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Archive for the ‘Piccoli gialli’ Category

Inconvenienti di lavoroSegue: Un nome Innocenti
È la vostra cara e affezionata Santina che vi scrive. Chiamatemi Tina che facciamo prima. Solitamente preferisco non parlare, lo sapete, ma ho troppe cose da raccontare. E ce le ho tutte sulla punta della mia maledetta linguaccia. Pare un periodo che capitano tutte a me.
Insomma… dove eravamo? Oggi ho incontrato un collega. Belloccio, non c’è che dire. Elegante? Qui lo denominerò come Tom Bix, Bix come quel Beiderbecke. Sempre per vostra praticità. Per rendervi le cose semplici. Quel Bix, quello famoso, non questo, l’ho sentito e m’è piaciuto. Potete sentirlo anche voi, ma solo alla fine. Anche se sembra il suono da un’altra galassia. Da un mondo frequentato dai nonni dei miei nonni. Polveroso. Perso. Sgranato. Seppia. Per quello che so potrebbe tenere un altro concerto anche domani. Meglio se andiamo oltre.
Dovrei precisare anche che non ho sostituito l’amore con il whiskey. Un po’ di sentimento, e anche di quello, mi manca, e il whiskey mi piace. È semplice. Comunque… È lui, questo nuovo Bix, che mi avvicina. Di per sé non sarebbe insolito. Anzi. Non me lo confida, ma lo riconosco subito come collega dallo scadente dopobarba che usa. Nemmeno io faccio un fiato a riguardo. È il primo che incontro. Di collega, voglio dire. Di regola non ci dovremmo nemmeno sfiorare. Invece si siede e mi chiede se mi può offrire qualcosa. Prendo un whiskey torbato, naturalmente. Lui una gazzosa. Dalla sua gentilezza capisco che non è un incrocio casuale. Che non si vuole limitare a un cicchetto in due. È palese e ovvio che si è materializzato per abbordarmi.
Il posto nemmeno lo ricordo. E comunque non cambierebbe niente. Scusate se mi troverò a ripetere che il gioco mi puzza come il pesce, dalla testa. Mi sistemo una calza fin ben oltre la decenza. Insolitamente faccio in modo che tutti ci notino. Che si ricordino di noi. Non si può mai sapere. Sassopiatto non è proprio una metropoli. La cosa lo infastidisce. Lo denuncia una rapida smorfia. Capisce che non sarà una cosa rapida. Forse sospetta che non sarà nemmeno semplice. Dev’essere un novellino del mestiere. La cosa mi offende. Non vorrei che portasse rogne. Non è nei patti che io debba svezzare bambocci. Aspetto che sia lui a scoprire le carte.
Solo che di dubbi me ne restano pochi. Avrei dovuto prima spiegare un’altra cosa. Non sono abituata a raccontare le mie cose. Me ne sono scordata. Fa nulla. Come al solito in cassetta avevo trovato il ferro, ma non c’era nessuna foto. È una signora Sig Sauer P232 SL. La conosco. Una brava bestia. Strano, mi dissi. Ho controllato il caricatore; stavolta era vuoto. Era ancora più insolito. Cominciavo a sospettare che uno dei due fosse uno di troppo. Non mi ci è voluto molto a capire all’istante che avrei dovuto sbrigarmela da sola, e in fretta. Speravano forse che non me ne accorgessi. Anche il peso tradiva l’inganno. È uno stupido inghippo architettato malamente. Come dilettanti. Mi sorprende. Non è da loro. Loro sempre così attenti e precisi. Possono sbagliare anche loro.
Non è stata un’idea furba nemmeno farci incontrare in questo buco di culo di paesino. Qui l’ultimo turista deve essere arrivato al seguito di Garibaldi. Si conoscono tutti. E mandarmi, per giunta, uno sbarbatello. Perché carino è carino. Alto è alto. Il carapace c’è ed è sufficientemente modellato. Mentre lo peso ne fuma una dopo l’altra. Si disseta di bibite ghiacciate, e le trattiene in mano come fosse uno già arrivato. Si muove come un duro ma, nel nostro mestiere… Sembra fatto di pasta frolla. Scoprirò presto com’è messo lì sotto. Si è no che abbia la mia età. È troppo giovane. Nel presepe non potrebbe comunque fare che il bambinello. E fin troppo galante. Puzza.
Forse ho sbagliato in qualcosa. Forse non mi hanno perdonato la mia avventura precedente. La mia piccola storiellina sentimentale con quel tipo che qui ho chiamato Tazio. Per questo forse mi considerano non più affidabile. Bruciata. Credono di poter fare a meno di me. E di sbrigarmi con facilità. Illusi. Lui non sembra essersi accorto di nulla. Per me è un libro aperto. Non era previsto, ma possono essere inconvenienti del mestiere. Meglio stare tranquilla e mantenere il sangue freddo. Non è nemmeno un problema. So bene come non tradirmi. Ora sono sicura di sapere per certo di essere considerata io quella di troppo.
Vedo da sola che mi ha notato le tette. Che le continua a notare. Ma vi dirò solo quello che mi sembra rilevante. Tanti dettagli sono inutili e fastidiosi. Oltre al fatto che dopo il primo approccio si mostra un tipo un po’ noioso. La sua voce è piatta come il petto delle cinesi. Si camuffa da agente di commercio. Indica la borsa dove avrebbe il campionario. Mi dice che i tempi sono bui, come non lo sapessi. Se non fossero i tempi che sono non starei qui con lui, a farmi stritolare i cosiddetti, i santissimi, e non farei questo lavoro di merda. Dopo un po’ fin troppo lungo, per farla breve, m’invita a cena nel suo albergo. Fingo di doverci pensare almeno un poco, ma poi, naturalmente, accetto: Perché no?
Prima di alzarsi mi prende una rosa. Poi fa un gesto insolito: mi scosta la sedia. Da dove cazzo se ne è uscito? Dalle pagine intonse del manuale del galateo. A tavola mi comunica di chiamarsi Roberto! un nome fin troppo banale per non essere anch’esso poco plausibile. Come se mi dovesse fregare una beata minchia. Tanto un nome vale l’altro. Mica dobbiamo mentirci che questa è nient’altro che una scappatella. Non gli ho detto di avere pregiudizi. Che trovo disdicevole limitarmi come amante. O che odio sinonimi disdicevoli. Mi presento per la seconda volta: Raffaella. Cazzo! ho fatto una gaffe madornale. Devo stare più attenta. Che sarà mai? Mi dice di essere single e, abbassando gli occhi, di vivere ancora con i suoi. Di quale delle due cose si vergogna?
Mi apostrofa fin troppe volte come cara. Forse non è stato attento al nome, meglio così, ma anche questo basterebbe per mettermi sull’avviso. Passa da un lapsus imperdonabile ad una cantonata e poi a una magra. Non ci cascherebbe nemmeno la più cretina. Nemmeno una che va solo all’accalappio. Per uno che dovrebbe saper usare le parole per lavoro di parole ne conosce ben poche. Quasi quasi bisogna strappargliele di bocca. Non convincerebbe nemmeno il consumatore compulsivo più accanito. Intanto mangiamo da schifo, ma io faccio i miei complimenti al cuoco. Paga, ci mancherebbe. Poi, per farla breve, mi chiede se mi va di salire in camera, gentilmente e goffamente. Proprio come mi aspettavo. Non l’avesse fatto sarei rimasta di stucco. Delusa. È così prevedibile. Così… scontato. Ma non è che non sia carino.
Tina entra in azione. Gli rispondo con l’aria più disponibile che conosco: Perché no? E saliamo. La stanza è piccola e nemmeno molto pulita. Fa un’altra cosa che non mi sarei aspettata: appena entrato si siede sulla sedia e aspetta. Tina è pronta a tutto. Certo che si sarebbe aspettata almeno un poco più di iniziativa. Ama che sia l’uomo a spogliarla, prima con gli occhi e poi lentamente con pazienza. In fondo è un po’ impiastricciata di superato romanticismo. Ama gli uomini galanti, che sanno fare gli uomini. Pazienza. Se deve fare da sé sa fare da sola. Lo farà sognare e risvegliare.
Sono sicura di me. Ho indossato un profumo indiscreto. Arrogante oltre il punto giusto. Non gli lascio molto spazio per riflettere. Credo sarebbe una fatica inutile. Slaccio un altro bottone: Fammi vedere l’arma. Lui si preoccupa. Mi guarda come fosse stupito. Lo tranquillizzo: Mostrami la bestia, cretino d’un poppante. Fa perfettamente la faccia di quello che non capisce. Gli riesce proprio bene. Si offende, ma solo per un rapido momento e leggermente.
Mi dice che voleva solo bere un altro bicchiere e fare due chiacchiere. Spera che ci caschi? Non mi piacciono i ragazzoni tristi. Non mi piacciono nemmeno quelli che portano a passeggio il can per l’aia. E non ho lasciato mai un lavoro a metà né un cliente insoddisfatto; anche se è un collega ed è un’esperienza nuova per me. Rimandare, in certi momenti, quando anche una sillaba diventa una parola superflua e inopportuna, non mi è mai sembrata la scelta migliore. Mi mette nervoso. Me lo coccolo un po’, mi svelo lentamente e con pazienza per poi dirgli che è carino. Ce l’ho in pugno: Ora ci siamo capiti? Sbrigati. Si sbriga anche troppo in fretta.
Forse sono stata un poco spiccia. Che ne so? Mica dobbiamo stabilire prematuramente la lista di nozze. Per non fare inutili giri di parole dirò solo che si fa ardito. Quello che sogna e vorrebbe me lo spiattella di tutta fretta; in velocità. Scade nella banalità e nella trivialità. Me lo comunica in modo un po’ goliardico, né sensibile né carino. Ne risente il suo garbo. Come se ce l’avesse in bocca da tutta la vita. Certo che un giro lo farei. Con i tempi che corrono. So che gradirebbe e io non sarei da meno. Tra il lavoro e tutto il resto è un’eternità che non mi tolgo un piccolo sfizio. E credo lo lascerei soddisfatto.
Resto delusa, non è nemmeno niente di che. Mi accontenterei anche se anche come sfizio sarebbe ancora più piccolo. Purtroppo, per entrambi, ho altro per la testa. È sfortunato, è capitato nel momento sbagliato e dentro l’abito sbagliato. Ho altro per la testa. Non sono qui per farlo divertire. Tutto finisce prima di cominciare. Col coltellone lo apro come un’ostrica. Poi pulisco la lama con le sue mutande. Non si è cambiato nemmeno di recente. Anche come avventuretta sarebbe stata comunque una vera delusione. E lo saluto dalla porta: Arrivederci a mai, caro Bix.
Ho deciso di mettermi completamente in proprio. Non è stato nemmeno lavoro. Il mio Bix non sapeva nemmeno suonare. Già domani sapranno che ha fallito. Sarò anche solo una signorina sicario prezzolata, ma non sono una sprovveduta. Non la suonerà più per nessuna. Però… È sempre la curiosità a tradire anche le donne oneste. Torno indietro a guardare dentro il suo borsone. Non so perché. Solo curiosità. O la voglia di vedere che strumento avevano scelto per me. Cazzo! è veramente un piazzista e per di più di libri sulle vite dei santi.
Prima di uscire controllo, la mia Beretta Px4 Storm è sempre là, la mia gattina, e mi tranquillizzo. Lei ha la pancia piena, ma ha sempre fame. Lei non mi ha mai tradito. Sparisco oggi e da domani mi avranno appiccicata al culo. Parola di Tina.

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Un nome Innocentisegue: Un segreto di pubblica utilità
Vorrei volentieri farlo, ma non posso. Non è una questione di scortesia. Non me la tiro e faccio la preziosa. Diciamo che, per opportunità, potete chiamarmi Santina Innocenti, ma anche in qualsiasi altro modo. Lo dico anche per voi. Direi che Santina, e per la fretta Tina, può bastare e andare bene. Gli anni belli passano in fretta. Bisogna prendere le occasioni al volo. Più tempo passa e più è difficile. Oggi il mercato offre ben poco. La vita è dura. E io, a fare la telefonista in un call center, o vendere detersivi porta a porta, o infilare volantini nei culi dei civici, non mi ci vedo proprio.
Un poco di fortuna ha voluto che subito dopo gli studi abbia trovato lavoro. Di questi tempi è un vero colpo di tra le chiappe, una figata, una manna. Guadagno bene. Però non sono quasi mai in casa. E una vera casa mia nemmeno ce l’ho. Nemmeno per sogno. Certo, ci si deve adattare. Qualche volta anche ingegnare. Persino ingannare anche se stesse. Però non mi posso lagnare e non lo faccio. Le spese sono parecchie. Di rapporti stabili così e difficile mantenerne. Non fosse che sono ancora giovane per ingoiare senza remore quel tipo di pace. Non so se mi spiego? Per accettare, con facilità, quello che dovrei definire disarmo. Questa è la parte più faticosa, e onerosa.
Di che si tratta? Non abbiate fretta. Sono una sorta, per così dire, di lavoratrice autonoma, una sorta di libera professionista. Non ho un unico datore di lavoro, credo. Probabilmente sono più di uno, una sorta di holding. E come in ogni holding che si rispetti chi guida veramente la baracca è un emerito sconosciuto. Un signor non so. Una figura immaginaria spesso senza nemmeno un nome. È solo un marchio. Un bisbiglio. Nemmeno quello. Non ho nemmeno un contratto regolare, ma non ho dubbi. Vista la mia applicazione e gli ottimi risultati il mio è un contratto a tempo indeterminato. Di una come me c’è sempre bisogno. Naturalmente lavoro sodo e lavoro sola, non ho collaboratori. E credo che il mio sia un impegno adatto soprattutto a donne.
In una cassetta postale trovo la foto del… beneficiario, e la città. E volte, ma non sempre, c’è anche l’indirizzo dettagliato. Le descrizioni dei soggetti sono rare, come vizi e abitudini, situazione famigliare e patrimoniale. Quasi sempre sono all’oscuro di questa parte della loro vita e mi devo un poco ingegnare. O faccio ricerche per conto mio o mi fido del mio fiuto. L’appuntamento devo fissarlo da me. Direi di non aver mai riscontrato alcun problema, a riguardo. E solitamente non sono brave persone. Ma questo non importa. Non fa alcuna differenza.
Non servirebbe nemmeno dirlo che il mio è un lavoro delicato. A volte molto delicato e complesso. A volte difficile perché può diventare coinvolgente. Ma sono una lavoratrice scrupolosa e mi è successo un’unica sola volta. Dovrò state più attenta, d’ora in avanti. Ma credo che non mi potrà succedere più. È una maledetta tacita clausola fondamentale. Solo che con lui mi sono lasciata trascinante, rischiando di compromettente tutto. È successo, non lo nego. Sarebbe inutile. Ma giuro che sia stata la prima e unica volta. Forse mi hanno tradito i suoi occhi. Forse… Non so.
Avvicinarlo non è stato complicato. Sarebbe venuto lui da me se non mi fossi mossa in anticipo. Anche perché, per quanto faccia, diciamo che non passo inosservata. In realtà ho puntato molto affidamento nel mio sguardo intenso. Ma era uno di quei casi in cui non sapevo nulla oltre il nome. Mi avevano lasciato completamente all’oscuro delle sue abitudini. Di tutto. Se volevo capire il soggetto dovevo rubare un profilo nascosto in mezzo alle sue parole. Anche se di parole non ce ne siamo poi dette molte. Non ne servivano di più.
Lui era a suo modo diverso, ognuno è diverso dal precedente, sembrava un tipo innocuo. Era seduto a una tavolata con altri, presumo amici o colleghi. Erano verso la fine di una cena. Mi è bastato un sorriso perché si accorgesse di me. Poi gli ho fatto un cenno. Si è scusato chiedendo che gli fosse concesso un attimo e si è avvicinato. Anche gli altri mi hanno, purtroppo, notata e osservata per bene. Dovevo prendere un po’ di tempo perché scordassero i miei lineamenti. Anche questo l’avevo messo in preventivo.
Era un tipo elegante. Gli ho detto che lo sapevo amico di un’amica, e ho fatto il suo nome sorprendendolo subito. Chi non ha un’amica di nome Katia? Mi sono fatta immediatamente perdonare dell’intrusione dicendo che mi sembrava una persona cortese ed che mi ero messa in un grosso guaio. Avevo cambiato borsetta prima di uscire, e nella fretta il portafoglio era rimasto nell’altra. Se poteva evitarmi una figuraccia gli sarei stata eternamente grata. La cifra non era bassa, ma nemmeno astronomica. In cambio gli ho fatto i miei occhi da gattina.
Lui non ha battuto ciglio aggiungendo la mia consumazione al suo tavolo e usando la sua carta di credito. Per poterglieli restituire gli ho lasciato il mio bigliettino da visita, naturalmente come Concetta de Paria. Era stato galante e aveva detto che non serviva. Avevo dovuto insistere, almeno un pochino. Altrettanto naturalmente, subito, il giorno dopo, si è fatto vivo ripetendo che non era il caso, per una cifra così piccola. Gli ho chiesto se per ringraziarlo potevamo almeno vederci; magari a cena. Aveva accettato all’istante con immediato entusiasmo, per la sera stessa. Anche di questo ero certa. E quella sera è stato molto carino, ma lui si è tenuto sulle sue, si è limitato a fugaci apprezzamenti verbali. Io l’ho tenuto sulle spine, facendo la preziosa, promettendogli, e non promettendogli, prossimi incontri. Gli uomini s’illudono sempre di poter scrivere le sceneggiature alle storie. Di sapere già in anticipo la fine. Ma amano anche che una donna si faccia desiderare.
Lui non era diverso e gli leggevo nitidamente in testa. Era come tutti. Non aveva segreti. Conoscevo bene le sue intenzioni. Solo che solitamente non mi faccio trascinare a letto. Non prima almeno del quinto appuntamento, com’è successo con lui. Qui è meglio, anche per voi, se usiamo un nome fasullo: conveniamo di nominarlo, che ne so? come Tazio Nuvoletti; il re delle corse coi sacchi. Un nome vale un altro. L’importante è sempre rispettare l’anonimato. Dovevano essere un po’ di giorni, invece è stato quasi un mese. Così con Tazio è cominciata una storia. So che non dovevo, ma per alcuni attimi mi sono lasciata andare e ho ceduto. Potrei dire che avevo perso la testa, anche se non del tutto il controllo. Anche lui mi chiamava Tina. Ma il tempo dal nostro primo abboccamento era stato sufficiente. Il nostro appuntamento per chiudere l’affare era maturo.
Decido che devo farlo quel pomeriggio. Più tempo passa e più diventa complicato. Lui sarebbe in futuro anche tornato scapolo. Un buon partito. Peccato. Ci diamo appuntamento in un alberghetto fuori mano. Come convenuto sale in camera da solo. Mi chiama per dirmi il numero della stanza. Butto il cellulare e lo raggiungo dopo una decina di minuti. Prima lo lascio divertire, soddisfatto. Per dirla tutta mi diverto anch’io. Quando posso mi piace lasciare il mio cliente contento. Dopo mi rivesto e, mentre lo fa anche lui, prendo il ferro dalla borsa, glielo sbatto sotto il naso e gli spiego cosa voglio. Che mi serve il suo dito medio. Che ha tutto il tempo per la sua ultima sigaretta, e, se vuole, per dire una preghiera. C’era da aspettarselo. Ne è sorpreso.
Deve avere fatto concorrenza a chi non si potrebbe fare. Forse si è intromesso in un appalto dove non doveva. Forse semplicemente e sfortunatamente conosceva qualcuno o qualcosa. Sono particolari che non mi devono riguardare. Devo solo portare a termine il mio incarico e farlo in modo pulito. Unica condizione obbligata, a testimonianza del lavoro fatto, è il dito medio tagliato con un trincia pollo. A dire il vero la scelta mi sembra un poco ironica. Comunque l’ho portato con me, come ogni volta. Non era un bigotto, meglio così. Non ha pensato nemmeno di chiedere perché. È impallidito e ha tentato una timida azione vigliacca. Si è rifugiato nei sentimenti. Come non fosse già difficile anche per me: Ma io ti amo.
Ti amo anch’io, tesoro, ma il lavoro è lavoro.
Per la prima e unica volta l’ho fatto a malincuore, ma l’ho fatto. Nella stessa cassetta, dove lascio quel dito medio del soggetto, due giorni dopo trovo quanto pattuito. Come si potrebbe definire il mio compito: la sicario? Non trovate che non suoni affatto bene?

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Un segreto di pubblica utilità.Cosa posso dire di me? In realtà non molto, anzi niente. Allora dirò quello che non posso dire. Meglio prendere tutto con le molle. Con il beneficio d’inventario. Facciamo che potrei chiamarmi Margaretha Geertruida Zelle ovvero Mata Hari, che è più semplice, o qualcosa di simile. Fate voi. Anche se Mata non è certo uno pseudonimo che mi piace.
Giovane? Sì, direi che sono ancora giovane. Bella? Certo, mi si potrebbe definire bella. Almeno così dicono quelli che mi hanno incontrato dal vero. Io direi meglio… affascinante. Esperienze lavorative precedenti: no comment. All’università… ops! m’è scappata, ho fatto la ragazza pon-pon; pallacanestro. Poi la ragazza cubo in un paio di sale. Poi, dopo la maturità, mi sono stancata di fare la ragazzina bella e vuota. E mi son messa alla ricerca di un impiego. Diciamo che oggi è la mia bravura sul lavoro che mi distingue dalla massa delle tante bellocce disperate. Dalle fallite irrecuperabili. Dalle aspiranti velite. Da quelle sempre in caccia. Dalle sconsolate ragazze madri. Da quelle invecchiate fin troppo in fretta. Con un bel poco di sano buonsenso Mata ha superato quell’età indenne e senza marmocchi tra i piedi.
Non è vero che non ci sia lavoro per le donne. Sono convinta che la nostra sia una collocazione particolarmente appropriata alla seconda metà del cielo. Si potrebbe definire come un impiego nella pubblica amministrazione, anche se non si può affermare che sia esattamente così. Cioè sono e non sono un’impiegata statale. È difficile da spiegare. Dovete metterci del vostro. Ma un po’ alla volta forse tutto sarà più chiaro. Pazientate ancora? Certo i soldi degli onorari di Mata derivano dai portafogli di tutti, sono una delle voci imprecisate del bilancio statale, vengono sottratti genialmente alle tasse.
Ho trovato l’Url per caso. Cercavano collaboratori. Non spiegavano per cosa. Mi sono buttata. Se il cellulare di Mata suona il Requiem in Re minore K 626 di Mozart so che sono loro, e che c’è una revisione. Ho sempre il portatile a portata di mano. Non voglio e non posso perdere tempo. Il tempo è denaro e il tempo può essere vitale, ed è sempre virale. Nel sito della società appare un elenco continuamente aggiornato. Al momento il numero tredici è il numero fortunato; perfetto. Al numero tredici c’è il cliente che interessa. È quello che devo contattare e servire. Io avrei scelto il diciassette, ma non sono superstiziosa.
Non possiamo più illuderci: siamo tutti dentro al grande fratello. Abbiamo una tessera sanitaria e un codice fiscale. La foto all’anagrafe. Sanno tutto. Chi siamo. Con chi parliamo e quello che diciamo. Quante volte andiamo al bagno. Solo io sono uno schianto e non ho un volto né un nome. Come detto Mata non esiste. Mi spiace per voi, ma una mia foto non è nemmeno mai stata scattata. Chi poi devo contattare solitamente sono giovani piccoli politici ancora anonimi o quasi. Spesso facilitati dai soldi di famiglia. Semplici da individuare e avvicinare. Prede che tendono a infilarsi volontariamente nella rete. Se corrispondete al profilo i prossimi potreste benissimo essere voi. Mata vi aspetta e voi aspettatevi una mia visita. Cercherò, per il possibile, di essere cortese.
La SdA, ovvero Servizi di Argine, è la divisione più segreta dei servizi segreti, in realtà non esiste. C’è un ufficio dedicato a Gianadelio Maletti. Ma quello si occupa degli anarchici. Ne ha parecchi a busta paga. E ha un civico. Non so molto altro. Ufficialmente la SdA appare come un’innocua società di import e export, priva di capitale sociale, con sede a Ginevra, e in mille altri posti sparsi come infime cacche di zanzare sulla carta geografica. In realtà essenzialmente si preoccupa di mantenere la stabilità. Il cosiddetto Status quo. Di prevenire ed evitare i rischi e gli azzardi di, più o meno, pericolosi mutamenti. Almeno questo è quello che è stato spiegato a Mata. Come ad una scema, ma le domande sono sempre inopportune. Ecco, io, non ufficialmente, lavoro per loro.
Certo devo cambiare ogni volta strumento e modus operandi. I risultati del mio impegno passano abbastanza inosservati. Poche righe per pochi giorni, generalmente su giornali locali. Non un grande eco. Niente di eclatante. Anche perché oggi sono qui e la prossima volta in un altro posto. Questo, e il cambiamento di metodo, fanno sì che le notizie non vengano collegate tra loro. Che non si sospetti della mano di un unico autore. Inoltre, diciamo così, gli assassini seriali, qui da noi, sono di moda solo nei film e nelle serie televisive. E se qualcuno, in qualche caso, ha sospettato, ha sospettato che dietro ci sia un uomo. E non è durato abbastanza per avvertire un altro sospetto. Uso soluzioni sufficentemente violente perché possano essere attribuite a una donna, nella loro testa. Forse ho detto fin troppo, insomma… Anche l’ignoranza degli altri è essenziale per finire un lavoro pulito.
E poi Mata è un fantasma, non scordatelo. Non si può prendere qualcosa che non c’è. E Mata non li ha mai delusi. Contestualmente, a lavoro fatto, depennano il nome dalla lista e mi fanno il bonifico. Compiti come il mio, in epoca gloriosa, mi avrebbero definita come Cacciatrice di taglie. Naturalmente quella della foto non sono io, anche se ci assomiglio abbastanza. Come premesso non sono così stupida. Lei è un’attrice abbastanza famosa. Io non userei mai un vecchio arnese simile. E cerco di essere solo un pelo più discreta. Mi dico Mata, apparire non è tutto.

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Betzabea SaltuttiTutti lasciano la città in piena fretta. Abbandonandosi dietro molto. In qualche caso una vita intera. Come fosse scoppiata un’epidemia. Mi dice: “Scegli un bel libro”. La guardo: Betzabea è ancora e sempre una gran figa. Mi lascia che la chiami Beta, ma non mi ha permesso mai nessun’altra minima confidenza. Forse è stato solo il caso. L’occasione. Spero che sia la volta buona. Ne cerco uno adatto all’occorrenza. Con un poca di fortuna trovo qualcosa che può fare proprio al caso: Memorie di una Beatnik[1], della sacerdotessa Diane di Prima. Un libro avventuroso pieno di sesso in ogni pagina.
Andiamo da me. Il divano e comodo e preferisco giocare in casa. Preparo tutto in modo che niente ci disturbi. Stacco il telefono. Accosto le tende, c’è ancora troppa luce. Prendo due birre fresche. Vado in bagno. Controllo che sia tutto in ordine. Mi dice che non conosceva il libro né quella autrice. Le dico che è meglio così, sarà una nuova scoperta. Le spiego un po’ chi è per contestualizzare il periodo, quel mondo e il personaggio. Non mi sbilancio. Siamo pronti. Mi sento un Dio, sicuro di sé. Ci mettiamo vicini e comincio a leggere.
Già dalla nota parla della roba, invita a farsi. Solo che Beta e contraria all’uso di qualsiasi droga, anche di quelle leggere. Per fortuna non si fa cenno a quello che è il focus del romanzo. In una brevissima pausa le spiego che la scrittura è autobiografica. Siamo appena entrati nel mese di febbraio. Mi fermo subito. Ancora c’è solo qualcosa che può creare un sospetto. Un nulla. Diane non è da sola. Io lo so. Non possiamo certo scandalizzarci su un’ambiguità. Nemmeno lei. Sono fin troppo cauto. So che l’autrice parte sparata. Inizio pagina dieci e al primo capoverso faccio un sospiro e glielo chiedo: “Ancora una birra”? e le vado a prenderle. Lei mi attende paziente e curiosa. Non sa cosa l’aspetta. Che programmino ho in mente per noi.
Torno e cerco di impostare la voce e di dare enfasi alla lettura. Non finisco la pagina ed io sarei già un po’ stuzzicato. Accaldato. La controllo con la coda dell’occhio, ma lei niente. Non fa una piega. Ascolta solo attenta e seria. Ma il meglio deve ancora arrivare. Quando, un paio di pagine dopo, la sacerdotessa narratrice usa la bocca sul suo Ivan, resto nuovamente deluso. Seppure io non so molto bene quanto ancora potrò resistere porto pazienza. Sono certo che prima o dopo anche lei dovrà capitolare. Ho tutt’altro che perso le mie speranze. Lei è bella e desiderabile. Siamo soli. In un mondo svuotato. Confido nelle pagine in cui racconta quando si è trovata con due. E in quelle che descrive come per la prima volta ha concesso il rapporto più intimo. Ha fatto l’amore porgendo l’altro verso. Come dire? l’altra guancia. Nemmeno lei potrà resistere ad un suggerimento simile. Magari non così. Non oggi. Non al primo vero appuntamento. Intanto comincio a non riuscire più a tenere a freno le mie fantasie.
Non c’è scrittrice che tenga. Lei non è di carta. Lei è ben presente, ed è vicino a me. Intanto a Beta si scoprono appena le ginocchia. Si gusta la sua birra. Spero lo faccia senza curarsi di me. Iniziando a promettermi un minimo di confidenza. Se guardassi i suoi occhi so che mi perderei. Non riuscirei più a proseguire. Non so cosa farei. Mi sento un drago. Un drago furbo: Non è più una ragazzina. Sa di cosa sto leggendo. Di cosa sto parlando. Sono certo che la prossima o l’altra riga sarà lei a pregarmi. A supplicarmi. Mi chiedo se è un bene mostrarmi troppo accondiscendente. Mentre penso a tutto questo, e a tanto altro anche meno confessabile, forse meno onorevole, mi accorgo che ancora mi resiste. Che non fa una piega. Eppure le pagine scorrono veloci e non rimangono più segreti da svelare. Il sesso è stato tutto mostrato. In ogni più piccola piega e intimità. L’autrice s’è spogliata completamente. Impaziente la guardo. Non posso più aspettare: “Che te ne sembra”?
Non lo so”.
Ti piace”?
Non lo so”.
Qualcosa ti avrà mosso?”…
Parla solo di scopate. Di cose che ormai conoscono tutti. Delle solite cose. Cose che tutti abbiamo provato. Sarà anche una poetessa… Niente amore. Niente di che. Ho sempre pensato che fossero così. Ora ne ho la certezza. Non sento pathos. Non sento desiderio vero. Non provo niente. Io”.
Intanto ho appoggiato il libro e mi avvicino ancora di più. Credo che potrei amarla per una vita intera. Senza interruzioni. Che di lei non mi stancherei mai. In silenzio le confesso tutti i miei sentimenti. Insieme a tutte le mie voglie. Che sono ormai infinite. La fulmino con uno sguardo. Non saprei dare una preferenza. Una precedenza. Confido nel suo buon cuore. Nella sua passione. Le poggio una mano su un ginocchio e cerco di dare ai miei occhi un’aria implorante. E da assassino: “Pensavo che noi”…
Questa Beta, ovvero Betzabea Saltutti, mi fissa nello sguardo. Mi scruta dentro. Mi toglie quella mano. Mi spiega tranquilla e fredda che non è mai stata capace di essere una bohémien. Che per il movimento degli hippies e quel loro maledetto Village non ha mai provato simpatia. Tanto meno per i beatniks. Non si è mai interessata alla politica. Mi capisce. Capisce dove vorrei arrivare, non è una bambina. Per questo non ho scelto In culo oggi no di Jana Cerná[2], che pure c’era. Perché già dal titolo poteva rivelarsi un disastro. E se fosse bastato, come un suggerimento, rischiavamo di non arrivare a casa. E non lo conosco altrettanto bene.
In qualche modo persino mi giustifica, conosce gli uomini. Lei può farlo come se non ci fossi; può leggere. Anche se forse sappiamo già tutto e come andrà a finire. Entrambi. Anzi non a finire. Semplicemente a continuare. Per lei sarebbe solo tempo perso. Forse se lo dicevo subito… La lascio parlare ancora speranzoso. Fa una pausa ad effetto e poi mi spiega e si ripete che se voglio può continuare a leggere lei e se proprio non posso farne a meno posso fare da solo. Non si scandalizzerà di certo per così poco.
Fanculo anche quello stupido libro. Lo getto distante. Prendo la lampada dal tavolino e gliela sfascio in testa. Poi mi prendo tutte le libertà che voglio. Stronza. Certo che ha gambe lunghe e belle. Nessuno la cercherà. Se n’è andata come tanti altri. Non lasciandosi niente dietro. Forse solo un rimpianto. Certo che le donne son tutte delle gran puttane.

[1] Diane Di Prima: Memorie di una Beatnik. Guanda, Parma – 1994
[2] Jana Cerná: In culo oggi no. Tascabili e/o, Roma – 1992

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Lascia stare missy HydeEra una bella ragazza, ma anche un po’ strana. E strano era stato anche il luogo del loro primo incontro. Non capita spesso di trovare l’avventura seduta su un muricciolo di un cimitero. Era andato a salutare la vecchia nonna. Ma lei era lì ed era un bel bocconcino. Diversa e provocante.
Con quei capelli di quel colore impossibile che non erano una parrucca. Con le ali da pipistrello sulle spalle, sulla testa e anche sulle calze. E quel mantello di ciniglia nera. Un po’ Batman, un po’ Vampiria e un po’ lady Macbeth. Ma aveva delle belle gambe, robuste e ben tornite. E bene in mostra. E anche di seno non era messa male, tutt’altro. Sembravano sbarazzine, entusiaste, sode e abbondanti. E anche quelle abbastanza bene in mostra. Si vedeva subito che era una sgamata. Ti succhiava l’anima da dietro due occhi neri come l’inferno.
Lui aveva ancora i crisantemi in mano. Al primo sguardo era stato affascinato. Col secondo incenerito. Ormai lui si sentiva il lupo e lei era l’agnello; o viceversa. Niente aveva più importanza. Lei lo aveva visto e lo aveva reputato innocuo. Penava che non si sarebbe nemmeno avvicinato, che non se ne sarebbe dato il coraggio, invece l’aveva fatto. Con fatica, con un’aria distratta, ma c’era riuscito. Quasi fischiettando. Distratto, ma circospetto. Muovendo passi incerti di un percorso arzigogolato. Aveva vinto l’ultima incertezza, perplessità, timore e ritrosia, e chiesto Posso? Lei aveva alzato le spalle, incurante e distratta, e s’era seduto. Non troppo vicino, ma nemmeno troppo lontano. Chi vieni a trovare? Nessuno e tutti. Strana risposta. Io la nonna.
Io sono qui spesso. La cosa si faceva complicata e affascinante. Lo riempiva di curiosità. E la curiosità è l’anima dell’avventura. È il sale in ogni storia. Come poteva starsene lì da sola senza dir niente? Senza un brivido di freddo? E… Come poteva quel corsetto non trattenerle il respiro? Non farle schizzare fuori? Avrebbe voluto guardarla senza vergogna. Non era un timido. Non erano mai state le parole a mancargli, eppure ora non lo soccorrevano. Ma sarebbe stata una domanda impertinente. Forse glielo avrebbe chiesto lei, o forse non avrebbero avuto bisogno di parole, era solo una questione di tempo, ma non lo stava facendo. E il silenzio non era un obbligo, e ne avrebbe fatto piacevolmente a meno. Perciò si fece più coraggio e divenne audace: Sono Enrico.
Piacere, missy Hyde. Strano anche il nome per una con l’accento romagnolo. Lui riusciva a ragionare di gran fretta. Da vicino era anche più bella: Ti fermi molto? Non credo; forse. Aspetti qualcuno? Sì e no, vediamo. Era un’anguilla che sfuggiva tra le dita. Le frasi corte e monche, mai chiare e mai definitive; lo riempivano di sospetti, e di dubbi. Strana era strana anche dentro. Forse un po’ pazza. Forse solo una ragazza che amava la vita. A cui piaceva divertirsi. E un po’ prendersi gioco degli altri: Studi?
Osservo. Aveva guardato il cielo ed era una lastra incerta tra il grigio e l’azzurro. Non aveva promesse, né buone né ostili. Doveva ancora decidersi sul cosa fare. Avrebbe potuto fare tutto o niente. Il sole sonnecchiava dietro quella tenda. Per un poco parlò solo il silenzio del disagio. Poi quello del turbamento: Mi andrebbe un boccone.
Io non mangio, azzanno. Era anche spiritosa. Guardò l’ora e si stavano facendo le quattro. Quella sera alle sette aveva appuntamento con Elvisa, una compagna di corso. Decise che forse non ci sarebbe andato. Poteva avvertirla e anche no. Non era niente di speciale, Lisa, anche se non lo sapeva. Comunque, c’era tempo e il tempo era d’oro. Forse avrebbe potuto giocarsi le sue carte un po’ con una un po’ con l’altra. Si fece intrepido e la invitò a casa: Ti vanno due passi, magari andiamo da me? C’era riuscito a dirlo. Boh! Non ho niente di meglio; perché no? Cazzo! aveva trovato il coraggio presto. Cazzo! aveva accettato subito. Sembrava semplicemente annoiata. Certo, si sentiva un drago. Un vero seduttore. Era veramente una splendida pollastrella.
Quand’era scesa per seguirlo si era accorto che era una buona spanna più alta di lui. E decisamente più robusta. Non gli creava impiccio. Anzi era anche meglio. Fino alla macchina lo prese sottobraccio. Non sapeva decidersi. Forse si sarebbe vergognato se qualcuno lo vedeva con una tipa conciata così. Forse ne sarebbe stato fiero. Si stava già pavoneggiando ingozzato d’orgoglio. Nella testa un motivetto gli fischiettava leggero. Era una preda da punteggio alto. Era un gran bel vedere, se non ci si soffermava solo al costume. Che poi quello si può anche togliere. Il che è anche meglio. Era certo che lo avrebbe fatto. Che appena tranquilli avrebbe provveduto lui. Magari già dentro l’automobile.
Si vergognò un po’ del suo scassone, ma era andato bene a tutte. E ne aveva fatte di cotte e di crude, lì dentro. Quella machina avrebbe potuto raccontarne di storie. Certo avrebbe avuto anche bisogno di una bella lavata. Nemmeno quella sarebbe bastata: Scusa ma la mia e dal meccanico; niente di grave. Era un vero rottame, ma lei mostrava di non essere esigente; e di macchine pareva non saperne niente: Basta che ci porti dove ci deve portare. La sua voce era fredda più del ghiaccio, e il suo volto era determinato. Tutto in contrasto con il suo corpo che era un invito, una favola. Che non faceva mai silenzio, nemmeno mentre lui cercava di concentrarsi e guardare solo la strada. Nella testa la supplicava di respirare forte. Aveva fretta, ma la tardona più di così non correva.
Erano saliti in casa. Il lavello era pieno di piatti. In fondo era il domicilio di uno studente. Cosa ci si poteva aspettare? Aprì la finestra perché c’era odore di chiuso. Di chiuso, di cicche e di pattume. Lei odorava come quei crisantemi che aveva abbandonato sulla pietra dove s’era seduto, ma in modo molto più violento. Un odore metallico con un retrogusto di vuoto. Si sentì girare la testa. Sarebbe rimasto lì solo a guardarla. E già pensava a quando le avrebbe sfilato tutto. Lentamente. Pezzo per pezzo, un pezzo alla volta. Forse non aveva tutto quel tempo. Forse non avrebbe trovato abbastanza pazienza. Da dove cominciare?
Le offri un bicchiere d’acqua, non c’era altro: Perché non parliamo prima un po’, per conoscerci meglio? Non amo troppo le parole, ma… va bene. Lui non voleva mostrare di avere troppa fretta. Lei un poco si stava già annoiando. Il letto era ancora sfatto. Con una scusa sarebbe dovuto scivolare via e provvedere. Ma forse lei non era una che ci faceva troppo caso. E poi non si sentiva sicuro di niente, ma era lì e questo certo voleva dire qualcosa. Sicuramente non poteva che essere di vedute spicce. Una di quelle. Non poteva essere schizzinosa. Intanto che indugiavano avrebbe potuto anche essere gentile e fargli vedere le tette. Toglierlo da quel sapore greve di lieve imbarazzo. Certamente a lui veniva a mancare un briciolo di impertinenza. Forse era appena uscita da una favola. Forse da qualche set. Da qualcosa di così improbabile da restare impensabile. C’erano molte cose che ognuno non sapeva dell’altro.
Lui si credeva un vero mago. A lei sembrava un po’ impacciato, anche come apprendista. Lui la credeva vestita per Halloween, anche se sarebbe stato un tantino troppo presto, invece lei era proprio così ogni giorno. Lei lo credeva un bravo ragazzo, invece era in cerca solo di un’altra avventura. Lui non la credeva una ragazza brava e ci sperava. Lei temeva di stare a perdere solo tempo. Lui studiava anatomia. Lei conosceva già il corpo umano. Lui finalmente si era deciso: Perché non si va di là. Lei finalmente era tornata sicura: Non stavo aspettando altro. Cazzo! non le mandava a dire. Era svelta di lingua e anche di cervello. E più svelta era a togliersi il travestimento. Era uno schianto.
Lui aveva avuto un centinaio di avventure, se ne vantava. Anche lei ne aveva avute un centinaio, ma non ne parlava molto. Lui di molte aveva conservato in un cassetto le mutandine come trofei. Lei lo aveva tagliato a tutti, ma li conservava nel congelatore, anche lei come trofei. Entrambi avevano appeso a ogni bottino una targhetta con nome e cognome dei vecchi proprietari.
Quello di lui è là con appesa la targhetta. Ma aveva notato che era tutto sbagliato. Non era quello il suo nome. Lì c’era scritto Harry Potter, maghetto per procura.

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Chiappa Rhino

Gianna aveva visto quel pacchetto. Quella cosa incartata nei fogli di un giornale. Non era curiosa fino a quel punto. E poi era anche in ritardo. Doveva solo gettare le immondizie e correre via. Sopra le altre c’era l’involucro, con la sua forma strana. Non avrebbe dovuto farlo, non c’era una logica né un motivo. Invece lo raccolse e lo scartò. Maledizione! Dentro c’era una pistola. Il primo istinto immediato era stato di gettarla. Le bruciava in mano. Le offendeva lo sguardo e… la attirava. Chi poteva essersi liberato una cosa simile? Così pericolosa? E perché? Forse scottava. E poi tra i rifiuti organici? Invece la riavvolse frettolosamente tra quelle pagine e se la infilò in borsetta. Naturalmente non fece cenno a Guglielmo di quel ritrovamento. Tanto presto l’avrebbe fatta sparire e sarebbe rimasta solo un ricordo e un segreto.
Le armi non le erano mai piaciute, eppure a guardarla ne era affascinata, come oggetto. Appena a casa si mise di buona lena a pulirla. Aveva lucidato con energia per ore e ora le brillava in mano. Scura e maligna. Con la canna lunga e quella dentatura che incuteva rispetto. Con la bocca che sembrava un passaggio per l’inferno. Doveva fare veramente male. Armeggiò per qualche minuto e riuscì ad aprirla: era carica. Si dice che le armi cambiano la vita. Che ti rubano l’anima. Ne era sempre stata convinta. Ne era sempre stata contraria. Forse però erano solo parole. La colpa non è mai dell’arma. La verità è che il delitto è sempre di chi impugna il ferro. La guardava con gli stessi suoi occhi di sempre, distaccati. Non le incuteva paura o orrore.
Non ne sapeva molto di armi ma era una gran bella bestia. Un vero cannone. Aveva trovato il suo nome e cognome navigando puntigliosamente in rete. Era sicuramente una: Chiappa Rhino 60DS Cal. 357 Mag[1]. Non certo un revolver tipico per un vero western. Era un vero mostro. Si chiese se sarebbe stata in grado di abbattere un bisonte. Era certa di sì. Non le importava sapere altro. La lasciò in borsetta dicendo a se stessa che prima o poi se ne sarebbe liberata. Non sapeva che farsene, e intanto la lasciava lì. Cercando di scordarsene. Non l’aveva cambiata. Non si sarebbe lasciata cambiare. Lei era un’animalista. Persino vegana. Gli oggetti non hanno un’anima. Era sempre lei, ma averla dietro la faceva sentire serena. Diversa. Sicura. Semplicemente.
Sulla scala mobile dell’iper «All for everyone» aveva sentito uno strappo. Reagì all’istante e diede, a sua volta, uno strattone e una spinta. Il manico della borsetta stretta in mano. Era ancora lì. Era pesante. Aveva colpito il ladruncolo sopra il ginocchio. Lo vide scappare a gambe levate e non si diede nemmeno la briga di gridare. Era ancora un ragazzino e si massaggiava il punto in cui era stato colpito. Se fossero stati da soli glielo avrebbe fatto vedere lei. Non si sentiva tesa. Non si sentiva agitata. Capì che non poteva continuare a girare con quella cosa dietro. Che era pericoloso. E se gliela trovavano? Per uno sfortunato caso? Come l’avrebbe spiegata? Appena a casa la tolse e la mise in un cassetto, sotto la biancheria. Poi la riprese in mano. La osservò e la soppesò. E la rimise dov’era sempre stata. S’infilò tranquilla a letto. Non c’era altro da fare: doveva buttarla.
Una sera tornava ed Elmo non la poteva accompagnare. Qualsiasi altra volta avrebbe fatto la strada più lunga. Non si sarebbe mai avventurata per quel tragitto. Per nulla al mondo. Quel quartiere era malfamato. Quelle strade erano pericolose. Non si era nemmeno detta Perché no? Non era stata la stanchezza a spingerla di là. Anche se il percorso era lungo, ma era tardi per la metropolitana. Non aveva nemmeno alzato le spalle. Semplicemente aveva continuato a camminare, un passo dietro l’antro. Senza interrogarsi. Lui uscì da dietro un cassonetto ed era solo un’ombra distante contro un lampione: Ehi! Biondina, che ne diresti di farti un valzer con me? Avrebbe potuto tirare diritta, non fosse stata una viuzza stretta. Là, in fondo, le chiudeva il passaggio. Non aveva via d’uscita. Si guardò intorno ed erano completamente soli. La strada era buia. Non un’anima in giro. Il deserto più assoluto. Anche alle finestre non c’era una luce accesa.
Era un vero cafone. Cercò di renderlo mansueto con un sorriso di scherno e un Fai il bravo. A quello parve non piacere la sua risposta. Per quel poco che distingueva dalla faccia sembrava essersi anzi indispettito. Si avvicinò ancora. Più che deluso il suo ghigno era furioso. Rise: Vedrai che ti farò divertire, gallinella. Lei lo avvertì: Non farmi arrabbiare. Lui sghignazzò: Perché altrimenti che fai? Lei non voleva diventare cattiva. Non si voleva irritare. Eppure non aveva nessuna paura. Gli venne anzi naturale usare un poca d’ironia: Potrei farti la bua. Non sembrava tipo da ascoltare i buoni consigli. Doveva essere un vero testone: Devi essere bravissima a farti cavalcare; vedrai che dopo mi ringrazierai. Doveva essere uno di quelli che se le cercano: Ti farò starnazzare. Uno di quelli violenti con le vittime. Cominciò a sputarle addosso volgarità. Continuava a ridere sguaiatamente mostrando i tatuaggi con i muscoli tesi: Vuoi farmi paura? Troppo tardi, lei aveva già sfilato la mano dalla borsetta e l’impugnava decisa col calcio stretto tra le dita.
Il volto del bruto cambiò in un attimo. Smise di dire volgarità. Si dipinse di terrore: Buona bambina, buona! Si scherzava. Lei ormai non provava più niente. Non era un uomo quello che aveva davanti. Era solo un avanzo di galera. Era solo un pezzo di merda. Un rifiuto: Fallo per il piccolo che mi aspetta a casa. Sicuramente era anche un bugiardo. Con la canotta e i jeans strappati. Lo guardava con freddezza. Senza la minima emozione. Lui le leggeva tutto dentro quello sguardo e cominciò a bagnarsi i pantaloni. La pozza gli si allargava sotto le suole. Un vero schifo. Un topo corse via. Il giorno dopo, due giorni dopo, una settimana dopo, non importava quando, ma ci avrebbe provato con un’altra. Con un’atra ragazza, sicuramente indifesa come lei.
Bang! Al primo colpo cadde in ginocchio. Farfugliò: Sei pazza? ma le parole annegavano nel sangue che gli sgorgava a fiotti dalla bocca. Bang! Il secondo colpo lo rovesciò per terra. Sopra la sua stessa. piscia. Non disse più niente. Sembrava pregare al cielo. Quelli che Gianna stringeva in mano erano novecento-trentasei grammi di pura rabbia. Era la giustizia. Era il destino. Era l’ultima orazione. Seppe che faceva un gran buco, e un botto assordante. La collera le si stemperò dentro in un vuoto di serenità. Pensò a Guglielmo e le sembrò che anche lui, in fondo, fosse uno sporco maschilista.

[1] Se la storia fosse successa in America, a quei tempi, il nome di lei avrebbe suonato come Jane e quello del suo compagno come Bill. Ma questo ha poca importanza ai fini della lettura. https://www.dimararmi.it/revolver/chiappa-rhino-60ds-cal-357-mag-10216.html

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L_importante è la morteCos’altro potrebbe fare uno a cui alla nascita impongono il nome di Omero? Solo che lui, diciamolo subito, era uno scrittore un po’ strambo. Un po’ a modo suo. Non aveva mai provato a cimentarsi con un romanzo vero e proprio. Nemmeno con la poesia. Si era sempre accontentato e specializzato in racconti, più o meno brevi. Soprattutto in ritratti, più o meno fedeli, delle persone che aveva incontrato. Per quello che aveva saputo di loro o frutto solo della sua perfida e incontrollabile e fervida fantasia. Non bastasse se ne faceva quasi vanto di non aver mai pubblicato niente, né voluto farlo. Era curioso di verificare se esisteva un altro mondo. Un dopo la vita. Se fosse esistito davvero voleva scoprire se qualcuno avrebbe riconosciuto il suo talento e si sarebbe preso la briga di pubblicare le due opere.
Per vivere gli bastava poco e riusciva a trattenere e difendere abbastanza tempo da dedicare alla sua arte. A quella grande passione. E poi era rimasto ancora un bel gruzzoletto dei soldi che gli avevano dato i suoi genitori. Dovevano servire per studiare. Aveva mollato ma ero lo stesso. Gli sarebbero serviti per vivere per scrivere. In quei giorni aveva un solo cruccio. Era quasi completamente soddisfatto delle ultime novelle, ma solo quasi. Non che ci fosse qualcosa che non andava, gli sembravano buone, se non ottime. Scorrevano veloci sia in scrittura che in lettura. Qualche errore di ortografia qua e là, che rimediava prontamente alla prima revisione. Qualche periodo che suonava un po’ ruvido a cui cercava di porre rimedio. Un’infinita d’idee in embrione, parte delle quali non ricordava cosa diavolo avrebbero dovuto rammentargli. Perché le aveva conservate? Alla fine, piccole cose, nulla d’importante. Gli restava però quel cruccio. Lo sapeva bene cos’era. Doveva scrivere il suo Racconto dei racconti. La sua opera più impegnativa. Dove mettere a nudo la verità. Tutta la verità. La donna vera e alla fine spogliarsi di tutto e mostrarsi completamente, per quello che era.
Doveva essere lui che narrava a raccontare compiutamente se stesso. Un’idea, almeno in embrione ce l’aveva. Un barlume di trama. Però rimandava continuamente. Voleva possedere tutto il tempo necessario e non doversi interrompere. Aspettava l’attimo giusto. Aspettava che prendesse un poco più di forma. Cercava di non pensarci. Non voleva bruciare le tappe. Prendere il percorso sbagliato. Così si accese una cicca e uscì con ancora un po’ di confusione in testa. Ma per strada non riuscì a liberarsi dei quei pensieri che gli recavano una sorta di leggera apprensione. Lo avevano seguito. Ultimamente la sua era stata un’esistenza da eremita. Una vita inutile. Aveva bisogno di emozioni. Di nuovi stimoli. Con Fidenza era finito tutto da un pezzo, ma ogni interesse, ogni passione erano morti già prima. Non gli aveva lasciato niente. Dentro si sentiva vuoto. Il suo cuore era deserto. Alla fin fine forse era proprio questo. Doveva trovare uno stimolo e poteva venirgli dalla compagnia di un altro essere umano. Forse solo da quella.
Guardava la città ma quella, la città, non gli raccontava nulla. Le persone passavano diritte senza dirgli una parola. I vecchi amici non potevano essergli di aiuto, li aveva già usati e sprecati. Forse la risposta era viaggiare. Aveva bisogno di un po’ di fortuna e la sorte si diede da fare e lo rintracciò. Lo trovò davanti a quella vetrina di quella caffetteria. Si fermò distratto e poi la vide. Indubbiamente gli sembrò già dal primo sguardo carina. Anzi proprio una bella ragazza. Era il tipo ideale per fare la protagonista nella sua trama più impegnativa. Sconfisse immediatamente anche il minimo dubbio. Ora doveva solo avvicinarla. Non era sicuro di conoscere un modo che gli desse qualche possibilità di funzionare. Era bravo a parlare alla tastiera, meno bravo davanti alle persone; soprattutto quando si trattava di una donna. Ancor più se era bella. Se gli interessava poi era un vero disastro. Fidenza l’aveva conosciuta al liceo. Quelle altre poche era quasi stato più preda che cacciatore. Intanto restava muto con il naso schiacciato contro il vetro.
Alla fine, lei, davanti a quella tazzina di caffè, dopo quella lunga decina di minuti in cui l’aveva adorata, non poté più fingere di non averlo notato. Volse il viso verso l’intruso, poggiandolo sulle nocche, e gli sorrise con fare interrogativo. Un sorriso live e un po’ malinconico; delizioso. Omero si fece coraggio ed entrò: Posso sedere? Lei lo invitò limitandosi al gesto. Il volto era morbido e molto mobile e le sue espressioni erano stupende. Quel sorriso era enigmatico e allo stesso tempo divertito. Quando aprì la bocca lo fece solo per dire il nome, Eleonora, e il suono della sua voce era suadente. Dopo tornò immobile ad aspettare. Aspettò un attimo anche lui. Poi le chiese cosa facesse. Lei divertita gli annunciò che in quel momento stava prendendo un caffè, anzi l’aveva anche finito. Lui precisò: Nella vita. Lei confesso: In questo momento niente. Non lavorava. Aveva presentato delle domande. Sperava, senza farsi troppe illusioni, che qualcuno, prima o poi, rispondesse. Aveva delle splendide orecchie e degli orecchini pendenti. Prese appunti di quell’incontro, fin nei minimi dettagli, nella sua mente.
Si fece coraggio e le disse che forse un lavoro, per lei, ce l’avrebbe anche avuto. Ma era un lavoro un po’ strano. Per così dire… particolare. Lei manifestò una interessata curiosità. Per dirgli di cosa si trattava doveva prima spiegarle chi era. Presentarsi sul serio: Omero. Si soffermò a lungo sulla sua passione cercando di dare un’immagine positiva, di trasmetterle il proprio entusiasmo. Lei chiese se poteva conoscerlo: Forse ho letto qualcosa?… La interruppe per confessarle quella sua decisione: di restare uno sconosciuto in vita, nel tentativo di essere uno dei tanti grandi artisti eterni sopravvissuti a se stessi. Di voler continuare a nuotare nell’obblio dell’anonimato.
Il volto di Eleonora denunciò palesemente come trovasse quel proposito alquanto bizzarro, ma non stava a lei giudicare. E poi aveva fretta di sapere il resto. Omero accennò anche alla sua volontà di giungere a scrivere il racconto che lo avrebbe reso immortale. A Eleonora sembrò che quelle parole non avessero né capo né coda. Non promettevano nessuna proposta. Forse era il solito furbone. Qualcuno lo aveva già incontrato. Il solito che s’ingegnava con le storie più assurde, unicamente per tentare un approccio. Però era carino e, almeno lui, sembrava convinto; mostrava di crederci.
Eleonora era una ragazza piena di senno, ma anche molto pratica. In quel momento non aveva nessun altro impegno. Nemmeno di cuore. Se Dio vuole ne era uscita. Così decise di concedergli ancora qualche chance e un paio di minuti. A quell’ora il locale era deserto. Nulla le metteva fretta. Anche se quell’Omero, scrittore eretico, era più bravo nei silenzi che con le parole. A lei pareva alquanto impacciato. Rimase sorpresa: si scusò per andare al bagno. Poteva essere una grande timidezza, o era il più abili dei paraculi. Al ritorno lei non si spazientì, ma capì che doveva intervenire. Guardò l’orologio e gli chiese: E allora? Lui ci pensò un secondo troppo a lungo. Alla fine capì la domanda: Cerco qualcuno che possa fare la protagonista della mia trama. Poteva esserci qualcosa di sospetto: Hai soldi? La rassicurò senza dirle la provenienza e il motivo di quella sua piccola ricchezza. Lei non riusciva ancora a crederci: Cosa dovrei fare? Lui avvertì che le prime resistenze erano abbattute: Niente. Vivere. Credi di poterlo fare? Qualche dubbio permaneva ma tanto valeva… Per quello che aveva da perdere…
Solo allora Omero la conobbe anche come una donna spiccia: Allora che aspettiamo ad andare. Lui cercò in tutti i modi di nascondere la propria gioia. Poi le tenne aperta la porta e la invitò: Vai, ti seguo. –e aggiunse– sarò la tua ombra invisibile e discreta. Sempre presente anche se non mi vedrai. Lei si avviò con un certo imbarazzo. Probabilmente era un’emozione iniziale. Non sapeva cosa fare. Una sensazione buffa e allo stesso tempo fastidiosa. Si sentiva seguita. Osservata. Si guardava intorno e lui non c’era. Se guardava meglio lui era lì, eppure continuava a non esserci. Si diresse per un po’ senza meta. Guardando le vetrine. Salutando i pochi conoscenti. Poi si recò in biblioteca. Lui era lì, vicino e lontano, muto e trasparente.
Prese un paio di libri da portare a casa. Poi raggiunse il parco. Raccolse un tozzo di pane e lo sbriciolò per darlo ai piccioni e gettarlo nel laghetto, restando a guardare i pesciolini che si azzuffavano a contendersi quelle briciole. Omero descrisse nella sua testa quell’aspetto gentile del suo carattere. Ciò che succedeva in quell’acqua era l’immagine emblematica del mondo degli uomini. Poi lei si sedette su una panchina. Non riuscendo a resistere alla curiosità cominciò a sfogliare uno di quei libri. Il suo compagno incorporeo si annotò anche quello. Poi lei riprese a ciondolare senza meta. Il tempo sembrava non passare mai. Parlava sempre più spesso con l’orologio.
A sera si guardò intorno insistentemente fino a scovare dove si era mimetizzato. Gli chiese titubante com’era andata. Ma lui sembrava soddisfatto e le confermò che era stata brava. Cercò di tranquillizzarla ripetendole che non si doveva preoccupare. Che stava andando tutto a meraviglia e lui aveva già un inizio sulla punta della lingua, cioè della penna, cioè di… che diavolo era. Gli occhi del ragazzo avevano una luce diversa. Più… Piccoli topazi sfavillavano di gioia come neon. Lei si sentiva stanca anche se non aveva certo fatto molto. Forse era un po’ di tensione. Gli chiese se avesse ancora bisogno di lei o se poteva rincasare. Lui le disse che per quel giorno poteva bastare. Che poteva andare. Che lui sarebbe corso a casa. Aveva molto da annotarsi, disse proprio così, per non omettere nemmeno il minimo particolare.
Prima di avviarsi gli chiese: Quando ci vediamo domani? Lui era già immerso nei suoi pensieri e ci mise un po’ per riemergere: Allo stesso posto? Tutto le sembrava stupido. Non ci credeva ancora. Per tutta la sera continuò a pensare a quel ragazzo carino e strano, troppo giovane per meditare già sulla morte e sul suo dopo. Omero aveva rinnovato l’appuntamento alla caffetteria per godere pienamente, una seconda volta, dell’incontro e della conoscenza. Aveva intenzione di descriverlo in ogni dettaglio. Lo doveva fare. Niente doveva rimanere inespresso. Era proprio sulla strada giusta. Cercò frettolosamente di abbozzare una prima stesura di quella giornata. Su qualche circostanza si soffermò più a lungo entrando in una descrizione più precisa in modo quasi maniacale. Poi avrebbe sempre potuto, fosse stato necessario, produrre le dovute correzioni. Il computer era uno strumento eccezionale per quelle cose. Era da tempo che non passava la notte in un sonno così profondo e soddisfacente.
Il giorno seguente era puntualissimo davanti alla vetrina di quella caffetteria. Lei era già là ad aspettarlo. Entrò e andò diritto a sedersi. Tra loro bastò un sorriso e un ciao. Eleonora volle sapere e Omero le disse che era entusiasta e aveva già abbozzato una decina di pagine. Alcune solo accennate, ma altre in modo già quasi definitivo; gli sembravano ottime. Lei: “Di cosa dovrebbe parlare”? Lui: “Di noi”. La risposta la lasciò in sospeso e perplessa, e un po’ in dubbio. Interdetta. Come poteva parlare di loro se non c’era nessun loro? E se lui era una presenza che non c’era? Ma non era lei che doveva scrivere. Lei doveva solo eseguire i suoi suggerimenti. Al massimo poteva spingersi a qualche consiglio. Col tempo. Non era ancora il momento. Non era il caso. Ed era già curiosa di conoscere il suo tipo di scrittura. Ma tacque. Gli confidò solo che amava molto leggere e credeva di intendersene un pochino.
Omero parve non sentirla e se ne uscì con un argomento completamente diverso. Assetato di sapere di lei le domandò se avesse un ragazzo. Lei abbassò gli occhi e ammise di no. Siamo alle solite! Per un istante pensò che volesse proporsi. Bastò la faccia che fece a scacciare il dubbio che a lei era sorto improvviso. Lui parve, per un attimo, restare deluso. Poi tornò per insistere: Intendo qualcuno. Proprio nessuno? Lei ribadì la stessa sua prima negazione. Non si spiegò, né allora né per un po’ in seguito, perché lui avesse reagito con quell’imprevedibile quasi stizzito Peccato! Non ci pensò. Non si chiese altro. Decisero di andare e tutto ricominciò come il giorno precedente.
Lei non sapeva cosa inventarsi. Lo individuò e corse da lui con passettini rapidi e saltellanti. Gli chiese se le poteva dare dieci euro di anticipo e lui le allungò la banconota senza dire nulla. Corse a comprarsi un gelato. Pistacchio e limone. Lo leccò con gioia e ingordigia, sporcandosi per un istante la punta del naso. Provvide subito con rapidità controllandosi intorno. Sperava di non essere stata vista, ma a lui non era scappato di certo. Quel naso era perfetto. Forse le narici appena evidenti che lo assottigliavano alla base. Stanca di andare a zonzo se ne ricordò. Davano un film che non avrebbe voluto perdere. Passò alla cassa per il biglietto e si accomodò in sala.
Lui aveva deciso di aspettarla fuori. Per un po’ s’intestardì su quel proposito. Poi capì che stava sbagliando. Così non andava. Dovevano parlarne. Perdeva dei momenti di lei. Momenti che potevano diventare essenziali per la storia. Rimandò la richiesta al giorno seguente. Un vicino di sedia stava infastidendo la sua protagonista. Nel buio Omero non poté accorgersene. Prese posto al fianco di Eleonora e lo sconosciuto si allontanò. Si sorrisero e non dissero una parola. Non ne avevano bisogno. Lei sembrava soddisfatta. Lui non poteva vedere la propria faccia, ma in cuor suo lo era. Aveva rischiato di sbagliare e il film glielo stava spiegando. Non sempre sarebbe stato possibile mantenersi invisibile e distante. Soprattutto distante. Doveva provare le sue emozioni e per sentirle, in certi momenti, era necessario che fosse proprio al suo fianco.
Il mattino seguente si trovarono alle otto. Per lei era insolitamente presto. Avrebbe avuto bisogno di un altro piccolo anticipo. Lui le espose le proprie perplessità. Le spiegò che non poteva che starle un po’ distante e un po’ vicino. Anche se non avrebbe mai voluto infastidirla. Era tornato a riflettere su ciò che doveva essere il suo capolavoro. Era stato visitato nuovamente dal dubbio di non sapere come proseguire. C’era lui, c’era lei, ma così non s’incontravano mai. Erano due estranei. Lei rinnovò la sua curiosità: Di cosa dovrebbe parlare? Lui la ricambiò con uno strano sguardo: Di noi. Lei aveva capito subito l’impossibilità di descrivere un noi tra due persone che percorrevano strane parallele, che non s’incontravano mai. Non seppe tacere e lo esternò. Non si mostrò offeso.
I giorni seguenti non cambiarono di molto quelle nuove loro abitudine. Ma si assestarono su nuovi registri. Avevano imparato entrambi la lezione del cinema. A volte lui la osservava nascosto. A volte era con lei, al suo fianco. Lei stava cambiando. La vedeva, se possibile, più serena. Felice. La sorprendeva a canticchiare sottovoce per strada. A calpestare, divertendosi, qualche pozzanghera, se pioveva. Già! la pioggia. Il giorno che li aveva sorpresi per strada lui aveva aperto l’ombrello e lei era corsa a ripararsi sotto. E l’aveva preso convinta sottobraccio. Si erano guardati ed era esploso un sorriso divertito. Fu colto da un tremendo dubbio: avrebbe potuto innamorarsene? ma questo avrebbe potuto nuocere alla sua storia? Solo rincasando si rese conto che non aveva riflettuto sulle reazioni di lei.
Il nuovo patto comprendeva che lei gli avrebbe dovuto dirgli tutto, per filo e per segno. Con la massima sincerità. Sapevano entrambi quanto non fosse facile. Lei gli doveva comunicare le proprie intenzioni, le voglie, il perché faceva una tale cosa, un tale gesto. Soprattutto ogni cosa che provava. Alche il minimo effetto. Anche un fremito e un rossore. Anche un battito di ciglia. Insomma, proprio tutto. Insomma, doveva provarci. Per provarci lei ci provava, e ci metteva tutto il suo impegno. Ma anche lei aveva bisogno di vivere, ed era sempre stata curiosa. A volte approfittava di un minimo silenzio e lo riempiva di tante domande. Spesso argute e pertinenti. A volte imbarazzanti e persino impertinenti. L’affiatamento giorno per giorno cresceva. Il racconto procedeva, tra alti e bassi. Più alti che bassi. Lui cominciava a provare qualcosa per lei, e ne aveva paura. Non voleva rovinare tutto.
La volta seguente che furono sorpresi dalla pioggia non poterono fare altro che salire da lui. Lui aveva provato a resistere, ma alla fine aveva dovuto cedere. Era la prima volta che lei entrava nel suo rifugio segreto. Era la prima volta che ammetteva una donna mentre stava scrivendo una storia. In quei momenti aveva bisogno di stare completamente da solo. Eleonora sperava che le avrebbe fatto leggere qualcosa di suo. Omero si rifiutò categoricamente; almeno finché non ne fosse stato completamente soddisfatto. La presenza di lei lo infastidiva molto meno di quanto avesse creduto. Lei si era guardata intorno ed era inorridita dal disordine. Non aveva fatto fiato. Non lo aveva fatto avvertire. Aveva voltato le spalle e si era messa un poco a riordinare. Lui provò il terrore che gli sconvolgesse le cose. Anche lui però non esternò nulla. E quando si ritrovò finalmente solo si rese conto che riusciva ancora a trovare tutto. Tirò un lungo sospiro di sollievo.
Dopo quella sera capì che poteva fidarsi molto di lei. Non mancarono altre occasioni o motivi per farla salire. Per trovarsi poi a parlare delle cose più disparate in quelle stanze. Lei cercava sempre di rubare con gli occhi tra quegli appunti. Anche quello era diventato una sorta di gioco, in cui fingevano di farsi dei piccoli dispetti. Lei cercava di sbirciare e lui girava i fogli. In un paio di occasioni lei si fermò anche a cena. Per lo più si metteva sopra i fornelli e cucinava. Era anche un’ottima cuoca. Era piacevole conversare così, a cuor leggero. Una volta salirono anche da lei, ma l’appartamento non funzionava. Qualcosa non lo faceva sentire a proprio agio. Naturalmente era solo lui a sentirsi fuori luogo. A sentirsi imbarazzare. A non riuscire a esprimersi con la stessa libertà e leggerezza.
Intanto il racconto stava arrivando alle pagine centrali. Ne era assolutamente entusiasta. Quella sera Eleonora era seduta buona sul divano. Omero era poco distante perché aveva acceso il computer per apportare una piccola correzione quasi superflua. Doveva essere tutto perfetto come voleva. Involontariamente era lei ad avergli suggerito quella rettifica. Ogni tanto lei girava leggermente il capo e gli sorrideva. Sembrava serena e tranquilla. Poi all’improvviso lo chiamò vicino a sé: Vieni qui sciocco che ti voglio bene. Non sapeva il contributo che stava dando alla storia. Lui la raggiunse e si baciarono a lungo. Con un’intensità struggente. Forse avevano aspettato anche troppo. Quella notte lei si fermò lì. E anche le notti seguenti. Lui scoprì la vera passione. Quel nuovo mondo.
Spesso il mattino Eleonora trovava Omero già in piedi che batteva come un forsennato sulla tastiera. Lei stava aspettando ancora che le permettesse di leggere le sue prime cose. In fondo credeva ormai di averne diritto. Ma lui continuava a dirle di pazientare. Finalmente una sera le diede orgoglioso la stampata di quello che a suo dire era finalmente quello che si aspettava. La storia più bella che avesse mai immaginato, e l’avevano scritta insieme. Lei divorò rapidamente tutte le pagine mentre lui restava in fervida attesa del suo parere. Eleonora sembrava entusiasta. Cinguettava garrula nel ricordare gli episodi in cui si riconosceva, così ben minuziosamente descritti.
Poi arrivarono i primi rossori quando il racconto cominciò a descrivere anche gli attimi intimi del loro amore. Con la stessa solita meticolosità. Quella parte la imbarazzava molto. Avrebbe voluto che lui trovasse delle parole meno precise, più delicatamente soffuse. Più in penombra. Cercò di spiegarsi senza riuscirci. Le sembrava comunque bellissimo. Complessivamente era eccitata. Aveva voglia di ridere. Di gridare. Di correre. Aveva voglia di provocarlo. Di scappare in camera e invitarlo a seguirla. Lasciando cadere un petalo ad ogni passo, per ritrovarsi nuda. E poi spogliarlo, magari senza riuscire a trattenere la fretta. Ma le pagine finirono e la lasciarono con l’amaro in bocca. Con un senso di vuoto. Anche allo stomaco. La storia non era ancora finita.
Glielo disse che mancava il finale, ma lui, naturalmente, lo sapeva. Lo rimproverò. Poi gli chiese come intendeva continuare. Lui le mostrò la Sting che aveva comprato. La poggiò sul tavolo. Lei ne restò inorridita: Che ne vuoi fare? Lui le si fece vicino. Le spiegò che quello doveva essere il suo ultimo racconto. Una storia che parlava veramente della vita. Ma che una storia della vita doveva necessariamente parlare anche della morte. Che la vita conduceva sempre alla morte. Era inesorabile. Era l’unica fine che poteva dare alla storia assoluta. La vera fine. Era tranquillo, di una tranquillità completa. Sicuro di sé. Lei si allarmò conoscendolo: Non vorrai mica che ti aiuti a uccidere qualcuno? Rifiutava anche l’idea di pensare a una cosa simile. Per lei la vita era la cosa più sacra. Forse assieme o poco prima del vero amore.
Cercò di tranquillizzarla: Certamente no. Non servirebbe a nulla. Le spiegò che non aveva potere la morte in sé. Doveva conoscere la persona per provare i veri sentimenti che comportava. Doveva avvicinarla. Entrare in una relazione il più possibile stretta. Anche se l’amore non era previsto. Doveva provare il vero dolore, l’angoscia, la disperazione, per poi poterli descrivere. Eleonora tornò a provare paura. Sperava di non capire. Lui invece proseguì con la stessa fredda calma: Sei tu la mia protagonista. Alla paura in Eleonora si sostituì il terrore. Lo aveva dipinto anche negli occhi. La sua voce si fece implorante: Ma io ti amo. Anch’io. –confessò lui. È questo che mi permetterà di penetrare in tutti i meandri del sacrificio. Restò in silenzio per un lungo interminabile attimo. Lei si guardò intorno alla ricerca di una via di fuga. Si era innamorata di un pazzo.
Lui mise la carta di credito sul tavolo: Questo è quello che ti devo e anche tutto quello che mi resta. Dopo non avrò bisogno più di nulla. Le disse che conoscendo l’iban poteva versarli a chiunque preferisse. Depositarli ovunque. In qualunque conto. Lo poteva fare attraverso la sua home banking. La tranquillizzò affermando che non si sarebbe fatto attendere molto. Afferrò il revolver e si mise in attesa delle sue decisioni. Eleonora riusciva solo a piangere con la gola scossa di singhiozzi e il viso solcato di lacrime disperate. Non avrebbe fatto a tempo a raggiungere la porta. Era troppo tardi per tutto. Avrebbe voluto gridare, ma la voce le si soffocava in gola. Sarebbe stato comunque inutile. Anche solo per dare alla vita qualche altro minuto depositò sul proprio conto tutto, mentre lui e il revolver continuavano a fissarla. Poi di tempo non ne rimase altro. In quegli occhi leggeva la follia e la decisione. Fu l’ultima cosa che vide. Lui strinse il calcio della pistola ed esplose i primi colpi. Da così vicino non la poteva mancare.
Poi cominciò immediatamente a subissarla di domande ma lei non aveva fiato per nessuna risposta. Ormai le labbra di lei non conoscevano che silenzio. Non avrebbe potuto aggiungere nient’altro. Così tornò al computer per completare finalmente le ultime pagine di quella vicenda che era stata fantasia contestualmente al suo essere realtà. Le dita correvano rapide e febbrili suoi tasti. Le parole sembravano formarsi da sole. Il correttore lo avvisava degli errori. Provvedeva immediatamente. Eppure… A quel punto ammutolì. Non ci aveva pensato. Era stato distratto. Un vero coglione. Doveva finire con la fine di tutto. Con la fine dell’amore. Con la fine della vita. Con la sua fine. Chi avrebbe descritto la sua morte? Rivolse rassegnato la pistola verso di sé. Peccato, sarebbe rimasto un magnifico racconto incompiuto. Bang!

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