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Archive for the ‘varie&eventuali’ Category

L'angelo di OsloInutile raccontare di nuovo tutto per filo e per segno. Chi è così troppo curioso può andarselo a leggere nelle pagine del libro[1], ma è una storia lunga e ingarbugliata. Per quanto ci riguarda in particolare basta andare dalla fine di pagina 441. E’ a quel punto che l’autore tace la verità e s’inventa una storia incredibile dove lei si uccide per amore. Certo l’amore è un sentimento molto forte. Non solo tra un uomo e una donna. Non l’unico. Forse però questo non lo dovevo dire. Pazienza. Allora… dov’eravamo arrivati? Sì! la verità è molto più semplice.
C’è solo silenzio intorno e la notte è nera. Non è nemmeno una vera tomba. Solo un tumulo. Un insieme di pietre. Lei, con delicatezza, sposta la terra e rimuove la plastica che ricopre il corpo morto. Prende le cornee, prima la sinistra e poi la destra, che gli erano state criminalmente sottratte contro la sua volontà; espiantate, si dice, e le posa nelle cavità oculari del cranio. Poi rimise piano il polmone nello spazio sotto le costole a destra. Poi passò meticolosamente al fegato e ai reni. Infine gli restituì il cuore.
Se avesse potuto vedere nel buio non sarebbe rimasta sorpresa, non avrebbe pensato di rinunciare alla vita stesa al suo fianco. Quando gli aveva ridato le cornee lui era tornato in grado di vederla. Quando aveva rimesso il polmone al suo posto lei aveva potuto sentire di nuovo il respiro caldo di lui sulle guance. Forse era anche distratta da quell’impegno. Non era una cosa che si è soliti fare. Fegato e reni avevano restituito purezza al loro infinito amore. Infine il cuore aveva subito ricominciato a battere all’unisono al suo.
Per quanto detto lo stupore di lei era stato smisurato. Si erano dati quel bacio che avevano aspettato per un tempo infinito. Poi lui si era alzato e le aveva detto che doveva andare. L’aveva invitata ad andare con lui. Al suo fianco. Aveva indossato ancora la sua kefiah. Perché quella terra aveva ancora bisogno di lui. Dei suoi occhi, del suo cuore e anche delle sue braccia. Di tutto l’amore del mondo. Di lui e di tutti quelli come lui. Che sono tanti. Perché non da pace la morte.
Forse è proprio solo per questo che l’autore ha taciuto la verità: Quella terra ha ancora bisogno di martiri. Il suo nome resta solo su quella povera scritta sopra quelle pietre. Per tutti lui deve essere ancora morto, una vittima. Una vittima come tante. Quasi, e forse una vittima senza nome. Era stato solo un ragazzo. Un ragazzo come gli altri. Un ragazzo che tirava le pietre. Come un gioco. A chi le lanciava più lontano. A chi possedeva più mira. Un gioco che gli era costato la vita. Ma forse il libro qui è solo un pretesto.
Lui avrebbe ritrovato i compagni. Sarebbe tornato a sfidare la morte. Come allora non gli faceva paura, ma ora sapeva. Erano stati traditi da tutti. Prima dagli amici e poi dagli assassini. Non sarebbero più tornati in Danimarca. Faceva troppo freddo là. E non c’erano più segreti, o ce n’erano ancora troppi. E sarebbe andato fiero per la sua strada. Insieme a tutti, a un popolo. Al suo popolo. Non aveva odio in cuore. Solo tanta rabbia. Solo tanta amarezza. Voleva solo gridare forte la verità. Inshallah. Non con un coltello. Con una colomba o con un fucile, ma farsi sentire. Il tempo era finito.
Sono tornati a marciare nel silenzio gli eroi bambini. I morti non morti. Attraversano la notte. Con passi incerti, ma con caparbietà. Se Dio vuole. Per una nuova intifada. Sono sempre più numerosi. Chi li vede si cuce la bocca con filo sottile ma robusto. Con tela di ragno e miele. Gli regala un sorriso e un saluto. Si affida a loro. Torna a sperare. Questa è la verità e allo stesso tempo una favola. Ci si può credere o no. Ma senza un po’ di fantasia e di utopia è allora che la vita muore. E il destino diventa un sentiero inutile da percorrere.
[1]     Stefan Ahnhem: L’angelo di ghiaccio.

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piccoli-amoriTutto era cominciato nel modo più banale, fra bambini. Nel bel mezzo del gioco. E’ sempre così che ci si litiga. Persino da grandi. Poi si perde il motivo. Semplicemente si continua. Forse fa parte anche quello del gioco.
«Uno, la luna»…
«Son giochi da bambine».
«Due il bue. Cosa vuoi dire»?
«Son giochi stupidi».
«Tu non sai niente».
«Invece io so più di te».
«Non è vero».
«E’ più forte il Milan».
«No! La Juventus».
«Cosa vuoi sapere tu di calcio»?
«Lo so perché lo so»?
«Chi te l’ha detto»?
«Me l’ha detto chi me l’ha detto. E poi lo so. Nella Juve c’è Baggio».
«E nel Milan c’è… Ma perché parlo con te»?
«Sei un cafone antipatico. Solo un pisciasotto».
«E tu sei… sei… Sei solo una ragazzina. Ecco cosa sei».
«Non ci gioco più, con te».
«Nemmeno io».
«E togli quelle mani dal naso».
«Perché»?
«Perché sì! Non è bello. E poi fai schifo. Con le caccole al naso»…
Entrambi sono usciti con i calzettoni abbassati e la palla, ma quella di lei è rosa con le stelline e quella di lui è proprio da calcio con lo stemma della sua squadra. Entrambi si sono scordati della palla perché non è possibile giocare in due con una di quelle due palle così diverse. Loro sono quelli della foto, anche se oggi non lo possono ricordare. E’ passato troppo tempo. Son cambiate troppe cose. Le foto non sono più in bianco e nero. Nemmeno la vita è più in bianco e nero. E’ tutto colorato e i giocattoli di legno restano negli scafali.
«Però il mio papà e più forte».
«Sei solo invidioso».
«E il mio papà ce l’ha più grande».
«No! E’ il mio. Carino».
«Chiedi a tua mamma».
«Non dire così della mia mamma».
«Lei lo sa».
«Tu non lo sai».
«Sì che lo so».
«Non è vero».
«Sì che è vero».
«Giura».
«Giuro».
«Sei bugiardo».
«Li ho visti di nascosto. E poi… Non potrei dirtelo perché è un segreto ma… Ho sentito io la tua mamma che lo diceva che era bello grosso».
«Sei uno… Stronzo».
«Sei una ragazzina».
«Tu mi racconti bugie. E poi?»…
Lei è spavalda, sicura di sé. Ogni sua parola è un dispetto. Gliela sputa in faccia. Lui ci pensa un po’ perché i maschietti non hanno sempre la risposta pronta come le ragazzine. Anzi perde tempo sempre prima di ogni risposta. Gli prudono le mani ma non vuole litigare, non ci si può azzuffare, anche se ne avrebbe voglia, non si può picchiare una bambina. Vorrebbe andarsene ma sono soli. Non saprebbe dove andare. Non gli va di tornare a casa. Spera ancora che arrivi qualcuno che sappia tirare due calci al pallone. Anche se dovesse essere quell’antipatico ciuccia moccio di Carlino che se la fa perfino addosso. Fortuna che ancora non piove.
«Poi sono scappato».
«Parli, parli. Tu ce l’hai piccolino».
«Non è vero».
«Vedere».
«Sei proprio curiosa come tua mamma».
«Visto»…
«Adesso me le fai vedere»?
«No»!
«Devi».
«Cosa vuoi vedere tu che sei»…
«Ti prego».
«Mi annoio. Poi facciamo un gioco… più gioco. Qualcosa di divertente. O ritorno a casa. Non dovrei… Guarda che non sei più il mio fidanzato. Che cosa mi dai? E poi sei antipatico. E poi non sai niente. E anche un po’ invidioso. E cretino. E poi… E va bene. Non capisco cosa c’è. Sei proprio noioso. Ma sei il mio amico, no? Però non dovrei. Ma poi la smetti e amici come prima».
Oggi la vita è molto più semplice. Lui giocherebbe al suo “Call of Duty: Black Ops” e ucciderebbe tutti i cattivi. Lei vestirebbe la sua Barbie, che è innamorata del suo Ken, e si sposeranno. Aspetterebbero di incontrarsi in Facebook. Lei con il suo flacone di anfetamine. Lui stringendo un boccale di birra dietro al quale tornare a essere quell’eroe. I tempi cambiano ma i bambini restano bambini: «Tre, la figlia del re».
«Me lo dai un bacio»?
E le bambine continuano ad avere l’ultima parola: «Ma sei matto»?

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donna-al-barLei non era una di quelle, lei era diversa, non lo faceva per mestiere. La verità era, anche se non se lo diceva, che lo faceva un po’ per bisogno, per convenienza e anche un po’ perché le piaceva. Ma se lo chiedeva raramente. E mai, naturalmente, l’avrebbe confidata ad anima viva. Lei i clienti se li sceglieva. Si sedeva sempre a quel tavolo e aspettava. Raramente aveva sbagliato. Quasi sempre la prima impressione era quella giusta.
Non era stata una vera bugia. Era solo che non aveva trovato il momento e il coraggio di dirlo a casa. Da quando era stata licenziata dalla cassa del supermercato aveva cominciato a frequentare quella pasticceria in quel comune limitrofo dove nessuno la poteva riconoscere. E passava lì i suoi pomeriggi; quando non saliva. Aveva solo detto che era passata fissa al turno del pomeriggio. Non avevano potuto che crederle. Così usciva dopo mangiato e rientrava per preparare la cena. Nessun sospetto.
Solo un paio di volte aveva corso il rischio. Quella che ricordava più spesso era con quello studente. Era così giovane. Era quasi sicura che per lui fosse stata la prima volta, quella loro prima volta. Era così imbarazzato. Aveva dovuto fare quasi tutto lei, anche avvicinarlo. Nemmeno era certa che avesse capito. Era tornato, certo, senza perdere quell’imbarazzo. Sempre gentile e premuroso. Quasi un fidanzato. E aveva preso paura quando s’era accorta che pensava a lui come una ragazzina. Così gli aveva parlato, come una madre, stabilendo la fine di quel loro rapporto. Era stato doloroso ma necessario. A volte lo pensava ancora e sempre con tenerezza, ma lei amava suo marito.
Diverso era stato con Alberto. Spesso arrivava con dei fiori. Peccato che lei dovesse lasciarli in quella stanza. Non avrebbe proprio potuto portarli a casa. Non avrebbe saputo come spiegarli. L’aveva fatta sentire donna. Con lui aveva rischiato di sentirsi realizzata. Di pensare ad un futuro diverso. Lui avrebbe potuto darle anche sicurezza per quel futuro. Forse per qualche attimo ci avevano creduto entrambi. Pensava che erano un po’ simili, loro due. Poi lui si era ricordato che aveva una famiglia. Forse entrambi. Si erano trovati d’accordo. Alla fine erano rimasti buoni amici.
Poche volte aveva sbagliato. Già! la prima impressione… Quella volta con quello. Arrivata in camera, anche se non le piaceva pensare che era una camera, ma era quello che era, quella volta aveva scoperto che era un tossico. Lei con i tossici non voleva avere nulla a che fare. E poi erano pericolosi. Poi quella volta con quell’uomo così distinto. Rimasti soli si era mostrato per quello che era. Aveva dovuto cacciarlo a fatica. Poi alla sera, al ritorno, era stata costretta a inventarsi una scusa imbarazzata per spiegare quei lividi. Aveva farfugliato che gli era caduta addosso una scatola di pelati nel magazzino sul retro. Aveva rischiato di tradirsi parlando di una lite violenta tra due clienti in cui lei aveva cercato di intromettersi tentando di fare da paciera. Fortuna che Deodato era tutto preso da quel programma. Ma solitamente ci azzeccava. Li sceglieva con cura. Non troppo vecchi ne troppo giovani, soprattutto evitava i tipi trasandati e che avevano poca cura di sé.
Lei se ne stava semplicemente lì seduta. A volte si concedeva anche una pastarella. E sapeva come guardare i tipi che le potevano interessare e capire rapidamente se condividevano il suo stesso interesse. Le bastava un cenno, un sorriso. Un po’ la voce si era sparsa. Così da un po’ non restava troppo a lungo seduta con il suo aperitivo davanti. Presto si avvicinava qualcuno. La abbordavano, per così dire, con quelle frasi di circostanza con cui solitamente si avvicina una donna. Domandando dove si erano già conosciti. Facendole dei complimenti, cosa che a lei non era certo sgradita. Chiedendo se potevano sedersi a farle compagnia; magari solo due chiacchiere. Poi, alla fine, quando arrivava quel momento, sapeva spiegare loro, con tatto, facendo sembrare la cosa meno imbarazzante. Forse cercava di convincere anche se stessa che non era una merce. Solitamente riusciva a far loro credere che c’era anche del sentimento. Pensava di essere diventata brava.
Col tempo aveva imparato a vestirsi. Anche a scegliere opportunamente la biancheria intima. Era attenta e precisa. Quei pochi soldi in più le permettevano cose a cui fino a pochi mesi prima avrebbe dovuto rinunciare. E aveva preso a sentirsi tranquilla. Era diventata per lei la cosa più naturale del mondo. Non si sentiva certo in colpa, e come avrebbe potuto. Poi, all’improvviso, qualcosa era cambiato. Quel pomeriggio era rimasta sbalordita vedendo entrare Deodato. Lui non si era mostrato per nulla sorpreso, aveva finto di non vederla. Aveva parlato brevemente al banco mentre lei aveva distratto lo sguardo; un po’ era stizzita. Non avrebbe mai immaginato che suo marito andasse a… con altre donne. E per un momento aveva provato la sensazione che tutto il mondo le crollasse addosso. Invece lui si era avvicinato al tavolo cercando di essere disinvolto e si era comportato come se la vedesse per la prima volta. Le aveva chiesto se era nuova di quella zona. Poi se si poteva accomodare. Poi il suo nome. Dopo aver fatto cenno alla sedia con un sorriso amicale gli aveva detto di chiamarsi Samantha.
Avevano chiacchierato per un po’ come due perfetti estranei prima di salire. Davanti alla porta le aveva ceduto il passo. Entrambi si erano sforzati per renderlo bello, per non farlo apparire un semplice incontro clandestino. E, a dire il vero, lui era stato molto appassionato. Forse come non lo era mai stato con lei. Forse più di quelle prime volte quando le aveva dichiarato il suo eterno amore. Lei aveva temuto di non riuscire a trattenersi, poi si era lasciata andare, completamente. Alla fine lui l’aveva ringraziata e aveva messo i soldi sul comodino. Con un sorriso di gratitudine le aveva spiegato che non si doveva assolutamente risentirsi, perché erano solo un regalo per la sua gentilezza e la sua grazia.
Tonata a casa lui era lì e l’aspettava come ogni sera. Nessuno fece cenno a quanto era avvenuto in quella pasticceria, e poi nella camera che affittava sopra ad essa. Semplicemente, dopo cena, guardarono la televisione in silenzio come sempre. Lei si sentiva soddisfatta e solo un po’ affaticata e indolenzita. Si lasciò prendere velocemente dal torpore e poi piombò in un sonno tranquillo.
Il mattino, come sempre, lui era già uscito per andare in ufficio. Lei sistemò le cose in cucina e si ritrovò a canticchiare allegra. Sapeva che lui sarebbe tornato a cercarla ancora altre volte e che l’avrebbe trovata seduta al solito tavolo della solita pasticceria. Che lei si sarebbe fatta trovare o che lui avrebbe avuto la pazienza per aspettarla. Decise di mettere da parte quei soldi per un nuovo vestito che aveva già adocchiato.

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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VENEZIA – lunedì 19 settembre alle ore 18 presso la sala S. Leonardo – Cannaregioamira-hass-locandina-copia

Incontro con la giornalista israeliana Amira Hass (scrive su Haaretz e su Internazionale) sulla questione dello sfruttamento e controllo israeliano delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati.
Parteciperanno con Amira Hass
Renato Di Nicola – Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Luisa Morgantini – Assopace Palestina
Stephanie Westbrook – Campagna No Mekorot

Per capire meglio la situazione idrica in Israele ecco un articolo pubblicato su haretz qualche giorno fa: La crisi idrica di Israele non è finita

 

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ritratto20di20donna20220480x640Cazzo! gli era sembrato subito un volto conosciuto. Ecco perché. Improvvisamente se lo era ricordato o più precisamente il suo dubbio aveva avuto risposta da Google. Non era nemmeno una foto: era la riproduzione di un dipinto. Un olio di Vincenzo Di Giorgio, anche se non sapeva ancora come si chiamava. Era solo un ritratto di donna. Lo aveva visto una prima volta ad una personale dello stesso autore. Solo che lì c’era l’originale: il quadro. I colori erano brillanti. Dalla rete Lei aveva recuperato uno scatto fatto dallo stesso artista per la commercializzazione. Si era innamorato e gli aveva dato buca una tela senza nemmeno un nome e un cognome. E aveva aspettato due ore per niente come un cretino. Di Lei gli restava solo un nick e un indirizzo mail: chiaraluna@fashion.com.
Due ore al tavolo di un ristorante mentre tutti lo guardavano e il cameriere si spazientiva. Voleva trasmetterle tutto il proprio risentimento e la propria rabbia. In una parola aveva bisogno di sfogarsi. Non attese nemmeno il mattino e sebbene fossero ormai le undici, cioè le ventitré, si mise alla tastiera. Non avrebbe potuto mostrarsi troppo scocciata o protestare, in fondo lui era la vittima. E poi voleva proprio vedere che scusa avrebbe trovato. Peccato! stava andando tutto così bene. Si sentiva libero, leggero a parlare, cioè messaggiare, con Lei. Era sicuro di aver trovato l’anima gemella. Invece al primo appuntamento non si era proprio fatta vedere. Certo che era strano litigare attraverso internet. Avesse avuto almeno l’indirizzo skype avrebbe potuto guardarla negli occhi. Quando si litiga si ha bisogno di vedere la faccia dell’altra e le sue espressioni. E l’unico diritto dei litiganti e l’unica arma di rivalsa.
Ciò che era successo per lei era un mistero. Si era preparata al meglio. Meticolosamente. Aveva cercato di essere puntuale. Beh! venti minuti sono una approssimazione tollerabile. Invece… Era rimasta impietrita sulla porta. Era tale e quale quell’attore, figlio di quell’attore famoso. Non poteva crederci: lo aveva riconosciuto subito, ma era con un’altra in tenera compagnia. Lei era così graziosa, sembrava anche molto giovane, troppo, proprio una ragazzina. Si parlavano guardandosi negli occhi. Allora perché le aveva dato quell’appuntamento? E lei stupida… Se n’era andata stizzita e non era più riuscita né a perdonarlo né a darsi pace. Era tutto troppo bello. Eppure un poco ci aveva sperato. Alla fine aveva anche saltato la cena e rientrata avrebbe voluto solo andare a letto. Invece sconsolatamente aveva aperto Facebook senza nemmeno chiedersi perché e aveva subito notato il messaggio. Ma come? Era lui che faceva l’offeso.
Si diceva indignato. Lui sosteneva di averla aspettata a quel tavolo per quasi tre ore, senza badare che se fosse stato esattamente così lui doveva essere ancora là seduto. Lei insisteva che se quella non era sua sorella… e comunque che non si sarebbe dovuto presentare ad un primo appuntamento in compagnia. Evitò i commenti sulla giovanissima età dell’amichetta. Entrambi pensavano di aver ragione e che potevano spiegare quello che era successo. E che l’altro era imperdonabile. Nessuno dei due era in grado invece di capire velocemente i fatti, il perché. Il locale poi non era così affollato. Lui, alla fine, aveva almeno cenato, anche se il conto era stato salato e il servizio discutibile.
Per un po’ non riuscirono che a scambiarsi accuse sfiorando le ingiurie. Lei cercò di limitarsi. Quelle che le venivano sulle lingua erano una serie di parole con la C. Le sputò fuori dai denti nel silenzio della sua stanza ma non le affidò alla tastiera; lei era una signora. Arrivò al “Cretino!” ma riuscì a trattenersi sul “Coglione”! Lui conosceva il limite che non doveva oltrepassare. Non fece cennò palese a ciò che pensava di lei né all’antico mestiere che poteva fare, si limitò e parlare e insistere della propria situazione confermando che: sì! era stato “proprio un vero cretino”. Che delle donne si sa… Potevano con ragione dire che ancora non si conoscevano e già stavano bisticciando. Nella loro brevissima storia, che sembrava già finita, quella era la loro prima lite ed era quasi una lite definitiva seppure comunque pur sempre virtuale.
Poi lui non fu certo ma credette di capire, al tavolo accanto al suo sedeva in compagnia quello che sembrava proprio Danny Quinn[1]. Cavolo: Danny Quinn. Scrisse un enorme “MERDA” che cancellò immediatamente prima di inviare la sua risposta. Era stata proprio sfiga, ma lui era stato stupido a scegliere una fotografia dell’attore per il suo profilo. Eppure era stato chiaro e aveva il libro sopra il tavolo proprio in bella mostra. Con imbarazzo cercò di spiegarsi e giustificarsi. Qualche capello in meno e qualche kilo in più e nei punti sbagliati. Non assomigliava molto a quel maledetto attoruncolo. Certo nemmeno lei doveva assomigliare molto alla Chiaraluna con cui lui aveva creduto di confidarsi aprendole il cuore e di cui si credeva sul punto di innamorarsi.
Lei dichiarò di avere trentaquattro anni e non ventinove come gli aveva precedentemente scritto, togliendosi comunque cinque anni. Lui ammise di non essere alto un metro e ottantuno bensì un metro e settantatré e che l’agenzia non era proprio sua. Lei si aprì e confessò che il suo sogno era quello di realizzarsi come casalinga in una bella casa vicino al mare. Corresse anche le sue misure fisiche; barò solo un poco per quello che riguardava quelle dei fianchi. Lui non le confidò di abitare in una modesto appartamento in un grosso condominio al centro di Milano; nemmeno fece cenno alle sue origini meridionali. Entrambi si scusarono per non avere foto recenti. A quel punto avevano ricostruito un minimo di dialogo ma nessuno dei due sapeva come uscirne e superare quell’imbarazzo.
Lui si chiamava Salvatore ma tutti lo chiamavano Salvo. Lei non si chiamava nemmeno Chiara ma più semplicemente Concetta. Lui non trovava opportuno ammettere di essere infelicemente sposato, però si dichiarò possessore di un suv anche se in leasing. Lei non trovava conveniente accennare che era una matura ragazza madre, ma si descrisse di carattere mite e conciliante. Lui cercò di informarsi sulla disponibilità di lei. Lei inserì solo un grosso punto di domanda. Lui fece copia e incolla di un mazzolino di fiori. Lei rispose postando un sorriso largo.

[1] Daniele Anthony Quinn (Danny Quinn)

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