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Archive for the ‘Resistenze’ Category

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immagine tratta dal film World on fire di Jaman Daraghmeh

E’ consigliata la prenotazione alle serate:

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Il Festival proseguira in Italia per poi arrivare a

Gaza
Gerusalemme
Ramallah

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L'angelo di OsloInutile raccontare di nuovo tutto per filo e per segno. Chi è così troppo curioso può andarselo a leggere nelle pagine del libro[1], ma è una storia lunga e ingarbugliata. Per quanto ci riguarda in particolare basta andare dalla fine di pagina 441. E’ a quel punto che l’autore tace la verità e s’inventa una storia incredibile dove lei si uccide per amore. Certo l’amore è un sentimento molto forte. Non solo tra un uomo e una donna. Non l’unico. Forse però questo non lo dovevo dire. Pazienza. Allora… dov’eravamo arrivati? Sì! la verità è molto più semplice.
C’è solo silenzio intorno e la notte è nera. Non è nemmeno una vera tomba. Solo un tumulo. Un insieme di pietre. Lei, con delicatezza, sposta la terra e rimuove la plastica che ricopre il corpo morto. Prende le cornee, prima la sinistra e poi la destra, che gli erano state criminalmente sottratte contro la sua volontà; espiantate, si dice, e le posa nelle cavità oculari del cranio. Poi rimise piano il polmone nello spazio sotto le costole a destra. Poi passò meticolosamente al fegato e ai reni. Infine gli restituì il cuore.
Se avesse potuto vedere nel buio non sarebbe rimasta sorpresa, non avrebbe pensato di rinunciare alla vita stesa al suo fianco. Quando gli aveva ridato le cornee lui era tornato in grado di vederla. Quando aveva rimesso il polmone al suo posto lei aveva potuto sentire di nuovo il respiro caldo di lui sulle guance. Forse era anche distratta da quell’impegno. Non era una cosa che si è soliti fare. Fegato e reni avevano restituito purezza al loro infinito amore. Infine il cuore aveva subito ricominciato a battere all’unisono al suo.
Per quanto detto lo stupore di lei era stato smisurato. Si erano dati quel bacio che avevano aspettato per un tempo infinito. Poi lui si era alzato e le aveva detto che doveva andare. L’aveva invitata ad andare con lui. Al suo fianco. Aveva indossato ancora la sua kefiah. Perché quella terra aveva ancora bisogno di lui. Dei suoi occhi, del suo cuore e anche delle sue braccia. Di tutto l’amore del mondo. Di lui e di tutti quelli come lui. Che sono tanti. Perché non da pace la morte.
Forse è proprio solo per questo che l’autore ha taciuto la verità: Quella terra ha ancora bisogno di martiri. Il suo nome resta solo su quella povera scritta sopra quelle pietre. Per tutti lui deve essere ancora morto, una vittima. Una vittima come tante. Quasi, e forse una vittima senza nome. Era stato solo un ragazzo. Un ragazzo come gli altri. Un ragazzo che tirava le pietre. Come un gioco. A chi le lanciava più lontano. A chi possedeva più mira. Un gioco che gli era costato la vita. Ma forse il libro qui è solo un pretesto.
Lui avrebbe ritrovato i compagni. Sarebbe tornato a sfidare la morte. Come allora non gli faceva paura, ma ora sapeva. Erano stati traditi da tutti. Prima dagli amici e poi dagli assassini. Non sarebbero più tornati in Danimarca. Faceva troppo freddo là. E non c’erano più segreti, o ce n’erano ancora troppi. E sarebbe andato fiero per la sua strada. Insieme a tutti, a un popolo. Al suo popolo. Non aveva odio in cuore. Solo tanta rabbia. Solo tanta amarezza. Voleva solo gridare forte la verità. Inshallah. Non con un coltello. Con una colomba o con un fucile, ma farsi sentire. Il tempo era finito.
Sono tornati a marciare nel silenzio gli eroi bambini. I morti non morti. Attraversano la notte. Con passi incerti, ma con caparbietà. Se Dio vuole. Per una nuova intifada. Sono sempre più numerosi. Chi li vede si cuce la bocca con filo sottile ma robusto. Con tela di ragno e miele. Gli regala un sorriso e un saluto. Si affida a loro. Torna a sperare. Questa è la verità e allo stesso tempo una favola. Ci si può credere o no. Ma senza un po’ di fantasia e di utopia è allora che la vita muore. E il destino diventa un sentiero inutile da percorrere.
[1]     Stefan Ahnhem: L’angelo di ghiaccio.

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220px-venezia_aprile_1945Entro all’ANPI: “Ma ci siamo ammattiti tutti”? Si fa presto a dire stai calmo. E aggiungo “Cazzo!” –perché un bel Cazzo! ci vuole e ci sta sempre bene. E fortuna che non mi è scappato un porco. Più che fortuna è un caso, o mi sto rincoglionendo. Quando ci vuole ci vuole. Dire che sono fuori di me è ridurre il problema; è decisamente minimizzare. “Che cazzo –sono solo al secondo ed è un vero record– vuol dire calmati”? Non mi riesce nemmeno di parlare.
Come cosa c’è? Ma non li avete gli occhi? Vi siete tutti rincoglioniti”?
Bada come parli”.
Dico quello che va detto”.
Lo vuoi capire che quello è il passato”?
Sappiamo tutti che quello faceva la spia”.
Non ci devi pensare”.
E anche il mercato nero”.
E’ questo che dobbiamo fare. Perché non si dimentichi”.
E intanto noi si faceva la fame”.
Capire ti capisco, ma dobbiamo andare avanti. Ora c’è la repubblica”…
E voi dov’eravate”?
La vuoi capire che è finita”?
Diobonino. Finita un beneamato cazzo”.
Sono arrivati ordini da Roma”.
Stracazzo. Me ne frego di Roma. E di quelli. Io ricevo ordini solo dal Comitato di zona”.
Il Comitato non c’è più. Siamo noi, ora… il Comitato”.
Voi… voi… siete solo una manica di voltagabbana. Voi… voi… potete andare a fare in culo”.
Secondo te cosa si dovrebbe fare”?
Metterli tutti al muro. Tutti a gambe per aria”.
Capisci che non si può fare? C’è l’amnistia”.
Ma quel porco d’un porco”.
Il Partito è sempre più forte”.
Ma ha vinto la ruffiana dei padroni”.[1]
Non fare così”.
Ma dove sono quelli della volante rossa quando serve”?
Quelli sono solo banditi”.
Banditi ci chiamavano loro. Quelli sì che sono ancora compagni”.
Le dobbiamo riconsegnare”.
Io non ci sfilo con loro”.
Cerca di ragionare”.
Sapete dove ve la potete infilare la vostra medaglia? Io me ne vado a Piazzale Loreto[2].

[1] Da Emigrazione di Gualtiero Bertelli.
[2] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia. In ricordo di Ercole Miani e di chi la Resistenza l’ha fatta per davvero e ci ha creduto veramente fino in fondo, anche se questo può non riflettere il loro pensiero o quello di tanti altri: http://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Miani

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pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luna era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Bandiera rossaNonna era tornata dall’America. Il mondo era diverso allora. Era partita come tanti. Aveva fatto il viaggio inverso da sola. Da sola con quattro bambini. Uno era papà.
Il nonno era morto in un cantiere dell’East river. Erano lì da sei anni, sei anni e quattro figli, anzi cinque, ma uno era troppo piccolo per affrontare quel viaggio. Sei anni durissimi sperando di vedere apparire il sogno americano. Non si era mai presentato. Avevano visto tutto e tutto diventato incubo. Nonna non amava parlarne ma io sapevo.
Aveva deciso che Dio aveva girato le spalle a lei come a tanti. Più che smettere di crederci gli aveva come tolto la sua stima e amicizia. In chiesa non l’avevano più vista. Così molti in paese le avevano girato le spella. Lei se ne era fatta una ragione. Lei aveva tirato avanti. Lei aveva faticato per guadagnare qualcosa da mettere qualcosa sotto i denti suoi e dei suoi marmocchi; così li ricordava.
Poi, come pochi, si era fatta comunista. Forse la prima donna. Forse il primo del paese. Leggeva con fatica ma era curiosa e voleva sapere. Per lei era quello il vero sogno: un mondo senza signori né padroni. Un mondo fatto solo di uomini; di fratelli. “Dove la vita si misura col lavoro[1].
E con quel sogno, nonostante i tempi, aveva fatto crescere i suoi bambini che presto erano diventati tre perché Luca era andato a lavorare in una miniera in Belgio. Nessuno di noi allora sapeva nemmeno dove fosse questo Belgio e a Luca la barba non avrebbe mai cominciato a crescere. Non ricordo di aver mai visto nonna piangere. Rimaneva mio padre, il più piccolo, e poi c’erano due sorelle; due femmine. Loro non faticarono a trovare marito.
Mio padre un giorno mi disse: “L’orgoglio è un lusso che si possono permettere solo i ricchi”. In verità era un uomo caparbio e fiero. Aveva fatto le scuole. Metteva il vestito buono tutte le domeniche e quando lo chiamavano per fare il sensale. E’ stato lui a trovare marito alle due sorelle anche se non lo ammeterebbe mai. La nostra è una famiglia di poche parole che non ama guardare indietro né rimpiangere. Tutti sanno che la vita è dura e nessuno ha alcuna intenzione di cedere. Alla fine era finito in fabbrica.
Presto divenne, mio padre, delegato sindacale. Aveva la stima di tutti i colleghi. Lo licenziarono. Tutta la fabbrica incrociò le braccia. Lo dovettero riassumere. Con amarezza ricorda come divenne dirigente. Mi chiese allora, a me bambino: “Mi hanno comprato”? Gli dissi con ingenua ammirazione: “Nessuno può comprare il mio papà”. Lui mi spiegò di stare attento perché i soldi non fanno la felicità e che quelli erano catene. Niente più fu come prima. Si era come intristito.
Ora ha l’alzheimer, a volte sparla e persino bestemmia, ma a volte è fin troppo lucido. Un giorno sono dovuto ricorrere ad un sonoro ceffone con Leone per ricordargli di portare rispetto per quell’uomo. Leone è il più piccolo. Ora con Elena abbiamo due figli: Michele e Leone, appunto. Ho raccontato a loro queste e altre storie perché guardarsi indietro forse serve a poco ma è lì la nostra forza. Io ho fatto un po’ di questo e un po’ di quello e di nascosto scrivo poesie.
Il cuore sanguina per i Compagni che non ci sono più. E duole ancora di più per tutti quelli che hanno girato le spalle e che hanno tradito. Ero a Genova in quei giorni e loro, i miei figli, erano a Genova con me. Leone mi ha chiesto perché. Non ho avuto indugi: “Non importa se siamo tanti o pochi. Noi siamo l’ultima speranza”.
[1] Pierangelo Bertoli: Un tempo d’oro

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all’interno del “Festival Scarpe Rotte 2014
Fortemarghera – ex chiesetta
29 aprile 2014 – ore 18,30 – 20,30

Lancio della Campagna Internazionale Free Marwan Barghouti and all Palestinian Prisoners
con
Hani Gaber: delegato per il nord Italia della missione diplomatica Palestinese
avv. Ugo Giannangeli: esperto di Diritto Internazionale
in chiusura

Un Tango per la Libertà

Un Tango per Marwan e tutti i prigionieri palestinesi
con
Libertango Venezia

a cura di Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Assessorato alle Politiche Giovanili e Pace del Comune di Venezia
Coordinamento Medio-Oriente – Venezia
Informazioni sulla Campagna e su chi è Marwan Barghouti le trovate anche sul nostro sito

CHIAMANDOVI
Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani
bacio la terra sotto i vostri piedi
e dico: mi sacrifico per voi
vi offro in dono
la luce dei miei occhi
e il calore del mio cuore.
La tragedia che vivo
è che il mio destino
è lo stesso vostro destino.

Vi chiamo tutti
vi stringo le mani
non mi sono lasciato umiliare nel mio paese
e nemmeno ho piegato le mie spalle
sono rimasto in piedi davanti ai miei oppressori
orfano, nudo, scalzo
ho portato il mio sangue sulle mani
e non ho abbassato la mia bandiera
ho custodito l’erba verde
sulle tombe dei miei antenati

Vi chiamo tutti
e stringo le vostre mani.

TAWFIQ ZIYYAD, poeta palestinese

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DIRETTAMENTE DAL SITO

Ricordare la Resistenza di ieri, perché rischiari il cammino alle Resistenze del presente. Essere un ponte  – un festoso, vitale e coloratissimo ponte – tra due fondamentali ricorrenze civili come il 25 Aprile e il Primo Maggio. Tra la Festa della Liberazione dalla barbarie nazifascista e la Festa dei Lavoratori. Tra gli ideali di libertà e democrazia che animarono la lotta partigiana e nutrirono la Costituzione nata da quella lotta, e le motivazioni per cui qui e ora siamo chiamati a rinnovare e attualizzare quegli ideali nel pesante scenario di contraddizioni che vediamo e viviamo ogni giorno.
Scarpe Rotte è nato per questo, e l’obiettivo – almeno stando alla risposta data dalla città al Festival della Resistenza di ieri e delle Resistenze di oggi che dal 2012 si anima tra Forte Marghera, Forte Carpenedo e (“new entry” dell’anno scorso) Forte Mezzacapo – si può dire che finora sia stato centrato.IMG 2563
Scarpe Rotte torna per la terza volta, e squadra e formula che vincono non cambiano. La memoria che si eleva dal mero livello della celebrazione e della commemorazione e diventa festa, musica, incontro, scambio, contaminazione: di generi di spettacolo, di linguaggi e contenuti. Le ragioni da portare avanti, in questi spigolosi anni di crisi, viaggiando “in direzione ostinata e contraria” ma traendo forza e argomenti dallo spirito di quei “ribelli della montagna” che seppero ridarci la democrazia. Le generazioni che si incontrano, si conoscono più a fondo e si passano il testimone di ideali nobili e di principi che non conoscono prescrizione. Ma anche la sacrosanta voglia di divertirsi, stare insieme, condividere la riflessione come l’allegria nell’ambito di spazi unici, preziosi e affascinanti, di beni irrinunciabilmente “comuni” quali sono i Forti del campo trincerato di Mestre.
Scarpe Rotte anche quest’anno accompagnerà la città dall sera del 24 Aprile al Primo Maggio. L’impegno del “cartello” di realtà che contribuisce a realizzarlo è quello di offrire ancora una volta un programma di proposte e opportunità in grado di emozionare, divertire e far pensare nel contesto di una festa di popolo che unisca, aggreghi e ci ricordi che siamo in tanti. In tanti a non amare l’omologazione e il sopruso; in tanti a reclamare una rinnovata stagione di diritti, valori e solidarietà.

Per tutta la durata del festival Restiamo umani con Vik sarà presente col suo banchetto per essere a fianco della Resistenza Palestinese

Qui tutti gli appuntamenti

Carta d’Identità di Mahmoud Darwish

Ricordate!
Sono un arabo
E la mia carta d’identità è la numero cinquantamila
Ho otto bambini
E il nono arriverà dopo l’estate.
V’irriterete?

Ricordate!
Sono un arabo,
impiegato con gli operai nella cava
Ho otto bambini
Dalle rocce
Ricavo il pane,
I vestiti e I libri.
Non chiedo la carità alle vostre porte
Né mi umilio ai gradini della vostra camera
Perciò, sarete irritati?

Ricordate!
Sono un arabo,
Ho un nome senza titoli
E resto paziente nella terra
La cui gente è irritata.
Le mie radici
furono usurpate prima della nascita del tempo
prima dell’apertura delle ere
prima dei pini, e degli alberi d’olivo
E prima che crescesse l’erba.
Mio padre… viene dalla stirpe dell’aratro,
Non da un ceto privilegiato
e mio nonno, era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato!
Mi ha insegnato l’orgoglio del sole
Prima di insegnarmi a leggere,
e la mia casa è come la guardiola di un sorvegliante
fatta di vimini e paglia:
siete soddisfatti del mio stato?
Ho un nome senza titolo!

Ricordate!
Sono un arabo.
E voi avete rubato gli orti dei miei antenati
E la terra che coltivavo
Insieme ai miei figli,
Senza lasciarci nulla
se non queste rocce,
E lo Stato prenderà anche queste,
Come si mormora.

Perciò!
Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!

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