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Archive for the ‘Piccoli gialli’ Category

Segue: La crudeltà dei giorni pari
L_ultima parolaC’era una sola cosa che Ferruccio non aveva previsto: che quando una donna perde vince sempre. E sia mai detto che si possa pensare di non lasciar loro l’ultima parola. Solo gli sciocchi lo potrebbero immaginare. E comunque sempre mal gliene incoglie. Meglio usare più cautela e buonsenso. Si dovrebbe mettere un cartello con su scritto: attenzione che mozzica.
Quello che aveva agognato e aveva sognato l’aveva ottenuto; certo. Aveva avuto la sua rivincita. Quel sabato Dalia si era presentata puntuale Al Caligola, dolcissima e disponibile. Con un sorriso disarmante gli aveva mostrato il messaggio sul telefonino ancora prima di entrare. Il cornuto l’aveva invitata, anzi pregata, di fare il grande sacrifico, per l’onore della famiglia e per il patrimonio, cioè del portafoglio. Niente che possa sorprendere nessuno. In fondo non sarà che una notte, anzi qualche notte. Non può certo cambiare niente tra noi. Questa affermazione aveva già cambiato tutto, e condannato definitivamente la loro già precaria unione.
Per giunta si era spinto a digitare che una donna non è come una stoffa, non si consuma mai. E aveva aggiunto una faccina che si sganasciava, credendosi spiritoso. Era un gran bel pezzo d’imbecille e di cafone. E anche ingrato. Dalia era una donna bellissima, una vera signora, che sapeva quello che voleva. E sapeva esattamente come ottenerlo. Anche senza il suo parere. Poteva attraversare tutti i mari, senza temere gli squali: Ora non siamo più due, direi che siamo una coppia.
Dalia non aveva resistito una notte di più Al barcarolo de noantri che era un vero postaccio. Non certo all’altezza delle sue consolidate abitudini. La pulizia lasciava leggermente a desiderare e il servizio in camera era uno strazio. Il personale sembrava uscito da un vecchio film pasoliniano sulla miseria. E non aveva nemmeno posto dove parcheggiare. Era un vero inferno. Con i tubi che rumoreggiavano quando si apriva l’acqua. Gli mancava una sola stella per essere al top, ma era la stella che l’avrebbe reso vivibile. Era arrivata già con la valigia al seguito.
Il fine settimana successiva erano a Capri, con la scusa dell’inaugurazione di un nuovo punto vendita. Si erano semplicemente mescolati alla folla dei curiosi. Un impegno di una mezzora, per un weekend senza pensare minimamente al lavoro. Dalia era una vera signora. E nei pochi momenti d’intimità sapeva trasformarsi in una vera popolana scurrile al punto giusto e anche di più. Era anche una vera acrobata nel farsi desiderare per poi negarsi. Ormai Ferruccio ne sapeva qualcosa e conosceva tutto quel suo vocabolario fatto di promesse e di lusinghe.
Se il sacrificio più grande per una donna era starsene a casa, fare solo la compagna, per Dalia era durato non più di quindici giorni. Poi avevano rivisto assieme le nuove strategie per un mercato aggressivo. Era stata prodiga di consigli e di correttivi. Forse non aveva, o non lo aveva ancora, il polso della situazione, ma sapeva rendere le cifre poesia. Era il suo sorriso e la sua voce a incantare. Il modo in cui lusingava con gli occhi, e con le ciglia, e con ogni gesto. Ferruccio ne era consapevole.
Lei spopolava. Anche al ristorante richiamava su di sé l’attenzione di tutti. Era una presenza magnetica. Anche gli oratori più ciarlieri trovavano il loro momento di balbuzie. I suoi occhi magnetici toglievano le forze. Con lei al fianco si sentiva sicuro. Avrebbe potuto sfidare il mondo. Lei aveva avuto solo un momento di debolezza. Poi si era ritrovata. Era tornata la donna forte e indomita che poteva sfidare il mondo e quei pescecani portarli a guinzaglio.
Ora Dalia si sentiva cambiata, ovvero era tornata la vera se stessa. Il buio era alle spalle. Si era trattato solo di un momento. Capita. Ed era capitato anche a lei. Non era stato preventivato. Non se lo sarebbe mai immaginato. Ma stava già riprendendo in mano le redini della sua vita. Sapeva già che lui non avrebbe più potuto fare a meno del suo aiuto. Ed era qualcosa di più di una semplice collaboratrice. Era la faccia e la voce della Raeg Italia. Lei faceva parte di quella parte di mondo che non affonda mai. Avrebbe dovuto ricordarsene anche in quell’attimo di depressione. Suo padre… suo padre doveva accettare di fare il pensionato e accontentarsi. La vita proseguite. Il mondo sarebbe tornato presto ai suoi piedi.
Naturalmente a Shenyang era andati assieme. In quella città in culo al mondo. Un volo interminabile: quindici ore e mezza con scalo a Pechino. Dall’albergo aveva fatto un’intercontinentale per chiamare Marianna e avvertirla di disdire la data delle nozze. Lei aveva pianto al telefono senza capacitarsi, poi aveva tirato su col naso e interrotto la comunicazione. Ferruccio l’aveva sempre saputo che era una storia senza futuro. Daria si muoveva con assoluta disinvoltura anche lì, in Cina, e la Cina è veramente un altro mondo.
Ferruccio e Dalia avevano subito ritrovato quel grande affiatamento. Lui era la mente e lei il braccio, circa. Con quattro parole di cinese e il suo inglese perfetto Dalia stregava i presenti. Li incatenava alle sedie. Anche un’idea solo in embrione era vista con entusiasmo. La Raeg sarebbe tornata, anche grazie a quei mandarini, il colosso che era sempre stata. Non c’era più una fetta di mercato da conquistare. Si sarebbero presi tutta la torta. Avrebbero ricoperto veramente il paese di fibra. E avevano stretto un rapporto con il più grande magnate televisivo volato fino a lì solo per incontrarli.
Ferruccio era un poco geloso, per così dire, del suo successo. Cioè si sentiva in cuore un senso di strana perplessità. La ammirava e la invidiava. Dalia era il fascino d’idee che per loro natura parlavano di aridi numeri. Dava grazia anche alla più semplice e spoglia tabella riassuntiva. E poi aveva sempre una parola d’incoraggiamento. Di sprone. E aveva un sorriso per tutti. E anche qualcuno di troppo. Soprattutto con quel Dong Zhou e tutti quei Liang e Yong. Strano popolo i cinesi. Così numerosi, ora anche così capitalisti, e così parsimoniosi sui nomi. Ogni nome era un disegno e un rumore secco. Un’onomastica curata sulla grafica che non andava oltre la sillaba. Quanti milioni di Chen potevano esserci in tutta la Cina?
Fortuna che non sarebbero rimasti più di quindici giorni. Lui non riusciva ad adattarsi a troppe cose, soprattutto alla cucina. Faticava a digerirla. Trovava il tōfu assolutamente inodore e insapore. Lo Shazhucai (letteralmente “piatto del maiale ucciso”) aveva cercato di assassinarlo. Ne era seguita una giornata drammatica. Troppo piccante e troppo speziato. Avevano mangiato anche il pesce palla, lei era curiosa di farlo, lui alla fine lo aveva ordinato con un certo timore; non gli era sembrato granché. Aveva una grande voglia di una buona matriciana. Lei invece sembrava in grado di adattarsi a tutto. Lei spediva cartoline e lui lottava per digerire.
A pensarci bene Ferruccio aveva la sensazione che ormai Dalia potesse fare anche a meno di lui. Non era certo che avrebbe funzionato allo stesso modo l’ipotesi contraria. Aveva un problema, lui doveva raccogliere le idee. Farle funzionare. Convertirle in piani di battaglia, in campagne mediatiche, in strategie di mercato. A lei bastava vestirle di un sorriso. Ora che i cinesi avevano aperto definitivamente il borsellino tutto era molto più semplice. Se non riuscivi a partorirne una, di idea, trovavi il modo di rubarla. O qualcuno disposto a pensarla al posto tuo. Ferruccio aveva il sospetto di essersi infilato in un angolo. Di essere una presenza quasi superflua, e non altrettanto attraente. Forse solo un poco nel mondo delle donne cinesi.
Ma lui non si era spinto a corteggiarne nessuna. Era stato galante, quando necessario. Con qualche figlia, e anche qualche moglie. Qualche sorriso e qualche gesto un po’ più che gentile. Niente di più. Aveva il problema della lingua. Non era abbastanza affascinato da quello che portavano sotto le vesti, dalla mercanzia che offrivano. Temeva il minimo passo falso. Soprattutto Ferruccio era un uomo che cercava certezze, non avventure. L’ultima volta che aveva sognato probabilmente frequentava ancora le elementari. O forse era successo una notte, Al Caligola, con lei.
Mancavano ormai un paio di giorni al ritorno. Quel Dong Zhou era il vero direttore d’orchestra. Quello che muoveva le fila. Quello a cui era riservata l’ultima parola. Con Dalia sembrava si fosse instaurata una stretta amicizia. Ferruccio ci aveva scherzato a cena, ma senza allegria. Aveva in cuore di dare un senso compiuto alla loro unione. Dalia lo aveva trovato un umorismo di pessimo gusto. Gli aveva chiesto se era matto.
Lo aveva preso per mano ed erano saliti nella suite a loro riservata. Dal primo momento che l’aveva vista gli occhi di Dalia lo avevano stregato. La sua glock, con matricola abrasa, lo aveva freddato. L’ultima parola l’aveva pronunciata per lei quella pistola. La mano colpevole sarebbe risultata la solita mafia cinese. E lui sarebbe stato ricordato, per poco, come l’ennesima vittima di una crisi che non si placa più. O non ricordato affatto.

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FSA/8d26000/8d262008d26229a.tifDavide e Sarah erano una coppia felice. Sposati da più di 20 lunghi anni. Quasi tutti anni buoni. Non si potevano lamentare. Nemmeno i soldi erano più un problema. Vivevano bene e la casa ormai era loro. Sarah era all’oscuro di tutto, ma Davide aveva un piccolo segreto.
Un fatto aveva lasciato a lui tracce indelebilmente nel loro idillio. Tredici anni prima il suo lavoro aveva avuto un momento di crisi. Non andava bene. Lui tornava stanco e amareggiato. Nervoso. Certo che lui aveva le sue colpe. E molte. Litigavano continuamente. Era sempre stato anche un po’ geloso. Lei aveva avuto allora una breve relazione con un altro. Insomma, aveva tradito. Erano stati tempi duri. Si sentiva esasperata. Era stata lì lì per lasciarlo. Poi lui aveva trovato quel nuovo lavoro. Tutto era tornato a filare liscio. Lei era tornata da lui dopo avergli confessato tutto. Quella storia era già finita. Gli aveva giurato che era stata l’unica volta.
Lui ne era rimasto naturalmente ferito. Forse più di quanto avrebbe voluto. Lei gli aveva chiesto mille volte scusa. Aveva fatto di tutto per farsi perdonare. Lui le credette e volle crederle. Lei gli aveva giurato che era stata solo una sbandata. Che c’era solo lui nella sua vita. Gli aveva esternato tutto il suo amore. Glielo dimostrava continuamente. Non gli negava più nulla. Nemmeno il più piccolo capriccio. Era sempre disponibile. Lo accontentava in tutto. Proprio in tutto. Ed era diventata, se possibile, una moglie ancora migliore. Teneva in ordine perfetto la casa, stirava come si deve ed era una cuoca eccezionale. Non avrebbe potuto vivere senza la sua Sarah. L’unica pecca era che doveva stare eternamente attento perché nessuno dei due voleva bambini.
Tutto andava per il meglio tra loro e con grande soddisfazione di entrambi, ma Davide continuava a nascondere quel suo piccolo segreto: da molte notti dormiva male e sognava peggio. Per quanto i suoi giorni fossero sereni, le sue notti erano affollate e angoscianti. Continuava a sognare che Sarah lo lasciava. Erano veri e propri incubi da cui si svegliava a volte all’improvviso, quand’era ancora buio, a volte in uno stato di panico o di enorme rabbia. A volte ne usciva anche tutto sudato. In una vera e propria ira. Allora era costretto a nascondersi e trattenersi in bagno finché non l’aveva sbollita.
Sogni che ogni volta erano uguali e diversi. In tutti però si ritrovava desolatamente solo, abbandonato. A volte dopo che lei gli aveva chiesto una pausa che sembrava non finire mai. Altre volte aveva proprio chiuso e non voleva nemmeno parlargli. A volte aveva il dubbio di averla scordata, dimenticata. A volte si dava la colpa di non averla più cercata. Di non fare abbastanza per riconquistarla. Gli amici glielo rinfacciavano. A volte era semplicemente tornata dal ragazzo che frequentava prima di lui. Nella maggior parte dei casi l’aveva abbandonato per quel ragazzo. Ma sempre il dramma era già avvenuto. Sempre soffriva ed era solo. C’erano mattine che arrivava già stanco prima di cominciare il lavoro.
Alla fine accettò la verità. Non poteva vivere con lei e, insieme, con quei sogni. Allo stesso modo non poteva rinunciare a lei. Quelle notti gli toglievano la pace. Non poteva certo fargliene una colpa. Il passato è passato. Quello lo era fin troppo. Era solo una storia vecchia. Che avrebbe dovuto aver dimenticato. Invece era tornata da mesi e da mesi lo perseguitava. Anche i tranquillanti che aveva cominciato a assumere dimostravano di non funzionare. Doveva trovare una soluzione e trovarla in fretta. Una via di uscita doveva pure esserci. E quel tradimento continuava a bruciargli dentro. Semplicemente continuava.
In un momento che lei era dal parrucchiere cominciò ad indagare tra le sue cose. Non si aspettava niente. Non c’era uno scopo preciso. Non sapeva perché. Pura curiosità. Lo doveva fare. Frugò tra le foto nel suo cassetto. In quasi tutte c’erano loro due. Poi una serie infinita di paesaggi. I posti in cui erano andati. Qualche scatto dalla sua infanzia. Qualche fototessera. Poi… Vide lei e il volto di uno sconosciuto. Li vide assieme tenersi per mano. La guardò con attenzione. Girò la foto che l’aveva convinto. C’era scritto dietro: Stefano con amore, e più sotto il posto e la data. Il periodo poteva essere quello. Era quello. Era lui. Ne era certo. Oltre ogni ragionevole dubbio. Era lui la carogna che l’aveva sedotta. Ma aveva solo quel nome. Era ancora troppo poco.
Non aveva ancora pensato a nulla, ma doveva assolutamente scoprire chi fosse quello Stefano. Alla fine, lo rintracciò non senza fatica. Il cognome l’aveva trovato in alcune mail sul portatile di Sarah. Mail che non dicevano nulla di compromettente. Probabilmente erano stati attenti. E avevano usato il cellulare. In quello non aveva trovato il modo di sbirciare. Ma certo avevano ormai cancellato i loro messaggi. Per il resto, cioè l’indirizzo, era andato a frugare di nascosto nell’archivio dell’anagrafe. Con l’informatica Davide ci sapeva fare.
S’inventò delle scuse per uscire di casa la sera. Cominciò a seguirlo. A spiarlo. L’impressione era che non fosse nemmeno il tipo. Gli pareva una persona elegante. Un po’ solitaria ma… come dire? strana. Non aveva ancora deciso cosa fare. Forse avrebbe potuto affrontarlo. Chiedergli spiegazioni. Ma a cosa poteva servire per una storia già finita. Intanto Sarah continuava a ignorare l’angoscia che lo pervadeva. Si sentiva sempre più stanco. Quella sera perse la testa. Scese dall’auto con una grossa e pesantissima pietra in mano e gli chiese l’ora. Come quello si chinò gentile, per leggere sul quadrante, lo colpì violentemente finché non restò morto sull’asfalto.
Improvvisamente si sentì liberato. Tornò a casa e tornò a fare sogni tranquilli. A svegliarsi pago e ben disposto e rilassato. Non c’era più nessuno tra lui e Sarah. Nessuno a cercare di portarla via da lui. Era una settimana che non facevano all’amore. Era uscito tutte quelle sere. Quel martedì lo fecero con molta passione. Si era finalmente buttato tutto dietro le spalle. C’era voluto un gesto così disperato. In fondo non era nemmeno stato tanto difficile come avrebbe pensato. Il giornale aveva parlato di una squallida rapina. Non aveva nemmeno nulla da temere. E comunque lei non doveva sapere nulla. E il portafoglio lo aveva gettato vuoto in un cassonetto distante.
Quel giorno avevano pagato l’ultima rata del mutuo. Anche quell’incubo era finalmente finito. Erano allegri e in vena di festeggiare. Lui aveva stappato una bottiglia di spumante. Forse ci avevano dato un po’ troppo dentro; entrambi. Si sentivano brilli e le risate scappavano da sole. Anche senza motivo. In quel momento Davide si sentì in vena di confidenze. Finalmente in grado di dirle tutto. Almeno tutto tranne quello che aveva fatto. Le confessò dei sogni e delle paure. Sarah rise e gli disse che era uno sciocco. Che gli aveva detto mille volte ch’era tutto finito. Gli assicurò che lei non lo avrebbe lasciato mai. E lui le confessò anche che sapeva chi fosse stato: Stefano.
Lei sgranò gli occhi e riprese a ridere. Lui non capiva. Quando le chiese spiegazioni per quella reazione gli spiegò che Stefano era solo un caro amico. Un amico da sempre. Che era anche gay. Stupefatto lui le mostrò la foto. Lei si sentì offesa che fosse andato a frugare tra le sue cose, ma durò solo un attimo. Lo perdonò subito: Non ti ricordi? Te l’avevo detto dove andavamo e chi era. Forse non l’ho mai chiamato per nome ma dovevi immaginarlo. No! non l’aveva immaginato e solo ora ricordava quella breve vacanza. Con quell’anonimo amico che lei aveva fin dalle elementari. Allora avrebbe voluto dirle di no, ma non aveva potuto. Cazzo! aveva sbagliato persona.
Sarah si confessò stavolta fino in fondo. Disse che era stata una stupida e quella volta si stava proprio innamorando. Aveva quasi perso la testa per quello. Lo apostrofò come: quel bel tomo. Al suo: Ma come? Sarah rispose che non avrebbe voluto ricordare, che non sapeva se fosse giusto che glielo dicesse, Ma ormai… era passato così tanto tempo. Se era tanto curioso e se poteva aiutarlo a dormire tranquillo quello, il bel misterioso fascinoso, il grandissimo stronzo tenebroso, altri non era che il suo caro amico Giorgio. Non serviva andare troppo lontano. Se ne sarebbe potuto accorgere da solo se in quei giorni fosse stato più presente con se stesso. Era lui che aveva profittato di quella loro crisi temporanea e della sua breve sbandata passeggera. Era sempre così amico e rispettoso, e intanto aveva atteso l’occasione come un avvoltoio.
Davide restò muto e interdetto. Giorgio era l’ultima persona di cui sarebbe stato capace di sospettare. E quello Stefano, poveretto, era stato solo una vittima del caso. Completamente incolpevole. Certo non poteva tornare indietro. Rimediare. Nemmeno lui… Non poteva restituirgli la vita. Ora però sapeva la verità. E la verità aveva ammazzato la festa. Non aveva più alcuna voglia di festeggiare. L’ultima risata gli si era strozzata in gola. Fanculo anche il mutuo e tutto. E fanculo anche a Giorgio. Aveva combinato un bel casino. E gli girava la testa. Ebbe un rigurgito. Si scusò all’improvviso e si ritirò.
Quando lei lo raggiunse era ancora troppo brilla anche per stuzzicarlo. Lui la sentì e finse di dormire, ma stava faticando a prendere sonno. Quella notte i sogni tornarono, e anche nelle notti seguenti. E come non bastassero quelli con lei protagonista crudele altri se ne aggiunsero. Sogni in cui uno Stefano sanguinante gli chiedeva ragione e giustizia. Che gli rimprovera la sua sbadataggine. Che continuava a dire che non sarebbe stato mai contento finché il vero colpevole continuava a farla franca. Davide non sapeva più che pesci pigliare. Ormai quello che aveva fatto era stato fatto. In quei giorni era arrivato fino al punto di pensare che la soluzione potesse essere confessare. Era una pazzia.
Tornò a convincersi che non poteva vivere con lei, meno ancora di prima, e con quei sogni. E che ugualmente non poteva rinunciare a lei. Non vedeva altre alternative. Giorgio si stava rovinando già da solo. Con le sue stesse mani. Era sempre stato un fallito. Cancellò quel nome dall’agenda. Lo avrebbe mandato sul lastrico. Andò in un’agenzia di viaggi. Comprò un biglietto aereo per le Mauritius. La firma della moglie la fece uguale. Lo regalò a Chiara assieme all’atto della casa, come nuda proprietà, mantenendo, naturalmente, l’usufrutto per sé e Sarah. Con la promessa che Chiara non sarebbe tornata prima della sua dipartita, che sperava lontana e indolore.
Chiara non era nulla, per lui, solo una. Lui aveva ormai capito che non gli restava nessun’altra possibilità che uccidere Sarah e continuare a vivere con lei accanto, magari in ghiacciaia, perché no? Tutto il mondo avrebbe continuato e credere che se ne fosse andata.

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news_50690_donna-morta-spiaggiaI giornali d’agosto dicono. I giornali d’agosto commentano. Cosa c’è di meglio di una bella morte? Di una bella ragazza morta ammazzata? In spiaggia? In un posto turistico rinomato? Cosa può fare aumentare di più la curiosità e le vendite? E allora le iene si avventano sulla preda. Fiumi di inchiostro. Niente di peggio per far confusione e intralciare un’indagine ben avviata. Il maggior sospettato inoltre è una persona che si dedica alla politica. Una specie di presidente di quartiere o qualcosa di simile.
L’indagato sostiene con veemenza che se non c’è colpa non c’è reato. Che lui dormiva. Che si era coricato alle undici, quando i ragazzi stavano uscendo. Che bisogna tutelare la gente seria. Quelli locali. Che bisogna fare qualcosa per questi immigrati. Che è uno scempio. Che sicuramente è stato uno di loro? Così lontani dalle famiglie e da tutto. Quelli con quella religione. Chiede perché non se ne stanno a casa loro. Quei miserabili.
La vittima risulta nata in Emilia da famiglia emiliana. Lui insinua il dubbio che abbia un po’ di sangue russo o ucraino. Con quel nome. Anche se riconosce che si trattava di una bella ragazza. Piacente. Formosa. Molto attraente. Che parlava perfettamente un italiano fluido e corretto. Anzi sembrava avesse studiato. Ed era piena di risorse. Con un reggiseno bello pieno. Traboccante. E dice tutte queste cose con enfasi e tutto d’un fiato. Con quella sorta di tipico orgoglio da corteggiatore da spiaggia. Poi chiede di essere tutelato da un avvocato. E si zittisce, completamente. Non così la di lui moglie.
Ma chi può più fermarla la Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi. La donna sostiene che il marito, nella notte in questione, le dormiva accanto. Senza nulla addosso; nemmeno le mutande. Perché lui è così. Come sarebbe potuto uscire? E comunque non avrebbe potuto perché quella stessa sera… Cerchi di capire. –dice. Anche se si può capire lei preferisce essere chiara e precisare invitando che la sua testimonianza venga messa per esteso: Quasi due. Rafforza la propria dichiarazione anche con gesti delle dita e della mano: Era da un po’. –per questo lo ricordava bene– Non che lui… anzi. Non mi ha mai fatto mancare niente. Ha sempre fatto il suo dovere. E poi che non va mai in giro mai da solo. Che soffre di sonnambulismo.
Certo che non può essere del tutto sicura. Che le sembra di averlo visto che si alzava. Pensa per un semplice bicchiere d’acqua. Ma sicuramente il suo non era uomo da fare quelle cose. Lo escludeva. Poi lei s’era addormentata. Aveva faticato tutto il giorno. Ma quella ragazza no. Era una che si divertiva. Che non aveva amore per la casa. Nemmeno un briciolo di niente. Come tutte le ragazze. Niente. Non che… Questo no, lei non era gelosa. E di una sciacquetta simile. Non mi faccia ridere. Era solo una ragazzina. E lei conosceva il suo uomo. Poteva mettere una mano sul fuoco. Anzi anche tutt’e due. Se lì ci fosse del fuoco, certamente, ne avrebbe dato una subitanea dimostrazione. E in mezzo dice anche tante altre cose e tutte una contro l’altra, contradittorie.
Certo era che, oltre ogni ragionevole dubbio, a conferma delle prove raccolte, quella ragazza aveva trovato su quella spiaggia la morte per mano di autore ancora ignoto; da identificare. Certo era che la morte l’aveva colta nuda. Altrettanto certo era che c’era stata violenza. Non era stato accertato che la ragazza non fosse stata consenziente. E a carico del Giovanni Gasparello le prove e le testimonianze erano numerose, ma non ancora schiaccianti. Lui, in qualità di pubblico ufficiale, nonché di incaricato alle indagini, era sicuro che non si sarebbe potuto trovare davanti a spiacevoli quanto impreviste sorprese. La vita non è un film. Non c’era spazio per un finale con colpo di scena. Solo che l’ultima pagina del verbale non era ancora stata scritta.
Una cosa emergeva: quella ragazza sembrava una folla. Ora era una, ora era un’altra. Ora era così e ora era colà. Unica cosa provata era il nome, e che fosse proprietaria di un seno notevole, che non passava inosservato. Che avrebbe abbisognato di una descrizione dettagliata, se non proprio di una foto dello stesso quando la proprietaria poteva ancora portarlo a vanto. Certo era che, anche a trascrivere, non era comunque facile da tradurre quell’ammasso di testimonianze sconnesse in verbalese. Avevano un assassino praticamente certo, quel signor Giovanni Gasparello di anni 61, quasi autodenunciatosi, tranne che per alcune palesi contraddizioni. Dormiva o gironzolava per spiagge, magari in stato di sonnambulismo? E avevano molti altri presunti, quasi rei-confessi o ignoti. E in mezzo c’era una zona grigia.
Poteva anche essere che la moglie, Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, tendesse a scusare e giustificare e scagionare il marito. Allo stesso modo si poteva sospettare che inversamente fosse l’uomo che tentasse sbadatamente e goffamente di coprire la moglie gelosa di quel seno. Potrebbero entrambi nascondere un segreto per non tirare in ballo il figlio, tale Amilcare Gasparello di anni 33: perché con quella Graziella proprio non ce lo vedevano. Quella sciacquetta, a detta un po’ di tutti, non aveva niente di niente, né culo, né tette, né testa. Non era nemmeno che fosse un filino spiritosa e andasse simpatica. Il citato signor Giovanni si era lasciato sfuggire bofonchiando qualcosa sulla suddetta Graziella Vendramini di anni… circa, che non aveva voluto rilasciare formali dichiarazioni asserendosi estranea ai fatti, con un sorriso triste nei confronti della legge.
Poteva, perché no? anche essere il branco, cioè il gruppo di ragazzi, che cercava di confondere le acque per allontanare i sospetti in una sorta di autodifesa della combriccola. In effetti quel Maicol Seibezzi di anni 33, fidanzatino di Greta Veronelli, vittima, gli era sembrato reticente e non certo quello che si direbbe «un bravo giovane», nemmeno troppo afflitto dalla dolorosa perdita. Ma si sa che i giovani d’oggi sono privi di carattere e leggermente carenti di ideali ed emozioni.
E forse la Greta Veronelli, con quei seni, se l’era un poco andata a cercare. Era bella, in vita, da poter essere considerata quasi una attrazione. Certo il turismo né pativa. Detto anche che, seppur la nota rivesta relativa importanza, che in quelle località era interdetto anche il topless, cioè l’esibizione di qualsiasi nudità. Allo stesso modo, magari, poteva essere stato un maniaco turista di passaggio, uno zingaro, o uno dei tanti immigrati, più o meno di colore. Ovvero qualcuno che aveva lasciato gli affetti lontani e ne pativa. Allo stesso modo il turismo ne rimaneva penalizzato. Per quanto bella non è un bel vedere una bella ragazza in spiaggia se questa è morta. Anche il PM era confuso.
La signora Cesira, ormai incontrollabile, alzava la voce: “Sapete cosa vi dico? Credete tutti di sapere, ma non sapete un cazzo”.
Il signor Giovanni, sembrava mosso da un ultimo scatto d’orgoglio mascolino e da una ribellione davanti ad una vita noiosa ed una moglie bisbetica nonché isterica. Cercare una qualsiasi via attraverso la quale fuggire: “Vedermela lì con tutte quelle poppe al vento, e anche la farfallina, Boh! Non ci ho visto più. M’è salito il fumo agli occhi”.
Il comportamento della più volte citata Cesira, rendeva quanto meno comprensibile qualsiasi gesto o reazione di quella povera vittima di quel povero marito: “Lui è solo un gentile imbecille. Certo un instancabile imbecille”.
Incredibile era che su quella spiaggia, inerme, non fosse stato rinvenuto in corpo decadente della irrefrenabile Taradassi, in luogo di quello della bella Greta Veronelli, che era ancora un fiore, e che fiore. In quel caso marito e figlio della Taradassi avrebbero sicuramente potuto usufruire di tutte le attenuanti.

 

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e15857551a0caa0ec5e2a51611a318631. Nora stava preparando le medicine che doveva somministragli alle quattro. Gli dava le spalle. Winnie, ovvero Winston, che prima dell’ictus era stato reverendo della Seconda Chiesa Presbiteriana di Pak Slope, le chiese di usargli la cortesia di accomodarsi perché le voleva parlare. Era non comportamento strano, non da lui.
Lei prese posto in cima alla poltrona, sorpresa e curiosa. Lui disse che aveva una proposta da farle che credeva la potesse interessare e che l’avrebbe aiutata a risolvere molti, se non tutti, i suoi problemi economici. Le raccontò in modo prolisso e puntiglioso fatti privati della sua vita, che a lei interessavano ben poco. Si dilungo molto a lungo sulle ragioni che lo spingevano a farlo. Su questioni, morali, teologiche e di fede. Lei si stava annoiando e spazientendo. Sperava che venisse presto al punto. Anche se lui prima di cominciare, l’aveva pregata di dargli attenzione senza intervenire, quando il limite fu colmo lo interruppe: Mio buon reverendo Winnie, potrebbe venire al sodo. Lui si fece ancora più cauto e abbassò la voce anche se in casa erano soli. Aveva una cosa insolita da chiederle. Non voleva una risposta subito ma sperava che ci riflettesse. Dica una buona volta.
In verità la storia è già stata raccontata, ma cambiando alcune cose, e omettendone altre. L’uomo di chiesa le confessò che aveva pensato, anche notti intere, e che avrebbe voluto peccare attraverso lei per provare il sentimento della colpa e del vizio, prima di morire, corrompendo la sua anima per poi comprarla. Il compenso sarebbe stato non di cento ma di duecentomila dollari. Prima ancora di uscire da quella sorpresa, che avrebbe dovuto lasciarla ammutolita, Nora cercò di spillargli qualcosina di più. Mercanteggiò ma poi convenne dentro di sé che erano già una gran bella cifra. Nel frattempo aveva passato in rassegna tutte le cose che lei e Chad avrebbero potuto fare, e quelle che avrebbero potuto sistemare. Non ci poteva credere.
Lei non aveva nulla che valesse tanto. Doveva esserci il tranello. Nessuno da tanto per niente. Anzi per niente nessuno da niente. Il pensiero la fece inorridire: Non vorrà mica… Dico… sesso? Aveva sempre pensato che quel povero vecchio, che parlava male e con la faccia di sghimbescio, non ne potesse essere in grado. Anche se qualche volta, per qualche istante, qualche sospetto le era venuto. Forse era stata tratta in inganno dalla parola vizio. Lui rise: No! di certo. Credo di sapere quale sarebbe la tua risposta. Non la prima, ma l’ultima. Poi non fu molto cortese affermando che una come lei non poteva valere tanto. Se non fosse perché era così interessata si sarebbe offesa. Decise di pazientare: Devo rubare qualcosa a qualcuno per lei, eminenza. Ripugnava a se stessa quella sua voce così deferente e ossequiosa. Lui rise nuovamente: Nemmeno questo, bambina. Niente che possa rivelarsi pericoloso per te. In qualsiasi altra circostanza non avrebbe avuto il diritto di chiamarla bambina.
Nora stessa non ne era convinta ancor prima di dirla, sarebbe stato troppo facile. La curiosità di donna la spingeva a continuare a chiedere senza aspettare: Devo picchiare qualcuno, magari in pubblico. Lui mostrò tutta la sua indulgenza: “Nemmeno questo”. Nora non sapeva cosa pensare. Fece l’ultimo tentativo disperato non sopportando di attendere ulteriormente e rimanere in quello stato di perplessità: “Non spererà mica che mi possa trasformare in un’assassina”. Non l’avrebbe fatto per niente al mondo. Nemmeno per cinquecentomila. Però dentro non ne era così sicura. Winnie non ebbe bisogno nemmeno di parlare. Dalla faccia del vicario di Dio capì che non le avrebbe chiesto nemmeno quello. Non aveva mai amato i quiz. Era esausta: E allora cosa c…, per… tutto il cielo?
La invitò alla calma. Secondo lui era una cosa molto più agevole per lei. Una cosa semplice semplice senza rischi. Quasi elementare. Che a lei sarebbe dovuta riuscire facile e bene. Avrebbe dovuto commettere un banale adulterio. Nora tirò un sospiro di sollievo. Aveva la conferma che si era impazzito. Poi riflette: adulterio voleva proprio dire fare quello. Troppo semplice. Era l’insolito compenso a metterla nel dubbio che qualcosa le sfuggisse. Poi dentro la sua testa tutti gli ingranaggi si misero a ruotare vorticosamente. Le crollò il mondo. Se lui pensava… Se solo avesse avuto ragione, la sua anima non era più in vendita. Apparteneva già a un altro. A più di qualche altro. Non troppi ma qualcuno: Reverendo, lei sa che io non credo nella chiesa e nel peccato. E poi
Il vecchio invalido pazzo non si scompose. Si era impazzito ma la conosceva bene. Come conosceva bene tutte le proprie pecorelle. Ridacchiò: Lo avevo immaginato. Non aggiungere altro. Si può fare lo stesso. Se vuoi. Io voglio solo il mio peccato e quel pezzetto della tua anima. Forse ho torto, ma se ho predicato bene dovrò scontarlo al momento del giudizio, e basterà.
A Nora continuava a sembrare tutto troppo facile per essere vero. Per duecentomila dollari. Aspettò il seguito di quella assurda vicenda. E quello arrivò inesorabilmente. Le spiegò che però, son sempre i però a ingarbugliare le cose, avrebbe dovuto tradire con colpa. Un attimo… Cosa voleva dire con colpa? Voleva dire, le chiarì il sant’uomo, che doveva tradire in modo da provare poi vergogna e rimorso. Che doveva essere un vero tradimento se voleva onorare il patto. Per quella cifra. Non provò nemmeno a pensarci. Anche se l’avesse fatto non sarebbe arrivata da nessuna parte. Si limitò a frugare se ci fossero altre clausole. E dopo? L’uomo di chiesa proseguì che non avrebbe dovuto essere così impaziente. Poi aggiunse che compiuto il delitto avrebbe dovuto metterne al corrente il tradito. Nora chiese ormai esausta se quello fosse finalmente tutto. Winnie le confermò di aver finito. Lei si prese qualche giorno per rifletterci e lui lo concesse.
Per farlo l’aveva fatto. Non era nuova a un’avventura extraconiugale. L’aveva fatto anche con il poliziotto, che l’aveva spaventata e invece si trattava solo di quattro stupidi libri che aveva dimenticato di restituire alla biblioteca. Ma Chad non l’aveva mai saputo. Era questo il punto. Se era per lei, solo per lei, avrebbe accettato subito. Facile era facile, ma come spigarlo a lui? Non era certa di poterlo fare. Nemmeno di volerlo. Non possedeva le parole per dire una cosa simile a suo marito. Non era certa di come l’avrebbe presa. Di come avrebbe reagito. Tanto avrebbe detto di no. Avrebbero rinunciato. Ma non poteva decidere da sola. Così la decisione sarebbe spettata ad entrambi. E se ci fossero stati dei rimpianti sarebbero stati comuni, condivisi. Nessuno avrebbe potuto rivolgere accuse all’altro. Rinfacciare qualcosa a riguardo. Gridare all’idiozia e invocare i rammarichi. Certo che duecentomila erano una gran bella somma. Se ci pensava bene non sarebbe stato un grandissimo sacrificio. Per duecento testoni. Emozionata dalla cifra e dal momento non aveva il tempo per fermarsi a pensare alle altre assurde condizioni.
2. Iniziare a parlare con Chad fu meno difficile che proseguire a parlare. Anche meno complicato. Lo aveva chiamato e lui s’era seduto paziente. Un poco spaventato. Aveva esordito spiegandogli che doveva riferirgli di Winnie. Lui si era subito preoccupato per la sua salute. Che il reverendo potesse essere grave, persino morto, nel qual caso lei avesse perso il posto. Lei lo zittì. Era una proposta che nel pomeriggio le aveva fatto, ma non una semplice proposta. Per duecentomila dollari. Lui fischiò. Poi si immobilizzò e realizzo: E cosa vorrebbe? Cosa dovresti fare? Rivolse a lei le stesse domande che lei aveva fatto al prete. Anche lui sapeva che nessuno muove le chiappe gratis. E qui per Nora cominciò il difficile. Cercò parole che non aveva e una sicurezza che la abbandonava: Non credere sia facile. Chad era incuriosito e interessato, anche per la cifra: Dimmi, cazzo. Nora si fece giurare che non si sarebbe arrabbiato. Chad si spazientì ulteriormente ma glielo promise.
Quel depravato e pervertito prete vorrebbe… insomma vorrebbe… Lui la invitò a calmarsi e a parlare senza gesticolare e farfugliare. A lei venivano le lacrime agli occhi. Avrebbe dovuto rinunciare a due testoni. A una vera fortuna: Insomma… per quei soldi… non oso dirlo… che ti tradissi. Chad la guardò inorridito: Questo mai, cazzo. Era solo quello che lei si aspettava. Era una reazione umana. Quella di un uomo colpito nell’orgoglio. Non sarebbe stato così se solo lui avesse potuto non sapere. Allora sarebbe stato fin troppo facile: Lo sapevo, caro. La penso anch’io allo stesso modo, ma… duecentomila… Era chiaro che non lo poteva fare, ma quella che avevano davanti era una vera leccornia. Un vero uomo non lo potrebbe mai accettare. Volevo dirgli subito di no, ma non potevo decidere da sola. Però anche lui cominciò a contare tra le dita quelle banconote in pezzi fruscianti da dieci. Una a una nuove di zecca. Erano mille bigliettoni verdi profumati di stampa con la faccia amichevole di Alexander Hamilton, padre fondatore degli Stati Uniti.
Presero a palleggiarsi la grave decisione. Ogn’uno cercando di scaricare sull’altro la scelta e la relativa responsabilità. Nessuno cadde nel tranello e cedette. Si accorsero entrambi come non fosse una cosa facile. A questo punto si trovavano in piena impasse che pareva insormontabile. La risolse Nora, con il buonsenso tipico della donna, raccontando una parte di verità e una piccola bugia. Chiuso. Deciso. Non si deve fare. E poi non mi va. Certo che non lo verrebbe a sapere nessuno. Questo costrinse il marito a un’ulteriore riflessione. Ad approfondire le conseguenze. La prego di non essere impulsiva. Poi cercò di usare la stessa assennatezza della moglie: Certo che se tu facessi, come dire? solo una cosettina così. Veloce. Non troppo impegnativa. E non si venisse a sapere. In fondo potrebbe essere senza sentimento, ma me lo dovresti giurare… L’apertura era invitante e Nora ci si gettò a capo fitto, mantenendo la cautela del forse: Se fosse… Te lo posso promettere fin da subito. Solo con… Un estraneo. Senza piacere. Lo giuro. A quel punto Chad aveva già capitolato. Duecentomila era troppi per rinunciarci. Non poteva farlo vedere subito. Lei lo sapeva. Consumarono delle ore sulle ragioni dei sì e dei no. Eludendo la domanda e poi confermando e poi ancora respingendo e tornando innumerevoli volte su quella decisione che era già presa.
Nora volle darne conferma subito al vecchio. Anzi immediatamente. Prese in mano l’apparecchio e telefonò e non badò a l’ora. Pensò: Prepara i soldi, vecchio pazzo. Gli disse: Anche Chad è d’accordo.
Poi per un dubbio chiese spiegazioni: Dovrà essere presente; assistere?
La voce era fredda e stranamente limpida: Basterà che lo sappia per certo e me lo riferisca. A quello ci avrebbe pensato a cose fatte.
3. Cazzo! era complicato. Non era così semplice come dare un cazzotto a un bambino. Come l’aveva raccontata l’amico di Chad[1]. Non era tanto quello. In fondo tradire, per esperienza sapeva che, era facile. Come bere un bicchiere d’acqua. Nemmeno la prima volta aveva conservato troppi rimorsi. Quando l’aveva fatto con quel poliziotto. Era quella richiesta di provare vergogna… Non sapeva se ne sarebbe stata capace. Come poteva farlo se non l’aveva provata allora? E mai. Un modo ci doveva forse pure essere. Le pensò tutte e qualcuna di più Nella maggior parte erano idee strampalate. Poi, all’improvviso, una folgorazione. Forse non si trattava del modo. Forse si trattava della persona. E quale poteva essere l’aspirante più adatto. Pensò a persone gradevoli. Che le piacevano. Non tardò a capire che così non avrebbe funzionato. Al fratello di Chad. Le sembrò ancora poco. Doveva allargare i suoi orizzonti e forse fare qualche sacrificio. E se… Forse il vecchio rincoglionito poteva andare bene. Forse sarebbe riuscita a provare quella cosa. Assieme a un bel po’ di disgusto; questo era certo. Comunque niente era ancora stabilito. Le ore della grave decisione, che a raccontarle potevano apparire brevi, erano state frutto di laboriose e interminabili meditazioni.
I giorni seguenti passarono lenti e non meno colmi d’inquietudini e nervosismo. Scattavano per un non nulla. Chad tornò ai suoi studenti, ma non era tranquillo. Fare il cornuto non era semplice, già gli bruciava. Non era il massimo delle sue aspirazioni. Inoltre era la terza telefonata che riceveva da Edward Ringling, il suo agente letterario, che lo tampinava per avere notizie su come procedeva il nuovo libro. Chad non riusciva a concentrarsi tra l’insegnamento e tutto il resto. Non aveva ancora scritto una sola pagina. Anzi non aveva la più pallida idea di come cominciare. Anzi non aveva una sola idea buona nemmeno per un inizio di traccia. Lui e Ed si erano ripromessi che doveva essere il riscatto dopo il fallimento con il primo. E la sua definitiva consacrazione. La verità era che di pagine ne aveva scritte molte, almeno un centinaio, ma nessuna era sopravvissuta. Con una sola parola, una frase, un paragrafo, poco più, i fogli erano stati rabbiosamente accartocciati e cestinati.
Nora continuava a prendersi cura di Winnie e faceva le solite cose, ma in silenzio. Rifletteva, pensava, elaborava. Tutto le pesava. Pensava ai soldi e questo la faceva andare avanti. L’avrebbe fatta star bene ma poi tornava l’angoscia di tutto il resto. E questo la faceva star male. Perché a dirlo è facile, ma a farlo mica tanto. Almeno non sempre. Era una bella rogna. Cercava di scovare piani alternativi. Ogni idea portava inesorabilmente al fallimento. Non era abbastanza audace. Non le garantiva né la vergogna né tantomeno il malloppo. C’era tensione nell’aria. Entrambi evitavano di tornare sull’argomento. Intanto il giorno fatidico si avvicinava. Il sabato il vecchio era solo. La sua badante aveva la giornata libera. Intanto si convinceva che il nonnetto poteva bastare.
Come ogni sabato, d’accordo con Chad, andava ad accomodare un po’ di cose dal vecchio. Gli sistemava la casa, gli faceva quel minimo di spesa, gli rimboccava il letto, e si preoccupava di preparargli un boccone; che mangiasse. Non le era mai pesato tanto, ma questa volta lo sapeva che sarebbe stato diverso. E dopo il venerdì inesorabilmente arrivò anche quel sabato. Fece di tutto per rimandare la partenza e il sabato, alla fine dovette rassegnarsi e mettersi alla guida. Una forza invisibile la spingeva a tornare indietro. Ormai era deciso. Se lo ripeteva in testa. Caparbiamente e testardamente proseguì verso la meta. Resistette e per non perdere anche le ultime forze si diresse subito all’appartamento. Al supermercato poteva anche andarci dopo, o non andarci affatto. In quel momento, per lei, il vegliardo poteva anche crepare.
Aprì con le sue chiavi. Lui era lì tranquillo davanti alla sua radio. Aveva… vediamo? settant’anni, più o meno. Magagne almeno per ottanta. La pigrizia dei giovani e la testa vuota da centenario. Lei aveva preparato ogni dettaglio. Controllò sullo specchietto: trucco e rossetto erano perfetti. Il pomeriggio del venerdì l’aveva trascorso tra la parrucchiera e l’estetista, naturalmente gay. Aveva messo le scarpe nere con i tacchi vertiginosi. Anche le calze velate erano nere, e con il reggicalze. Aveva indossato quel vestitino a righine, leggero leggero, che era un vero amore e le donava tanto. Ah sì! e le mutandine, quelle di cotone a fiorellini. Era splendida. Se lo disse da sola. Qualsiasi maschio avrebbe perso la testa. Avrebbe voluto saltarle addosso e farsela sul momento. Ciao papà. Il suocero, quel vecchio coglione, non la degnò di uno sguardo. Si sentì offesa.
Si sentì umiliata e svuotata, le sbollirono tutte le forze. Corpodibacco, anzi cazzo! Non ci sarebbe riuscita. Era un vecchio inerme e rimbambito. E poi aveva sbagliato già dalla prima volta che aveva preso a chiamarlo papà. Se ne stava lì in divano, dentro quel pigiama sempre più grande, pieno di macchie, e badava solo alla sua radio. Poteva aspettare un’altra settimana. Farlo il sabato seguente. Non sarebbe cambiato nulla. Poteva rinunciare. Ma c’erano i duecentomila. Poteva trovare un’alternativa. Le aveva già cercate tutte. Poteva… Fanculo! Era una buona mezzora che se ne stava chiusa in bagno. Uscì decisa e intestardita e infuriata e determinata. Doveva togliersi subito il pensiero. Cominciare immediatamente, in cucina. Senza ulteriori indecisioni. Senza se e senza ma. Fece gli auguri a se stessa.
Prese il secchio e lo straccio. Per un po’ cercò di fare con finta indifferenza. Lui era rapito dalla radiocronaca di una partita di baseball. Fu assalita da un grande calore. Si sventolò, un paio di volte, col fondo della veste senza risultato. Sbottonò alcuni bottoni ricevendone il medesimo smacco. Lui continuava a fissare quel maledetto apparecchio come se ascoltasse con gli occhi. Non bastava perché gli occhi gli si aprivano e chiudevano. Rischiava di abbandonarsi al sonno. Le aveva tentate tutte per richiamare la sua attenzione. Provò anche l’ultima insidia puttanesca che le venne in mente sul momento. Con mirabile maestria finse che casualmente il manico della scopa-mocio le si infilasse sotto la stoffa e le sollevasse in vestito. Gli regalò lo sguardo dei suoi occhioni più intriganti. Restò un bel po’ così. Aveva in vista tutto quello che c’era da vedere. Niente da fare. Il vecchio non avrebbe mai reagito. Non la vedeva proprio. Avrebbe dovuto fare tutto da sola. Accidenti!
Perché gli uomini sono tutti dei gran coglioni? Si frappose tra lui e quella maledetta voce del cronista. Papà, vorrei mostrarti una cosa; una cosettina bella della tua dolce nuorettina. Come suonava orribile quel titolo. Continuando a non vederla lo stronzo disse solo: Fammi sentire! Si sfilò le mutandine davanti a lui: Posso fare qualcosina per te, papà. Ancora niente. Gli fece scorrere le unghie lungo tutto il braccio in un gesto che era certa che sarebbe stato arrapante. Nisba. Maledizione cazzo! Forse era anche la cataratta. Mancava anche quella. Era costretta a fare tutto lei. Maledizione stracazzo! Il cazzone senile non aveva nessuna reazione tranne una preghiera infastidita: Per cortesia Nora… In preda alla disperazione alzò il vestito mettendola all’aria. In bella vista. Ed era veramente una bella vista: Cos’è, non ti piace più la farfallina; vecchio sporcaccione. Ignorata ricorse all’estremo gesto, alzò la gamba e gli si mise a cavalcioni. Certo avrebbe preferito chiunque altro. Certo quella specie di verme non le muoveva nessuna emozione. Nemmeno un briciolo di entusiasmo. Di desiderio. E, a quanto pareva evidente, nemmeno lei a lui. E sembrava definitivamente morto. Non ne aveva nessuna voglia nemmeno lei.
Si sentiva sconfitta. Duecentomila. Lui stava là impassibile. Spostava la testa per vedere la sua fottutissima radio. Lei glielo uscì all’aria. Era completamente assente e inoffensivo. Cominciò a cercare di sedurlo e risvegliarlo. Capì che non sarebbe stato facile. Per nulla facile. Lungo e laborioso. Faticoso. Nora non era tipo da darsi per vinta: Sai che mi prude? gli soffio all’orecchio. Continuò testarda usando la massima maestria: Non ti andrebbe una bella scopata? Determinata. Indefessa. Testarda. Volitiva. Risoluta. Intanto le dita continuavano a cercare di incoraggiarlo. Gli occhi del vecchio continuavano a guardare la radio ma non la ascoltavano più. Sotto lentamente qualcosa si risvegliava. Prendeva vita. Ora Nora aveva fretta. Fretta di concludere. Fretta di togliersi quel pensiero. Fretta di uscire da quella situazione grottesca. Era tutta sudata. Non si era mai trovata a essere così costretta per una semplice scopatina. Le prese anche un minimo di voglia. Il suocero, in segreto, non era del tutto male. Anzi. Se lo fece scivolare dentro incitandolo: Fottimi, stronzone!
Non era stato facile. Il vecchio aveva ancora farfugliato: Cosa fai, Puttana? Lei non ci faceva nemmeno più caso. Badava solo a fare quello che doveva fare. Poi si era arreso: Nora, sei una gran puledra. Tu sì che sai come si galoppa. Sei… sei… una grandissima baldracca. Lei lo volle interpretare con un complimento. Il vecchio reggeva la fatica e il ritmo. Questo doveva esserle sufficiente. Insomma ammise solo a se stessa che le era anche un pochino piaciuto. Certo non lo avrebbe rifatto. Li preferiva più giovani. Meno acciaccati. Più intraprendenti. Insomma… con meno problemi. Poi infilò le sue mutandine sotto il cuscino del divano. Prese rapida la porta senza guardare indietro. La voce del suocero la inseguiva chiedendole: Non lo fai il letto? E per il mangiare? Nora gli rispose con un’alzata di spalle. Quella era fatta. Rimaneva solo il resto. Era stata una vera impresa. Sperava bastasse. Non si sentiva veramente in colpa. Forse i rimorsi sarebbero arrivati.
4. Nel ritorno cominciò a prepararsi quello che avrebbe dovuto raccontare. Per fortuna Chad sarebbe rientrato dopo di lei. Avrebbe avuto ancora un po’ di tempo. Sicuramente le avrebbe chiesto. Lo chiedeva ogni sera. Sicuramente lui sarebbe stato curioso. Sicuramente non gli avrebbe confessato con chi. Forse sì. Se l’era meritato il cornuto. L’aveva venduta per quattro soldi. Beh! non proprio quattro; duecentomila. Erano tanti? Erano pochi per un sacrificio come il suo? Alzò le spalle. Si accese una sigaretta. Ridondante di pensieri si mise ad aspettarlo. E lui arrivò puntuale, spaccando il minuto. E le chiese ancora sulla porta: E’ stato oggi? L’hai fatto? Nora scoprì di godere di quell’ansia, della sua impazienza, nel farlo aspettare. Prese ancora tempo: Fammi respirare. Devo andare al bagno. Poi ti racconto tutto. E nel bagno cercò di prendersi ancora tutto il tempo che le era possibile. Poi fece un sospiro profondo e uscì.
Nora cercò di rimandare ancora quel poi ma alla fine arrivò. Lui insisteva: Hai trovato il gonzo? Lei si finse preoccupata: Siediti che ti racconto. Lui si sedette e le mostrò la massima attenzione: E allora? Lei trasformò la serietà austera del proprio viso in un sorriso: È fatta. Lui esultò subito: Abbiamo vinto. Cosa? Abbiamo? Cosa aveva fatto lui che se n’era rimasto buono e tranquillo seduto dietro la sua cattedra di supplente? Aveva fatto tutta la fatica lei. Solo lei. Lo schifo, il ribrezzo, tutto lo aveva vissuto solo lei. Da sola. Lui non aveva fatto un beato cazzo. Aveva tempo per vendicarsi; anche della sua infingardaggine. Ma lui era assetato di notizie: Dimmi dove? In un bar? Per la strada? Non sarà che lo conoscevi già? Troppe domande tutte in fila: Non proprio. Una cosa alla volta. Voglio dire per il posto. Cioè per il posto… acqua. Per conoscerlo… dovrei dirti di sì ovvero un poco. Non certo così. In una situazione simile. Lui cercò malamente di fare l’offeso: “Ma mi avevi promesso”… Offesa era lei: Promesso ti avevo promesso. So quello che avevo detto. Solo che… è successo. Quando e dove meno me l’aspettavo. Non l’ho cercato. È stato lui a trovarmi. Non ho dovuto cercare.
A quel punto si diede un’altra pausa. Lo invitò a non assillarla troppo e pazientare; e si versò un bicchiere abbondante di morbido whisky. Lo sorseggiò lentamente e con cura e soddisfazione per poi riprendere posto davanti a lui. Faticava a parlare e restare seduta allo stesso tempo. Non si era nemmeno cambiata quando era tornata. E sotto aveva ancora tutto all’aria: Cosa vuoi sapere? Chad voleva sapere tutto e in fretta. Non era certo di aver capito. Quel piccolo antipasto gli era sembrato confuso. Cercò di mantenere la calma: Lo conosco anch’io? Lei scoppiò a sghignazzare. Quando riprese il controllo riprese anche la parola: Certo, credo bene, è stato tuo padre. L’aveva detto. Non arrivava ancora né la vergogna né il rimorso. Forse avrebbe dovuto inventarseli.
Chad spalancò gli occhi sbalordito. Tutto si sarebbe aspettato: Mio padre? Nora volse gli al cielo. Pensò Ora ti rigiro io mio bel cornutone. Ne era certa; l’avrebbe rivoltato come un calzino. Gliel’avrebbe presenta in un vassoio d’argento. Aveva voluto i soldi senza fare niente. Senza fatica. Ora doveva sorbirsi anche le corna. E che corna. Ora doveva sorbirsi anche le conseguenze. Prese fiato: Mica me lo potevo aspettare. Il vecchio stronzo m’è zompato addosso. All’improvviso. È stato schifoso. Da dare alla nausea. Ormai è fatta. In compenso non dovrò più cercare scodinzolando per trovare il fesso. Lui era schifato. Era offeso. I suoi occhi erano una condanna. Lui avrebbe voluto che continuasse, subito. Lui avrebbe voluto anche tutti i dettagli. Ogni particolare. Forse anche particolareggiato. Anche del momento. Del suo supremo sacrificio. Lei lo pregò di darle tregua.
5. Chad era inquieto. Aspettava. Ripresero solo dopo cena. Nora aveva perso quella pazienza ed era stanca di farsi cauta. Scoprì di provare un violento gusto di vendetta nel raccontare e nel ferirlo: Stavo rassettando è riordinando. Come faccio sempre. Lo sai. Lui era là che ascoltava come sempre quella cazzo di radio. Tranquillo, almeno così sembrava. Precisamente stavo passando il mocio. Non è successo nulla che possa giustificare il suo comportamento, tutt’altro. Forse il vestito era un po’ leggero. Non credo. Lo vedi. Ero come mi vedi ora. Solo più sudata. Insomma non so cosa gli è preso a quel pazzo di vecchio. All’improvviso. Come ti dicevo avevo le mani bagnate. Lo sento dirmi: «vieni un po’ qua baldracca». Ero certa di non aver sentito bene. Al momento mi sono preoccupata. Vista l’età e la salute. È naturale. Poteva sentirsi male. Speravo che avesse solo voglia di un altro caffè. Che non fosse niente di grave. Invece… Poggio lo straccio e mi asciugo le mani sul canovaccio. Gli chiedo cortese: «Cosa vuoi papà»? Invece si sentiva arrapato. E io che mi credevo… Dopo tanti anni. «Ti ho detto di venire qua, sgualdrina. Voglio fotterti come si deve. Non come quel buono a nulla di mio figlio». Proprio così. Per quanto non potessi ancora crederci ormai ero certa di aver sentito bene. E restò a guardare la reazione del marito.
Chad ne era inorridito e allo stesso tempo era silenziosamente affascinato dal racconto. Nora ormai era lanciata. La sua fantasia galoppava. Poteva vendergli anche la luna. Se ne rendeva conto: Gli ho chiesto perché faceva così. Gli ho domandato «Sei diventato pazzo, papà»? Forse ho sbagliato. Forse per la foga mi sono avvicinata troppo. Sbadatamente. Che non so. Non ho fatto niente. Sono certa di non essere stata io a sbagliare. Forse lo pensava da tempo. Forse aveva sentito qualcosa alla radio. Forse si è risvegliato all’improvviso dal suo eterno letargo. Non chiederlo a me. So solo che mi ha usato violenza. Il porco mi ha stuprata. Mi ha afferrata per un braccio e mi ha sbattuta sul divano. È ancora forte il vecchio. Mi ha messo una mano sulla bocca perché non gridassi. Mi ha detto cose irripetibili. Mi vergogno solo a pensarle. Poi è successo quello che è successo. Cose da non credere.
A Chad sembrava che il padre ormai non avesse tanta forza. Certo quella di un uomo è sempre sufficiente per averla vinta con ogni donna, o quasi. E poi ci sono tutte quelle storie. Il senso della colpa. La psicosi della vittima. La paura e la vergogna. Non era una donna ma le poteva capire. Forse avrebbe dovuto dire che era meglio così, piuttosto che con un estraneo. Era una pazzia solo a pensarlo. Era furioso, ma duecentomila sono sempre duecentomila. Avrebbe affrontato l’argomento con quel coglione di vecchio. Gli avrebbe detto quello che si meritava. Purtroppo quella notte entrambi faticarono a prendere sonno. Anche i giorni seguenti furono tesi in un silenzio agitato. Aprivano bocca e la chiudevano senza dire una parola. Li attraversarono in silenzio. Entrambi avevano fretta di rifugiarsi nel lavoro. E la vergogna di Nora era una fin troppo piccola vergogna. Si pentiva solo di essere stata costretta ad usare quel povero vecchio. Comunico a Winnie che la sua parte era stata fatta; con il suocero. Il reverendo sembrò soddisfatto della sua idea e confermò che sarebbe rimasto in attesa.
6. Alcuni gironi dopo Nora disse solo che loro due dovevano parlare ancora. Aveva un aspetto deciso e sicuro. Frasi simili son sempre portatrici di sventure. Solitamente precedono separazioni e costosi divorzi. Minimo una lite furibonda. Era strano perché a lui era sembrato che le cose stessero filando bene. Invece: Come puoi vivere sapendo quello che mi ha fatto? Lui aveva fatto tutto quello che doveva. Sperava che l’incubo fosse finito. Come da patti aveva affrontato il vecchio che aveva farfugliato e negato. Ma era evidente che era colpevole. Le mutandine di Nora erano ancora sotto il cuscino di quel maledetto divano. Proprio come aveva detto lei. Chad aveva alzato la voce e gli aveva dato dell’ingrato. Come da patti aveva confermato a Winnie che aveva le prove del tradimento. E gli aveva consegnato quelle mutandine ancora sporche dell’adulterio. Il prelato aveva mostrato un sorriso soddisfatto e gli aveva consegnato il malloppo.
Chad alzò le spalle e sorpreso interpretò la sua faccia migliore da ebete. Lei s’infuriò ancora di più. Quel silenzio non le bastava. Non sei nemmeno un uomo. Era l’unico insulto che Chad non riusciva proprio a mandar giù. La colpì, per la prima volta, con violenza sulla guancia. Nora cadde e il labbro superiore prese a sanguinarle. Pieno di rimorso fece per risollevarla e chiederle scusa. Invece Nora gli sorrise con quello sguardo che il marito ben conosceva. La trascinò nella camera e fecero la scopata più bella della loro vita insieme. Mentre fumavano la sigaretta lei riprese ma stavolta con voce suadente e soddisfatta: Devi fare qualcosa, mi ha trattata proprio come una di quelle. Mi ha chiamato vacca e baldracca. Queste parole il vecchio le aveva veramente pronunciate mentre lei lo teneva prigioniero delle proprie labbra. Non erano certo state le parole a ferire Chad maggiormente: Cosa dovrei fare? Nora si limitò a scuotere la testa: Non dovrei essere io a dirtelo.
Dormirono tranquilli rimandando il resto del discorso all’indomani. Di buonora si ritrovarono davanti ad un caffè. Certo Nora non avrebbe mai immaginato che un giorno si sarebbe trovata a pensare una cosa come quella. A emettere una simile sentenza. Sentiva di doverlo fare? Non aveva ancora fatto abbastanza. Anche se i soldi ormai li tenevano stretti in saccoccia. Anche Chad ci aveva pensato molto, fino a farsi scoppiare la testa. Ormai Chad aveva capito cosa chiedeva Nora per vendetta: Il sangue del vecchio. La morte di suo padre. Solo quello a lei sembrava un prezzo equo per l’accaduto. Per poter dimenticare. Chad non sarebbe mai stato capace di alzare le mani contro l’uomo che gli aveva dato la vita: Non ne sarei mai capace? Lei lo guardò con disprezzo: Un uomo deve fare il suo dovere. Lui cercava di divincolarsi e trovare una via di fuga. Un’alternativa. Era chiuso all’angolo. Farfugliò: Non ti sembra che?… Non poteva finire la frase, e lei non glielo lasciò fare: Va bene, va bene. Ti posso aiutare. Se ti fa star meglio. In due è più facile e si dividono i rimorsi.
La loro casa era diventata improvvisamente troppo piccola. Li soffocava. Andò al lavoro. Si disse che ci avrebbe ripensato in un altro momento. Sperava che intanto Nora si pentisse e rinunciasse a quella sua vendetta. In fondo era un gesto inconsulto, esagerato. Lo avrebbe capito anche lei. Da sola. E gli avrebbe detto che era stata una stupida. Ma era distratto. I suoi alunni se ne accorsero subito. Erano dei veri diavoli, e ne approfittarono. In classe regnava la confusione e un eccesso di risate. Volavano schiaffi e gomitate. Come il giorno dopo di quello in cui Nora era andata ad aspettarlo all’uscita. Come certi giorni in cui forse sentivano qualcosa nell’aria ed erano particolarmente eccitati. Erano solo ragazzi. Erano come tutti i ragazzi.
Venne anche il sabato seguente. Chad si era preso un permesso per malattia. L’aveva costretto Nora. La doveva accompagnare. Assolutamente. Era stata intransigente. Forse sarebbe semplicemente servito per tenere a bada il padre. Lui sperava ancora che avesse cambiato idea. Ma non si fermarono al supermercato. Entrarono e il vecchio li ignorò. Lei non si preparò per fare nessuna faccenda. Lui ebbe un ultimo inutile e ingiustificato dubbio: non gli sembrava possibile che quel povero vecchio indifeso… Fu interrotto nel suo pensare dalla moglie che gli ordinò di seguirlo al bagno. Lì gli intimò: Dobbiamo farlo e farlo subito. Cercò disperatamente di prendere dell’altro tempo. Cercò tutto. Avrebbe voluto chiederle: Cosa? Sarebbe stato inutile. Lo sapeva già. Avrebbe semplicemente rimandato la propria agonia solo di un paio di secondi. Magari in cambio di un altro paio d’insulti di quelli buoni. Ingoiò la propria saliva e la seguì verso il loro destino.
Arrivato davanti al padre tornarono a mancargli le forze. Non ce la faceva proprio. Lo guardava e non ci credeva. Era così… innocuo. Lei prese ancora una volta in mano la situazione: Sbrigati. Tienilo fermo. Bloccagli le braccia. Cristo. Chad eseguì come in preda all’ipnosi. Il vecchio restava inerte e li lasciava fare. Il vecchio lo guardò con occhi colmi di sorpresa e di domande. Cercò di dire che lo lasciassero, per favore, ascoltare. Nella sua testa, l’alzheimer, assieme a tante altre cose, gli aveva cancellato anche il ricordo del sabato precedente. Gli cancellò anche quello che voleva dire. Chiese solo: Cosa fate? Ma Nora aveva già afferrato il pesante cuscino e stava già soffocando quella voce. Lo premeva forte e lo tenne premuto finché dalla mano del vecchio non cadde la sigaretta. Lo tenne premuto ancora per sicurezza, finché quella mano non si abbandonò e penzolò inanimata. Dopo non mostrava emozioni. Disse solo: È fatta. Rimise il cuscino a posto. Fece cadere il bicchiere mezzo vuoto. E girò le spalle e quei due uomini. Chad la inseguì e sulla porta si voltò per un ultimo saluto: Scusa papà.
7. Tutto sembrava uguale. Niente lo era più. Le loro vite erano cambiate. I loro pensieri vagavano distanti. Avevano quel funerale davanti agli occhi. Chad si rinfacciava quel gesto inammissibile, anche se lui non ne aveva la minima colpa. Cercava così di trovare inutilmente perdono e pace. Nora ora aveva il sabato libero. Si trovò a riflettere che certo che sprecare parte di quei bei soldi per scrivere uno stupido romanzo… Con la quasi certezza che ne sarebbe uscito un altro ignobile fallimento come quello precedente. Come quell’inutile e insulso Vivere con gli animali. Era un aborto, quello, prima ancora che Chad avesse pensato di iniziarlo. Sarebbe stata una vera beffa. E poi insegnare non è certo il mestiere più faticoso del mondo. Cosa avrebbe dovuto dire lei? Sentiamo? Alla fine esclamò la cosa meno opportuna, ovvero la sua verità: Non nasconderti dietro di me. L’abbiamo ammazzato assieme. Ha avuto solo quello che si meritava. Non c’eri tu lì. La pregò solo di cambiare discorso: Per favore
Lei non si volle dare per vinta. Era lanciata: Non mi hai aiutata molto.
Era mio padre, Nora.
Era solo un vecchio porco.
Dovremmo… Almeno ora che è morto.
Non cambia niente, cazzo. Resta un porco. E… se vuoi saperla tutta mi è anche piaciuto. Mi è piaciuto farmi sbattere da lui. Ora sai anche questo.
Lo schiaffo fulmineo la colse impreparata. Il gesto gli era scappato in modo naturale. Fu tutto come già visto. Lei si afflosciò per terra. Lui, pieno di rimorso, si mosse subito per soccorrerla. Il naso le si stava già gonfiando. Lei gli rivolse quello stesso esplicito sorriso che il marito conosceva bene, mentre si passava il dorso della mano sulle labbra. Fu lei a trascinarlo fino al letto e fu una scopata assolutamente memorabile. Lei lo incitava: Colpiscimi, coglione. Più forte. E lui scopriva ogni minuto di più quanto fosse liberatorio e gli desse soddisfazione picchiare quella vacca.
A settembre entrambi avevano lasciato il lavoro. Forse era stupido ma non ne avevano più la forza. Le ragioni. La pazienza. La sera dopo la discussione era partita banalmente. Lui voleva sentire la partita e lei il talent show. Lei si era infuriata sostenendo che era uguale a suo padre. Tale e quale, sputato. Lui aveva ribattuto che lei era una che le cose se le cercava. Che sarebbe stata capace di farlo anche col povero Winnie. Anche sulla carrozzina. Anche con un cane. Che era nata baldracca. Si rinfacciarono di tutto. Le colpe più abominevoli. Anche le cose più stupide. Come lui gettasse i soldi per le sigarette. Come lei spendesse troppo per farsi belle. Bella e naturalmente sfacciata. Come lui fosse solo uno scribacchino fallito e senza coglioni. Come lei avesse la testa di una cimice. Alla fine, estenuata, lo aveva provocato volontariamente cercando deliberatamente la sua reazione: Ci ho provato gusto. Anzi sono stata io. Gli ho chiesto per piacere di fottermi. L’ho fatto anche se lui non voleva. Volevo provare a sentire dentro quello che aveva assaggiato tua madre. Quella gran vacca della mamma. Sentirlo bene. Anche perfino in bocca. L’aveva fatto, certo, ma solo per aiutare a decidersi il vecchio e anche se stessa.
E lui la colpì ancora e con ancora più forza. Stavolta lei aveva troppa fretta. Non aveva nemmeno la pazienza si aspettare di arrivare a letto. Volle che la prendesse lì, sul tappeto, e glielo disse. E poi lo colpì con una ginocchiata precisa assestata proprio lì. E gli disse: Fammi male, molto male, stronzo e cornutone infingardo. Lui le rispose con un pugno su quel naso ancora dolorante e le sputò in faccia: Te lo sbatto da per tutto, mignotta. Lei ribatté: Mostrami di cosa sei capace, cazzomolle. E poi: Ora scopami come si deve. Poi smisero di parlare, ognuno preoccupato solo di mantenere le promesse fatte. Fu una notte che non sembrò terminare mai. Il mattino seguente anche lei era stanca, esausta. Finalmente felice e paga.
Ma come ogni cosa bella non è potuta durare. Non hanno festeggiato assieme nemmeno il sesto anniversario. Lui non ha mai nemmeno cominciato il suo secondo libro. Quello che doveva essere il suo capolavoro. Lei fa una bella vita da bella vedova. Il medico legale ha decretato che si è trattato d’infarto. È bastato che lei si mostrasse un poco carina. Insomma zoccola. Insomma l’aveva fatto, ma quel coglione di dottore non aveva voluto alzare le mani. Era stato una vera delusione. Pazienza.

[1] Morale da “Il Bazar dei brutti sogni” di Stephen King, pag. 159. Sperling & Kupfer, Segrate (MI). 2016

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Era un po’ che stava li seduto. In quella sala. Che lo guardava con la massima attenzione. Che lo ammirava. Era talmente perfetto che gli era sembrato che alcune delle figure ritratte si muovessero. Un po’ per la curiosità e un po’ per l’ammirazione si era avvicinato. Aveva cercato li leggere la firma del pittore. Ancora più vicino. Si era avvicinato un poco troppo. Certo nessuno ci crederà. Si era improvvisamente, prima ancora di rendersene conto, ritrovato dentro quel quadro. Non aveva notato l’avvertenza: Pittura Fresca.
Da prima incredulo. Poi sbigottito. Si era guardato intorno. Che posto era? Che mondo era? Forse nemmeno era mai esistito. Forse era solo nella fantasia dell’autore. E di certo parlava un linguaggio di un lontano passato. A guardare meglio… In verità le case non erano del tutto proporzionate, ora risultavano un po’ più piccole di quanto sarebbe stato vero. La collina la poteva toccare. Era tutto piatto. C’era poca profondità. Da così vicino poteva notare le macchie di colore; le pennellate.
Aveva ripensato a Dorian Grey, ma la sua era veramente tutta un’altra storia. I cavalli erano imbizzarriti ma immobili. Il villano, sotto il cappello, sembrava non saper come governare i buoi. Un cammino fumava ma non era stagione per avere il fuoco acceso. La macina macinava ma l’acqua era immobile. Sottigliezze. Aveva notato una contadina, carina. Non molto lontano. Vestita e non vestita. Un po’ discinta. I capelli nascosti sotto un fazzoletto. Con la camicetta scollata in modo benevolo. E un sano seno rigoglioso. Insomma era proprio carina. Non sembrava sudata, tutt’altro. Sembrava accettare il suo compito con molta pazienza. Aveva cercato di raggiungerla per chiederle come e dove fosse. Gli aveva subito dato un senso di fiducia. Pensava che lo avrebbe aiutato. Che ne sarebbe stata lieta. Aveva mille altre domande da farle.
Si rese subito conto che poteva muoversi solo in modo lentissimo. Insieme a tutto il resto. Come incollato allo sfondo. Era solo una presenza tra tante. Una figura minuta tra una folla di figure minute. Distinguibili solo da molto vicino. E per quanto cercasse di richiamare l’attenzione della giovane lei non lo notava. Non avrebbe fatto un passo per andargli incontro. A complicare ancor più le cose c’era il fatto che per quanto si provasse a gridare la sua bocca non emetteva un suono. Era muto in un mondo muto. Forse almeno questo se lo sarebbe dovuto aspettare. Non si è mai sentito di un dipinto che parli o che suoni. I quadri sono solo immagini, anche quando sono riproduzioni quasi perfette. Quando sembrano più reali del reale.
Dopo tre giorni e due notti d’immane fatica era finalmente riuscito a raggiungerla, o quasi. Era lì a due passi da lei. Come ebbe modo di scoprire, troppo tardi. Il tempo di miseri, anzi miserandi convenevoli. Di guardarsi. Di scambiarsi le loro opinioni sul tempo e su cosa poteva riservare. In verità lei lo trovava un approccio inusuale e divertentemente assurdo. Lì il tempo non cambiava mai. Di chiederle il nome. Di dirle il proprio. Di sbirciarle brevemente nella camicetta. E lei di assumere molto lentamente un’aria compiaciuta e provocante. Di chiederle se poteva accompagnarla almeno per un breve tratto. Che, ancor prima di poterle chiedere in che posto era capitato, lei gli spiegò che non si muoveva di lì da quasi vent’anni. Che quella era solo una copia. Che avrebbe dovuto sbrigarsi. Arrivare prima. Allora sarebbe stato tutto diverso. Ora non poteva rimanere un istante di più.
“Scusami, devo andare”.
Dove”?
Devo posare in un quadro tutta nuda”.
Posso venire anch’io”?
Mi spiace ma non puoi”.
Perché”?
Per te il maestro ha già in mente un altro soggetto”.
Cioè”?
Lui sa che sarai un perfetto san Sebastiano”.
Dimmi almeno chi è”?
Sei solo una figura a olio. Non sei più umano. Hai esaurito le domande che potevi fare”.
Lui non lo aveva notato, ma vicino c’erano degli spazi vuoti che attendevano altre opere dell’artista. E non aveva la più pallida idea di chi fosse questo santo. Sperava in un santo libertino; senza troppe speranze. Il quadro era veramente realistico, assomigliante al vero, da lasciare senza parole.

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Enrico Mazzucato 10501585_802104063173588_6744078126351244203_nEra la classica ragazza di campagna di quattordici anni. Non si poteva dire una bellezza. Con le guanciotte tondette piene di panne e tutto il resto pienotto, e con il torace desolatamente piatto. In verità era anche la mamma che la vestiva come un salame. Ma gli occhi erano di un bel colore e curiosi.
Quand’era più piccola ci aveva pensato qualche volta. Non la convincevano certe relazioni. Ad esempio: i mussulmani sono tutti terroristi. Non era così sciocca da pensarlo. Ad esempio; la purga fa sempre bene e serva prenderla ogni primavera. Ad esempio: Il buono è sempre bello, il cattivo è brutto. Ad esempio zio Augusto era cattivo, ma mamma diceva che non era niente male. Il giusto è bianco, il peccato è nero, come l’uomo nero. Il giorno è sempre fruttuoso, anche quando piove, perché dissenta i campi e aiuta i raccolti, invece la notte è sempre paura; nasconde gli assassini. I bambini, quando sono neonati, sono tutti belli anche quando non lo sono affatto, e sono solo mocciosi e piagnucolosi. Il diavolo naturalmente, per forza di cose, è condannato ad essere orribile.
Mamma le aveva detto come aveva corna. Il papà aveva sbuffato: so io chi ce l’ha. Zia Elvira le aveva spiegato che aveva gli zoccoli da capra e che puzzava di zolfo. Ma l’aveva sentita dire al suo papà, nella stalla: Tu sì che sei proprio un diavolo. E il suo papà non puzzava di zolfo. Lei rideva sotto i baffi pensando a quella zia Elvira; lei sì che sapeva puzza, anche in bocca. Si alzava presto ed era sempre tra i piedi. Sempre pronta a dire la sua. Veramente sempre piena di parole per brontolare. Mamma diceva che bisognava avere pazienza perché era sola. Anche se non era mai sola perché era sempre con loro. Si era anche chiesta perché le zie si chiamassero quasi sempre Elvira. Alla fine aveva deciso che lei non credeva più all’inferno.
Erano tutte stupidate quelle. Era cresciuta e aveva smesso di pensarci. I bambini non sono sempre buoni. Lei, Erica Nove, lo sapeva bene. L’aveva imparato nella sua pelle. Fin dai primi anni di scuola. Avevano presto cominciato a canzonarla chiamandola Erica Nova, che dalle loro parti, si sa, aveva il significato di nuova. E negli ultimi tempi avevano preso a beffeggiarla con Erica Quasi Nova. Ma non era vero. A lei i ragazzi non interessavano; forse solo un po’. Ma non era mai stata chiamata a fare la principessina, o Biancaneve, alle recite, e nessuno la invitava mai alle feste. Se avessero potuto l’avrebbero esclusa anche dal suo compleanno. Sollevò le spalle, rassegnata. Gli occhi intristiti. Lei aveva da fare in casa, e nell’orto.
Era in giugno. Era seduta sull’erba. L’aveva visto avvicinare. Biondo con gli occhi azzurri. Era bellissimo, da togliere il fiato. Elegante. Sembrava un tipo di città. Un forestiero di passaggio. Forse persino un principe. E odorava di buono. “Ciao”! Lei era rimasta con la bocca spalancata, dove entrava l’aria ma non uscivano parole. E si era fermato proprio lì, davanti a lei. Sotto l’ombra della quercia. Guardandosi intorno e poi chinandosi. Anche la voce era… suadente. Le disse alcune cose che lei nemmeno sentì. Era da un’altra parte. Era come stregata. La sua testa viaggiava tra le nuvole. Era bello come un attore. Come quelli di Teen Wolf. Adorava quella serie. Non se n’era persa una. Come Josh Holloway. Anche di più. Affascinante. Magnetico. Forse lo era un attore.
La pregò della gentilezza di un bicchiere d’acqua. Lei tornò con i piedi per terra e si offrì di portargli una birra, se la gradiva. Voleva solo essere cortese. Lui ammise, ringraziandola anticipatamente, che la birra era certo meglio. Il padre era dietro casa intento a governare le mucche. Lei corse dentro e tornò con una lattina fresca imperlata di goccioline. L’attraente straniero la bevve con avidità. Doveva essere proprio assetato. E il caldo era arrivato presto. Poi non si scordò di ringraziarla una seconda volta. Era anche molto educato. Non avrebbe dovuto parlare con gli sconosciuti. Era stata ammonita fin da bambina. Non era mai riuscita a essere diffidente, non era nella sua natura. E poi era a casa sua, cosa mai le poteva succedere? Non era nemmeno un vero sconosciuto. La dava una strana fiducia. Le sembrava di conoscerlo da sempre. E poi si presentò quasi subito.
Restò sorpresa, e un pochino delusa, quando gli aveva detto di chiamarsi Samaele[1]. Proprio così. Si sarebbe aspettata che anche il suo nome fosse altrettanto bello. Tipo Michele o Gabriele. Anche le persone belle possono avere un nome brutto. Anche se non sarebbe giusto. Quello dell’incantevole giovanotto non era certo un nome carino; ed era un nome buffo. Cosa avevano avuto in mente i suoi? Ma lei poteva chiamarlo Lello. Ed era solo… stupendo. Anche se si chiamava così. Lello era un nome che lo faceva sentire un suo amico, anche di più. Era confidenziale. Provò a farlo cantilenare nella testa. Le piaceva. Intanto lui aveva estratto un soldino dalla tasca e lo aveva messo sull’erba. “Guarda la moneta”. Lei si mise a osservarla con molta attenzione. Lello ci passò la mano, sopra di un palmo, e moneta si capovolse. Dov’è il trucco? Non c’è nessun trucco. Lei non era più una ragazzina, ormai era una signorina, non gli aveva creduto. Non lo disse per non offenderlo, ma era incuriosita da quello strano tipo di ragazzo che conosceva i trucchi. Che le prestava attenzione. Che stava lì a parlare con lei. Anche se era così bello. Splendido.
Lui rimase a guadarla, con degli occhi curiosi e deliziosamente intriganti. Lei continuava a sentirsi in un grande imbarazzo. “Vediamo… tu sei Erica, Enrica Nove?”… Come poteva conoscere il suo nome? Lei non glielo aveva mai detto. Era un vero mistero. La incuriosiva sempre più. Che poi non era abituata che qualcuno avesse tanto tempo per lei; mostrasse tante attenzioni. E poi un ragazzo così… così… cioè un uomo giovane. Un signore. Così… attraente. Se lo sarebbe sognato. Ne era certa. E in più sapeva anche il suo nome. Avrebbe scoperto che sapeva molte cose di lei. Al momento non ci pensò. Pensò solo di godersi di poter stare lì a guardarlo. A sbranarselo con gli occhi. Fosse stata un poco più grande, solo un poco, avrebbe fantasticato. Si sarebbe sognata con lui. Probabilmente si sarebbe immaginata di essere donna. Di prenderlo per mano e farsi accompagnare a scoprire l’amore. La sua fantasia stava scappando troppo. Se le avesse chiesto un bacio cosa avrebbe fatto? Sarebbe riuscita a dirgli di no? Probabilmente lo avrebbe fatto. Temeva che la giudicasse una ragazzina. Inesperta. Magari lui avrebbe insistito. Si era solo distratta. Tornò rapidamente nuovamente sbattuta nella realtà. Nella realtà di quello che lei era. Si era guardata bene allo specchio.
Allora perché era lì? Lui estrasse dalla tasca uno smartphone ultimo modello, bianco. Rapidamente trovò quello che cercava. Quel tipo, era proprio figo, assolutamente, straordinariamente, la affascinava e la continuava a sorprendere. La incuriosiva ma anche le metteva un po’ di apprensione. Come poteva conoscere il suo profilo in facebook? Perché? Non gli aveva mai dato l’amicizia. Non che si ricordasse. Non si poteva scordare un viso così. Certo lui poteva avere un’immagine dell’account dove non era lui. Perché? Troppe domande. Inutili. “Guarda la fotografia”. Odiava quella foto. Odiava tutte le foto. Non che fosse riuscita particolarmente male, solo che… era lei. Non ci poteva fare niente. Non era fotogenica. Ma lui era bellissimo. “Questa sei tu; ora. Ti prego di fare molta attenzione”. Lei nemmeno respirava. Passò la mano sopra il minuscolo schermo del suo telefono intelligente, come aveva fatto con la moneta, senza nemmeno sfiorarlo. L’immagine come d’incanto improvvisamente mutò. Le assomigliava, almeno gli occhi erano i suoi, ma quella era bella. Molto più bella. Era veramente forte. Come poteva fare quei trucchi?
Sicuramente sotto c’era un artificio diabolico. Magari era solo una app. Ormai l’informatica e la telefonia facevano cose incredibili. Cose che nemmeno il Padreterno si sarebbe potuto aspettare. “Vorresti essere così”? Peccato che lei… cioè… fosse così bella solo intrappolata dentro quell’inutile aggeggio. Con uno scattò di stupido orgoglio mentì e disse che si piaceva com’era. Certo che quella lei, che non poteva essere lei, era un’altra e proprio… più che bella. I capelli lunghi e lisci, non più crespi in quel disordine assurdo. Le labbra appena sottolineate da un velo di rossetto. Gli occhi resi interessanti, e ancora più grandi, da un sospetto di trucco. Magra ma con il seno che era un seno, e anche un bel seno. Impertinente. Persino un po’ troppo. Ed era vestita come una principessa. “Sei sicura”? lui sogghignava sotto i baffi. “Sicura”! ancora un briciolo di quello ottuso e inutile senso di dignità. Ma la sua voce non mostrava la stessa sicurezza. E poi chi non ha mai desiderato, almeno una volta, di essere diversa? In un altro posto? La sua insistenza non era stata gentile. Era crudele.
Se ne pentì nuovamente quasi subito, ma era già tardi. Certo che tutti i ragazzi l’avrebbero guardata con ben altri occhi. Diversi. Si sarebbero girati. Forse l’avrebbero invitata a tutte le feste. E anche solo per fare due passi. Anche quelli più grandi. Magari avrebbero anche provato a baciarla. Puah! Che schifo. Magari anche a toccarla. Stupidi. Villani. Zoticoni. Anche se lei sapeva come fare. Era giovane ma non era più una bambina. Aveva fatto le prove con la cuginetta Maddalena, anche con la lingua. Con lei, con Maddalena, si confidava. Aveva un anno più di lei, ma era più carina. E la invitavano ai festini. Diceva che l’aveva già fatto, e non una volta sola. Che poi… Loro due avevano provato nel fienile, naturalmente di nascosto. Non le era piaciuto. Ma forse con uno come lui sarebbe stato diverso. Ma uno come lui non pensava a quelle cose con una come lei. Non le pensava e basta.
Le spiegò che per un po’ si sarebbe fermato in paese. Lei non riuscì a farsi dire quanto. Forse lo avrebbe incontrato di nuovo. Forse. Intanto avrebbe voluto tenerselo stretto. Come il suo bambi di peluche. E si godeva il momento. Sognava che durasse. Per sempre. Sperava non terminasse. Sapeva che sarebbe rimasta delusa quando si fosse allontanato. Era consapevole che doveva succedere. Prima o poi. Meglio poi. Doveva essere stanco di stare in quella posizione; accucciato. Le chiese se poteva entrare. Anche un solo attimo. Per riposare le gambe. Per sederti al fresco. A malincuore dovette dirgli di no. Per papà? No! non possiamo disturbare il nonno. Sta male? Molto male, poveretto. Il suo Lello sembrò fin da subito dispiaciuto. S’interessò della salute del vecchio: “Nonno Giovanni, vero”? Come poteva conoscere anche il nome del nonno? Certo tanti nonni si chiamavano Giovanni. Sapeva troppe cose. Forse era amico di papà. Forse della mamma? Le sembrava impossibile. Gli amici del padre li conosceva tutti. Erano tutti tipi da osteria. Nemmeno poi tanto amici. La mamma non era il tipo. Cioè lui non era tipo da fare complimenti a una come sua madre. Una spiegazione ci doveva pure essere.
Alla fine si fece convincere. Lui sembrava avere una risposta per ogni domanda. Una soluzione per tutto. Il nonno dormiva e si lagnava molto nel sonno, disperatamente. Era attaccato alla vita solo da orribili sondini. Faceva pena, il poveretto. “È molto che sta così”? Soffriva maledettamente. Era un vero calvario, per lui e per tutta la famiglia. “Moltissimo, il dottore dice che non c’è più niente da fare”. Ogni giorno poteva essere fatale; l’ultimo. Ma i giorni passavano tra sofferenze atroci. Lui chiedeva spesso pietà. Aiuto. Non era vita quella. Implorava di essere liberato da quegli orribili patimenti. Ma nessuno aveva il cuore di farlo. E poi non era giusto. Mamma ripeteva che sarebbe finito all’infermo. Che, se Dio ci mette alla prova, noi dobbiamo rispettare il volere del Signore. Lui, il suo nuovo affascinante amico, le spiegò che erano solo stupide superstizioni. Che il dolore non è mai giusto. Che lei poteva porvi rimedio. Bastava che chiudesse quella valvola. Che staccasse quella cannula. Il nonno avrebbe riposato la pace dei giusti. Finalmente. E le prese la mano e guidò quella mano.
Lei cercò di resistere blandamente ma poi cedette. Sette minuti dopo il nonno non c’era più. Il suo volto aveva ritrovato tranquillità. Serenità. Il padre di suo padre era morto. Lello rimise le cose come stavano quando erano entrati in quella stanza, nella camera. Poi le ricordò che doveva avvertire il genitore. Solo allora Enrica trovò l’ardire di chiedergli cosa lo aveva portato là e cosa voleva da lei. Lo aveva fatto con il timore di sbagliare; naturalmente. Lui le spiegò da dove veniva, cioè che era il figlio prediletto di Lucifero. L’angelo tanto bello da avere la superbia di paragonarsi a Dio, e per questo scacciato all’inferno e trasformato in diavolo. Che non voleva da lei più nulla perché aveva già ottenuto la sua anima. Senza doverle promettere nulla in cambio. Ma lui era generoso. “Nella realtà sei stata tu ad ucciderlo, anche se per pietà, anche se te l’ha chiesto”.
Lei lo guardò sorpresa. Questo certo non s lo sarebbe aspettata. Nessuno. In una rapida carrellata le tornarono alla mente tutte quelle riflessioni che aveva fatto fin da bambina, sul diavolo e sull’inferno. Sulle stupidità popolari. Lo vedeva ancora bello, ma con occhi diversi. Era stata messa nel sacco. Dal bel tomo. Non aveva venduto la sua anima. L’aveva proprio regalata. Poi il suo sguardo lentamente si trasformò in un’espressione di furbizia. Forse a scuola non andava proprio bene, ma non era nemmeno stupida. “Tecnicamente non sono colpevole perché in un certo senso era già morto”. L’incantevole visitatore si mostrò contrariato e la salutò dalla porta. “Ci rivedremo”. Lei si guardò allo specchio, non era più lei. Era proprio come quella che gli aveva fatto vedere nel cellulare. Era quella. Bella come una principessa. Come un’attrice. Altrettanto elegante. “Non credo”. La cosa più gravosa era dire a papà del nonno. Nessuno avrebbe saputo mai che lei ci aveva messo mano. Che l’aveva aiutato. Per tutti, semplicemente, era arrivata la sua ora.
I diavoli, quando sono in giro, non sono come nei racconti. Non hanno corna né zoccoli. Non sono tutti uguali. Non si assomigliano affatto. Tante volte nemmeno vanno d’accordo tra loro. Puoi trovarli ovunque. Non si riescono a riconoscere. Sono tra noi e non li possiamo vedere. Magari è proprio quello zio che ti offre la pastarella. L’inquilino dalla porta accanto. Il contadino che non perde mai il raccolto. Quello che sta sistemando il tetto della sua abitazione. Chi è tanto carino e si offre di accompagnarti per un tratto di strana. Insomma sono persone come le altre. Una cosa è sicura: solo alle donne è stato concesso di essere diavoli e angeli allo stesso tempo.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_demon%C3%AE
http://www.latelanera.com/divinita-demoni-personaggi/dio-demone-personaggio.asp?id=279
http://www.mariavaltorta.it/Ribellione%20di%20Lucifero.html

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Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown Pennywise fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e tutti i mezzi di comunicazione, compresi i blog, erano tempestati di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini-mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare; cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale, in uno stentato italiano, aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda. Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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