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Archive for the ‘varie&eventuali’ Category

donna-al-barLei non era una di quelle, lei era diversa, non lo faceva per mestiere. La verità era, anche se non se lo diceva, che lo faceva un po’ per bisogno, per convenienza e anche un po’ perché le piaceva. Ma se lo chiedeva raramente. E mai, naturalmente, l’avrebbe confidata ad anima viva. Lei i clienti se li sceglieva. Si sedeva sempre a quel tavolo e aspettava. Raramente aveva sbagliato. Quasi sempre la prima impressione era quella giusta.
Non era stata una vera bugia. Era solo che non aveva trovato il momento e il coraggio di dirlo a casa. Da quando era stata licenziata dalla cassa del supermercato aveva cominciato a frequentare quella pasticceria in quel comune limitrofo dove nessuno la poteva riconoscere. E passava lì i suoi pomeriggi; quando non saliva. Aveva solo detto che era passata fissa al turno del pomeriggio. Non avevano potuto che crederle. Così usciva dopo mangiato e rientrava per preparare la cena. Nessun sospetto.
Solo un paio di volte aveva corso il rischio. Quella che ricordava più spesso era con quello studente. Era così giovane. Era quasi sicura che per lui fosse stata la prima volta, quella loro prima volta. Era così imbarazzato. Aveva dovuto fare quasi tutto lei, anche avvicinarlo. Nemmeno era certa che avesse capito. Era tornato, certo, senza perdere quell’imbarazzo. Sempre gentile e premuroso. Quasi un fidanzato. E aveva preso paura quando s’era accorta che pensava a lui come una ragazzina. Così gli aveva parlato, come una madre, stabilendo la fine di quel loro rapporto. Era stato doloroso ma necessario. A volte lo pensava ancora e sempre con tenerezza, ma lei amava suo marito.
Diverso era stato con Alberto. Spesso arrivava con dei fiori. Peccato che lei dovesse lasciarli in quella stanza. Non avrebbe proprio potuto portarli a casa. Non avrebbe saputo come spiegarli. L’aveva fatta sentire donna. Con lui aveva rischiato di sentirsi realizzata. Di pensare ad un futuro diverso. Lui avrebbe potuto darle anche sicurezza per quel futuro. Forse per qualche attimo ci avevano creduto entrambi. Pensava che erano un po’ simili, loro due. Poi lui si era ricordato che aveva una famiglia. Forse entrambi. Si erano trovati d’accordo. Alla fine erano rimasti buoni amici.
Poche volte aveva sbagliato. Già! la prima impressione… Quella volta con quello. Arrivata in camera, anche se non le piaceva pensare che era una camera, ma era quello che era, quella volta aveva scoperto che era un tossico. Lei con i tossici non voleva avere nulla a che fare. E poi erano pericolosi. Poi quella volta con quell’uomo così distinto. Rimasti soli si era mostrato per quello che era. Aveva dovuto cacciarlo a fatica. Poi alla sera, al ritorno, era stata costretta a inventarsi una scusa imbarazzata per spiegare quei lividi. Aveva farfugliato che gli era caduta addosso una scatola di pelati nel magazzino sul retro. Aveva rischiato di tradirsi parlando di una lite violenta tra due clienti in cui lei aveva cercato di intromettersi tentando di fare da paciera. Fortuna che Deodato era tutto preso da quel programma. Ma solitamente ci azzeccava. Li sceglieva con cura. Non troppo vecchi ne troppo giovani, soprattutto evitava i tipi trasandati e che avevano poca cura di sé.
Lei se ne stava semplicemente lì seduta. A volte si concedeva anche una pastarella. E sapeva come guardare i tipi che le potevano interessare e capire rapidamente se condividevano il suo stesso interesse. Le bastava un cenno, un sorriso. Un po’ la voce si era sparsa. Così da un po’ non restava troppo a lungo seduta con il suo aperitivo davanti. Presto si avvicinava qualcuno. La abbordavano, per così dire, con quelle frasi di circostanza con cui solitamente si avvicina una donna. Domandando dove si erano già conosciti. Facendole dei complimenti, cosa che a lei non era certo sgradita. Chiedendo se potevano sedersi a farle compagnia; magari solo due chiacchiere. Poi, alla fine, quando arrivava quel momento, sapeva spiegare loro, con tatto, facendo sembrare la cosa meno imbarazzante. Forse cercava di convincere anche se stessa che non era una merce. Solitamente riusciva a far loro credere che c’era anche del sentimento. Pensava di essere diventata brava.
Col tempo aveva imparato a vestirsi. Anche a scegliere opportunamente la biancheria intima. Era attenta e precisa. Quei pochi soldi in più le permettevano cose a cui fino a pochi mesi prima avrebbe dovuto rinunciare. E aveva preso a sentirsi tranquilla. Era diventata per lei la cosa più naturale del mondo. Non si sentiva certo in colpa, e come avrebbe potuto. Poi, all’improvviso, qualcosa era cambiato. Quel pomeriggio era rimasta sbalordita vedendo entrare Deodato. Lui non si era mostrato per nulla sorpreso, aveva finto di non vederla. Aveva parlato brevemente al banco mentre lei aveva distratto lo sguardo; un po’ era stizzita. Non avrebbe mai immaginato che suo marito andasse a… con altre donne. E per un momento aveva provato la sensazione che tutto il mondo le crollasse addosso. Invece lui si era avvicinato al tavolo cercando di essere disinvolto e si era comportato come se la vedesse per la prima volta. Le aveva chiesto se era nuova di quella zona. Poi se si poteva accomodare. Poi il suo nome. Dopo aver fatto cenno alla sedia con un sorriso amicale gli aveva detto di chiamarsi Samantha.
Avevano chiacchierato per un po’ come due perfetti estranei prima di salire. Davanti alla porta le aveva ceduto il passo. Entrambi si erano sforzati per renderlo bello, per non farlo apparire un semplice incontro clandestino. E, a dire il vero, lui era stato molto appassionato. Forse come non lo era mai stato con lei. Forse più di quelle prime volte quando le aveva dichiarato il suo eterno amore. Lei aveva temuto di non riuscire a trattenersi, poi si era lasciata andare, completamente. Alla fine lui l’aveva ringraziata e aveva messo i soldi sul comodino. Con un sorriso di gratitudine le aveva spiegato che non si doveva assolutamente risentirsi, perché erano solo un regalo per la sua gentilezza e la sua grazia.
Tonata a casa lui era lì e l’aspettava come ogni sera. Nessuno fece cenno a quanto era avvenuto in quella pasticceria, e poi nella camera che affittava sopra ad essa. Semplicemente, dopo cena, guardarono la televisione in silenzio come sempre. Lei si sentiva soddisfatta e solo un po’ affaticata e indolenzita. Si lasciò prendere velocemente dal torpore e poi piombò in un sonno tranquillo.
Il mattino, come sempre, lui era già uscito per andare in ufficio. Lei sistemò le cose in cucina e si ritrovò a canticchiare allegra. Sapeva che lui sarebbe tornato a cercarla ancora altre volte e che l’avrebbe trovata seduta al solito tavolo della solita pasticceria. Che lei si sarebbe fatta trovare o che lui avrebbe avuto la pazienza per aspettarla. Decise di mettere da parte quei soldi per un nuovo vestito che aveva già adocchiato.

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Mercoledì dalle ore 17:00 alle ore 20:00
Casadelcinema Videoteca Pasinetti
Palazzo Mocenigo – San Stae 1990, 30125 Venezia

Nel quarantennale della nascita dell’associazione “Madres de Plaza de Mayo” (le madri dei trentamila desaparecidos che hanno lottato contro la dittatura argentina) le associazioni Assopace Palestina, Kabawil e Restiamo Umani con Vik vi invitano alla proiezione di “Todos son mis hijos”, un film di Ricardo Soto Uribe.

Presentano Luisa Morgantini e Renato Di Nicola.

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Cerchiamo la poesia delle immagini “sulla” e “dalla” Palestina:
Partecipa e invita a partecipare:

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Clicca sull’immagine e su questo link: NAZRA – open call

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VENEZIA – lunedì 19 settembre alle ore 18 presso la sala S. Leonardo – Cannaregioamira-hass-locandina-copia

Incontro con la giornalista israeliana Amira Hass (scrive su Haaretz e su Internazionale) sulla questione dello sfruttamento e controllo israeliano delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati.
Parteciperanno con Amira Hass
Renato Di Nicola – Forum italiano dei movimenti per l’acqua
Luisa Morgantini – Assopace Palestina
Stephanie Westbrook – Campagna No Mekorot

Per capire meglio la situazione idrica in Israele ecco un articolo pubblicato su haretz qualche giorno fa: La crisi idrica di Israele non è finita

 

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ritratto20di20donna20220480x640Cazzo! gli era sembrato subito un volto conosciuto. Ecco perché. Improvvisamente se lo era ricordato o più precisamente il suo dubbio aveva avuto risposta da Google. Non era nemmeno una foto: era la riproduzione di un dipinto. Un olio di Vincenzo Di Giorgio, anche se non sapeva ancora come si chiamava. Era solo un ritratto di donna. Lo aveva visto una prima volta ad una personale dello stesso autore. Solo che lì c’era l’originale: il quadro. I colori erano brillanti. Dalla rete Lei aveva recuperato uno scatto fatto dallo stesso artista per la commercializzazione. Si era innamorato e gli aveva dato buca una tela senza nemmeno un nome e un cognome. E aveva aspettato due ore per niente come un cretino. Di Lei gli restava solo un nick e un indirizzo mail: chiaraluna@fashion.com.
Due ore al tavolo di un ristorante mentre tutti lo guardavano e il cameriere si spazientiva. Voleva trasmetterle tutto il proprio risentimento e la propria rabbia. In una parola aveva bisogno di sfogarsi. Non attese nemmeno il mattino e sebbene fossero ormai le undici, cioè le ventitré, si mise alla tastiera. Non avrebbe potuto mostrarsi troppo scocciata o protestare, in fondo lui era la vittima. E poi voleva proprio vedere che scusa avrebbe trovato. Peccato! stava andando tutto così bene. Si sentiva libero, leggero a parlare, cioè messaggiare, con Lei. Era sicuro di aver trovato l’anima gemella. Invece al primo appuntamento non si era proprio fatta vedere. Certo che era strano litigare attraverso internet. Avesse avuto almeno l’indirizzo skype avrebbe potuto guardarla negli occhi. Quando si litiga si ha bisogno di vedere la faccia dell’altra e le sue espressioni. E l’unico diritto dei litiganti e l’unica arma di rivalsa.
Ciò che era successo per lei era un mistero. Si era preparata al meglio. Meticolosamente. Aveva cercato di essere puntuale. Beh! venti minuti sono una approssimazione tollerabile. Invece… Era rimasta impietrita sulla porta. Era tale e quale quell’attore, figlio di quell’attore famoso. Non poteva crederci: lo aveva riconosciuto subito, ma era con un’altra in tenera compagnia. Lei era così graziosa, sembrava anche molto giovane, troppo, proprio una ragazzina. Si parlavano guardandosi negli occhi. Allora perché le aveva dato quell’appuntamento? E lei stupida… Se n’era andata stizzita e non era più riuscita né a perdonarlo né a darsi pace. Era tutto troppo bello. Eppure un poco ci aveva sperato. Alla fine aveva anche saltato la cena e rientrata avrebbe voluto solo andare a letto. Invece sconsolatamente aveva aperto Facebook senza nemmeno chiedersi perché e aveva subito notato il messaggio. Ma come? Era lui che faceva l’offeso.
Si diceva indignato. Lui sosteneva di averla aspettata a quel tavolo per quasi tre ore, senza badare che se fosse stato esattamente così lui doveva essere ancora là seduto. Lei insisteva che se quella non era sua sorella… e comunque che non si sarebbe dovuto presentare ad un primo appuntamento in compagnia. Evitò i commenti sulla giovanissima età dell’amichetta. Entrambi pensavano di aver ragione e che potevano spiegare quello che era successo. E che l’altro era imperdonabile. Nessuno dei due era in grado invece di capire velocemente i fatti, il perché. Il locale poi non era così affollato. Lui, alla fine, aveva almeno cenato, anche se il conto era stato salato e il servizio discutibile.
Per un po’ non riuscirono che a scambiarsi accuse sfiorando le ingiurie. Lei cercò di limitarsi. Quelle che le venivano sulle lingua erano una serie di parole con la C. Le sputò fuori dai denti nel silenzio della sua stanza ma non le affidò alla tastiera; lei era una signora. Arrivò al “Cretino!” ma riuscì a trattenersi sul “Coglione”! Lui conosceva il limite che non doveva oltrepassare. Non fece cennò palese a ciò che pensava di lei né all’antico mestiere che poteva fare, si limitò e parlare e insistere della propria situazione confermando che: sì! era stato “proprio un vero cretino”. Che delle donne si sa… Potevano con ragione dire che ancora non si conoscevano e già stavano bisticciando. Nella loro brevissima storia, che sembrava già finita, quella era la loro prima lite ed era quasi una lite definitiva seppure comunque pur sempre virtuale.
Poi lui non fu certo ma credette di capire, al tavolo accanto al suo sedeva in compagnia quello che sembrava proprio Danny Quinn[1]. Cavolo: Danny Quinn. Scrisse un enorme “MERDA” che cancellò immediatamente prima di inviare la sua risposta. Era stata proprio sfiga, ma lui era stato stupido a scegliere una fotografia dell’attore per il suo profilo. Eppure era stato chiaro e aveva il libro sopra il tavolo proprio in bella mostra. Con imbarazzo cercò di spiegarsi e giustificarsi. Qualche capello in meno e qualche kilo in più e nei punti sbagliati. Non assomigliava molto a quel maledetto attoruncolo. Certo nemmeno lei doveva assomigliare molto alla Chiaraluna con cui lui aveva creduto di confidarsi aprendole il cuore e di cui si credeva sul punto di innamorarsi.
Lei dichiarò di avere trentaquattro anni e non ventinove come gli aveva precedentemente scritto, togliendosi comunque cinque anni. Lui ammise di non essere alto un metro e ottantuno bensì un metro e settantatré e che l’agenzia non era proprio sua. Lei si aprì e confessò che il suo sogno era quello di realizzarsi come casalinga in una bella casa vicino al mare. Corresse anche le sue misure fisiche; barò solo un poco per quello che riguardava quelle dei fianchi. Lui non le confidò di abitare in una modesto appartamento in un grosso condominio al centro di Milano; nemmeno fece cenno alle sue origini meridionali. Entrambi si scusarono per non avere foto recenti. A quel punto avevano ricostruito un minimo di dialogo ma nessuno dei due sapeva come uscirne e superare quell’imbarazzo.
Lui si chiamava Salvatore ma tutti lo chiamavano Salvo. Lei non si chiamava nemmeno Chiara ma più semplicemente Concetta. Lui non trovava opportuno ammettere di essere infelicemente sposato, però si dichiarò possessore di un suv anche se in leasing. Lei non trovava conveniente accennare che era una matura ragazza madre, ma si descrisse di carattere mite e conciliante. Lui cercò di informarsi sulla disponibilità di lei. Lei inserì solo un grosso punto di domanda. Lui fece copia e incolla di un mazzolino di fiori. Lei rispose postando un sorriso largo.

[1] Daniele Anthony Quinn (Danny Quinn)

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14769070-in-mare-costa-occhiali-da-sole-borsa-di-paglia-spiaggia-e-cappelloLe cronache la ricorderanno come la grande catastrofe o l’ecatombe. L’esplosione avvenne al largo, nel mare. Niente di troppo fragoroso, quasi solo silenzio. Si alzò un onda alta come un grattacielo che si abbatté sull’isola come uno schiaffo. Forse i cronisti tendono un po’ all’esagerazione. Non si può pretendere fedeltà e si deve tener conto che non sono frutto di testimoni presenti al momento dei fatti. I villeggianti più mattinieri erano già in spiaggia. I pochi che alzarono gli occhi non ebbero nemmeno il tempo di percepire il pericolo e gridare. Furono tutti spazzati via. Furono loro le prime vittime.
Quell’estate faceva veramente un caldo insopportabile. Nemmeno la notte dava pace. Raquel aveva lasciato la finestra aperta sperando in un po’ di tregua. Aveva faticato a prendere sonno rigirandosi nuda sopra le lenzuola. Il finimondo entrò attraverso quella finestra ma spalancò anche la porta chiusa. L’abbracciò di un abbraccio freddo. Lei gemette come in un attimo di piacere, poi il mare la succhiò via prima che potesse pensare di coprire il proprio pudore.
Anthony aveva perso il senno e gli occhi per lei. Non riusciva a staccarglieli di dosso. Aveva sperato per tutta la vacanza di vederla finalmente. Di rubare un altro francobollo di pelle oltre a tutta quella lasciata scoperta dal minuscolo bikini. Sceglieva sempre la sdraio vicina alla sua. Cercava tutte le occasioni. Si mostrava gentile ma lei sembrava non vederlo. Quel mattino l’avevano richiamato al lavoro. Era già in macchina quando Raquel gli era passata nuda davanti trasportata dalla corrente. Sarebbe stata la sua grande occasione, ma gli occhi erano ormai quelli sbarrati dell’annegato e non potevano vedere.
Gregory, ma per tutti era solo Greg, stava gonfiando il suo materassone quando aveva visto alzarsi l’onda. Lo stupore si era trasformato in panico e l’aveva fatto distrarre. Sbigottito era rimasto a guardare. Il ronzio della pompa era continuato finché il materasso non gli era scoppiato tra le dita. Un enorme frammento di plastica gli si appiccicò rovente sui denti. Gli occhi ancora spalancati soffocò mentre cercava disperatamente di respirare, ma non bevve una sola goccia d’acqua. Il suo ombrellone si era andato a conficcare diritto nello stomaco di Patrick, ma Gregory naturalmente non aveva fatto a tempo a gioire.
Charlie detto Brown aveva gli occhi stregati davanti alla televisione, maledetto fuso orario. La sua squadra del cuore era stata in vantaggio e poi raggiunta. Anche se era una coppa d’estate e non valeva nulla per lui era sempre meglio vincere che perdere. Aveva indossato la numero dieci. Teneva il telecomando mollemente in mano perché le palpebre cominciavano ad abbassarsi. Tutto si sarebbe deciso ai rigori. Dopo i primi quattro andò via il segnale e un attimo dopo di tutto non restava più niente. Lucy, sua moglie, dormiva al piano di sopra e aveva il sonno e l’alito pesante. Russava in modo assordante tanto che era stato costretto ad alzare il volume.
Nel bungalow i ritardatari della notte videro le prime luci del giorno ancora con le carte in mano. Naturalmente furono le ultime che videro. Brittany non era molto brava nel gioco e si distraeva facilmente, soprattutto per la mano di George sul ginocchio. In verità non aveva avuto fortuna per tutta la notte. Sperava che gliela portasse il mattino o George. Aprì lentamente la mano e spiò le carte: due assi e due otto, tutti neri. Non percepì il pericolo, come detto non era una vera esperta, e poi quella mano era risalita alla coscia. Quando fece per urlare la sua gioia e fare la sua puntata il mare le riempì la gola ed era acqua salata naturalmente.
Solomon detto Cayman aveva seguito un corso da sub. Mentre il mattino si stava facendo aveva voluto mettersi alla prova. Era tutto preso ad ammirare la luce del mare e la fauna dei fondali. Scivolava lieve tra gli scogli e per questo non si accorse di tutto quello che gli stava succedendo intorno. Riaffiorò ma prima ancora di rendersi conto del disastro che lo stava circondando un pezzo di albero di una lussuosa due alberi che era stata ancorata nella rada lo colpì violentemente al capo lasciandolo esanime sul colpo. Elisabeth lo doveva aspettare in albergo ma un attimo prima l’albergo già non esisteva più. Si sarebbero dovuti sposare ad ottobre. Almeno in questo caso la natura non aveva fatto differenze né di genere né di ceto né di nascita.
Assunta Giombarti per tutti, tranne che per la mamma, era solo Giò. Aveva studiato duramente dizione e canto. Era lì per un servizio fotografico. Era stata solo sua l’idea che sarebbe stata una splendida e sensuale sirena; quasi perfetta. E come una sirena sapeva nuotare in quel meraviglioso mondo sommerso. Quella mattina si era svegliata pigra aspettando l’arrivo del fotografo. Si era ammirata ancora una volta davanti allo specchio. Con un po’ di trucco avrebbe reso meno invadente il naso. Già vedeva le proprie immagini sulle più famose riviste pattinate e la pioggia di offerte che la inseguivano per regalarle la più grande celebrità e l’immortalità. La sua interpretazione dell’esanime annegata era stata perfetta, la sua migliore. L’ironia della disgrazia l’aveva relegata tra i dispersi anonimi al numero trentasette e solo la mamma ricordava che tra quei scomparsi c’era ancore il suo tesoro.
Francisca, la domestica boliviana, si era alzata di notte per mangiare di nascosto. Era l’unica nella casa a non preoccuparsi del proprio peso. Solo che i padroni, quei tirchi figli di mignotta pidocchiosa, controllavano il frigo, la dispensa e le guardavano nel piatto. Avevano sempre da dire. Cosa poteva farci lei se aveva sempre fame? Proprio in quel momento stava per sedersi davanti ad un enorme piatto di spaghetti. Lei era una nuotatrice provetta ma venne sballottata per la stanza e poi portata via dalla corrente mentre cercava, con le ultime forze, di ingoiarne almeno una forchettata. Non riuscì ad ingoiare che mare e un riccio sconcertato. Per un attimo tutto quel mare sembrò volersi ritirare e si ritirò portando con sé anche il povero Joseph che era seduto sul water.
Deanna era stata sbattuta fuori dal sonno dal grande fragore. Era un’ora insolitamente mattutina per lei. Non fosse stato per quel senso di vuoto avrebbe inseguito ancora il dormire. Aveva palpato ansiosamente il materasso scoprendo che Neal non era lì al suo fianco. Era scesa per cercarlo. Aveva scoperto il cornuto a letto con Terry. La sua più grande amica, quella vacca, nemmeno aveva avuto il tempo di togliersi il reggiseno. Era sopra il suo amore e sembrava molto impegnata, tanto da nemmeno vederla. Stava per gridare quando lo stronzo le aveva rivolto un sorriso idiota: “Cara, non è come sembra.” –e lei si era sentita confusa. Deanna odiava quando la chiamava cara in quel modo.
Le battute di quella commedia umana seguirono come una raffica veloce. Lei aggiunse su quello che lui confusamente biascicava: “Sei un coglione”. Lui, senza fermarsi cercava affannosamente una giustificazione a cui aggrapparsi: “Potrebbe sembrare… ma non devi pensare. E stata sua l’idea… Non riusciva a… Facevamo solo Deanna concluse senza volerlo togliere dall’imbarazzo: “Stavate solo scopa… Facevate solo sesso”. Lui non trovò altra via di fuga che confermare e confessare: “Ecco… Appunto”. Terry cominciò a squittire come se la stessero spennando o fosse sotto la tortura della ceretta. Anche Deanna cominciò a urlare stavolta allarmata: “Il mare”… Trascinato via Neal cercò di aggrapparsi a Deanna in un ultimo tentativo disperato. Lei si scansò mandandolo a farsi fottere. Nemmeno il tempo di una scusa che quello, il mare, aveva già cancellato tutto: la sorpresa, il tradimento, l’offesa, la rabbia e la casa.
Tra tutte la storia di Abigaille era la più singolare. La giovane aveva vinto quella vacanza ma aveva smesso di amare la vita quando il suo Timothy se n’era andato senza che lei trovasse una ragione. Era la vita ma perché quella vita era capitata proprio a lei? Semplicemente lei non se l’era mai perdonato. Lui era il suo grande amore. Quando repentinamente l’acqua aveva invaso il salotto lei era già esanime a terra. La mano aveva perso la presa del flacone e il resto delle pillole erano sparse tutto intorno. Non si accorse di nulla e il mare fece giustizia abbracciandola tra le sue gelide braccia, cancellando il suo gesto estremo cercando di raccontare un’altra storia. La confuse tra i tanti dispersi vittime solo dell’improvvisa crudeltà della natura.
Joshua McCain era stato l’unico a capire abbastanza rapidamente cosa stava succedendo. Il capo famiglia aveva visto la sua famiglia lottare nell’acqua che era salita velocemente. I suoi ragazzi, Carl e Jannine, non avevano resistito molto e si erano arresi quasi subito. Grosse bolle d’aria erano risalite alla superfice dalla bocca ormai spalancata del maschio sedicenne e poi le braccia si erano abbandonate come svuotate. Gli occhi grandi e spalancati senza luce. Joshua si era guardato intorno cercando la moglie Johanna, poi finalmente l’aveva vista. Aveva tentato con tutte le sue ultime forze di tenerle la testa sott’acqua. Lei si divincolava. Poi le energie erano venute a mancare ad entrambi quasi contemporaneamente e il riflusso li aveva alla fine allontanati come due estranei. L’ultimo pensiero di Joshua era stato per quella ragazza, Raquel, di cui avrebbe continuato ad ignorare persino il nome.
Steve si era rollato un bongo. Lì, nel punto più alto dell’isola, il mare era entrato quasi con delicatezza, lentamente, In ritardo, come chiedesse il permesso. Quando cominciò a cercare l’aria e intorno a lui non era rimasta che acqua lui aveva pensato che era merda veramente grandiosa. Si disse entusiasta “Che trip!” convinto che poi tutto sarebbe tornato come prima. Che si sarebbe risvegliato sudato e soffocato nella solita noia. Era come in un film. Non ne ricordava il titolo. Era in prima fila. E senza nemmeno pagare il biglietto. Non ebbe nemmeno il tempo di provare la paura che già quell’acqua gli aveva riempito i polmoni. Si lasciò andare al suo meraviglioso sogno senza nemmeno rendersi conto di nulla ancora con gli occhiali da solo appiccicati al naso.
Mentre gli ultimi ballavano il digei aveva promesso al suo pubblico un pezzo che era una vera bomba. La stanchezza non aveva permesso che si levasse un grande entusiasmo. Catherine aveva l’impressione ormai di sostenere il corpo inanimato di un Patrick ormai addormentato. Si accorse di sbagliarsi nella stesso momento in cui si accorse che il bel tomo, si fa per dire, stava allungando le mani. Era solo un povero cretino sfigato e quell’estate era stata un vero disastro. Qualche frase galante, qualche strizzatina e niente più. Ogni serata era finita lasciandola solo con l’acquolina in bocca. Ci pensò rapidamente e decise di lasciarlo fare. Era curiosa ed era troppo stanca per protestare.
Il mare si era mescolato al mare e dell’isola non era rimasto che mare e il deserto desolato di un grande scoglio vuoto. Quella fu l’ultima volta che Timoteo usò l’esplosivo per pescare. Forse lui è l’unico che potrebbe confermare come veramente sono andate le cose ma da allora nessuno ha più visto né lui né la sua barca.

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Bandiera rossaNonna era tornata dall’America. Il mondo era diverso allora. Era partita come tanti. Aveva fatto il viaggio inverso da sola. Da sola con quattro bambini. Uno era papà.
Il nonno era morto in un cantiere dell’East river. Erano lì da sei anni, sei anni e quattro figli, anzi cinque, ma uno era troppo piccolo per affrontare quel viaggio. Sei anni durissimi sperando di vedere apparire il sogno americano. Non si era mai presentato. Avevano visto tutto e tutto diventato incubo. Nonna non amava parlarne ma io sapevo.
Aveva deciso che Dio aveva girato le spalle a lei come a tanti. Più che smettere di crederci gli aveva come tolto la sua stima e amicizia. In chiesa non l’avevano più vista. Così molti in paese le avevano girato le spella. Lei se ne era fatta una ragione. Lei aveva tirato avanti. Lei aveva faticato per guadagnare qualcosa da mettere qualcosa sotto i denti suoi e dei suoi marmocchi; così li ricordava.
Poi, come pochi, si era fatta comunista. Forse la prima donna. Forse il primo del paese. Leggeva con fatica ma era curiosa e voleva sapere. Per lei era quello il vero sogno: un mondo senza signori né padroni. Un mondo fatto solo di uomini; di fratelli. “Dove la vita si misura col lavoro[1].
E con quel sogno, nonostante i tempi, aveva fatto crescere i suoi bambini che presto erano diventati tre perché Luca era andato a lavorare in una miniera in Belgio. Nessuno di noi allora sapeva nemmeno dove fosse questo Belgio e a Luca la barba non avrebbe mai cominciato a crescere. Non ricordo di aver mai visto nonna piangere. Rimaneva mio padre, il più piccolo, e poi c’erano due sorelle; due femmine. Loro non faticarono a trovare marito.
Mio padre un giorno mi disse: “L’orgoglio è un lusso che si possono permettere solo i ricchi”. In verità era un uomo caparbio e fiero. Aveva fatto le scuole. Metteva il vestito buono tutte le domeniche e quando lo chiamavano per fare il sensale. E’ stato lui a trovare marito alle due sorelle anche se non lo ammeterebbe mai. La nostra è una famiglia di poche parole che non ama guardare indietro né rimpiangere. Tutti sanno che la vita è dura e nessuno ha alcuna intenzione di cedere. Alla fine era finito in fabbrica.
Presto divenne, mio padre, delegato sindacale. Aveva la stima di tutti i colleghi. Lo licenziarono. Tutta la fabbrica incrociò le braccia. Lo dovettero riassumere. Con amarezza ricorda come divenne dirigente. Mi chiese allora, a me bambino: “Mi hanno comprato”? Gli dissi con ingenua ammirazione: “Nessuno può comprare il mio papà”. Lui mi spiegò di stare attento perché i soldi non fanno la felicità e che quelli erano catene. Niente più fu come prima. Si era come intristito.
Ora ha l’alzheimer, a volte sparla e persino bestemmia, ma a volte è fin troppo lucido. Un giorno sono dovuto ricorrere ad un sonoro ceffone con Leone per ricordargli di portare rispetto per quell’uomo. Leone è il più piccolo. Ora con Elena abbiamo due figli: Michele e Leone, appunto. Ho raccontato a loro queste e altre storie perché guardarsi indietro forse serve a poco ma è lì la nostra forza. Io ho fatto un po’ di questo e un po’ di quello e di nascosto scrivo poesie.
Il cuore sanguina per i Compagni che non ci sono più. E duole ancora di più per tutti quelli che hanno girato le spalle e che hanno tradito. Ero a Genova in quei giorni e loro, i miei figli, erano a Genova con me. Leone mi ha chiesto perché. Non ho avuto indugi: “Non importa se siamo tanti o pochi. Noi siamo l’ultima speranza”.
[1] Pierangelo Bertoli: Un tempo d’oro

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