Feeds:
Articoli
Commenti

La carta d’identità

Mi reco sempre con un senso di disagio in quegli uffici. Come dal dentista. Come per un esame; quand’ero ancora a scuola. Come per le prime lezioni di guida. E questi corridoi mi minacciano continuamente del pericolo di perdermi. E di confondermi. Però sono stato richiamato al dovere. Essere o non essere, questo è il problema. La mia carta d’identità è scaduta l’anno scorso e la devo assolutamente rinnovare. Non so cosa mi può succedere se non lo faccio. Certo nulla di buono. Così mi preparo di tutto punto, con la giacca e la cravatta, e, quando infine non trovo nessun’altra scusa per tardare, né un motivo per rimandare, Mi prendo un caffè e mi avvio cercando di fingermi sicuro.
Niente che non mi fossi potuto aspettare, l’ufficio “Anagrafi & Residenze” è piccolo e grigio così come l’impiegato; una stanzetta poco illuminata. L’omino quasi completamente calvo s’intravvede appena, con due microscopi davanti agl’occhi, dietro una sorta di oblò di vetro, non proprio pulito, con un pertugio in basso per parlare, che costringe l’utente a chinarsi. Aspettato il mio turno paziente mi avvicino al gabbiotto e gli consegno il documento scaduto, e lui lo mette davanti alla tastiera quasi a confrontare le mie risposte. Per farmi capire devo sillabare chiaramente alzando la voce. Non pare del tutto soddisfatto della somiglianza nella foto. Fa alcuni borbottii di rimprovero e commento a farmi notare il mio pigro ritardo a presentarmi per la sostituzione. Lo so da solo che è scritto che dovevo venire prima, ma la verità è che avrei preferito evitare e non venire mai. Forse è una sorta di allergia alle cose futili e tediose. Al conformarsi.
Per la dichiarazione del “Cognome” e “Nome” tutto fila relativamente liscio, tranne qualche ripetizione di troppo. Il personaggio è molto ligio alla precisione e al dovere. Con il “nato il” comincia a guardarmi con un non troppo velato sospetto. Come fossi un non ben accetto immigrato qualsiasi, e forse anche illegale. Ancora “a” tutto liscio. “Cittadinanza” mi precede e io mi limito a confermate: “ITALIANA”. Per i campi relativi alla “Residenza” e “Via” mi chiede se c’è bisogno di un controllo al catasto. Gentilmente declino cercando di convincerlo che so abbastanza bene dove abito. Si informa se l’appartamento è di mia proprietà e se lo dimoro con qualcuno. Sollevo l’obiezione che questo non è di sua pertinenza. Mi invita a non avermela a male giustificandosi col fatto che E’ solo per fare due chiacchiere, comunque faccia come vuole, sono affari suoi. Non avevo bisogno che me lo dicesse lui. Comunque. Per lo “Stato civile” mi guarda con compassione e mi aggiudico tre meno. Stranamente salta il campo successivo, probabilmente per una distrazione.
Quando dichiaro la “Statura” mi ricambia uno sguardo dubbioso, come se avessi motivo di barare. Quando si tratta del colore dei “Capelli” puntualizza che Erano grigi. Rassegnato lascio che scriva bianchi. Per il colore degli “Occhi” vuole accertarsene personalmente. Dopo il verdi aggiunge scuro di sua completa iniziativa. Ma il dramma vero esplode quando si tratta di compilare il campo: “Professione”. Lui scrupoloso eppure me lo chiede: Impiego? Io zelante preciso: Professione? e cerco di scandire il più chiaro possibile sottolineando ogni singola lettera: Scrittore di Racconti; Racconti con la Erre maiuscola, per cortesia. Alza due occhi indagatori e ribatte stizzito: Intanto va apposto tutto in maiuscolo, comunque, e poi qui c’è scritto PENSIONATO. Lo so che lì c’è scritto PENSIONATO, ma c’è la necessità di passare a una rettifica. Guardi che ci sarebbe un modulo a parte da compilare, crede ne valga la pena? Non vorrei fare una dichiarazione lacunosa o mendace. Cosa le fa credere che possa essere così Facile?
Lo prego con l’ultima gentilezza rimastami di riempire il campo eventualmente aggiungendo: e SCRITTORE di RACCONTI. Ma non sia ridicolo, va o non va a ritirare la pensione alle poste. In realtà avrei la domiciliazione bancaria, ma me ne sto zitto prudentemente, vuoi mai che mi chieda pure il codice IBAN che non mi sono portato dietro. Taglio corto Questo sì. Ne nasce una sorta di scomposto alterco. E allora, mi scusi, vede che è un PENSIONATO, e fa rimbombare la parola come fosse la dichiarazione d’indipendenza, com’è dichiarato anche nella sua precedente. Comincio ad averne abbastanza e a perdere la pazienza, non so perché ma non sono disposto a cedere. Ne faccio quasi una questione di principio. Scusi lei, ma mi sento in obbligo di dichiarare le cose come sono; la verità. Ma non sé mai sentito, SCRITTORE di RACCONTI, non è nemmeno contemplato; non s’è mai visto; e poi la “di” andrebbe maiuscola o minuscola. E’ quello che faccio. E’ di quello che vive? Non ne ricavo il becco di un quattrino, ma è quello a darmi piacere. Il piacere non è contemplato. Ma è il motore delle cose. E’ allora si trovi una donna. Guardi che sono rimasto vedovo. Poteva pensarci prima. Prima di cosa? Di venire da me, in questo ufficio; non siamo qui per giocare o, come si dice, per fare la punta agli aculei dei ricci. E intanto ha già strappato il mio precedente documento salvando solo la foto. Mi scusi ancora ma non credo che questi siano affari suoi. Lo sono nel momento che è qui davanti a me; davanti ad un ufficiale pubblico. Tale titolo lo dichiara in modo pomposo.
Se non era per la raccomandata nemmeno ci venivo. Gli spiego che sto facendo solo il mio dovere e lo prego di fare il suo. Borbotta: Proprio come la volpe che prima vuole l’uva e poi la gallina. Mi viene da imprecare, e non ne sono avvezzo. Però ho Sveva. Certamente non sono affari suoi. Non lo vado a raccontare a un semplice piccolo preposto a questa assurda macchina burocratica. Sto per perdere le staffe Lo sa che lei e veramente un personaggio Kafkiano? Non sono certo che sappia di cosa parlo ma la cosa lo deve impaurire parecchio. Teme di ritrovarsi deriso personaggio protagonista in uno di quei tanti racconti. Oppure sono riuscito a fargli pervenire un dubbio. O che ne so. Quello che so è che non ne è tranquillizzato per niente. Chiama il suo capufficio. Cerca di scaricare ogni responsabilità. Mezze frasi. Gli spiega che insisto. Non so l’ultima risposta che riceve, ma non ne è ancora del tutto persuaso Se va bene a lei, signore. Sbuffa.
Torna da me Poi non dica che non era stato avvertito. Batte sulla tastiera come un forsennato in preda all’ira. E’ comunque sensibilmente contrariato. Lo fa ma non lo vorrebbe fare. Costretto. Gli dico in modo accomodante che al posto di SCRITTORE può andar bene anche AUTORE. Torna indietro per correggere RACCORDI in RACCONTI. Per un pelo non sono diventato SCRITTORE di RACCORDI. Qualcosa di imprecisamente sospeso tra l’idraulica e la manutenzione stradale. Sbuffo anch’io mentre lui da voce alla stampante singhiozzante. Quella si lagna e alla fine sputa il mio maledetto documento. Mi consegna la mia carta d’identità, per farmela firmare, stizzito. In tutta fretta sottoscrivo, velocemente, ho solo voglia di andarmene. Apre la bocca deciso a darmi un’ultima opportunità poi ci rinuncia: Chi cerca il suo mal se lo vuole; non dica poi che non era stato avvertito. Alzo le spalle e faccio per andare senza nemmeno Buongiorno.
Mentre esco lo sento mormorare Quante se ne sentono al giorno d’oggi. Tiro un sospiro di sollievo pensando che sia tutto finito. Solo quando sono quasi giunto a casa controllo quello che mi ha rilasciato. Solo all’ora mi accorgo che sopra i puntini dei “Segni particolari” c’è scritto in chiare lettere minuscole, come da disposizioni, Idiota. Non bastasse io nella fretta ho firmato Inbecillle, proprio con tre elle. Per oggi mi basta ed è ormai troppo tardi. Prego Sveta di sistemarsi e di essere così cortese di portarmi un altro caffè.

Il cassonetto

Spesso si era domandato quali fervide menti folli e beffarde avessero partorito la toponomastica[1] della città e il suo nome stesso: Leviatano Brianza. Da bambino si era limitato a chiedersi semplicemente da dove venisse. Un giorno, poco prima delle superiori, aveva prevalso la curiosità. In wikipedia aveva trovato la risposta. Ora sapeva almeno l’origine del termine e lo trovava alquanto stravagante. Continuava a ignorare perché l’avessero adottato proprio per il loro piccolo paese. Ma tant’è. Lì era nato e lì era vissuto. Se quelli degli altri posti ridevano lui lo aveva accettato. Ci aveva fatto l’abitudine. Solo a volte continuava a trovare tutto un po’ macabro. E la notte buia lo metteva un poco in agitazione. Anche se si dava dello stupido.
In quei giorni il comune aveva provveduto a distribuire i nuovi raccoglitori in tutte le strade e nei condomini. A guardarli erano proprio orribili. Un colore diverso per ogni differenziata, ma tutti i colori sembravano sporchi già da nuovi. L’ordine e la pulizia erano principio tassativo per gli amministratori e per tutti. Era l’immagine del vivere corretto ed equanime della comunità. Così ognuno avrebbe pagato solo ed esclusivamente per le sporcizie prodotte da lui e dalla famiglia e/o conviventi. Era una questione di pulizia e di giustizia. Certi scempi ambientali non si dovevano più vedere né tollerare.
Vlad, non come Vladimiro, ma solo Vlad Barbaro, era un quarantenne separato. Quella sera era la sua sera, si era recato a trovare i figli e stava ritornando. Diversamente sarebbe stata una serata come tante. Ma era un sabato, un sabato dispari. Pensava di fermarsi Alla Casa della strega per un ultimo goccio. Per scordare quel po’ di malinconia che provava ogni volta che li incontrava. Dopo il divorzio niente era stato come prima. Aveva già fatto via del Sabba, girato per via Tiamtu fermandosi al semaforo minacciosamente rosso, attraversato piazza di Tantalo o dell’eterno riposo e imboccato il vicoletto del Golgota, quando si era ricordato di avere le immondizie ancora nel sedile posteriore. Se ne era proprio dimenticato. Allora aveva fermato la macchina allo stop, davanti ad un condominio piuttosto grande. Un lampione spettrale illuminava solo un portone e le serrande di due garage. In fila, a destra, erano allineati quei maledetti cassonetti; quasi invisibili dal suo posto di guida. Parcheggiò con perizia e attenzione poco più avanti. Forse era una pessima idea. Ci pensò ancora qualche attimo e poi scese impugnando la busta come una refurtiva.
Era una maledetta notte senza luna. Nemmeno lui avrebbe saputo dire cosa veramente l’avesse spinto verso quella decisione. Tutto era solo ombre e contorni. Le cose non avevano colore. Fortuna che avevano messo le scritte, e che i cassonetti erano sempre nello stesso ordine. Il primo a sinistra per la differenziata. Era un tipo rispettoso. Coscienzioso. Sua moglie, ormai ex moglie, diceva sempre che lo era anche troppo. Fino a essere pedante. Non superava mai i limiti di velocità. Parcheggiava solo nei posti assegnati. Mai nemmeno una multa. Era un tipo che non avrebbe mai fatto niente di simile. Era nato lì e lì era sempre vissuto. Ma quella sera avrebbe preso la decisione più sbagliata da quando era nato. Sapeva che se ne sarebbe pentito. Che si sarebbe sentito colpevole per sempre. Quella vocetta dentro gli diceva Fallo. Non puoi tornare a casa con le spazzature. Sicuro che te ne dimentichi ancora e te ne rammenti quando sei in ufficio. E poi ti resta la puzza il macchina.
Era stanco e un poco alticcio. Piuttosto che riportarle era disposto ad autodenunciarsi e auto-multarsi. Già lì aveva commesso la sua prima infrazione. La prima di tutta la sua esistenza. Non avrebbe mai dovuto mettersi alla guida in quello stato. Il campanile della chiesa in piazza batteva lugubre la mezzanotte; anche se erano solo le undici e cinquanta. Questo l’avrebbe ricordato per il resto della sua esistenza. Alla fine si era deciso. Si era guardato intorno, con fare furtivo, colpevole, non c’era anima viva. Nessuno l’avrebbe visto. Si disse Che sarà mai? per combattere e vincere la sua lotta contro il suo senso di scrupolo per la disciplina. Così si era diretto cauto. Sempre attento e in apprensione. Con le orecchie ben ritte e gli occhi che frugavano ogni angolo di quelle tenebre. Pronto, nell’eventualità, a cercare una scusa o darsela a gambe all’ultimo.
Sghignazzava una civetta. Passò la tessera magnetica davanti al lettore e gli sembrò di sentire emettere uno strano suono. Non poteva che sbagliarsi, doveva aver bevuto un bicchierino di troppo. Forse l’ultimo amaro. Infilò il sacchetto e il cassonetto, con sua sorpresa, lo risputò con una sorta di Puah! schifato. Stavolta non poteva essersi sbagliato. Il rumore veniva proprio dal contenitore. Lo fissò contradetto. Forse era uno dei tanti miracoli della tecnologia. Un semplice assurdo e innocuo cicalino. Cosa stava succedendo? Quella curiosità sarebbe stata l’ultimo sbaglio che avrebbe commesso, il fino a allora ligio, Vlad Barbaro. Provò nuovamente a inserire il sacchetto spingendo con energia e avvicinò la testa per guardare dentro quella sorta di bocca. Per svelare quel mistero. Sentì come un rantolo e il pertugiò lo risucchiò e se lo mangiò. Con un rumore sinistro come di una macina. Alla fine sputacchiò fuori sull’asfalto i suoi vestiti masticati e frammenti di denti e altri materiali bianchi indigeribili. E tornò il silenzio.
Le prime luci del mattino cercavano di illuminare le cose cospargendo il paese di ombre lunghe. Lucrezia SantIddio, che tornava dal turno di notte, vedendo tutto quel pandemonio di disordine, paziente raccattò quei frammenti che parevano d’ossa, si fece riconoscere e li mise nella differenziata. Quei quattro stacci, che sembravano azzannati da uno storno enorme di tarme, li infilò nel contenitore più grande: quello della Caritas. Si guardò intorno e se ne andò soddisfatta, non senza essersi chiesta chi era quel morto di fame che aveva potuto generare un simile disastro. Era decisa a denunciare la cosa al comando dei vigili urbani e alla direzione della stessa società per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Non era disposta a pagare un aumento di tributo per altri.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno

Erano passati ormai due anni. Di loro non si parlava finalmente quasi più. Poi la notizia era esplosa all’improvviso, in un baleno, come dei fuochi d’artificio. E che fuochi. Avevano interrotto tutti i notiziari. E tutti davano contemporaneamente la stessa nuova:
«Una splendida mora, meravigliosa, una donna evidente e attraente, alta quasi due metri, vestita perfettamente come Malefica, tanto da sembrare la stessa, ma le forze dell’ordine hanno escluso potesse essere la predetta, in quanto è unanimemente noto e risaputo che trattasi di una persona non appartenente alla realtà, è entrata in studio, in diretta, interrompendo le trasmissioni, tra lo stupore dei presenti, per leggere un farneticante editto di un fantomatico nuovo gruppo politico sconosciuto, per altro da lei non citato, si presume di estrema sinistra, o un già noto o nuovo gruppo terrorista. In realtà la bellissima donna si è limitata alla declamazione di un semplice proclama, di un breve messaggio, che gli esperti non sono ancora riusciti a decifrare, una sorta di dichiarazione d’intenti, quasi in forma di semplice slogan:
I ricchi sono come il pollo, sono buoni dopo che sono stati spennati.” e subito dopo è uscita e si è volatilizzata, prima che il generale disorientamento si ricomponesse, e che qualcuno trovasse il tempo di reagire e potesse intervenire. Polizia e carabinieri, grazie ad una soffiata anonima, hanno subito interrogato un losco personaggio, già conosciuto alle cronache e ingabbiato, il quale ha dichiarato dalla cella ai tutori e poi ripetuto esattamente, parola per parola, quanto precedentemente detto anche in interviste ai giornali: “Sono certo che non può trattarsi che di lei. Sì, ho visto il servizio in diretta. Non ci sono dubbi, quella sullo schermo era proprio Malefica. Era molto più bella, con due gambe lunghissime, e poi avete visto che poppe?” Anche uno studente, davanti all’ingresso della sua facoltà, aveva rilasciato una dichiarazione che su per giù ribadiva gli stessi concetti, terminando anche lui con un eccitato “Ma avete guardato bene che gran poppe?”, proprio quasi lo stesso medesimo concetto. Il noto gioielliere, sospetto di ricettazione, Aronne Hagmann, Proprietario, a sua detta, del diamante più grande del mondo, da noi rintracciato, o per meglio dire che ci ha subito contattati, sostiene invece, con assoluta certezza, che si tratta proprio di una delle criminali, autrice del suo efferato rapimento, e proprio di quella che, con una scusa banale, aveva attirato la sua attenzione distraendolo, Giura di averla riconosciuta invece dalle chiappe. Tutti ricorderanno il grande eco avuto nei media della delittuosa impresa, della quale inizialmente venne sospettata persino la mafia, e la lunga e angosciante prigionia e le faticose trattative per il rilascio del poveretto. Dalla vostra amatissima Luisa Almiraghi, per ora è tutto.»
Non più tardi di alcuni giorni dopo. Era riportata su tutti i giornali. Persino sulla Gazzetta: «I due clown sono tornati in azione. I due spregevoli personaggi vestiti da clown, sicuramente due splendidi artisti circensi, stamattina hanno rapinato un porta-valori, ballonzolando come in una buffa danza, si presume possano essere fratelli, poi, tra lo stupore dei presenti, hanno accatastato tutto quello che avevano arraffato, banconote e assegni, e gli hanno dato fuoco in un grasso falò, davanti ad una nutrita folla, che non ha potuto intervenire, nel mezzo della piazza. Incredibilmente la stessa folla invece di tentare di spegnere le fiamme si è messa a ballare attorno al fuoco e alcuni, anzi molti, probabilmente chi abitava nei paraggi, sono corsi a prendere nelle loro case, i loro costumi da clown. E’ anche così che i malviventi si sono potuti, mescolandosi alla folla, eclissare per tornare a sparire nell’anonimato. Il loro trucco era tanto meticolosamente perfetto da non poterli distinguere da quelli veri; ripetiamo due veri artisti, ma artisti con la pistola. Si teme che altri atti inconsulti simili si possano ripetere. Di tutt’altro avviso sono gli organi preposti che pensano a una estemporanea goliardata destinata a non aver seguito. Personalmente sospettiamo che le dichiarazioni siano state rilasciate unicamente per non diffondere il panico, tra la gente e in borsa. Anche loro, i due squinternati, sembrano legati al sequestro di due anni fa del noto Aronne Hagmann, già richiamato, a più riprese, al disonore delle cronache. Anche in quel caso portavano le pistole; erano gli unici due armati. Forse perché, allora, in una banda con tanti mascherati da donne, i due, che erano mascherati in modo maschile, avevano il gravoso compito di cimentarsi in quell’interpretazione che richiedeva una mimica particolarmente virile. La categoria dei clown ha manifestato immediatamente la loro protesta e hanno dichiarato che, qualora se ne presentasse il caso, provvederanno ad inoltrare regolare querela, verso per ora ignoti, onde difendere la buona reputazione del loro ruolo di intrattenimento e della categoria. Saluti e a risentirci.»
Dopo un intervallo di silenzio si è arrivati a quella del primo di aprile: «Una Pippi Calzelunghe, di cui abbiamo solo l’identikit, per altro dove il disegnatore non si è dato nemmeno la briga, forse di fretta, di completare la ricostruzione e riportare esattamente gli indumenti indossati, forse i più giovani nemmeno ricorderanno il personaggio, basta cercare in rete un episodio della serie, sia per il modo di vestire sia per il personaggio stesso, ma abbiamo consultato un esperto di storia della televisione, il quale ha confermato la nostra prima ipotesi, cioè che si trattava proprio di lei, ancora molto giovane, ma esperta, che però poi si è rivelata essere una semplice sosia. La cosa era palese, e ci potevano cadere solo degli incompetenti, qualche citrullo, o qualcuno di quei fanatici che sostengono che la tele è il diavolo, ma vai a sentire quante se ne sentono: come avrebbe potuto essere ancora la stessa dopo tanti anni? La finta innocente Pippi, che da qui in poi chiamerò solo così per praticità, armata di tutte le sue grazie ben esposte e di un pericoloso M14, dicevamo, è entrata in una Farmacia, in pieno giorno e in pieno centro, facendosi consegnare tutte le scorte di Polamidon, Eptadone, Dolophine, eccetera, cioè tutti i farmaci della famiglia del Metadone e similari, per limitarsi a versarli tutti nel water e poi tirare ripetutamente lo sciacquone, nell’orrore del farmacista, affermando semplicemente: “Siete tutti degli assassini”. Intasando le fogne cittadine che ora pare mandino un effluvio strano, gorgogliano di singolari bolle, i tombini emettono bizzarri stridii e canti, e pare anche siano invase da un esercito di topi elettrici gaudenti; un vero schifo strabordante. La giovane sembrava in preda ad una forte agitazione forse derivata dall’uso di una qualche ignota sostanza chimica. Incredibile. Nello stesso giorno, nel giro di un paio d’ore, se è proprio lei senza nemmeno cambiarsi d’abito, sembra, ma non è certo che sia la stessa, e la rapidità della tempistica parrebbe escluderlo, è entrata presso la Dolci & Delizie S.p.A. e ne è uscita con un articolato contenente sembra circa due tonnellate di liquerizie; da una stima approssimativa. Dov’è finito il carico non vi è alcune conferma né certezza, ma stranamente il quartiere è stato in seguito animato da una folla di ragazzini giubilanti dalle labbra nere, come tanti cantanti di jazz, e sporchi come spazzacamini. Nessun’altra nuova, nefaste nuove.»
E dopo il concertone, quasi fosse un appuntamento mensile, era arrivata la seguente: «In questo caso ormai è certo che si tratti di una donna, proprio donna. Una fantomatica Maga Magò, che anche qui abbiamo solo in disegno, a cui, maledizione, manca proprio la testa, giacché nessuno ha potuto dire di averla vista bene, tanto da darne una descrizione attendibile, forse non più giovanissima, secondo alcuni non proprio bellissima, ma tutti sono stati concordi nell’affermare che era fornita di abbondanti, anzi enormi e sodi pettorali, difficili da non notare, è tornata a far parlare la cronaca; s’è messa nuovamente sotto la luce dei riflettori. La signora delinquente, e questo è quasi sicuro e accertato, ha forzato uno sportello di cassa-continua, di una succursale della Imperiale Mutua Banchieri, per poi correre nel vicino supermercato ed investire il maltolto in buoni spesa gratuiti non nominali, fino ad un massimale di euro 100, da distribuire ai presenti, e restando lì, alle casse, con le cassiere incredule e inebetite, a controllare che fosse interamente distribuito risultato della sua folle impresa. Anche chi in fila aveva già il portafoglio in mano rapidamente l’aveva rimesso in saccoccia, per poi mostrarsi non certo sdegno per l’accaduto che stava accadendo. Purtroppo siamo davanti ad un altro nuovo caso di cittadini imbelli, senza scrupoli né coscienza civica, né capacita di discernere. Unica cosa che trovi un precedente tra due delle imprese, è un azzardo a dirlo, ma, sembra almeno che qualcosa in comune, forse meno di un indizio, ci sia con l’apparizione pubblica su tutti gli schermi della cosiddetta Malefica. Anche in questo caso le dichiarazione dei testimoni sono state lacunose, ma coerenti e concordanti su un punto, su un aspetto della criminale, forse non irrilevante, anche se per lei, per quest’ultima, hanno parlato di colossali e abbondanti tette. La differenza da noi, dopo scrupolosa è attenta analisi, evidenziata, ci sembra solo lessicale, e abbiamo subito provveduto a sottolinearla alle autorità competenti, quale semplice teoria, magari azzardata, che sembra essere solo sul termine: nel primo caso poppe, invece in questo proprio tette. Ci troviamo in dovere qui di riportare a conclusione del resoconto un trafiletto di un noto collega beninformato il quale accenna che la detta Maga Magò, diamo come fosse vera l’identificazione provvisoria, e come attendibili le sue parole, davanti alle casse, ne avrebbe estratta una, al cospetto degli astanti puntandola in modo minaccioso, ma nessuno si è fatto fortunatamente prendere dal panico, solo una donna ha avuto un breve attimo di svenimento, dicendo qualcosa come: “Tiè, godetene. Mi son costate come le vostre spese d’oggi.” La frase, che sarebbe stata esclamata, non è riportata come un vero virgolettato perché, a memoria, il predetto ha solo cercato di riportarne il senso. Il tema: “Crimini e Tette” è diventato quello del giorno.»
I tempi sono quelli che sono. Per fare una semplice rapina si rischia di doversi mettere in coda. Per questo s’era preparata prima dell’ apertura e aveva dato la preferenza alle poste. Questa era diventata rapidamente l’ultima nuova: «Ormai questi fatti richiamano sempre meno la curiosità da parte della gente e dei media. La nostra città intera sembra sotto assedio. Un’improvvisa invasione di reati scuote le nostre strade, le cose case fin dalle fondamenta, lo stesso nostro sistema, e la cosa più incredibile è che sembrano tutti compiuti da donne. Proprio da vere donne. Un’avvenente Betty Boop, qui purtroppo solo ritratta dal nostro artista in studio, molto ammiccante, e molto poco coperta, è tornata a fare la sua comparsa sulla scena di un delitto, a riempire le pagine di nera. Anche in questo caso viene citato il nome di Aronne Hagmann. Qualcuno sospetta che si è travalicato il confine della realtà, e che il crimine sta entrando nel mondo della fantasia. La balorda, sotto la manaccia di un’arma, dove la tenesse nascosta non è dato sapere, è, a quanto pare e viene riferito da fonti degne di attenzione, entrata alle poste e ne è uscita, subito dopo, con l’ammontare di tutti i versamenti del giorno dei conti correnti postali, tutti in monetine, come diavolo ci sia riuscita non si sa, per poi servirsi, di nascosto, a loro insaputa, anche del pilota, di un aereo leggero che, trascinando un lungo banner “Viva Faliero e Ivona”, doveva sorvolare la città per il festeggiamento del matrimonio, e che invece di far piovere solo coriandoli si è trovato a dar vita ad un vero acquazzone di quelle monetine, con grave pericolo delle teste sottostanti, ma altresì giubilanti. La vostra sempre seguitissima Luisa Almiraghi; grazie della vostra cortese attenzione e per ora è tutto.»
Alcuni testimoni, ma questo non è stato riportato, casualmente presenti sia sulla scena del primo crimine e anche in questa ultima, ovvero all’interno del predetto ufficio delle poste e telecomunicazioni, quasi si sono accapigliati nella discussione su chi le avesse più lunghe, le gambe. Stava vincendo la prima per tanti a pochi. “Vuoi mettere quella? Una vera gigantessa”. “Ma l’avete guardata bene”. “Non ho guardato altro”. “Io sono uno che ne sa di spacco di cosce”. “Si faccia controllare la vista”. “Non c’è proprio confronto”. “Orbo sarà lei”. “Lei e tutti i suoi pargoletti”. “Questa era quasi una tappa”. “Tappa sarà tua madre”. “Lasci stare la mamma”. “Non occorre scaldarsi. Si diceva”. Viviamo ormai in un mondo in cui il massimo sport, compreso il calcio, è quello di accapigliarsi. Alla fine è stato trovato l’accordo e si è convenuto, con soddisfazione quasi unanime, anche dei non presenti, dei semplici curiosi dell’ultimo, che: “Quelle di Betty erano però più ben tornite”.

SECONDO TEMPO
Virginia conosceva fin troppo le sue… i suoi… polli, le vecchie amiche, le allora complici. Non potevano che essere state loro. Lei era intervenuta solo per creare un po’ di confusione. All’ultimo momento. Per non lasciarle sole. E perché no? per dare una ulteriore lezione. Era una semplice comparsata. Era stata e rimaneva il loro capo. Decise di chiamarle a rapporto: “Facciamo da me alle sette”.
Le fissò tutte severa: “Che vi credevate di fare”? Le amiche tacquero un silenzio massiccio. Gli occhi già colpevoli, dando uno spettacolo desolante, non degno di loro. Allora passò all’attacco diretto: “Saresti tu quella alta quasi due metri”? “Cosa c’entra? Saranno state le corna, anche quelle delle loro madri, i tacchi. Niente di meno attendibile di un testimone oculare. Tutti vedono solo quello che vogliono vedere”. “Maga, dimmi della storia dei buoni”. (con Maga s’intende naturalmente Maga Magò) “Cosa vuoi che dica, tutti erano strafelici e soddisfatti”. “Proprio come i miei bambini”. “Al momento mi sembrava bello. Divertente”. “Tutto qui”? “Tutto qui”. “Perché, Maga, non te la sei presa direttamente con loro”? “Perché sono una cooperativa”. “Vedi che ti sei fatta fregare”. “Cavolo! anzi… Cazzo”! “Perché non tenerli”. “Dove li mettevo? dopo l’ultimo ne ho fin troppi”.
Non era facile tenerle tutte attente: “Sai qualcosa di lui”? “Lui chi”? “Lui”! “Non molto. Credo sia alla ricerca della sua Casablanca. sembrava deciso a diventare la settima sorella. Ma noi non saremo mai le sette sorelle”. Meglio non distrarsi: “Inutile chiedere alle altre. Temo di ricevere risposte simili. Le verità è che vi stavate annoiando. Non è vero”? “Volevo chiedere… posso portarmi a casa due corazzieri”? “Paoletta, fai la brava. Ne avrai di tempo per queste cose”. “Non mi dispiace toglierli a chi ne ha troppi”. “Non vi sarete, per caso, messe in testa di fare politica”? “Sei pazza”. “No assolutamente”. “Niente politica, siamo intese? noi la politica la lasciamo fare a loro”. “Ne ero certa”. “Certo certissimo”. Persino nel linguaggio stavano diventando delle vere professioniste. Severina era stata una maestra preziosa. Alla sola idea di tornare in gruppo, e in azione, ne erano già tutte strafelici: “E allora cosa si fa”? “Cosa proponi”? “Sequestriamo il premier e tutto il suo consiglio di amministrazione. Che ne dite”? “L’idiota”? “No, quello vero”. “E quanto chiediamo”? “Tutto”.
Ma la cautela non è mai troppa, prima: “E se intervengono”? “Non lo faranno. Non vorranno correre questo rischio”. Sempre la riconoscibilissima Severina: “E se lo fanno? Se fanno cantare le baiaffe, le canterine”? “E se lo fanno”? “Ci facciamo largo facendo un muro di fuoco. Un vero enorme scaratto. Guarda che le cose le so anch’io”. “Non possiamo”. “Ma chi l’ha detto che non possiamo? sicuramente qualche uomo”. “Non s’è mai visto”… “Mai sentito di”… “Facciamo come Butch Cassidy e Sundance Kid in quel film. Gli facciamo assaggiare l’inferno”. “Io voglio fare Billy the Kid”. “Stai buonina, Pippi”. “Va bene, però”… “Basta che porti dietro l’innaffiatoio, il tuo argomento convincente”. “Ormai il mio Lutring me lo tengo stretto più delle mutandine”. “Se è per quelle”… “Brava”. “Che ne sai”? “Allora andiamo e mandiamoli tutti a casa”.
Si sentivano più forti di tutto. Di poter conquistare il mondo. In fondo non era che un uomo. Semplicemente un uomo, in mezzo a altri uomini. Un animale da piacere. S’era mai visto in uomo farla in barba a una donna. Figurarsi a delle donne. Era ora di finirla. Di smettere di mentire. Altro che la ramazza. Un uomo si perde anche dentro un paio di mutandine con i merletti. Lo dice anche il passato. Basta leggerlo dal verso giusto. Provate a farlo stirare le sue camicie. Perché fare la politica, erano solo donne, quando potevano rifare la storia. Con quella forza erano entrate nell’ampio salone e gli avevano sequestrati tutti sotto la minaccia di una Beretta più una Glock 17 Gen 4 calibro 9×21, 17 colpi, due Colt, una S&W (Smith & Wesson Model 10 cal. 38), un Barrett FN F2000 e naturalmente l’ M14 di Pippi.
E li avrebbero fatti stare finalmente zitti. L’unico rischio che potevano correre era proprio nella verbosità dei politici. In quel loro noioso canto delle sirene. Dovevano essere attente e veloci nel zittirli. Dovevano essersi iniettata una qualche droga, un filtro, in quelle loro maledette corde vocali. Erano in grado di venderti anche tua madre. A me gli occhi. O forse era solo perché erano i banditori della voce per la pancia della stupidità mediatica e massificata. Il nuovo populismo. Questa era la lezione lasciata dal grande puffo.

La shampista [2]

Sono rimasto completamente calvo, ma non ho perso la speranza nella ricrescita.
Ho trovato anche una poltrona di seconda mano per farla lavorare più agevolmente. E ormai il bagno grande è riservato a noi. Almeno quando deve venire lei. Aveva imparato, sperimentando su di me, anche a tagliarli. Mi sistema anche la barba. Le sopracciglia. Rade invadenze eventuali sulle orecchie e sul naso. I peli continuano a crescere da per tutto. Solo sulla zucca mi hanno completamente abbandonato. Per ora. Ma l’apoteosi resta il trattamento in testa.
Non mi guardo allo specchio perché la mia immagine mi fa ribrezzo. Mi imbavaglia come un ragazzino. Si preoccupa che stia comodo. Poi si mette all’opera. Mi impiastriccia tutta questa palla da biliardo di olii e creme. Mi friziona. Mi massaggia. Mi sciacqua senza perdere una goccia, e ricomincia. Paziente. Io devo solo starmene lì buono e godere. E’ il paradiso. Le sue dita mi penetrano dentro. E’ una sensazione strana. Profonda. Straordinaria.
Giacinta va è viene. Non perché non abbia fiducia. Ci mancherebbe altro. Io mi fido di lei e lei di me. E poi vede la mia compagna. Cristelliana non è ragazza. ovvero donna, da grandi passioni. Una scusa vale l’altra. Solo perché siamo in casa. Per chiedere se la nostra ospite è stanca. Se ha voglia di un caffè. Di una pausa. Di quattro chiacchiere. Se le manca qualcosa, ma lei porta sempre tutto il necessario. Se c’è bisogno di altri asciugamani. Se ci sembra che ci siano delle novità. Forse anche lei mi preferiva con i capelli. Anche solo per avvertirci se deve uscire. Intanto il tempo scorre. Si avvicina a consumarsi. E sento uno strano formicolio come in sottofondo. Forse tutte queste cure, il trattamento. cominciano a funzionare. Certo funziona per il mio piacere.
Finalmente trovo il coraggio e glielo chiedo: “Posso chiamarti Cristi”? Lei me ne da il permesso con un sorriso stranito che sembra che sia io a farle il piacere. Mi sembra che sia più facile parlare. Senza troppe barriere. Senza troppo remore. Con un po’ di confidenza. Ormai ci vediamo da mesi. Ormai qualche volta si mette anche un po’ più libera. Bada meno all’etichetta. Ormai l’aspetto anche se sono in pigiama. Con l’accappatoio. Come oggi. E’ una ragazza strana. Che sa stare al suo posto. Non so darle un’età precisa. Potrebbe avere venticinque anni come trenta. E almeno una decina di chili di troppo. Anche se ultimamente mi sembra che stia più attenta.
Giacinta è venuta a controllare ed è già uscita. Nemmeno sono stato ad ascoltarla. Per un po’ non entrerà per chiedere se ne abbiamo ancora per molto e come va. Mentre lo dico mi chiedo se mai non sia l’idea più balzana di tutta la mia vita. Bizzarra. E lei mi guarda esterrefatta. Colta completamente di sorpresa. In contropiede. Forse l’ho detto solo per trattenere ancora un po’ la sua presenza. Forse senza pensarci. Forse per essere cortese. “Posso essere io a farlo a te”.
Quel “Te.” mi da un senso di serenità. “Che cosa”?
Spalanca la bocca contornata da quelle sue labbra sottilissime e irregolari. “Ma dottore”…
Uno shampoo”? Per la prima volta si distrae e mi sfiora. Con un seno. Impercettibilmente. Ho la conferma, forse solo l’impressione, che siano come pensavo. Come me lo sarei aspettato. Leggermente abbondante, ma un poco rassegnato. Poi penso ad altro. Correttamente. Aspetto solo la sua risposta. La sua decisione. “Solo uno shampoo”?
Tace. Chi tace acconsente. O almeno valuta la proposta. Non le lascio troppo tempo per riflettere. “Che sarà mai? Voglio provare. Mettiti comoda”.
Lei alza le spalle e ci cambiamo di posto. Sostituisco l’asciugamano prendendone uno pulito. Lei piega la testa e lascia che glielo sistemi sul gozzo e sulle spalle. Ci infila sotto le braccia. Sono stato attento. Ho visto come fa. Ne scelgo uno all’olio di palma. Le bagno i capelli e li riempio di shampoo. Poi inizio a frizionarli. Monta una schiuma incredibile. Si perde quel colore opalino. Diventa bianca e abbondante. La faccio lievitare e straripare, poi la lascio solo depositare per un po’. Intanto cerchiamo di dialogare del più e del meno. Lei resta ad occhi chiusi. Le palpebre appena accostate. Come in trans. La sua voce sembra navigare distante. “Lo sa lei, dottore, che non mi è mai successo”.
Non le chiedo niente. Lo prendo come un incoraggiamento. Quando torno a prendermi cura di lei volutamente le sfioro quel seno. Lo stesso. Quasi solo per curiosità. Lei sorride. Non ha trovato malizia in quel gesto. O non lo sa oppure mi perdona. Direi che ormai siamo quasi amici. Me n’ero accorto all’istante, la cosa funziona anche così. Anche di più. Avverto che mi piace immergere le dita nella schiuma e nella sua chioma. Frugarla. Aggrovigliarla e poi sbrogliarla. Pettinarla con le unghie. Leggero come una piuma. E poi ancora. E ancora. Mentre è abbandonata nelle mie mani mi confida che a lei sono sempre piaciuti gli uomini calvi. Mi sorride alzando leggermente il capo. Torna a chiude gli occhi e penso provi quello che sto provando io. E che provo quando lo fa lei. Quando li sciacquo, già la prima volta, i suoi capelli lasciano un alone nero nell’acqua. Credo che potrei impazzire.
Forse non se ne accorge ma è troppo. Quello che provo è quasi esagerato. Prodigioso. Indugio sul suo cuoio capelluto. Manipolo e perlustro come se fossi in cerca di rubarle qualche idea. Se potessi infilarle i polpastrelli dentro la sua testa e se le idee avessero una loro fisicità. Fossero di materiale organico. Che potessi afferrarle, le idee, una ad una, tra il pollice e l’indice. La cosa sta durando fin troppo. Lei se ne accorge. Mi consiglia che è tempo di finire. L’acqua che scende non è più così nera. “Ora tocca a me, dottore. A servirla”.
Se non la guardo solo con gli occhi la vedo diversa. Non credo sia perché stasera è anche più nera del solito. Un po’ di colore le è sceso lungo il viso. Lo scaccia con la mano. Decisamente non è bella, ma è una donna. Anche se con una decina di kili di troppo. E le sue mani mi fanno impazzire. Ha i capelli ancora bagnati. Scuote la testa. Era troppa l’emozione. Non ho pensato al phon. Maledizione. Sono stato uno stupido. Ho perso l’occasione. Ma sono andato troppo oltre. Non posso lasciarmi sfuggire l’opportunità. Devo correre il rischio. Anche se so che potrei anche perderla. Non posso fare a meno delle sue mani. Ma mi hanno parlato dentro. Rigirato come un calzino. Sconvolto tutto. Perciò… Non posso sottrarmi. Debbo farmi temerario. Che sia quello che deve essere. Magari dopo posso provare a farmi scusare. Magari con un mazzo di rose. “Posso chiederle una cosa”?
Mi risponde immediatamente. “Dica pure, dottore”.
Me la può fare una cortesia”?
Si mostra disponibile. “Tutto quello che vuole dottore”.
Lo può prendere in bocca”?
Nemmeno l’accappatoio mi permette di mentire. Non sa o fingeva di non capire. Mi guarda con un diavolo per capello e gli occhi spalancati. Si pianta le mani bagnate sui fianchi. Ha l’aria di voler piangere. Ha il ghigno di volermi colpire. “Ma come si permette”?
Mi faccio più piccolo che posso. Mi rintano dentro di me. Non ho il tempo per cercare una scusa. Sono stato un idiota. Dovevo saperlo. “Non volevo offenderla. E’ che le sue mani su… su di me, mi hanno fatto sentire qualcosa. Una sorta di confidenza. Un bisogno di coccole. Mi spiace. Mi scusi se l’ho offesa”.
Espelle tutta l’aria che ha nei polmoni e ne trae un sospiro di sollievo. Si rilassa. “Ma se è solo quello. Chissà cosa ero andata ad immaginarmi. Se lo chiede così. E con gentilezza. Mi scusi lei, dottore. Capisco. Magari un… un pochino. Faccio subito”.
Mi spiegherà in seguito che aveva immaginato il lembo di quell’accappatoio. A cose simili. Io avevo pensato proprio a quello. Desideravo vederla fare il cagnolino. Se la guardo mi distraggo. Chiudo gli occhi e sono nella più completa beatitudine. Chiude gli occhi e non so immaginare cosa pensa. Forse anche lei pensa a qualcuno che in questo momento non c’è. Forse a qualcuno che non potrebbe avere. A una specie di principe azzurro, molto diverso da me. Forse solo a me. A quello. Per non distrarsi. Mi piace crederlo. “Cristo, Crista sei adorabile”.
La sventura è che dura poco. Esce per fare la pipì; credo. O per sciacquarsi la bocca. Non lo so. So solo che esce. Sta via solo un attimo. Torna e io ho ancora la testa da sciacquare per l’ultima volta. Non si e dimenticata di me. “Posso confessarle una cosa, dottore; spero che mi capisca. Che mi perdoni. Speravo che me lo chiedesse. Non ci credevo proprio. Mi so guardare allo specchio. E lei è un signore tanto gentile. Elegante. Le posso consigliare una cosa? Non prenda il caffè per un paio di giorni. Ho messo un po’ di cantarella nello zucchero. Così potrò farle lo shampoo anche tutti i giorni. Tutte le sere. Senza che quella, mi scusi, ci disturbi”.
Ora sono un vedovo inconsolabile. La casa è un po’ vuota senza la povera Giacinta. Mi sono tolto definitivamente l’abitudine per il caffè. Il fumo uccide, ma uccide di meno. E mi rende meno nervoso. Abbiamo deciso, io e Cristelliana, che lei viene tutte le sere, finché non si stabilisce definitivamente da me. Se non ha altri impegni si ferma anche a dormire. Solitamente mi allarma prima: “Se ha pazienza, dottore, poi facciamo come quella magica sera. Io li lavo a lei. Lei li lava a me. Senza fretta io li lavo ancora a lei. E poi, se fa il bravo… E poi”… Lascia la frase in sospeso. Non lo dice mai, ma sorride sempre con quel ghigno da furbetta. Stasera ha i capelli del colore della zucca. Sembra diversa. Stasera ho tutta l’intenzione di sporcarli di me e poi risciacquarli, e sporcarle anche tutta la sua brutta faccia.

Ore dodici e trenta in punto, spaccate. Salone enorme. Tavolo chilometrico. Ci doveva volere una fatica ciclopica per tenere pulita tutta quella stamberga. E un oceano di olio di gomito per tutti quegli argenti. Per non parlare degli altissimi vetri alle finestre. Naturalmente il Signor Conte era seduto a capo tavola. La Signora Contessa alla sua sinistra, poco distante. Il Signorino Rampollo all’altro capo della tavolata imbandita. Le luci non erano accese, per risparmiare. Il sole entrava timidamente di striscio. Anemico. Tutto questo quando era entrata la cameriera con la zuppiera fumante in mano. Cappelletti in brodo. Aveva la crestina in tulle immacolata inamidata in testa, naturalmente la donna a servizio, un bianco grembiulino in simil raso sopra l’abito in poliestere, obbligatoriamente nero, non troppo corto, e sotto ancora una sottogonna in tulle. In tutti gli indumenti si poteva però notare il prolungato uso. E anche gli abbondanti merletti cominciavano a sfilacciarsi.
Il Signor Conte, impaziente come sempre, col tovagliolo già infilato nel colletto, la rimproverò che era stanco di ripeterle che si doveva servire mettendosi dall’altra parte. Lei girò attorno al seggiolone e ubbidiente si mise a sinistra e lui le poggiò la destra dietro incurante di essere visto. Il piatto era leggermente sbrecciato ma quasi non si poteva notare. Lei versò nella porcellana, con molta perizia, il primo mestolo di minestra. Fai attenzione a non versare. La mano si era data un gran da fare per scostare tutte quelle stoffe. Certamente Signor Conte. Nel loro vocabolario le maiuscole erano d’obbligo. Versò con la massima cura anche una seconda razione del tutto simile alla prima. Il Signor Conte ci teneva alla precisione. Soddisfatto alzò la mano nel gesto che segnalava che bastava così. Le ricordò di aggiungere un bel po’ abbondante di parmigiano e la accomiatò, ridendo soddisfatto a quattro ganasce, con una gran patta sul sedere.
Lei passò a servire la sua Signora Padrona girando al largo dal Padrone. La Signora contessa era palesemente indispettita dal comportamento dell’Illustre Coniuge. Non riusciva a trattenere la sua giusta collera. Possibile che nemmeno a tavola tu ti sappia comportare come si deve? E davanti agli occhi innocenti di nostro figlio. Su tale innocenza ci sarebbero stati fiumi di parole da spendere, ma il Giovine Signorino trentenne se ne stava zitto a godersi il bisticcio aspettando la sua razione. Volevo solo controllare… i miei possedimenti. Non ti preoccupare, è ancora sodo anche il tuo. Non come quello di Cesarina, però… Era molto frequente che il loro desinare fosse ravvivato da discussioni simili. La cameriera ormai nemmeno li stava ad ascoltare. Badava a fare al meglio il suo lavoro. Sei sempre stato solo un gran bifolco. Dove avevo la testa? Il Signor Conte non si era premurato di non esporre le sue convinzioni. Dove sei solita tenerla, cara, nelle culottes. Quel giorno poteva sembrare un giorno come tutti gli altri, ma la Signora ne aveva a sufficienza; le tasche erano piene. In aggiunta, quel Signor Conte, fu colpito da un improvviso colpo di tosse e spruzzò tutto intorno di brodo e frammenti di cappelletti, colpendo anche l’Aristocratica Moglie. Ti prego, Cesarina, toglimi questo schifo di torno. Fai qualcosa. Il Signor Conte non fece a tempo di pulirsi labbra, barba e baffi, nella tovaglia, che la zelante domestica era accorsa sollecita in soccorso della Donna. Subito Signora Contessa. Si era prodigata nel liberarla dai risultati di quel disastro poi tornò dietro al Signore e dalla tavola prese il coltello affilatissimo per la carne e glielo conficcò decisa nel cervello. La lama entrò da una tempia ed ne uscì dall’altra perfettamente orizzontale e simmetrica. Il Signor Conte crollò sulla tovaglia rovesciando il piatto fondo. La Signora Contessa osservò come quell’uomo era morto com’era sempre vissuto: da pasticcione buzzurro.
La padrona sembrava soddisfatta. Osservò come il Marito avesse sporcato, inopportunamente e senza attenzione alcuna, la tovaglia quasi nuova di sangue. La serva le rabboccò rapidamente il piatto. La Signora le chiese energicamente di sostituirlo subito gettando lontano quello che aveva davanti. Lei eseguì immediatamente l’ordine. Alla Signora Contessa era sufficiente un mezzo mestolo. Cesarina non la lasciò nemmeno parlare e la prevenne, come faceva spesso, le aggiunse subito un’enorme pioggia di formaggio. Passò a servire il suo Signorino, e anche lui allungò le mani, la paziente cameriera ormai non ci faceva nemmeno più caso. Poi s’impegnò a raccogliere i cocci e infine si mise ritta ad aspettare che i due Signori, Madre e Figlio, finissero di rimestare nel brodo. Poi passò ad affettare il brasato per servire prima la Signora Madre e poi passare al Signorino Figlio.
La Signora Contessa masticava rumorosamente brontolando che questa volta il macellaio l’aveva imbrogliata, non aveva fatto loro un buon servizio, perché quella carne era coriacea, dura e piena di grasso. Il Figlio la guardava stupefatto e stancamente disgustato. E non sopportava che lei si togliesse il cibo dai denti con le unghie. E non sopportava tutto quel rossetto con il quale imbrattava a ogni boccone il tovagliolo. E il modo in cui lo chiamava caro il mio bambino. O il mio tesorino. Anche la signora contessa la congedò con una sonora pacca al culo. Questo sì che sorprese l’attenta ed esperta donna della servitù che credeva di averle già viste tutte. Non se l’era proprio aspettata e non aveva nemmeno potuto attutire il colpo. Ora sono io la padrona. In fine alla Nobile Signora sfuggì un’enorme rutto che l’autrice non riuscì a attenuare nemmeno di poco nonostante il tentativo tardo di soffocarlo nel tovagliolo. Lui, il Rampollo, guardò implorante la donna premurosa che si occupava di servirli. Cesarina, puoi farla smettere? Ancora una volta lei si prodigò per rendersi immediatamente utile. Stavolta prese il coltello affilatissimo per il pesce e lo conficcò determinata nel collo della Contessa. Anche in questo caso fuori per fuori. La Signora Contessa restò ritta sulla sedia appoggiata allo schienale come imbalsamata. La bocca spalancata per la sorpresa. Gli occhi increduli e fissi che lentamente perdevano luce. Il Figlio ingurgitò l’aria fin quasi a soffocarsi ed espresse un sospiro soddisfatto. “Finalmente quei due mentecatti rimbambiti si son tolti dai coglioni”.
Non si aspettava certo un grazie e nemmeno lo avrebbe gradito, comunque non le giunse. Interpretando i bisogni del giovin rampollo, che ormai conosceva alla perfezione, lo prevenne, come faceva spesso, chiedendogli se doveva preparargli il letto. Lei era una cameriera esperta, ormai serviva da anni quella famiglia, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di chiederlo. E nemmeno sarebbe stato compito suo. Naturalmente lui le confermò che quello sarebbe stato proprio il suo desiderio e che lo desiderava come piaceva a lui, Già caldo. Le annunciò che sarebbe arrivato subito, il tempo di fumarsi un buon sigaro, di quelli che il Padre, ma lui non usò nessuna maiuscola, aveva tenuto per tanto tempo sotto chiave. Gli chiese come, anche in questo caso conosceva già la risposta, altresì sapeva che a lui piaceva comandarglielo. Nuda che devo fare presto. Ora ho io la responsabilità di tutto. Dì a Geremia che poi pulisca lui tutta questa baraonda che hai combinato. E devo avvertire la servitù. Cesarina corse nella stanza, che non era riscaldata, si spogliò rapidamente e s’infilò sotto le coperte. Tenne solo la crestina in tulle in testa, anche se dopo avrebbe dovuto inamidarla nuovamente, pazienza, e il grembiulino in simil raso perché sapeva i gusti del Padroncino.
Come promesso lui non tardò molto. Non la fece aspettare troppo. Scostò le coperte per restare a guardarla ancora un po’. Va bene così Signorino? gli chiese con garbo soddisfatta di sé e leggendo la soddisfazione negli occhi del Padroncino. Ma lui, per un attimo, parve adirarsi Non sono più il Padroncino. Ora sono io il Conte. Ora sono io il Padrone. Lei sorrise educatamente e lo afferrò proprio per quello scettro misero di cui lui andava scioccamente fiero. Non era un gran che di Conte. Aveva preso tutto dal padre. Mi scusi se mi permetto. Certo il padrone è Lei, ma finché la tengo in pugno, così, chi comanda, come sempre, è la paziente esperta e valente Cesarina. Poi batte sul suo fianco Ora si accomodi pure e veda di fare il bravo. Il Giovine Nobile non si provò a ribattere. Per la prima volta era solo preoccupato del suo giudizio. Un Conte è sempre un Conte e ora stava a lui, e soltanto a lui, tenere alto il nome del Casato. Scivolò nel letto e soffocò in beatitudine sotto le tette generose della sua Cesarina. La morale della storia è sempre la stessa: il padrone che cerca di fottere la giovane servetta deve averne gli argomenti necessari e corre sempre il rischio di restare fottuto. Parola di Cesarina.

Maiano e Zizinho

A vederli gironzolare sembrano frutto di tre amici rimasti soli al bar.
Due personaggi sfuggiti alla penna di Stefano Benni. Messi in musica da Samuele Bersani. Nella Bologna di Carlo Lucarelli. Semplicemente perché la salute di Claudio Lolli non era più la stessa, quella di Paz[1] andava ancora peggio, se si può dire così, e Marino Severini era il tournée con i suoi Gang. Per questioni di necessità.
Inutile chiedere in giro: nessuno avrebbe potuto distinguerli. Non perché fossero uguali, non si assomigliavano affatto. Uno era lungo lungo e biondo, coi lunghi capelli lisci, le mani sempre in tasca e un naso che arrivava con un buon quartino d’ora in anticipo. L’altro era un po’ meno alto e meno secco, aveva i cappelli che non si saprebbe saputo dire, ma sicuramente scuri, e due occhi sempre accesi; e non risparmiava certo nella sua collezione di brufoli. Solitamente uno era incazzato nero sempre e brontolava, forse il biondo, e l’altro pure. Semplicemente perché nessuno aveva visto l’uno senza vedere insieme l’altro.
Anche per l’anagrafe comunale era così o quasi. Sul registro cartaceo apparivano come Maiano e Zizinho, nati tra il primo e il cinque maggio, da N e NN. Come una sola registrazione e una sola persona. Il registro informatico invece non ne aveva voluto sapere. Zizinho aveva cercato di classificarlo come cognome, e alla data di nascita era andato tutto in crash. Pretendeva, la stupida macchina, una data unica e precisa. C’era un box con una sola possibilità di inserimento per il giorno, o 1 o 5. Avevano provato con una soluzione intermedia, cioè il tre. Avevano subito capito che ad ogni stringa da digitare si sarebbero trovati davanti agli stessi problemi e avevano rinunciato. Nessuno era stato in grado di trovare una soluzione. Alla fine si era deciso di abortire l’inserimento dati e di accontentarsi unicamente della carta. Quello era stato assolutamente il primo problema creato dei nostri due, o, per meglio dire, derivato, anche se del tutto involontariamente da parte dei nostri, dal loro stato.
Non che fossero cattivi; non si poteva certo dire fossero buoni. Se domandavi in giro ti sentivi rispondere Ah! quelli, meglio lasciarli stare. Stesso orfanatrofio. Sembra, ma molte cose sono incerte e vaghe, che uno sia stato abbandonato da una ragazza madre, per la vergogna, e l’altro i genitori non li avesse proprio mai avuti; icona delle storie del cavolo. Non si sa se nemmeno all’entrata a quel ricovero siano stati registrati separatamente. In quel posto non ci rimasero molto. Quella viene ancora menzionata come la loro prima evasione.
La prima volta che fecero parlare di loro il meno biondo la faceva ancora nel letto di notte. Rovesciarono la zuppa in testa alla mocciosa del tavolo accanto che si dava tutte quelle arie da principessa. Lei frignò per una settimana. Allora andarono a visitare il suo letto di notte e presero, per così dire in prestito, quel libro con solo disegni, che le era tanto caro e conservava come l’ave Maria. Non che amassero particolarmente la letteratura, nessuno dei due, ma solo per il gusto. Come sempre li presero quasi subito. In quel caso dopo l’esame delle feci. Se è capitato di sentirla raccontare lo facevano solo per ridere al ricordo di come s’era imbrattata tutta.
La vita è breve. Passa in un lampo. Sono inutili tante menate. E nella vita è sempre meglio correre, che fermarsi a pensare; ci può essere sempre qualcuno a correrti dietro. Lo skate dello stronzetto era proprio bello. Basta saper chiedere. “Me lo fai vedere”? Nella vita non conta il più forte, ma il più duro. Il più deciso. Il più furbo. A volte anche basta essere solo il più svelto. E in due si è sempre uno in più di uno. Ma una volta li hanno presi in cinque. Ne parlano ancora in piazza Grande. Cinque e non proprio minuti. Le hanno prese tante. Ma uno aveva un tirapugni in tasca e l’altro ha rotto una bottiglia. Alla fine li hanno stesi tutti e son rimasti a contare i caduti. E quei morti lamentosi li hanno pure pisciati.
Uno prometteva bene a dar calci al pallone, sembra quello che non era biondo, l’altro sapeva dare calci ma non lo prendeva mai, quando si trattava del pallone. Naturalmente se giocava uno bisognava far giocare anche l’altro, magari in porta. Visto da un ignoto osservatore, a quello bravo, ad un certo punto, proposero un contratto come pre-aspirante-promessa-dilettante in una grossa squadra. Rispose che non se ne faceva niente, che non andava da nessuna parte senza l’amico. Il contratto non fu mai firmato e gli spogliatoi del campetto della quasi grossa squadra semi-professionista presero fuoco di domenica, mentre tutti aspettavano di fare la doccia. Ma anche la partita non era proprio andata bene.
Ormai giovani ragazzi quando uno si innamorò si innamorò anche l’altro; della stessa ragazza. Ad una festa. Una stronzetta, maglietta a righe e zatteroni; tutta pelle e ossa e piercing al naso. Lei non ne voleva proprio molto sapere. Né dell’uno né dell’altro, e tanto meno di tutt’e due. Voleva fare la diva. Con un po’ di pazienza alla fine sono riusciti a convincerla, e la loro storia d’amore è cominciata veramente e alla grande, una decina di giorni dopo, quando lei ha lasciato l’ospedale. Ma poi era diventata molto docile. Alzava le spalle. Sempre imbronciata. Proprio come una ragazzina. Questo o quello era lo stesso, anche tutt’e due. Nessuno di loro era geloso. Bastava poco, un materasso. Bastava che portasse la grana perché, per un periodo, si era lasciata convincere anche a fare il mestiere per loro.
Uno dei due, insomma quello che a calcio rimuoveva solo le zolle, aveva imparato a strimpellare con la chitarra, e aveva anche una voce intonata. Acchiappavano. Più grandi loro e più grandi quelle che rimorchiavano. Salvo qualche rara occasione, perché le sbarbine, anche molto tenere, attizzavano entrambi. Erano più emancipate, sempre pronte a limonare, pronte a darla. Farlo con due era anche più divertente. Niente musi lunghi e niente stupide fisime. Alle feste li invitavano malvolentieri, solo perché un po’ di roba, a loro, non mancava mai. Avevano imparato la lezione. Per le zoccole c’era sempre lavoro. Niente crisi. I quattrini cominciavano a girare, anche se non bastavano mai.
Di storie da raccontare su loro, e quella loro vita, ce ne sarebbero ancora tante e ancora altre. Fin troppe. A cominciare dal loro innamoramento con la roba pesante. Ma nessuno né parla volentieri, e qui si è detto quanto basta. E non vuole essere un necrologio né ancor meno un’ ode. Perché voler andare contro corrente e infastidire il silenzio? Quella città non era fatta per gli eroi. La realtà non è mai stata creata per essere favola. E’ solo quello che è. La gente passa e va. Ci sono tipi così e tipi diversi. Loro erano solo Maiano e Zizinho. Due ragazzi come tanti. Due ragazzi del branco. Ma anche due tipi tosti. Non avevano avuto molto, anzi niente. Non che questo li giustificasse. Per le assoluzioni c’è sempre la chiesa. Sapevano quello che volevano e quello che volevano se lo prendevano. Decisi. Senza tante menate.
Poi Maiano o Zizinho, uno dei due, fa lo stesso, incontrò quella che ti mette triste. Quella che ti fa andare fuori. Quella rossa. Sono sempre le donne brave a mettere zizzania. Che mandano fanculo le cose belle come le amicizie. Una vita intera, tra loro, poteva finire in un istante. Divenne ancora di più malinconico. Perse l’appetito. Lei, la fata, non ne voleva proprio sapere di darla. Né lì in mezzo la sala, con occhi che vedono, né in un buco più privato. Tanto meno farlo anche con l’altro. Non ci pensava. Non se lo filava proprio. L’altro disse: “Lascia fare a me. Cazzo”! Sostenendo che ci avrebbe pensato a convincere lui la sgualdrina. Ma con lei era tutto diverso. Lui provare ci provò: “Io ti voglio bene, veramente. Cazzo”! Lei non era un tipo remissivo. Non si faceva convincere. Sembrava l’avesse messa sotto chiave. Lasciata in una cassetta di sicurezza. Lo lasciò toccarle una tetta. Poi stop. Gli tolse le mani quando aveva quasi raggiunto le mutandine. Tutto inutile. Invece la maliardona disse la cosa che li condannò entrambi: “O lui o me”.
La festa finì com’era cominciata, con entrambi che rinfoderavano le armi. E si rinfacciavano le colpe. Non si riconoscevano più. Dopo altre insistenze promessa gliel’aveva anche promessa, ma quando si sarebbe deciso. Da soli. Con un letto sotto al culo. E il marito distratto a guardare altrove. A farsi le sue. A menarselo distante. Magari quando era via. Ma non si toglieva dai coglioni. Questo solo rimandava la decisione. Poi il giorno venne. Era ricoverato, il marito, per dei calcoli renali. Faceva, il marito, il ganzo con tutte le infermiere, persino con le interinali, e anche le dottoresse. Si credeva un dio. Lui, Maiano o Zizinho, quello dei due, lo sapeva. Lei era una troia di quelle nate e fatte. Una di quelle insaziabili, ma che la faceva penare. Che si divertiva a farsi desiderare. E quella, la donna, telefonò alle otto di mattina. “Cos’hai deciso? O vieni con me o vieni da solo”.
Il discorso non gli filava proprio liscio. Ma poi, se possibile, l’incantatrice fu anche più precisa. E più subdola d’una serpe. Era proprio senza alcun ritegno. Gli annunciò che si sentiva troppo sola. Che il letto era troppo grande per lei. Desolatamente vuoto. Che lo pensava da giorni. Da quella sera stessa. Che non poteva più vivere… Di quanto aveva sognato e sospirato questa occasione. E poi ancora, come non bastasse, cominciò ad elencargli tutto quello che avrebbe voluto fare. Con lui. Gli confessò che si era già fatta una doccia. Profumata e preparata, proprio per lui. Che era quasi nuda, stesa sulle lenzuola. Che si stava già sfilando il tanga, e che sotto era già un torrente in piena, straripante. Forse fu quest’ultima ammissione, la visione di una sorta di tsunami vaginale, che le convinse. Se la raffigurava là, davanti ai suoi occhi. La vedeva. Stava già sudando e disse solo: “Arrivo”.
Ma se c’era uno più furbo dell’altro non era lui. Non aveva ancora finito la prima. Stava riprendendo fiato. L’appartamento intero fu scosso da un orrendo boato. Lui nudo, lei nuda, l’amico davanti a loro. Aveva sfondato la porta. E aveva due occhi come l’altro non li aveva mai visti, lanciavano fuoco. Lo stese con un pugno e prese il suo posto, mettendo alla puttana una mano lì e una sulla bocca, per soffocare quelle grida. Era la prima volta che menava l’amico. Gli dispiaceva essere stato costretto a farlo. Le spiegò, senza togliere una mano, che doveva fare silenzio. Stare zitta. Che se faceva la brava forse non si sarebbe fatta troppo male. Mentiva. Quegli occhi le mettevano paura. Le ordinò di fare sì con la testa, se aveva capito e se era d’accordo. Lei fece quel cenno rassegnata. Tremava di terrore. Lui ansimava e lei aveva capito che era deciso. Cercò di supplicarlo con i suoi occhi e sottovoce. Niente da fare.
Le ordinò di girarsi. Lei protestò con l’ultimo fiato con la voce che tremava: “Non vorrai mica?”… aveva perso anche l’ultimo appetito. Lui le aveva spiegato che per lui non faceva differenza. Sbatterla se la sarebbe sbattuta. Poteva scegliere lei se prima o dopo. Quando ancora respirava o da esanime. Lei scelse la prima opzione, sperando di salvarsi da quella immane ira, e si voltò quasi docile. Ora sapeva di avere sbagliato. Ciò che la natura unisce non può una donna separarlo. Ma lui era deciso. Le aveva detto di tacere e di limitarsi a eseguire gli ordini. Poi le aveva date le istruzioni spiegandole tutto per filo e per segno. Cosa doveva dire, quando poteva gemere, come si doveva mettere. Che non era obbligata a farselo piacere.
Lei singhiozzava ma senza voce, mentre lui aveva lo stupro che aveva sempre sognato, il più fantastico di tutta la sua vita. L’amico guardava tutto inebetito. Ancora non aveva ritrovato tutti i sensi. Senza distrarsi le strinse al collo il cavo del telefonò finché lei non smise anche l’ultimo respiro. Le disse un’ultima volta Puttana! a mo’ di saluto. Poi scese e raggiunse l’altro. Quello si massaggiava il mento e lo fissava attonito. Si erano giurati che niente al mondo poteva dividerli. Si sedette sul pavimento vicino a lui, e lo abbracciò, e gli infilò la spada maledetta, l’ultima, in vena. Poi attesero sereni entrambi la morte. Nemmeno quel viaggio potevano farlo da soli.
[1] Andrea Pazienza

Senza storia

1969.06.02 img567.jpgCapita, a volte; capita. Ti metti davanti e ti chiedi: E ora cosa racconto in questo racconto? Come se fosse importante. Mentre la tua storia invade le storie. E ti perdona. Come una nenia. Eppure c’è sempre della meraviglia. Come cominciando un nuovo viaggio. Eppure le ciabatte sono ancora là. E la certezza è solo un sospetto. Annusi nell’aria: soffritto di cipolle. E un motivo che non riesci ad afferrare. Tutto ha un sapore di intimità. Di passato e già visto. Eccola l’avventura mentre il tuo caffè borbotta e sbadigliano le tende. Ma il Fantasma appartiene al passato. Trascina quelle catene sottili. Senza peso apparente. E questa è una dichiarazione d’amore. Non importa dove, in uno dei tanti luoghi, alla porta di Damasco, alla porta di Brandeburgo, aspettando una lei sotto casa.
Ricordi lontani. Ragazzi. Il ragazzo che eri. Pagine di un libro non ancora scritto. O la Parigi di tanti altri libri. Quella di Hemingway o quella di Sartre o quella di Miller. Fogli bianchi. Irritazione. Attesa. Lei ha portato fuori il gatto. Non è più tonata. Né ho rivisto il gatto. C’è il vuoto nella stanza. Nella vita intorno. E si fa esile il ricordo della sua voce. Quasi impalpabile. Quasi anch’esso silenzio. Solo i suoi occhi muti continuano a fissarmi nel tempo. Da quella sera. Come non se ne fosse mai andata. Come se fosse ancora seduta là. Eppure ho bisogno di una storia per vivere. E di un atlante geografico.
Non mi va di uscire. Cos’è un autore senza fantasia? Una crisi. Un uomo inutile. Stanco. Con la barba lunga e ispida. E’ pur vero che se apri il cassetto torna la memoria. Il caffè ha un buon aroma. Si spande nell’aria. Sistema di vita. Il fatto è che non mi diverto più. Non mi affascina più scrivere storie di altri. Per gli altri. E di raccontarmele non c’è sapore. E’ come se le conoscessi già. Vorrei una storia solo mia. Una storia da vivere. Finalmente. Senza nessuno che ponga limiti. Senza il rischio che qualcuno corra all’ultima pagine a scrivere la parola fine. Insomma la grande storia delle storie. Ma le vere storie quando vengono vengono da sole. Senza scampanellii.
Magari anche un grande amore. Basterebbe un amore ritrovato? Non lo so. Magari solo un viaggio. Ritornare a Praga. Una seconda opportunità. Una sigaretta in bocca e due occhi curiosi. Tutto come in una grande e preziosa tela. Rivoglio il mio gatto. E le parole sfuggite per caso. E uscire finalmente dalla stanza. Respirare l’aria che si respira la sera. Scrivere in un blog cosa ho mangiato per colazione. Fantasie e consuetudini. Pettegolezzi. Amenità. La storia di Elena dopo essere stato Paride e averla rapita. Un piatto ben cucinato di tagliatelle. Una fiorentina di chianina. Un buon calice di chianti. Vorrei non chiedere troppo. Voglio tutto. E anche di più. E andare al mare con Rossana.
Io e lei da soli, a guardare per ore le onde. A ammirare una vela bianca così lontana. Ascoltare la pioggia dietro il vetro. Tenerla abbracciata stretta a me. Perché non l’ho fatto allora? Camminare sulla sabbia bagnata. Stendere un telo per noi. Sdraiarcisi sopra. Baciarla una notte intera. Trovare il coraggio e dirle il mio amore. Non ora ma allora, quando mi costava troppa fatica. Cambiare i ricordi. Riscrivermi la parte. Riscrivermi la vita. Addentare l’ultima mela. Divorare quel vento. Allineare le figurine sull’album. Rileggere quei vecchi romanzi. Con la stessa curiosità. Con la stessa ingordigia. Con la stessa voglia. Con la stessa ignoranza ritrovando lo stesso fascino. Rileggerli assieme. Vorrei essere io a decidere. Rivorrei il prima e anche il dopo. E restituirle i suoi vent’anni.
Scrivere per lei la più bella delle poesie che non sono mai riuscito a scrivere. Che mi guardasse con quei suoi occhi e mi credesse. Persino quanto la vita mi costringe in una piccola bugia. Vorrei che salpassimo con una nave, con un vero veliero, verso l’isola che non c’è, ma che se lo vuoi veramente c’è ed è lì ad aspettarti. Vorrei donarle una Rosa. Una rosa rossa. Entrare in ogni stanza del film della sua vita. Lasciarla cento volte, ora che lo so, senza parole o con troppe parole, per poi ritrovarla mille volte. Vorrei gradare forte che mi sentisse l’universo intero. Vorrei che mi facesse tacere con un bacio. Che mi affogasse tra le braccia. Vorrei che mi prendesse fra le labbra e mi facesse scordare il mondo e la stupidità del passato.