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Archive for the ‘Siamo donne’ Category

Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e ogni mezzo di comunicazione, compresi i blog, era tempestato di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare. Cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale in uno stentato italiano aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda.
Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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Erano passati ormai due anni. Di loro non si parlava finalmente quasi più. Poi la notizia era esplosa all’improvviso, in un baleno, come dei fuochi d’artificio. E che fuochi. Avevano interrotto tutti i notiziari. E tutti davano contemporaneamente la stessa nuova:
«Una splendida mora, meravigliosa, una donna evidente e attraente, alta quasi due metri, vestita perfettamente come Malefica, tanto da sembrare la stessa, ma le forze dell’ordine hanno escluso potesse essere la predetta, in quanto è unanimemente noto e risaputo che trattasi di una persona non appartenente alla realtà, è entrata in studio, in diretta, interrompendo le trasmissioni, tra lo stupore dei presenti, per leggere un farneticante editto di un fantomatico nuovo gruppo politico sconosciuto, per altro da lei non citato, si presume di estrema sinistra, o un già noto o nuovo gruppo terrorista. In realtà la bellissima donna si è limitata alla declamazione di un semplice proclama, di un breve messaggio, che gli esperti non sono ancora riusciti a decifrare, una sorta di dichiarazione d’intenti, quasi in forma di semplice slogan:
I ricchi sono come il pollo, sono buoni dopo che sono stati spennati.” e subito dopo è uscita e si è volatilizzata, prima che il generale disorientamento si ricomponesse, e che qualcuno trovasse il tempo di reagire e potesse intervenire. Polizia e carabinieri, grazie ad una soffiata anonima, hanno subito interrogato un losco personaggio, già conosciuto alle cronache e ingabbiato, il quale ha dichiarato dalla cella ai tutori e poi ripetuto esattamente, parola per parola, quanto precedentemente detto anche in interviste ai giornali: “Sono certo che non può trattarsi che di lei. Sì, ho visto il servizio in diretta. Non ci sono dubbi, quella sullo schermo era proprio Malefica. Era molto più bella, con due gambe lunghissime, e poi avete visto che poppe?” Anche uno studente, davanti all’ingresso della sua facoltà, aveva rilasciato una dichiarazione che su per giù ribadiva gli stessi concetti, terminando anche lui con un eccitato “Ma avete guardato bene che gran poppe?”, proprio quasi lo stesso medesimo concetto. Il noto gioielliere, sospetto di ricettazione, Aronne Hagmann, Proprietario, a sua detta, del diamante più grande del mondo, da noi rintracciato, o per meglio dire che ci ha subito contattati, sostiene invece, con assoluta certezza, che si tratta proprio di una delle criminali, autrice del suo efferato rapimento, e proprio di quella che, con una scusa banale, aveva attirato la sua attenzione distraendolo, Giura di averla riconosciuta invece dalle chiappe. Tutti ricorderanno il grande eco avuto nei media della delittuosa impresa, della quale inizialmente venne sospettata persino la mafia, e la lunga e angosciante prigionia e le faticose trattative per il rilascio del poveretto. Dalla vostra amatissima Luisa Almiraghi, per ora è tutto.»
Non più tardi di alcuni giorni dopo. Era riportata su tutti i giornali. Persino sulla Gazzetta: «I due clown sono tornati in azione. I due spregevoli personaggi vestiti da clown, sicuramente due splendidi artisti circensi, stamattina hanno rapinato un porta-valori, ballonzolando come in una buffa danza, si presume possano essere fratelli, poi, tra lo stupore dei presenti, hanno accatastato tutto quello che avevano arraffato, banconote e assegni, e gli hanno dato fuoco in un grasso falò, davanti ad una nutrita folla, che non ha potuto intervenire, nel mezzo della piazza. Incredibilmente la stessa folla invece di tentare di spegnere le fiamme si è messa a ballare attorno al fuoco e alcuni, anzi molti, probabilmente chi abitava nei paraggi, sono corsi a prendere nelle loro case, i loro costumi da clown. E’ anche così che i malviventi si sono potuti, mescolandosi alla folla, eclissare per tornare a sparire nell’anonimato. Il loro trucco era tanto meticolosamente perfetto da non poterli distinguere da quelli veri; ripetiamo due veri artisti, ma artisti con la pistola. Si teme che altri atti inconsulti simili si possano ripetere. Di tutt’altro avviso sono gli organi preposti che pensano a una estemporanea goliardata destinata a non aver seguito. Personalmente sospettiamo che le dichiarazioni siano state rilasciate unicamente per non diffondere il panico, tra la gente e in borsa. Anche loro, i due squinternati, sembrano legati al sequestro di due anni fa del noto Aronne Hagmann, già richiamato, a più riprese, al disonore delle cronache. Anche in quel caso portavano le pistole; erano gli unici due armati. Forse perché, allora, in una banda con tanti mascherati da donne, i due, che erano mascherati in modo maschile, avevano il gravoso compito di cimentarsi in quell’interpretazione che richiedeva una mimica particolarmente virile. La categoria dei clown ha manifestato immediatamente la loro protesta e hanno dichiarato che, qualora se ne presentasse il caso, provvederanno ad inoltrare regolare querela, verso per ora ignoti, onde difendere la buona reputazione del loro ruolo di intrattenimento e della categoria. Saluti e a risentirci.»
Dopo un intervallo di silenzio si è arrivati a quella del primo di aprile: «Una Pippi Calzelunghe, di cui abbiamo solo l’identikit, per altro dove il disegnatore non si è dato nemmeno la briga, forse di fretta, di completare la ricostruzione e riportare esattamente gli indumenti indossati, forse i più giovani nemmeno ricorderanno il personaggio, basta cercare in rete un episodio della serie, sia per il modo di vestire sia per il personaggio stesso, ma abbiamo consultato un esperto di storia della televisione, il quale ha confermato la nostra prima ipotesi, cioè che si trattava proprio di lei, ancora molto giovane, ma esperta, che però poi si è rivelata essere una semplice sosia. La cosa era palese, e ci potevano cadere solo degli incompetenti, qualche citrullo, o qualcuno di quei fanatici che sostengono che la tele è il diavolo, ma vai a sentire quante se ne sentono: come avrebbe potuto essere ancora la stessa dopo tanti anni? La finta innocente Pippi, che da qui in poi chiamerò solo così per praticità, armata di tutte le sue grazie ben esposte e di un pericoloso M14, dicevamo, è entrata in una Farmacia, in pieno giorno e in pieno centro, facendosi consegnare tutte le scorte di Polamidon, Eptadone, Dolophine, eccetera, cioè tutti i farmaci della famiglia del Metadone e similari, per limitarsi a versarli tutti nel water e poi tirare ripetutamente lo sciacquone, nell’orrore del farmacista, affermando semplicemente: “Siete tutti degli assassini”. Intasando le fogne cittadine che ora pare mandino un effluvio strano, gorgogliano di singolari bolle, i tombini emettono bizzarri stridii e canti, e pare anche siano invase da un esercito di topi elettrici gaudenti; un vero schifo strabordante. La giovane sembrava in preda ad una forte agitazione forse derivata dall’uso di una qualche ignota sostanza chimica. Incredibile. Nello stesso giorno, nel giro di un paio d’ore, se è proprio lei senza nemmeno cambiarsi d’abito, sembra, ma non è certo che sia la stessa, e la rapidità della tempistica parrebbe escluderlo, è entrata presso la Dolci & Delizie S.p.A. e ne è uscita con un articolato contenente sembra circa due tonnellate di liquerizie; da una stima approssimativa. Dov’è finito il carico non vi è alcune conferma né certezza, ma stranamente il quartiere è stato in seguito animato da una folla di ragazzini giubilanti dalle labbra nere, come tanti cantanti di jazz, e sporchi come spazzacamini. Nessun’altra nuova, nefaste nuove.»
E dopo il concertone, quasi fosse un appuntamento mensile, era arrivata la seguente: «In questo caso ormai è certo che si tratti di una donna, proprio donna. Una fantomatica Maga Magò, che anche qui abbiamo solo in disegno, a cui, maledizione, manca proprio la testa, giacché nessuno ha potuto dire di averla vista bene, tanto da darne una descrizione attendibile, forse non più giovanissima, secondo alcuni non proprio bellissima, ma tutti sono stati concordi nell’affermare che era fornita di abbondanti, anzi enormi e sodi pettorali, difficili da non notare, è tornata a far parlare la cronaca; s’è messa nuovamente sotto la luce dei riflettori. La signora delinquente, e questo è quasi sicuro e accertato, ha forzato uno sportello di cassa-continua, di una succursale della Imperiale Mutua Banchieri, per poi correre nel vicino supermercato ed investire il maltolto in buoni spesa gratuiti non nominali, fino ad un massimale di euro 100, da distribuire ai presenti, e restando lì, alle casse, con le cassiere incredule e inebetite, a controllare che fosse interamente distribuito risultato della sua folle impresa. Anche chi in fila aveva già il portafoglio in mano rapidamente l’aveva rimesso in saccoccia, per poi mostrarsi non certo sdegno per l’accaduto che stava accadendo. Purtroppo siamo davanti ad un altro nuovo caso di cittadini imbelli, senza scrupoli né coscienza civica, né capacita di discernere. Unica cosa che trovi un precedente tra due delle imprese, è un azzardo a dirlo, ma, sembra almeno che qualcosa in comune, forse meno di un indizio, ci sia con l’apparizione pubblica su tutti gli schermi della cosiddetta Malefica. Anche in questo caso le dichiarazione dei testimoni sono state lacunose, ma coerenti e concordanti su un punto, su un aspetto della criminale, forse non irrilevante, anche se per lei, per quest’ultima, hanno parlato di colossali e abbondanti tette. La differenza da noi, dopo scrupolosa è attenta analisi, evidenziata, ci sembra solo lessicale, e abbiamo subito provveduto a sottolinearla alle autorità competenti, quale semplice teoria, magari azzardata, che sembra essere solo sul termine: nel primo caso poppe, invece in questo proprio tette. Ci troviamo in dovere qui di riportare a conclusione del resoconto un trafiletto di un noto collega beninformato il quale accenna che la detta Maga Magò, diamo come fosse vera l’identificazione provvisoria, e come attendibili le sue parole, davanti alle casse, ne avrebbe estratta una, al cospetto degli astanti puntandola in modo minaccioso, ma nessuno si è fatto fortunatamente prendere dal panico, solo una donna ha avuto un breve attimo di svenimento, dicendo qualcosa come: “Tiè, godetene. Mi son costate come le vostre spese d’oggi.” La frase, che sarebbe stata esclamata, non è riportata come un vero virgolettato perché, a memoria, il predetto ha solo cercato di riportarne il senso. Il tema: “Crimini e Tette” è diventato quello del giorno.»
I tempi sono quelli che sono. Per fare una semplice rapina si rischia di doversi mettere in coda. Per questo s’era preparata prima dell’ apertura e aveva dato la preferenza alle poste. Questa era diventata rapidamente l’ultima nuova: «Ormai questi fatti richiamano sempre meno la curiosità da parte della gente e dei media. La nostra città intera sembra sotto assedio. Un’improvvisa invasione di reati scuote le nostre strade, le cose case fin dalle fondamenta, lo stesso nostro sistema, e la cosa più incredibile è che sembrano tutti compiuti da donne. Proprio da vere donne. Un’avvenente Betty Boop, qui purtroppo solo ritratta dal nostro artista in studio, molto ammiccante, e molto poco coperta, è tornata a fare la sua comparsa sulla scena di un delitto, a riempire le pagine di nera. Anche in questo caso viene citato il nome di Aronne Hagmann. Qualcuno sospetta che si è travalicato il confine della realtà, e che il crimine sta entrando nel mondo della fantasia. La balorda, sotto la manaccia di un’arma, dove la tenesse nascosta non è dato sapere, è, a quanto pare e viene riferito da fonti degne di attenzione, entrata alle poste e ne è uscita, subito dopo, con l’ammontare di tutti i versamenti del giorno dei conti correnti postali, tutti in monetine, come diavolo ci sia riuscita non si sa, per poi servirsi, di nascosto, a loro insaputa, anche del pilota, di un aereo leggero che, trascinando un lungo banner “Viva Faliero e Ivona”, doveva sorvolare la città per il festeggiamento del matrimonio, e che invece di far piovere solo coriandoli si è trovato a dar vita ad un vero acquazzone di quelle monetine, con grave pericolo delle teste sottostanti, ma altresì giubilanti. La vostra sempre seguitissima Luisa Almiraghi; grazie della vostra cortese attenzione e per ora è tutto.»
Alcuni testimoni, ma questo non è stato riportato, casualmente presenti sia sulla scena del primo crimine e anche in questa ultima, ovvero all’interno del predetto ufficio delle poste e telecomunicazioni, quasi si sono accapigliati nella discussione su chi le avesse più lunghe, le gambe. Stava vincendo la prima per tanti a pochi. “Vuoi mettere quella? Una vera gigantessa”. “Ma l’avete guardata bene”. “Non ho guardato altro”. “Io sono uno che ne sa di spacco di cosce”. “Si faccia controllare la vista”. “Non c’è proprio confronto”. “Orbo sarà lei”. “Lei e tutti i suoi pargoletti”. “Questa era quasi una tappa”. “Tappa sarà tua madre”. “Lasci stare la mamma”. “Non occorre scaldarsi. Si diceva”. Viviamo ormai in un mondo in cui il massimo sport, compreso il calcio, è quello di accapigliarsi. Alla fine è stato trovato l’accordo e si è convenuto, con soddisfazione quasi unanime, anche dei non presenti, dei semplici curiosi dell’ultimo, che: “Quelle di Betty erano però più ben tornite”.

SECONDO TEMPO
Virginia conosceva fin troppo le sue… i suoi… polli, le vecchie amiche, le allora complici. Non potevano che essere state loro. Lei era intervenuta solo per creare un po’ di confusione. All’ultimo momento. Per non lasciarle sole. E perché no? per dare una ulteriore lezione. Era una semplice comparsata. Era stata e rimaneva il loro capo. Decise di chiamarle a rapporto: “Facciamo da me alle sette”.
Le fissò tutte severa: “Che vi credevate di fare”? Le amiche tacquero un silenzio massiccio. Gli occhi già colpevoli, dando uno spettacolo desolante, non degno di loro. Allora passò all’attacco diretto: “Saresti tu quella alta quasi due metri”? “Cosa c’entra? Saranno state le corna, anche quelle delle loro madri, i tacchi. Niente di meno attendibile di un testimone oculare. Tutti vedono solo quello che vogliono vedere”. “Maga, dimmi della storia dei buoni”. (con Maga s’intende naturalmente Maga Magò) “Cosa vuoi che dica, tutti erano strafelici e soddisfatti”. “Proprio come i miei bambini”. “Al momento mi sembrava bello. Divertente”. “Tutto qui”? “Tutto qui”. “Perché, Maga, non te la sei presa direttamente con loro”? “Perché sono una cooperativa”. “Vedi che ti sei fatta fregare”. “Cavolo! anzi… Cazzo”! “Perché non tenerli”. “Dove li mettevo? dopo l’ultimo ne ho fin troppi”.
Non era facile tenerle tutte attente: “Sai qualcosa di lui”? “Lui chi”? “Lui”! “Non molto. Credo sia alla ricerca della sua Casablanca. sembrava deciso a diventare la settima sorella. Ma noi non saremo mai le sette sorelle”. Meglio non distrarsi: “Inutile chiedere alle altre. Temo di ricevere risposte simili. Le verità è che vi stavate annoiando. Non è vero”? “Volevo chiedere… posso portarmi a casa due corazzieri”? “Paoletta, fai la brava. Ne avrai di tempo per queste cose”. “Non mi dispiace toglierli a chi ne ha troppi”. “Non vi sarete, per caso, messe in testa di fare politica”? “Sei pazza”. “No assolutamente”. “Niente politica, siamo intese? noi la politica la lasciamo fare a loro”. “Ne ero certa”. “Certo certissimo”. Persino nel linguaggio stavano diventando delle vere professioniste. Severina era stata una maestra preziosa. Alla sola idea di tornare in gruppo, e in azione, ne erano già tutte strafelici: “E allora cosa si fa”? “Cosa proponi”? “Sequestriamo il premier e tutto il suo consiglio di amministrazione. Che ne dite”? “L’idiota”? “No, quello vero”. “E quanto chiediamo”? “Tutto”.
Ma la cautela non è mai troppa, prima: “E se intervengono”? “Non lo faranno. Non vorranno correre questo rischio”. Sempre la riconoscibilissima Severina: “E se lo fanno? Se fanno cantare le baiaffe, le canterine”? “E se lo fanno”? “Ci facciamo largo facendo un muro di fuoco. Un vero enorme scaratto. Guarda che le cose le so anch’io”. “Non possiamo”. “Ma chi l’ha detto che non possiamo? sicuramente qualche uomo”. “Non s’è mai visto”… “Mai sentito di”… “Facciamo come Butch Cassidy e Sundance Kid in quel film. Gli facciamo assaggiare l’inferno”. “Io voglio fare Billy the Kid”. “Stai buonina, Pippi”. “Va bene, però”… “Basta che porti dietro l’innaffiatoio, il tuo argomento convincente”. “Ormai il mio Lutring me lo tengo stretto più delle mutandine”. “Se è per quelle”… “Brava”. “Che ne sai”? “Allora andiamo e mandiamoli tutti a casa”.
Si sentivano più forti di tutto. Di poter conquistare il mondo. In fondo non era che un uomo. Semplicemente un uomo, in mezzo a altri uomini. Un animale da piacere. S’era mai visto in uomo farla in barba a una donna. Figurarsi a delle donne. Era ora di finirla. Di smettere di mentire. Altro che la ramazza. Un uomo si perde anche dentro un paio di mutandine con i merletti. Lo dice anche il passato. Basta leggerlo dal verso giusto. Provate a farlo stirare le sue camicie. Perché fare la politica, erano solo donne, quando potevano rifare la storia. Con quella forza erano entrate nell’ampio salone e gli avevano sequestrati tutti sotto la minaccia di una Beretta più una Glock 17 Gen 4 calibro 9×21, 17 colpi, due Colt, una S&W (Smith & Wesson Model 10 cal. 38), un Barrett FN F2000 e naturalmente l’ M14 di Pippi.
E li avrebbero fatti stare finalmente zitti. L’unico rischio che potevano correre era proprio nella verbosità dei politici. In quel loro noioso canto delle sirene. Dovevano essere attente e veloci nel zittirli. Dovevano essersi iniettata una qualche droga, un filtro, in quelle loro maledette corde vocali. Erano in grado di venderti anche tua madre. A me gli occhi. O forse era solo perché erano i banditori della voce per la pancia della stupidità mediatica e massificata. Il nuovo populismo. Questa era la lezione lasciata dal grande puffo.

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Erano passati ormai due mesi dal loro colpo “Sgangherato”. Sgangherato, ma avevano ben dimostrato agli uomini di che pasta erano e che non c’era niente che anche loro non potessero fare. E poi era il primo. Erano state veloci ed efficienti. Tutte avevano fatto la propria parte, anche la Ninetta che non sapeva da dove venisse l’ospite che ogni mercoledì si trovava in casa. Neanche un cenno nei giornali. Nessuno ne aveva saputo niente, ma loro lo sapevano. Questo bastava. E due mesi erano, quasi sempre, sessant’un giorni. Nessuna rimase sorpresa quando Virginia le chiamò, ma tutte si mostrarono curiose: “Cosa c’è”? “Mi son fatta un paio di negozi ma poi”… “Poi cosa”? “Mi conoscete. Lo sapete come sono fatta. Non so starmene con le mani in mano”. “Cosa vuoi dire? Falla breve”. “Avrei un colpetto. Una cosa facile facile. Insomma quasi”.
Si provarono a protestare senza convinzione. Il capo aveva visto come brillassero già loro gli occhi a quel pensiero. Era stata adrenalina pura. Era emozione. Paolina, la più impulsiva, certe volte la si poteva giustificare e sopportare solo per via l’età, ma in questo caso fu la prima a rispondere entusiasta senza nemmeno sapere di cosa si trattava: “Io ci sto”. Quella gatta cheta di Claudiana: “Io, per me, ci starei, ma di cosa si tratta? Vorrei almeno sapere”. “Fatela parlare”. “E lui che ci fa qui”? “E’ il mio giorno. E poi lui ci può stare. Mi ha aiutata… cioè… insomma… si può dire che l’idea è anche un po’ sua. Possiamo dire che è come una di noi. Gli ho esposto il problema e”… Le fermò con la mano mettendole a tacere e si prese un attimo di silenzio: “Scusate signore, non credete che quando si tratta di finanzia, perdonatemi se mi permetto, ne sappia un po’ più di voi. Sanza offesa. Anche solo per una questione di pratica”. Come dargli torto? Solo che… meglio chiedergliene spiegazioni: “Con lei, voglio dire con la vecchia arpia, con quel vampiro succhia grana della tua signora Santippe Carraro, alla fine come te la sei cavata”? “Lei è convinta che ho organizzato tutto io. Da solo. E che ora me ne sto, scusate care amiche, con i gioiellini al sole, in una bella spiaggia delle Laccadive”. “Lacca che?”… “Paoletta, sempre tu”… “Sono dei mucchietti di sabbia bianca finissima in un oceano di limpidissima acqua di un azzurro stupefacente. Circondati da barriere coralline. Nel Mar Arabico”. “Devono essere belle”. “Una favola. Se non si mangiasse solo riso e pesce stopposo. Ci possiamo anche andare, tutte assieme, dopo il colpo”. “Splendido”. “Fatta”. “E Cesare”? “L’ho mandato a cagare”.
Si guardarono una nella faccia dell’altra e tutte in quella del loro, in un certo senso e per così dire, prigioniero. Convenne Claudina: “Solo che questa volta dovremmo essere più… più professionali. Sii onesto: mi avresti riconosciuta dietro quegli orribili occhiali”? “A dire la verità, amiche, sì”. “Era abbastanza… ridicola”. “Per la verità, ancora sì”. “Come si fa”? In quel momento di grave imbarazzo, pieno di dubbi espressi dalle espressioni di tutte, si tenne la parola e prese la situazione in mano il bravo Baldassare, già gioielliere ed ex-segregato. Quell’uomo sembrava avere una risposta per tutto: “Permettetemi di darvi a tutte del tu. Rende tutto più semplice. Allora… dove eravamo? Sì! al colpo. Vediamo… Tu, Paolina, ti potresti vestire da Pippi Calzelunghe”. “Pippi che”? “Era una ragazzina… Lasciamo stare, è una storia troppo lunga”. “Perché io”? “Perché sei la più giovane e poi”… “E poi un cazzo”. “Non fate le difficili, ragazze”. “Per i codini provvederemo con una parrucca. Ti basterà riempirti il viso di panne. E un po’ di rossetto sulle guance. Sarai perfetta”. Paolina preferì, nel dubbio, tenere il muso. “Invece tu ti camufferai da… Maga Magò”. “Perché proprio quella ch’è vecchia e antipatica”? “Claudiana, non ti ci mettere anche tu”. “Poi vediamo”. “Lasciamo parlare lui”. “Posso dire che non mi va”? “Puoi, ma poi basta”. “Vecchia ti facciamo diventare con un po’ di trucco. Non voglio dire che lo sei. Perché hai il fisico del ruolo”. “Le hai volute le tette e ora te le tieni”. “Pazienza. Ma poi non dice che non sono una che si accontenta”.
L’uomo ebbe bisogno di un ulteriore attimo per pensarci: “Due da pagliacci. Direi Otylia, basta che non parli, e Severina”. “Io non voglio fare la pagliacciata. Quella cosa lì”. “Si intende da Clown. Funzionano sempre. Quelli sono una garanzia”. “Se è da Clown allora va bene, ma solo se è da Clown”. “Una da Biancaneve”. “Voglio farla io Biancaneve”. “La faccio io”. “Vedo meglio Beatrice. Molto meglio. Mi sembra perfetta”. “Io preferirei da Maleficent. E’ anche più truce”. “Vada allora per Malefica”. Lei soddisfatta: “Se lo dici tu”? “E io?” –chiese contrariata Virginia che si sentiva trascurata. “Tu mi servi libera. Credo che saresti perfetta… Ti potresti mascherare, con un trucco pesante, perdonami, scusa il termine, in una puttana”. “Io sono il capo, qui, e non la faccio la puttana. Nemmeno per una sera”. “E’ solo una maschera”. “Non è perché è una maschera… perché non lo facciamo fare a Beatrice? è sicuramente più brava”. “Io sono già Malefica”. “Ti va bene Betty Boop”? “Non so chi sia quella, ma sempre meglio di puttana. Ci sto”. “E tu”? “Io sto al volante”.
La saggia Claudiana fu la prima a reagire e chiese divertita e altresì curiosa: “Ma non stiamo parlando, con tanto di maschere e costumi, di una recita di Beneficenza”. “Possiamo sapere qualcosa di più”? “Giusto! Passiamo al piano. Si tratta di… di un tipo che conosco. Un certo Aronne, Aronne Hagmann, è un tipo molto preciso. E molto meticoloso. Allo otto chiude la saracinesca e mette tutto in cassaforte. Alle dieci precise solleva la saracinesca e va a depositare l’incasso alla cassa continua”. “Che cazzo di nome strano”. “Fai silenzio”. “Ascolta”. “Cosa ti importa? Chiamiamolo Aro. Il sabato sera non va a versare i soldi. Perciò il lunedì sera ha quelli del sabato e del lunedì. Mi seguite? Fatte cenno se avete capito. E’ a quel punto, alle dieci, non un minuto di più né uno in meno, che dovete intervenire”. “Ma ne ha”? “Un vero Re Mida, credimi”. “…?”? “Già me ne potrei innamorare”. “Ma io non ho l’orologio”. Non aveva il coraggio di ammettere che sul suo si erano scaricate le batterie e non aveva trovato il tempo né la voglia di andare a sostituirle. “Ti metterai il mio, solo per quella sera, ma fai attenzione, non è una patacca”.
Ora veniva il difficile, l’impegno, il lavoro. Era un po’ restio ma lo doveva dire: “Lo dovete tenere sott’occhio continuamente, per almeno due giorni, a turni di due. Così almeno una sa sempre l’ora. Pedinare. Braccare. Basta, diciamo, dalle sette e mezza, otto meno un quarto, a quando lo avrete visto depositare. Dovrebbe bastare. Annottarvi tutto quello che fa. Precise al millesimo. Tutto deve filare liscio e alla perfezione”. “Ma se hai detto”… “Meglio che siamo sicure”. “E poi che si fa”? “Il moto-furgoncino del panificio del marito di Lisetta è dal meccanico; accidenti”. “Niente moto-furgoncino questa volta. Lo facciamo salire sulla sua macchina, dopo averci levato la targa. La tiene a due passi. Il pigro. Mi raccomando non togliete mai i guati. Poi passiamo tutti sulla mia. A quella la targa la tolgo la sera prima. Poi diritte al rifugio. C’è una vecchia capanna malandata che io conosco. E’ isolata. L’ho già attrezzata di tutto. Le catene sono già infisse al muro. E’ perfetta. Dovremmo solo darci i turni per portargli il cibo. E magari qualche giornale”. “E cosa gli diciamo, Lo invitiamo a una gita fuori porta”? “Niente di simile. In una cassetta postale c’è la mia pistola. Si occupa Virginia di andarla a prendere”. “Io una rabbiosa la posso rimediare da un amico carabiniere”. “Amico… diciamo cliente”. “Rabbiosa”? “Me l’ha insegnato Il mio ganzo”. “Non lasciatevi distrarre”. “Carabiniere?”… “Sì! ma è un tipo tosto ma malleabile, almeno con me, e accondiscendente. Non so se mi sono spiegata. E poi non devo spiegargli niente”. Ride e ridono anche le altre. “Due credo che bastino. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”.
Ormai erano entusiaste e avide di sapere: “Poi che si fa”? “Pazienza”. “Facile da dire”. “Quando siete lì dentro vi fate riaprire la cassaforte. “Se si rifiuta di liberare la marmotta”. “Marmotta”? “Se fa qualche resistenza il codice lo so. E’ una ics a specchio. Non chiedetemi come ma lo so. Semplice: tre, cinque, sette, uno, ancora cinque e nove. Virginia, è meglio se lo scrivi. Lo impari a memoria. Non farti vedere che lo leggi mentre sei là. Poi vi fate dare i soldi delle due giornate e poi fate un pacco anche di lui. Io vi aspetto in macchina. Tutto chiaro”? In coro: “Chiaro”. “Fate attenzione. Ne parleranno tutti i giornali”.
Tutto filò liscio. Lui, l’obiettivo, aveva rispettato tutti i giorni esattamente gli stessi orari preventivati. Loro si erano comportate tutte come delle vere professioniste. Fino alla sera del colpo, alla grande serata. Erano lì in trepidante attesa. Si erano travestite all’ultimo momento dentro la macchina della stessa vittima che Baldassarre aveva già provveduto ad aprire e a togliere la targa. I due clown li avrebbero seguiti con una lambretta, e Pippi, recalcitrante, in un altro motorino. Nessun mezzo doveva avere la targa, il nome. Era stata la scelta più comoda. La macchina del rapito era parcheggiata a pochi metri dal negozio. Per dirla tutta ci sarebbero anche potute stare tutte. Quando stava per giungere l’attimo fatidico un po’ di scaga ce l’avevano. Paoletta fu costretta a correre altre due volte al bagno già in costume. Dieci di sera. Il grande orologio dell’avventura batte la loro ora. Come un araldo di gloria. L’ignorante alzò la saracinesca a metà. Il meschino si chinò nel tentativo di uscire con un borsello bello gonfio sotto il braccio e si guardò intorno. In quel preciso momento entrò in azione sicura Beatrice: “Se mi fai entrare un attimino ti mostro in paradiso. Mi chiamano MaleFica”.
Il viso era spigoloso, gli zigomi, ma tutto il resto era… generoso. Portava le corna con estrema disinvoltura. Gli fece cenno al collare che portava sopra il suo splendido decolté e richiamò l’attenzione sul profondo spacco che ad ogni passo mostrava le sue magnifiche lunghissime gambe e le sottili caviglie. Lui restò fulminato. Repentinamente aveva strabuzzato gli occhi e solerte alzato la saracinesca. Baldassarre, che era alla regia, era certo che l’avrebbe fatto, ed erano sgusciate dentro in sei. Sei sbucate dal nulla. Per un attimo la vittima si chiese se era tornato carnevale, halloween o che festa fosse. Oltre a Malefica, o come s’era presentata lei MaleFica; avevano fatto la loro entrata in scena una Maga Magò, ma con due tette da paura; due antipatici clown muniti di pistoloni; una Pippi Calzelunghe con due codini come un dondolo; e, dulcis in fondo, una Betty Boop tutta occhioni e lunghe gambe e parrucca nera. Visti i camuffamenti né Malefica né Betty avrebbero saputo dove nascondere i ferri. Li avrebbero presi salite in macchina. Non fosse stato per quei revolver quell’Aronne avrebbe pensato che ci sarebbe stato da divertirsi: “Fate le brave ragazze. State calme, non fate scherzi. Cosa volete”?
Loro erano calme, o almeno lo sembravano, lui, il cretino, molto meno. Dovevano fare in fretta. Malefica si prese cura del borsello, Betty andò diretta alla marmotta, la cassaforte, senza chiedergli nulla, mentre Pippi lo legava come un salame e i clown lo tenevano sotto tiro. Non una sola parola. Nemmeno un fiato. Poi sodisfatte e sicure tornarono in strada. Abbassarono la persiana e salirono negli automezzi destinati. Poi via nel nulla con dietro il pacco. Non avevano mai immaginato tanto ben di dio. Né visto o sognato diamanti tanto belli e grossi; proprio come noci. E due giorni d’incassi erano come due anni di buoni stipendi. Avevano il paradiso davanti ai loro occhi. E per di più un milioncino non era una cosa da poco; quasi due miliardi delle vecchie lire. Certo che non aveva perso l’appetito. Lo avevano lasciato sull’Appia, senza nient’altro che le mutande e la canottiera, due mesi dopo. Otylia si era innamorata del suo orologio e non avevano avuto il cuore di chiederle di rinunciarci. Erano andate persino in televisione, certo non con la loro faccia. In tutti i notiziari: il fantastico Colpo delle Maschere. Un titolo proprio azzeccato. I giornali ne parlano ancora; anche se sempre più di rado. Ma non li leggevano ormai più. Quelli italiani non arrivavano alle Laccadive. Con tutto fuori e lui che se le guardava e si beveva il suo bloody mary che s’era fatto portare con la barca.
Nell’ordine Pippi era ridiventata l’innocente Paoletta; Maga Magò una Claudiana più giovane, ma sempre piene di abbondanti virtù; i due Clown erano tornati ad essere uno la brava Otylia e l’altro una Severina carina; Malefica, la più riottosa, alla fine si era rassegnata e si era lasciata convincere ed era ridiventata Beatrice; e Betty non aveva fatto troppe storie a ritrasformarsi nell’originale, Virginia. Ma erano rimaste nel cuore completamente legate ai personaggi che avevano interpretato. In fondo la vita è sempre un meraviglioso spettacolo; solo una commedia. Erano certe che avrebbero rimesso quei panni. Per ora dovevano pensare solo a divertirsi. A Baldassare, finito il suo bloody mary, avrebbero provveduto. Non era come una di loro.
Se è il lavoro a dare dignità all’uomo, avevano imparato dal primo rapimento che: se c’è una cosa certa quella è che il crimine cambia la vita. Severina, che sa, avrebbe detto che era stato proprio come sparecchiare un altarino. Ma due… Ora pensavano che la pratica rende l’uomo scaltro, e che un lavoro ben fatto dà sempre le sue belle soddisfazioni.

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Ma chi l’ha detto che certi crimini possono essere frequentati e ad appannaggio solo dagli uomini? Non erano certo da meno. Potevano fare come loro e anche meglio. Non era stato per bisogno, più che altro per scommessa. Forse anche per noia. Lo conoscevano l’ambiente, per averlo frequentato magari di striscio. Almeno alcune di loro. Anche per piccole storie. Una era stata brevemente con uno che si era introdotto in chiesa dopo la chiusura. Un paio non volevano ammettere di averlo fatto dietro ricompensa, ma ne erano tutte a conoscenza. Una aveva avuto, addirittura, una lunga relazione con uno che era entrato in banca con un mitra in mano, e ora era una vedova di Regina Coeli. Per questo non aveva avuto problemi a farsi eleggere a capo. Così sei donne, quasi tutte di passabile aspetto, decisero di mettersi in banda e dar vita alla loro grande avventura.
Tutto sembrava filare liscio. Lui, il soggetto, l’obiettivo, aveva casa e negozio in via Condotti. Per quella sera Paoletta si fece prestare il motofurgone del marito da Lisetta. Erano state mute. Naturalmente s’erano cucite le bocche e non avevano detto a Lisetta a cosa serviva Altrimenti magari avrebbe voluto anche lei essere della partita; entrare nell’affare: “Ma solo per un paio d’ore perché poi debbono cominciare a consegnare il pane”. Si erano tutte camuffate, cioè mascherate, per non farsi riconoscere. Severina aveva messo il reggiseno di Paoletta di due taglie più piccolo. E Paoletta le scarpe con i tacchi dell’altra, in un equo scambio: “Sia chiaro. Solo per il tempo necessario”. Un paio di scarpe come quelle valevano certo di più di un semplice reggipetto preso al mercato. Beatrice aveva indossato una gonna che nessuno avrebbe perso tempo a guardarle in viso, e calze di rete. Claudiana si era dovuta accontentare degli occhiali da sole. Virginia, come sempre la più intraprendente, si era presentata vestita con i vestiti del suo ex-compagno. Infine Otylia si era dovuta accontentare di cambiare l’accento, comunque avrebbe fatto meglio a starsene zitta. Tirarono la monetina per decidere chi guidava. Vinse Otylia.
Aspettarono pazientemente, in un angolo in penombra, che lui chiudesse bottega, e prima che salisse a casa lo avvicinò Beatrice. Fu incaricata lei perché, anche se con qualche protesta, era stata considerata la più carina, cioè la più arrapante, e poi lei sapeva bene come fare. Non avevano avuto torto. Il commerciate aveva strabuzzato gli occhi e lei non aveva faticato nemmeno un secondo per farsi seguire: “Cerchiamo un posticino riservato, tranquillo” –e lui dietro come la sua ombra. In verità cercò un anticipo, ma lei rifiutò, come da accordi, risolutamente lusingando ancor più il maschio che era in lui ormai non più assopito. E gli scodinzolò davanti, con la scusa di non farsi vedere da un fantomatico marito, fino a portarlo nel posto convenuto: dove avevano lasciato il mezzo. Non fosse stato così distratto il riccastro non si sarebbe mai avventurato per quei posti, nemmeno in pieno giorno. Avevano scelto un angolino nascosto a Tor Bella Monaca, anche perché era vicino al rifugio che era anche casa di Virginia che ormai ci viveva da sola.
Convincere il soggetto a salire non fu impresa facile. Le lusinghe di Beatrice non potevano bastare e aveva cominciato a chiedere “Dove andiamo?.–e a informarsi–.Quanto vuoi?” A quel punto, constatato il panico che si stava impossessando dell’esca, decisero di intervenire. Improvvisamente, come per magia, erano sbucate tutte dal niente del buio agguerrite e lui si era cominciato a impaurire: “Cosa volete? Vi sbagliate?”… Tremava anche un poco. Poverino balbettava. Sembrava fosse la prima volta che faceva la parte del rapito. Non si riusciva a convincerlo né con le buone né con la gentilezza. Severina era entrata completamente nella parte. Da non crederci: “Sbrigati coglione”. “Non farci perdere tempo che il tempo e d’oro. E dobbiamo riconsegnare questo trabiccolo”. Otylia, consumata la pazienza, aveva risolto tutto con un colpo preciso del mattarello che s’era portata in borsetta: “Tiè! Almeno ti starai buono per un po’”. “Sicura che non l’hai fatto secco”? “Sicura; solo una bottarella. Un solo bozzo”.
Appena giunte a destinazione si resero all’unisono conto che non avevano pensato né a catene né a corde. Convennero che per non farlo scappare sarebbe bastato sottrargli i pantaloni, e così fecero. Virginia mise i calzoni nell’armadio dell’ex e il prigioniero in garage, soddisfatta. Per estrema precauzione gli legarono anche i polsi con la sua stessa cinta: “Se esce deve farlo in mutande. Figurarsi”. Poi si fece restituire il portafoglio perché era nelle brache e nelle brache doveva restare, dove tutte sapevano che era. Contarono i contanti e col cellulare fotografarono le carte di credito, e già gli occhi cominciavano a lampeggiare. Dovevano essere certe che quello che c’era dentro fosse lo stesso che avrebbero ritrovato ogni volta che avessero avuto il bisogno di controllare il contenuto. Tutte si assicurarono che Virginia chiudesse a chiave il mobile e consegnasse la chiave a Paoletta, la più ingenua. Da quel momento non rimaneva loro altro che aspettare con ansia il mattino. Continuando a guardare inquete l’ora ogni cinque minuti nei loro orologi. Otylia si informava dalle altre perché non lo portava al polso. La padrona di casa preparò un buon caffè per tutte e Claudiana prese il sonno sul divano perché non poteva assolutamente perdersi quella puntata; mentre Paoletta andava a restituire a Lisetta il mezzo del lavoro del marito.
Non erano riuscite a chiudere occhi, tutte tranne, come detto, Claudiana. Di primo mattino fu la solita Virginia a mascherare la voce dentro un fazzoletto per fare la telefonata. Naturalmente la moglie, all’altro capo del filo, chiese la prova che il suo caro marito fosse ancora vivo e vegeto e in buona salute. Lei fu sbrigativa: “La richiameremo”. Si spostarono tutte in garage e spiegarono confusamente all’uomo, sormontando le voci, qual era la situazione. Lui parve capire anche si non dava segni di troppo acutezza. Attesero assieme la mezzora pattuita. Quando gli passarono il cellulare lui eseguì con attenzione le loro istruzioni: “Sto bene cara e mi trattano bene. Almeno spero. Non ho ancora preso nemmeno un caffè”. “Sei sicuro”? “Certo che sono sicuro”. La moglie protestò: “Ma hai visto che ore sono? Altro che caffè. Accidenti a te. Ti sembra questa l’ora di farmi chiamare? Me ne torno a dormire”. “Aspetta cara. Hanno una cosa da chiederti, loro, le… signore”. Con pazienza Virginia cercò di scuotere la donna dal sonno. Alla richiesta del riscatto la mogliettina non batté ciglio, non mercanteggio nemmeno per un attimo, tanto che tutte pensarono di essere state fin troppo moderate, e qualcuna propose di aumentare. Solo che la sicurezza della donna in viva voce le aveva prese in un contropiede inaspettato. Troppo tardi. Sembrava fredda e determinata. Per nulla preoccupata: “Quando volete e dove volete. Ora, siate gentili e fatemi tornare a riposare almeno un paio d’ore. Poi… datemi solo un paio d’ore per prepararmi e un altro paio per contattare la banca, poi richiamatemi all’altro numero. Lui lo sa”. Restarono a fissarsi a bocca aperta. Solo Virginia al telefono riuscì, con fatica, a reagire: “Niente furbate. Ne va della salute del maritino”.
In quel frattempo non poterono fare altro che ammazzare il tempo. Decisero di prendere confidenza col soggetto, sì! insomma col prigioniero. Di conoscerlo solo un po’ meglio. In fondo dovevano passare almeno sei ore assieme. Forse, anzi probabilmente, anche tutta la giornata. Non aveva figli e aveva anche una casetta al mare. Era sposato da vent’anni e da vent’anni aveva quel negozietto. Lo aveva definito proprio così: “Come mai”? “Non lo so. Non l’abbiamo mai cercato”. “Scusa?”… “Un figlio”. “Volevo ben dire”. “Voi ricchi siete tirchi anche in quello”. “Posso avere una sigaretta”. Nel mondo dei ladri e dei rapitori la generosità non è mai stata un difetto: “Puoi tenere anche tutto il pacchetto. –poi le venne spontaneamente e le parve divertente e si mise a ridere– Casetta, negozietto, pacchetto. Capito”? “E’ d’oro”? “Certo. Non sono mica… Scusate. Non vendo mica caramelle”. Questo era sicuro, perché trecento non erano mica una bazzecola, come sembrava dire la sua faccia e la voce di quella donnetta. Ci si poteva comprare, volendolo, quasi mezza casa. D’accordo, poi con un po’ di mutuo sopra… Magari una cosa modesta. Il fatto era che erano in sei. Per il colpo era state un team, un numero perfetto. Per dividere sarebbero state anche troppe. Non era il momento per pensare a quelle cose. Intanto quelle, le ore, scorrevano lente, ma implacabili.
Claudiana si era assunta l’incarico di controllare il passare del tempo. E lo aveva scandito ogni mezzora. Alle dodici precise chiamarono. Avevano deciso, di comune accordo, che era meglio che a fare quella telefonata, almeno inizialmente, fosse lui. La carampana non avrebbe dovuto perdere tempo per informarsi della sua salute, e poi lui sapeva già il numero: “Cara… loro, –Virginia gli aveva sputato in un orecchio Sbrigati!– le amiche, mi hanno chiesto di chiamarti. Ti prego perché l’ultimatum sta per scadere. Sì! sto bene. Certo mi hanno trattato bene. Ti dico… Ti prego. Fai in fretta. Tutto quello che puoi. Tutto quello che chiedono. Ne va della mia vita. Sì! sono determinate. Se non lo fai torno a casa, ma un pezzettino alla volta”. Certo aveva un bel po’ esagerato quel bel tipo del loro rapito. Non serviva metterla così sul drammatico. Parlare di vita e di morte poi… Un pensiero bislacco le venne alla mente: e se si fosse rifiutata di pagare cosa ne avrebbero fatto? E gli avevano anche detto: “Niente iniziative”. Ormai la frittata era fatta. Virginia prese, ancora una volta, decisa, in mano la situazione. Gli tolse il cellulare di mano che era anche il suo. Parlò come in un giallo di Agatha Christie, ma si scordò di camuffare la voce: “Parli con me, signora Carraro”. Il tono freddo dell’atra le mise i brividi, e le giungeva chiaro come se fosse lì, nella stanza: “Ho qui il contante. Non fategli del male. Va bene per le sette perché dopo avrei il ramino”? “Alle sette puntuali. In Piazza di Spagna. Ci facciamo vive noi” –e chiuse la conversazione che ne aveva già le palle piene.
Era sempre Virginia a doverci pensare a tenere il timone, a mantenere la rotta. A decidere e provvedere: “Hai una foto”? “Di chi”? “Di tua moglie. E di chi se no? di Greta Garbo? Altrimenti come la si riconosce. Cazzo! Mica ti ci possiamo portare”. Non si aspettava quella domanda e reclinò il capo: “Sì, ma è nel portafoglio”. Paoletta corse solerte a prenderla. Mentre era via lui chiese se era proprio necessario, e loro non capirono. Il dubbio sorse quando si trovarono nuovamente tutte lì. Guardarono lo scatto, passandoselo una a una, con attenzione e una minima reazione di delusione, quasi di disgusto: “Non è male”. Severina era la più pronta e brava a mentire: “Bella signora”. Era certo che la ricchezza non da la bellezza. Per la felicità invece ci sarebbe stato molto da dire. Lui aveva la faccia da colpevole: “E’ venuta particolarmente bene che non sembra nemmeno lei. Ma… nemmeno a vent’anni”. Paoletta reagì prontamente stizzita: “Cosa c’entrano i vent’anni”? “Dicevo per dire”. “Ahhh! Volevo ben dire”. Il piccolo bisticcio terminò lì, prima di cominciare. Era un tipo a posto, controllato, e molto ben educato. Un vero signore.
Virginia uscì un attimo per preparare la colazione dell’ospite, ma al suo ritorno trovò la confusione più completa. Non era passata che una mezzora, che era stata via, oltre la notte e la mezzora e quelle sei dell’attesa. Quasi una vita. Cercò di zittirle tutte e farle parlare una alla volta. Il tentativo non ebbe successo e fu costretta e farsi spiegare dal prigioniero cosa diavolo stesse succedendo là dentro quella mattina. Gli liberò le mani e lui prese fiato e si prese con gusto la colazione. Poi spiegò con calma, spazzolandosi le briciole dalle ridicole gambe nude, con occhi compassionevoli: sarebbe stato disposto a pagare anche il doppio solo se loro gli avessero permesso di restare. Piuttosto di tornare da quell’arpia: “Non vi ho guardate con attenzione. Si può dire che non vi ho riconosciute… insomma… Siate gentili. Compassionevoli. Ma l’avete vista? Mettetevi una mano sul cuore; amiche”. Cogliendole tutte nella più assoluta sorpresa. Non s’era mai sentito niente di simile. Maledizione. Il prigioniero che chiedeva di restare carcerato. Nel dubbio, e nel non sapere cosa fare, le amiche cominciarono a scambiarsi accuse tra loro.
Erano proprio in un bel guaio: “Se tu, Bea, riuscissi a stare qualche volta più composta, forse ora non ci troveremmo in questo guaio”. “Se tu Paolina non avessi tutta questa fretta di diventare donna”… “Parli proprio tu, Severina; non ti potevi accontentare di una bella terza”? “Ragazze, è stata Otylia, dovevamo immaginarlo, sono tutte uguali quelle dell’est”…. “Non sono dell’est”. “Non importa, siete tutte uguali, non pensate che ad accasarvi”. “Parli proprio tu Buddana”. “A chi puttana? Ma come ti permetti”? “Mi permetto perché lo sei”. “Chi te l’ha detto, chi è la spia qui, fuori la linguacciuta, e anche se fosse, se io sono una puttana, perché si dice Puttana, cara mia, impara la lingua, che per il resto la sai usare bene, tu sei una mignotta”. “Guarda che in Italia si dice anche così, e io non sono quella cosa lì”. “Cosa ne vuoi sapere di cosa si dice”. “Io voto per Claudiana. Ma avete visto come lo guardava. E poi chi ne avrebbe bisogno più di lei”? “Ti puoi leccare le dita, cara mia”. “E tu ti puoi leccare qualcos’altro, bella”. “Non mi parlare con quel tono”. “Sentila la principessa. La principessa del pisello”. “Guardati allo specchio”.
L’ambiente si stava surriscaldando. Poco mancava che venissero alle mani. Lui le guardava letteralmente sbigottito, non certo di capire. Senza capacitarsi. Non gli sembrava una richiesta poi così assurda. Sarebbe bastato che lo lasciassero dov’era. Avevano voluto rapirlo? Del negozio e dei capricci ne aveva le tasche piene. Di alzarsi sempre alla stessa ora e fare sempre le stesse cose. Aveva già pensato di prendersi un altro commesso. E godersela. Poi erano arrivate quelle. Pazze. E se l’erano portato via. Mica glielo avevano chiesto. Mica era stato lui: “Prego signora, vuole per cortesia rapirmi un po’”? Ora che ci pensassero loro. Se la vedessero tra loro. Semplicemente. Lui lì non ci voleva tornare. Era meglio se se ne stava zitto. Non era certo più un suo problema: O spiffero tutto o vi tenete il pesce e anche l’odore. Per calmare gli animi dovette intervenire nuovamente Virginia in qualità di capo. Fu costretta a farsi sentire alzando la voce. Se andava bene il loro sarebbe probabilmente entrato nelle cronache come il rapimento più veloce nella storia del crimine: “Fate un po’ silenzio. Devo pensare. Litigare non serve e non risolve il problema. Proviamo invece a trovare una soluzione”. “Certo che il doppio sarebbe proprio una bella sommetta”. “Esattamente due volte un sacco di soldi”. “Proprio tanti”. Su quello erano tutte d’accordo: “Ma come si fa”?
Alla fine acconsentirono almeno di provare e fecero un patto sotto giuramento. Lo giurarono e spergiurarono: se una di loro, una qualsiasi, si fosse presa e tenuto il vecchietto, cioè l’anziano, cioè quell’uomo maturo, la sua parte del gruzzolo sarebbe stata divisa tra le altre. Però… si potevano tenere anche il malloppo che avrebbe consegnato la moglie quella stessa sera all’appuntamento in quella Piazza. Perché no? La facciamo parlare con lui e poi chi se visto s’è sentito. Il rapito accettò anche quella condizione. Brindarono tutti a crema marsala perché in casa non c’era altro. Ma non era ancora finita perché Pierina, la solita, si ritrovò piena di dubbi: “E dove lo teniamo”? “Siamo sei; un giorno a casa per ciascuna; pur che si impegni a rispettare i patti e a non far mancare nulla a nessuna”. “Cosa vuoi dire con nulla”. “Nulla vuol dire nulla. Dai che mi hai capita bene. Bottino e tutto il resto a ciascuna in parti uguali. Sono stata chiara”? “Ma i giorni sono sette”. “La domenica può guardare la partita e lo lasciamo riposare; poverino. Ogni domenica si cambia. Avrà pure bisogno di riposare anche lui. Anzi il diritto”. La solita Pierina, esperta nel rompere le uova nel paniere fece mente locale: “Ma io sto con mia mamma”. “Chi è tua madre”? “Lo sai, la Ninetta”. “Quella di Tor Vergata”? “Proprio lei”. La competenza di Virginia trovò immediatamente ancora una volta la soluzione giusta e restituì tranquillità: “Allora va bene, basta che ne lasci un po’ anche per lei”.
Con soddisfazione Paoletta poté liberarsi finalmente di quelle scarpe. Severina togliersi il reggiseno dell’amica sotto la maglietta, sospirando nel liberare le sue grazie al vento. Claudiana sfilarsi quegli orribili occhiali e tornare a vedere, era rimasta fin troppo dentro la notte. Otylia tirare una saracca nella sua lingua madre e correre a fare la pipì. Virginia andarsi a cambiare e sistemarsi per tornare donna. Ma Beatrice rimase fasciata con quella gonna. Non voleva dare spettacolo. Non voleva far togliere alle amiche anche quella soddisfazione. E poi lui la guardava già ben bene. Però il primo giorno sarebbe rimasto segregato da Virginia, le spettava di diritto, non era forse lei il capo? E quella che aveva avuto l’idea? Che quella che s’era fatta il mazzo più delle altre?
Tutto filò liscio e ritirato il malloppo lasciarono che se la sbrigasse lui: “Sì! tutto bene, cara. Sì! ho mangiato. Ora vado a cenare. Buon ramino. Sì! mi hanno liberato. Non ti preoccupare. No! non direttamente a casa. L’avventura mi ha affaticato. Forse vado qualche giorno alla casa al mare. Una bazzecola. Non dire niente a nessuno. Sì! ti racconto quando torno.” –e si asciugò il sudore. Tutte insieme, emozionate, contarono tutti qui soldi. Avevano gli occhi come diamanti: “Cazzo quanto sono tanti”. E Claudiana fece i mucchietti e li distribuì. A ciascuna il suo. La cosa è sempre stata nota, che tra quel tipo di persone, la solidarietà impera.

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