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Archive for the ‘Piccoli gialli’ Category

Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown Pennywise fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e tutti i mezzi di comunicazione, compresi i blog, erano tempestati di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini-mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare; cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale, in uno stentato italiano, aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda. Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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Spesso si era domandato quali fervide menti folli e beffarde avessero partorito la toponomastica[1] della città e il suo nome stesso: Leviatano Brianza. Da bambino si era limitato a chiedersi semplicemente da dove venisse. Un giorno, poco prima delle superiori, aveva prevalso la curiosità. In wikipedia aveva trovato la risposta. Ora sapeva almeno l’origine del termine e lo trovava alquanto stravagante. Continuava a ignorare perché l’avessero adottato proprio per il loro piccolo paese. Ma tant’è. Lì era nato e lì era vissuto. Se quelli degli altri posti ridevano lui lo aveva accettato. Ci aveva fatto l’abitudine. Solo a volte continuava a trovare tutto un po’ macabro. E la notte buia lo metteva un poco in agitazione. Anche se si dava dello stupido.
In quei giorni il comune aveva provveduto a distribuire i nuovi raccoglitori in tutte le strade e nei condomini. A guardarli erano proprio orribili. Un colore diverso per ogni differenziata, ma tutti i colori sembravano sporchi già da nuovi. L’ordine e la pulizia erano principio tassativo per gli amministratori e per tutti. Era l’immagine del vivere corretto ed equanime della comunità. Così ognuno avrebbe pagato solo ed esclusivamente per le sporcizie prodotte da lui e dalla famiglia e/o conviventi. Era una questione di pulizia e di giustizia. Certi scempi ambientali non si dovevano più vedere né tollerare.
Vlad, non come Vladimiro, ma solo Vlad Barbaro, era un quarantenne separato. Quella sera era la sua sera, si era recato a trovare i figli e stava ritornando. Diversamente sarebbe stata una serata come tante. Ma era un sabato, un sabato dispari. Pensava di fermarsi Alla Casa della strega per un ultimo goccio. Per scordare quel po’ di malinconia che provava ogni volta che li incontrava. Dopo il divorzio niente era stato come prima. Aveva già fatto via del Sabba, girato per via Tiamtu fermandosi al semaforo minacciosamente rosso, attraversato piazza di Tantalo o dell’eterno riposo e imboccato il vicoletto del Golgota, quando si era ricordato di avere le immondizie ancora nel sedile posteriore. Se ne era proprio dimenticato. Allora aveva fermato la macchina allo stop, davanti ad un condominio piuttosto grande. Un lampione spettrale illuminava solo un portone e le serrande di due garage. In fila, a destra, erano allineati quei maledetti cassonetti; quasi invisibili dal suo posto di guida. Parcheggiò con perizia e attenzione poco più avanti. Forse era una pessima idea. Ci pensò ancora qualche attimo e poi scese impugnando la busta come una refurtiva.
Era una maledetta notte senza luna. Nemmeno lui avrebbe saputo dire cosa veramente l’avesse spinto verso quella decisione. Tutto era solo ombre e contorni. Le cose non avevano colore. Fortuna che avevano messo le scritte, e che i cassonetti erano sempre nello stesso ordine. Il primo a sinistra per la differenziata. Era un tipo rispettoso. Coscienzioso. Sua moglie, ormai ex moglie, diceva sempre che lo era anche troppo. Fino a essere pedante. Non superava mai i limiti di velocità. Parcheggiava solo nei posti assegnati. Mai nemmeno una multa. Era un tipo che non avrebbe mai fatto niente di simile. Era nato lì e lì era sempre vissuto. Ma quella sera avrebbe preso la decisione più sbagliata da quando era nato. Sapeva che se ne sarebbe pentito. Che si sarebbe sentito colpevole per sempre. Quella vocetta dentro gli diceva Fallo. Non puoi tornare a casa con le spazzature. Sicuro che te ne dimentichi ancora e te ne rammenti quando sei in ufficio. E poi ti resta la puzza il macchina.
Era stanco e un poco alticcio. Piuttosto che riportarle era disposto ad autodenunciarsi e auto-multarsi. Già lì aveva commesso la sua prima infrazione. La prima di tutta la sua esistenza. Non avrebbe mai dovuto mettersi alla guida in quello stato. Il campanile della chiesa in piazza batteva lugubre la mezzanotte; anche se erano solo le undici e cinquanta. Questo l’avrebbe ricordato per il resto della sua esistenza. Alla fine si era deciso. Si era guardato intorno, con fare furtivo, colpevole, non c’era anima viva. Nessuno l’avrebbe visto. Si disse Che sarà mai? per combattere e vincere la sua lotta contro il suo senso di scrupolo per la disciplina. Così si era diretto cauto. Sempre attento e in apprensione. Con le orecchie ben ritte e gli occhi che frugavano ogni angolo di quelle tenebre. Pronto, nell’eventualità, a cercare una scusa o darsela a gambe all’ultimo.
Sghignazzava una civetta. Passò la tessera magnetica davanti al lettore e gli sembrò di sentire emettere uno strano suono. Non poteva che sbagliarsi, doveva aver bevuto un bicchierino di troppo. Forse l’ultimo amaro. Infilò il sacchetto e il cassonetto, con sua sorpresa, lo risputò con una sorta di Puah! schifato. Stavolta non poteva essersi sbagliato. Il rumore veniva proprio dal contenitore. Lo fissò contradetto. Forse era uno dei tanti miracoli della tecnologia. Un semplice assurdo e innocuo cicalino. Cosa stava succedendo? Quella curiosità sarebbe stata l’ultimo sbaglio che avrebbe commesso, il fino a allora ligio, Vlad Barbaro. Provò nuovamente a inserire il sacchetto spingendo con energia e avvicinò la testa per guardare dentro quella sorta di bocca. Per svelare quel mistero. Sentì come un rantolo e il pertugiò lo risucchiò e se lo mangiò. Con un rumore sinistro come di una macina. Alla fine sputacchiò fuori sull’asfalto i suoi vestiti masticati e frammenti di denti e altri materiali bianchi indigeribili. E tornò il silenzio.
Le prime luci del mattino cercavano di illuminare le cose cospargendo il paese di ombre lunghe. Lucrezia SantIddio, che tornava dal turno di notte, vedendo tutto quel pandemonio di disordine, paziente raccattò quei frammenti che parevano d’ossa, si fece riconoscere e li mise nella differenziata. Quei quattro stacci, che sembravano azzannati da uno storno enorme di tarme, li infilò nel contenitore più grande: quello della Caritas. Si guardò intorno e se ne andò soddisfatta, non senza essersi chiesta chi era quel morto di fame che aveva potuto generare un simile disastro. Era decisa a denunciare la cosa al comando dei vigili urbani e alla direzione della stessa società per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Non era disposta a pagare un aumento di tributo per altri.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno

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Sono rimasto completamente calvo, ma non ho perso la speranza nella ricrescita.
Ho trovato anche una poltrona di seconda mano per farla lavorare più agevolmente. E ormai il bagno grande è riservato a noi. Almeno quando deve venire lei. Aveva imparato, sperimentando su di me, anche a tagliarli. Mi sistema anche la barba. Le sopracciglia. Rade invadenze eventuali sulle orecchie e sul naso. I peli continuano a crescere da per tutto. Solo sulla zucca mi hanno completamente abbandonato. Per ora. Ma l’apoteosi resta il trattamento in testa.
Non mi guardo allo specchio perché la mia immagine mi fa ribrezzo. Mi imbavaglia come un ragazzino. Si preoccupa che stia comodo. Poi si mette all’opera. Mi impiastriccia tutta questa palla da biliardo di olii e creme. Mi friziona. Mi massaggia. Mi sciacqua senza perdere una goccia, e ricomincia. Paziente. Io devo solo starmene lì buono e godere. E’ il paradiso. Le sue dita mi penetrano dentro. E’ una sensazione strana. Profonda. Straordinaria.
Giacinta va è viene. Non perché non abbia fiducia. Ci mancherebbe altro. Io mi fido di lei e lei di me. E poi vede la mia compagna. Cristelliana non è ragazza. ovvero donna, da grandi passioni. Una scusa vale l’altra. Solo perché siamo in casa. Per chiedere se la nostra ospite è stanca. Se ha voglia di un caffè. Di una pausa. Di quattro chiacchiere. Se le manca qualcosa, ma lei porta sempre tutto il necessario. Se c’è bisogno di altri asciugamani. Se ci sembra che ci siano delle novità. Forse anche lei mi preferiva con i capelli. Anche solo per avvertirci se deve uscire. Intanto il tempo scorre. Si avvicina a consumarsi. E sento uno strano formicolio come in sottofondo. Forse tutte queste cure, il trattamento. cominciano a funzionare. Certo funziona per il mio piacere.
Finalmente trovo il coraggio e glielo chiedo: “Posso chiamarti Cristi”? Lei me ne da il permesso con un sorriso stranito che sembra che sia io a farle il piacere. Mi sembra che sia più facile parlare. Senza troppe barriere. Senza troppo remore. Con un po’ di confidenza. Ormai ci vediamo da mesi. Ormai qualche volta si mette anche un po’ più libera. Bada meno all’etichetta. Ormai l’aspetto anche se sono in pigiama. Con l’accappatoio. Come oggi. E’ una ragazza strana. Che sa stare al suo posto. Non so darle un’età precisa. Potrebbe avere venticinque anni come trenta. E almeno una decina di chili di troppo. Anche se ultimamente mi sembra che stia più attenta.
Giacinta è venuta a controllare ed è già uscita. Nemmeno sono stato ad ascoltarla. Per un po’ non entrerà per chiedere se ne abbiamo ancora per molto e come va. Mentre lo dico mi chiedo se mai non sia l’idea più balzana di tutta la mia vita. Bizzarra. E lei mi guarda esterrefatta. Colta completamente di sorpresa. In contropiede. Forse l’ho detto solo per trattenere ancora un po’ la sua presenza. Forse senza pensarci. Forse per essere cortese. “Posso essere io a farlo a te”.
Quel “Te.” mi da un senso di serenità. “Che cosa”?
Spalanca la bocca contornata da quelle sue labbra sottilissime e irregolari. “Ma dottore”…
Uno shampoo”? Per la prima volta si distrae e mi sfiora. Con un seno. Impercettibilmente. Ho la conferma, forse solo l’impressione, che siano come pensavo. Come me lo sarei aspettato. Leggermente abbondante, ma un poco rassegnato. Poi penso ad altro. Correttamente. Aspetto solo la sua risposta. La sua decisione. “Solo uno shampoo”?
Tace. Chi tace acconsente. O almeno valuta la proposta. Non le lascio troppo tempo per riflettere. “Che sarà mai? Voglio provare. Mettiti comoda”.
Lei alza le spalle e ci cambiamo di posto. Sostituisco l’asciugamano prendendone uno pulito. Lei piega la testa e lascia che glielo sistemi sul gozzo e sulle spalle. Ci infila sotto le braccia. Sono stato attento. Ho visto come fa. Ne scelgo uno all’olio di palma. Le bagno i capelli e li riempio di shampoo. Poi inizio a frizionarli. Monta una schiuma incredibile. Si perde quel colore opalino. Diventa bianca e abbondante. La faccio lievitare e straripare, poi la lascio solo depositare per un po’. Intanto cerchiamo di dialogare del più e del meno. Lei resta ad occhi chiusi. Le palpebre appena accostate. Come in trans. La sua voce sembra navigare distante. “Lo sa lei, dottore, che non mi è mai successo”.
Non le chiedo niente. Lo prendo come un incoraggiamento. Quando torno a prendermi cura di lei volutamente le sfioro quel seno. Lo stesso. Quasi solo per curiosità. Lei sorride. Non ha trovato malizia in quel gesto. O non lo sa oppure mi perdona. Direi che ormai siamo quasi amici. Me n’ero accorto all’istante, la cosa funziona anche così. Anche di più. Avverto che mi piace immergere le dita nella schiuma e nella sua chioma. Frugarla. Aggrovigliarla e poi sbrogliarla. Pettinarla con le unghie. Leggero come una piuma. E poi ancora. E ancora. Mentre è abbandonata nelle mie mani mi confida che a lei sono sempre piaciuti gli uomini calvi. Mi sorride alzando leggermente il capo. Torna a chiude gli occhi e penso provi quello che sto provando io. E che provo quando lo fa lei. Quando li sciacquo, già la prima volta, i suoi capelli lasciano un alone nero nell’acqua. Credo che potrei impazzire.
Forse non se ne accorge ma è troppo. Quello che provo è quasi esagerato. Prodigioso. Indugio sul suo cuoio capelluto. Manipolo e perlustro come se fossi in cerca di rubarle qualche idea. Se potessi infilarle i polpastrelli dentro la sua testa e se le idee avessero una loro fisicità. Fossero di materiale organico. Che potessi afferrarle, le idee, una ad una, tra il pollice e l’indice. La cosa sta durando fin troppo. Lei se ne accorge. Mi consiglia che è tempo di finire. L’acqua che scende non è più così nera. “Ora tocca a me, dottore. A servirla”.
Se non la guardo solo con gli occhi la vedo diversa. Non credo sia perché stasera è anche più nera del solito. Un po’ di colore le è sceso lungo il viso. Lo scaccia con la mano. Decisamente non è bella, ma è una donna. Anche se con una decina di kili di troppo. E le sue mani mi fanno impazzire. Ha i capelli ancora bagnati. Scuote la testa. Era troppa l’emozione. Non ho pensato al phon. Maledizione. Sono stato uno stupido. Ho perso l’occasione. Ma sono andato troppo oltre. Non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità. Devo correre il rischio. Anche se so che potrei anche perderla. Non posso fare a meno delle sue mani. Ma mi hanno parlato dentro. Rigirato come un calzino. Sconvolto tutto. Perciò… Non posso sottrarmi. Debbo farmi temerario. Che sia quello che deve essere. Magari dopo posso provare a farmi scusare. Magari con un mazzo di rose. “Posso chiederle una cosa”?
Mi risponde immediatamente. “Dica pure, dottore”.
Me la può fare una cortesia”?
Si mostra disponibile. “Tutto quello che vuole dottore”.
Lo può prendere in bocca”?
Nemmeno l’accappatoio mi permette di mentire. Non sa o fingeva di non capire. Mi guarda con un diavolo per capello e gli occhi spalancati. Si pianta le mani bagnate sui fianchi. Ha l’aria di voler piangere. Ha il ghigno di volermi colpire. “Ma come si permette”?
Mi faccio più piccolo che posso. Mi rintano dentro di me. Non ho il tempo per cercare una scusa. Sono stato un idiota. Dovevo saperlo. “Non volevo offenderla. E’ che le sue mani su… su di me, mi hanno fatto sentire qualcosa. Una sorta di confidenza. Un bisogno di coccole. Mi spiace. Mi scusi se l’ho offesa”.
Espelle tutta l’aria che ha nei polmoni e ne trae un sospiro di sollievo. Si rilassa. “Ma se è solo quello. Chissà cosa ero andata ad immaginarmi. Se lo chiede così. E con gentilezza. Mi scusi lei, dottore. Capisco. Magari un… un pochino. Faccio subito”.
Mi spiegherà in seguito che aveva immaginato il lembo di quell’accappatoio. A cose simili. Io avevo pensato proprio a quello. Desideravo vederla fare il cagnolino. Se la guardo mi distraggo. Chiudo gli occhi e sono nella più completa beatitudine. Chiude gli occhi e non so immaginare cosa pensa. Forse anche lei pensa a qualcuno che in questo momento non c’è. Forse a qualcuno che non potrebbe avere. A una specie di principe azzurro, molto diverso da me. Forse solo a me. A quello. Per non distrarsi. Mi piace crederlo. “Cristo, Crista sei adorabile”.
La sventura è che dura poco. Esce per fare la pipì; credo. O per sciacquarsi la bocca. Non lo so. So solo che esce. Sta via solo un attimo. Torna e io ho ancora la testa da sciacquare per l’ultima volta. Non si e dimenticata di me. “Posso confessarle una cosa, dottore; spero che mi capisca. Che mi perdoni. Speravo che me lo chiedesse. Non ci credevo proprio. Mi so guardare allo specchio. E lei è un signore tanto gentile. Elegante. Le posso consigliare una cosa? Non prenda il caffè per un paio di giorni. Ho messo un po’ di cantarella nello zucchero. Così potrò farle lo shampoo anche tutti i giorni. Tutte le sere. Senza che quella, mi scusi, ci disturbi”.
Ora sono un vedovo inconsolabile. La casa è un po’ vuota senza la povera Giacinta. Mi sono tolto definitivamente l’abitudine per il caffè. Il fumo uccide, ma uccide di meno. E mi rende meno nervoso. Abbiamo deciso, io e Cristelliana, che lei viene tutte le sere, finché non si stabilisce definitivamente da me. Se non ha altri impegni si ferma anche a dormire. Solitamente mi allarma prima: “Se ha pazienza, dottore, poi facciamo come quella magica sera. Io li lavo a lei. Lei li lava a me. Senza fretta io li lavo ancora a lei. E poi, se fa il bravo… E poi”… Lascia la frase in sospeso. Non lo dice mai, ma sorride sempre con quel ghigno da furbetta. Stasera ha i capelli del colore della zucca. Sembra diversa. Stasera ho tutta l’intenzione di sporcarli di me e poi risciacquarli, e sporcarle anche tutta la sua brutta faccia.

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Ore dodici e trenta in punto, spaccate. Salone enorme. Tavolo chilometrico. Ci doveva volere una fatica ciclopica per tenere pulita tutta quella stamberga. E un oceano di olio di gomito per tutti quegli argenti. Per non parlare degli altissimi vetri alle finestre. Naturalmente il Signor Conte era seduto a capo tavola. La Signora Contessa alla sua sinistra, poco distante. Il Signorino Rampollo all’altro capo della tavolata imbandita. Le luci non erano accese, per risparmiare. Il sole entrava timidamente di striscio. Anemico. Tutto questo quando era entrata la cameriera con la zuppiera fumante in mano. Cappelletti in brodo. Aveva la crestina in tulle immacolata inamidata in testa, naturalmente la donna a servizio, un bianco grembiulino in simil raso sopra l’abito in poliestere, obbligatoriamente nero, non troppo corto, e sotto ancora una sottogonna in tulle. In tutti gli indumenti si poteva però notare il prolungato uso. E anche gli abbondanti merletti cominciavano a sfilacciarsi.
Il Signor Conte, impaziente come sempre, col tovagliolo già infilato nel colletto, la rimproverò che era stanco di ripeterle che si doveva servire mettendosi dall’altra parte. Lei girò attorno al seggiolone e ubbidiente si mise a sinistra e lui le poggiò la destra dietro incurante di essere visto. Il piatto era leggermente sbrecciato ma quasi non si poteva notare. Lei versò nella porcellana, con molta perizia, il primo mestolo di minestra. Fai attenzione a non versare. La mano si era data un gran da fare per scostare tutte quelle stoffe. Certamente Signor Conte. Nel loro vocabolario le maiuscole erano d’obbligo. Versò con la massima cura anche una seconda razione del tutto simile alla prima. Il Signor Conte ci teneva alla precisione. Soddisfatto alzò la mano nel gesto che segnalava che bastava così. Le ricordò di aggiungere un bel po’ abbondante di parmigiano e la accomiatò, ridendo soddisfatto a quattro ganasce, con una gran patta sul sedere.
Lei passò a servire la sua Signora Padrona girando al largo dal Padrone. La Signora contessa era palesemente indispettita dal comportamento dell’Illustre Coniuge. Non riusciva a trattenere la sua giusta collera. Possibile che nemmeno a tavola tu ti sappia comportare come si deve? E davanti agli occhi innocenti di nostro figlio. Su tale innocenza ci sarebbero stati fiumi di parole da spendere, ma il Giovine Signorino trentenne se ne stava zitto a godersi il bisticcio aspettando la sua razione. Volevo solo controllare… i miei possedimenti. Non ti preoccupare, è ancora sodo anche il tuo. Non come quello di Cesarina, però… Era molto frequente che il loro desinare fosse ravvivato da discussioni simili. La cameriera ormai nemmeno li stava ad ascoltare. Badava a fare al meglio il suo lavoro. Sei sempre stato solo un gran bifolco. Dove avevo la testa? Il Signor Conte non si era premurato di non esporre le sue convinzioni. Dove sei solita tenerla, cara, nelle culottes. Quel giorno poteva sembrare un giorno come tutti gli altri, ma la Signora ne aveva a sufficienza; le tasche erano piene. In aggiunta, quel Signor Conte, fu colpito da un improvviso colpo di tosse e spruzzò tutto intorno di brodo e frammenti di cappelletti, colpendo anche l’Aristocratica Moglie. Ti prego, Cesarina, toglimi questo schifo di torno. Fai qualcosa. Il Signor Conte non fece a tempo di pulirsi labbra, barba e baffi, nella tovaglia, che la zelante domestica era accorsa sollecita in soccorso della Donna. Subito Signora Contessa. Si era prodigata nel liberarla dai risultati di quel disastro poi tornò dietro al Signore e dalla tavola prese il coltello affilatissimo per la carne e glielo conficcò decisa nel cervello. La lama entrò da una tempia ed ne uscì dall’altra perfettamente orizzontale e simmetrica. Il Signor Conte crollò sulla tovaglia rovesciando il piatto fondo. La Signora Contessa osservò come quell’uomo era morto com’era sempre vissuto: da pasticcione buzzurro.
La padrona sembrava soddisfatta. Osservò come il Marito avesse sporcato, inopportunamente e senza attenzione alcuna, la tovaglia quasi nuova di sangue. La serva le rabboccò rapidamente il piatto. La Signora le chiese energicamente di sostituirlo subito gettando lontano quello che aveva davanti. Lei eseguì immediatamente l’ordine. Alla Signora Contessa era sufficiente un mezzo mestolo. Cesarina non la lasciò nemmeno parlare e la prevenne, come faceva spesso, le aggiunse subito un’enorme pioggia di formaggio. Passò a servire il suo Signorino, e anche lui allungò le mani, la paziente cameriera ormai non ci faceva nemmeno più caso. Poi s’impegnò a raccogliere i cocci e infine si mise ritta ad aspettare che i due Signori, Madre e Figlio, finissero di rimestare nel brodo. Poi passò ad affettare il brasato per servire prima la Signora Madre e poi passare al Signorino Figlio.
La Signora Contessa masticava rumorosamente brontolando che questa volta il macellaio l’aveva imbrogliata, non aveva fatto loro un buon servizio, perché quella carne era coriacea, dura e piena di grasso. Il Figlio la guardava stupefatto e stancamente disgustato. E non sopportava che lei si togliesse il cibo dai denti con le unghie. E non sopportava tutto quel rossetto con il quale imbrattava a ogni boccone il tovagliolo. E il modo in cui lo chiamava caro il mio bambino. O il mio tesorino. Anche la signora contessa la congedò con una sonora pacca al culo. Questo sì che sorprese l’attenta ed esperta donna della servitù che credeva di averle già viste tutte. Non se l’era proprio aspettata e non aveva nemmeno potuto attutire il colpo. Ora sono io la padrona. In fine alla Nobile Signora sfuggì un’enorme rutto che l’autrice non riuscì a attenuare nemmeno di poco nonostante il tentativo tardo di soffocarlo nel tovagliolo. Lui, il Rampollo, guardò implorante la donna premurosa che si occupava di servirli. Cesarina, puoi farla smettere? Ancora una volta lei si prodigò per rendersi immediatamente utile. Stavolta prese il coltello affilatissimo per il pesce e lo conficcò determinata nel collo della Contessa. Anche in questo caso fuori per fuori. La Signora Contessa restò ritta sulla sedia appoggiata allo schienale come imbalsamata. La bocca spalancata per la sorpresa. Gli occhi increduli e fissi che lentamente perdevano luce. Il Figlio ingurgitò l’aria fin quasi a soffocarsi ed espresse un sospiro soddisfatto. “Finalmente quei due mentecatti rimbambiti si son tolti dai coglioni”.
Non si aspettava certo un grazie e nemmeno lo avrebbe gradito, comunque non le giunse. Interpretando i bisogni del giovin rampollo, che ormai conosceva alla perfezione, lo prevenne, come faceva spesso, chiedendogli se doveva preparargli il letto. Lei era una cameriera esperta, ormai serviva da anni quella famiglia, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di chiederlo. E nemmeno sarebbe stato compito suo. Naturalmente lui le confermò che quello sarebbe stato proprio il suo desiderio e che lo desiderava come piaceva a lui, Già caldo. Le annunciò che sarebbe arrivato subito, il tempo di fumarsi un buon sigaro, di quelli che il Padre, ma lui non usò nessuna maiuscola, aveva tenuto per tanto tempo sotto chiave. Gli chiese come, anche in questo caso conosceva già la risposta, altresì sapeva che a lui piaceva comandarglielo. Nuda che devo fare presto. Ora ho io la responsabilità di tutto. Dì a Geremia che poi pulisca lui tutta questa baraonda che hai combinato. E devo avvertire la servitù. Cesarina corse nella stanza, che non era riscaldata, si spogliò rapidamente e s’infilò sotto le coperte. Tenne solo la crestina in tulle in testa, anche se dopo avrebbe dovuto inamidarla nuovamente, pazienza, e il grembiulino in simil raso perché sapeva i gusti del Padroncino.
Come promesso lui non tardò molto. Non la fece aspettare troppo. Scostò le coperte per restare a guardarla ancora un po’. Va bene così Signorino? gli chiese con garbo soddisfatta di sé e leggendo la soddisfazione negli occhi del Padroncino. Ma lui, per un attimo, parve adirarsi Non sono più il Padroncino. Ora sono io il Conte. Ora sono io il Padrone. Lei sorrise educatamente e lo afferrò proprio per quello scettro misero di cui lui andava scioccamente fiero. Non era un gran che di Conte. Aveva preso tutto dal padre. Mi scusi se mi permetto. Certo il padrone è Lei, ma finché la tengo in pugno, così, chi comanda, come sempre, è la paziente esperta e valente Cesarina. Poi batte sul suo fianco Ora si accomodi pure e veda di fare il bravo. Il Giovine Nobile non si provò a ribattere. Per la prima volta era solo preoccupato del suo giudizio. Un Conte è sempre un Conte e ora stava a lui, e soltanto a lui, tenere alto il nome del Casato. Scivolò nel letto e soffocò in beatitudine sotto le tette generose della sua Cesarina. La morale della storia è sempre la stessa: il padrone che cerca di fottere la giovane servetta deve averne gli argomenti necessari e corre sempre il rischio di restare fottuto. Parola di Cesarina.

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A vederli gironzolare sembrano frutto di tre amici rimasti soli al bar.
Due personaggi sfuggiti alla penna di Stefano Benni. Messi in musica da Samuele Bersani. Nella Bologna di Carlo Lucarelli. Semplicemente perché la salute di Claudio Lolli non era più la stessa, quella di Paz[1] andava ancora peggio, se si può dire così, e Marino Severini era il tournée con i suoi Gang. Per questioni di necessità.
Inutile chiedere in giro: nessuno avrebbe potuto distinguerli. Non perché fossero uguali, non si assomigliavano affatto. Uno era lungo lungo e biondo, coi lunghi capelli lisci, le mani sempre in tasca e un naso che arrivava con un buon quartino d’ora in anticipo. L’altro era un po’ meno alto e meno secco, aveva i cappelli che non si saprebbe saputo dire, ma sicuramente scuri, e due occhi sempre accesi; e non risparmiava certo nella sua collezione di brufoli. Solitamente uno era incazzato nero sempre e brontolava, forse il biondo, e l’altro pure. Semplicemente perché nessuno aveva visto l’uno senza vedere insieme l’altro.
Anche per l’anagrafe comunale era così o quasi. Sul registro cartaceo apparivano come Maiano e Zizinho, nati tra il primo e il cinque maggio, da N e NN. Come una sola registrazione e una sola persona. Il registro informatico invece non ne aveva voluto sapere. Zizinho aveva cercato di classificarlo come cognome, e alla data di nascita era andato tutto in crash. Pretendeva, la stupida macchina, una data unica e precisa. C’era un box con una sola possibilità di inserimento per il giorno, o 1 o 5. Avevano provato con una soluzione intermedia, cioè il tre. Avevano subito capito che ad ogni stringa da digitare si sarebbero trovati davanti agli stessi problemi e avevano rinunciato. Nessuno era stato in grado di trovare una soluzione. Alla fine si era deciso di abortire l’inserimento dati e di accontentarsi unicamente della carta. Quello era stato assolutamente il primo problema creato dei nostri due, o, per meglio dire, derivato, anche se del tutto involontariamente da parte dei nostri, dal loro stato.
Non che fossero cattivi; non si poteva certo dire fossero buoni. Se domandavi in giro ti sentivi rispondere Ah! quelli, meglio lasciarli stare. Stesso orfanatrofio. Sembra, ma molte cose sono incerte e vaghe, che uno sia stato abbandonato da una ragazza madre, per la vergogna, e l’altro i genitori non li avesse proprio mai avuti; icona delle storie del cavolo. Non si sa se nemmeno all’entrata a quel ricovero siano stati registrati separatamente. In quel posto non ci rimasero molto. Quella viene ancora menzionata come la loro prima evasione.
La prima volta che fecero parlare di loro il meno biondo la faceva ancora nel letto di notte. Rovesciarono la zuppa in testa alla mocciosa del tavolo accanto che si dava tutte quelle arie da principessa. Lei frignò per una settimana. Allora andarono a visitare il suo letto di notte e presero, per così dire in prestito, quel libro con solo disegni, che le era tanto caro e conservava come l’ave Maria. Non che amassero particolarmente la letteratura, nessuno dei due, ma solo per il gusto. Come sempre li presero quasi subito. In quel caso dopo l’esame delle feci. Se è capitato di sentirla raccontare lo facevano solo per ridere al ricordo di come s’era imbrattata tutta.
La vita è breve. Passa in un lampo. Sono inutili tante menate. E nella vita è sempre meglio correre, che fermarsi a pensare; ci può essere sempre qualcuno a correrti dietro. Lo skate dello stronzetto era proprio bello. Basta saper chiedere. “Me lo fai vedere”? Nella vita non conta il più forte, ma il più duro. Il più deciso. Il più furbo. A volte anche basta essere solo il più svelto. E in due si è sempre uno in più di uno. Ma una volta li hanno presi in cinque. Ne parlano ancora in piazza Grande. Cinque e non proprio minuti. Le hanno prese tante. Ma uno aveva un tirapugni in tasca e l’altro ha rotto una bottiglia. Alla fine li hanno stesi tutti e son rimasti a contare i caduti. E quei morti lamentosi li hanno pure pisciati.
Uno prometteva bene a dar calci al pallone, sembra quello che non era biondo, l’altro sapeva dare calci ma non lo prendeva mai, quando si trattava del pallone. Naturalmente se giocava uno bisognava far giocare anche l’altro, magari in porta. Visto da un ignoto osservatore, a quello bravo, ad un certo punto, proposero un contratto come pre-aspirante-promessa-dilettante in una grossa squadra. Rispose che non se ne faceva niente, che non andava da nessuna parte senza l’amico. Il contratto non fu mai firmato e gli spogliatoi del campetto della quasi grossa squadra semi-professionista presero fuoco di domenica, mentre tutti aspettavano di fare la doccia. Ma anche la partita non era proprio andata bene.
Ormai giovani ragazzi quando uno si innamorò si innamorò anche l’altro; della stessa ragazza. Ad una festa. Una stronzetta, maglietta a righe e zatteroni; tutta pelle e ossa e piercing al naso. Lei non ne voleva proprio molto sapere. Né dell’uno né dell’altro, e tanto meno di tutt’e due. Voleva fare la diva. Con un po’ di pazienza alla fine sono riusciti a convincerla, e la loro storia d’amore è cominciata veramente e alla grande, una decina di giorni dopo, quando lei ha lasciato l’ospedale. Ma poi era diventata molto docile. Alzava le spalle. Sempre imbronciata. Proprio come una ragazzina. Questo o quello era lo stesso, anche tutt’e due. Nessuno di loro era geloso. Bastava poco, un materasso. Bastava che portasse la grana perché, per un periodo, si era lasciata convincere anche a fare il mestiere per loro.
Uno dei due, insomma quello che a calcio rimuoveva solo le zolle, aveva imparato a strimpellare con la chitarra, e aveva anche una voce intonata. Acchiappavano. Più grandi loro e più grandi quelle che rimorchiavano. Salvo qualche rara occasione, perché le sbarbine, anche molto tenere, attizzavano entrambi. Erano più emancipate, sempre pronte a limonare, pronte a darla. Farlo con due era anche più divertente. Niente musi lunghi e niente stupide fisime. Alle feste li invitavano malvolentieri, solo perché un po’ di roba, a loro, non mancava mai. Avevano imparato la lezione. Per le zoccole c’era sempre lavoro. Niente crisi. I quattrini cominciavano a girare, anche se non bastavano mai.
Di storie da raccontare su loro, e quella loro vita, ce ne sarebbero ancora tante e ancora altre. Fin troppe. A cominciare dal loro innamoramento con la roba pesante. Ma nessuno né parla volentieri, e qui si è detto quanto basta. E non vuole essere un necrologio né ancor meno un’ ode. Perché voler andare contro corrente e infastidire il silenzio? Quella città non era fatta per gli eroi. La realtà non è mai stata creata per essere favola. E’ solo quello che è. La gente passa e va. Ci sono tipi così e tipi diversi. Loro erano solo Maiano e Zizinho. Due ragazzi come tanti. Due ragazzi del branco. Ma anche due tipi tosti. Non avevano avuto molto, anzi niente. Non che questo li giustificasse. Per le assoluzioni c’è sempre la chiesa. Sapevano quello che volevano e quello che volevano se lo prendevano. Decisi. Senza tante menate.
Poi Maiano o Zizinho, uno dei due, fa lo stesso, incontrò quella che ti mette triste. Quella che ti fa andare fuori. Quella rossa. Sono sempre le donne brave a mettere zizzania. Che mandano fanculo le cose belle come le amicizie. Una vita intera, tra loro, poteva finire in un istante. Divenne ancora di più malinconico. Perse l’appetito. Lei, la fata, non ne voleva proprio sapere di darla. Né lì in mezzo la sala, con occhi che vedono, né in un buco più privato. Tanto meno farlo anche con l’altro. Non ci pensava. Non se lo filava proprio. L’altro disse: “Lascia fare a me. Cazzo”! Sostenendo che ci avrebbe pensato a convincere lui la sgualdrina. Ma con lei era tutto diverso. Lui provare ci provò: “Io ti voglio bene, veramente. Cazzo”! Lei non era un tipo remissivo. Non si faceva convincere. Sembrava l’avesse messa sotto chiave. Lasciata in una cassetta di sicurezza. Lo lasciò toccarle una tetta. Poi stop. Gli tolse le mani quando aveva quasi raggiunto le mutandine. Tutto inutile. Invece la maliardona disse la cosa che li condannò entrambi: “O lui o me”.
La festa finì com’era cominciata, con entrambi che rinfoderavano le armi. E si rinfacciavano le colpe. Non si riconoscevano più. Dopo altre insistenze promessa gliel’aveva anche promessa, ma quando si sarebbe deciso. Da soli. Con un letto sotto al culo. E il marito distratto a guardare altrove. A farsi le sue. A menarselo distante. Magari quando era via. Ma non si toglieva dai coglioni. Questo solo rimandava la decisione. Poi il giorno venne. Era ricoverato, il marito, per dei calcoli renali. Faceva, il marito, il ganzo con tutte le infermiere, persino con le interinali, e anche le dottoresse. Si credeva un dio. Lui, Maiano o Zizinho, quello dei due, lo sapeva. Lei era una troia di quelle nate e fatte. Una di quelle insaziabili, ma che la faceva penare. Che si divertiva a farsi desiderare. E quella, la donna, telefonò alle otto di mattina. “Cos’hai deciso? O vieni con me o vieni da solo”.
Il discorso non gli filava proprio liscio. Ma poi, se possibile, l’incantatrice fu anche più precisa. E più subdola d’una serpe. Era proprio senza alcun ritegno. Gli annunciò che si sentiva troppo sola. Che il letto era troppo grande per lei. Desolatamente vuoto. Che lo pensava da giorni. Da quella sera stessa. Che non poteva più vivere… Di quanto aveva sognato e sospirato questa occasione. E poi ancora, come non bastasse, cominciò ad elencargli tutto quello che avrebbe voluto fare. Con lui. Gli confessò che si era già fatta una doccia. Profumata e preparata, proprio per lui. Che era quasi nuda, stesa sulle lenzuola. Che si stava già sfilando il tanga, e che sotto era già un torrente in piena, straripante. Forse fu quest’ultima ammissione, la visione di una sorta di tsunami vaginale, che le convinse. Se la raffigurava là, davanti ai suoi occhi. La vedeva. Stava già sudando e disse solo: “Arrivo”.
Ma se c’era uno più furbo dell’altro non era lui. Non aveva ancora finito la prima. Stava riprendendo fiato. L’appartamento intero fu scosso da un orrendo boato. Lui nudo, lei nuda, l’amico davanti a loro. Aveva sfondato la porta. E aveva due occhi come l’altro non li aveva mai visti, lanciavano fuoco. Lo stese con un pugno e prese il suo posto, mettendo alla puttana una mano lì e una sulla bocca, per soffocare quelle grida. Era la prima volta che menava l’amico. Gli dispiaceva essere stato costretto a farlo. Le spiegò, senza togliere una mano, che doveva fare silenzio. Stare zitta. Che se faceva la brava forse non si sarebbe fatta troppo male. Mentiva. Quegli occhi le mettevano paura. Le ordinò di fare sì con la testa, se aveva capito e se era d’accordo. Lei fece quel cenno rassegnata. Tremava di terrore. Lui ansimava e lei aveva capito che era deciso. Cercò di supplicarlo con i suoi occhi e sottovoce. Niente da fare.
Le ordinò di girarsi. Lei protestò con l’ultimo fiato con la voce che tremava: “Non vorrai mica?”… aveva perso anche l’ultimo appetito. Lui le aveva spiegato che per lui non faceva differenza. Sbatterla se la sarebbe sbattuta. Poteva scegliere lei se prima o dopo. Quando ancora respirava o da esanime. Lei scelse la prima opzione, sperando di salvarsi da quella immane ira, e si voltò quasi docile. Ora sapeva di avere sbagliato. Ciò che la natura unisce non può una donna separarlo. Ma lui era deciso. Le aveva detto di tacere e di limitarsi a eseguire gli ordini. Poi le aveva date le istruzioni spiegandole tutto per filo e per segno. Cosa doveva dire, quando poteva gemere, come si doveva mettere. Che non era obbligata a farselo piacere.
Lei singhiozzava ma senza voce, mentre lui aveva lo stupro che aveva sempre sognato, il più fantastico di tutta la sua vita. L’amico guardava tutto inebetito. Ancora non aveva ritrovato tutti i sensi. Senza distrarsi le strinse al collo il cavo del telefonò finché lei non smise anche l’ultimo respiro. Le disse un’ultima volta Puttana! a mo’ di saluto. Poi scese e raggiunse l’altro. Quello si massaggiava il mento e lo fissava attonito. Si erano giurati che niente al mondo poteva dividerli. Si sedette sul pavimento vicino a lui, e lo abbracciò, e gli infilò la spada maledetta, l’ultima, in vena. Poi attesero sereni entrambi la morte. Nemmeno quel viaggio potevano farlo da soli.
[1] Andrea Pazienza

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carceriLa guardia mi dice Nabucco hai una visita. Nessuno mi viene a trovare. Mi dice un pazzo. Uno che vuole scrivere la tua storia. Ma cosa c’è da raccontare in una storia come la mia? Curioso decido di vederlo. E’ una specie di giornalista dell’etere. Senza carta su cui scrivere e da stampare. Con una tastiera al posto del foglio bianco e la penna. Un blogger. Un intruso.
Gli ripeto, anche se lo sa, che sono Nabucco, ma che tutti mi chiamano da sempre Tex Mille. Mille perché allora c’erano le lire e quella era stata la mia prima refurtiva. Aggiungo prima di poterci pensare che il primo che mi ha affibbiato quel nomignolo l’ho riempito di botte. L’ho lasciato più morto che vivo. Poi mi sono accorto che non mi dispiaceva e me lo sono tenuto quel soprannome. Da allora tutti mi chiamano così, Tex Mille, ma solo quelli che hanno il mio rispetto e il mio permesso.
Vuole sapere tutto, ma non gli racconto la prima, con pudore, nemmeno la seconda. Non erano nemmeno ragazzate. Cose tra piccoli delinquenti ancora a scuola. Alle elementari. Non ho fatto altro. Nessuno mi ha mai potuto mettere i piedi in testa. Comincio da quella della televisione. Mai raccontata. Questa è la prima volta.
Ero entrato in quel negozio e sono uscito con l’apparecchio in spalla, disinvolto. Quello invece, il padrone, mi corre dietro. Mi chiede dove vado. Gli spiego semplicemente la verità: che sto andando a casa. Mi chiede ancora: “E quella”? Mi guardo sulla spalla e candidamente: “E’ una televisione. Non la vedi”? L’idiota: “Non pensavi di pagarla”? “Perché, si paga”? “Certo che si paga.” –mi precisa l’imbecille. Mamma avrebbe amato avere la televisione. Sono passati tanti anni. Mi giustifico che non me ne ero nemmeno accorto, che forse era stato qualcun altro a mettermela in spalla; magari lui l’aveva già pagata, o così ho pensato. Quello invece per tutto rimando ha chiamato i caramba e l’esercito. Per una stupidata come quella. Un vero citrullo.
Candido, così si chiama, lo sa che all’inizio sono stati solo semplici e innocenti furtarelli. Tranne quando sono entrato in quella casa dalla finestra e me ne sono andato con quel quadro. C’erano solo cose da signori ma niente di veramente utile. Per questo ho preso il quadro e ho svicolato via con quello sotto braccio, ma mica lo potevo sapere che era di un certo De Pisis. Sul campanello c’era scritto: Famiglia Graziani. Aveva, la tela, una firma che nemmeno si leggeva. L’arte è per chi ha anche il superfluo. Come potevo immaginare che un dipinto tanto brutto valesse così tanti denari. A dirtela tutta mi sono stancato, l’ho guardato e buttato in un canale. Ancora non sapevo. Mi sono dato dell’idiota solo dopo, quando ho letto cosa avevo fatto e quanto avevo gettato. Da quel momento ho fatto sempre vedere le refurtive a chi ne sapeva più di me.
Non avrei voglia di parlare tanto, mi sarei già stancato. Candido mi chiede di quando sono passato alle rapine. Beh! rapine è un termine grosso. Impegnativo. Almeno per quei primi tempi. Non sono un ladro di polli. Questo è certo. Chi ha provato a dirlo ha dovuto pentirsene, amaramente. Era solo all’inizio della mia attività e non avevo ancora finito con i furti. Mi ero perso soprappensiero proprio in centro. Strada da signori. Lo vedo dietro una larga vetrina pulita a tavola in un ristorante rinomato. Quello stava mangiando un gran piatto di gnocchi. Gliene ho chiesto una forchettata. Mi ha negato anche quel piccolo boccone, l’ingordo. Me ne sono andato col piatto minacciandolo con un martello che avevo trovato in un cantiere.
Ma la prima vera è stata a un portavalori, anche se mica ero da solo. Allora avevo trovato di riffa e di raffa la mia prima rivoltella. L’ho messa sotto il naso a quei cacasotto e loro hanno subito abbassato le brache. Mi avrebbero consegnato anche la moglie, già senza niente addosso, in un vassoio d’argento. Abbiamo caricato tutto sulla macchina e ce la siamo filata. Quattro sacchi belli gonfi. E’ stato proprio un bel colpo, veloce e pulito, ottimo bottino. Che ha fruttato un bel gruzzolo. Tanto le assicurazioni, come le banche, ne hanno tanti e quando finiscono se li stampano. Si è diviso tutto in parti uguali. Dopo avrei potuto fare il signore, ma io a fare il signore non sono bravo. Io devo lavorare. Non riesco a starmene con le mani in mano. E’ stato quello il mio difetto. Però da quel momento tutti, persino i giornali, hanno cominciato a portarmi veramente rispetto.
Mi chiede: “Perché sei qui”?
Una marachella, una storia da niente. Ho sbagliato lo so. Candido osserva che per quella che pende sulle mie spalle e sta agli atti insomma… si tratta di una bella accusa di omicidio. Che non uscirò tanto presto. Ha fatto i compiti a casa, lo scribacchino. Decido di dirgli papale papale come sono andati sinceramente veramente i fatti. Una semplice lite, banale, finita malamente. Non volevo fargli del nemmeno un graffio, un piccolo sgarro. Una pura baruffa solo che l’altro c’è scappato morto. Insomma… per farla breve… aveva una bella macchina, proprio bella, veloce; me ne sono innamorato a prima vista. Volevo solo farci una gita e una piccola rapina tra amici. Una cosa semplice che avevo in testa da tempo e che ero sicuro sarebbe filata liscia. Una gioielleria. Un gioiellino. Bisognerebbe tener presente che mi ero appena fidanzato con Aida, che avevo tolto dalla strada e ormai lo faceva solo per me. Forse questo non conta e può non essere un gran merito, ma si dovrebbe comunque prendere in considerazione. Lui, quello che chiamano povera vittima, stava salendo su quello splendido mostro di automobile. Forse la vera vittima è stato il sottoscritto. L’ho bloccato e quasi gentilmente gli ho chiesto le chiavi. Mi ha risposto maleducatamente e mi ha insultato, tipo sei pazzo? e vattene barbone. Cose così. Ho cercato di farlo ragionare, lo giuro. Lui niente. Mi ha spinto. Stava per alzare le mani. M’è scappato un colpo, involontariamente. Prima che ci pensassi. Giuro che non volevo. Sarebbe preterintenzionale. E’ stata tutta colpa dei miei precedenti e dei miei avvocati. Incompetenti.
Questa intervista sta volgendo al termine. Ammetto che… Certo che nella mia professione ci si fanno dei nemici. Però… per essere precisi non ho voluto mai averci nulla a che fare con quella, con la droga. Non è cosa da veri mariuoli. Non ci vado davanti alle scuole. Non ho mai fatto del male a ragazzini. Ho pagato quello e il fatto che non riesco proprio a piegare la testa. Se volevano la piazza, liberarsi di noi scambisti, dovevano prendersela. Questa è la mia idea. Non si dovrebbe mai dare niente per niente. Così… Certo non c’è l’hanno chiesta con gentilezza. Mica potevo farmi vedere che cedevo senza provare a combattere. Ho perso alcuni amici. Me ne resi conto subito che tutto si stava sfasciando. Alla fine ammetto per stanchezza: “Vuoi la verità: mi son fatto beccare. Qui sto bene. Sono al sicuro. Se dovessi uscire quelli mi ammazzano. Subito. Appena metto il naso fuori dalla gabbia. Non siamo noi i cattivi. Non lo siamo mai stati. Loro sì che sono veramente cattivi”.

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Enrico Mazzucato 10469303_801639323220062_8390893481013635969_oAlla fine, quando si tirano le somme, e si potrebbe guardare con il senno di poi, tutto è risultato chiaro e lineare, quasi banale, ma mentre procedeva l’indagine, tra momenti d’impasse e sconforti vari, tutto pareva ingarbugliato e la soluzione sempre più lontana. La scena del crimine era molto compromessa con reperti e impronte di tutti i generi. In casi come questo si pensa sempre per primo al povero marito. Ci si azzecca quasi sempre. Si era subito ipotizzato che si trattasse del classico delitto di gelosia, ma il coniuge sembrava veramente onestamente sconvolto e sbigottito. Comunque si era continuato, per gran parte del tempo iniziale delle investigazioni, a sospettare di lui, di quel povero marito della povera vittima, una donna, ma non sembrava possibile in quanto, al momento dei fatti, l’uomo stava parlando a un convegno davanti ad una cinquantina di ascoltatori distratti. Se fosse stato lui sarebbe stato quantomeno diabolico. Inoltre pareva che la coppia filasse in armonia, perfettamente d’amore e d’accordo.
Poi, per un po’, abbiamo seguito la pista della rapina. Ma non mancava nulla dalla scena del crimine tranne delle barrette di cioccolato fondente e una confezione di brioches. Il delinquente aveva lasciato gli involucri delle cioccolatine che aveva consumato sul posto. C’erano tracce di dna che non combaciavano con nessuno dei sospettati congetturati fino ad allora. Abbiamo analizzato anche i quattro mozziconi di sigaretta rinvenuti nel posacenere, due con evidenti tracce di rossetto, ma si sono dimostrati appartenere alla vittima –quelli con il rossetto– e all’uomo che era con lei in quel momento topico e delicato –gli altri due. Sul motivo perché quei due giacessero a letto alle quattro del pomeriggio di una bella giornata soleggiata sono state formulate abbondanti e attendibili ipotesi, ma, a me personalmente, viste le calze bianche e la ciocca in testa della signora, osservati il tipo di canotta e il fatto che si fosse sfilata gli orecchini, o non li avesse proprio messi, questo indicherebbe una precisa premeditazione ai fatti, visto il disordine in cui è stato trovato il letto, la ragione è sembrata fin da subito più che palesemente evidente.
Il cognato della vittima, un vero signore, è tuttora il nostro migliore e unico testimone, solo che a tutt’oggi resta traumatizzato e sostiene di non ricordare nulla dell’accaduto. Su alcuni particolare si è chiuso in un assoluto riserbo. Quando siamo arrivati, chiamati da una vicina protestante disturbata dai rumori mentre guardava la settantatreesima puntata del suo serial preferito, il poveretto era ancora sotto il letto e ancora senza nemmeno le mutande. Lo abbiamo dovuto pregare di uscire e di ricoprirsi. Fatta irruzione nell’appartamento dalla porta rimasta aperta davanti ai nostri occhi s’è presentata una vera alcova con tanto di telefono bianco, con la cornetta che pendeva attaccata al filo senza toccare terra. Quello che non siamo ancora riusciti a comprendere è la presenza di quelle due maschere di Topolino e Minnie appoggiate sopra le lenzuola stropicciate. In quanto pare proprio, e fuori di ogni ragionevole dubbio, che i due si conoscessero bene, anche per quei vincoli di parentela. Non abbiamo perso la speranza che l’uomo, col tempo e molta pazienza, ritrovi la memoria e sia in grado di darci le informazioni necessarie onde farci capire la ragione della presenza di quelle due maschere seppure carnevale sia passato da un bel pezzo.
Nel telefonino del signore, in seguito, abbiamo ritracciato uno scatto della vittima che è quello che si può vedere e che è stato allegato agli atti come referto probatorio numero nove b. Si può notare che la signora ha un’espressione sorridente che si potrebbe definire anche serena e in un certo senso candida con un bel sorriso e un indumento –un top– che non la copriva molto. Si sarebbe potuta classificare certamente come una bella donna molto avvenente. Quando abbiamo rinvenuto la vittima la minuscola canotta di lustrini, molto, anzi esageratamente scollata, la indossava ancora ed era sporca del suo stesso sangue, rosso su rosso. Mentre le mutandine e una corta gonna erano piegati meticolosamente su di una poltrona, difficile se non improbabile supporre che una signora come lei fosse arrivata vestita solo di quei vestiti perché i capi di abbigliamento erano atti a non passare del tutto inosservati. Probabilmente apparteneva alla stessa anche una giacca grigio perla rinvenuta nell’attaccapanni dell’entrata. Come ho avuto occasione di affermare nell’esposizione dei fatti brancolavamo nel buio, nessun ricettatore da noi contattato con solerte sollecitudine si era visto offrire un paio di due orecchini a stella con incastonate piccole perle.
Per fortuna tutto è cambiato in base ad ulteriori successivi approfondimenti sui reperti ritrovati da parte della scientifica e quel tutto è stato reso ancora più semplice quando abbiamo reperito la registrazione di quella telefonata. E io cretino che mi ero anche chiesto come lo spieghiamo al marito che abbiamo trovato la moglie a letto nel letto di un altro, del fratello, per giunta. Con le voci che si sovrappongono il primo a parlare è proprio il marito che stupidamente non aveva nemmeno avuto l’accortezza di cancellarla dal cellulare che l’arguzia e l’intuito dell’appuntato Santinbeni, di propria encomiabile iniziativa, aveva provveduto a far mettere sotto controllo: “Sì può sapere cosa hai combinato, cretino”?
Quello che mi hai detto”.
Ti ho dato l’indirizzo”?
”!
Hai seguito il piano”?
Sì! Il secondo, prima porta a destra. Tutto okkei”.
Ti ho spiegato bene che si trattava solo di prendere quel contratto con la firma di mio fratello e che non si doveva fare male nessuno”?
”!
Per via della sua partecipazione alla società. Ai proventi”?
”!
Che mia cognata non aveva nessuna interessenza nella società”?
Credo di sì”!
Ti ho dato le foto”?
”!
Le hai studiate bene”?
Sì! cioè credo di sì”.
Ti ho detto di far sembrare che fosse una rapina”?
”!
Dovevi dargli una botta in testa”.
”!
Hai preso su qualcosa prima di andartene”?
Qualcosina. Ero di fretta”.
Qualcosina cosa”?
A parte… non importa. Non li ho proprio presi. Insomma… un paio di orecchini che erano sul comodino e mi sembravano belli ma non di grande valore. E come mi hai detto li ho buttati subito. Sono stato bravo? Insomma… buttati… Me ne sono liberato”.
E allora”?
Che ne so”?
Ti ho detto di appostarti e aspettare che la moglie uscisse e lui restasse solo”?
”!
Ma hai fatto come ti ho detto”?
Perfettamente. Sono stato delle ore sotto fingendo di essere un mendicante suonatore di kazoo. E l’ho vista uscire con i miei occhi”.
Ti sei almeno coperto il volto per non farti riconoscere”?
Certo”!
Sei sicuro”?
Credo di sì”.
Cosa vuol dire credo”?
Avevo quel cazzo di kazoo nell’altra mano. Non sapevo dove infilarlo. Ed ero ancora vestito per la posta, ma avevo un gran bel paio di baffi finti”.
E allora com’è potuto succedere”?
Che ne so? Sarà rientrata. Mi sarò distratto, ma ti giuro solo un attimo, forse… probabilmente… quando sono andato a farmi un cicchetto”.
Cazzo, racconta”.
C’è poco da raccontare. Entro con la chiave che mi hai dato. Me li trovo davanti. Lui scivola terrorizzato e sparisce rannicchiandosi sotto il letto come una pulce. Lei urla come una forsennata da richiamare tutto il vicinato. Mi prende un tale spavento… Allora sparo alla bionda e me la filo perché le cose si stanno mettendo male”.
Bionda hai detto. Sua moglie è una bruna, anche graziosa”.
Ti assicuro che quella era bionda. Bionda naturale. Prima dovevano stare facendo degli strani giochini. Sai come siete voi ricchi? Lasciami dire, un gran bel pezzo di gnocca. Una vera porca. Uno e sessantasette circa; direi. Secondo me quelle non erano sue, troppo perfette. Un gran bel… sì, insomma. Due labbra gonfiate. Con uno strano tatuaggio sulla spalla destra. Direi un asso di bastoni, ma non ho guardano bene bene e con calma. Non potevo certo fermarmi molto. Stavo dimenticando, aveva la fede al dito. Mi spiace per il cornuto. Non le capisco certe donne, e tu”?
Ma… ma… allora hai fatto fuori mia moglie, deficiente”.
Che ne potevo sapere”?
Cazzo, come hai fatto a sbagliarti”?
Vorrei vedere te. Che ne so? Forse… Quand’è uscita aveva un cazzo di cappello in testa”.
Che ci faceva lì quando avrebbe dovuto essere a Ivrea”?
Lo chiedi a me, amico? La vuoi la mia versione? La verità che ho visto con i miei occhi? Si stavano semplicemente trastullando e alla grande, amico”.
Cosa vuoi dire”?
Mi dispiace per te, amico, ma lei era sopra e lui sotto. Sul grande letto. Dovevi vedere l’energia che mettevano. Sentire come gemevano. Vuoi che ti faccia un disegnino? Sono rimasto a guardarli un paio di minuti senza che nemmeno badassero a me. Come se non ci fossi”.
Ma sei proprio un dilettante”.
Me li dai quei cinquecento”?
Era mia moglie… cazzo, aveva lei il nostro pacchetto azionario”.
Non ne capisco di aziende”.
Il resto della conversazione e delle seguenti sono state trascritte e verbalizzate ma non sono state riportate nel presente sunto informale, per solo mio uso e memoria, poiché prive di grande valore giuridico. Da quel momento ho indirizzato le indagini nuovamente sul marito e su un suo caro amico della materna già noto a noi per piccoli reati quasi insignificanti contro la moralità. Il coniuge sospettato, a precisa domanda, risponde che il cretino corrisponde al nome di tale Saint-Honoré, strana coincidenza, altresì conosciuto con il suo vero nome che all’anagrafe risulta infatti quello del vecchio amico Luigi, detto Gigi, Battiston, già tratto tempestivamente in arresto e attualmente in fermo trattenuto in una cella presso la locale caserma. Un amico colto e interessato aveva ravvisato da subito nei fatti come si potesse trattare di un episodio che pareva sputato un classico esempio della teoria freudiana del dualismo di Empedocle ovvero, in parole povere, della stretta connessione tra eros e thanatos. A me veramente era sembrata sull’istante solo un’assurda e inutile, nel nostro caso, formula chimica.
Il marito si dichiara estraneo ai fatti in quanto non presente, come poteva dimostrare chiamando al banco dei testimoni numerose persone; per aver perso le tracce dell’amico che non aveva più rivisto da tempo, per il quale nemmeno allora provava molta simpatia e fiducia, ma di averlo solo sentito per una telefonata che doveva essere a compimento di una burla; in quanto innamoratissimo della bella donna che gli era sempre stata fedele, sostenendo anche che ci doveva essere certamente un’altra logica spiegazione per la presenza della propria moglie in quella stanza –camera da letto ndr–; in quanto lei non si sarebbe mai prestata a una simile cosa e non avrebbe mai indossato simili panni, dovevano certamente averla rivestita post-mortem; In quanto gli orecchini non erano un suo regalo e lei non era usa accettare regali dagli estranei che non fossero lui; e anche in quanto assertore convinto della non violenza; e aveva immediatamente chiesto quale tutela la presenza di un avvocato.
Il maggior indagato, ovvero il Saint-Honoré, si dichiara con caparbia ostinazione innocente in quanto nello stesso momento dell’orrendo omicidio era nelle vicinanze, ma si stava dilettando quale virtuoso di kazoo, anche per raggranellare qualche spicciolo, infatti aveva ancora in tasca la refurtiva per euri ventisette virgola quindici centesimi; perché lui poteva assomigliare a quello chiunque quello fosse, ma non aveva mai portato i baffi; perché lui non poteva essere un assassino in quanto non era mai stato un assassino; perché l’arma non era sua e non sapeva in quale cassonetto fosse finita; perché era vero che aveva in tasca quegli orecchini ma li aveva trovati in un uovo di pasqua la nipotina; e, in ultima istanza, aveva chiesto la clemenza della corte, senza chiedere un avvocato, per infermità mentale in quanto, trovando la porta aperta, e non essendo assolutamente vero che lui aveva ingoiato le chiavi, e nessuno lo poteva dimostrare, era stato traumatizzato e poi spaventato dall’indecente attività dei due e dal grido della donna.
Personalmente stento a credere che i due abbiano agito da soli.

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In qualsiasi altro posto tutti si sarebbero sorpresi di trovare una donna in un orinatoio per soli uomini, unico posto in cui non è consentita la presenza femminile. Non nel nostro paese dove tutti conoscevano il conte. Adelina lo seguiva in ogni posto accondiscendente come un cagnolino da compagnia. Lui s’era semplicemente messo davanti alla latrina di porcellana con le mani in tasca e lei era intervenuta subito: “Lasci fare a me, signor conte”. Se n’era rimasta buona in silenzio indirizzando il gesto dei nobili bisogni liquidi del suo insigne padrone: “Non si preoccupi, signore”. Lui arrogante tutto impettito del suo lignaggio come si conviene ad un gran signore: “Adelinaaa!!! Stai attenta, cretina, che mi schizzi”. Lei remissiva gli occhi chini ma attenti come si conviene a chi nella vita e nata destinata ad essere donna di servizio: “Scusi, signor conte”. Dopo una non troppo breve attesa si era premurata delle sue condizioni perché preoccuparsi di lui era nei suoi compiti, scordandosi però inopinatamente il titolo: “Tutto bene”? Il conte cercò d’essere gentile e di non far caso alla sbadataggine: “La solita scrolla”…
E fu subito premurosa: “Certamente, signor conte”. E il conte aggiunge solo: “Uhm! –e poi un non completamente soddisfatto– Bene”. Lei premurosa prese la salvietta. Ma la serva era educata a cogliere anche le sfumature e a prevenire ogni suo ulteriore bisogno nonché attenta a tutte le vicissitudini e necessità: “Serve altro”? La domanda era invero un po’ retorica e l’uomo fu lesto nella risposta anche se un po’ balbettata: “Veramente la mano mi”… Lei solerte non lo lasciò finire la frase, già sapeva, e si prodigò immediatamente: “Naturalmente, signor conte, ai suoi ordini e desideri”. Ma l’uomo a cui si accompagnava la zelante domestica era persona veramente esigente. “Non sarai già stanca, sembra la mano d’una morta”. La povera donna leggermente sconfortata cercò sollecita di renderlo soddisfatto con la destra che aveva tenuta in tasca del grembiule affinché ritrovasse la consueta circolazione del sangue e tepidezza: “Va bene il ritmo, signor conte”. Poi, sempre con l’intenzione di prevenirlo, lo tempestò di premure, intervallando ogni preghiera con il dovuto titolo gentilizio: “Ancora lenta? Forse stringo troppo? Se mi posso permettere, lei è proprio… maestoso. Non sarò troppo veloce? Mi dica pure”. Lei sapeva quanto quel maschio gradisse i complimenti, ma alle sue osservazioni l’aristocratico si limitava a sintetici borbottii che parevano più mugugni che altro, ma forse di apprezzamento. Lui dondolava come se fosse ritto nel vagone di un treno in viaggio con gli occhi socchiusi. Alla fine la poveretta con molta cautela e attenzione sistemò il padrone e con cura gli tirò su la lampo dei pantaloni. Lui la precedette soddisfatto, dopo aver scritto ridendo la sua valutazione sulle piastrelle per pura burla ai posteri invidiosi; e uscirono dal nauseabondo vespasiano.
I giorni della cameriera a volte potrebbero apparire molto duri. Dell’episodio non insolito dell’uscita dalla latrina lei cercò di ingoiare anche un po’ di vergogna. Appena condotti alla villa i due si separarono, l’uomo raggiunse lo studio per immergersi nelle sue letture del proprio albero genealogico, e la donna si dirette verso la cucina senza ricevere nemmeno un cenno di elogio, che per altro non era mai stato da lei richiesto. Si rimise subito all’opera e accese il fuoco ai fornelli e vi mise sopra la pentole. Poi alacre raggiunse le stanze della sua padrona e l’aiutò ad indossare l’abito per la sera, la pettinò con cura e le consigliò quelli che a lei sembravano i gioielli più adatti, sempre con la dovuta rispettosa cortigianeria e quel pizzico di adulazione. La signora moglie del signor conte decise di protrarsi ancora per qualche minuto nella stanza stesa a letto con le tende accostate a causa di un po’ di emicrania che l’affliggeva. Finché non si fece l’ora per servire a cena la docile sguattera fu costretta a trattenersi con lei per farle silenziosa compagnia nella penombra. Dovette scusarsi quando ormai incombevano le sette; il conte era rigido per quanto concerneva la puntualità ed era una buona e nota forchetta giacché si abbandonava facilmente tanto ai vizi della carne quanto a quelli della bocca, in questo specifico caso intesa come tavola. Quella sera non era atteso l’amico del conte, Adelina doveva limitarsi a preparare solo per due. Per lei era più facile interpretare i desideri del padrone, la di lui giovane consorte era spesso capricciosa ed era relativamente nuova alla casa pertanto ancora meno facilmente interpretabile nei tanti vizi quanto nelle minime virtù. In verità non provava molta simpatia nei suoi confronti, ma non lo avrebbe mai confidato a nessuno nemmeno sotto tortura, perché spesso doveva dannarsi a soccorrerla correndo dietro a tutti i suoi numerosi piccoli capricci. Ma quella sera era una sera speciale poiché era l’anniversario della presa della Bastiglia. Una sorta di festa all’incontrario in cui i suoi padroni cenavano con le luci smorzate e bardati a lutto.
La padrona prese posto all’altro capo della tavola e presto si spazientì, Adelina accorse premurosa servendole due buoni mestoli di zuppa; l’altra non soddisfatta chiese con fare indispettito: “Adelina. Non aspettiamo il signor conte”? La domestica imperturbabile, pur mantenendo la sua solita calma e gentilezza, le rispose alzando il coperchio e facendo cenno alla pentola: “Il conte è in tavola, signora contessa”. La contessa era solo un gran pezzo di zoccola.

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«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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Una vecchia pompa di benzina persa in mezzo al niente. In una desolata pianura padana sferzata dal vento che mulina sabbia. Corrosa dall’avanzare inclemente del morbo della ruggine. L’insegna che galleggia e sbatte. Lungo una strada che viene dal niente e porta al niente, ormai dimenticata. Dove le poche macchine che passano hanno fretta e nessuna voglia di fermarsi. Senza pensarci troppo l’aveva presa per garantirsi un futuro e anche un presente. Nei piani doveva diventare un’autostrada ma il progetto era rimasto in un cassetto.
Poco più di una baracca in lamiera di certe periferie cittadine che tornano. Per personaggi che parlano un’altra lingua o ormai parlano anche la nostra. Sempre più con frequentata da interpreti della vita che hanno sempre parlato la nostra e non né conoscono altre. Sul muro un manifesto consumato che dovrebbe ritrarre una Marilyn sorridente. Di fianco una stalla con pezzi di accessori per auto ormai fuori produzione e qualche barattolo. Dietro un orto da sempre abbandonato alla barbara incuria del tempo e un’altalena sfasciata che cigola con le catene, come braccia, abbandonate per un peso quasi insopportabile.
Lui che guarda sconsolato la strada in canottiera. La mano a riparare gli occhi. Il sudore sotto le ascelle. Ricorda certi film americani ambientati nella provincia di un’America degli anni cinquanta. Del nostro neorealismo del dopoguerra. Storie molto simili. Di un racconto svizzero con il commissario Matthäi[1]. Tutti paesaggi in un bianco e nero vago che fonde le cose.
L’ha sentito da lontano quel Rombo. La voce roca di quel motore. Tossiva asmatico e catarroso. Ha riconosciuto da lontano la marca, il modello, l’anno. Ha preso lo straccio e il secchio e s’è avvicinato alla strada. Frugandosi in tasca. Con un briciolo di speranza. Per aiutare la fortuna. Dicendosi in cuore: finalmente. Era lei. Aveva indovinato. Era proprio lei. Vecchio modello in pessimo stato. Tenuta senza alcun rispetto. Senza amore. Non ha nemmeno rallentano. Ha aperto la portiera e ha scaraventato a terra un corpo. Poi ha accelerato. E’ sparita là, in fondo, lasciando solo polvere. Allora si è avvicinato, prima guardingo, poi correndo. Non era certo di quello che aveva visto. Gli sembrava impossibile. Era proprio un corpo di donna. Quella poveretta. Era ancora viva. Era in brutto stato. Piena di botte, di ecchimosi, di graffi, escoriazioni. Non si sarebbe potuta riconoscere.
L’ha portata dentro. Tra le braccia. Un peso leggero. Non parlava. Non gemeva. Come un manichino floscio. Di stracci. Era quasi senza vita. L’ha stesa nel letto. Con delicatezza. Con cautela: “Dio santo”. E’ in ansia di lasciarla sola. Non può fare diversamente. Non sa chi chiamare. E non ha credito sul cellulare. Finalmente si decide. Prende la Vecchia amica. Quindici minuti per quindici chilometri. Fino alla farmacia più vicina. Quindici per andare e quindici per tornare. Sempre inquieto. Per lei. Con il pensiero a lei. Prende cerotti, garze, fasce e tutto quello che gli può servire. Anche un po’ di pillole, iniezioni e siringhe, su consiglio del medico. Torna senza distogliere i pensieri dalla povera ferita. Il dottore lo segue, con la sua, con pazienza. Lei non ha mosso un muscolo. E’ stata buona, immobile, assopita, intontita ad aspettare. Geme appena i due si avvicinano. Quando la devono toccare.
Il medico la visita bene. Con accuratezza. Dice che è messa male, ma che non c’è niente di grave. Chiede spiegazioni, curioso. Lui resta evasivo. Sa di non sapere. Quando resta solo con lei si rende conto che da questo momento deve provvedere lui a curarla. A cambiarle i cerotti. Per tutto. Ha un attimo di paura. La copre con un lenzuolo pulito. Butta i panni in lavatrice. Anche quelli sono ridotti in modo pietoso. Pensa di prenderle qualcosa. Ma dovrebbe tornare in paese. E non ha idea della taglia. Non sa i gusti di quella donna. Veramente non sa ancora il suo nome. Non si è risvegliata. Continua a non dare segni di vita. Tranne qualche flebile lamento. Deve soffrire molto. Le lava il viso. E le mani. Con cautela cerca di lavarla tutta. Non è né bella né brutta. E’ un tipo che sembrerebbe esile. Sembra avere però dentro una forza incredibile. Si accorge che è aggrappata alla vita. Testardamente.
Il mattino dopo lei socchiude l’occhio non tumefatto. Cerca di fargli un sorriso. Le riesce una smorfia. Fatica a parlare. Il labbro superiore è tagliato. Gli chiede dov’è. Si guarda intorno. Gli chiede cosa è successo. L’uomo fatica a distinguere le parole. A capire. Le risponde per quel poco che ha visto; nemmeno la targa. Ha la sensazione che lei lo sapesse. Cerca di alzarsi. Lui la sconsiglia. Lei ci rinuncia con un lamento. Si tira la coperta fino al collo. Lui le spiega che ha dovuto. Che suoi panni sono ancora stesi. La chiede se ha fame. Le prepara una minestra. La imbocca. Lei lo ringrazia molte volte. Gli dice che gli è molto grata. Poi che si sente molto stanca. Che ha ancora voglia di riposare. Lui esce. Torna a scrutare quella strada. Quella strada vuota. La stessa che l’ha portata lì.
Una settimana dopo lei sta già meglio. Si avvolge nel lenzuolo per alzarsi. Gli chiede per cortesia di portarle gli abiti. Si rende subito conto dello stato in cui sono ridotti. Alza le spalle. Si accontenta. Se ne fa una ragione. Vuole cucinare lei. Non c’è molto in casa. Prepara un piatto di spaghetti che era tanto che lui non ne mangiava così. Resta seduta a tavola e ha voglia di parlare. Lui non ha molto da dire. Preferisce ascoltare. E’ stata anche una cassiera. Poi le cose sono peggiorate. E quel maledetto… Si versa un gotto di rosso e lo tracanna assetata. Si accende una sigaretta. Lascia i suoi occhi sognanti vagare con i propri pensieri. Getta la cicca per terra. L’uomo insiste perché continui a stare nel letto. Continuerà ad accomodarsi lui sul divano. Il gonfiore all’occhio sta diminuendo. Ha cominciato a riprendere colore. Si accorge che sono di un grigio indefinito, gli occhi.
Quindici giorni dopo si è ripresa quasi completamente. Appena si alza accende la radio. Lo aiuta in casa. Pulisce e rassetta. Rimette ordine. Fa il bucato di lui. Ramazza anche nel cortile. Dice che l’orto forse si potrebbe recuperare. Basterebbe un po’ di sudore e buona volontà. Lui alza le spalle. Poi passa nell’altra baracca. Entrambi sentono subito il rumore della macchina. Entrambi la riconoscono. Arriva un cliente. Lei invita l’uomo a stare tranquillo. Lo rassicura. Che ci pensa lei. Esce e gli fa metano. Gli pulisce i vetri con accuratezza. Non sembra nuova a quei gesti. Si informa dell’olio, ma per il viaggiatore è a posto. Insiste per controllarglielo. Alla fine la spunta e gli fa anche quello. Prende i soldi e li mette in cassa. La vita è sempre avara. Lui la ringrazia. Lei gli sorride e il suo sorriso è un bel sorriso. E’ un raggio di sole.
Ormai si è abituato ad averla intorno. Per casa. Non ne è più sorpreso. Vederla lo tranquillizza. Lei è sempre di fretta. Rapida. Sbrigativa. Le stanze ora sono sempre in ordine. Lava le lenzuola ogni sabato. Eppure le mani sembrano quelle di una donna che non ha faticato molto. Ha il vezzo di sollevare indispettita la ciocca che le cade continuamente sul viso in un modo buffo. E lui può starsene tranquillo ad ascoltare la radio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Non gli da più fastidio l’odore delle sue sigarette. E’ andato a prendergliele in paese. Le ha preso anche una camicetta e una gonna. Le sono piaciute. Gli dice che non sa come sdebitarsi. L’uomo pensa che non ha detto molto di sé. Di quello che le è successo. In realtà non sa ancora molto di lei. Come se parlarne le riportasse dolore. Sofferenza. Certamente non ne ha piacere. Lui non insiste. Capisce. A pensarci parlano poco. E gran parte di quel poco con gli occhi.
Lei è sempre carina. Gentile. Non ha bisogno di farsi troppi riguardi con lui. Si comporta in modo disinvolto. Non è mai sfacciata, ma non prova nemmeno eccessiva timidezza. Si capisce che è una donna di città. Se la notte si scopre un poco dormendo lui la ricopre il mattino. Ma spesso la trova già in piedi. Per certe faccende, come lavare per terra, il linoleum, con decenza si solleva la gonna e la annoda. Per non Bagnarla. Per non schizzarla. Trascinando il secchio. Con un fazzoletto arrotolato sulla fronte. Tergendosi di tanto in tanto in sudore. Si è completamente ristabilita. Le gambe sono lunghe e sottili ma tornite. Anche senza tacchi. Con gli zoccoli. E’ lui a provare un certo pudore e a distogliere gli occhi. Una sorta di piccolo imbarazzo. Come se la spiasse. E sta proprio lavando quando improvvisamente si ferma immobile. Una notizia alla radio ha richiamato il suo interesse. Lui le chiede spiegazioni. Se va tutto bene. Lei continua nelle faccende e gli risponde con un silenzio. Come se non l’avesse sentito.
Il martedì la trova alzata. Ha già messo il caffè sul fuoco. E’ vestita di tutto punto. Sta proprio bene. Anche se è ancora leggermente smunta. Le sue scarpe con i tacchi ai piedi. Quello rotto nell’incidente lui gliel’ha sistemato con un po’ di colla. Terrà, si dice. Gli chiede se può prestarle la macchina. Non saprebbe dirle di no a niente. Le porge le chiavi. Le chiede se vuole andare fino in paese. Lei dice di no. Le chiede se si tratterrà via per molto. Lei risponde con un laconico un po’. Lui spera che torni. E per due giorni resta aggrappato a quella esile speranza. E gioisce quando la vede sulla porta con un eccomi qua, e un sorriso largo e soddisfatto. Si lascia cadere sulla sedia. Lascia cadere a terra una borsa gonfia. Lui le chiede come va. Lei gli risponde che va tutto bene. E che ha una gran fame. Prepara lui e lei mangia con appetito. Poi vuole andare a riposare.
Lui guarda nella borsa. Solo perché ci inciampa. Non è curioso. Non gli ha detto dov’è stata. Cos’ha fatto. Lui non le ha detto di averla aspettata. Quanto è stato in apprensione, per lei. Con sorpresa scopre che è gonfia di soldi. Tanti quanti non ne aveva mai visti. Quanti nemmeno né aveva mai saputi immaginare. Cerca di ricordare cosa diceva la radio. La riaccende piano, per non svegliarla. Non riesce a ricordare. Non può. Sarebbe impossibile. Aspetta impaziente che si alzi. Resta con la borsa aperta sul tavolo. Lei prima di sedersi si prepara un caffè. Lui le chiede cosa sono quelli. Lei gli risponde solo che sono soldi. Questo lo può vedere da sé. Le chiede da dove vengono. Dove li ha presi. Gli risponde che non deve preoccuparsi. Che è tutto a posto. Che chi li aveva ora non li può rimpiangere. Che sono solo soldi. Che non hanno più padrone. Che non c’è nessun pericolo. Lui non riesce a capire. Non cerca nemmeno ostinatamente di farlo. Gli basta che lei sia là.
Per un po’ di giorni non accennano più al viaggio. All’incidente. La borsa l’ha riposta nel piccolo armadio. Lei è impaziente. Sembra distratta. Con la testa sulle nuvole o altrove. Ora ha una strana luce negli occhi. E’ quasi bella. Poi si accorge che ha fasciato le gambe con le calze. Che ha la borsa in mano e nell’altra una piccola valigia. Ha gli occhi bassi. Senza pensare prova un tuffo al cuore. Lei annuncia alla sua delusione che è ora e se ne deve andare. L’uomo si sente già disperato. Deluso. Avvilito. E’ una bella giornata di sole sulla sua tristezza. Un raggio passa sui vetri puliti e le indora i capelli.
Le chiede se tornerà. Non tornerà. Sapeva già la risposta. Sapeva già che doveva succedere. Lei alza gli occhi e gli sorride. Lo invita ad andare con lei. Gli dice: “Perché non vieni via con me”?
Ma lui non può: “Questo è il mio mondo, la mia vita”.

[1] La promessa – Friedrich Dürrenmatt: http://www.thrillercafe.it/la-promessa-friedrich-durrenmatt-2/

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