Li ha sempre odiati. Questa è l’unica cosa vera. O almeno lo era. Ora non mi devo fare confusione. Devono essere quelle maledette pillole. Avevo strappato le braccia a quella maledetta bambola, ma questo è bastato.
Scrivi bene quello che ti dico. Perché è tutto vero come l’Ave Maria. Così la prendo per un braccio. Forse l’ho afferrata forte. La prendo e la sbatto sul letto. E lei grida. Così le dico ti va brutta stronza? Ma mica era una domanda vera. Era un’altra cosa. Lei diceva di no, ma io lo sapevo. Lo sapevo che piaceva anche a lei. Ci avevano lasciati da soli. Non c’era altro in casa che Generale. Generale era il nostro vecchio cane spinone. Adesso, è morto poveretto. Che non era tutto spinone. Era un poco mescolato. E lui sì che era matto patocco. Insomma eravamo soli. E se dicevo una parolaccia nessuno mi poteva sentire. Tranne Monika, la mia Moka, mia sorella. Per forza lei era là, con me. Insomma eravamo io, lei e il Carlino. Ma lei con conta. Era una schifezza di frignona.
Mica l’ho chiesto io di avere una sorella. E matti sono quelli là. Ma matti fuori di testa. Dicono che l’ho violentata. Ma se non gli ho fatto che un poco di male. Un paio di schiaffi. Nemmeno troppo forte. E poi aveva proprio una faccia da schiaffi. Lo diceva sempre la mamma. E poi era una donna. A cosa serve altrimenti? E poi avevo tutta quella rabbia in corpo. Glielo avevo mostrato solo una volta o due. Mentre giocavamo a nascondino. Lei fingeva sempre di non capire. Di non averlo mai visto. Si metteva a ridere con quel suo riso strano. Da matta. Isterica. Come fossi uno stupido. E scappava. E così si faceva scoprire sempre.
Scrivilo perché te lo dico solo una volta. Lo sapeva che non serve solo a fare la piscia. E come diventa grande. Insomma, non ci avevo fatto niente. Non ancora. Ma sapevo che me l’avrebbe chiesto. Fanno così i grandi, cioè le donne. A loro piace. E Moka era una donna. Altro che bambina. Le sarebbe dovuto piacere. A sette anni sei già una donna. Non è vero? E a me non piace aspettare. E poi conosceva già quello di papà. Li avevo visti io in fienile. Ma era un segreto. Non l’ho ma raccontato a nessuno. E non lo racconto nemmeno qui. Insomma, non doveva proprio gridare così. E la sua bambola non doveva toccare i miei soldatini. Cosa sapevo io in quel momento?
Starnazzava come una gallina. È stato tutto una gran confusione. Ma giuro, non le avevo tirato il collo. Non ancora. Ormai avevo perso la testa. Non come i matti. Solo per nervoso. Perché piangeva. Perché… perché… mica lo so. Volevo fare solo quella cosa lì. Se fosse stata buona, accidenti, non sarebbe successo niente. Era solo una mocciosa. È stata tutta colpa sua. Mi ha detto smettila subito piccolo stronzo imbecille e castrato d’un coglione. Non mi doveva chiamare così. E non si dicono certe cose alla sua età. Non sono Imbecille. Io sono Primo. Lei lo sa bene. Le ho detto la parolaccia più parolaccia che conoscevo allora: Puttana. Adesso ne ho imparate altre, molte altre. Me le insegna anche Gioseffa, ma questo non lo dovevo dire. Ho giurato. Magari andrò all’inferno, non mi fa paura. Allora ero un pischello. E lei quasi una bambina.
Ma ce l’aveva come le altre donne. Ma senza pelo. Lo so perché l’ho controllata, dopo che le ho tolto le mutandine. Era proprio liscia come il culetto di un bambino. Lo potrei giurare. Ed era buffa, perché era un po’ grassoccia. E lei ha cercato di graffiarmi. E cosa importa cosa è successo prima o dopo. Quello che importa è che è successo. Anche troppo in fretta. Le ho messo una mano in bocca e il pisello dove si deve. Avevo capito come si doveva fare. Avevo ascoltato quelli più grandi, di nascosto. Non ce l’avevo ancora tanto grande. Non ero ancora cresciuto come sono ora. E avevo avuto troppa fretta. Lui ancora non sapeva cosa fare. Ma mica sono uno moscio. Non si sarebbe potuta lagnare. Già, per lei, bastava e avanzava. Per quello che avrebbe dovuto sapere era anche troppo grande.
Le son salito sopra e stavo facendo da bravo. Carlino guardava e non diceva niente. Cosa aspetti? Carlino è sempre stato un poco tardo: Non so se posso. Certo che puoi. Proprio tardo: E se non vuole? Certo che vuole, te lo direbbe lei se non dovesse continuare a frignare; e poi ti do il permesso io. Avresti dovuto vederlo, quell’imbecille del mio amico Carlino. Non sapeva ancora se voleva o non voleva. Alla fine s’è fatto coraggio. Alla fine s’è abbassato i calzoncini. Mi scappava da ridere. Ce l’aveva molto più piccolo del mio. Ce l’aveva come il tappo della penna. Come il Generale Custer, ma senza la spada. Forse Moka nemmeno l’ha sentito. Nemmeno l’ha visto. Con me continuava a piangere facendo la finta di essere arrabbiata. Anche di essere offesa. Se le dicevo di dirmi qualcosa mi diceva stronzo. Non si fa così. Non si dice. Se è volato qualche altro schiaffetto è perché me l’ha proprio chiesto. Perché cioè se l’è meritato. Così ha imparato che non si dice quella cosa.
La cosa mi piaceva. E anche un sacco. Però cominciava a farmi arrabbiare. Io ho cercato di farla stare buona. Le ho stretto un poco il collo. Ma solo un pochino. Forse ho stretto troppo? Forse s’è soffocata col suo muco. Quando l’ha infilato quel deficiente del Carlino stava ferma e buona e muta. Aveva smesso di piagnucolare. Nemmeno sembrava lei. Se ne stava troppo buona. Forse era già morta. Questo dicono i dottori. Ma quelli cosa sanno? Non erano lì. Io non ci ho fatto caso. E nemmeno lui. Non se n’è proprio accorto. Ce la stava mettendo tutta, col suo pisellino, ma era imbranato. E non si fa così con le donne. Le chiedeva scusa e se le piaceva. Le diceva Monika e che le aveva sempre voluto bene. Pezzo d’imbecille. Insomma, mi dicono che non dovrei dire certe parole. Ma se uno le sa, le parole, vuole dire che le può dire.
Io arrivo sempre primo perché sono Primo. E a casa nostra non è mai arrivato un secondo. Dopo di me è arrivata Moka. Hanno sbagliato tutto, perché lei non è un maschietto. È solo una stupida donna. È lei la stupida. Ci ha messo otto anni per arrivare. Comunque, non sono stato io. Io non ho fatto male a Moka. Solo un pochino. Un po’ di sangue alle labbra, e lì sotto. Non era il caso di strepitare tanto. Meno di quello che mi è uscito quanto mi son sbucciato il ginocchio. Meno di tante volte che mi ha menato papi. Meno della Nerina quando ha fatto l’agnello. La stupida è Moka perché faceva la morta. Ed era più morta della Nerina quand’è morta. Lo faceva così bene che quasi ci ho creduto. Era come la sua maledetta bambola dopo che l’ho fatta star zitta. Papà mi dice sempre che sono stupido, ma si sbaglia. Io non sono stupido perché sono furbo. Perché io la cosa l’ho fatta e lui no.
Certo non sono furbi loro. Perché poi i soldatini li ho trovati in soffitta. Il papà al processo ha detto che era stato lui. Perché ormai ero grande. E dovevo smetterla di pensare come un bambino. Perché dovevo dargli una mano per i campi. La mamma, poveretta, non ha detto niente. Continuava a piangere come Moka. Come una stupida ragazzina. Ho chiesto scusa, anche se non sapevo per cosa. Non sono matto. Quello matto è solo il Carlino. Ma forse nemmeno lui. Lui è solo scemo. Io la penso così. Non sa nemmeno giocare bene con i soldatini. Perde anche se li tengo io gli indiani. E poi mi ha detto che non gli è piaciuto. E si è messo a frignare come prima faceva lei. Cosa c’entra. Mica deve piacere. Si deve solo fare. Se sei un uomo. E non sapeva giocare nemmeno con Moka, io l’ho capito.
Scrivilo in grande. Cazzo ne so se fuori pioveva o c’era il sole. Non sono matto né stupido. Ora me li hanno ridati i soldatini. E qui ci posso giocare quando voglio, e ci gioco sempre. Ma la sua bambola era una bambola assassina. L’ho capito subito per come mi guardava. Ma cosa ci fa una bambina di una bambola? Che anche la notte ti guarda come fosse giorno. E non dorme mai. Ma glieli ho tolti prima gli occhi. Così la smetteva. Che quando la giri dice solo mamma. Che senza testa non dice più niente. Che sotto non ha nemmeno il buchetto per fare la pipì. E mi dico: allora da dove la fa? Me lo sai dire? Vedi che non lo sai nemmeno tu. E da dove escono i bambolotti piccoli?
Perché dico così? Perché quella maledetta bambola il buco ce l’aveva nella pancia. E un buco grande dove trovavi sempre di tutto. Fazzolettini usati, e caramelle, e i dadi, e le mie figurine. Non è vero che le infilava Moka. Quella era una scusa bella e buona. Era quella bambina di plastica che divorava tutto. Era proprio una succhia ogni cosa. Era come un vampiro. Con quei ridicoli capelli biondi di stoppa. Era inutile come la sua padrona. Anche di più. Perché con Moka ci potevi anche giocare, magari poco. E lei invece se ne stava zitta e seduta. Perché a Moka, se davi un pizzicotto, ti faceva ridere per i versi che faceva. Perché Moka almeno serviva a quello. E lei nemmeno a quello.
Non è sempre vero solo perché lo dicono tutti. Neanche quelli non sanno tutto. Ma forse è vero. Anche Gioseffa mi dice che sono stupido, ma lei me lo dice in modo carino. Lei scherza sempre. In certi nostri momenti mi dice che sono stupidino. Gioseffa è la mia infermiera preferita. Io non avrei bisogno di un’infermiera. Mica sono malato. Ma io mica glielo dico. Non sono stupido. E lei mi fa giocare quando abbassa la luce. Mi dice che sono stupido, ma che sono bravo. E me lo lascia fare. Quando nessuno ci può vedere. Quando è tutto silenzio. Ma Gioseffa non è come Moka. Lei ha anche quelle cose lì. Le tette. L’ho detto. E mi piacciono tanto. E me le fa toccare. E mi ci lascia anche giocare. E ha un sacco di tanta ciccia. E i peli, lì sotto. E Gioseffa è anche la mia nuova fidanzata. Gliel’ho anche detto. E uno di questi giorni me la sposo.
Sei sicuro di essere Ernest Hemingway. Guarda che allora anche i giornali hanno parlato di me. Ma perché Moka non mi viene mai a trovare? Ora promettimi che lo fai leggere a tutti quando esci. E anche a lei. Perché io non voglio uscire. Io qui sto bene e ho Gioseffa. Però vorrei vederlo il mare, almeno una volta. Io non l’ho mai visto quello, il mare. Mica me ne posso andare e lasciarla sola, Gioseffa. Lei per me è anche come una mamma. Me lo lascia fare e poi mi coccola. Se uscissi allora sì che sarei un matto. E anche scemo.

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L_ esecutrice testamentariaSegue: IVONA
Non credo vi possiate ricordare ancora di me. E spero per voi che abbiate scordato anche il mio nome. È passato tanto da quando ci siamo sentiti. Allora ero ancora spesso la vostra Santina Innocenti. Nel frattempo molto è cambiato. Ho scelto un nuovo look. Non mi riconoscereste nemmeno se aveste conservato sotto gli occhi, fin dalla stanza dei giochi, il mio poster a grandezza naturale. Ho smesso con quel lavoro, o quasi. Insomma, come mi ero ripromessa, ho rescisso quel tacito contratto in silenzio. Ora, della mia attività, debbo risponderne solo a me stessa. Ora mi definisco più semplicemente un’esecutrice testamentaria.
Temo di correre il rischio della nomination per la santità. Non tocco un uomo da quella volta con quel piazzista di libri sulle vite dei santi. E anche quella volta è stata… Nemmeno si può aggiungere a un conto di per sé già abbastanza circoscritto. E una donna da quando ho dovuto sistemare quella Ivona, che quasi certamente era un nome d’arte. Ho scoperto che all’anagrafe risultava come Benedetta Santini. L’ho appreso dai suoi documenti quando li ho sostituiti con i miei. Lei aveva lasciato detto che voleva essere cremata. Ora loro, se sono svegli, mi daranno per morta, finalmente. Potrebbero chiedersi solo dov’è finita quella loro Ivona, ma nel nostro ambiente si sparisce in fretta e quasi sempre, per sempre.
Non voglio correre il rischio di dubitare di diventare paranoica. Sono solo previdente. È la realtà a dettarmi tempi e modi. A rendermi così attenta e sospettosa. Ma ora mi sento più tranquilla e tranquilla dormo la notte. Se proprio il vostro prurito non può essere guarito senza un nome potete al momento chiamarmi Alicia Gris[1]. Gli affari non sono mai andati meglio, direi. Ho un contratto ben pagato per un certo Leandro Montalvo, nome strano che credo succhiato da qualche libro. Nessuno, nel nostro mondo, usa il suo vero nome. Da quanto ne so è un gran pezzo di merda e, inoltre, è uno di loro. Probabilmente un pezzo bello grosso, vista anche la cifra stanziata. Con molta probabilità uno di quelli che nell’altra vita dava gli ordini. Prima o dopo tutti sanno troppo, diventano scomodi.
Ma innanzitutto devo sistemare una cosa che mi preme. Mai avere fretta. Stasera ho appuntamento con uno che ha trovato il vago coraggio di accostarsi. Anche se ho dovuto oltrepassare il limite della sfacciataggine. Ormai sono come nuova. Ho proprio bisogno di una bella rimpatriata. Di riprovare la sensazione e il benessere di sentirmi veramente desiderata. Di lasciarmi stringere fra le braccia di un vero maschio. Di dita che mi impastano in quel delizioso modo. Di lasciami strizzare e palpeggiare. Di farmi frugare. Di lasciarmi scappare il fiato e qualche apprezzamento volgare. Di tutto quello a cui ho dovuto rinunciare per una vita da asceta. Di tutto.
Spero sia uno che sa mantenere le premesse e le promesse. Non resisterei ad un’altra delusione. Mi spiace solo di non poterlo avvisare che avrebbe il sacro dovere di congedarsi prima dalla moglie e dai figli, dai parenti e dagli amici, dai colleghi del lavoro; dare le dimissioni. Dopo avermi vista con il mio nuovo volto e aver visto probabilmente, ci spero, tutto il resto, in quel nostro incontro clandestino, non posso proprio permettermi di lasciarlo andare in giro con il rischio che lo racconti. Non mi lascia alternative. Spero si consoli apprendendo che il nostro sarà il gesto d’amore, per così dire, definitivo. Però sarà mia premura fare dopo una cosa veloce e il più possibile indolore.
A me dà già un friccicorino da per tutto pensare che lo starò facendo con quella che per lui sarà l’ultima. Che nei suoi occhi resterà per sempre solo quell’ultima immagine: io e le mie tette e tutto il mio resto. Per il massimo dell’estasi qualcuno deve pure rinunciare a qualcosa. Meglio sia lui.

[1] Da Il labirinto degli spiriti di Carlos Ruiz Zafón.

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Un nome Innocentisegue: Inconvenienti di lavoro
La sala ormai è quasi deserta. Non l’avevo notata. È silenziosa in un tavolino d’angolo e mi osserva. Si sta succhiando lentamente il bicchiere della staffa. Carina è carina. Forse un pochino troppo evidente. Di quelle chiassose che richiamano l’attenzione degli ospiti famelici. Contenta lei. E continua a guardarmi. Poi mi fa un sorriso. Vuoi vedere che è lei? So che me la dovrei filare. E a gambe levate. Mi sento pigra. Un po’ svuotata. Non mi capita spesso di sbagliare sulle persone. Mi alzo e la raggiungo ciondolando: Posso? Tanto la sera è andata.
Non starò molto qui a dilungarmi. Solo che dovrebbe starsene più composta. Le si vedono quasi le mutandine. Rosso passione; anche quelle. Dev’essere una di quelle tipe scatenate. Beata lei. Ma io non sono un maschio. Mai stata. Quello non ce l’ho. Peccato. A me fanno l’effetto dell’acqua. Dovreste averli capiti i miei gusti; che preferisco… il whiskey. Mi fa un cenno verso la porta che porta ai piani. Mi chiede sogghignando: Com’è andata? Spero di non deluderla. Onestamente me ne frega un cazzo. Certo che ce l’ho sempre in bocca, ultimamente: Niente di che. Mi guarda stupita. Le spiego: Un vero peccato! era tutto mamma e chiesa. Scoppia a ridere. L’imbarazzo è rotto.
Sembra voler solidarizzare con me, anche sulle sventure. Non si sbilancia troppo. Dice che è arrivata da sola e sola è ancora rimasta. Le piacciono i maschi, ne sono certa, e lo capisco da qualche aneddoto che le esce di bocca, ma s’è innamorata delle mie tette. E poi si chiedono perché una donna si incazza. Per farla breve… M’era sembrata più scafata, eppure… Dopo le prime domande vaghe si tradisce, quasi prima di cominciare. Mi chiama per nome Serafina. Uno dei tanti che uso. Solo che semplicemente io non gliel’ho detto. Le è sfuggito. Una distrazione. È lei la carogna. Non ci sono più dubbi. Io fingo alla grande di non accorgermene. Mi guardo bene dal correggerla.
Per un po’ ce ne stiamo ancora là a cazzeggiare. Poi mi chiede se conosco il posto. È nuovo anche per lei, ma, amici, le hanno detto che poco lontano c’è un localino in cui: ci si può divertire. Sempre per farla breve m’invita ed io la seguo a ruota: Perché no? Prima lascio l’albergo e prima torno a sentirmi più tranquilla. Anche se… Tanto prima del mattino, almeno, non lo ritrovano. Forse sarà per il giorno dopo. Così le resto dietro il culo; bella macchina la smandrappata. Nemmeno il suo didietro è male. Cosi, frugando con i fari, attraversiamo un bel po’ di campagna piatta. L’erba è appena china piegando la schiena a un vento tenue. Forse il tempo promette di innaffiare i campi.
È in un capannone con l’insegna ai neon. È uno di quei posti in cui le ragazze ballano attorno ad una pertica. Sotto i riflettori. Come se quel lungo bastone appartenesse al loro uomo. Non so se mi spiego? Se avete presente? Quelle che non sono nude non si possono dire nemmeno vestite. Gli occhi dei maschietti, o dei maschioni, sono rapiti. E infilano a quelle che si dimenano banconote nelle mutandine. E meglio si dimenano e più gli imbottiscono i tanga. Nel mezzo della sala c’è una specie di box doccia di vetro. Ancora più illuminato. Lì dentro balla una smorfiosa. Niente male. È bella piena di curve. Forse è la reginetta della festa. Che ne so? Solitamente non frequento locali del genere.
Solitamente non faccio un gran vita mondana. Non ci sono molte altre donne tra i clienti. Sono quasi tutti maschi. Qualche esemplare interessante c’è. Qualche fisico scolpito dalle fatiche dei campi. La verità è che la serata appare stanca. La gente annoiata. Di soldi non ne circolano molti. Non è che mi sento in imbarazzo, ma forse solo un poco fuori posto. Ivona invece sembra soddisfatta. S’è scelta un bel none del cazzo. Non mi piace proprio. È un nome da vigliacca o da baldracca. Forse è questa e anche quella. Anche nei particolari si dovrebbe stare attente. Basta il nome per tradirsi. Basta il minimo dettaglio. Un nulla.
Non c’è molto, per due ragazze, da stare allegre, da gongolare. A parte qualcuno che pare seriamente interessato. Di avventure, per stasera, m’è bastata quella. Prendo un altro whiskey. Quanti sono? Cerco di farmi il conto in testa. Forse cinque, forse sei. Non abbastanza, e anche troppi. I riflessi sono ancora pronti, ma devo darmi una calmata. Stare attenta. Non posso mettermi alla guida vedendo doppie le strisce per terra. Rischierei di mandare tutto a puttane. Invece lei sembra elettrizzata. L’ho già detto? Insomma, Ivona mi dice: Vieni, li facciamo svagare un po’.
Cerco di resisterle senza convinzione. Mi prende per mano divertita, mi trascina e saliamo sul palco. Fatico a vedere le facce ma sono certa che, sotto le luci, loro vedono bene noi. Resto abbagliata. Rinvengo. Non so proprio che fare. Cerco di muovermi al ritmo di quella musica. È un pezzo che non ho mai sentito. E una vita che non ho mai vissuto. Guardo Ivona e cerco di fare come lei. Dimeno le chiappe. Faccio ballare le tette. E quelle ballano che è un piacere. Avrei dovuto metterne uno più contenete. Chi si poteva immaginare? Dovrei aver messo una corazza. Credo sia quello che l’impaziente pubblico vuole. Gliela sbatto sotto al naso. Per farla breve sembra funzioni.
Anche Ivona si dà da fare e si dimena. Confronto alle altre siamo vestite come educande. Ma siamo delle dilettanti. Siamo nuove. È evidente. E nemmeno siamo male. Siamo salite dalla platea. Non siamo uscite dal dietro le quinte. E questo li elettrizza. Ci incoraggiano. Lei lo spiega a tutti: Sono la vostra Ivona. Sembra eccitarsi anche lei. Non sembra un tipo da frequentare abitualmente il pudore. Cerca di mostrare tutto quello che le riesce. Poi cerca di mostrare anche me. Fa la maestra di cerimonia. Mi solleva la gonna con fatica. È corta, di pelle, ma aderente. Riesce a far vedere al mondo intero che la mia calza a rete è sostenuta dalla giarrettiera.
I maschi in sala cominciano a scaldarsi. Ansimano o tacciono e fanno la voce grossa. Nel giro di un paio di minuti sono tutti eccitati. Schiamazzano. Devo tenermi lontana dai loro artigli. Non posso mica farmi trascinare via; rapire. Non posso nemmeno trovarmi tutta piena di ematomi antiestetici. Certo non dovremmo essere qui. A mostrare tutto il possibile a tutti. A farci guardare. A metterci in esposizione. A renderci pubblicamente ridicole.
Se Ivona è pazza io devo essermi impazzita. Dev’essere stato l’ultimo whiskey. O forse quello che non è successo con il venditore di icone. Non scappo via. Poi quella scatenata di Ivona mi sorprende. Fa quello che veramente non mi sarei aspettata. Mi scivola alle spalle. Mi si struscia addosso come farebbe un torello in fregola. Gli astanti vorrebbero essere al suo posto. Sognano. È così credibile… Spesso la prima impressione è quella che vale. Le piace il montone, ma s’è innamorata delle mie tette.
Non la capisco. Non si resiste. Mi mette le mani a coppa. Se ne riempie i palmi. Me ne vergogno ancora. Cazzo! non mi è mai successo. Me le massaggia. Me le stuzzica. Me le palpeggia per bene. Quasi meglio di un maschio. E sorride soddisfatta ammiccando alla platea. E quelli giù a gridare e incitare. Non che anch’io… Insomma, non mi da troppo fastidio. Mi sussurra all’orecchio: Quanto? Non ne sa molto di tette: La mamma.
Finalmente la musica si smorza. E scendiamo da lì. Ne ho avuto fin troppo. Sono stanca e tutta sudata. Tutti pacche sulle spalle e complimenti. Persino una tipa che tiene al guinzaglio uno che non farebbe presa nemmeno su una gallina miope. Corro al bagno. Un tizio la avvicina, ma Ivona se ne libera in fretta. Mi dice che ha voglia di farsi una canna, se le faccio compagnia. Mai dire no quando puoi fumare gratis. Per farla breve prendo una lattina di aranciata amara. La seguo e usciamo dalla porta sul retro. Avevo anch’io bisogno di una boccata d’aria.
Fumiamo in silenzio guardando il cielo buio. Poi… Lo sta per dire: Scusa ma… Non la faccio finire. Posso completarla io la frase. È quello che avrei detto io stessa: È solo lavoro. Ho già in mano la mia gattina. Appoggio la canna alla lattina e la lattina alla sua pancetta. Dovrebbe cominciare a stare un poco più attenta alla linea. Il tempo è scaduto. Alla fine poco importa.
Anche la luna è stanca. E lei si affloscia nella penombra dietro un cassonetto: Ciao Ivona, o come cazzo ti chiami. Vado diritta alla macchina. Ma non è nemmeno lavoro. Come detto: da oggi lavoro solo in proprio.

P.S. l’immagine è stata sostituita per non incappare nelle ire censorie di Facebook

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