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Archive for the ‘Vecchio West’ Category

Duello a DurangoCicca in bocca Chrystal si è messa a oliare, di buona lena, la carabina Winchester di papà. La scusa era che le sembrava di aver visto un ocelot. Ormai i gattopardi americani erano avvistamenti più rari dei babbi natale a ferragosto, o dei tacchini selvatici il Thanksgiving Day, o il quattro luglio, le vere vittime dell’Independence Day. Il buon signor Donovan aveva finto di crederle.
Qualche giornale locale cominciava a parlare di noi, chiamandoci “La banda dei tre” o, più spesso, “Delle due bellezze”. Nessuno ci dava ancora la caccia sul serio. Non eravamo stati così fessi di muoverci in un’area limitata, anzi avevamo anche cambiato stato. E poi, come detto, c’erano tutti quei terroristi da trovare. Solo che dal furgone da Las Vegas avevamo preso i soldi di qualcuno che non aveva interesse a mandarci dietro la polizia. Soldi che dovevano solo tornare dal casinò dopo una nuova innocenza. Di un certo Joe Quattrodita, e uno con nel cognome qualcosa come Giandino. Non erano morbidi come lo sceriffo e i suoi. Gente d’onore, quelli, uomini d’affari, maledetti italiani, topi con tana a Durango.
Il Messico non mi è mai piaciuto e l’avrei evitato molto volentieri. E in verità quel cazzo di posto si chiama Victoria de Durango. La patria di quel Pancho Villa. E il viaggio si presentava anche lungo e faticoso. Non mi andava proprio. E si respirava male, troppo in altura. Un nido per condor. Ma aveva ragione: era meglio che gli facessimo visita prima che ci trovassero loro. Cristi, sigaretta in bocca, non mi piace quel suo vizio, sembrava pronta ad andare alla guerra. Per tutto il viaggio l’ha tenuta sulle ginocchia come un bambino.
Lentamente ci ha attraversato la strada un armadillo, o come lo chiamano loro un quirquincho. Spero non sia un qualche segno del destino. Non credo molto a queste superstizioni da campagnoli. E non ho sentito parlarne come per i gatti neri. Se ne andava tranquillo incurante del pericolo. Sono stato tentato, incitato da Abigail, di metterlo sotto, per farne un charango. Mi è sembrata, in quell’attimo, una buona idea per un regalo per il suocero. Alla fine ho preferito evitarlo. Il sangue, anche se di un animaletto inutile come quello, non è mai di buon auspicio.
Dietro c’era la chitarra di papà Donovan. Sulla cassa la firma del grande Jorma Kaukonen, almeno così lo aveva definito lui, e questo tradiva i suoi passati amori. Ma c’era anche quella di Billy Gibbons.[1] Probabilmente un amore più recente. Verosimilmente il vecchio aveva intenzione di recarsi in città e provare a venderla. Per liberarsi di tutti quei ricordi. L’ho data naturalmente al figlio del fornaio, per una pizza e un fucile.
Sembrava un arnese della guerra di secessione, ma incuteva timore e poteva andar bene. Il tipo disse che aveva sparato nella battaglia di Manassas. Era solo per precauzione. Fosse stato solo per me ero deciso a restituire tutto. E comunque lo avrei reso al ritorno, e avrei ripreso lo strumento. Avrei voluto saperlo suonare. Per lei e per tutte e due. Non avevo mai imparato bene a farlo. Quelle corde non collaboravano. Restavano per me quasi un mistero. Sapevo fare poco più di un giro di do. E non ero nemmeno troppo intonato.
Anche il Messico era in fiamme. Il paesaggio non era cambiato di una virgola. Sembrava di essere ancora in Texas. Ma come fanno a ingollarsi di cose così piccanti? Dovevamo fermarci a El Paso per toglierci la polvere di dosso, per mangiare, un paio di balli, e passare la notte. Così abbiamo fatto. Solo che ho preferito quella pizza, anche se era terribile. Vera colla gommosa. Da fuori venivano le note di un fandango. Non sono bravo a ballare, ma non volevo deludere le mie due compagne. Ero deciso: ci avrei almeno provato. Ma solo dopo essere arrivati.
Ne avevo fin sopra le palle di deserto. Volevo solo uscirne e che tutto finisse, e tornarmene. Invece le cose cominciarono ad andar male già da quella sera. C’era una sorta di tensione nell’aria. Il posto era pieno di sombreri e di brutti ceffi messicani con i baffi. Tutti volevano divertirsi, anche troppo. E due bellezze bionde erano una sorta di apparizione, inconsueta. Mi ero alzato dal tavolo per cercare Abigail. L’avevo vista fare smorfie e flirtare con un tizio alto come un campanile e largo più d’una quercia. Poi era sparita e non l’avevamo vista più. Eravamo rimasti a fissare intorno con gli occhi per un po’. Alla fine mi ero deciso di andare a cercarla. Era da un po’, cominciavo a preoccuparmi. Avevo detto a Chrystal di aspettarmi lì e finire con calma il suo mezcal.
Mi sembrava che anche la tranquillità di Cristi fosse interpretata ad arte. Unicamente a mio beneficio. Non riuscivo a vederla. Fuori intorno c’era buio, silenzio, sulle fatiscenti e agonizzanti polverose rovine del loro passato del cazzo, e le risate lontane e sghignazzanti della loro miseria attuale. L’avevo trovata dietro al locale, in una pozza d’ombra che per poco non la vedevo. Nella destra aveva un barattolo aperto di birra e la camicetta aperta fino alla pancia. Il mandriano le stava sopra e glielo aveva infilato in bocca. Lei sembrava ubriaca e a prima vista non pareva disdegnare la cosa. Tutt’altro, si sarebbe detta impegnata ed entusiasta. Appena mi aveva visto mi aveva gridato: Che aspetti sparagli? È uno di loro. È un mangia-spaghetti. Ce l’hanno mandato incontro.
Probabilmente Dio stava guardando dall’altra parte in quella sera dannata. Forse aveva cercato refrigerio infilando i piedi nel Rio Grande. Mi sembrava di vedere me da fuori di me. È stata una reazione istintiva: ho estratto il revolver e ho fatto fuoco, prima ancora di pensarci. Scosso dalla rabbia disperata nella sua voce. Quando l’ho girato mi sono accorto che era solo Ramon, quel figlio di una grandissima mignotta del figlio del panettiere. L’unica persona che avevo conosciuto in quel dannatissimo posto. Un cane si era messo ad abbaiare e per un attimo mi sono sentito circondare da un silenzio irreale. Poi le musiche erano ricominciate. Sono andato a cercare la chitarra e Chrystal. Le ho detto che venire che le avrei spiegato dopo.
Ci siamo rimessi in sella e ce la siamo filata, lasciandoci dietro il campanile e tutta El Paso. L’avevo preso al collo; sputava rosso e versi rantolanti privi di senso. Dovevamo mettere un po’ di distanza tra noi e quel corpo pieno di sangue. Avremmo dormito sotto le stelle del Rio Grande. Abigail aveva detto che sì! forse si era sbagliata. Che no! non lo voleva, ma poi forse solo un poco. Che forse era stata la confusione e quel ballo. Che era stato stronzo e aveva insistito. Che non voleva che andasse a dirlo in giro. Che forse era stata anche colpa sua, ma era un poco ubriaca. Non potevamo lasciarla da sola un solo attimo.
Ormai quello che era stato fatto era fatto. E non potevo dare tutta la colpa a lei. Dovevo stare più attento. Pensarci un attimo. In fondo ero stato io a premere il grilletto. Il fatto è che quando ammazzi una persona, per la prima volta, quella poi torna insistentemente e te la ritrovi sempre davanti agli occhi. La faccenda non cominciava nel migliore dei modi. Le rogne dovevano aspettarci a Durando. Invece ci erano venute incontro con anticipo. Meglio arrivare in città verso sera. Cercando di passare il più possibile inosservati. Non era una cosa facile, lo sapevo. Con due bionde e un paio di calzoncini cortissimi in Messico.
Ci siamo fermati ad una missione. Sentivo il bisogno di confessarmi, come se andassi incontro al destino. Non sono mai stato troppo religioso, ma ci sono situazioni e situazioni. Non potevo dirlo a nessuno, ma dovevo dirlo a quel frate. Avevo bisogno del suo perdono. Ne sentivo proprio il bisogno. E Chrystal Aveva fatto la comunione. Sembrava tesa anche lei. Abbi era rimasta in macchina. All’emporio Cristi mi aveva preso un paio di stivali nuovi un orecchino d’oro, dicendo che ormai ero un vero fuorilegge. Aveva una risata amara. Poi ci siamo rimessi in viaggio, volevamo arrivare puntuali per il ballo.
Siamo passati diretti alla corrida con della tequila ghiacciata. Non avevo mai visto niente di simile, né un rodeo. Il toreador era il re dell’arena e sembrava vedesse ancora Villa là sugli spalti. Lo spettacolo non mi è piaciuto affatto. L’ho trovato troppo violento. Non sopportavo di vedere tutto quel sangue e la sofferenza del povero toro. La folla invece incitava e sghignazzava in preda ad un vero delirio. Credo di averlo visto Dio, con due occhi smeraldini di ramarro. Probabilmente era solo la tensione. O una delle tante maschere con cui quei miserabili contadini amano agghindarsi. Alla fine siamo andati al maledetto ballo. Cercando di ridere e non pensarci. Per quanto avessimo potuto fare ci avevano visti tutti, e la voce della nostra presenza doveva essere circolata.
Avevo cercato di controllarmi, non potevo farmi trovare confuso e ubriaco. Io e Chrystal siamo usciti in strada e ci siamo allontanati dalla folla e dai rumori. Non avevo nemmeno più paura. Ero sospeso come in equilibrio sul filo. Prima si è fatto un completo silenzio e poi è arrivata una macchina nera che ha frenato. Ne sono scesi in quattro, tutti alti e robusti, e tutti con un’arma in mano. Eravamo arrivati finalmente alla resa dei conti. Ho capito subito che non avrei mai avuto il tempo di parlare. Eppure era vero che non sapevamo che i soldi fossero loro. Li avevamo in due borse nel sedile dietro. Ma sono ancora convinto che Abigail non avesse nessuna intenzione di restituirli, E che Chrystal fosse abbastanza d’accordo più con la sorella che con me. Comunque erano pensieri inutili. Non erano tipi da ascoltare spiegazioni o accettare scuse.
I pochi passanti se l’erano dati a gambe lestamente. Ho visto un lampo, ne è seguito un tuono e nella schiena ho sentito un dolore caldo. Chrystal ha risposto subito al fuoco. Una vera cannonata. Ne ha centrato uno alla testa, e quella praticamente è esplosa e volata via, poi ha sparato al serbatoio. La macchina è diventata in un attimo un falò che di un paio di metri d’altezza. Ora la strada era bene illuminata. I tre scagnozzi si erano allargati verso le case. Lei mi aveva trascinato via ed eravamo finiti nel cortile posteriore di una stalla abbandonata. Mi aveva controllato preoccupata, poi aveva tirato un sospiro di sollievo. Mi aveva invitato a non fare il bambino, la checca, perché era solo un graffio, un colpo di striscio.
Quell’attimo di tranquillità era durato poco. L’aveva vista lei l’ombra gigantesca di uno dei mafiosi, con sigaro in bocca, che incombeva su di noi pronta a fare fuoco. Eravamo persi; entrambi. Ma l’ombra non sapeva che a guardarci le spalle c’era Abigail. Silenziosa gli era arrivata dietro e gli aveva infilato la smith & wesson 686 tra le chiappe. E senza dire altro, né chiedere permesso, aveva fatto fuoco. Schizzi di sangue e del malavitoso erano esplosi intorno. Cristi si era già ripresa dallo spavento, io un poco meno. In quel momento le cose si erano messe leggermente meglio, noi eravamo in tre e di loro ne restavano solo due. Siamo andati a dargli la caccia.
Quelli son prede alla fine facili, perché sono troppo sicuri e presuntuosi. Al buzzurro con quattro dita il winchester aveva fatto sul petto un buco grosso come un oblò. Io ero lì, ma il mio catenaccio s’era inceppato e aveva fatto cilecca. Comunque lei era stata più svelta. Gli aveva rovinato il suo doppio petto gessato. Sicuramente di dubbio gusto, in un posto come una strada fuori dal centro, a Durango. Lo stronzo girava ancora intorno alla macchina. E aveva gli occhiali da sole, anche se era quasi mezzanotte. L’altro lo aveva sistemato naturalmente Abigail, senza fatica. Lui ci cercava e lei lo aveva trovato, dentro una bettola chiusa. Lei amava il pericolo. Lui aveva creduto di potersi togliere un ultimo sfizio, dietro il bancone. Lei gli aveva tagliato la gola da un lato all’altro; gli aveva quasi staccato la testa. Avrebbe dovuto cambiarsi. Era tutta inzozzata dal sangue del coglione.
Ora quei soldi erano proprio solo nostri. Perché non avevano più altri padroni. Tutto era finito e nulla ci tratteneva più a Durango. Anche questa è fatta. Udimmo lo sferragliare di un treno. Qualche sirena, ma niente di preoccupante. Più probabilmente un incendio dovuto alla troppa euforia. La macchina tossì, ma si mise in moto. Potevamo tornarcene tranquilli alla nostra casetta. Ci restavano solo circa novecento-ventiquattro miglia d’inferno infuocato dal sole. Una vera gita davanti a quello che avevamo passato. Mondo maya, mi sentivo disposto ad affrontare un puma a mani nude. Abigail taceva e ricontava quei soldi soddisfatta.
Papà Donovan non ci avrebbe più prestato il suo suv. Glielo avremmo riportato con qualche presa d’aria in più. Buchi inequivocabilmente di spari. Era già tanto se avevamo riportato le palle. Quando ci vide non fece domande. Ne aveva viste di cose a sufficienza. Certo sembrava preoccupato. Ma più preoccupato era per la sua chitarra. Se la coccolò con cura. Di notte, dalle nostre parti, un uomo ascolta i coyote ululare. Cosa farebbe senza la sua chitarra? Cosa canterebbe alla luna? Di noi le raccontano in molti. Ma nessuno conosce la vera vita di frontiera.

[1] Chitarristi rispettivamente con i Jefferson Airplane e i ZZ Top.

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Urrà a Las Vegas.jpgNon era così che doveva andare, ma con lei le sorprese non mancano mai. È scesa, si è tolta il reggiseno, e ha messo fuori il pollice. Con tutte le sue cosettine bene in mostra. Davanti a quel miraggio il furgone non aveva potuto far altro che fermarsi, con grande stridore. Anche perché era proprio nel bel mezzo della strada. Però è meglio cominciare sempre dall’inizio.
Io non potrei più vivere senza di loro. Piuttosto mi sparo un colpo in bocca. Dopo aver sparato a tutt’e due. Ma è inutile farsi pensieri tristi, finché le cose vanno a meraviglia. Certo che non avevamo scelto un lavoro semplice. Anche se era un lavoro di antiche tradizioni. Comportava i suoi rischi. Non ci volevo pensare, ma a volte mi trovavo a farlo. Restava vero quello che avevo accettato fin dal primo momento: Le ragazze di campagna sono più spicce e sono differenti.
Non riuscivo a farle stare buone che qualche ora. Poi si lasciavano riprendere dall’eccitazione dell’avventura. Certo che la vita in campagna non offre molti svaghi; per due giovani donne come loro. E il caldo era ubriacante. La piscina poteva essere di ristoro solo per qualche ora. Uscivi ed eri già tutto sudato. Passava la voglia di fare qualsiasi altra cosa. Ma il rombo del motore e l’aria che entra dal finestrino danno quella certa carica. E soprattutto l’azione era come una brezza che ridava vita. Molto più di una buona birra.
Una cosa l’aveva capita bene lei, la candida e perfida Abigail, farlo di nascosto mette più pepe. Non le dispiaceva farmi divertire a guardarla con la sorella. Non le dispiaceva guardarci e partecipare. Non le dispiaceva nulla e tutto le garbava, solo che in segreto aggiunge quella sensazione strana. Quello stesso friccicore che ci lasciavano dentro le nostre piccole avventure. Quella cosa che chiamano adrenalina. Non ero del tutto d’accordo con lei. A volte esprimevo i miei dubbi con la sorella. Chrystal sosteneva che era una cosa legata all’età. Che si sarebbe sistemata anche lei.
Era un giorno come tanti. Era strano, non era mai capitato che potessimo starcene lì tranquilli a parlare, io e papà Donovan. Lui era sempre indaffarato. Forse era troppo caldo anche per lui. Aveva preso due birre e si era seduto davanti a me. Le tre donne erano indaffarate a preparare barattoli di confetture. Prese in mano stancamente la sua chitarra, sembrava saperci fare. Sulle note di cristallo mugugnò brevemente Treetop Flyer[1], solo un accenno. Poi la lasciò in un angolo. Io ti capisco, figliolo. A volte penso che fai bene. Allora ci credevo veramente. Qualcuno diceva che le mie interpretazioni erano interessanti. Non lo so. A vent’anni si può anche sognare. Avevo avuto anche un paio di proposte importanti. Poi l’erba e tutto il resto. Poi ho incontrato lei, non che me ne sia mai pentito. Solo che… Puf! Tutto è andato a farsi fottere. I concerti erano un ricordo. Ho capito di amare più le canne della musica. Sette mesi dopo aspettava già Chrystal.
Aveva un’aria rassegnata che non gli conoscevo: Era bella come lo sono le sue figliole. Non lo nascondo. E ad accalappiare il maschio ci sapeva fare. Così… Dylan non lo suono più. È uno sporco ebreo comunista. Allora… si è sempre un po’ stupidi da giovani. Come dicevo… poi il matrimonio. Poi la paternità. Ma non sono queste a invecchiarti. Non sono i grandi fatti ma le piccole cose di ogni giorno. Ogni una ti aggiunge una ruga e ti cambia. Perdi quella voglia. Ti ingobbisci sulle cose e sulle tue idee. Le soffochi dentro. Il tempo passa senza che te ne accorgi. Ti ritrovi inutile e ti sembra nemmeno di aver vissuto.
Andò a prendere un altro paio di birre: Spero di non annoiarti. E un po’ che ti volevo parlare. Un padre dovrebbe sempre farlo. A volte mi chiedo perché me ne sto qui a darmi tanto da fare. Per accumulare soldi che nemmeno mi godo. Forse avrei fatto meglio a inseguire quei sogni. Solo che… questo posto era di mio padre. Non ho avuto il coraggio di lasciarla da sola con una bambina in arrivo. Credi che abbia fatto bene? Sono convinto che sia stato uno sporco negro. Non l’hanno mai scovato. E mi son trovato troppo presto con troppe cose sulle spalle. Ma Chrystal è stata una gioia. È sempre stata brava. Tienila stretta. Con la sorella è stato diverso.
Ci pensò a lungo, in silenzio, prima di riprendere. Poi parlò tutto di un fiato, come se si dovesse togliere un peso dallo stomaco, troppo a lungo soffocato: Posso darti un consiglio, figliolo. Liberatevi di Abigail. Prima che potete. Lo so che è mia figlia anche lei, ma quella ragazza porta male. Lei è cattiva. Non lo so perché. Sono cresciute assieme. Dentro sono diverse. Da piccola voleva essere un ragazzo, e un poco lo è. È quel visetto d’angelo… Lei ama e odia allo stesso modo. Non ve ne verrà mai niente di buono. Dove abiti tu abitava una famiglia. Se ne sono andati. Avevano un cane. La madre non ne sa niente. Anche Abbi voleva un cane.
Ormai ero convinto che sapesse più di quello che dava a vedere: Un giorno il cane dei vicini fu trovato morto vicino al fosso. La gola recisa con un solo colpo. E aveva appeso il cadavere della povera bestia a un ramo. Capisci? Penzolava da quel maledetto ramo. Ucciso e poi impiccato. Nessuno ha mai saputo chi era stato, ma io sapevo che era stata lei. Mi ha detto che non era giusto, che se lei non poteva avere un cane, allora nemmeno loro dovevano avere un cane. Lei non aveva mai detto di volerne uno. Il cane l’abbiamo preso la settimana dopo. Ma io non dimenticherò mai quel cadavere e la pozza di sangue che si allungava sull’acqua stagnante.
Mi confidò che ci aveva fatto una canzone. Alla fine mi fece la sua proposta. Disse che potevo lavorare per lui, cioè con lui. Che quello che aveva era per la famiglia, ed io ormai ero della famiglia. Che mi avrebbe mostrato tutto. In fondo poteva anche non esserci troppo da fare. E non mi sarebbe mancato certo un aiuto. Bastava tenere gli occhi aperti. L’offerta non sarebbe stata nemmeno tanto male. Non so se ne sarei stato capace. Ci pensai un lungo attimo, o almeno mi diedi l’aria di farlo, la sua proposta arrivava tardi; gli risposi che preferivo fare da solo. A provvedere con le mie sole forze, per me e Chrystal. M’invitò a pensarci. Si alzò e mi lasciò lì per tornare a occuparsi delle sue cose. Credo che un puledro si fosse rotto una zampa.
Avevo visto più cose in quel mese e mezzo che in tutta la mia vita. Loro non prendevano nessuna precauzione. Non avevo voglia di trovarmi con un marmocchio tra i piedi. Almeno non ancora. Per fortuna non succedeva. Eppure, qualche volta, in quei giorni, mi son trovato a chiedermi se non ero io che sparavo a salve. Invece ci rimasero contemporaneamente, e le chiacchiere dei paesani s’irrobustirono. Stavo per diventare padre due volte, ma ancora contemporaneamente abortirono naturalmente, almeno così dissero. Era una soluzione che in quel momento andava a fagiolo anche a me. Non era un buon momento. L’estate pareva non finire mai.
Vegas è in mezzo al nulla, ero certo che non ci sarebbe stato traffico, nemmeno un’anima in giro, tranne forse qualche coyote che si era perso. Abigail aveva insistito tanto e alla fine non avevamo potuto dirle di no. Stavolta voleva essere lei la protagonista della nuova avventura. Avevo lasciato a Chrystal il compito di convincerla che era importante che si attenesse al piano. Di dirle dieci volte di stare tranquilla. Si era messa in testa che voleva non sentirmi più brontolare, che dimenticassi i casini e che fossi fiero anche di lei. Il portavalori passava di là tutte le mattine verso le tredici e un quarto p.m. Doveva solo farlo fermare. Ci fosse stato qualche intoppo, avrei bloccato io la strada, mettendomi di traverso alla carreggiata.
Io lo sapevo già ancora prima di partire che quelli disarmati non vanno nemmeno a letto. Forse li fanno già in culla così, col pistolone in fondina e con poca testa. Certo che non potevano immaginare di imbattersi in un rapinatore del genere. Come dicevo si è sfilata il reggiseno e ha steso il pollice. Con quel paio di armi spianate. I capezzoli vigili, tesi minacciosamente, pieni di rabbia e di passione. Con quel viso innocente pieno di fredda determinazione. E, nel frattempo, si era fatta notare Chrystal col suo Winchester spianato. Quello più sveglio, che non guidava, non sapeva se guardare quelle piccole tette, il fucile o le grazie di quella che lo imbracciava.
Lui, quello al volante, aveva provato a fare lo spiritoso: Serve un passaggio, bella? Poi l’altro gli aveva dato di gomito e anche lui aveva visto il cannone di Cristi. Whussy! Io mi godevo la scena, pronto ad intervenire. Intanto il motore respirava. Invece erano tipi molto ragionevoli e educati. Invitati a scendere lo avevano fatto subito, e con le mani alzate. Le armi erano rimaste al loro posto, alla cintola. Se avessi dovuto dare un parere li avrei licenziati subito. D’accordo che i soldi non erano loro, ma li avevano pagati per vigilarli, non per fare beneficenza. Ci hanno aperto immediatamente. Quasi quasi ci avrebbero anche dato una mano a scaricarli. Invece li avevamo fatti sedere a terra.
Ero tranquillo anche perché non avevano tempo per bazzecole come le nostre. C’erano in giro tutti quei terroristi mussulmani. Dopo l’undici settembre l’America tutta non pensava che a loro. Credo che avremmo dovuto chiudere tutte quelle maledette moschee. Era lì dentro che le carogne arabe si addestravano al terrore, contro tutti i nostri valori. In certi casi le chiacchiere servono a ben poco. Li avevamo lasciati legati come salami. Sotto quel sole impietoso. Forse sarebbero morti disidratati. Forse li avrebbero cercati non vedendoli arrivare.
Forse, se Abbi non avesse voluto togliersi lo sfizio di lasciargli quel ricordo rosso sulle mascelle. Aveva detto che li aveva tagliuzzati solo un po’. Perché l’avevano guardata malevolmente. Cazzo! di solito quelli sono tipi vendicativi. I soldi li avevamo già ed era stato un bel raccolto. Cosa serviva lasciargli uno sgarbo a imperitura memoria? Ma lei sostiene che un fuorilegge serio deve fare le cose come si deve. Valle a capire le donne? Forse è per quello che dovrebbero stare a casa.

[1] Stephen Stills, Treetop Flyer: https://www.youtube.com/watch?v=opBe5z0qwRE

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Una banca a NashvilleQuando Chrystal le mostra è come se apparisse la Madonna. Tutti lì zitti in preghiera. Non è tutta lì, ma già quello è molto. È sufficiente. Più che una vera grazia. Avrei preferito essere avvertito. Le avevo detto solo di aspettare e poi mettergli il ferro bene in vista sotto il naso, e di mostrarsi decisa. Io avrei controllato dalla porta dentro e fuori.
Nel nostro nido d’amore andava tutto a meraviglia. Almeno finché ce ne stavamo fra le pareti domestiche. Chrystal e Abigail proseguivano a non farmi mancare le loro attenzioni. Erano sempre allegre e continuavano a scambiarsi scherzi. Piccoli dispetti. Piccole cose. A volte si mangiava salato perché una aggiungeva sale nella pietanza dopo che l’aveva già messo l’altra. Si nascondevano le cose. Si rubavano i vestiti, questo le faceva spensieratamente infuriare. Mi piaceva vedere la più piccola con i panni dell’altra che le andavano abbondanti. Con quei pantaloncini. Si stuzzicavamo al solo scopo di provocarmi. Poche volte si apriva una scatoletta di zuppa Campbell.
Spesso me ne stavo fuori tranquillo a scrutare l’orizzonte. Non avevo mai visto niente di simile. Mi ricordavo di quel nostro primo incontro in veranda, e anche della limonata. Quando ancora non ci conoscevamo. Abbi allora aveva invitato la sorella a coprirsi che le si vedeva tutto. Sei scandalosa; svergognata! Cristi irritata l’aveva invitata a farsi quelli suoi. Si era controllata e aveva alzato le spalle. Aveva aggiunto: Cosa vuoi che sia? Chissà quante ne avrà viste lì in città. Anche meglio di me. Aveva aspettato conferma da me e anch’io avevo alzato le spalle. Poi mi aveva invitato a non ascoltarla e non farmi troppi fastidi. Alla fine Abbi aveva detto indispettita: Così non vale.
Quella loro svergognata voglia di rivaleggiare non era cambiata per nulla. Spesso Abigail imbrogliava o mi prendeva alle spalle. Non si poteva certo definire contegnosa. Era quasi sempre lei ad accendere la miccia. E Chrystal doveva munirsi di sana e orgogliosa pazienza. A volte la piccola minacciava di andare fino in paese e trovarsi un uomo tutto per sé. Erano semplici provocazioni, sicuramente non l’avrebbe mai fatto. Io, come capo branco, mi sentivo in poco fuori ruolo. A fare da guardiano non ci sapevo fare. E nemmeno a dirimere le loro flebili controversie, che finivano sempre nelle solite risate, e sovente a letto.
Non si erano certo divise equamente i compiti di casa. Una passava lo straccio dopo che l’aveva passato l’altra. Una finiva il caffè, fatto dalla sorella, senza rimettere un nuovo bricco sul fuoco. Ognuna andava anarchicamente per conto suo. Cose del genere. Non contava l’età o il maggior carisma. Anche se c’erano un paio d’anni di differenza la più giovane non si sentiva da meno. Secondo lei erano solo un paio d’anni e quelli non contano niente. Gettava lontano il cappello di paglia e assumeva un’aria di sfida. Oppure sbatteva la porta e per una decina di minuti andava a rifugiarsi a casa dei genitori. In quel caso erano più le occasioni in cui toccava a me andarla a raccattare.
Papà Donovan mi guardava con quegli occhi che m’invitavano a portare pazienza. Si tergeva il sudore e continuava a lavorare. Mamma Donovan spesso alleggeriva le tensioni con un buon dolce. Anche quel giorno era indaffarata in cucina. Mio suocero doveva passare in banca. È stato così, credo, che a Chrystal è venuta l’idea. Se n’è parlato prima, tra noi tre, come sempre. Ho cercato di dissuaderle, forse era ancora troppo presto. Non mi hanno voluto dare assolutamente retta. Ho mugugnato dentro la tazza di caffè e ho cominciato a elaborare un minimo di piano. Era un azzardo bello e buono. Cercavo di convincermi che si poteva fare.
Dopo Nashville avevamo visitato un altro paio di posti. Sempre cosette piccole, mordi e fuggi. Mai vicine tra loro. Era più il consumo di benzina che altro. E a passare tanto tempo in macchina cominciava a indolenzirmi le chiappe. Ma le mie due puledre erano impazienti, ed erano stanche di spiccioli. Houston sembrava in stato di guerra. Non so cosa stesse succedendo. Le strade erano piene di divise. Pigs! Persino Abigail aveva ammesso che erano anche troppi. Dickheads! Ci siamo dovuti accontentare di svuotare la misera cassa di un banco dei pegni. Un ebreo testa di cazzo. Shit face! Avevamo la rabbia addosso che ci dava anche quel minimo di rischio. Una rabbia che bisogna avere per fare; non ci si può inventare.
A Monterrey era andata un po’ meglio. Certo che Abigail era distaccata, ma fremeva con l’arma in mano. Non sarei rimasto sorpreso se si fosse messa a fare fuoco. Non c’erano con lei raccomandazione che tenessero. Siamo entrati in quel vecchio saloon da Old Wild West con il toro meccanico da cavalcare e le pareti piene di jukebox. Due teste di alce e una enorme di bisonte. Credevo di essere entrato in un set. Poteva andare tutto liscio. Non era ancora orario di apertura, ma doveva esserci tutto l’incasso della sera prima. Quando siamo entrati a viso coperto, l’uomo stava spazzando per terra vestito da Wild Bill Hickok.
Il Texas non è più lo stesso. Nessuno razzia più. Nessuno sembra aver voglia di nascondersi dietro un fazzoletto. Preferiscono fare i farabutti in casa o avventurarsi in imprese per andare in prima pagina sui giornali. Sembra sparita la dinastia dei banditi seri. Lui aveva alzato subito le mani, non voleva fare l’eroe, e nessuno si era provato a fare un fiato. Chrystal aveva vuotato la cassa e io tenevo sotto tiro i tavoli. Abigail doveva badare alla porta. Una cosa facile facile. Avevamo già il gruzzolo in tasca. Con la sua smith & wesson 686 aveva fracassato la testa del barman prima di uscire. Sono rischi del mestiere, ma dovrebbe stare più attenta. La gente, alla fine, si potrebbe anche incazzare di brutto.
Così siamo partiti per la nostra grande impresa. Nel suv di papà Donovan. Nel viaggio di andata, erano molto eccitate; soprattutto Abigail. Avevamo dovuto farcelo prestare perché quella di mia madre non era abbastanza comoda e le serviva per lavoro. Mi ero messo al volante e lei non riusciva a trovare pace. Chrystal l’aveva invitata a lasciarmi tranquillo. Le sue esortazioni non erano servite a molto. Abbi era fuori di sé per l’emozione, non riusciva a trattenere l’euforia, ero già il suo eroe. Mi aveva gratificato prima stuzzicandomi a lungo con la mano, e poi passando alle vie di fatto, scendendomi in grembo e usando le labbra. Cristi aveva sbuffato e poi l’aveva premiata come al solito: Wench!
Intono c’era solo deserto. Non serviva nemmeno una cicca perché tutto se ne andasse a fuoco. Secondo me non volevano ammetterlo, ma erano un poco gelose una dell’altra. Chrystal non avrebbe nemmeno tutti i torti, dovrei essere il suo uomo. Abigail aveva le sue ragioni, non ero stato imparziale nel giudizio. Avevo già deciso fin dall’inizio. Fin dal primo sguardo, e mi sono lasciato influenzare. A dirla tutta quella lustratina mi calmava la tensione. Per me non era una passeggiata. Sembravo l’unico nell’abitacolo a porsi qualche preoccupazione.
A quell’ora la banca era quasi vuota. Chrystal aveva saltato la fila mentendo un affanno; l’urgenza di fare un prelievo. Qualcuno si era provato a protestare, naturalmente, ma si era già chinata alla cassa. Aveva scordato di tirare su il fazzoletto, ma anche così il cassiere si era distratto. Poi se n’era ricordata e aveva sollevata la bandana sul naso, in tutta fretta. Altrettanto rapidamente aveva infilato la colt sotto il vetro. Non se n’era accorto nemmeno quello dopo di lei, in coda.
Il bancario era ancora distratto. Lei aveva improvvisato allungando anche il sacchetto e, china, gli aveva sputato le parole direttamente in faccia: Sono certa che quello che vedi ti fa bene agli occhi, zietto, ma so per certo che potrebbe fare anche tanto male a tanti. Devo fare una piccola riscossione rapidissima. Andiamo tutti di fretta. Fai il bravo. Metti tutto quello che c’è qui dentro; nella busta.
Prima che qualcuno reagisca dobbiamo essere fuori. Non importa se ci lasciamo dietro troppe briciole. Abbi doveva occuparsi solo delle telecamere e dei clienti. Fargli svuotare celermente le tasche anche dei telefonini. Mi sono accorto di quanto Abigail sia affascinata dalle banconote verdi fruscianti, lei avrebbe voluto svuotare tutto, anche l’ultima goccia, ma il segreto del successo in questo mestiere è nella velocità. Sulla porta all’improvviso lei si è girata e ha sparato. Uno grande e grosso si è portato le mani alla pancia e si è accasciato a terra. Dopo ci dirà che si era lasciato sfuggire un’offesa. I’ll kick your ass! Chrystal è dubbiosa e nemmeno io le credo troppo.
Avevo ammirato il sangue freddo della mia Cristi. Come sapeva governare le situazioni. Invece lei, Abbi, con quella sua faccina innocente da angelo distratto, rischiava di metterci nei casini. Era troppo impulsiva e capricciosa. Amava l’odore e il rumore dello sparo. Si doveva tenerla sempre sott’occhio. Stupidamente speravo che il tizio non si fosse fatto troppo male. Dalla pozza di sangue, che si era allargata per terra, non doveva stare nemmeno troppo bene. È per queste cose che poi la legge si incazza. E si mettono a cercare. È sempre meglio non fare troppi danni e non lasciarsi vittime alle spalle. È sempre stato un rischio frequentare troppo le banche.
Era stato fin troppo facile. Qualche sirena che mugugnava da lontano. Un po’ di sana polvere dietro le spalle, ed eravamo già seduti con davanti degli ottimi buffalo chicken wings, non troppo lontani dalla frontiera. Ed io cominciavo ad avere anche qualche dubbio anche su me stesso. Mi stavo facendo prendere la mano. Cominciavo a sentirmi un po’ troppo sicuro per i miei gusti. Il grande entusiasmo e un’amante infedele. Già c’era Abigail di cui trattenere le eccitazioni. Dovevo stare calmo, perché cominciavo a sentirmi come Bonnie and Clyde and Bonnie. La sanno tutti ormai la storia di Bonnie Elizabeth Parker e Clyde Chestnut Barrow, soprattutto da queste parti. Non serve essere insegnante di storia, come sono io; e si sa anche com’è andata a finire. Quella era, come si dice, la vera prova del fuoco. I colpi prima non erano stati che semplici bazzecole.
In macchina, nel viaggio di ritorno, era già scesa l’adrenalina. Non c’era più molta voglia di ridere e scherzare; nemmeno di parlare. Abigail contava il bottino e le sembrava, ancora una volta, poco. Era andato tutto liscio, questo è importante, e di trentamila dollari, e un morto, ci si può anche accontentare. Di quel morto gratuito ne avrei volentieri fatto senza. Sono in tanti, sempre di più, a sbattersi per molto meno. Ma non c’è modo di farle capire quando non vuole capire. Però… ma… Là dentro ci sarà rimasto almeno dieci volte tanto.
Questa volta siamo passati in televisione, con tanto di immagini. Non avevamo fatto abbastanza in fretta. Per fortuna solo in una rete locale, di Murfreesboro, che ci aveva dipinto come degli indomiti eroi. Per fortuna di Chrystal si vedevano solo le tette, beh! quasi. E di Abigail lo stacco delle lunghe gambe infilate negli stivali. Io ero in primo piano, ma avevo messo subito la bandana con la bandiera confederale. Forse il mio fazzoletto aveva fatto pensare loro a un’azione politica. Me ne frego della politica. Mi interessa solo di tonarmene a casa, anche se con un bottino magro. Ci sono i tempi delle vacche grasse e gli altri. E poi c’è sempre papà Donovan.

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Duello al ranchLa mia Cristi stava bene anche mora. Resta sempre una gran bella puledra. Avrei faticato anch’io a riconoscerla. Però… Le avevo chiesto dove voleva andare vestita così. Avremmo attirato troppo l’attenzione. Mi aveva precisato che era questo il punto. Se tutti ti vedono nessuno vede. Troppe testimonianze finiscono per essere confuse e discordanti. E poi così chi sarebbe stato quel grandissimo coglione figlio di una mignotta che si sarebbe fermato a guardarla in faccia. Jack ass! Voi di città sapete tante cose, ma in quanto a pratica… nisba. Chicken shit! Mi sei piaciuto subito e ti ho visto dentro. Ma se aspettavamo te starei ancora qui ad aspettare.
Alla fine come darle torto? Il culo è culo, e come disse quel italiano di Galileo Galilei: Eppure tutto ruota intorno. Oltre agli spaghetti, ai mandolini e alla mafia gli italiani non avevano fatto molto. Ma quando parlavano dicevano sentenze. L’azzeccavano quasi sempre. È naturale che avessi cercato di allungare le mani, ma lei aveva detto che era lavoro, e non avevamo più tempo. Così abbiamo preso con noi lo stretto necessario, e qualche caricatore anche di troppo, che non si poteva sapere mai. Anche se eravamo tutti d’accordo che, se non si presentava come strettamente necessario, nessuno avrebbe dovuto fare fuoco. E nessuno si doveva fare male. I morti puzzano sempre e fanno sempre troppo rumore. Con Abigail avevo preferito ripeterlo.
Siamo partiti sentendoci come dei veri pionieri. Avevamo preso quella di mamma che si era lamentata per tutto il tragitto. Aveva tossicchiato regalandoci un po’ d’ansia. Era una cosa che non avremmo dovuto ripetere. Ottocento-ventitré miglia che sembravano non finire mai. Lunghe almeno diecimila. E tutte sotto un sole implacabile. Abigail aveva protestato un paio di volte, chiedendoci perché dovevamo viaggiare tanto quando c’erano dei posti altrettanto ingenui e miserandi, ma molto più vicini. Noi due eravamo anche stanchi di ripeterci. Tappe a Denton, Little rock e Menphis per riposare. A Wako, a Sherman, ad Arkadelphia, a Jacksonville, e un altro paio, che farci un goccio o, nel loro caso, per farlo. Per dare pace alle nostre gole riarse. Continuando a ripeterci il piano in modo ossessivo. Tutto doveva filare liscio.
Abigail si era sorpresa perché durante il viaggio non avevamo incontrato dei veri indiani. Le ho dovuto spiegare che ormai quelli, che si fanno chiamare nativi, come se tutti gli altri fossero nati da un ventre di vacca, erano tutti a Hollywood. Non è vero, ma lei se l’è bevuto, e ho risparmiato un sacco di parole. Magari si rattristava se veniva a sapere che Sitting Bull era crepato. Non avevo accettato l’incarico a scuola e non era il momento di mettermi a fare lezione. A sera eravamo arrivati giusto in tempo a Nashville. Puntuali per la fiera. Sembravano radunati tutti lì. C’era una vera mandria di buzzurri; a parlare della siccità, e di cavalli e tori. Avremmo dovuto avere mille occhi.
Noi due dovevamo fare solo un sopraluogo, mentre Chrystal aspettava in macchina il momento di entrare, ma la solita aveva trovato il modo di mettersi nei guai. L’ho sentita gridare, dal bagno per i maschioni. Sono arrivato di corsa. Un vitellone in calore, dopo averle affibbiato un paio di persuasivi ceffoni, e le stava infilando le mani sotto il vestito. Damned cake! Lei si divincolava e cercava di sottarsi, di difendersi. Lo aveva graffiato in viso. Stava quasi per cedere a quell’approccio. Una giovane donna non può far molto contro la violenza di un maschio robusto.
Era tutto nero e fasciato di pelle come un vero vecchio mandriano. Cazzo! Non potevo starmene lì a guardare. L’ho preso alle spalle. Lei gli ha affibbiato una ginocchiata proprio lì, nei santissimi, e io gli ho permesso di abbassarsi i pantaloni. Gli ho tagliato la cinta e punzecchiato per bene le chiappe mollicce. Lei, non soddisfatta, gli ha fracassato anche la rotula destra. Dumbass! Era caduto in ginocchio come per un’orazione e si era messo a piagnucolare. Uscendo le ho chiesto che faceva lì. Mi ha spiegato che doveva fare un bisogno liquido e dalle ladies c’era troppa coda. Chrystal era stata allarmata da quel piccolo trambusto ed intervenuta prontamente.
A Nashville le inventano tutte per suonare un po’ di musica e far festa. Se non fossimo stati lì per lavoro sarei scoppiato a ridere vedendo come la guardavano, o forse mi sarei semplicemente incazzato, e poi mi sarei unito alla baldoria. Temevo che Abigail non avrebbe resistito, e avrebbe chiesto di fermarsi dopo il colpo. Anche solo per un paio di balli. Ma forse la sua avventura con il bullo le aveva fatto cambiare idea. Come i maschioni hanno visto entrare nel recinto Cristi ci hanno dato le spalle. Noi due siamo diventati invisibili. Da quell’attimo è stato un vero spasso.
La musica veniva solo da fuori; dentro regnava il silenzio. Si sarebbe detto il suono di un banjo e una voce piena di pietre. Forse pensavano facesse parte degli intrattenimenti. Chrystal, stivali e tutto il resto, si muoveva come una gatta in calore, e loro non avevano occhi che per lei. Quelli shorts interpretavano la canzone più affascinante che avessero mai sentito. Pochi accordi ma note ben chiare e cristalline. Coraggio ragazzi! Uno si era persino versato il rum sulla botola. Noi avevamo già impugnato i revolver e gli abbiamo spiegato che si trattava di una rapina. A rassicurarli dovevo essere io. Si sa che per certe cose gli uomini si fidano solo degli uomini. Tranquilli e nessuno si farà male. È solo una storia da vecchia frontiera.
A quello che sembrava il più baldanzoso, quello che aveva chiesto se dopo poteva farci un giro, con gesto rapido, Abigail aveva sfasciato la mascella. Ora mettete mani ai portafogli. Lei era così, non stava a pensarci nemmeno una volta. Continuando a menare la coda Chrystal aveva fatto la passeggiata con il cappello; come fosse semplicemente la questua della domenica. Noi eravamo tesi e attenti come due avvoltoi che hanno individuato la preda. Io, particolarmente: dovevo badare alla sala e tenere d’occhio la mia bella complice. Lei sembrava un fuscello, ma quando menava colpi lo faceva con l’energia di un fabbro. Il raccolto non è andato male, in quel caso pioveva a dirotto, un nubifragio che non si era mai visto, nel berretto hanno generosamente offerto anche un paio di orologi da taschino.
Li ho avvertiti che se qualcuno provava a seguirci avremmo acceso la miccia e sarebbe saltato tutto. Non avevamo preparato nessun tipo di esplosivo, ma loro non lo potevano sapere. Chrystal si era fatta offrire anche una bottiglia di torcibudella, di quello buono. Poi eravamo usciti tranquilli e ci eravamo allontanati in quarta. Fuori erano presi a ballare e a suonare e a continuare la festa. Nessuno aveva fatto caso a noi. Continuavo a temere che la vecchia carretta ci tradisse da un momento all’altro, e loro ridevano e se la raccontavano. Sono proprio due ragazzine. Com’è andata?
Poco, un paio di migliaia, nemmeno un deca. Tanta fatica per niente.
Abigail non era mai contenta. Io ero già felice che fosse andato tutto bene. Bastavano, e poi potevamo sempre contare, se fossimo stati disperati, sull’aiuto dei Donovan. Quello non ci sarebbe mai venuto a mancare. Al ritorno l’abbiamo allungata per Amarillo. Abigail aveva un vecchio debito da pagare. Io avevo voglia di visitare il luogo dove una volta c’era stato il ranch di quei pazzi di David Koresh, cioè Vernon Howell, in cima alla collina chiamata Mount Carmel (“Monte Carmelo”). Una storia, quella, talmente assurda da non sembrare vera. David era un gran furbone e un altrettanto grande mandrillo. Altro che la battaglia di Fort Alamo e John Wayne.
Quella è la vera storia del Texas. Cinquanta giorni di assedio, cominciato il 28 febbraio, fino al 19 aprile, con l’incendio del ranch. Il peggio fu proprio l’esplosione del serbatoio di propano. Persero la vita settantasei persone (fra cui ventiquattro inglesi, venti bambini e due donne in gravidanza). Nessun federale ci rimise le penne, a parte i quattro agenti dell’ATF morti prima che venisse circondata la missione. Forse i fedeli non avrebbero dovuto imbracciare AK47 e AR15. Probabilmente non sarebbe cambiato niente. Questa sì è una storia da vecchio west.
Abigail non ha mai voluto dirci come ha passato quella mezz’ora nella quale si era allontanata. Però io lo so: l’amico non se l’era passata troppo bene. Sembra che lei avesse un rancore per qualcosa che lui le aveva promesso in rete e poi non aveva mantenuto. Forse la foto del profilo non era la sua. Forse gli era scappata qualche proposta oscena. Dopo quella visita non avrebbe più potuto avere bambini. Quella era l’unica cosa certa. Da noi non si fanno troppe domande. La famiglia è una cosa sacra.

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Vita di frontiera.jpgsegue: Vita di campagna
A starcene in campagna era un gran bel stare. Ma è umano aspettarsi sempre qualcosa di più dalla vita. Forse era solo noia. È per questo che ci eravamo decisi di metterci in viaggio per Fort Worth. E quando lei si slaccia la camicetta gli da retta anche il vento e anche lui cerca di accarezzarla.
Per quel lavoro non avevo detto sì, ma nemmeno no. Mi ero preso un po’ di tempo per pensarci. Alla fine mi ero deciso che almeno dovevo provare. Tutto durò un paio di giorni. Il problema erano loro due. Lasciarle a casa non mi faceva stare tranquillo. Mi mancavano ed io sapevo di mancare a loro. Potevano avere bisogno di qualsiasi cosa ed io non ci potevo essere. Potevano imbattersi in uno straniero con cattive intenzioni; uno di città. In un maledetto messicano che scappava dalla miseria. In qualche ex schiavo di colore che aveva voluto la libertà e ora non sapeva che farsene. Non potevo lavorare pensandole a casa da sole, e la mia testa era sempre là. Era morta Carolyn, la nostra migliore vacca da latte, ed io stavo a perdere tempo in classe.
Di portarle con me non se ne parlava proprio. Mi sarei sentito ancora meno sicuro. In aula sarebbero state, per i ragazzi, ma anche per me, una distrazione troppo forte. Non potevo nemmeno pensare di lasciarle in città ad aspettarmi da sole. In macchina sotto un sole che picchiava come un fabbro, o a gironzolare senza meta nel bel mezzo di quell’inferno. La città è una vera giungla della quale non conoscevano minimamente i segreti e i pericoli che nascondeva. Da un serpente a sonagli vero si sarebbero sapute difendere, da quelle insidie mai. Le automobili da sole erano un pericolo sufficiente. E poi non si sa mai chi si può incontrare per strada. Magari qualche malvivente malintenzionato. Qualche petroliere che crede di potersi prendere gioco di loro perché le vede confuse e così giovani. Le immaginavo già rapite.
San Antonio non offre molto. La gente viene solo per guardare la missione cattolica romana, il famoso Forte Pioppo. Per poi andarsene delusa. La sua denominazione ufficiale sarebbe Missione di San Antonio de Valero. Tutti lo vogliono ricordare solo come Fort Alamo. Non altro da vedere né ci sarebbe molto da dire. È rimasto solo quello che si sono lasciati dietro le spalle i maledetti messicani che hanno abbattuto molte delle mura e bruciato alcuni degli edifici. Ma era già all’inizio un inutile niente. Tranne che è l’orgoglio di noi uomini del Texas. Anche se nemmeno i libri di testo pare vogliano raccontarla giusta.
Insegnare storia ai ragazzini è già come cercare di afferrare un pugno d’acqua. Come esempio va bene anche un pugno di sabbia, con i tempi che corrono. Comunque scappa tra le dita. E un’insegnate non dovrebbe essere costretto a propinare ai propri alunni favolette. Cosa dire ancora di tredici giorni di assedio, per una battaglia durata circa un’ora? Rinnovare il falso eroismo del presunto grande David “Davy” Crockett, quando ai giovani d’oggi, in questo caso giustamente, non gliene frega più niente? Ormai il vero eroe di cui chiedono e Tim Duncan.
Avevano ragione loro. Non era un lavoro per me. Ormai ero diventato un coltivatore, persino nella pelle cotta. Non sarei più riuscito a rientrare nei panni di un damerino di città. Mi ero irrobustito. Avevo imparato a masticare tabacco, anche se evitavo di farlo. Leggevo il San Antonio Express-News. Avrei saputo usare il lazo. Non me ne stavo inutilmente a navigare in internet. Avevo persino chiuso il mio profilo facebook. Ascoltavo solo musica country. Sparavo ai barattoli. Insomma mi ero integrato bene, e me la godevo.
Era stata un’estate calda, molto calda. Era stata un’estate torrida quella del 2011. I vecchi dicevano che non si era visto niente di simile dal 1935. Maledetta Dust Bowl! Persino il vecchio pozzo aveva sete. Per fortuna la piscina era uno dei segreti più ben costuditi, ma dovevamo fare attenzione ai curiosi. Comunque anche noi dovevamo cercare di risparmiare l’acqua. Cercavamo di razionarla. Per bere ormai non usavamo che birra, sia noi che i loro genitori. Rischiavamo di non avere acqua nemmeno per la piscina. Sarebbe stato un bel guaio. Certamente non potevamo usare quella. Forse sarebbe stato divertente. Di sicuro non molto conveniente e temo che ne saremmo usciti completamente ancora più brilli e appiccicosi.
Le ragazze in campagna sono diverse, ma le lingue sono uguali in ogni posto. Quando dovevo andare alla posta, o in banca, comunque in paese, avevo l’impressione che tutti mi guardassero. Che mi sparlassero alle spalle. Siamo tutti molto coraggiosi sulla pelle degli altri. Certo che anche loro avevano bisogno di qualcosa o qualcuno di cui sparlare. E poi i vizi degli altri sono sempre più vizi. Certo che queste cose le so. Forse il mio era solo un sospetto, mi infastidiva ugualmente. Mentre mi facevo un cicchetto avevo sentito solo il mozzicone di una frase su Le nipoti del vecchio Donovan… Poi mi avevano visto e si erano zittiti. Prima ancora che individuassi il proprietario di quella voce.
Noi di città siamo gente complicata. Abbiamo fatto della pazienza una nostra grande virtù. Siamo pieni di quella che chiamano diplomazia. Ma non ci manca certo la memoria. Quando all’emporio, mentre ritiravo un po’ di provviste, ho riconosciuto la stessa voce mi sono girato di scatto. L’ho afferrato e l’ho appiccicato al muro. Mi guardava perso e con gli occhi confusi; sorpreso. Gli ho chiesto cosa aveva da dire su Le nipoti del vecchio Donovan. Solo allora aveva cominciato a capire. Prima aveva farfugliato, cercando di defilarsi, che non era stato lui.
Poi, messo alle strette, aveva cercato di buttarla in burla. Allora sei tu?… Quello che?… Sì parlava tanto per dire. Non te la prendere. Non si parlava di te. Gran belle puledre. Non c’è che dire. Non si voleva offendere nessuno. Erano braccia robuste quelle che me l’avevano tolto da sotto gli artigli. Se non ci separavano, e non me l’avessero levato dalle mani, gli avrei insegnato io l’educazione. L’avrei riempito io di una buona dose di robusti e sonori cazzotti. E per sua fortuna sono uno dei pochi che non amano girare armati. Tieni a freno la bocca, vecchio coglione.
Comunque in quei giorni le cose andavano bene ma non abbastanza bene. Abigail girava intorno come alla ricerca di qualcosa che non trovava. Non era mai soddisfatta di niente. Brontolava in continuazione. Anche con la sorella era scontrosa. Stava perdendo interesse per le cose. Continuava ad amarmi, ma era un amore distratto e pensieroso. Io guardavo l’orizzonte, ma non prometteva niente di buono, non c’era nemmeno il sospetto della più piccola nuvola in cielo. Inutile aggiungere che ci stavamo tutti preoccupando. È vero che domani è un altro giorno, ma quei giorni sembravano tutti uguali, Tutti disegnati con la stessa penna.
Ci stavamo domandando di quel domani. Le idee di Abigail non mi convincevano affatto. Le trovavo stravaganti e strampalate. E non ero disposto a dividerle, nemmeno per un solo minuto, con nessuno. Eppure qualcosa dovevamo trovare da fare. Non potevano continuare a dipendere dalla famiglia Donovan. Anche loro avevano i loro problemi. E avrebbero dovuto scavare un nuovo pozzo per il petrolio. Anche quello vecchio si stava esaurendo. Come se patisse la sete anche lui. La situazione era veramente grave. Alla fine Chrystal aveva ragione: Avresti dovuto insegnarcelo tu, mio caro professor Timothy. Cosa sappiamo fare noi uomini del Texas? I coltivatori, i vaccari, cioè i cowboy, e poi? Sì! e poi i banditi. Sono queste le cose che noi del sud abbiamo nel sangue.
Inizialmente mi sembrava solo un’iperbole, un azzardo, ma alla fine mi aveva convinto. Con lei finiva sempre così, il mio amore era quella che mostrava sempre di avere più buonsenso di tutti. Certo non basta mettersi un fazzoletto sul naso per essere un fuorilegge. Non ero certo di avere la stoffa giusta. A loro sembrava tutto semplice, e già mi chiamavano Butch il lento. Loro sarebbero state il mio mucchio selvaggio. Sì! al posto di Tom, Jerry e Silvestro ci sarebbero stati Cristi, Abbi and Tim Cassidy. Proprio un bel Wild Bunch. Solo che non eravamo in un maledetto fumetto.
Quando il lavoro viene a mancare uno se lo deve proprio inventare; un vecchio nuovo lavoro. Non vado pazzo per l’avventura, ma di qualcosa bisogna pur campare. Come apprendistato avevamo pensato a una cosettina semplice. Avevamo adocchiato questo piccolo ranch nei pressi di Fort Worth. Per farla breve avevamo chiesto un po’ d’acqua, lui, il villano, ci aveva indicato l’abbeveratoio quasi secco delle bestie. Era alto una spanna meno di me, ma sembrava forte come un toro. Non c’era ombra nemmeno a pagarla in contanti.
Toccava ad Abigail, ma lei stava beatamente a gustarsi la scena. L’aria era ferma e fetida. Allora è intervenuta Chrystal e si è slacciata la camicetta. Gli occhi del mandriano si erano spalancati all’improvviso, e per quello anche la bocca. Poi aveva visto il revolver in pugno alla più piccola. Mi aveva guardato come se gli potessi andare in aiuto. L’abbiamo spinto in casa. C’era una moglie di età spossata e sette marmocchi. Diciotto mani alzate. Tutti con gli occhi spalancati, ma solo quelli del capo famiglia continuavano a fissarle ammagliati il seno. E quelli della sua donna che lo controllava con violento rimprovero.
Rapidamente ci avevano consegnato subito tutto quello che avevano. Ci avrebbero aggiunto sopra anche qualcos’altro, non fosse che non gli restava niente tranne la sabbia e quel vento caldo. Lui, il padre, ci aveva seguiti, quando siamo usciti, per indicarci la stalla. In cambio del disturbo ci siamo presi un capo dalla mandria per sostituire la povera Carolyn. Abigail ridendo gli ha tagliato la cinta. L’abbiamo lasciato a tenersi su le brache con le mani. Ci aveva gridato dietro gesticolando delle cose, quando eravamo ormai abbastanza lontani. Trash! Era veramente buffo. Non sai mai chi puoi incontrare nel nuovo vecchio West.

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VECCHIO WEST.jpgQueste sono cose che ricordi solo dopo. Avrò avuto dodici anni, e le ragazze ancora non le guardavo, quando Donald mi aveva detto che in campagna è tutto diverso, e le tipe, così aveva detto parlando come uno che sa, quelle girls, si fanno meno paranoie. Sono più… disponibili. Forse non ha usato il termine paranoie. Forse non ne sa ancora il suo significato. Comunque era quello il senso.
Sembrava avere un paio d’anni in più, Don. Io avevo in mente solo il football, senza troppe illusioni. Ero ancora un poco leggerino. Troppo indeciso per essere un buon quarterback, troppo lento per fare il wide-receiver o il running back. E poi non sapevo che le sue parole avrebbero avuto un senso nel proseguo della mia storia.
Poi tutto va dove lo porta il destino. Il matrimonio dei miei era naufragato all’improvviso. Nessuno dei due poteva permettersi le spese dell’appartamento in centro. Papà era andato a vivere con la sua avventura. Mamma aveva trovato solo quella casa, ma fuori dal centro, anzi proprio in campagna. Ma’ era tutta soddisfatta. Non potevo dire lo stesso.
Era stata da subito la mia paura e la mia ossessione, ma rimandavo di pensarci. Solo che, per quanto uno possa evitare di tornarci con la testa, la realtà non si lascia influenzare in modo altrettanto agevole. Così ero stato da zia per il paio di giorni del trasloco. Poi fin dopo l’esame che dovevo assolutamente dare. Poi… ma il giorno era arrivato. La mamma tutta orgogliosa mi aveva portato a vedere la nostra nuova residenza. Con le valigie già dietro perché era un viaggio di sola andata.
Non potevo farci niente. Non avevo voce in capitolo. Era già tanto che potessimo permetterci di avere un tetto sulla testa. Questo lo capivo ma non mi bastava. In macchina ma’ aveva cercato di indorare la pillola. In fondo non sono che quaranta minuti con l’autobus, se non prendi il treno.
Certo. Più dieci per raggiungere l’autobus, sempre se non piove e non c’è uno dei tanti maledetti scioperi. O non trovi un incidete per strada. Altri dieci, minimo, mediamente, ad aspettare che arrivi. Più circa un’altra mezzora dopo essere arrivato per raggiungere il campus, o il centro. Naturalmente salvo altri imprevisti vari. Ti ci abituerai.
Tacevo masticando bile dentro. Mi guardavo le mani. Non ne ero così certo. Non sarebbe stato così facile. Già mi vedevo solo e disperato. Col cazzo! Fuck you! avrei voluto risponderle, ma non lo feci. A mia madre non piace sentirmi esprimere in modo volgare. E io sto attento e lo evito. Invece, in un certo senso, proprio con quello…
Non mi ritenevo veramente fortunato. Mi lasciavo dietro tutta una vita e gli amici. Certe abitudini. La tele satellitare. E avevo sempre odiato lo stare a troppo stretto contatto con la natura e gli insetti. E avrei venduto l’anima per non esserne costretto. Non mi aspettavo molto, solo il peggio. Ero rimasto taciturno e immusonito per tutto il resto del viaggio. E subito, a prima vista, non mi aveva fatto un gran bella impressione.
La nostra era solo una piccola cosa; al confronto una casupola. Speravo fosse provvisoria. Che i miei tornassero a parlarsi. Che mia madre avesse un buon aumento, o un’offerta per un posto migliore; più redditizio. Speravo in una qualche lotteria. Nel giusto equilibrio delle cose. Che lei trovasse una nuova storia. In fondo non è ancora una donna da buttar via. Insomma mi sentivo disperato e sognavo qualsiasi soluzione per tornare indietro.
La loro invece era un vero rustico, restaurato e ben tenuto, al confronto era una reggia. Intorno avevano campi. Alberi da frutto. C’era una stalla con gli animali; ne potevo sentire i versi dalla mia finestra. E dietro, come scoprii quasi subito, persino una piscina. Mi ero spinto dalla curiosità, in silenzio, fin lì ammirato. Cercando di non farmi vedere ma ero stato visto.
Le cose poi vanno come devono andare. Le avevo notate proprio lì, in veranda. Intente a ridere e scherzare. Stavo quasi per andarmene davanti ai loro occhi. Di ragazze così ne avevo viste poche. Mi hanno invitato a entrare. Non ci potevo credere, ma era proprio vero, le ragazze di campagna si fanno molte meno paranoie. Loro sono più spicce. Ma è meglio andare usando un po’ di calma.
A farmi da guida a visitare la casa e, per così dire, in quei nuovi rapporti tra ragazzi e ragazze, era stata Chrystal. È stata lei la prima a vedermi che spiavo e a invitarmi ad avvicinarmi. Nella foto è con la sorella, Abigail. Le ho ritratte assieme, così come assieme le ho conosciute, e assieme mi hanno mostrato la casa, e introdotto alla vita di paese. Chrystal è la sorella maggiore, quella con gli short di tela denim, quella più estroversa e ciarliera. Naturalmente Abigail è l’altra, la sorella minore, quella più magra e più alta, quella in vestito.
Sì! la mia vita è cambiata col mio incontro con Cristi e Abbi. Sono due bellezze tipiche del Texas. Hanno entrambe due splendidi occhi azzurri, ma la mia Cristi è, per così dire, più cicciottella da per tutto. È lei che mi ha preso per mano e mi ha guidato fino alla stalla. Abigail si limitava a seguirci singhiozzando risatine cantilenanti che somigliavano a certi versi delle galline. È sempre lei che mi ha presentato per prima il mondo contadino. Lì non ci sono segreti davanti ai misteri della natura, mi aveva spiegato. La sorella ci osservava senza smetterla mai di ridersela a crepapelle.
La vita fuori della città non è poi così male. Oggi penso che, in quel momento, dovevo sembrare alle due ragazze, un poco imbranato. La verità è che imbranato lo ero per davvero. Avevo avuto una sola esperienza, fino ad allora, con Magdalen, finita sei mesi prima, senza grande onore. Era stata quasi completamente platonica. Non mi ero spinto oltre qualche palpatina sopra la stoffa. Lei, Meghi, mi aveva sempre allontanato rapidamente le mani con una velocità di un prestidigitatore.
Per loro, per Chrystal e Abigail, ero solo in fighetto di città. Ma in loro, che non si erano mai allontanate molto, muovevo la curiosità che suscitano i ragazzi di città. Che pensano dovrebbero essere fortunati, ricchi e scafati. Così, come stavo dicendo, Chrystal mi aveva trascinato nella stalla per vedere la mia prima monta. Come il toro, quello che noi del sud chiamiamo bull, ingravida la mucca.
Il padre delle ragazze teneva per la cavezza il bizzoso e poderoso animale, e lo governava con mano sicura. Sollevò solo per un attimo gli occhi, distraendoli dal delicato impegno, e ci fece un cenno di saluto. Ero rimasto a lungo a guardare qualcosa che non avevo mai visto, pieno d’interesse e stupore, mentre Abigail continuava a ridere nascondendo appena le labbra con la mano. Prima di salutarci ci siamo dati appuntamento per il giorno seguente, il lunedì.
Cristi, ma anche Abbi, aveva suscitato velocemente in me interesse e una grande simpatia. Ho raccontato a mamma che quel mattino al college non c’era lezione. La verità è che ho bigiato per prepararmi presto da loro. Ho accennato, solo di sfuggita, che avevo cominciato a farmi nuovi amici. Lei ne era stata felice. E poi ero corso fuori.
Ancora una volta Cristi aveva voluto mostrarmi uno degli aspetti, per me nuovi, della vita del podere. Ancora una volta mi aveva trascinato fino alla stalla, con Abbi che, come di solito, ci trotterellava dietro. Lungo il breve tragitto aveva staccato un frutto dal melo e ne aveva offerto uno a me. Poi aveva addentato quella mela in modo delizioso e malandrino, regalandomi un’espressione provocante.
Nel ricovero mi aveva fatto vedere semplicemente come la mucca allatta il vitello. Erano tutte cose ed esperienze che non avevo mai conosciuto dal vero, solo viste riprese o per sentito dire. Sapevo che era tutto naturale, ma anche interessante. Abbi aveva aggiunto elettrizzata: Guarda come succhia.
Non avevano bisogno di tanti trucchi o trucchetti. Non erano come quelle che avevo incontrato fino a allora. Non sentivano la necessità di dire le cose con tanti giri di parole. Mi hanno invitato a prendere una limonata fresca all’ombra della veranda. È stato allora, dopo essere andato a prendere la spremuta in cucina, che ho scattata la foto.
Forse è stato già allora che ho fatto la mia scelta. Forse per quello sguardo malandrino di Chrystal, o per la sua sfacciata impudicizia. La sua mancanza di vergogna e di vello. Ne ero rimasto stregato, lo ammetto. O forse semplicemente perché è stata lei a dirlo senza cercare troppo le parole giuste: Vogliamo che sia tu a giudicare chi è la più brava.
Per quanto guardassi intorno non avevo modo di scappare. Ed erano scoppiate entrambe a ridere divertite dalla mia faccia. Sinceramente non avevo afferrato subito il loro invito. La relazione con l’agnello e la sua mamma. Le smorfie delle loro labbra. Mi avevano aiutato a capire con dei gesti eloquenti. Per essere più libere si erano subito tolte i cappelli di paglia dalla testa. Non sono proprio così esitante e tonto. Semplicemente non avevo scelta o alternative dopo che Cristi aveva detto con autorevolezza, come un ordine repentino che suonava con lo stesso schiocco di una frustrata: Fammi vedere. Dai! facci vedere.
Certo era anche insicurezza, ma allo stesso modo ero bloccato dalla sorpresa. E loro due che mi osservavano, e mi giudicavano, e mi esortavano. Loro due ma di più Cristi: Non fare il timido.
Per fare, in quel momento, non ero in grado di fare nemmeno un respiro. Cominciavo a capire. Maldestro sì, ma non avevo potuto più tenere nascosta la mia presunzione, ancora nemmeno un minuto. Guardandomi intorno con il timore che potesse sorprenderci qualcuno, magari quel padre così robusto e nerboruto. Con la barba ispida del giorno prima e la salopette sporca di tutto, e di grasso, e dello sterco dei maiali. Oppure la madre, affaccendata in cucina, che aveva spremuto i limoni. La verità è che è stata… una delle due, non mi ricordo chi, ad abbassarmeli sempre ridendo. E l’altra ad avvicinarmi divertita e, almeno apparentemente, soddisfatta.
Poi avevo sperimentato quel bacio intimo. E ognuna incitava l’altra e poi protestava reclamando il proprio turno. E Cristi era stata anche un po’ volgare: Guarda come succhia.
Ero affascinato da quella vista. Ora tocca ancora a me.
Non so quanto fosse evidente e se lo fosse, ovviamente era la prima volta che una ragazza non mi diceva di no; anzi due. Non che mi dispiacesse, tutt’altro, ma mi ero irrigidito perché temevo solo di singhiozzare troppo presto. Sapevo che sarei stato grato a Chrystal, per tutta la vita, ma anche alla sorellina Abigail. La prima sembrava leggermente più esperta. Più capace di passione e di trasporto. Abbi era più distaccata, ed era come se osservasse la maggiore e cercasse di imitarla. Con il dubbio che anche per lei fosse la prima volta. Soprattutto quando mi aveva fatto sentire incautamente troppo la presenza dei suoi denti affilati. Se non l’ha fatto di proposito.
Insomma avrei pensato di doverlo chiedere io invece era stata come il solito Chrystal: Che te n’è sembrato?
Domanda complicata e non priva di tranelli. Certo entrambe si erano meritate un dieci e lode, ma io ho premiato Chrystal, cioè Cristi. Non saprei dirmi il perché. Forse perché Cristi aveva un rapporto più complesso con il proprio corpo e allo stesso tempo più naturale e spontaneo. Forse perché ero maggiormente attratto dalle sue curve più marcate e amichevoli e affettuose. Forse perché lei aveva avuto meno bisogno di tempo per decidersi. Forse perché l’avevo capita prima. E si era mostrata prima, lasciandosi impunemente e, con evidenza, volutamente spiare. Forse perché è più semplice, per un uomo, dire che la sua scelta l’ha fatta.
Quel lunedì me n’ero tornato a casa sconsolato e svuotato. Ci saremmo rivisti anche il giorno seguente, anzi il mercoledì perché non potevo proprio evitare di sprecare almeno un intero pomeriggio sopra i libri. Ma non ero concentrato, non facevo che sognare e pensare a loro due. Penso sia normale. I loro erano sempre indaffarati, curare la terra è sempre stato faticoso e complicato. Ti ruba tutto il tempo. Non ti lascia respiro. Era come se noi due fossimo sempre soli, cioè noi tre, perché Abigail è sempre stata presente nei nostri incontri.
La cosa non mi rendeva certo tutto più facile, ma mi stavo abituando alla sua persona. Quel pomeriggio con Cristi facemmo l’amore, tra le spighe dorate e secche. Sotto gli occhi curiosi dell’altra sorella. Chrystal mi ha guidato lasciandomi l’illusione di essere io a fare. Ed è stato un momento stupendo. Un momento che non potrò scordare. Non me ne sarei andato mai. Solo che il giovedì la mamma si è seduta con noi, e il padre è venuto più volte a rinfrescarsi con una birra. Dannazione!
Il venerdì dovevo andare con mamma in città per l’assicurazione, il medico e un altro paio di cose. Cominciavo a temere che il mio sogno fosse già bell’è finito, e in malo modo. Ero stizzito. Le avevo salutate indispettito senza fissare un altro appuntamento: Fuck out!
Il sabato ero andato solo per Chrystal, come darmi torto? sperando che niente si contrapponesse e di poter fare solo del buono e sano sesso. Avevo escogitato la scusa di portarle un libro che avevo amato. Temevo che quei genitori si insospettissero nell’avermi sempre tra i piedi. Ero ancora convinto di aver bisogno di una scusa.
La madre stava spennando una gallina per cena. Il padre stava spennando gli alberi delle pesche della California per portarli al mercato. Insomma per loro era un sabato uguale a tutti i giorni. Le ragazze erano in cucina a spannocchiare. E quasi non avevano sollevato gli occhi. Nel silenzio avevo imprecato: Damn! Bastard. Sembravano non avermi visto. Semplicemente Abbi mi aveva salutato mostrandomi il dito. Fucking cow!
Quella ragazza mi avrebbe fatto impazzire. Sembrava distaccata ma era piena di rancore. Mi avvicinai alla mia Cristi e la baciai alla nuca, e infilai la mano nella camicetta. L’altra era indispettita. Chrystal mi tolse la mano con grazia e mi invitò a fare il bravo. Mi disse che mi avevano aspettato, e che ero stato un ingrato, e un asshole.
Poi mi spiegò con tutta calma che: se l’altra volta, quella precedente, (avrebbe anche potuto risparmiarsi la precisazione essendo stata anche l’unica e la ricordavo bene) mi aveva fatto divertire lei, ora dovevo far divertire Abigail. Aggiunse che questi erano i patti. Non so tra chi. Non certo con me. Scelsi di non fare nessuna obiezione. Salimmo in camera di Abbi e Cristi, in quel caso, preferì lasciarci soli. Però ci disse di sbrigarci perché la mamma poteva anche rientrare.
Dovevo aspettarmelo: Abbi era ancora adirata per quel verdetto. Fece le bizze per lasciarsi baciare. Mi allontanò più volte le mani e si trattenne il vestito. Cercai di convincerla in tutti i modi. Sembrava decisa a non lasciarmi fare. Stavo quasi rinunciando deciso di scendere per protestare con la maggiore. Per un po’ trovai la sua mano e cercò di accontentarmi miseramente delusa e scoraggiata.
Era veramente dispettosa, e una serpe. Poi mi disse, dopo avermi fatto giurare di non dirlo alla sorella, che per punizione non mi avrebbe fatto entrare. Sospirò, tranne che, se proprio lo volevo, solo dall’altra porta. Nella mia condizione non potevo che accettare. Lasciò che fossi io a sfilarle il vestito e si mise di spalle. Era proprio magrolina e piena d’ossa. Non era nemmeno troppo esperta. Semplicemente mi lasciò fare guidandomi con parche parole. Lick my ass!
Cristi ci aspettava in piscina, allegra e soddisfatta. Si accese una cicca e andò a prenderci da bene. Poi si sfilò il costume e sguazzò nell’acqua. Mi faceva impazzire quel suo modo sgraziato di ridere. Non ho mai amato crearmi complicazioni. Avrei dato un bel pari. Ma aspettavano un responso. Che colpa ne avevo io se erano sempre in competizione tra loro?
Il venerdì successivo ero già il ragazzo di Chrystal, e per i genitori era diventato normale avermi sempre intorno. E poi c’era la sorellina a farci da guardia. Così prendemmo a frequentarci quasi tutti i giorni; io, Chrystal e Abigail. Con gli studi perdevo qualche colpo. Niente che non si potesse rimediare. E trovavamo sempre il mondo per starcene da soli. A quell’età si hanno tesori di energie da spendere. A volte, quando me ne andavo, erano soddisfatte entrambe. A volte ne uscivo talmente stanco che cadevo dal sonno sul tavolo mentre cenavamo.
Mia madre un poco si preoccupava, poi si consolava pensando che fossero i sintomi del cambiamento di stagione, o problemi di crescita. Prima di marzo sono andato a vivere assieme, naturalmente, con Cristi. Altrettanto ovviamente, con noi, è venuta anche Abbi. Insomma, non ufficialmente. Chiaramente siamo rimasti tutt’e tre in un piccolo casolare di campagna, di proprietà dei suoi. Vicino alla baracca di mamma, e alla tenuta dei loro genitori.
Io avevo cominciato ad aiutare il padre e pian piano imparavo a curare la terra e gli animali. Di giorno ero meno libero, ma avevamo tutte le notti per noi. In città non avrebbero capito quel nostro amore. Persino nel piccolo paese eravamo divenuti protagonisti di qualche chiacchiera. Intanto dovevo stare attento alla signora. Era meglio se le giravo al largo. Temevo che avesse cominciato a sospettare qualcosa.
Non tanto perché Abigail era sempre con la sorella. Più perché si fermava praticamente sempre a dormire da noi. Poi Abbi aveva preso le sue cose e si era stabilita definitivamente. Ufficialmente per aiutarci nelle cose di casa e di cucina. Non so se quella madre se la sia mai bevuta. Comunque non potevo ancora abbassare la guardia con quella donna.
Anche quella madre non era femmina ancora da buttare. E il padre era un lavoratore instancabile, ma forse la sera lo poteva cogliere stanco. E poi perché lei era così, ancora assetata di scoperte e nuovi incontri. Aveva gli occhi delle figlie e della tigre, e ancora molte cose da chiedere alla vita. Ma io non sono pazzo. Mi stava bene così. Bitch!
Nel frattempo Cristi aveva scoperto quel mio piccolo segreto iniziale con Abbi. Ma l’avevamo già fatto a quel modo anche con lei. E se i suoi avevano da fare in paese potevamo farlo anche in piscina. Liberi da tutti. Comunque credo che Abigail non me l’abbia mai perdonato. Ancora, ogni tanto, se lo ricorda. E allora mette per un poco il broncio e mi respinge, e semplicemente mi gira le spalle. Anche se ho maturato il sospetto che respingermi e più concedersi a quel modo, senza vederla negl’occhi, cominci a darle un ulteriore diletto. E allora la paziente Abbi le dà della sciocca. Ma a volte è meno delicata e la sculaccia, e la chiama, senza rancore, Bump-ass! o broken-ass! o, più semplicemente, slut!
A volte ci va di ricordare solo quella nostra prima volta. Suck my dick! Mi sono fatto più intraprendente, ma mi guardo bene di dispensare ancora voti. Loro son soddisfatte ed io anche di più. La vita è bella quando ci si sa accontentare. Anche in campagna. Anche lontano dagli amici. Senza tanti rumori di macchine. Certo con il gallo che rompe non solo la mattina. Senza certi odori fetidi; a quello del letame ho educato l’olfatto. Senza tutte quelle frette. Qui a metterci fretta è che arriva troppo presto il mattino, il sonno e la stanchezza. Ma lei è una, anzi loro sono due, che si sanno divertire; e sono sempre allegre. Non son come quelle di città, non si fanno tante paranoie.
Mamma aveva ripreso a parlare con papà, ma non sempre il loro dialogo era semplice. A volte raggiungeva toni aspri, anche se non erano legittimi. Ma mamma era diventata una figura meno centrale nella mia vita, e, nel frattempo, aveva conosciuto Tony, il suo nuovo compagno. A volte si cenava ancora assieme, da lei. Ormai sapeva che arrivavamo in tre. Non mi ha mai chiesto altre spiegazioni. Le bastava sapere che appena pronti mi sarei maritato e sistemato con la mia bella Chrystal.
Non ci serviva altro per dare ufficialità alla nostra unione. Però né io né lei avevamo fretta, ci stava già bene così. Avevamo tutto quello che serviva; carne, insalata e frutta. E nemmeno volevamo toccare nuovamente la suscettibilità della sorella.
Dopo l’ultimo esame avevo ricevuto un’ottima offerta di lavoro, giù in città; ben pagato. Alla fine, parlandone anche con loro, avevo rifiutato. Anche se in segreto ci stavo ancora pensando. Non ci mancava nulla e, a dire il vero, può sembrare incredibile, ma cominciava a piacermi la vita di campagna.

N.B. per non incappare nelle ire censorie di Facebook le foto, come da racconti, sono state sostituite.

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Piccoli gialli italiani4. Certo che io, Bernardo Carafa, apprendista giornalista, ho una mia teoria. Renderebbe tutto più semplice. Probabilmente non resterebbe un solo reato insoluto. A dispetto delle prassi usuali si dovrebbe capovolgere tutto. Basterebbe cominciare dalla fine. Alla faccia di tanti esperti. Perché siamo tutti Montalbano. Se noi partiamo invece dal colpevole è tutto più semplice. Con in mano il nome del reo è un momento capire il come. E il genere del crimine. Anche in caso di morto ammazzato. Viene poi abbastanza facile arrivare al perché. A questo punto dare un nome alla vittima è uno scherzo. Viene da solo, naturalmente. Non serve un genio per capirlo. Sto lavorando per affinare questa mia ipotesi di tecnica di indagine. Anche se so che alla polizia non troverò mai nessuno che mi dia retta. Tutti pieni di presunzione e di sé.
Intanto la delinquenza dilaga. Nessuno lo dice, ma all’appello manca una ragazzina. Silenzio. Avrei scoperto che non avevano risposto in parecchie alle chiamate. Per le prime ventiquattro ore non si accettano denunce. Nelle seconde ventiquattro è ancora troppo presto. Dopo quarantotto si comincia a temere il peggio. Gli sbirri aspettano il ritrovamento del corpo. Comunque aspettano. Diversamente non può che trattarsi di ratto. O di una fuga. Ma già quella ragazzina, Venere, sembrava due. Ho incontrato una Venere uno parlando con i genitori; scontato. Secondo papi era solo una bambina. Una brava bambina. I ragazzi, no! ancora nemmeno ci pensava. Secondo mamma era un tipo sgobbone e molto giudiziosa. Amante solo dello studio. E dei libri. Non certo il tipo da scappare. Tutto troppo pulito e facile. Strano, a scuola non ci va da due settimane. E poco anche prima.
Loro non hanno il becco di un quattrino. Nemmeno un demente potrebbe pensare a un riscatto. Si vede da dove abitano. A questo punto vado al Centro. Aspetto la fine di una riunione organizzativa improvvisata, poi Afro, e mi racconta della Venere due: “Qualche volta passa. È un po’ che non la si vede. Se vuoi sapere come la penso: è scappata. Non ci sano santi né madonne. Ne abbiamo sei sette in fuga. Le teniamo un paio di giorni, poi devi rivolgerti all’associazione. Lei viene, quando viene, sempre con uno diverso. Ed esce con un altro, sempre diverso. Ci ha chiesto se avevamo posto. Ci abbiamo provato. Abbiamo dovuto stralciarla. Aveva troppe voglie e nessun pudore. Era scatenata. Ci poteva mettere nei guai”. Gli spiego che ha solo tredici anni. Mi guarda sorpreso. Mi spiega che non ha più nulla da imparare. Che ce ne sono parecchie di puttane già da bambine. Che ne sapeva sicuramente molto più di me e lui messi assieme e sommati. E Afro, anche perché sta lì, non è uno a cui manca l’esperienza o la materia prima.
Fatico a credergli: “C’era qualcuno in particolare”? Mi offre un tiro. Io faccio un cenno di diniego, con la testa e la mano. Mi guarda e i suoi occhi sono sentenza che non capisco un cazzo: “Troppi. Una volta l’abbiamo beccata, con uno sotto il palco, mentre il complesso ci dava dentro. E anche lei ci stava dando dentro. Capisci? Forse potresti chiedere a lui, ma non so come si chiama. È un fighetto che ho visto quella volta. Forse un’altra. Non so se ti sarà utile. L’hanno beccata anche con due”. “Ma non ha preso niente. E non aveva che pochi spiccioli in tasca. I suoi sono preoccupati e non battono chiodo”. “Non credo sia un problema. Gli spiccioli li sa trovare. È una da darla anche per un quarto di euro. Piuttosto… è che ha le vene bucate”. Penso che c’è chi non ha solo le mani, bucate. Non so più dove cercare, e quale delle due augurarmi di trovare.
È solo una sottile sensazione, che il sesso femminile badi più a me. A me aspirante narratore della città, soprattutto della sua cronaca nera. Mi parlano più volentieri. Mentre sto cercando di arare il mare la vedo e mi avvicino. A volte mi riuscirebbe bene introdurre un articolo. Con le ragazze mai. Non ho mai avuto facilità a iniziare un approccio. È l’inizio sempre la cosa più difficile. Un paio di volte, non di più, ho balbettato: “Posso offrirti un caffè”? Poi ho scoperto che era la formula del perdente. Dopo un paio di risatine. Per il resto non mi riesce a dire nemmeno quello.
Quando ancora ero ragazzino ho provato a fare due partite a calcio. Mi avevano messo subito in difesa. Sono stato bocciato già da allora. Gli inizi sono sempre stati tragici. Trovo un modo per abbordare quella Matilde. Penso un attimo come cominciare, da dove, poi vado diritto al sodo; con la cosa più stupida: “Hai notizie dall’Africa nera”? Non mi chiede chi sono, né che me ne frega: “Se intendi quel gran pezzo di merda di Baldo, nemmeno una cartolina”. È proprio vero che ha occhi irrequieti: “State ancora insieme”. Mi guarda, non so se con sospetto o con sufficienza: “Come potrei? Io sto con chi c’è”. Non posso evitare di dirlo, con il mio solito spirito involontario, rischiando una figura da culo: “Io ci sono”. Sta quasi per ridere: “Vedo che ci sei”.
Cerco di spiegarle chi sono in due parole. Non sembra troppi intenzionata ad ascoltare. Intanto non andiamo né di qua né di là. L’unica nota positiva e che non si schioda. Non mi lascia lì come l’ultimo pirla. Se sapessi interpretare le espressioni dire che è solo un poco seccata. E insofferente. “E allora… vedi”… “Sei tu quello che ha preso il suo posto”? “Quale”… “Quello di Afro”. Alzo le spalle. Mi riesce sempre bene. Mi azzardo a proporlo: “Credi che potremmo prenderci un caffè”? Deve avere una profonda antipatia per le convenzioni: “Se devo farlo con qualcuno preferisco uno spritz. Ma non vado mai con chi ha tempo da perdere. In chiacchiere. Con chi non mi ha mai filata. Né mai toccato nemmeno di striscio. Nemmeno una tetta”. Non me lo faccio ripetere: “Se è per questo provvedo subito”. Se non importa a lei chi ci vede, allora, a me interessa meno e non mi metto fretta.
Ha un modo tutto suo nelle relazioni: “Posso sapere chi sei”? Intanto mi lascia fare. Lascia passeggiare la mia mano curiosa sopra la sua maglietta. Qualcuno ci vede e finge di non vederci. Siamo in mezzo alla strada. Ho una grande curiosità ed è un vasto universo da esplorare: “Sono Bernardo, Solo Nardo tra noi. Sì! scrivo per quel paio di giornali”. “Che ne dici? Qual è la scusa per tanto nuovo interesse? Se posso”… Avrei solo bisogno almeno di un altro paio d’ore: “Solo… che… lui mi ha parlato bene di te” . Non so cosa abbia da rimproverarmi. Se non la mano. Di quella sembra nemmeno accorgersene. La cosa, anzi, la diverte. Mi ha sgamato, ne sono certo. Non fa una piega.
Però sembra esserci stancata. Allo stesso tempo sembra annoiata. Così mi coglie completamente di sorpresa: “Se è per scopare, mi spiace. Mi hai trovata con le mie cose”. In lei sembra quasi naturale. Mondo bestia. Mi legge la delusione. Per fortuna è una veramente generosa. È veramente filantropica: “Se ti accontenti ti accontento in un attimo”. Con Bice sto ancora, eternamente, ai preliminari. Anche se non so vorrei capire: “Sono uno che si sa accontentare”. “Hai un buco”. Sono desolato. Impreparato. Cerco di pensare in fretta. Niente: “Veramente”… Si guarda intorno: “Ho capito, vieni con me”. Me l’avevano descritta bene, ma lei è di più di bene; di qualsiasi descrizione.
Mi porta in un angolo dove non passa quasi mai nessuno. Quasi. Ci sediamo su un gradino. Cosa mi posso ancora aspettare? Potrebbe uscire qualcuno anche da quella porta. A lei sembra non importare. Non è che sono proprio tranquillo. Mi sento morire. E poi è… il nostro primo appuntamento. O qualcosa di simile. Tutto succede che quasi nemmeno me ne accorgo. Forse è per quello. Fatico. Cioè è lei che fatica. Non alza nemmeno gli occhi: “Sei il ragazzo di Beatrice”? Guardo la sua mano operosa. Non capisco quella curiosità. E cosa ne sa di noi: come la conosce: “In un certo senso”.
Riflette a voce alta: “Stai ancora con lei, con Bice”? Tutto mi va tranne parlare delle mie faccende. In quel momento: “Un po’ sì e un po’ no”. “Mi spiace”. Non le chiedo perché. “Ti va di essere il mio ragazzo”? Non mi informo degli altri. Non è il momento per le grandi decisioni: “Forse”. “Fatti sentire. Sai come trovarmi”. Anche se non è vero non voglio deluderla. Mentre temo che lo sto già facendo: “”. Mi controlla di sbieco: “Mi spiace per lui. Si vive una volta sola. Ho sedici anni. Mica li posso buttare. Sono così. Non mi basta una alla settimana. Figuriamoci una ogni mai. Già non andava quando andava. Quando era qui”. Credo parli di Baldo. Forse parla di Alvise. Forse di qualcun altro.
Mentre si dà alacremente da fare, e mi viene da piangere fra le sue dita, mi dice: “Ti piace. Dammi almeno un bacio. Non fare lo stronzo. Non sono mica una… E palpami almeno una maledetta tetta. Loro sono una condanna. Tutti non pensano che a loro. Per prima e unica cosa. Tutti tranne… te. Non ti piacciono”? Per piacere mi piacciono, fin troppo. Non ne ho mai avute così tante tra le dita. Ma al momento sto pensando ad altro. Anche se cerco di non deluderla. Non mi è sembrata nuova. Non mi sembrata nemmeno troppo esperta. Riprendo la mia indagine prima ancora di riprendere fiato. Quando sono tutto dentro un fazzoletto di carta: “Conosci una certa Venere”. “Lascia stare. Quella è una gran troia”. “I suoi la cercano”. “Devono andare dove passeggiano. Però è una che ha sempre fretta. Forse non è andata tanto lontano”.
Ora sembra voglia solo andarsene. Ha gli occhi che non guardano. La cosa non è stata semplice. Il resto si fa complicato. Mi lascia lì a riflettere. A cercare di riprendermi. Di capire cosa è successo. Pieno di domande e, già, di rimpianti. Gran belle tette, però. Molto generose. Poi cerco di pensare solo a quella Venere. Vado anche lì, dove mi ha detto lei, inutilmente. Di pazienza non ce n’è mai abbastanza. Qualcuno racconta di averla vista salire su quel treno. Dopo aver rifiutato un paio di proposte, più stravaganti che indecenti, vado anche al parchetto dietro il Centro. Sono passate quarantatré ore. Sembra che ci abbiano azzeccato. Intorno è pieno di tracce organiche. Della loro e di altre celebrazioni. Non c’è stata violenza.
Decido che traccerò un profilo di Venere uno. So che prometterà di non farlo più. So che c’entra anche quel ragazzo. Anche se sono tanti a cui piace il sesso bambino. Disposti a mettersi in fila. Ancora adesso. L’hanno trovata lì, calma e tranquilla. Vittima di una vita precipitosa. Donna in un corpo non ancora sbocciato. Confusa. Con la bava alla bocca. Con la gonna ma niente sotto. Senza più voglia di parlare. Soffocata da tutte le altre sue eccessive voglie di bambina viziosa. Ma questo resti tra noi. Non tutte le notizie si possono rendere pubbliche.

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