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Archive for the ‘varie&eventuali’ Category

Presentation of Nazra

E’ stato difficile e faticoso. Ora, nelle varie tappe italiane, potete gustarvi i film. BUONA VISIONE.

On Friday, September 8th 2017, Nazra- Palestine Short Film Festival was presented at the Hotel Excelsior  in Lido di Venezia in the frame of the 74th Venice International Film Festival.

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immagine tratta dal film World on fire di Jaman Daraghmeh

E’ consigliata la prenotazione alle serate:

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Il Festival proseguira in Italia per poi arrivare a

Gaza
Gerusalemme
Ramallah

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I tempi sono quelli che sono. A diciott’anni dicevano che ero una promessa. Prima punta. Centravanti. A venti avevo già appeso gli scarpini al chiodo. Poco fiuto della porta, dicevano. La ricordo ancora bene quella partita; l’ultima. Ci giocavamo la salvezza. Il passaggio filtrante era un vero invito a nozze. Mi sono trovato solo io e il portiere avversario. Ho mandato un’altra volta il pallone in tribuna. L’allenatore mi ha richiamato in panchina, e non era ancora finito il primo tempo. Saluto, non del tutto contento, il compagno che mi deve sostituire e sento un gran colpo che mi fa piombare a terra. Ho ricevuto un sasso in piena fronte, e dal settore dei nostri tifosi. Da quel pomeriggio maledetto è cambiata la mia vita. Ho chiuso con il calcio.
In seguito ho fatto di tutto, mille lavoretti. Tutte cose prive di importanza. Mal retribuite. Finché non ho trovato la mia strada: Rappresentante di commercio. Nel giro di tre mesi mi sono comprato la macchina, naturalmente in leasing. Non potevo continuare ad approfittare di quella di Gaetana. Non che fosse stato tutto facile nemmeno allora. Inizialmente le vendite erano scarse. E i clienti sempre così pretenziosi. Dovevo ancora imparare. Trattavo confezioni, soprattutto campavo con i jeans. Poi mi fu offerta la marca giusta e di jeans cominciai a venderne parecchi. A vedere i tabulati con cifre confortanti. A fare i conti per il mio futuro. Erano soldi sulla carta ma erano soldi veri, o quasi. E tanti, almeno nominalmente. Poi la verità è che nel nostro mestiere arrivano sempre tardi e ci si trova davanti sempre ad anticipi. Non ci volevo pensare. Andava bene anche così. Sempre meglio che fare l’eterna promessa come calciatore dilettante.
Nel duemila ebbi il mio gran colpo di fortuna. Su suggerimento di un amico, e previa telefonata un po’ gaglioffa, ottenni la rappresentanza di una grande marca. Una griffe che si vendeva da sola, nonostante i prezzi esorbitanti. Cambiai clientela. Entrai nelle boutique. E in alcuni grandi magazzini, ma molto su. Con una clientela di classe. Un solo capo costava molto di più di quanto avessi guadagnato in un mese anche nei miei periodi più fortunati. Il primo cliente che ho visitato mi ha fatto un ordine stratosferico. Ero al settimo cielo. La percentuale della commissione di mia spettanza era più del doppio di tutte le mie vendite delle due precedenti stagioni. L’ho incorniciata e appesa al muro quella commessa, ed è ancora lì. La mia vita era cambiata. Cominciava veramente a sorridermi. Ma sul più bello tutto si è sgonfiato. È proprio vero che le cose belle sono sempre destinate a durare poco. Un paio d’anni da nababbo e poi… una pugnalata alle spalle. Mi è stata revocata la rappresentanza. Delle mie spettanze ne ho portate a casa poco meno della metà. L’unica gioia era che intanto avevo messo da parte qualche soldino. Anche se avevo speso forse un po’ troppo e sempre prima di averli in tasca.
Ho cercato di resistere in un mercato che si faceva sempre più difficile. Ogni mattino mi svegliavo pieno di buona volontà e di speranze. Ogni sera mi coricava deluso. Le cose continuavano a peggiorare come nel detto, coniato non so da chi, da qualche disgraziato, probabilmente: “Oggi meno di ieri, ma più di domani”. E non era solo il lavoro. Sono dovuto tornare in affitto, rinunciare al gommone e alla roulotte, vendermi la collezione di farfalle e chiederle indietro l’anello per impegnarlo. Dovevo spegnere il riscaldamento prima di uscire. Pian piano stavo rinunciando a tutti i miei sogni e salutavo le poche cose che avevo realizzato. Eppure c’è ancora chi si fa una fortuna, nel nostro mestiere. Ma chiudono sempre più negozi. Gaetana si era stancata di aspettare e la sua macchina era ridotta ad un catorcio impresentabile.
Pian piano mi trovai costretto ad offrire solo bottoni, e rocchetti di filo per cucire, e magliette di seconda scelta. Naturalmente cambiai ancora clientela. I miei clienti erano mercerie. La vita tornava a diventare dura ma riuscivo, seppure a malapena, a finire il mese. Racconto tutto questo solo per dire come sono arrivato a questo periodo. Tra ditte che falliscono, prima di consegnare e saldarmi il dovuto, e ditte che devono limitare le spese. Passerà. Intanto la crisi continua e sembra essersi sistemata per restare sulle nostre spalle. Quei pochi risparmi rimasti erano finiti. È difficile poi adattarsi, abituarsi ad avere meno. Di cambiare macchina non se ne parlava, anche se quella che avevo succhiava come portarsi appresso un vampiro. Era sempre assetata di metano e si prendeva gran parte delle provvigioni; sempre presunte.
Erano quasi più le spese dei soldi che avrei dovuto intascare, e da lì a sei otto mesi. Il mattino mi alzavo senza la voglia e la forza di farmi almeno la barba. Me ne sarei volentieri rimasto a letto. La giacca blu cominciava ad essere lisa; le scarpe sformate. E per un agente la presenza è molto se non tutto. Il cliente ti controlla da capo a piedi. E se non hai tutto a posto non è disponibile a concederti fiducia. Ti tratta come un pezzente. Avevo un appuntamento quel pomeriggio e uno in zona il mattino seguente. Giocoforza e malvolentieri ero costretto a cenare e pernottare fuori. Non serve aggiungere altro per capire che non potevo permettermi di pretendere troppe stelle. Dovevo accontentarmi un po’. Cercare qualcosa per le mie tasche. Mi avevano parlato tutti bene di quella pensione. Decisi di pernottare lì e per una cena frugale.
Il posto non era come me lo sarei immaginato. Non riuscivo a capire il consiglio dei colleghi. Era un po’ più scadente e sciatto di quanto mi aspettassi, e non troppo pulito. Pazienza. Nemmeno la cucina era granché. Pazienza. Era venuto al mio tavolo il locandiere e si era seduto per un bicchiere di vino, del mio, e quattro chiacchiere in compagnia. Era un uomo gioviale che andava subito in simpatia e per le spicce. Mi ha chiesto cosa mi aveva spinto fino a là e quanto avevo intenzione di trattenermi. Gli ho detto una notte o due. Su sua richiesta gli ho spiegato il perché e del mio lavoro, anche se ho esagerato un po’ su come stava andando, e da dove venivo. Mi ha chiesto se mi era piaciuto quello che avevo mangiato. Ho dovuto mentire dicendogli che era tutto buono. Mi ha annunciato facendosi un po’ più serio: “Fanno trenta a notte, colazione compresa”.
Poi si era avvicinata la locandiera con un sorriso ammiccate; anzi proprio porco. Non vorrei mai essere io a mettere malizia sulle cose. È stata la mia prima e fuggevole impressione. Lui l’ha guardata soddisfatto orgoglioso della bella moglie che attirava gli sguardi dei clienti e di tutti. Lo ha anche ammesso. Poi ha osservato me con attenzione ed è scoppiato in una risata soddisfatta e fragorosa: “Lei è mia moglie. Mia moglie. Si occupa della contabilità e solo di quella. È bella, non trovate? Bella e fedele. Io dico sempre scherzando: «Sono trenta a notte, ma se infastidite mia moglie fanno trecento e senza colazione». Naturalmente sto scherzando. Nessuno si prenderebbe la briga di sfidare la fortuna e correre inutilmente questo rischio. Lei sa difendersi bene e da sola. Non ho modo di essere geloso. A parte gli scherzi. È una brava donna. Di quelle all’antica. Non corro certo questo pericolo. Non tradirebbe mai suo marito”.
Lei, disinvolta e solare, come se non avesse ascoltato una sola sillaba di quello che aveva detto il marito: “Gedeone, non mi presenti il signore. Posso portarvi ancora qualcosa”?
Mi presentai da solo alzandomi e porgendole la mano. Lei: “Cosa posso offrile”? Io: “Niente, grazie. Sto bene così”. Lei: “Offre la casa”. Io, non potendo tornare sui miei passi per quel minimo di orgoglio che ancora mi è rimasto: “Grazie”. Lei non nascondendo quella che sembrava una leggera parvenza ingiustificata di delusione: “Non sia timido”. Io: “Allora… se proprio insiste… facciamo un grappino”. Gedeone: “Ne prenderei uno anch’io”. Lei, allontanandosi indispettita: “Allora potevi alzare le chiappe”.
Bevuta la mia grappa gli dico che sono proprio stanco e allora lui mi fa strada e mi accompagna fino davanti alla porta della mia camera: “Si chiuda bene a chiave e faccia sogni tranquilli. Sentirà che silenzio”. Il silenzio era anche troppo. Era un silenzio che faceva male. Era assordante. Noi di città non siamo più abituati a sentirlo. E non avevo poi così tanto sonno. Volevo sistemare la valigia con i campioni e piangermi un po’ addosso: Non avevo venduto uno spillo, quel pomeriggio. Avere il tempo per pensare a tutto e a niente. A Gaetana. Era andato in bagno. Mi ero preparato ma non avevo ancora voglia di mettermi a letto. Mi sono ricordato che non avevo ascoltato il suo consiglio e mi ero scordato di chiudere a chiave. Avevo noleggiato un film, uno di quelli. Tanto me lo avrebbero messo sul conto anonimo e io avrei potuto scaricarlo dalla dichiarazione delle tasse. Ho voluto farmi un regalo e mi son preso una mignon dal frigo bar e acceso una sigaretta che ho lasciato che si consumasse nel posacenere ancora rapito dai fantasmi dei miei pensieri.
Mi ero assentato completamente. Nemmeno il film riusciva a catturare il mio interesse. Un vero spreco. Sento bussare. Domando chi è? Mi sento chiedere: “Posso”? Prima che riesca a rispondere sento aprire la porta, con la tessera magnetica, ed entra lei: la locandiera. Sorride: “Sono io”. Io mi sento naturalmente in imbarazzo: “Entri pure”. Lei ammiccante, guardandosi intorno, ancheggiando e sollevando, per non inciampare, leggermente la gonna troppo lunga fino a mostrare il ginocchio entra: “Sono venuta a rifare il letto. E a sentire se ha bisogno di qualcosa per la notte”. Ci penso un attimo e finisco col dirle: “È tutto apposto. Ma lei faccia pure”. In verità se ne resta diritta davanti alla porta a guardami sorridente, poi chiude l’uscio e gira la chiave: “Mi sembra strano che uno ancora giovane come te non… Non si senta solo e”… Lei guarda cosa sto guardando e si mette a ridere. Poi assume un tono materno e appena rattristato con compassione: “Dev’essere brutto sentirsi soli distante da casa”.
Io: “Credo di sì. È il mio lavoro”. Lei: “Avrà anche i suoi aspetti belli ma credo ne abbia anche di brutti, se ti ha portato qui… così… e da solo”. Io mentre cerco di imparare a mentire: “Il lavoro è lavoro. A volte non lo scegli, è lui a scegliere te. Ma il mio mi piace. Anche se ha degli inconvenienti”. Lei sorridendo gioviale: “Spero di non essere io uno di quegli inconveniente”. Io, guardingo: “No, certamente”. Lei disponibile: “Ti dispiace che resto a farti ancora un po’ di compagnia”? È una bella donna, non lo posso negare. Non fossi in questa situazione probabilmente ci avrei provato io. Avrei preso l’iniziativa: “No! certamente. Ma no vorrei… Non si dia pena per me”. Lei divertita: “Vuoi che ti rifaccio il letto? Sarebbe unna fatica inutile. Non è stato sfatto. Magari lo rifaccio dopo. E ti rimbocco le coperte”. Mi faccio due conti in tasca e non faccio fatica a capire che non posso rischiare. Vorrei che almeno non insistesse. Balbetto non del tutto convinto né convincente: “Veramente… sarei un po’ stanco. Stavo andando a dormire”. Lei: “Non sei bravo come bugiardo. Mi sembri ancora bello sveglio. Sarà per quello che stai guardando”.
Me ne ero completamente scordato e spengo furtivo la televisione anche se il film praticamente non l’ho visto e l’ho già pagato. Ma sono tutti uguali quei film. Me ne do pace “Mi deve scusare”. Lei invitante sembra leggermi nel pensiero, o ha già capito come me la passo: “Non badare a quello che ha detto mio marito. Io… mi accontento di un regalino. E la cosa resta tra noi”. Io, cercando di giustificarmi della meschinità: “Mi creda, era l’ultimo dei miei pensieri. Non che io… È una bella donna, certo. Anche di più. Non volevo… Non volevo offenderla. È solo… che non volevo… Non volevo disturbare. Non potevo immaginare”… Lei: “Disturba pure”. Io: “Posso chiede”… Lei ansiosa mi interrompe: “Puoi. Te ne do il permesso”. Io, sarà stupido ma lo dico perché non trovo nulla di meglio: “Lei è un raggio di so”… Non ho più vent’anni e mi sono fatto più serio. È un po’ che non mi posso permettere un’avventura. Credo di averne avuto poche anche allora come questa. Lei provocante, senza farmi terminare, mentre si sbottona già la camicetta: “Sei anche tu nella moda”?
In questo momento vorrei ricoprirla d’oro, d’oro e di gemme. Io, con un po’ di delusione in corpo giacché ormai la desidero: “Certo… in un certo senso. Potrei offrirvi, naturalmente gratuitamente, una fornitura di bottoni, ma di madreperla”. Ci pensa e mi dice mentre comincia a riabbottonare quella camicetta: “Un po’ pochino, non trovi? Ma… in fondo sei ancora un bel giovanotto. E puoi anche darmi del tu. Mi fa pena vedere che guardi gli altri. Se ti piace il gioco potremmo anche giocare”. Ma poi mi guarda e sorride provocante ricominciando a slacciare i bottoni: “Magari… è meglio se… ci pensiamo dopo”. Io titubante: “E lui”? Lei decisa: “L’ho lasciato a rassettare in cucina. Pensa che stia in studio a sistemare i conti. Nemmeno si darà la pena di venirmi a cercare”. Mi faccio coraggio, cerco di alzarmi ma resto paralizzato. A bocca aperta. Quasi non ci posso credere. Ho l’istinto di pizzicarmi e mi obbligo a non farlo per non rischiare di svegliarmi. Ha già sfilato velocemente la camicetta. Fa scendere la gonna. È un miraggio del paradiso. È un sogno dopo tante disgrazie.
E maledico la mia sfortuna quando irrompe all’improvviso nella stanza un irato signor Gedeone. Lei è praticamente nuda davanti a me. Io non ho più saliva in bocca e i miei occhi sono incollati sulla moglie e non riescono a staccarsi. Il poveretto, gl’occhi fuori dalla testa, non sa che dire e come commentare quello a cui si trova davanti. Batte un pugno sull’infisso. Lei lo invita a calmarsi. Lui gli dice che è furibondo e ha un diavolo per capello. Mi sembra di essere caduto servito nel piatto di una pièce della commedia dell’arte. Che tutto questo sia opera di quel gran drammaturgo veneziano di Goldoni, a cui la serenissima orgogliosa ha persino dedicato una statua. Lei alzando la voce non trovando modo per inventare una scusa o per giustificarsi: “Gedeone!… non essere ridicolo. Non farti riconoscere dal signore. Sei… sei solo un gran… un gran cafone”.
Lui con gli occhi sempre più fuori dalla testa. Vorrebbe dire ma non riesce a dire quello che pensa. A esprimere tutta la sua rabbia. E livore. E ingiuria: “E tu… tu… un gran… Non me lo sarei mai aspettato da te”. Lei resoluta: “Non ti permetto”… Lui, non riuscendo ad averla vinta con la moglie si rivolge verso di me: “Ora facciamo i conti noi due, bel tomo”. Lei decisa: “Vuoi saperlo?… Sono stata io. È colpa mia. Non prendertela con questo poveretto Se solo tu fossi almeno un marito”… Il locandiere guardandomi senza simpatia: “Credo che una notte posso bastare. Forse è stata anche una notte di troppo. Preparate le valigie”. Lei: “Ti ricordo che il posto è a nome mio”. Lui: “E allora tieniti stretto il tuo ganzo”. Lei indispettita: “Gli ho promesso che avremmo disfatto insieme il letto e poi glielo avrei rifatto. E che gli avrei anche rimboccato le coperte. E ogni promessa è un debito. E io sono una donna di parola”. Vorrei poter sparire invece l’oste se ne va uscendo brontolando: “Sai solo pensare a te e ai tuoi interessi”. Lei alza le spalle ed esclama rassegnata: “Qualsiasi cosa è meglio del peggio”.
È così che ora mi trovo ad imparare a fare il locandiere. Vorrei arrangiarmi di tutto io, della cucina, dell’albergo e del resto, da solo. E che lei se ne restasse tranquilla in casa a fare la regina. Ha assunto anche un cuoco per aiutarmi e una donna per le camere. Ma quando lei è stata essente, quei pochi giorni, la clientela è subito rapidamente diminuita. Ho dovuto essere a malincuore io a pregarla di tornare. Ora è tornata per occuparsi solo dei conti. I bottoni? Mi ha detto che non sapeva che farsene. Ho buttato il campionario alle ortiche.

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Mi reco sempre con un senso di disagio in quegli uffici. Come dal dentista. Come per un esame; quand’ero ancora a scuola. Come per le prime lezioni di guida. E questi corridoi mi minacciano continuamente del pericolo di perdermi. E di confondermi. Però sono stato richiamato al dovere. Essere o non essere, questo è il problema. La mia carta d’identità è scaduta l’anno scorso e la devo assolutamente rinnovare. Non so cosa mi può succedere se non lo faccio. Certo nulla di buono. Così mi preparo di tutto punto, con la giacca e la cravatta, e, quando infine non trovo nessun’altra scusa per tardare, né un motivo per rimandare, Mi prendo un caffè e mi avvio cercando di fingermi sicuro.
Niente che non mi fossi potuto aspettare, l’ufficio “Anagrafi & Residenze” è piccolo e grigio così come l’impiegato; una stanzetta poco illuminata. L’omino quasi completamente calvo s’intravvede appena, con due microscopi davanti agl’occhi, dietro una sorta di oblò di vetro, non proprio pulito, con un pertugio in basso per parlare, che costringe l’utente a chinarsi. Aspettato il mio turno paziente mi avvicino al gabbiotto e gli consegno il documento scaduto, e lui lo mette davanti alla tastiera quasi a confrontare le mie risposte. Per farmi capire devo sillabare chiaramente alzando la voce. Non pare del tutto soddisfatto della somiglianza nella foto. Fa alcuni borbottii di rimprovero e commento a farmi notare il mio pigro ritardo a presentarmi per la sostituzione. Lo so da solo che è scritto che dovevo venire prima, ma la verità è che avrei preferito evitare e non venire mai. Forse è una sorta di allergia alle cose futili e tediose. Al conformarsi.
Per la dichiarazione del “Cognome” e “Nome” tutto fila relativamente liscio, tranne qualche ripetizione di troppo. Il personaggio è molto ligio alla precisione e al dovere. Con il “nato il” comincia a guardarmi con un non troppo velato sospetto. Come fossi un non ben accetto immigrato qualsiasi, e forse anche illegale. Ancora “a” tutto liscio. “Cittadinanza” mi precede e io mi limito a confermate: “ITALIANA”. Per i campi relativi alla “Residenza” e “Via” mi chiede se c’è bisogno di un controllo al catasto. Gentilmente declino cercando di convincerlo che so abbastanza bene dove abito. Si informa se l’appartamento è di mia proprietà e se lo dimoro con qualcuno. Sollevo l’obiezione che questo non è di sua pertinenza. Mi invita a non avermela a male giustificandosi col fatto che E’ solo per fare due chiacchiere, comunque faccia come vuole, sono affari suoi. Non avevo bisogno che me lo dicesse lui. Comunque. Per lo “Stato civile” mi guarda con compassione e mi aggiudico tre meno. Stranamente salta il campo successivo, probabilmente per una distrazione.
Quando dichiaro la “Statura” mi ricambia uno sguardo dubbioso, come se avessi motivo di barare. Quando si tratta del colore dei “Capelli” puntualizza che Erano grigi. Rassegnato lascio che scriva bianchi. Per il colore degli “Occhi” vuole accertarsene personalmente. Dopo il verdi aggiunge scuro di sua completa iniziativa. Ma il dramma vero esplode quando si tratta di compilare il campo: “Professione”. Lui scrupoloso eppure me lo chiede: Impiego? Io zelante preciso: Professione? e cerco di scandire il più chiaro possibile sottolineando ogni singola lettera: Scrittore di Racconti; Racconti con la Erre maiuscola, per cortesia. Alza due occhi indagatori e ribatte stizzito: Intanto va apposto tutto in maiuscolo, comunque, e poi qui c’è scritto PENSIONATO. Lo so che lì c’è scritto PENSIONATO, ma c’è la necessità di passare a una rettifica. Guardi che ci sarebbe un modulo a parte da compilare, crede ne valga la pena? Non vorrei fare una dichiarazione lacunosa o mendace. Cosa le fa credere che possa essere così Facile?
Lo prego con l’ultima gentilezza rimastami di riempire il campo eventualmente aggiungendo: e SCRITTORE di RACCONTI. Ma non sia ridicolo, va o non va a ritirare la pensione alle poste. In realtà avrei la domiciliazione bancaria, ma me ne sto zitto prudentemente, vuoi mai che mi chieda pure il codice IBAN che non mi sono portato dietro. Taglio corto Questo sì. Ne nasce una sorta di scomposto alterco. E allora, mi scusi, vede che è un PENSIONATO, e fa rimbombare la parola come fosse la dichiarazione d’indipendenza, com’è dichiarato anche nella sua precedente. Comincio ad averne abbastanza e a perdere la pazienza, non so perché ma non sono disposto a cedere. Ne faccio quasi una questione di principio. Scusi lei, ma mi sento in obbligo di dichiarare le cose come sono; la verità. Ma non sé mai sentito, SCRITTORE di RACCONTI, non è nemmeno contemplato; non s’è mai visto; e poi la “di” andrebbe maiuscola o minuscola. E’ quello che faccio. E’ di quello che vive? Non ne ricavo il becco di un quattrino, ma è quello a darmi piacere. Il piacere non è contemplato. Ma è il motore delle cose. E’ allora si trovi una donna. Guardi che sono rimasto vedovo. Poteva pensarci prima. Prima di cosa? Di venire da me, in questo ufficio; non siamo qui per giocare o, come si dice, per fare la punta agli aculei dei ricci. E intanto ha già strappato il mio precedente documento salvando solo la foto. Mi scusi ancora ma non credo che questi siano affari suoi. Lo sono nel momento che è qui davanti a me; davanti ad un ufficiale pubblico. Tale titolo lo dichiara in modo pomposo.
Se non era per la raccomandata nemmeno ci venivo. Gli spiego che sto facendo solo il mio dovere e lo prego di fare il suo. Borbotta: Proprio come la volpe che prima vuole l’uva e poi la gallina. Mi viene da imprecare, e non ne sono avvezzo. Però ho Sveva. Certamente non sono affari suoi. Non lo vado a raccontare a un semplice piccolo preposto a questa assurda macchina burocratica. Sto per perdere le staffe Lo sa che lei e veramente un personaggio Kafkiano? Non sono certo che sappia di cosa parlo ma la cosa lo deve impaurire parecchio. Teme di ritrovarsi deriso personaggio protagonista in uno di quei tanti racconti. Oppure sono riuscito a fargli pervenire un dubbio. O che ne so. Quello che so è che non ne è tranquillizzato per niente. Chiama il suo capufficio. Cerca di scaricare ogni responsabilità. Mezze frasi. Gli spiega che insisto. Non so l’ultima risposta che riceve, ma non ne è ancora del tutto persuaso Se va bene a lei, signore. Sbuffa.
Torna da me Poi non dica che non era stato avvertito. Batte sulla tastiera come un forsennato in preda all’ira. E’ comunque sensibilmente contrariato. Lo fa ma non lo vorrebbe fare. Costretto. Gli dico in modo accomodante che al posto di SCRITTORE può andar bene anche AUTORE. Torna indietro per correggere RACCORDI in RACCONTI. Per un pelo non sono diventato SCRITTORE di RACCORDI. Qualcosa di imprecisamente sospeso tra l’idraulica e la manutenzione stradale. Sbuffo anch’io mentre lui da voce alla stampante singhiozzante. Quella si lagna e alla fine sputa il mio maledetto documento. Mi consegna la mia carta d’identità, per farmela firmare, stizzito. In tutta fretta sottoscrivo, velocemente, ho solo voglia di andarmene. Apre la bocca deciso a darmi un’ultima opportunità poi ci rinuncia: Chi cerca il suo mal se lo vuole; non dica poi che non era stato avvertito. Alzo le spalle e faccio per andare senza nemmeno Buongiorno.
Mentre esco lo sento mormorare Quante se ne sentono al giorno d’oggi. Tiro un sospiro di sollievo pensando che sia tutto finito. Solo quando sono quasi giunto a casa controllo quello che mi ha rilasciato. Solo all’ora mi accorgo che sopra i puntini dei “Segni particolari” c’è scritto in chiare lettere minuscole, come da disposizioni, Idiota. Non bastasse io nella fretta ho firmato Inbecillle, proprio con tre elle. Per oggi mi basta ed è ormai troppo tardi. Prego Sveta di sistemarsi e di essere così cortese di portarmi un altro caffè.

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Sono rimasto completamente calvo, ma non ho perso la speranza nella ricrescita.
Ho trovato anche una poltrona di seconda mano per farla lavorare più agevolmente. E ormai il bagno grande è riservato a noi. Almeno quando deve venire lei. Aveva imparato, sperimentando su di me, anche a tagliarli. Mi sistema anche la barba. Le sopracciglia. Rade invadenze eventuali sulle orecchie e sul naso. I peli continuano a crescere da per tutto. Solo sulla zucca mi hanno completamente abbandonato. Per ora. Ma l’apoteosi resta il trattamento in testa.
Non mi guardo allo specchio perché la mia immagine mi fa ribrezzo. Mi imbavaglia come un ragazzino. Si preoccupa che stia comodo. Poi si mette all’opera. Mi impiastriccia tutta questa palla da biliardo di olii e creme. Mi friziona. Mi massaggia. Mi sciacqua senza perdere una goccia, e ricomincia. Paziente. Io devo solo starmene lì buono e godere. E’ il paradiso. Le sue dita mi penetrano dentro. E’ una sensazione strana. Profonda. Straordinaria.
Giacinta va è viene. Non perché non abbia fiducia. Ci mancherebbe altro. Io mi fido di lei e lei di me. E poi vede la mia compagna. Cristelliana non è ragazza. ovvero donna, da grandi passioni. Una scusa vale l’altra. Solo perché siamo in casa. Per chiedere se la nostra ospite è stanca. Se ha voglia di un caffè. Di una pausa. Di quattro chiacchiere. Se le manca qualcosa, ma lei porta sempre tutto il necessario. Se c’è bisogno di altri asciugamani. Se ci sembra che ci siano delle novità. Forse anche lei mi preferiva con i capelli. Anche solo per avvertirci se deve uscire. Intanto il tempo scorre. Si avvicina a consumarsi. E sento uno strano formicolio come in sottofondo. Forse tutte queste cure, il trattamento. cominciano a funzionare. Certo funziona per il mio piacere.
Finalmente trovo il coraggio e glielo chiedo: “Posso chiamarti Cristi”? Lei me ne da il permesso con un sorriso stranito che sembra che sia io a farle il piacere. Mi sembra che sia più facile parlare. Senza troppe barriere. Senza troppo remore. Con un po’ di confidenza. Ormai ci vediamo da mesi. Ormai qualche volta si mette anche un po’ più libera. Bada meno all’etichetta. Ormai l’aspetto anche se sono in pigiama. Con l’accappatoio. Come oggi. E’ una ragazza strana. Che sa stare al suo posto. Non so darle un’età precisa. Potrebbe avere venticinque anni come trenta. E almeno una decina di chili di troppo. Anche se ultimamente mi sembra che stia più attenta.
Giacinta è venuta a controllare ed è già uscita. Nemmeno sono stato ad ascoltarla. Per un po’ non entrerà per chiedere se ne abbiamo ancora per molto e come va. Mentre lo dico mi chiedo se mai non sia l’idea più balzana di tutta la mia vita. Bizzarra. E lei mi guarda esterrefatta. Colta completamente di sorpresa. In contropiede. Forse l’ho detto solo per trattenere ancora un po’ la sua presenza. Forse senza pensarci. Forse per essere cortese. “Posso essere io a farlo a te”.
Quel “Te.” mi da un senso di serenità. “Che cosa”?
Spalanca la bocca contornata da quelle sue labbra sottilissime e irregolari. “Ma dottore”…
Uno shampoo”? Per la prima volta si distrae e mi sfiora. Con un seno. Impercettibilmente. Ho la conferma, forse solo l’impressione, che siano come pensavo. Come me lo sarei aspettato. Leggermente abbondante, ma un poco rassegnato. Poi penso ad altro. Correttamente. Aspetto solo la sua risposta. La sua decisione. “Solo uno shampoo”?
Tace. Chi tace acconsente. O almeno valuta la proposta. Non le lascio troppo tempo per riflettere. “Che sarà mai? Voglio provare. Mettiti comoda”.
Lei alza le spalle e ci cambiamo di posto. Sostituisco l’asciugamano prendendone uno pulito. Lei piega la testa e lascia che glielo sistemi sul gozzo e sulle spalle. Ci infila sotto le braccia. Sono stato attento. Ho visto come fa. Ne scelgo uno all’olio di palma. Le bagno i capelli e li riempio di shampoo. Poi inizio a frizionarli. Monta una schiuma incredibile. Si perde quel colore opalino. Diventa bianca e abbondante. La faccio lievitare e straripare, poi la lascio solo depositare per un po’. Intanto cerchiamo di dialogare del più e del meno. Lei resta ad occhi chiusi. Le palpebre appena accostate. Come in trans. La sua voce sembra navigare distante. “Lo sa lei, dottore, che non mi è mai successo”.
Non le chiedo niente. Lo prendo come un incoraggiamento. Quando torno a prendermi cura di lei volutamente le sfioro quel seno. Lo stesso. Quasi solo per curiosità. Lei sorride. Non ha trovato malizia in quel gesto. O non lo sa oppure mi perdona. Direi che ormai siamo quasi amici. Me n’ero accorto all’istante, la cosa funziona anche così. Anche di più. Avverto che mi piace immergere le dita nella schiuma e nella sua chioma. Frugarla. Aggrovigliarla e poi sbrogliarla. Pettinarla con le unghie. Leggero come una piuma. E poi ancora. E ancora. Mentre è abbandonata nelle mie mani mi confida che a lei sono sempre piaciuti gli uomini calvi. Mi sorride alzando leggermente il capo. Torna a chiude gli occhi e penso provi quello che sto provando io. E che provo quando lo fa lei. Quando li sciacquo, già la prima volta, i suoi capelli lasciano un alone nero nell’acqua. Credo che potrei impazzire.
Forse non se ne accorge ma è troppo. Quello che provo è quasi esagerato. Prodigioso. Indugio sul suo cuoio capelluto. Manipolo e perlustro come se fossi in cerca di rubarle qualche idea. Se potessi infilarle i polpastrelli dentro la sua testa e se le idee avessero una loro fisicità. Fossero di materiale organico. Che potessi afferrarle, le idee, una ad una, tra il pollice e l’indice. La cosa sta durando fin troppo. Lei se ne accorge. Mi consiglia che è tempo di finire. L’acqua che scende non è più così nera. “Ora tocca a me, dottore. A servirla”.
Se non la guardo solo con gli occhi la vedo diversa. Non credo sia perché stasera è anche più nera del solito. Un po’ di colore le è sceso lungo il viso. Lo scaccia con la mano. Decisamente non è bella, ma è una donna. Anche se con una decina di kili di troppo. E le sue mani mi fanno impazzire. Ha i capelli ancora bagnati. Scuote la testa. Era troppa l’emozione. Non ho pensato al phon. Maledizione. Sono stato uno stupido. Ho perso l’occasione. Ma sono andato troppo oltre. Non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità. Devo correre il rischio. Anche se so che potrei anche perderla. Non posso fare a meno delle sue mani. Ma mi hanno parlato dentro. Rigirato come un calzino. Sconvolto tutto. Perciò… Non posso sottrarmi. Debbo farmi temerario. Che sia quello che deve essere. Magari dopo posso provare a farmi scusare. Magari con un mazzo di rose. “Posso chiederle una cosa”?
Mi risponde immediatamente. “Dica pure, dottore”.
Me la può fare una cortesia”?
Si mostra disponibile. “Tutto quello che vuole dottore”.
Lo può prendere in bocca”?
Nemmeno l’accappatoio mi permette di mentire. Non sa o fingeva di non capire. Mi guarda con un diavolo per capello e gli occhi spalancati. Si pianta le mani bagnate sui fianchi. Ha l’aria di voler piangere. Ha il ghigno di volermi colpire. “Ma come si permette”?
Mi faccio più piccolo che posso. Mi rintano dentro di me. Non ho il tempo per cercare una scusa. Sono stato un idiota. Dovevo saperlo. “Non volevo offenderla. E’ che le sue mani su… su di me, mi hanno fatto sentire qualcosa. Una sorta di confidenza. Un bisogno di coccole. Mi spiace. Mi scusi se l’ho offesa”.
Espelle tutta l’aria che ha nei polmoni e ne trae un sospiro di sollievo. Si rilassa. “Ma se è solo quello. Chissà cosa ero andata ad immaginarmi. Se lo chiede così. E con gentilezza. Mi scusi lei, dottore. Capisco. Magari un… un pochino. Faccio subito”.
Mi spiegherà in seguito che aveva immaginato il lembo di quell’accappatoio. A cose simili. Io avevo pensato proprio a quello. Desideravo vederla fare il cagnolino. Se la guardo mi distraggo. Chiudo gli occhi e sono nella più completa beatitudine. Chiude gli occhi e non so immaginare cosa pensa. Forse anche lei pensa a qualcuno che in questo momento non c’è. Forse a qualcuno che non potrebbe avere. A una specie di principe azzurro, molto diverso da me. Forse solo a me. A quello. Per non distrarsi. Mi piace crederlo. “Cristo, Crista sei adorabile”.
La sventura è che dura poco. Esce per fare la pipì; credo. O per sciacquarsi la bocca. Non lo so. So solo che esce. Sta via solo un attimo. Torna e io ho ancora la testa da sciacquare per l’ultima volta. Non si e dimenticata di me. “Posso confessarle una cosa, dottore; spero che mi capisca. Che mi perdoni. Speravo che me lo chiedesse. Non ci credevo proprio. Mi so guardare allo specchio. E lei è un signore tanto gentile. Elegante. Le posso consigliare una cosa? Non prenda il caffè per un paio di giorni. Ho messo un po’ di cantarella nello zucchero. Così potrò farle lo shampoo anche tutti i giorni. Tutte le sere. Senza che quella, mi scusi, ci disturbi”.
Ora sono un vedovo inconsolabile. La casa è un po’ vuota senza la povera Giacinta. Mi sono tolto definitivamente l’abitudine per il caffè. Il fumo uccide, ma uccide di meno. E mi rende meno nervoso. Abbiamo deciso, io e Cristelliana, che lei viene tutte le sere, finché non si stabilisce definitivamente da me. Se non ha altri impegni si ferma anche a dormire. Solitamente mi allarma prima: “Se ha pazienza, dottore, poi facciamo come quella magica sera. Io li lavo a lei. Lei li lava a me. Senza fretta io li lavo ancora a lei. E poi, se fa il bravo… E poi”… Lascia la frase in sospeso. Non lo dice mai, ma sorride sempre con quel ghigno da furbetta. Stasera ha i capelli del colore della zucca. Sembra diversa. Stasera ho tutta l’intenzione di sporcarli di me e poi risciacquarli, e sporcarle anche tutta la sua brutta faccia.

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Quarant’anni e non un giorno senza maledire quel nome. Lei adorava sua sorella ma non riusciva a darsi pace: perché lei Ambrosia e lei Mandragora. Nemmeno capiva come un padre, ancorché appassionato di botanica, trovasse logico condannare una figlia ad un nome simile. Che poi lei, sua sorella, tutti a chiamarla con il suo nome, mentre lei si sentiva al meglio nominare Mandra; il che era forse anche peggio. Lei adorava sua sorella e mai avrebbe ammesso che c’era qualcosa oltre a quello. Ci sono cose che resteranno per sempre da confessare e lei credeva che fosse abbastanza quello da rimproverare al padre. Ma lui, povero uomo, distratto alquanto come padre, era venuto a mancare abbastanza presto; troppo perché lei gli avesse esternato a sufficienza tutta la sua disapprovazioni, per farla sentire almeno un po’ meglio. E a nulla valeva, non certo a consolarla, il fatto che fosse stato distratto con tutti i suoi figli in egual misura.
Certo non avrebbe potuto confessare quanto rimproverava a Bibi, in casa la chiamavano così Ambrosia; la sorella maggiore le aveva fatto da madre e da madre premurosa. L’aveva sempre difesa dalle intemperanze di quel padre. Era sempre stata pronta alle sue confidenze. Era sempre stata molto più saggia dei loro dieci anni di differenza. Certo restava imperdonabile la fortuna che sua sorella, a suo dispetto, aveva sempre avuto, soprattutto con gli uomini. Anche se si sa quanto sono stupidi, gli uomini. Con lei non lo erano mai stati a sufficienza o lo erano stati fin troppo.
Si lisciava la gonna davanti allo specchio osservando il passaggio del tempo e intanto si liberava dei propri pensieri. A guardarle bene, a parte il colore dei capelli, nemmeno sembravano sorelle, e non lo erano mai parse; come se il nome avesse deciso dei loro destini fin dalla culla. Le sembrava che il nome di Bibi suggerisse una personalità coinvolgente, in qualche modo già da quello affascinante; il suo pareva un nome da libro dell’orrore o da manuale per apprendisti falegnami. Fin da ragazze erano state così diverse e divise. Tutte e due avevano i capelli di quel biondo che pareva d’oro e erano alte, ogni somiglianza si fermava lì. Ambrosia era sempre stata corteggiata. Un corpo prima intrigantemente acerbo e più tardi attraentemente maturo e arrogante.
Non che lei allora avesse un corpo che avesse nulla da invidiare a quello della sorella maggiore; a parte il seno che era rimasto lo stesso da quanto aveva tredici anni. A parte qualche chilo che aveva messo nei posti in cui non avrebbe dovuto esserci. Era dal collo in su che le cose non andavano e lo sapeva perché. Quegli occhi sempre tristi e incavati. La bocca come una parentesi che si chiudeva. Le orecchie a bandiera stesa, che prendevano il vento. Come delle vele gonfie. I capelli che non le stavano mai a posto. In un certo senso diventava una bellezza da guardare solo di spalle. Non si meravigliava se gli uomini finivano per sfiorarle sempre e solo il sedere. Per guardare solo quello. E anche quello lo facevano ben di rado. Ambrosia faceva sognare, Mandragora solo bestemmiare. Condannato per un infelice nome. Se non era sfiga quella? Condannata a essere sempre seconda.
E Ambrosia, naturalmente, era brava anche in cucina. E poi porca quel tanto che bastava. Ma una che si chiama Mandragora non può farsi furba. E si era fatta scoprire subito. Quel giorno che s’era messa il vestito della sorella più grande, che le stava anche stretto. Quel giorno che si era finta lei e si era stesa al suo posto sul suo letto. Quel maledetto giorno in cui aveva aspettato il buio per aspettare Peleo distesa tra quelle lenzuola. Quella nefasta notte che Peleo, dolce e garbato, le aveva sfilato finalmente quel vestito che la soffocava. Lei, Ambrosia, proprio quella notte era tornata prima e li aveva sorpresi subito incollerita. Nemmeno il tempo che gli occhi del mascalzone si soffermassero sul suo corpo per un attimo. Nemmeno il tempo di cominciare e tutto era già finito. Gridava che era il suo uomo, l’egoista. Invece era solo il suo fidanzato. Cosa sarà mai? Come può una sorella privare anche di una piccola gioia una sorella.
Non voleva restare un solo attimo in più in quella casa. Dividere più nulla con quell’ingrata. E allora Mandragora prese le sue cose e si allontanò in silenzio sotto braccio a Peleo. Verso una vita nuova. Lui non era un Adone, ma nemmeno Efesto. Comunque Adone era più misero di quanto si pensasse ed Efesto era stato un vero galantuomo. Se proprio fosse stata costretta a scegliere si sarebbe tenuta il suo uomo. Sperava solo che il suo caro Peleo non fosse geloso. Nella vita una donna deve pur avere una vita. E lei sognava un matrimonio in bianco, ma non troppi pargoletti. Per divertirsi c’è sempre tempo e non è mai troppo tardi.

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Bassa Ciociaria. Osteria nei pressi della piazza. Interno notte avanzata. Tre personaggi ormai vinti dalla stanchezza.
«Ancora un goccio di vino? Non sei di grande compagnia. Allora, se non ti dispiace, lo bevo io. Io ce l’avevo. Non giudicarmi per questi panni. Avrei potuto fare l’attrice se solo avessi voluto. Me lo avevano anche proposto. Poi la vita ha deciso per me. Una vita matrigna. Ho incontrato lui. Ti immagini se lui… quello… Mi voleva in casa. Voleva la cena pronta la sera. E quelle cose lì. La casa in ordine. Non c’era più posto per le fantasia. Non avrei potuto fare nemmeno questo. Se mi vedesse ora come mi sono ridotta. A fare la comparsa. Con tutti i miei sogni. Nel cassetto.
Mi ha rubato la mia infanzia. Lo stronzo. Ero ancora solo una bambina. Non dici niente? Mica lo sapevo quello che facevo. Non sapevo nulla della vita. Lui mi ha detto che sapeva. Sapeva per lui. Mica per me. E se l’è preso il divertimento. Che io nemmeno mi sono divertita. Scusa se te lo dico. Ti ripeto che ero solo una bambina. Con tanti sogni in testa. Con pochi soldi in tasca. Non ero mai uscita dal paese. E lui era pure ubriaco. Un vero disastro. Non è stato nemmeno buono. Lasciamo andare. Non le dovrei dire le cose ma le dico. Sono stanca di tenermele dentro. Che lui le mani le doveva tenere a posto. Nemmeno lo sapevo cosa mi stesse succedendo. Avevo la pancia gonfia e ancora non capivo. Povera stupida. Mica potevo fare come mi ha detto. Dire che era stato un signore. Tutto contento. Se non avevo avuto che lui. A chi potevamo spillare quattrini? Ero troppo avanti. Con uno schiaffo m’ha cacciata sotto la tavola. Un dolore cane. Un male d’inferno. Tre giorni con l’occhi pesto. Gliel’ho messo in quel posto. L’ho mandato all’inferno. Me ne sono andata via. Per la mia strada. Ho fatto male? Ma lui si fa ancora vedere. E per pretendere pretendo. Non è che tu… Devo capire che chi tace acconsente? Sei molto gentile. Un po’ silenzioso. Ma non tutti sono perfetti. E io forse parlo anche troppo. Quanto basta. Anche per due.
Li ho avvertiti: nella stalla non ci vado. A far prendere freddo a un bambino; poverello. Mi hanno detto che non serviva. Mi hanno convinta. Lo dico per te. E anche per te. La passione. Bella scusa. Mancava solo la rappresentazione popolare. Gratis. Come bastassero le lacrime per piangere. Non ci sono forse già abbastanza disgrazie? E brutture? Lui se ne va a cena. E mi lascia qui, come l’ultima delle comparse. Ma dice che lui è il Signore. Il mondo è pieni di signori. E di quelli che si fingono signori, ma poi in tasca non hanno il becco di un quattrino. Che si danno tante arie e hanno solo la miccia corta. E a te cosa fanno fare? Il bue? L’asinello? Il centurione? Scusami, ma mi sembra che non hai il fisico per il ruolo. Ora non fare l’offeso. Non che… Sei grosso e robusto. Non capisco chi ha fatto le scelte. Volevo fare Maria, ma quella Maddalena. Quella che ha una storia.
Mi dice: passa fra tre giorni. Se lo avessi saputo. Io mica ce li ho tre giorni. Domani mattina, anzi già questa mattina, devo essere in servizio. Per quei quattro soldi. Non fosse che… Ma non ci devo pensare. Ma cosa ci posso fare. Io sono fatta così. Sotto l’abito sono sempre una donna. Non credi? Come mi trovi? Non che sia vanitosa. Questo no. Ma un complimento non mi dispiacerebbe. Sei così carino. Tu. Così silenzioso. Un tipo speciale. Gli occhi bassi sono così… così… romantici. E il tuo silenzio mi dice tanto di te. Tutto. Lo so cosa stai pensando. Credo di saperlo. So intuire. Ma non hai appetito? Voglio dire… hai ancora tutto nel piatto. Non ti piace? E’ agnello. In questi giorni è un gran bel disastro essere agnello. Meglio essere lupo. Mi sembri un bel lupacchiotto. Assaggia almeno. E non fare quella faccia. Non sono poi così cattiva. Va meglio se ti do un bacetto? Magari piccolo. Non voglio vederti triste. Non in un giorno di festa. Non in una giorno come questo. Anche se ormai s’è fatta notte. Non mi si può rimproverare tutto, ma non che non abbia un cuore. Tranquillo: voglio bene anche a te.
Però… Un gran bel pezzo di Cristo, però. Se non fosse che è mio figlio… Ma non è mio vero figlio. E’ una rappresentazione. Sembrerebbe brutto? Cosa ne dici? Ma non pensiamoci. E’ fra tre giorni, come ti ho detto. Intanto… Ora siamo qui. Io e te. Da soli. E’ meglio pensare solo a noi. Mi lasci bere ancora da sola? Non siamo certo un bel presepio. Con te che continui a startene zitto. Che non mastichi una parola. Nemmeno a tirartele fuori. Eppure io di cose te ne ho dette. Sono rimasta quasi senza fiato. Dimmi almeno se ti piaccio. Lascia andare l’oca che non te la ruba nessuno. Nessuno se la porta via. Sei grande e grosso e non sai nemmeno cosa vuoi. Cosa sei. Mi sento come se ti dovessi proteggere. Farti da madre. Ma io sono madre. E devo fare la madre. E quello si ingozza con gli amici. Senza nemmeno un gesto, dico io, un gesto di tenerezza».
Proprio quando l’istinto di sopravvivenza l’aveva spinto a mettere le mani al collo a quella madonna era entrato furioso il padrone dello zoo per riportare l’animale in gabbia. Solo allora lei ebbe il dubbio che non si trattasse di un costume, ma di essersi confidata tutta la sera con un melanconico gorilla vero. Certo che era un gran bell’animale; bello grosso. L’oste si era ripreso l’oca per rinchiuderla nella stia. Sarebbe servita per la cena della sera seguente. L’avvertì che stava per chiudere e l’invito a finire l’ultimo bicchiere. Quell’anno la rappresentazione era stata un vero disastro. E non solo per colpa di quella Madonna. Cristo se l’era data a gambe insieme al ladrone cattivo. La cosa più spassosa era stata proprio il pianto della povera donna.

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