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Archive for the ‘Resistenze’ Category

pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luma era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Bandiera rossaNonna era tornata dall’America. Il mondo era diverso allora. Era partita come tanti. Aveva fatto il viaggio inverso da sola. Da sola con quattro bambini. Uno era papà.
Il nonno era morto in un cantiere dell’East river. Erano lì da sei anni, sei anni e quattro figli, anzi cinque, ma uno era troppo piccolo per affrontare quel viaggio. Sei anni durissimi sperando di vedere apparire il sogno americano. Non si era mai presentato. Avevano visto tutto e tutto diventato incubo. Nonna non amava parlarne ma io sapevo.
Aveva deciso che Dio aveva girato le spalle a lei come a tanti. Più che smettere di crederci gli aveva come tolto la sua stima e amicizia. In chiesa non l’avevano più vista. Così molti in paese le avevano girato le spella. Lei se ne era fatta una ragione. Lei aveva tirato avanti. Lei aveva faticato per guadagnare qualcosa da mettere qualcosa sotto i denti suoi e dei suoi marmocchi; così li ricordava.
Poi, come pochi, si era fatta comunista. Forse la prima donna. Forse il primo del paese. Leggeva con fatica ma era curiosa e voleva sapere. Per lei era quello il vero sogno: un mondo senza signori né padroni. Un mondo fatto solo di uomini; di fratelli. “Dove la vita si misura col lavoro[1].
E con quel sogno, nonostante i tempi, aveva fatto crescere i suoi bambini che presto erano diventati tre perché Luca era andato a lavorare in una miniera in Belgio. Nessuno di noi allora sapeva nemmeno dove fosse questo Belgio e a Luca la barba non avrebbe mai cominciato a crescere. Non ricordo di aver mai visto nonna piangere. Rimaneva mio padre, il più piccolo, e poi c’erano due sorelle; due femmine. Loro non faticarono a trovare marito.
Mio padre un giorno mi disse: “L’orgoglio è un lusso che si possono permettere solo i ricchi”. In verità era un uomo caparbio e fiero. Aveva fatto le scuole. Metteva il vestito buono tutte le domeniche e quando lo chiamavano per fare il sensale. E’ stato lui a trovare marito alle due sorelle anche se non lo ammeterebbe mai. La nostra è una famiglia di poche parole che non ama guardare indietro né rimpiangere. Tutti sanno che la vita è dura e nessuno ha alcuna intenzione di cedere. Alla fine era finito in fabbrica.
Presto divenne, mio padre, delegato sindacale. Aveva la stima di tutti i colleghi. Lo licenziarono. Tutta la fabbrica incrociò le braccia. Lo dovettero riassumere. Con amarezza ricorda come divenne dirigente. Mi chiese allora, a me bambino: “Mi hanno comprato”? Gli dissi con ingenua ammirazione: “Nessuno può comprare il mio papà”. Lui mi spiegò di stare attento perché i soldi non fanno la felicità e che quelli erano catene. Niente più fu come prima. Si era come intristito.
Ora ha l’alzheimer, a volte sparla e persino bestemmia, ma a volte è fin troppo lucido. Un giorno sono dovuto ricorrere ad un sonoro ceffone con Leone per ricordargli di portare rispetto per quell’uomo. Leone è il più piccolo. Ora con Elena abbiamo due figli: Michele e Leone, appunto. Ho raccontato a loro queste e altre storie perché guardarsi indietro forse serve a poco ma è lì la nostra forza. Io ho fatto un po’ di questo e un po’ di quello e di nascosto scrivo poesie.
Il cuore sanguina per i Compagni che non ci sono più. E duole ancora di più per tutti quelli che hanno girato le spalle e che hanno tradito. Ero a Genova in quei giorni e loro, i miei figli, erano a Genova con me. Leone mi ha chiesto perché. Non ho avuto indugi: “Non importa se siamo tanti o pochi. Noi siamo l’ultima speranza”.
[1] Pierangelo Bertoli: Un tempo d’oro

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all’interno del “Festival Scarpe Rotte 2014
Fortemarghera – ex chiesetta
29 aprile 2014 – ore 18,30 – 20,30

Lancio della Campagna Internazionale Free Marwan Barghouti and all Palestinian Prisoners
con
Hani Gaber: delegato per il nord Italia della missione diplomatica Palestinese
avv. Ugo Giannangeli: esperto di Diritto Internazionale
in chiusura

Un Tango per la Libertà

Un Tango per Marwan e tutti i prigionieri palestinesi
con
Libertango Venezia

a cura di Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Assessorato alle Politiche Giovanili e Pace del Comune di Venezia
Coordinamento Medio-Oriente – Venezia
Informazioni sulla Campagna e su chi è Marwan Barghouti le trovate anche sul nostro sito

CHIAMANDOVI
Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani
bacio la terra sotto i vostri piedi
e dico: mi sacrifico per voi
vi offro in dono
la luce dei miei occhi
e il calore del mio cuore.
La tragedia che vivo
è che il mio destino
è lo stesso vostro destino.

Vi chiamo tutti
vi stringo le mani
non mi sono lasciato umiliare nel mio paese
e nemmeno ho piegato le mie spalle
sono rimasto in piedi davanti ai miei oppressori
orfano, nudo, scalzo
ho portato il mio sangue sulle mani
e non ho abbassato la mia bandiera
ho custodito l’erba verde
sulle tombe dei miei antenati

Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani.

TAWFIQ ZIYYAD, poeta palestinese

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DIRETTAMENTE DAL SITO

Ricordare la Resistenza di ieri, perché rischiari il cammino alle Resistenze del presente. Essere un ponte  – un festoso, vitale e coloratissimo ponte – tra due fondamentali ricorrenze civili come il 25 Aprile e il Primo Maggio. Tra la Festa della Liberazione dalla barbarie nazifascista e la Festa dei Lavoratori. Tra gli ideali di libertà e democrazia che animarono la lotta partigiana e nutrirono la Costituzione nata da quella lotta, e le motivazioni per cui qui e ora siamo chiamati a rinnovare e attualizzare quegli ideali nel pesante scenario di contraddizioni che vediamo e viviamo ogni giorno.
Scarpe Rotte è nato per questo, e l’obiettivo – almeno stando alla risposta data dalla città al Festival della Resistenza di ieri e delle Resistenze di oggi che dal 2012 si anima tra Forte Marghera, Forte Carpenedo e (“new entry” dell’anno scorso) Forte Mezzacapo – si può dire che finora sia stato centrato.IMG 2563
Scarpe Rotte torna per la terza volta, e squadra e formula che vincono non cambiano. La memoria che si eleva dal mero livello della celebrazione e della commemorazione e diventa festa, musica, incontro, scambio, contaminazione: di generi di spettacolo, di linguaggi e contenuti. Le ragioni da portare avanti, in questi spigolosi anni di crisi, viaggiando “in direzione ostinata e contraria” ma traendo forza e argomenti dallo spirito di quei “ribelli della montagna” che seppero ridarci la democrazia. Le generazioni che si incontrano, si conoscono più a fondo e si passano il testimone di ideali nobili e di principi che non conoscono prescrizione. Ma anche la sacrosanta voglia di divertirsi, stare insieme, condividere la riflessione come l’allegria nell’ambito di spazi unici, preziosi e affascinanti, di beni irrinunciabilmente “comuni” quali sono i Forti del campo trincerato di Mestre.
Scarpe Rotte anche quest’anno accompagnerà la città dall sera del 24 Aprile al Primo Maggio. L’impegno del “cartello” di realtà che contribuisce a realizzarlo è quello di offrire ancora una volta un programma di proposte e opportunità in grado di emozionare, divertire e far pensare nel contesto di una festa di popolo che unisca, aggreghi e ci ricordi che siamo in tanti. In tanti a non amare l’omologazione e il sopruso; in tanti a reclamare una rinnovata stagione di diritti, valori e solidarietà.

Per tutta la durata del festival Restiamo umani con Vik sarà presente col suo banchetto per essere a fianco della Resistenza Palestinese

Qui tutti gli appuntamenti

Carta d’Identità di Mahmoud Darwish

Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?

Ricordate!
Sono un arabo,
impiegato con gli operai nella cava
Ho otto bambini
Dalle rocce
Ricavo il pane,
I vestiti e I libri.
Non chiedo la carità alle vostre porte
Né mi umilio ai gradini della vostra camera
Perciò, sarete irritati?

Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l’orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!

Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.

Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!

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Onestamente la battuta, del titolo, la trovo anch’io scontata ma in tutta onestà non ho trovato di meglio e mi pare adatta. Allora l’8 gennaio ci troviamo con l’amico Vito Todeschini per parlare proprio di “Diritto Internazionale”, questo sconosciuto, cercando poi di focalizzare le nozioni sulla questione palestinese. La curiosità è quella di apprendere almeno un paio di informazioni di base per cercare di capire di cosa andiamo parlando e sentirci un po’ meno digiuni. Io forse sono un po’ troppo pragmatico e la testa, che non è mai stata un granché, oggi, anche per l’età, è quello che è, allora cerco di capire quello che posso. Tralasciando i termini in latino, che resta una lingua morta, Vito ci spiega in soldoni che il diritto internazionale è una scienza che non c’è, ovvero che regola i rapporti soprattutto attraverso un qualcosa chiamato “consuetudini”; a me, e spero non solo a me, già tutto mi sembra fumoso. Non bastasse che non è comunque facile parlare di Diritto, se poi si aggiunge Internazionale la cosa diventa assolutamente ardua. C’è chi confonde le leggi e la giurisPrudenza con la giustizia, chi si distrae ed entra nei territori dell’etica, della politica, della storia (questa sconosciuta), delle comunicazioni, chi si distrae e basta, eccetera, e chi più ne ha evita spesso il buon tacere. Vallo a spiegare tu, per esempio, che certe congregazioni non hanno alcuna forma né validità giuridica, certe persone non si arrendono e ripropongono la domanda pari pari.
Stabilito, ma non accettato, che la giurisPrudenza offre degli strumenti che sta poi a noi cercare di usare e rendere efficaci, un po’ come mettere in mano uno scalpello allo scultore, possiamo giungere alla conclusione che l’occupazione, e in quella che chiamano West bank o Cisgiordania e che noi ci ostiniamo ancora a chiamare Palestina, è in atto una vera occupazione, metterebbe in essere degli obblighi a cui israele si sottrae e che non vuole assumersi. Stabilito che l’occupazione, che dovrebbe essere temporanea, e qui parliamo di 66 anni, è un atto condannato dal diritto internazionale. Stabilito altresì che il blocco, in termini tecnici, l’assedio nel gergo corrente, di Gaza equivale a un atto di guerra e comunque comporta gli stessi obblighi sopracitati, cioè che l’occupante dovrebbe farsi carico dei bisogni primari delle sue vittime. Stabilito infine, con parole molto prosaiche, che l’occupante sionista se ne frega dei propri torti e obblighi anche là dove ha sottoscritto trattati o accordi; compresi quelli da lui stesso proposti; la domanda che resta sulla Palestina è: cosa noi possiamo fare?
Ora, consultata la carta, o con una ricognizione, per chi può, sul posto, ci troviamo a constatare che la Palestina è oggi un paese che non esiste, già nei propri libri di testo israele parla di insediamenti nel proprio territorio riferendosi a quelli che si possono chiamare ghetti o riserve, o al massimo enclavi, e che chi è più colto chiama bantustan. Per israele quelli non sono differenti dai tanti campi profughi seminati all’interno e all’esterno e pertanto probabilmente di unica pertinenza della carità e del sostegno delle agenzie e delle operazioni umanitarie. Per israele la Palestina non esiste e non è mai esistita e così i palestinesi che per loro paiono giordani, nel migliore dei casi. Molto modestamente io sostengo poche cose: Sono in favore dell’autodeterminazione dei palestinesi pertanto non mi sbilancio in una tesi politica su quale può essere la forma di un eventuale futuro stato di Palestina poiché credo non abbiamo molto da insegnare. Ritengo che sicuramente la “battaglia” non si può vincere sul piano militare, ma su quello diplomatico. Che vada affrontata sul territorio ma soprattutto che possa trovare i suoi veri strumenti di riscatto nella solidarietà internazionale e per questo sostengo il lavoro di tanti attivisti e ammiro quello delle campagne del Bds (Boycott, Divestment and Sanctions (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni)) e oggi partecipo, con interesse ed impegno, alla campagna “Free Marwan Barghouthi and all Palestinian prisoners” per, come dice il titolo, la liberazione del grande leader palestinese Marwan Barghouti (forse l’unico ad avere la credibilità necessaria per essere interlocutore e poter trattare col governo degli invasori) e di tutti i prigionieri palestinesi. I palestinese continuano da sempre a chiedere come premessa a qualsiasi vero colloquio di Pace la liberazione dei prigionieri e il riconoscimento del “diritto al ritorno”.
Fino ad ora non ho saputo dire che una serie di ovvietà, ne sono consapevole, ma vorrei usare questo spazio per togliermi alcuni sassolini dalle scarpe. Credo che nessuno da qui dovrebbe parlare a nome dei palestinesi visto che sanno farlo egregiamente e sicuramente meglio da soli; forse dovremmo imparare ad ascoltarli. Credo che la causa palestinese abbia bisogno di alleati e non di nemici (di quelli ne hanno fin troppi): poco capisco la folle strategia di scompaginare le nostre forze invece di quelle dell’oppositore, questa mania comune alla sinistra di nebulizzarsi in mille frazionismi, di sottolineare tutte le differenze, di gridare una proprio superiorità etica, politica e culturale a scapito di una organizzazione capillare e in grado di dar forza ai progetti. Questo etichettare come traditori tutti colori nei quali si riscontra un minimo segnale di dissenso, magari spesso solo terminologico; inviterei anche a rileggere gli accordi di Oslo con un occhi meno ideologici e più pragmatico, ma non sarebbe male una rilettura più vicina della nostra tanto sbandierata e sconosciuta Resistenza. E infine vorrei stigmatizzare, in mezzo al tanto che mi è sfuggito, tutti coloro che occupano la maggior parte delle loro energie, se non tutte, per rendere difficile se non impossibile il lavoro degli altri attivisti in nome di una sorta di “purezza delle idee” e di bisogno di vetrina. Dopo questo me ne torno in silenzio, non mi piace prendermi sul serio, torno a fare ciò che mi piace e ciò il militante di base, il manovale e parlare della periferia dei grandi discorsi, di emozioni, di stati d’animo, se posso e ne ho l’occasione e ne sono capace di cultura, e ripeto: Restiamo umani con Vik per una Palestina Libera, Laica e Democratica.

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Ci fermiamo in un posto emblematico. Un crocevia. Dove è cominciato tutto. Dove Jaffa diventa Tel Aviv o Tel Aviv diventa Jaffa. O dove Tel aviv, “collina della primavera”, finisce e comincia Jaffa. O dove Jaffa o Giaffa finisce per diventare Tel Aviv. Uno di quei bivi della storia. Uno dei tanti. Uno dei tanti bivi delle storie palestinesi. Davanti a noi c’è una costruzione, ora c’è anche un bar. Ha un numero che di per se è testimonianza dura. Siamo al 48. Da una parte movevano quelli dell’Haganah[1] (La Difesa), dall’altra avanzavano i terroristi assassini della Banda Stern, ma potevano anche essere quelli dell’Irgun o altri cani simili. Belve assetate di sangue. Senza pietà. Poco più avanti c’è un vecchia casa palestinese. L’ultima dell’intero quartiere. Anche su quella gli occupanti hanno voluto porre in segno dell’invasore. Lo potete vedere nella foto. In quei giorni tragici quando hanno cominciato ad urlare le armi la gente scappava e correva e moriva e resisteva. L’ultima flebile resistenza cercò di difendere la moschea. Al posto del popoloso quartiere ora c’è un parco. Le case e la gente è sepolta sotto quell’erba, quei viali, l’asfalto di un parcheggio. C’è anche un parco per gli animali. Non un posto per i palestinesi musulmani. Isolata c’è la moschea nel mezzo del parcheggio. La moschea è stata ricostruita, coi soldi dei sopravvissuti, di chi ha avuto pietà, ma è vietato l’uso come luogo di fede.
Davanti a quella moschea ci fermiamo a parlare e a guardare le foto che ricordano quei giorni e quella storia. Ma non sempre la storia si limita alle pagine dei libri, tutt’altro, spesso ne esce, si fa protagonista, scende nelle cose, si fa trovare. Qualcuno approfitta per fumare. Qualcuno, pochi, si distrae. C’è un po’ di brusio, di chiacchiericcio. Un palestinese si tiene in disparte e pare interessato a quello che dice il nostro accompagnatore. Luisa gli si avvicina. Luisa è una persona incredibile. Speciale. Dovrei spendere pagine di parole per parlare di lei. Luisa è Resistenza. Luisa ha un cuore enorme. Insomma Luisa è Luisa. Parla in disparte, sottovoce, con quell’uomo dall’aspetto umile e remissivo. Torna con lui per raccontarci che lui è uno dei sopravissuti, degli scampati a quell’immane eccidio. Lui cerca di aggiungere qualcosa: in quella fuga ha perduto due fratelli. Erano solo bambini, come lui. La ferita di quel dolore non s’è mai rimarginata. Come può un tormento simile trovare pace? I suoi occhi si riempiono di lacrime. Si allontana velocemente per rifugiarsi nel pudore del suo taxi. Aspetto che torni. Non posso che dirgli grazie e abbracciarlo. Sento le sue ossa contro il mio petto. Siamo fratelli e vorrei portare un po’ di quel peso. Gli chiedo scusa per una colpa che non ho. Non ho alcuna colpa di ciò? Dai suoi occhi tornano a sgorgare lacrime che questa volta si mescolano alle mie.
Più avanti c’è una casa diroccata e ricostruita ora usata per testimonianza dall’altra parte, dal sionismo, scusate la volgarità. Sul muro sbrecciato una targa che inneggia alla “liberazione”. I morti tacciono e giacciono sotto terra. Le macchine passano sopra e parcheggiano. Dovrei forse ammirare l’ironia di questi occupanti? Dovrei forse imparare qualcosa dall’ironia della storia? Intorno si alzano grattacieli in una città senza anima, senza passato, senza amore. Luisa ha detto che chi vuole possedere non sa amare. Mi son scritto queste parole che trovo giustissime e bellissime. Sotto i nostri piedi scorrono i fiumi di sangue. Il terreno ha provato ad assorbirli. La gente ha provato a dimenticare. Ha voluto dimenticare. Spero che la vergogna torni a trovarli ogni notte. Torni magari declamando i nomi di tutte quelle vittime. Ora al loro posto c’ Tel Aviv e Jaffa, due città senza un’anima. E il traffico corre veloce, come scappasse. E il cielo è imbronciato. E oggi persino il mare mugugna. Vieni in Palestina e sai che la Palestina ti cambierà. Un pezzo di Palestina ti si conficca nel cuore, non puoi che portarlo con te. Soffri, ti indigni, anche sogni, ma non puoi che tornare innamorato della Palestina.


[1] organizzazione paramilitare ebraica in Palestina durante il Mandato britannico dal 1920 al 1948.I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.
Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
così la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.
Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.
Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.
Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni.
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.
La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.
Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta!
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio?
Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste, senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?
Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò sei palestinese e lo rimarrai.
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio.
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma,
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.

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Storia di un’emozione che i nostri compagni di viaggio non hanno potuto condividere (ma ogni foto e tutta la Palestina è piena di storie).
Andiamo a Bovezzo. Perché c’è una grande festa per la Palestina. Perché ci sono dei meravigliosi amici ad aspettarci. Perché abbiamo spedito la nostra mostra dei disegni dei bambini di Gaza su quel vergognoso conflitto. Perché così ci va e ci dà soddisfazione. Insomma andiamo a Bovezzo che per chi non lo sa è ad uno sputo da Brescia. E andando sappiamo di incontrare anche Luisa. Per essere precisi fino alla noia è il 28 giugno. Ci sono tendoni e un palco, cioè si mangia e si parla di Palestina. C’è il banchetto dei libri e una mostra di bellissime fotografie di un fotografo Palestinese che conosciamo in quel momento anche se alcune delle foto ci erano note. Premetto che io credo in certa magia e non credo nell’impossibile; dico sempre: bisogna provarci. Magari stupido ma inguaribile ottimista. Per farla breve torniamo dopo aver acquistato un po’ di materiale fra cui quattro foto belle che incorniciate, compresa quella di una donna che affronta un soldato israeliano, proprio quella che vedete a fianco, ma non abbiamo posto sulle pareti e aspettiamo di trovarlo ponendola in un angolo. Insomma torniamo con belle vibrazioni, ottimi ricordi e un po’ di cose tra cui le foto. Direte: e allora?
Abbiate pazienza, nulla si fa in un attimo. Nel frattempo potete andare a vedervi le foto. In ottobre, per la precisione il 26, organizziamo un convegno sulla Resistenza a Kafr Quaddum: Il coraggio della non violenza, ospitando due nuovi amici palestinesi. Dopo le fatiche siamo a casa gozzoviglianti e a Murad Shtaiwi cade l’occhio sulla foto. Scoppia a ridere e ci spiega “Ma quella è mia zia”. Data la mia conosciuta ignoranza non solo delle lingue lo so in traduzione. E tutto pare finito lì. Continuiamo nel nostro impegno e incontriamo altri amici. Il tempo passa senza fretta. Non sempre vola alla nostra età.
Per capodanno, ma ormai e risaputo, ce ne andiamo in Palestina con un viaggio di conoscenza (e sofferenza). Si gira per i posti e si apprende e si partecipa e parteggia, ma non possiamo evitare di staccarci per andare a trovare a casa gli amici Murad e Samir. Vediamo colonie, vediamo infamie, testimoniamo soprusi e barbarie, in fondo alla strada ci aspetta il piacere dell’amicizia. Quei sorriso e quegli abbracci ricompensano di tutto. Ci accolgono pieni di sorrisi e con grande gioia e lì, sprofondata in un poltrona, c’è un piccola donna dal viso gentile e dolce: è quella zia Resistente. Mi si inumidiscono gli occhi ancora oggi solo a raccontarlo. Non riusciamo che a coccolare quello scricciolo di donna impavida e piena di coraggio e orgoglio, quell’orgoglio ce l’ha impresso nella faccia, tra le rughe, assieme ad una serenità che alberga nelle sue pupille facendosene padrona. Certo: voreremmo portarcela a casa. E lei quando la salutiamo si commuove e anche i suoi diventano rossi. E questa una delle immagini più belle di questa visita in Palestina e ve la regaliamo, come dire “dalla cornice alla realtà”:

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