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Archive for the ‘Spinola e… dintorni’ Category

Cosa si può dire a riguardo se non che brancoliamo ancora nel buio. Già ma questo è l’unica cosa che non si può dire per non creare allarmismo o panico. Ma li teniamo d’occhio. E se sono stati loro, come sospettiamo e siamo certi, li teniamo per le palle; prima o dopo faranno la mossa sbagliata e li incastreremo.
Dopo due anni di lavori e numerosi rinvii finalmente la villa comunale era stata ristrutturata e ultimati i lavori; in due mesi erano stati spostati i libri. In quella vecchia villa della fine dell’ottocento sarebbe tornata a scorrere la vita: ora era pronta ad ospitare la biblioteca.
Era stato organizzato tutto a puntino per l’inaugurazione. Erano stati appesi molti manifesti ed inviati un’infinità di inviti; praticamente a tutta la cittadinanza. Era stata appesa la bandiera. Persino il quotidiano locale e il bollettino della parrocchia ne avevano parlato. Si erano spesi capitali per il rinfresco. Il sindaco aveva già il discorso sulla carta, nero su bianco.
Era stato preparato un mazzo di fiori per la nostra miss Isola felice. Era stato organizzato addirittura un complesso da camera e il discorso dell’autore più importante del luogo. L’uomo aveva scritto la storia del suo gatto di razza beagle, che ben pochi avevano letto ma molti acquistato su suo stesso consiglio. Lo scrittore infatti era anche il proprietario dell’unica libreria-cartoleria del paese.
Quel gatto era morto un anno prima che il volume fosse dato alle stampe e chi lo avesse letto, quei pochi, avrebbe scoperto che non aveva, in tutta la sua vita, mai miagolato. Al massimo si era permesso di disturbare i suoi padroni con dei mugolii più simili a dei latrati che ai versi di un felino.
Era un animale ben strano. A differenza degli altri suoi simili non era legato al territorio ma agli uomini. Non familiarizzava con gli altri gatti se non con quelli della sua stessa specie. Solo con quelli del tutto simili a lui era disponibile e a volte anche giocava.
Amava però di più stendersi ai piedi dei suoi padroni e guardare la televisione. Era proprio come se capisse. Uno di quei casi in cui la gente è disposta ad ammettere che gli manca solo la parola. Proprio gli mancava solo la parola, almeno finché era in vita.
Ma lasciamo stare le storie di letterati e dei loro libri e anche quelle sui gatti e torniamo ai fatti. La notte prima qualcuno si era introdotto nello stabile e ne aveva fatto scempio. Il mattino dopo avevano scoperto subito i segni di quella scorribanda. Davanti alla porta i commessi erano rimasti a bocca spalancata. Lo spettacolo che si era presentato loro era deplorevole.
Facilitati dal fatto che l’allarme non era ancora stato installato,. ma chi poteva immaginare una cosa simile, e che il servizio notturno non era ancora stato attivato, avevano forzato la porta d’ingresso. Essendo, la villa, situata in posizione centrale dovevano essersi mossi senza l’aiuto della luce o almeno nessuna luce era stata notata.
Non era difficile immaginare gli autori. Quella banda di giovinastri perdigiorno sempre impegnati nelle loro bravate. I ragazzi, porcaccia la miseria, non sono più quelli di una volta. Stanno sempre a bighellonare senza arte e ne parte. Non si sa mai cosa hanno in testa e, pazienza, cosa bevono e cosa fumano. Ma cosa li spinge a tanto vandalismo e a tanta disperazione?
Tutti si lavano la bocca con tavole rotonde e dibattiti sulle bande, il bullismo, il disagio e gli adulti significativi. Tante parole spese invano e per fortuna che non sono tassabili. Poi alla fine non si approda a nulla e questi sono i risultati. Avrebbero avuto bisogno di qualche buon scappellotto fin da piccini.
Invece questa è la conseguenza di averli covati e cresciuti sulla bambagia. Di aver concesso loro tutto. Di aver giustificato tutto, di averli capiti sempre e di avergli dato sempre ragione. Una generazione senza spina dorsale, senza morale e senza ideali. Ma una volta non era così. A quell’età si era già stanchi di guadagnarci il pane e si conosceva il sudore che costava.
Purtroppo, progressivamente, anche il nostro centro si sta metropolizzando. Nato e sempre vissuto ai margini della grande città ne è diventato ormai periferia; nel bene e nel male. Così, anche tutte quelle problematiche che si credono legate unicamente ai grossi centri, cominciano a manifestarsi anche qui.
La comunità progressivamente si è divisa in tante piccole sotto unità. Ci sono le persone, donne comprese, poi i bambini, i vecchi, e infine i giovani e gli adolescenti ed essere giovane non è mai stato tanto difficile. Per questa categoria dai grandi appetiti, inventata nei primi anni sessanta, la vita non si è fatta particolarmente più difficile ma sempre meno si cerca di dissimulare la diffidenza nei nostri confronti.
Anche tra loro ha cominciato a diffondersi l’uso di sostanze stupefacenti. A questo proposito tra due seminature di mais è stata trovata una vera e propria piantagione di cannabis con piante tra il metro e trenta e il metro e mezzo. I furti di scooter e telefonini sono ormai all’ordine del giorno. Non c’è una panchina o una cabina telefonica che non siano state danneggiate. E anche qualche scippo.
Davanti alla farmacia comunale ha cominciato a radunarsi una sempre più folta folla. Tanti coetanei di mio figlio hanno cominciato ad appassionarsi alla musica delle discoteche e a tutti quei rituali e infine hanno cominciato a ravvivare le cronache. Per dirla come sta Maria è stata l’amore di quasi tutti quei ragazzi.
Quando si parla di quelli è sempre più difficile (se non impossibile) sentire una storia edificante. Si stanno trasformando in un ricettacolo di disperazioni. Mancherebbe solo che andassero ad occupare la vecchia fornace per farne un Centro sociale autogestito come si mormora. Non c’è nulla al mondo di peggio di un simile covo di terroristi senza regole ne leggi.
I nostri padri sono andati all’estero per sopravvivere, sono stati costretti ad emigrare. Noi, invece, abbiamo cresciuto questa generazione imbelle. Certo io no perché se mi accorgo che mio figlio si mescola con loro lo riempio di schiaffoni. Preferisco ammazzarlo con le mie mani.
I nostri padri sono andati dall’altro capo del mondo e adesso ci arrivano in casa questa massa di senza speranza affamati di tutto. Sporchi e pidocchiosi. Senza religione, senza regole e senza leggi. Questa disperata fiumana di pezzenti elemosinatori di pane e di pietà. Che se non son stati i nostri ragazzi certamente son stati loro.
Ma poi perché fanno quegli atti? Senza nessun rispetto hanno infierito sulle cose. Hanno distrutto la macchinetta distributrice di bibite e versato il contenuto di una lattina sopra una tastiera di computer rendendola inutilizzabile. Abbiamo trovato persino due preservativi usati. Sono rimaste tracce di spinelli un poco ovunque; nessun di noi aveva dubbi che erano dei drogati.
Hanno imbrattato i muri con scritte ora oscene ora senza senso. Hanno divelto due porte e sbattuto per terra una scafalatura. Si son appropriati di tutti i cd musicali che hanno trovato. E questo non è tutto e sarebbe stato niente perché avrebbe ugualmente permesso che si procedesse con la cerimonia. Non avrebbe intaccato che poco di tutto quanto si era preparato.
Quello che riusciva invece impossibile a capire e che sorprendeva di più era come fossero riusciti a svuotare i libri che ora si presentavano uguali a prima, anzi forse sembravano più nuovi, ma completamente vuoti. Avevano leccato via accuratamente tutte le parole da ogni volume. Le parole erano state letteralmente succhiate; divorate, é questo l’incredibile. Cosa se ne fanno dei ragazzi, e poi quelli, di quella montagna di parole?

I consiglieri parlottarono tra loro per giungere ad una soluzione. Il membro anziano, nell’alto della sua grande saggezza, coniò una delle sue frasi celebri: “Lo spettacolo deve continuare”. E così, fra lo sgomento e il panico dei tanti responsabili si diede comunque inizio alla cerimonia. Il signor Sindaco, naturalmente, tagliò il nastro tricolore. Seguì tutto come era stato per tempo programmato. Un commesso fece il banditore e il cerimoniere.
Lo scrittore argomentò a lungo, promosse il suo libro, ovviamente, ma soprattutto dissertò sul suo protagonista preferito: il suo gatto. Aggiunse dei gustosi particolari inediti e si vedeva chiaramente come la materia lo affascinasse. Come nella sua prosa era un poco monotono e monocorde ma i presenti, numerosi, ebbero il gusto di mostrar pazienza. E quella pazienza era ben riposta.
Il panico si trasformò in terrore quando venne il momento dei saluti dell’esimio sig. Sindaco. Di tutto quello che si era preparato niente sembrava più essere attuale e andar bene. Di parlare a braccio neanche pensarlo; non era nelle sue corde e poi era ancora sconvolto dalla nuova piega che avevano preso gli avvenimenti. Lui l’aveva pur detto che si doveva rimandare tutto. E guardava disperato in cerca di aiuto verso l’addetto stampa che cercava di sparire tra la folla. Vi fu un interminabile attimo di silenzio in cui l’ansia si poteva tagliare con l’accetta.
La situazione fu risolta da un colpo di genio del solito suo Vice. Questi era uomo sempre elegante e molto addentro alle cose della politica. Si sa che l’esperienza a volte permette di far fronte alle situazioni più difficili. Non per niente aveva sempre un sorriso per tutti e per tutti una parola; anche se questa parola durava il minuto. Non per niente aveva attraversato senza annegarci l’intero arco costituzionale ed era finalmente approdato a tale incarico.
Fu allora quell’uomo con la erre pressoché assente ad avere uno scatto d’orgoglio e senza dire ne ari e ne stari a prendere la parola. Un poco, smaliziato com’era, annacquò il brodo per prendere tempo e arruffianarsi la platea: “Cari colleghi e colleghe, amici e concittadini tutti. Ormai molti di Voi sapranno la tragedia a cui questa mattina ci siamo trovati di fronte. Una mano ignota ha colpito la nostra piccola comunità ma fidiamo molto nelle nostre forze dell’ordine per il buon fine delle indagini. Se non avessi degli indizi certi non parlerei così. Potrei dire che la mano della restaurazione e della sovversione ha colpito ancora. –il capo dell’opposizione si spazientì in modo evidente e fece alcuni passi attorno a sé scuotendo il capo– Ma sono proprio questi i momenti in cui un’operosa comunità, come la nostra, deve stringersi attorno ai suoi rappresentanti liberamente eletti con una maggioranza che oserei definire larga”.
Esprimo sdegno e condanna per quanto è successo; a nome mio personale, del sig. Sindaco e della Giunta tutta. I segni lasciati da questi malfattori, dei veri e proprio banditi, sono ancora evidenti intorno e dentro di noi. Faremo tutto il possibile per perseguire gli autori dei fatti e affinché non restino impuniti. Siamo certi di avere la solidarietà della parte sana del nostro piccolo centro e di tutte le persone che si sono prodigate per renderlo migliore e più accogliente. Ma quegli autori sappiano che non hanno potuto piegare la nostra operosità e il nostro impegno per questo nostro territorio. In questo siamo irremovibili e risoluti”.
In questa occasione, per la quale ci siamo così numerosi riuniti, ho l’orgoglio di inaugurare la nuova biblioteca. Le do il benvenuto in questa nuova sede accogliente e finalmente degna per lo scopo. Abbiamo profuso tutti i nostri scopi a questo fine e vivere la sua inaugurazione ci riempio di fierezza. Un popolo senza cultura è un popolo senza passato, è un popolo di ombre evanescenti. Ma come disse Cantarossi: un popolo deve saper appropriarsi della cultura, costruirsi la propria cultura”.
Io credo che i libri siano come le persone. Ogni libro è un uomo e le sue pagine sono la sua vita. Il suo titolo e il suo nome. Quella che io oggi inauguro non è, per questo, una semplice biblioteca. Non è solo lo forzo immane di tante persone che hanno progettato la sua realizzazione e che si sono impegnate a questo scopo. Del tanto sudore versato solo per dare ai concittadini quello che noi crediamo si meritino: una cultura appunto”.
Questa sarà la nostra nuova casa. Questa potrà finalmente diventare la nostra nuova identità. Noi apriamo le porte della più grande biblioteca al mondo di storie mai scritte. I visitatori non verranno qui per leggere parole scritte da altri. Non troveranno qui dentro parole che non appartengono a loro o alle loro memorie. Ogni visitatore, che non sarà più semplice lettore ma autore, potrà in questa dignitosa sede scegliere il nome a cui legare il suo passato e le sue fantasie. Qui troverà la pagine bianche in cui potrà lasciare traccia di sé e a cui affidare il proprio sapere”.
Ogni libro, dal più grande al più piccolo, dal più voluminoso al più sottile, è a Vostra completa disposizione e sappiamo, fin da ora, che saprete farne buon uso e onorare le nostre intelligenze e la nostra saggezza. Faremo pervenire, quanto prima il materiale necessario. Già si sta approntando una fornitura considerevole di penne, alla fabbisogna, anzi sufficiente anche per una normale giacenza di scorte, e di carta per le brutte copie. Riempite le pagine bianche che vi aspettano delle Vostre parole migliori”. –L’uomo stava facendosi prendere la mano ma seppe trattenersi e fermarsi prima di inneggiare a Dio e alla Patria.– “Non mi resta che precisare che contiamo su di Voi”.
Il popolo presente non seppe trattenersi e scoppiò in un frastuono di applausi con grande irritazione dell’opposizione tutta. E qui partì la musica e si diede inizio al rinfresco. Quella folla si sposto in massa, come una cosa sola, verso i tavoli del buffet. Con la bocca piena e i calici alzati avevano ben altro a cui pensare. La più grande crisi politica del nostro Comune era stata risolta signorilmente con una sottigliezza di mente encomiabile dell’unica persona presente che ne avesse le capacità.
Forse la cronaca nazionale ignorerà questo momento terribile passato da noi tutti che ci resterà scolpito per sempre nella memoria perché queste sono le cose vere e questa è casa nostra. Che altro dire se non che li tengo d’occhio?¹


1] scritto il 9 dicembre 2000

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E’ tanto che non parlo di Spinola. Dalle elezioni, credo. Ho vinto anche se non ne sono proprio del tutto certo. Mi sembra non sia cambiato nulla. E poi è stata un’esperienza deludente. In giro si parla di amicizia. E’ stata un’esperienza non positiva proprio perché ho perso un amico. Tranquilli, niente di tragico, nessuno s’è fatto troppo male; semplicemente è finita un’amicizia. Un’altra. E io non amo pagare su questo piano. E allora torno a parlare di Spinola per tornare a parlare di Martino. Ve lo ricordate Martino? Non fa nulla. Lo trovate qui e qui e in altri posti del mio blog. Anche se non ne ha uno di suo è quasi sempre presente nel mio Diario di Spinola. Anche sotto mentite spoglie. Persino nei panni di un dio. Non quello. Un altro. Uno di seconda mano.
Era aprile, credo di ricordare. Comunque era una giornata calda e c’era il sole. Ci si conosceva di vista. Era seduto al Bar da Clara con Gerardo. Ora che ci penso è un po’ che non sento e non vedo Gerardo. Resto incorreggibile. Non posso scordarmi gli amici per strada. Devo farmi un nodo sul fazzoletto. Insomma si prendevano un caffè, o uno spritz, o quello che diavolo volevano. Ci si conosceva appena. Di vista. Ciao. Ciao. Niente di più. Incontri in sede politica senza entusiasmi. Ero stato avvertito di non fidarmi. Ma io sono come san Tommaso. Martino mi chiama per chiedermi perché lo evitavo. Mica lo evitavo, solo non lo cercavo. Non ne avevo motivo. Mi dice: “Perché non mi aiuti?”. Mi dice: “Si andrà alle elezioni.” -bella scoperta. Mi dice: “Sono il partito socialista.” -la modestia non è il suo forte; sapevo che erano pochi, non così. Mi dice: “Sono un leader. Mi manca solo un progetto”. -hai detto niente.
Come ho detto allora e non ripeto ora ero rimasto molto deluso. Avevo voglia di fare, ma non di fare più dell’umano. Avevo un sindaco un po’ fascistorso da cacciare. C’era la solita sinistra che fa a fare la bella addormentata. Come se non volesse partecipare alla competizione. Penso che la tensione elettorale gli faccia paura. Per farla breve non riesco a dire di no. Sostiene di essere socialista di sinistra e diverso. Già! è incapace persino di rubare. Apro tavoli di trattative e lui viene a vedermi trattare. Lo presento a chi ha cercato di dimenticarsi del suo nome e lui mi lascia fare. Garantisco per lui e lui annuisce. Lo faccio persino dentro il suo stesso partito. Lì si sbilancia. Propone il programma per i socialisti a livello provinciale: aprire un blog. Per inciso non sa fare nemmeno quello e non l’ha fatto: fatica a rispondere ad una mail. E non c’è nessuna cattiveria nelle mie parole. Tutto vero persino le congiunzioni. Brutti tempi per la politica.
Cerco di dirgli che un leader lo è perché lo riconoscono gli altri. Mi precisa che è un leader comunque. Lui, e solo lui, lo sa. Lo metto al corrente dei problemi del comune. Dei precedenti politici e delle precedenti esperienze. Lo proclamo capolista e lo incorono. Stendo un programma elettorale. Lo difendo davanti a quel grande pachiderma in letargo che è il PD. Trovo un candidato per le primarie. Un buon candidato. A lavorarci bene avrebbe anche potuto vincerle. Da indipendente. Ma questo senza tradimenti. Non con questi figuri. Gli presento le persone adatte per completare i posti vacanti in lista. Quelle che gli lasciano dubbi le scarto. Mi occupo di creare e persino di distribuire un minimo di propaganda. Manca solo che mi metta a scopare la sede del suddetto Partito Democratico. Alla fine mi accorgo che ci litighiamo sempre più spesso; e per un non nulla. Ho un sospetto. Affronto l’argomento. Me lo conferma: non si fida; ha paura che lo voglia fregare.
Se ne fossi capace ci sarebbe stato da ridere. Non ci riesco nemmeno ora. Avrei fatto tutto quel lavoro per lui, e su sua richiesta, solo per fregarlo. Nemmeno doveva apparire il mio nome, come sempre, in quella lista. Non mi avrebbe arrecato nessun vantaggio e non me l’ha dato. Naturalmente serve un pretesto per rompere e me lo offre. Presenta il tutto pubblicamente come opera sua. La cosa non sarebbe nulla solo che invece di presentare i socialisti come parte della lista e del programma presenta lista e programma come socialista. No! socialista proprio no. Oggi se ne vergognerebbe anche il buon Sandro. Per farla breve lo lascio fare quello che vuole. Non ho alternative. Ultima lite; quella definitiva. Ormai era diventato un tormentone. Fa l’offeso. Mi toglie persino il saluto. E lo toglie anche a Gerardo che nemmeno ha messo becco nella disputa. Per semplice solidarietà. A quel punto non posso fermare l’ingranaggio. Completo la lista. Mi ripeto che è l’ultima volta. E vado verso le elezioni amministrative.
Io non lo so… insomma… boh! Vinciamo, naturalmente. I risultati non contano. La lista (senza il mio nome) prende il 6%, sei per cento. Seconda a sinistra, quasi un punto in più dei dipietristi. Ma questo non centra. Il risultato dei superstiti socialisti nemmeno lo riporto. Uno zero prima della virgola e troppi dopo. L’ultima volta mi dicono di averlo visto graffiato, aveva litigato con se stesso mentre si faceva la barba. Nemmeno lui però sa se era una questione politica, di principio, importante, un pettegolezzo o se era indeciso per un cucchiaino o due nella tazzina del suo caffè. La verità è che non sopportava che a me riuscissero le cose di cui lui non era capace. La realtà era che non riusciva ad accettarsi; ad accettare i suoi limiti, la sua mediocrità. E’ ancora un leader ma non ha nemmeno la maggioranza del suo stesso corpo. Insomma alla fine, politicamente e umanamente, mi sembra che se non abbiamo perso almeno non ha vinto nessuno. Aiutatemi a spingere che il mondo si sta fermando.

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spinolaMagica è la notte ma nemmeno la politica scherza.
Se non s’è più parlato più di Spinola, qui, non è per una sorta di timidezza, o di diffuso pudore. Quelli che ne parlano lo fanno ai pettegolezzi. In fondo una città, seppure piccola, si riconosce anche e soprattutto per quelli; nei suoi vizi. E’ lì che riscopre la sua vera identità. Nelle storie di letto e di corna. Storie che non sono mai state troppo frequentate, qui. In fondo cos’è una macchina ferma in una piazzola, al buio? E’ nient’altro che una sorte di piccola poesia della memoria. Sono talmente rare che rischiano d’essere i posti più affollati. Tutto il resto sono case su case. Rumori e grida. Un formicolio cieco. Altro posto non resta se non il sagrato dopo le funzioni; d’altro canto il posto più adatto per denunciare i peccati e i peccatori. A prestarci orecchio ne escono di storie da raccontare. I mostri si annidano sempre dietro quattro mura, all’interno di un quadretto domestico. Dietro l’aspetto del bravo marito e del buon padre di famiglia. Sotto le vesti e, appunto, nelle mutandine dell’irreprensibile casalinga. Ma tutti sono in fibrillazione: in orgasmo per quella che chiamano ancora democrazia. Si vota. Beh! non proprio tutti. Qualcuno, come sempre, vive le cose di tutti in modo differente. E ne ha piene le palle. Ma sono gli altri a fare i rumori della città. Sembra quasi una città viva e vera. Invece è solo la parvenza di una città. Come dice sempre e ostinatamente Lei: solo un racconto ironico di una realtà parto della fantasia.
Gira da tempo un tipo strano. No! nulla di preoccupante. Per esserlo è innocuo. E’ solo uno di quelli che raccontano rodomontate. Che le spara grosse. A saperlo nemmeno ci si farebbe caso. Al massimo un alzar le spalle. Il fatto è che te lo ritrovi. Giri l’angolo ed è lì. Vai a vedere un balletto – il massimo della mondanità qui a Spinola – e ti appare nel palco con un opplà. Te ne vai a correre al mattino presto, un po’ per l’aria fresca e un po’ per startene in santa pace, e te lo ritrovi al tuo fianco. Vai al bar ed è sulla porta. Non che entri, non aspetta nessuno. Da appuntamento alla gente che non viene. Nasconde le mani. Poi dice che mica è stato lui. Poi dice che sì! che è stato lui ma che scherzava. Insomma un tipo così. Uno di quelli che cerchi solo se hai una figlia brutta, ma proprio brutta, che nessuno vuole, perché speri che ci caschi altrimenti ci giri al largo. Che se ti invita per il caffè inventi persino un lutto anche se di quel caffè ne avresti veramente bisogno. Ché se parla non c’è rischio, la catalessi è certa. Se non fosse una cosa troppo azzardata per lui lo penseresti testimone di Geova.
Sembra, ma le voci paiono tutt’altro che infondate, che lo stesso si sia messo in mente di fare il sindaco. Beh! nemmeno questa sembra sua. Gliel’hanno messo in testa. Almeno ci prova, cioè lo fanno provare. Lui finge di crederci e lo fa che lo diresti convinto. Da un po’ circola persino una sua fotografia, formato gigante (e senza lapide). Il nuovo che avanza; sorridente. Lì sorride e anche a sorridere ha quell’espressione ebete. Da bravo ragazzo che non sarà magari mai un genio, non avrà mai un lampo, ma almeno non si infila le dita nel naso. Al massimo lo fa assicuratosi che nessuno lo veda. E anche per foto dice lo stesso niente. Ma un niente garbato. Di quelli che se proprio devono almeno lo fanno di nascosto. Di quelli che glielo leggi in faccia quando cercano di fare quelli proprio furbi, perché l’espressione da furbo proprio mica la sa fare. Di quelli da cui non ti aspetti certo una marachella. Che si prendono la colpa al posto degli amici perché un aspirante colpevole così perfetto è persino raro trovarlo. Che anzi dicono in anticipo “sono stato io” che non si sa mai che qualcosa non resti mai impunito. Insomma non fosse fastidio sarebbe miserevole compassione. E lo riaccompagneresti a casa per timore che non ritrovi la strada o che resti in circolazione.
Certo che anche quella di Abigail Rose Clancy è stata grande. Che lui nemmeno sapeva che di secondo nome facesse Rose. E mica sapeva che, come per la favola, gli sarebbe cresciuto il naso. E poi tutti a riderci. Carina era carina, anche troppo. Troppo perché basti cambiarle il nome. Con lei era impossibile vederlo. Nemmeno se gli avesse parlato in italiano che è lingua che lei non conosce affatto e lui non mastica troppo bene. Certo non era farina del suo sacco. D’altronde quel sacco vuoto e stato lasciato da lungo in un cantuccio. E poi chi non si è mai fatto passare per una simpatia di una gran gnocca? Il gallismo italico. Siamo tutti tentati di raccontarla alla grande. “Pfui!!! Sai quella… Io… quante ne voglio”. Frasi così se ne sono sentite a uffa. Ci si ride sopra. Si finge di crederci. “Pensava di essere ad Arcore”. Le sue grandezze. O alla villa Certosa. Con tutto, cioè quel poco, all’aria. La trovata della povera, e bella, Rose è stata una grande trovata ma si sa che le bugie hanno le gambe corte. Certo non quanto quella di far scrivere una lettera senza che il mittente lo sapesse. Una lettera che invitava i cittadini, naturalmente, a dare la preferenza al suo schieramento. Ma lui non si sarebbe accontentato di così poco come farla scrivere senza che lo stesso mittente sapesse. La fa scrivere ad un verde per invitarlo a invitare a sostenere gli assassini anche dell’ultimo albero, dell’ultimo filo d’erba, se non vengono fermati prima. E alla fine potrebbe anche arrivare a sostenere che l’avrebbe avvertito, il mittente, cioè l’ignaro scrivente, non fosse che per il piccolo particolare quasi irrilevante: lo stesso scrivente risulta deceduto.
Insomma non parlassimo di una città di fantasia, quando ci riferiamo a Spinola, non fosse questo un semplice racconto ironico e non ci si riferisse puramente a personaggi immaginari ci sarebbe di che preoccuparsi, ma così, come stanno le cose, non ci resta che ridere, oppure, come dice il povero comico, piangere, o almeno toccarsi affinché non capitino mai cose simili nella realtà.

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spinolaSpinola è una città di fantasia; si è sempre ripetuto. A Spinola non possono scoppiare bombe nella notte. Non certo bombe contro una sede della lega. Non in un paese dove la lega non giustifica certo bombe anonime in qualche modo targate di qualche estremismo. Pare, ma ripeto pare, una bomba “moderata” ma tanto non può succedere a Spinola. Non può! Non è credibile una bomba e ancor più tra amici o ex amici a Spinola. La logica direbbe di supporre così, se fosse vero. Se parlassimo della realtà. Ma qui siamo nella fantasia e nemmeno mi chiedo: Chi altro avrebbe interesse ad un atto simile? Naturalmente le notizie sono frammentarie e confuse. Se Spinola fosse una città vera nessuno proverebbe un senso di eroismo o di paura, ma solo indignazione. Non so se in Italia ci si può ancora indignare; ormai si è visto di tutto e di peggio ancora. Solo ieri si ricordavano i 35 anni dalla strage di piazza della Loggia a Brescia. Non esageriamo: quella di oggi è bazzecola. Come allora sappiamo già che non si saprà mai. Come allora sappiamo fin bene. Noi non abbiamo nient’altro da difendere che la nostra dignità e la libertà di tutti.

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La lista che non ti aspetti
ma che in tanti stavano aspettando

Anche a Spinola c’è un movimento che si chiama Spine@con Silvano Checchin, come proprio in una città reale. Fa niente. Arriva Martino. Vi ricordate di Martino? Come no? Va bene che è un po’ che non si fa vedere. Eppure è tipo che resta. Vestito da operaista studiatamente stropicciato. Occhiali sopra la fronte e atteggiamento da intelligente (intellettuale sarebbe troppo, e poi non suona del tutto bene). Insieme fluido di parole ricercate che stanno bene assieme pur non trovando ragione in quella compagnia; famosa è rimasta, in abito politico, la sua “sinergie” con indifferenza. Il buon Gerardo, detto anche Vinavil, ne sta ridendo ancora. Quell’imparata disponibilità democratica da “te le spiego io le cose”.
Dicevo arriva Martino. Dove? Naturalmente al bar da Clara. Nemmeno lui manca un giorno, ma non ha più il suo tavolo. Il bavero alzato come a dire Le donne svengono al mio passaggio. Gli occhiali sulla fronte come a significare Io ci vedo anche con il cervello. Diversamente sarebbe un arredo superfluo visto che è stato abbandonato anche dai capelli. Qualcuno ha proposto la scritta “Locale libero”. Da quando ha avuto il suo grande scatto d’orgoglio. Da quando ha detto il grande NO. Insomma da quando ha smesso il saluto. Mostra una espressione che tenta di imitare l’arroganza, povero cucciolo. Al momento scodinzola, però, a tutti. Scodinzola e fa la sua pipì nell’angolo per non farsi vedere.
E’ il problema dei socialisti, oggi, in Italia. Trovare un amalgama. Socialisti sono tutti socialisti. Te li ritrovi da per tutto. Ti chiedi quanti sono se non sono mai stati più di un pugno. Sono tutti socialisti pur militando in tutti i partiti. Cioè non che ognuno sia iscritto a tutti i partiti. Né trovi qualcuno almeno in ogni partito. Tutti assieme sembrano persi in un salotto. Sì! certo, qualcuno ha più d’una tessera; certo. La chiamano diaspora. Credo sia semplicemente perché non amano starsene in piedi. Ma, poi, a chi piacerebbe, che ne so? Andare al ristorante e stare a guardare. C’è sempre quel filo di invidia. E poi ce né per tutti.
Dicevamo che li trovi da per tutto tranne che dentro il partito, ma questo non è specifico di Spinola. Tutto il mondo è paese; o quasi. E i spinolenti, in questo, non sanno distinguersi. Magari anche a parlarci ti chiedi perché socialisti. Prima almeno c’erano loro e i social-democratici. Ora ci sono anche i social-liberali, i social-cristiani, i social-forzisti, i social-fascisti (anche se mi giungono nuove che il fascismo è scomparso proprio ora che è stato praticamente riabilitato, ma non ditelo a quelli di Forza Nuova, etc.), i social-comunisti, i social-legaioli (con la elle, non con la esse), i social-idioti, naturalmente, come da per tutto, i social-leghisti, i social-burloni, i social-stanchi, e chi più ne ha più ne trova. Ma cavolo, siamo o non siamo tutti di sinistra?
Mamma dice: “Son tutti ladri, tranne te che sei troppo mona per esserlo”.
Non si riesce a capire se è un complimento o solo uno sfottò.*

mariangela

Mariangela Vaglio

Perché noi sui giovani crediamo
(non li usiamo solo per specchietto per le allodole)

P.S. NOVITA’ DELL’ULTIMA ORA: anche a Spinola si sono arruolate le veline come supporters, solo che sarebbe stato più carino almeno prenderle in Italia o minimo avvertirle; probabilmente sarebbero state disposte anche ad autografarla quella foto. All’ultimissimo sembra che tra i sostenitori si sia riusciti ad arruolare anche persone purtroppo non più tra noi. Sembra che tali persone siano impossibilitate a partecipare al voto perché trattenute ad altra vita. Il buongusto governa questa campagna elettorale fatta realmente in punta di fioretto. Ringraziano avvocati e carrozzieri.


* Naturalmente Spinola è un paese immaginario che non esiste, tanto meno ai confini di Venezia, e le avventure ivi narrate non sono vissute ma solo frutto di grande fantasia e i defunti negano ogni indicazione di voto per le prossime amministrative.

E’ per quanto contenuto nel post, e per molto altro, che gli esponenti del movimento Spine@con Silvano Checchin, che esistono nella realtà, preferiscono fare la politica fuori dai partiti e da questo blog.

Delle sedi fantasma, con le bandiere che garriscono al vento primaverile, speriamo di poter parlare in una prossima post-cronaca.

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ma che in tanti stavano aspettando

Anche a Spinola c’è un movimento che si chiama Spine@con Silvano Checchin, come proprio in una città reale. Anche a Spinola si va al voto; il 6 e 7 giugno p.v. (che sta per prossimo venturo ovvero giugno). Come ci vanno gli spinolenti. Beh! c’è chi andrà a piedi e chi andrà in macchina, chi con la famiglia e chi frettolosamente, quelli dell’ultimo minuto e quelli che si stanno già preparando e chi non trova la tessera elettorale (Giuseppe s’è accorto che gli scade la carta d’identità proprio il 6), chi ci andrà malvolentieri e chi è già di cattivo umore e chi non chi andrà proprio.
Tra i contendenti c’è chi sa già di aver già perso e partecipa, nessuno lo sa perché, e chi, invece, lo sa ed è per far perdere qualche altro. Nessuno lo dice ma lo slogan vero della campagna è: “Che perda il peggiore”. Dovrei rivendicarne la paternità, l’avevo già usato per le primarie; le primarie della mia parte: del centro-sinistra. Già! solo il centro-sinistra fa le primarie; quando deve e ci riesce e/o non le può evitare. Qui, addirittura, abbiamo provato a farle serie, mica barzellette. Un centro-sinistra senza la sinistra o almeno un suo pezzo. Tante sinistre non fanno una sinistra. Mai è stato così vero. Strano paese l’Italia. Lo si sa che gli italioti sono bizzarri: hanno aspettato ad essere anticomunisti che cadesse il comunismo, così si offendono in pochi. E i pochi nemmeno si offendono. Io, ad esempio, non lo faccio. In verità hanno aspettato, quegli italioti, glielo dicesse il piccolo uomo, quel psiconano. Hanno bisogno sempre di un piccolo re per correre incontro alle catastrofi. Certo che la storia sta là e insegna nulla. Così la sinistra, quel pezzo di sinistra, ha deciso che meglio perdere da soli che vincere in compagnia. Per me va bene anche che se la cantino e suonino da soli. Sono realista, dovrei dire pragmatico che suona meglio e in politica funziona di più, alla stupidità si riesce ad opporre solo la stupidità.
Martino, ve lo ricordate Martino? al bar da Clara, mostra tutta la sua sicurezza. Lui e le sue truppe, in realtà lui e il suo sodale Gasparre (quei due sono tutto l’esercito di cui dispone un partito che fu un grande partito prima di diventare un efficiente ufficio d’affari), paiono aver già posto sotto assedio il palazzo d’inverno, ovvero il municipio. Marciano, le sue truppe, cioè Martino e il suo Sancio della Panza, decise. Parlano, cioè parla il solo Martino, come fossimo già alla resa dei conti: “vedremo dopo il risultato elettorale”. Proprio così. Cosa ci si può aspettare di più? Già è tanto che parli. In quanto a dire è altra cosa. Ci vorrebbe un miracolo. Il tono è di chi ha già la vittoria in tasca. Nessun tentennamento incrina la sua voce. Un sorriso astuto si sostituisce nei suoi occhi alla normale espressione del pianto. Sembra improvvisamente un miracolato. Gesticola e rovescia il caffè.
Persino loro sono tornati a chiamarsi compagni. Certo che si chiamano compagni anche i loro amici ed ex amici, con cui c’è un rapporto di amichevole odio, che se ne stanno sotto tutte le altre bandiere. E di bandiere ce ne sono parecchie anche questa volta: a Spinola non si vuole essere secondi a nessuno. Abbiamo due Popoli della libertà, ovvero nessuno. A una parte è spettato il Popolo e all’altra la Libertà. A dirla così si stenta a crederci ma nella realtà è proprio così. E si stanno a litigare su tutto come se la realtà non fosse più che semplice e che il tema della disputa non fosse chi costruisce e con chi. E tutti a dire che sono contro il mattone. Trevisan ha ancora le mani sporche e nasconde la cazzuola, piena di malta, dietro la schiena con l’aria del ragazzino che fischietta con le labbra ancora imbrattate di marmellata.
Come vedete è difficile descrivere oggi una realtà in Italia, anche se parziale. L’Italia è diventata un paese piatto. Si diceva che tutto il mondo è paese. Oggi si dovrebbe dire che tutta l’Italia a Spinolenta. Ovunque guardi è da per tutto la stessa zuppa. Un cronista le notizie se le dovrebbe inventare. E allora parliamo di Noemi. Non lo sopporto un paese che non ha di meglio che parlare per settimane di Noemi. Non so chi sia ma mi sembra nessuno. Certo che ormai per essere qualcuno bisogno essere un completo nessuno.*

mariangela

Mariangela Vaglio

Perché noi sui giovani crediamo
(mica li mettiamo per far fumo)


* Naturalmente Spinola è un paese immaginario che non esiste, tanto meno ai confini di Venezia, e le avventure ivi narrate non sono vissute ma solo frutto di grande fantasia.

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spinolaBuona la prima. Si affaccendano. Come api attorno al favo. C’è grande movimento, torno al Bar da Clara. Il tempo sta volando. Non è come per la foto. Non si può fermare. Qui restano sospesi; sorpresi. E’ il grande fuoco della politica. Forse, magari, per qualcuno, non è un angoscia nemmeno tanto nobile. Si sa che c’è sempre chi ci perde qualcosa. E chi ha qualche piccola ambizione da soddisfare. Tutti per il bene comune. Gira già un volantino. Dalla presentazione di quel candidato verrebbe da aggiungere “santo subito”. Maria Teresa di Calcutta era un nulla alla sua presenza. Davanti ai suoi impegni. Eppure si accontenterebbe di una sedia da assessore.

E’ che quel tempo scade. Dopo sarà troppo tardi. E’ l’attimo. Tutti con una cartelletta sotto braccio. Tutti a cercare di parlare con tutti. Ognuno che si informa dell’altro. Per cortesia. In realtà sperando che le preoccupazioni siano comuni. Anche che l’altro sia messo peggio. Abbia un ritardo maggiore. E tutti pronti ad offrirlo quel caffè. L’aria di sfida cavalleresca è palesemente finzione. Questo va. Quello resta. Quell’altro spera. Quell’altro ancora si propone. E quell’altro infine si candida. C’è anche chi ha tradito sapendo di tradire. Si! sono gli ultimi istanti per la presentazione delle liste. Nelle cartelline ci sono i simboli; i fogli firma; la carte burocratiche. Fermate il mondo…

Io li guardo e bevo il mio caffè. Ha il sapore dei miei giorni migliori.

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