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Archive for the ‘varie&eventuali’ Category

Che altro aggiungere nel mio I° maggio?

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L_amante venezianoVenezia è una città ben strana. È nata strana e strana è rimasta. Sarò anche un pazzo, ma sono un pazzo veneziano. Forse è l’odore dell’acqua dei canali. Le sue maree alte. Forse frastornati dalle troppe lingue che affollano le calli. Forse il rimorso degli abrei. Forse il gran da fare dei colombi che tubano garruli. Forse è perché non è mai cambiata e il passato qui vive ancora. Forse perché niente è uguale a qualsiasi altro posto. E a chi non ci abita è come se i suoi abitanti camminassero sull’acqua. Come tanti Gesù. Forse per il peso della storia. Baluardo della cristianità contro gli infedeli, ma mai schiava di Roma. Basta ricordare la storia che lega la città indomita e mai serva alla figura del colto veneziano Giacomo Girolamo Casanova di cui Roma esigeva la testa.
Venezia: meraviglia dell’occidente e porta dell’oriente. Sulle palafitte, dove gli altri non son riusciti a fare che capanne, i nostri vecchi hanno innalzato palazzi e chiese. Quei bei palazzi pieni di marmi bianchi e quelle chiese invidiate in tutto il mondo. Come quella della salute, innalzata a una madonna nera che ci ha salvati dalla peste, che pare agli ignoranti una moschea. Ignoranti e cafoni: chi credono che abbia insegnato a quelli che allora erano gli ottomani a fare le loro sedi di preghiera? Ma a Lepanto gli abbiamo dato una lezione che non si dimentica. Correva il giorno 7 ottobre dell’anno santo 1571[1]. E poi siamo andati anche a riprenderci il nostro San Marco.
E assieme alle chiese e ai palazzi, quei vecchi, hanno costruito una città intera. Sull’acqua e sulla melma. Hanno iniziato la nostra serenissima città da Rialto, che così si chiama perché appunto sul rio la riva era alta. Perché lì è nato, ed è sopravvissuto fino a giorni nostri, il famoso mercato. I veneziani sono sempre stati grandi commerciati e non meno furfanti, se è vero, come dice una nostra canzone dialettale, che marmi e ori sono solo prede rubate ai greci e ai mori. E a Rialto hanno costruito un ponte unico al mondo, che hanno cercato di copiare malamente i fiorentini. Un ponte, il nostro, anch’esso di marmo, che tutti allora avevano detto che non sarebbe sopravvissuto un giorno. Sopravvivrà anche al giudizio universale, questo è certo.
Come dicevo una strana citta la nostra. E… che ne so, forse lo siamo anche noi, un poco strambi. Da sempre abituati ad avere foresti tra i piedi. A dare, con quattro parole, o solo con le mani, un minimo d’indicazioni. Mentre l’amministrazione si fa covo di ladri e di rapinatori. E quella gente che viene da tutto il mondo non lo sa, e ci guarda come si guardano i tipi singolari. Non è vero che camminiamo sull’acqua e ne restano sorpresi. Non è vero che abbiamo le branchie, ma questo forse già lo sospettavano. Non c’è una lingua migliore del nostro dialetto per farci capire da tutto il mondo. La bestemmia è, ostia, che è il mondo a non voler capire.
Solo che loro credono di essere in un film dove noi siamo stati presi come comparse. È un mercoledì quattordici e il cielo è cupo. E fa anche due gocce di pioggia. Solo una rapida pisciatina. E io me ne sto tranquillo alla finestra a farmi una cicca. Passa una tipa per il viale dell’albergo. La noto appena. Cappelli raccolti in trecce sopra la testa. Vestito elastico e lucido che la fascia tutta e credo non le lasci spazio per respirare, color acqua marina, molto scollato. Tacchi alti e gambe lunghe. Trascina un borsone con disegni di carte geografiche e una valigia rossa con le rotelline.
Lei torna indietro e mi fa dei cenni. La osservo meglio. Non capisco. Poi credo di riuscire a interpretare i suoi gesti. Muove le labbra ma non la posso sentire. Da lontano, con le mani, mi chiede se mi può fotografare. Io scuoto la testa appena infastidito. Poi ci ripenso e le grido: Solo se me la fai vedere. Lei mi fa un cenno entusiasta di sì. Fruga nel trolley, getto la cicca, e lei scatta la mia finestra. Come dicevo ci prendono tutti per comparse. Naturalmente scherzavo, con l’amore per la burla di noi veneziani, ma non mi va di essere imbrogliato. Col palmo le faccio segno di aspettare. Ancora una volta con cenno entusiasta mi ripete un sì con la testa.
Mi dò una pettinata e scendo. Così come sono, ancora vestito da casa, e in ciabatte. Lei è lì che sembra aspettarmi. Cazzo! è spagnola e, ostia, il nostro dialetto non le è del tutto ostico. Provo vergogna, temo mi abbia capito. Dovevo aspettarmi una qualche sorpresa dal vestito che indossava. Si china per fotografarmi e capisco che ha capito. Prendo il cellulare e scatto anch’io. Lei sembra solo divertita. A raccontarla non mi crederà nessuno. Sicuramente è tutta matta. E pazza scatenata, certo diventa matta per quello che le mostro; il capitone in cambio della sua gentilezza. Fa un gridolino di stupore e di entusiasmo. Ha fretta e mi prende bene le misure, in quell’albergo che deve avere, ostia, almeno settantasette stelle.
Parlare si è parlato poco, ma quel poco bastava per capirci del necessario. In fondo le mani servono anche più delle parole. In fondo lo spagnolo altro non è che un dialetto dell’antico veneziano. Voleva portarmi subito con sé a Barcellona. Dove ha tutto un castello tutto suo a Disneyland. Ora sto scrivendo da Formentera. Certo il mare è più bello che da noi. Del nostro mare che non è nemmeno un vero mare. Ma non hanno il Lido. E io torno spesso a Venezia. La mia città la porto sempre nel cuore. E poi è una città dove non ti puoi mai annoiare. Se non amassi Dolores avrei un solo amore.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Lepanto

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La grande ladraNon so proprio a chi raccontarlo e allora lo racconto a te. E allora lo racconto proprio a te. Sai cosa ha fatto quella disgraziata? No! Aspetta e lo sai. Sono così incazzata da farmi confusione. Le cose stavano andando berne. Non che fossimo proprio contenti. Non siamo abituati ad avere ospiti in casa. E poi una così. Praticamente s’è invitata da sola. Lo spazio c’è.
Me la trovo davanti così. Con quel sorriso furbastro. Tutta in nero. Tutta stivali alti e tutina aderente e puttanesca in vinile. E frustino compreso. Completo Bondage… BDSM. Che ne so? Ne so niente di quelle cose lì. Io sono alla vecchia. Mi sembrava una di quelle. Ma per quello mi era sembrata fin dal primo minuto. Una maiala. Una vera porca. Quando ti trovi una tipa simile per casa devi sempre cominciare a preoccuparti. Solo che… Sembrava che Giogiò non potesse proprio dirle di no.
Si cena, quattro cose alla buona. Poi vado a dare ordine di riordinare. Torno e non lo vedo. Mi comincio a preoccupare. Non ci crederai. Ma lui non c’era. Sembrava sparito. Volatilizzato. Cavolo non lo trovo più, dove si sarà cacciato? Chi? Il mio tenero Giogiò. Chi è Giogiò? Non mi interrompere, poi te lo spiego; fammi finire. E allora sbrigati. Non mettermi fretta. Ero furibonda e lei si faceva la furba, si vedeva. So che era qui. Cosa vuoi che ne sappia? Dillo, sei stata tu? No! Sì! No! Giuralo! Dove vuoi che l’abbia messo, in tasca? Che ne so? Allora giura.
Va bene, confesso, me le sono preso io. Me lo dice con un’aria innocente. Come niente fosse. E dove lo hai messo? Fossi matta, me lo sono preso lì; naturalmente. Lì dove? Non fare la scema. Tu non fare la stupida. Vuoi dirmelo? Dove avresti voluto prendertelo tu. Non ci credo. Sì che devi credermi. Ma tutto? Tutto. Non posso crederci.
Sai cosa mi ha risposto la sfacciata? No! Così impari and invitare in casa la figlia di un gigante, e per di più ladra. Incredibile; ma chi è questo Giogiò, il gatto? No! magari. Non me la sarei tanto presa. E allora? È, cioè era, il mio nuovo amico, c’eravamo conosciuti e fidanzati solo due giorni prima. Davvero? Ti sembra giusto?
Sai cosa ha aggiunto quella grandissima figlia di… sfacciata? No! dai racconta; mi metti curiosa. Dice: non è nemmeno tanto grosso e robusto; e nemmeno abbastanza maiale, per i miei gusti. E tu? Ma come? avrei dovuto fartelo conoscere; era un pezzo d’uomo d’un metro e ottanta, quasi, e un gran pezzo pregiato da per tutto; lo giuro. E ti assicuro che anche come maiale non era proprio per niente male.
Son cose che succedono solo al castello di Valdifuori.

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Non chiamatemi JasmineStorie mediorientali come questa forse se ne son sentite fin troppe. Tanto vale non dilungarsi oltre il necessario. Era stata sverginata e s’era fatta riverginare. Era una condizione imprescindibile essere intatta per una donna araba. Era stata violentata a tredici anni da un cugino di trentatré, ma aveva taciuto. Sua sorella aveva subito la stessa sorte alla stessa età dallo stesso cugino, ma si era saputo ed era stata lapidata. Il suo silenzio l’aveva salvata, e il fatto che fosse fuggita. In Norvegia non si usano le pietre a quello scopo. In Norvegia si trova sempre un modo per farle ricucire, le donne.
Erano le disgrazie di una donna mussulmana. La sua unica colpa era di essere nata bella e di averle già grosse in tenera età. Ma in Norvegia era tutto diverso. Era un paese ricco. C’erano opportunità per tutti. Tranne, maledetti jihadisti, per gli arabi; e naturalmente le arabe. Era stata presa sotto la protezione da uno zio. Era stata cacciata dalla zia. Lui, lo zio, aveva mani che non stavano mai ferme. E non solo quelle. Non riusciva a stare dentro i pantaloni. Nemmeno se ci fosse stato lavoro anche per lei avrebbe potuto trovarlo. Non poteva lavorare di giorno e stare sveglia di notte. Ma, come detto, dopo solo tredici giorni era di nuovo per strada a cercare la sua fortuna. Forse aveva come sola colpa di essere nata dalla parte sbagliata del mondo.
Un tunisino emancipato e illuminato le aveva dato un impiego in cambio solo di qualche gentilezza. Il bagno turco non era certo il massimo, ma, quando la fame batte i primi colpi, anche le briciole possono dare un piccolo primo sollievo. Fatima odiava quel mondo a disegni. Non voleva tornare a far smorfie stupide nel regno di Disney. Conobbe in quelle stanze un vecchio basso e grassoccio. Lei non sapeva chi era, ma lui ne restò folgorato. Si fece ricucire per la quattordicesima volta. A quattordici anni la comprò l’emiro per farne la quattordicesima moglie. E per pagarla la pagò anche parecchio. Così si trovò bambina a vivere in un magnifico palazzo per scoprire che il sultano era nemmeno poco un tantino checca. Né aveva uno tutto d’oro, imponente, per far fronte alle necessità del ruolo, e uno piccolo da cimice dentro i calzoni modello harem.
Per dirla tutta un po’ se ne vergognava. Era sempre stata una donna riservata. Era la vita e i mascalzoni che l’avevano un poco cambiata. E quel marito che le faceva da sorella, doveva mantenere le apparenze. E nel palazzo di uomini non ce n’eran tanti. E lui, tra i pochi, aveva incontrato in un mattino che doveva uscire. E i suoi occhi l’avevano stregata. Si era innamorata di Farouk il cammelliere, anche se era un bel po’ zotico, e erano stati visti. E Farouk era diventato il 17mo eunuco. Ma lei, Fatima, era una donna giovane e piena di energia. E si sentiva disperata. In quel momento sarebbe stata curiosa anche di Genio il genio. Se solo quello sventato di Aladino, il suo figlioccio, si fosse ricordato dove cazzo si era infilata quella cazzo di lampada. Le contrarietà e quella merda di situazione la rendevano nervosa e anche un tantino volgare.
Jafar era tutto fumo e niente salsiccia. Tutti sono consapevoli come in quei paesi sia disprezzata la carne di maiale. Ma un po’ di porco, e, naturalmente, di porcate, ogni tanto sarebbe quello che ci vuole, soprattutto per certe occasioni. Invece Razoul era un sadico perverso e convinto, e un devoto molto osservante. Era disperata. E si vedeva scappare la vita come il fumo su per il camino. La delusione dà sempre la stura ai più strani pensieri. Si sarebbe abbassata a tutto. Anche a Rajah la tigre, che era un gran bel tigrotto, non fosse stato che era irascibile alquanto. Fatima era preda ai sogni più sfrenati. Non trovava pace il giorno, e nemmeno nella notte. Aveva diciott’anni, l’età più bella, e l’argento vivo addosso. Si sarebbe fatta anche tutti i settanta cammelli di quel castrato di Razoul. In segreto, con uno, di notte, l’aveva fatto. China come una cammella. Ma è una bestia stupida e senza sentimento. In compenso, per quel momento, per quello che serviva, era abbastanza. Anche se di lungo aveva solo la lingua. Certo che nemmeno quella è poca cosa, in momenti di carestia. Ma non gli aveva concesso l’entrata principale. Alla brava mansueta bestia era andata bene lo steso anche l’altra.
Ma, cazzo, in segreto, con lo stesso, aveva scoperto che anche suo caro maritino marajà era solito farlo. Proprio come lei quel dannato porco effemminato e depravato godeva a prenderlo dietro. Non c’era più decoro tra quelle stanze e in quelle stalle. La notte seguente, mentre cercava di insuperbire il suo montone di cammello, si accorse di essere spiata proprio dal becco frocio del consorte sultano. E che quel mezzo uomo godeva nel guardarla in azione proprio mentre lo faceva. L’anziano ringalluzzito andò via di testa completamente per quella donna che era già sua moglie. La sua quattordicesima moglie che, se fosse stato per lui, sarebbe stata ancora illibata da parte di maschio. La vita di Fatima si trasformò completamente. Il vecchio prese il vizio di apprezzare nel vederla farlo con gli altri, con i suoi ospiti, nascosto, senza alcun segreto, dietro una tenda. E il palazzo si animò di feste e di visite, alcune anche illustri.
Il vecchio vizioso era sempre più esigente, e li cercava anche robusti. Immaginava di essere lui al posto della sua giovane moglie. La invidiava e la amava nell’unico modo che conosceva, ricoprendola di attenzioni e gioielli. Per lei comprò uno stallone bianco come la neve. Per lei invitò un marcantonio che spaccio per l’ambasciatore del Brunei o di un altro paese simile, perso nel culo dell’Africa. Quell’uomo era enorme, una statua tutta nera scolpita nell’ebano. E aveva un vero enorme cannone dove gli altri nascondono quello che sembra il fodero di una pistola. Ma il vecchio satiro, sempre nascosto, più ancora provava piacere nel vederla accoppiarsi ai servi, propri o al seguito. Anche in incontri multipli. Il suo era ormai un segreto a conoscenza del mondo intero. E lei era diventata la sua moglie preferita, e regina e maestra di tutte le lussurie.
Alla fine, stanca di essere così angustiata, di dover essere continuamente spiata, era scappata con un giovane petroliere nel Texas. Per le nozze si era fatta ricucire per l’ennesima volta. Voleva fare al novello sposo anche quel regalo. Lui, l’americano, era uomo di gusti raffinati. Dal quel momento lei rimase vergine per sempre. Mentre il povero miliardario cedeva sotto i colpi della sua stessa passione, lei, ormai vedova, aveva imparato che tutti i maschi non disdegnano entrare per la porta di servizio. Per quella cosiddetta della servitù.
Fatima ha deciso di scrivere, assieme ad un giornalista noto, le sue memorie. Naturalmente ha scelto di farlo in modo anonimo, usando lo stesso nome, Fatima, usato in queste righe. E ha deciso di titolarle: Memorie di una vergine libertina. Il titolo l’ha suggerito quel collaboratore scribacchino, ma fa lo stesso. Un titolo vale l’altro per una storia vera.

N.B. per non incorrere nelle ire di Facebook è stata sostituita la foto come da racconto.

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Settanta

Dal Gesso MarioOggi, nel giorno del settantesimo compleanno, mi concedo una pausa e un poca di vanità. Non una pausa vuota. Di quelle ne ho già avute parecchie. Non un silenzio perché impegnato altrove o in un confuso niente. Semplicemente qui non parlerò d’altro. Di storie vissute solo nella mia fantasia malata. Di giovani e vecchi. Di crimini e di amori. Di personaggi un poco fuori dalle righe. Di altra umanità. Di altri mondi, non so se migliori o peggiori di questo. Non ho risposte. Non do giudizi. Mi restano solo domande. E di quelle ne avrei sempre tante. A bizzeffe.
Né voglio tediarvi con le mie rare velleità d’artista. Non è nemmeno il momento dell’impegno. Anche se quello non mi lascia mai. Ma la Palestina resta un grande sogno. E il mio cuore resta rosso, perché non può che stare per chi ha meno o non ha niente. Un altro mondo è possibile, un mondo che accoglie tutti, ma non mi sembra prossimo. Cerco ancora l’uomo nuovo. Mi sembra manchi un progetto. Ma come promesso: non voglio oggi parlare di questo. Voglio parlare poco, perché le parole fanno spesso troppo rumore. Non voglio ricordare nessuno, dimenticherei i troppi. E non ci sarà nemmeno spazio per dei rimpianti. Non ne ho. Sarebbe stupido da parte mia. Credo di poter dire che ho vissuto. E sono stato fortunato.
La vita non mi ha imposto grandi sacrifici. Ho attraversato gli anni più belli ed emozionanti del secolo scorso. Quello che qualcuno chiama, erroneamente, secolo brave. Vissuto la strada e la piazza. Visto altre città e paesi. Provato splendide emozioni. Incontrato grandi libri e meravigliose musiche. Ho conosciuto l’Amore. Quello con la grande A, maiuscola. Ho una figlia meravigliosa. E anche un altro figlio, meraviglioso. Grazie! Abito a Venezia, la città più bella del mondo. In una comoda casa. Ampia. Dove posso accogliere gli amici. E di quelli, di amici, ne ho un numero giusto. Non so se son tanti o pochi, ma sono splendidi.
Alla fine non servono brindisi o candeline. Basta un abbraccio, che possa raggiungervi tutti. E chiudo con un saluto, per non annoiarvi, e una delle canzoni che ho amato di più. Spero sia un buon viatico per ogni domani. Di buon augurio per tutti: PER SEMPRE GIOVANI

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La maratoneta del prosciuttoQuanto ne aveva tagliato? Probabilmente migliaia, se non milioni, di chilometri di prosciutto. Ma come lo tagliava lei non lo tagliava nessuno. Sottile come un capello sottile, e anche di più. Glielo diceva anche il suo responsabile. Ma lei lo sapeva che non avrebbe affettato tutta la vita. Doveva arrivare il suo momento. La sfiga, prima o dopo, si sarebbe dovuta girare dall’altra parte. Per un corretto equilibrio delle cose. Per equità. Per giustizia. La sua vita sarebbe cambiata.
Infatti… Il sabato quel responsabile le aveva detto che ci sarebbero stati tagli al personale. Temeva per lei. Ne prendeva pochi, ma anche quei pochi erano una miseria benedetta. Senza sarebbe stata perduta. E quanto le erano costati quei quattro spiccioli? Miserie e umiliazione. Ne aveva dovuti ingoiare di rospi. E non solo di quelli. Non avesse avuto assoluto bisogno anche di quel poco non sarebbe mai andata in cella frigorifera, che faceva un gelo cane, o in magazzino a sollevarsi la gonna con lui. Ma sono i tempi che non permettono più l’esistenza a chi si fa troppi scrupoli, alle brave ragazze. Le gran dame, le donne dabbene, l’hanno già data avendo più fortuna. Forse si era svegliata tardi. Forse aveva sognato troppo a lungo.
Il lunedì era toccato a lei. Il venerdì a lui, al piccolo grande arrogante capetto. Si erano trovati al bar, davanti ad uno spritz triste, con le teste a penzoloni. Avrebbe voluto sfogarsi, ma lui, poveruomo, aveva anche una moglie, e due figli, figlie per la precisione, e le rate della macchina da pagare. E il mutuo e le bollette. E non essendo più giovane era ancora più difficile. E a causa dell’età nemmeno sua moglie era più tanto ragazza. Non glielo aveva ancora detto. Perché con il tempo si era fatta anche scontrosa, pretenziosa e brontolona; una vera arpia. Con il cuore a pezzi a lei non restava che ascoltare.
Poi si era fatto furbo il caro signor Domenico. Solo un paio di settimane dopo. Prima le aveva detto di amarla, poi di amarla veramente. E stavolta lei si era data credendo che fosse diverso, di potersi annullare nella passione. C’era cascata, come un tordo, come una mela matura. Convinta del vigliacco. Poi le aveva annunciato che avrebbe lasciato moglie e figlie e tutto. Sarebbe venuta a conoscenza solo dopo che era stata lei, l’arpia, a sbatterlo fuori. E che si era subito trovata un altro gonzo.
Poi ancora le aveva detto che forse si sarebbero potuti aiutare uno con l’altra. Non aveva detto: l’una per l’altro. Doveva immaginarlo perché storie del genere ne sono state scritte a bizzeffe. Ma lei non aveva mai avuto abbastanza pazienza per leggere, lo trovava solo tempo sprecato, e al cinema era da un po’ che non andava. Infine, le aveva detto che sognava di andare a vivere assieme. Certo, lei aveva pensato, come due barboni. La sua disgrazia era che restava pur sempre una ragazza romantica.
All’inizio era stato gentile. La riempiva di premure. Arrivava spesso con dei regali. Un paio di stivali oggi. Una gonna, anche troppo corta, domani. Come li pagasse non se lo immaginava. Forse aveva ancora un po’ di risparmi. Poi si era trasformato in un vero farabutto. Le aveva regalato anche la pelliccia, solo un giacchino, e per giunta finta. E di un colore non proprio fine: viola. Non aveva avuto bisogno di aggiungere troppe parole. Quello che aveva da dirle l’aveva già detto. Con poche frasi e un paio di schiaffi. Ora guadagnava per due, ma in tasca le restava meno di quando era in quel maledetto supermercato.
Ormai erano in tante, sempre di più, persino serie madri di famiglia. Persino portandosi dietro la borsa della spesa, ma ci sarà sempre la fila. Almeno su questo aveva ragione lui, quel coglione vigliacco del Domenico. Maratoneta era e maratoneta continuava a essere. Era cambiato solo il prodotto che vendeva. E comunque continuava a lavorare da dipendente. Continuava cioè a battere in cassa soldi che non erano suoi. I pericoli erano minimi. Molto spesso anche i vigili e la polizia erano disposti a girare la testa, magari in cambio di un passaggio. Ma un altro disgraziato si rischiava che si poteva trovare sempre. E anche peggio. Magari più cattivo. Ne aveva già uno. A volte si diceva che era uno di troppo. Mangiava sulle sue spalle e anche, seppure sempre più di rado, pretendeva di potersi divertire.
E pensare che lei non era quella. Non lo era mai stata. Era stata anche un’altra. E pensare che da ragazza se l’era tenuta tanto stretta. Preziosa. Come una stupida ragazzina. Non aveva mai preteso niente, tranne un briciolo di sentimento. Già! una prelibatezza ormai in disuso. Giorgino l’avrebbe dovuta odiare per quanto l’aveva fatto penare. Chissà dov’è finito? Erano solo ragazzi, ma non le aveva mai girato le spalle. Per questo non l’aveva mai voluto nemmeno lei. A quei tempi erano ancora troppo giovani. Ma è perfettamente inutile piangersi dietro. Anche se non è bello stare al freddo con le chiappe di fuori.
Si era ingegnata: faceva anche l’autostop. Di giorno. La fantasia non le era mai mancata. Di baccalà e di polli se ne pescano sempre. Tutti i posti restano buoni. Ed era diventata brava, anche grazie a lui. Ne aveva passato di tempo e di momenti in quella cella frigorifera. Freddo o caldo faceva lo stesso. Era temprata a tutto. A lui, al Domenico, non bastavano mai. Tanto la fatica la faceva lei. Era lei a salire su quelle macchine. Era lei a entrare in quelle squallide camere. Anche a portarseli a casa, mentre lui se ne stava ad aspettare al bar. Placido con la sua cicca in mano. Magari giocando a carte con gli amici. Quasi tutti disgraziati come lui. Perché la gente onesta non si mescola ai mascalzoni.
Lei continuava nella testarda certezza che il suo momento sarebbe arrivato. Lo conosceva ormai da più di due mesi. Era uno di quelli affezionati. Il dottore era lui e nonostante i tempi bui e avari tutti si possono trovare nel bisogno di star male. Persino ai dottori capita di ammalarsi. La malattia è l’unica cosa che se ne infischierà sempre delle crisi. Forse.

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Siamo donnesegue: Ritorno al presente [15]
Era stanca di quell’esistenza. Di quella inutile ricerca. Di quella continua fuga. Di una fuga che l’aveva portata a scappare anche da se stessa. Forse aveva sbagliato tutto, fin dall’inizio. Forse la donna non è fatta per cercare di sostituirsi all’uomo. E poi perché? Aveva sfiorato varie volte la morte, e se ne era fatta beffe per caso e per fortuna. Aveva rischiato ripetutamente la galera. Niente intorno a lei, tranne lei, le sembrava cambiato. Non si sentiva più libera di prima. L’unico risultato era stato crearsi il deserto intorno. Piangere amiche che amava. Rimpiangerne delle altre. Non aveva più nessuno. Non aveva più un luogo, una casa. Si muoveva guardinga tra sconosciuti.
Si rendeva conto che non era più la stessa Betty Boop. Non era nemmeno tornata Virginia. Era un’altra cosa. Il mondo l’aveva cambiata e lei ormai aveva un conto in sospeso con il mondo. Un sordo rancore. Non aveva trovato rifugio nemmeno in Dio. Non aveva trovato nessuna assoluzione, nessuna pace. Era un mostro. Aveva dentro di sé solo risentimento. Odio e disprezzo, per l’Uomo. Si stava trasformando in una belva assetata solo di vendetta e di sangue. Scelse la stazione. Malefica lo avrebbe fatto contemporaneamente alla Gare di Lyon, perché Parigi le appariva più chic. L’Ultimo-It Avrebbe fatto lo stesso alla stazione di London King’s Cross. Un altro paio di amiche a Milano Centrale e a Firenze Santa Maria Novella e a quella di Abbiategrasso. E la popputa Julie Corrençon avrebbe fatto il botto, naturalmente, in pieno centro di Belleville. Su lei si poteva sempre contare. Bettina si sentiva pronta, ma un poco nervosa.
Mescolata a tutta quella confusione si sentiva al sicuro. Ormai era decisa, ma le cose non vanno mai come dovrebbero. Si avvicinò uno strano tipo vestito come un agente di commercio che pareva averla riconosciuta: “Sei un vero amore… Bettina”. Lei gli fece l’occhiolino, non si nega nemmeno al condannato a morte, appunto, e lo invitò. La seguì dietro quel suo accentuato e voluttuoso scodinzolare, e frettolosamente la raggiunse ai bagni delle donne. Si privò del suo garbo e di tutta quella noiosa parlantina. Cercò di essere veloce, l’illuso, ma lei lo fu di più. Lo colse con i calzoni già abbassati. Lo strozzò con la catenella dello sciacquone per non far rumore. Era stata rapida a girargliela torno il collo. Anche se era minuta e lui abbastanza più grosso, si era appesa con tutto il peso. Lo lasciò scivolare sulle piastrelle umide e sporche.
Gente che va, gente che viene. Nessuno faceva caso a nessuno. Tutti andavano di fretta. Tutti sembravano inseguire il treno del destino, anche i mariuoli, i borseggiatori, il popolo dei miseri e quello dei senza dimora e dei perdigiorno. Forse fosse stara una valigia abbandonata, ma nessuno aveva fatto caso a lei. Nessuno poteva notare l’assenza dell’anonimo sconosciuto. Non finché qualcuno non fosse andato in quel cesso che aveva lasciato come occupato, magari qualcuno per fare le pulizie o per impazienza. In fondo quella era una stazione. Un posto che non è mai un posto. Così andava distratta come senza meta, trascinando il suo borsone.
Si era soffermata alla libreria. Aveva preso alcuni volumi in mano. Sembrava semplicemente indecisa. Di alcuni aveva letto anche la quarta di copertina. Era uscita com’era entrata, facendo un leggero cenno al cassiere, un giovane ragazzo che non era nemmeno male. Aveva fatto una colazione abbondante con cappuccino e un paio di bomboloni gonfi di crema. Era dovuta salire per ricorrere ancora al bagno perché l’attesa le faceva sempre quell’effetto; sempre con il suo borsone. Si era fermata per scambiare poche parole con un marinaio, che annegava gli occhi dentro una zuppa di lenticchie e pistacchi, e con due suore, di cui una albina. Sembravano non avere fretta. Avevano parlato delle solite cose banali e dei problemi della capitale. Non faceva che guardare l’ora e lo schermo gigante con gli orari delle partenze. Poi aveva raggiunto il centro del salone.
Siamo donne Betty BoopAveva poggiato a terra prima la sua cara Beretta 98 FS inox, poi la Glock 17 Gen 4, assieme al borsone, tra l’indifferenza generale. L’estemporaneo pubblico sembrò non farci caso. Probabilmente nessuno aveva ancora notato le due armi. A quel punto principiò a dimenare le anche e a cantare come quella sciacquetta della Minnie Minoprio, un’imitazione veramente deludente. Prima di una, poi dell’altra, cominciò ad attirare su di sé l’attenzione e la curiosità delle persone e dei viaggiatori. In breve, si stava radunando una piccola folla. La gente si gustava quello spettacolo improvvisato, insolito e gratuito. Attenta. E si faceva via via più numerosa. “Lustrateveli bene, maledetti. Scattate. Vi odio tutti”.
Non abbastanza attenta alle sue parole. Più attenta a quello che succedeva. Non che le dispiacesse come gli uomini la guardavano, quegli occhi, ma non aveva mai provato così, ad esibirsi. In tutto il suo splendore. Davanti ad una platea. A tutti. Ed era tardi per tutto. Anche per una banale lusinga. Sfilata la maglia si denudò il seno. Si coprì con le mani, poi si lasciò guardare. Ci fu un sordo boato di stupore e apprezzamento. Qualche commento. Qualcuno trattenne il fiato. Un anziano, che a spintoni era giunto in prima fila, si sentì venir meno. Poi con calma, come una vera professionista, lasciò scendere un petalo alla volta, gli short, le calze, la giarrettiera, gettò le scarpe lontano fino a rimanere nuda. Solo Betty Boop in tutto il suo splendore. Uno schianto. Un vero incanto.
Una donna corse a cercare un poliziotto o un carabiniere, o comunque un tutore della legge, per fermare quello scempio. “Sei la migliore”. “Ahhh!!! bella”. “Fata”! “Mignottona”! “Ce l’avresti un minuto per me”? “Sei una santa”. “Chiedimi quello che vuoi”. Un poliziotto era presente mescolato al pubblico improvvisato, ma non mostrava nessuna intenzione di voler intervenire. Lo schianto doveva ancora succedere. Betty sorrise e si chinò lentamente sulla borsa, mostrando in tutto il suo splendore, in bella vista, la perfezione delle sue natiche, e tutto il resto. Una strana sensazione la pervase: era soddisfatta di sé. Con ritrovata calma diede il via al breve timer. Si udirono ancora un paio di fischi e poi solo il grande boato. Le ultime donne davano l’addio all’ultimo spettacolo.

FINE

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