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lempertz-1041-62-photography-christer-stroemholm-puta-palma-de-mallorcaQuesta è una vecchia foto. Quello ritratto sono io. Lei è quella che sarebbe di lì a poco diventata mia moglie.
L’anno lo ricordo perfettamente Naturalmente per forza. Era il millenovecento-sessantanove. Ricordo tutto come fosse ora. Il nostro grande amore ha conservato indelebilmente ogni momento e ogni ricordo.
La vedo ed era bella. La chiamo: mi scusi signorina… Lei mi guarda, sorride, e mi risponde come si vede. Mi sembra una proposta allettante. Voi cosa avreste fatto? Quello che ho fatto io è stato semplicemente seguirla senza pensarci. Su per quelle vecchie scale. Lei è la madre dei miei figli. Abbiamo tre bambini. Dopo le prime due femmine è arrivato il maschio. Il Signore ha voluto così e così ha benedetto la nostra unione.
Allora ero solo uno studente spiantato. Genova non era quella che è oggi. Era ancora, come si può vedere, in bianco e nero. Non avevo ancora imparato da Gilberto Govi a fare il vero pesto genovese. Lei ha sempre avuto il sole negli occhi, ma in cucina non è mai stata nemmeno mediocre. Le riesce solo la parmigiana di melanzane, se la prende già fatta che basta passarla al microonde. Sul brodo mi ci mette ancora i piselli. E per formaggio prende solo la mozzarella. Dice che il grana va solo con gli spaghetti. Insomma, saliamo e ha solo una stanza riempita quasi esclusivamente dal letto. Si stende sopra e credo che non si senta bene. Glielo domando e lei ride e mi dice: Vieni un po’ qui mio bel giovanottino.
Mi sembra simpatica e anche un pochino strana: Mi dice che si chiamerebbe Concettina ma che si chiama Salomè: Vieni dalla mammina. Per essere mia mamma sarebbe un poco troppo giovane. E poi la conosco la mia mamma. E so che non è lei. Però trovo che sia carina. E gentile. Insomma, non mi sembra il caso di protestare. Preferisco starmene zitto. Forse non la dovevo importunare. Non sono stato corretto. Però… forse è stato anche un bene. Ho l’occasione di conoscerla.
Le dico che voglio diventare architetto. Non so cosa la diverta del fare l’architetto. Non le ho detto che sogno di fare il saltimbanco. La stanza non è più di tanto pulita. Direi proprio che è trasandata. Mamma ha detto che è ora che mi trovi una ragazza. Credo di averla trovata. Credevo di dover fare più fatica. A trovarla. Di dover parlare prima di tante cose. Di tutte quelle cose. Di doverla rassicurare. Non so molto sulle donne. Forse mi sbagliavo. Lei mi ha messo subito in confidenza. Si è persino sfilate le mutandine per mettermi a mio agio. Magari pensa che questo mi aiuti. In verità mi mette in imbarazzo. Dovevo farmi spiegare meglio. Salomè è proprio bella. Ed è gentile: Non fare il timido.
Si sorprende per la mia voglia di parlare. Si preoccupa di non piacermi. Mi piace, eccome. Le racconto che sono militesente. Quando insiste perché mi tolga i calzoni, trovo che sia un poco troppo intraprendente. Che in tutto sia leggermente frettolosa. Però lo faccio. Torna a invitarmi e stavolta mi stendo al suo fianco. Ora comincia l’incredibile, so che nessuno mi crederà. Mi fruga e me lo prende in mano. È allegra. Ride e si diverte. Temo si accorga che per me è la prima volta. Perdo la testa e le dico subito quanto la amo. E le chiedo immediatamente quando ci possiamo rivedere. Lei dice che non abbiamo ancora iniziato. M’invita a non fare lo sciocco e non correre troppo.
Quello che ho detto è la pura verità. Poi tutto è un poco confusione. Il primo bacio me lo darà il mese successivo. Il quel momento me lo nega, risoluta. Dice che non può, ma io non so perché. Quello lo so: fra fidanzati ci si bacia. Comunque lei ne sa molto più di me. Credevo che il bacio fosse la prima cosa. Non è nemmeno la seconda. Perché quando ha finito di giocarci esclama: E adesso fai il bravo e mettilo al suo posto. Come? Non è un problema. Non ci capisco. Non lo so, ma mi guida lei. E la lascio fare. Forse è una bugia, ma fa vedere che le da piacere. Lo fa vedere anche troppo. Con tutti quei versi qualcuno ci potrebbe sentire. Ma per lei deve essere proprio bello, perché le scappa anche qualche volgarità. Tipo: Coraggio, fottimi tutta, mio bel stallone.
Poi mi invita a sbrigarmi. Per quanto ne so lo stallone dovrebbe essere un tipo di cavallo. Meglio se me ne sto zitto. Però all’improvviso mi sento salire un sacco di calore al viso. E mi succede qualcosa che non mi era mai successo. Mi dice Bravo. e credo di aver fatto quello che mi chiedeva. E anche di essermi abbastanza sbrigato. Insisto per sapere quando la posso rivedere. Mi spiega che posso passare di là quando voglio. Mi chiede qualche soldo, anzi mi dice la cifra precisa. Poverina, deve avere proprio bisogno.
Insomma, questa è stata la nostra prima volta. E anche la seconda e la terza. E tutte le altre. Ma dalla quarta mi ha restituito i soldi. Poi si sono assomigliate tutte. Finché non le ho chiesto di diventare mia moglie. Lei non mi voleva credere dalla gioia. Ha protestato perché avevo un paio d’anni meno di lei. Mi sono scusato che non è colpa mia. Che se voleva potevo passare più tardi. Avevo insistito che non mi sembrava un problema. Abbiamo fissato per marzo il giorno delle nozze. Il tredici che porta buono. E lei in bianco era ancora più bella. E abbiamo trovato casa vicino a quella dei miei. Temo che alla mamma non sia mai piaciuta molto. A me però è piaciuta fin da quel primo momento.
La prima notte non mi sembrava vero. Nella nostra casa, nel nostro letto. Veramente non è stata niente di speciale. Tutti a ridere e prendermi in giro. Quella notte era tanto uguale ai nostri pomeriggi. Ma io queste cose non le vado a raccontare. E quando ho preso il portafoglio mi ha chiesto se son matto. Sei mesi dopo aspettava già Evelina. L’ho detto che è una donna impaziente? Dal lieto annuncio ha cominciato a stare di più in casa. Usciva meno spesso e mai alla sera. Io lavoravo da un geometra e ora ho uno studio mio. Non so se l’ho detto.
Non portavo a casa molto e non lo porto nemmeno ora. I clienti non sono in coda fuori all’uscio. Ma lei se li è sempre fatti bastare. Ha anzi sempre saputo risparmiare. È con quei risparmi che ho aperto un ufficio tutto mio. Non so ancora come ci sia riuscita. Spesso passano suoi amici che diventano anche miei clienti. Anche questo ci aiuta. Sono anche persone a modo che riesco ad accontentare facilmente. E poi ci sono stati i bambini. La seconda e infine il terzo.
Lei è rimasta la splendida donna di sempre. Quasi nemmeno una ruga. Io la amo come il primo giorno. Ma non proprio tutti i giorni. A volte è solo perché è affaticata. A volte è perché sono stanco io. È sempre affaccendata ed è spesso fuori. Non che lavori, non ne ha mai avuto bisogno. E per quello ci sono io, suo marito. È solo che è piena di amiche e di parenti. E molti hanno bisogno di lei. E lei è sempre disponibile. E ha un cuore grande. Antonio dice che sa lui cosa ha Tina di grande. Lo dice come si racconta una barzelletta divertente. Lui non sa proprio un bel niente. Se non conosco io mia moglie chi la conosce meglio?
Come dicevo all’inizio quella foto può ingannare. Potrebbe sembrare una che se la tira. Non ha messo su un etto e poi ha anche smesso di fumare. Indossa sempre lo stesso colore di rossetto.

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La curiosità è donna

La curiosità è donnaSecondo me è moldava. Parla un italiano terribile; a stento comprensibile. Probabilmente suda dietro a qualche povero vecchio. Non sono tipo da farsi fantasie. Nemmeno troppo curioso da chiedere. Magari è un pensionato bavoso. Mezzo invalido. Magari no. Non devo sbagliarmi di troppo. Non deve avere una vita bella. Lei non le è molto. E anche quando sorride ha un viso triste. Se posso dirlo: sembra alla disperata ricerca di sistemarsi.
È al bar con delle amiche. Quelle se ne stanno sempre tra loro. Parlano e bisbigliano e ridono nella loro lingua. Ha dietro la borsa della spesa. Mi notano, si fanno un cenno e ridono. Ormai noi italiani restiamo in pochi. Pochi, ma ci distinguiamo subito. Solo che se chiedi un’indicazione per strada rischi di sentirti rispondere in armeno. Ma in alcuni casi, per fortuna, che ci sono. Come, per esempio, come detto, per accudire quei poveri vecchi. Le nostre donne non hanno più quella pazienza. Quella umiltà. Lo spirito di sacrificio. Non vogliono rovinarsi le unghie. E poi anche perché loro sono molto meno esigenti. Più spicce. Si accontentano subito e di meno.
Me ne sto con il mio bianchetto e le guardo distratto. Non ho altro da fare. Nessuno mi aspetta. La pensione l’ho già ritirata. Sono stato uno degli ultimi fortunati. Non sono così vecchio. E ho ancora il fuoco dentro. Insomma, provo ancora qualcosa vicino ad una donna. Mi vien ancora voglia di togliermi qualche sfizio. So apprezzare. E, a volte, mi so anche accontentare. Non ho niente di meglio e le sorrido. Lei volta di scatto la testa dall’altra parte. Torna ad occuparsi della sua compagnia. Solo la vicina se la gode a lanciarmi, di sbieco, sguardi furtivi. Si gira per sganasciarsi dandomi le spalle; anzi le alza le spalle. Fa spallucce. Come se mi compatisse e mi lanciasse un messaggio definitivo. Non le do retta e continuo a guardare con insistenza la mia preda. Forse non l’ho detto ma so essere caparbio. Ne va del mio orgoglio. Se ne dovrà pentire. Lei si gira e, quando torno a sorriderle, lei mi ricambia con un sorriso. Resto ad aspettare continuando a fissarla.
Lei resiste un paio di minuti, forse un quartino. Il tempo di altri due bicchieri. Poi dice qualcosa alle amiche in quella loro lingua incomprensibile. Si alza e mi raggiunge mentre le amiche ridono ormai senza ritegno. Mi guarda in piedi. La invito ad accomodarsi. Mi chiede cosa mi serve, almeno credo. Le spiego che non mi serve niente. Mi guarda perplessa e riflette. Prende posto sula sedia, davanti a me. Un po’ rigida e passabilmente imbarazzata. La invito a prendere qualcosa. Guarda il mio bicchiere e si prende anche lei un bianchino, dicendo che sono gentile. Non lo sono mai stato. In certi momenti anche un po’ cafone. Preferisco chiamare il pane col suo nome. Più che una donna sembra una zia. Mi devo essere impazzito. Davanti a tutti. Ma la carne è carne. Comincia a tradirmi la memoria. L’ultima doveva essere con le guerre puniche. Non è il caso di procurarsi troppi pudore. Fanculo e tutti, e poi, tranne le amiche, non siamo praticamente che noi due nel locale.
La prego di aspettare e vado fino al cesso a controllarmi, approfitto e la faccio. In tasca mi son portato un paio di cinquantini. Non credo, ma non si sa mai. Dovrebbero bastare, se si fa pagare. Son certo che non è così. Anzi farebbe meglio a non provare nemmeno ad approfittarsi di me. Quando torno le amiche sono andate e lei s’è ripresa la sua borsa. Resto io stavolta in piedi. C’è un attimo di silenzio ingombrante. Ha occhi e mani mansueti. Le dico se… sì! insomma… vogliamo andare. Lei non batte ciglio e si alza, e mi segue dopo aver aspettato che paghi le consumazioni. L’oste mi allerta che restano anche quelle delle amiche. Pazienza! Faccio. Dentro metto nella lista tutto per dopo. Quando si impone so essere un signore. Mi sistemo i pantaloni. E non mi faccio altri riguardi, con un sorriso malandrino la invito a casa: Va bene da me?
Mi riempie di domande. Chiede se la macchina è mia, le piace. Quanti cavalli ha. Quanti anni ha. La trova comoda. Che velocità, raggiunge. Se il portabagagli e abbastanza capiente. Da quanto ho la patente. Non sembra del tutto convinta. Cerca di non farsi impicciare dal silenzio. Intanto si tiene la borsa tra le gambe. Poi mi chiede il nome. Dove abito. Se è lontano. Quanti anni ho, me ne sottraggo e perdono sette. Solo per fare conto tondo. Mi indica il super dove fa la spesa. Mi dice che lei sarebbe vegetariana, ma non sempre. Sorride silenziosamente e in un modo un po’ vergognato e un po’ ambiguo. Forse era una battuta. La lingua non aiuta e non ha linguaggio del corpo. Se ne sta ferma e irrigidita. Non posso vederla che con la cosa dell’occhio. Già non è facile no lasciarmi distrarre. Odio guidare soprattutto con qualcuno a fianco. Soprattutto se il qualcuno è una donna; finalmente. In verità odio guidare.
Quando siamo a casa è un poco in imbarazzo. Sta sulla porta e si guarda intorno. Non manifesta un eccesso di delusione. Forse ha già attraversato tutti i territori di quel sentimento. Alla fine, alza le spalle e appoggia la borsa della spesa a terra e resta ad aspettare. Non deve essere una che corre dietro al primo che incontra. Tona a guardarsi intorno, ansiosa. Non mostra che le piace. Ricomincia con le domande. Si fa mansueta e gli occhi mi sfuggono. Mi chiede se è mia, proprio mia. Quante stanze ci sono. Le prometto che dopo gliele faccio vedere tutte. Anche la camera da letto. Intanto le verso un bicchierino e ne verso uno per me, per carburare. Mi chiede nuovamente l’età. Mi chiede dov’è mia moglie. Dovrei spiegarle che sono vedovo, da cinque anni. Le dico che siamo separati. Mi chiede se abbiamo avuto figli. Due, e vorrei averli annegati appena nati. Non ho più tanta voglia di conversare. Le dico che mia moglie non ne poteva avere. Che se era per me… Mi dice che un uomo così giovane può ancora averne. Nasconde le labbra del suo sorriso dietro il palmo della mano. Gli occhi si sprofondano in un altro cenno di vergogna.
Forse è la prima volta che accetta un invito come questo. Non le chiedo niente, ma lei mi avvisa che ha un marito, che è rimasto là, a casa. Mi dice che là la vita è proprio dura. Le riempio di nuovo il bicchiere. Mi fa cenno di non insistere. Dice che non vorrebbe che cercassi… Lascia la frase a metà. Aggiunge che non vorrebbe rischiare di ritrovarsi ubriaca. Che sono un bel tipo. Un furbacchiotto. Che forse non dovrebbe fidarsi. Ma mi spiega che lei non è più una ragazzina. A dire il vero me ne ero accorto dal primo sguardo. Comunque, di disgrazie ne ho già tante, ho già le mie. Per fortuna torna la sua curiosità. Mi domanda dove lavoro. Le mento che sono ingegnere. Manca solo che mi chieda qual è il mio santo preferito. Ho tutta un’enciclopedia di bestemmie a mia disposizione.
La cosa è ben avviata. Sembra già fatta. Solo che non so da dove cominciare. Mi scappa di nuovo. Torno ed è in piedi davanti al divano. Il vestito l’ha tolto, ma è ancora sui tacchi.
Lei è solo curiosa e me lo chiede: Cosa ne pensi? Io sarò anche all’antica, ma non sono un coglione. Non glielo dico.

Chiappa Rhino

Gianna aveva visto quel pacchetto. Quella cosa incartata nei fogli di un giornale. Non era curiosa fino a quel punto. E poi era anche in ritardo. Doveva solo gettare le immondizie e correre via. Sopra le altre c’era l’involucro, con la sua forma strana. Non avrebbe dovuto farlo, non c’era una logica né un motivo. Invece lo raccolse e lo scartò. Maledizione! Dentro c’era una pistola. Il primo istinto immediato era stato di gettarla. Le bruciava in mano. Le offendeva lo sguardo e… la attirava. Chi poteva essersi liberato una cosa simile? Così pericolosa? E perché? Forse scottava. E poi tra i rifiuti organici? Invece la riavvolse frettolosamente tra quelle pagine e se la infilò in borsetta. Naturalmente non fece cenno a Guglielmo di quel ritrovamento. Tanto presto l’avrebbe fatta sparire e sarebbe rimasta solo un ricordo e un segreto.
Le armi non le erano mai piaciute, eppure a guardarla ne era affascinata, come oggetto. Appena a casa si mise di buona lena a pulirla. Aveva lucidato con energia per ore e ora le brillava in mano. Scura e maligna. Con la canna lunga e quella dentatura che incuteva rispetto. Con la bocca che sembrava un passaggio per l’inferno. Doveva fare veramente male. Armeggiò per qualche minuto e riuscì ad aprirla: era carica. Si dice che le armi cambiano la vita. Che ti rubano l’anima. Ne era sempre stata convinta. Ne era sempre stata contraria. Forse però erano solo parole. La colpa non è mai dell’arma. La verità è che il delitto è sempre di chi impugna il ferro. La guardava con gli stessi suoi occhi di sempre, distaccati. Non le incuteva paura o orrore.
Non ne sapeva molto di armi ma era una gran bella bestia. Un vero cannone. Aveva trovato il suo nome e cognome navigando puntigliosamente in rete. Era sicuramente una: Chiappa Rhino 60DS Cal. 357 Mag[1]. Non certo un revolver tipico per un vero western. Era un vero mostro. Si chiese se sarebbe stata in grado di abbattere un bisonte. Era certa di sì. Non le importava sapere altro. La lasciò in borsetta dicendo a se stessa che prima o poi se ne sarebbe liberata. Non sapeva che farsene, e intanto la lasciava lì. Cercando di scordarsene. Non l’aveva cambiata. Non si sarebbe lasciata cambiare. Lei era un’animalista. Persino vegana. Gli oggetti non hanno un’anima. Era sempre lei, ma averla dietro la faceva sentire serena. Diversa. Sicura. Semplicemente.
Sulla scala mobile dell’iper «All for everyone» aveva sentito uno strappo. Reagì all’istante e diede, a sua volta, uno strattone e una spinta. Il manico della borsetta stretta in mano. Era ancora lì. Era pesante. Aveva colpito il ladruncolo sopra il ginocchio. Lo vide scappare a gambe levate e non si diede nemmeno la briga di gridare. Era ancora un ragazzino e si massaggiava il punto in cui era stato colpito. Se fossero stati da soli glielo avrebbe fatto vedere lei. Non si sentiva tesa. Non si sentiva agitata. Capì che non poteva continuare a girare con quella cosa dietro. Che era pericoloso. E se gliela trovavano? Per uno sfortunato caso? Come l’avrebbe spiegata? Appena a casa la tolse e la mise in un cassetto, sotto la biancheria. Poi la riprese in mano. La osservò e la soppesò. E la rimise dov’era sempre stata. S’infilò tranquilla a letto. Non c’era altro da fare: doveva buttarla.
Una sera tornava ed Elmo non la poteva accompagnare. Qualsiasi altra volta avrebbe fatto la strada più lunga. Non si sarebbe mai avventurata per quel tragitto. Per nulla al mondo. Quel quartiere era malfamato. Quelle strade erano pericolose. Non si era nemmeno detta Perché no? Non era stata la stanchezza a spingerla di là. Anche se il percorso era lungo, ma era tardi per la metropolitana. Non aveva nemmeno alzato le spalle. Semplicemente aveva continuato a camminare, un passo dietro l’antro. Senza interrogarsi. Lui uscì da dietro un cassonetto ed era solo un’ombra distante contro un lampione: Ehi! Biondina, che ne diresti di farti un valzer con me? Avrebbe potuto tirare diritta, non fosse stata una viuzza stretta. Là, in fondo, le chiudeva il passaggio. Non aveva via d’uscita. Si guardò intorno ed erano completamente soli. La strada era buia. Non un’anima in giro. Il deserto più assoluto. Anche alle finestre non c’era una luce accesa.
Era un vero cafone. Cercò di renderlo mansueto con un sorriso di scherno e un Fai il bravo. A quello parve non piacere la sua risposta. Per quel poco che distingueva dalla faccia sembrava essersi anzi indispettito. Si avvicinò ancora. Più che deluso il suo ghigno era furioso. Rise: Vedrai che ti farò divertire, gallinella. Lei lo avvertì: Non farmi arrabbiare. Lui sghignazzò: Perché altrimenti che fai? Lei non voleva diventare cattiva. Non si voleva irritare. Eppure non aveva nessuna paura. Gli venne anzi naturale usare un poca d’ironia: Potrei farti la bua. Non sembrava tipo da ascoltare i buoni consigli. Doveva essere un vero testone: Devi essere bravissima a farti cavalcare; vedrai che dopo mi ringrazierai. Doveva essere uno di quelli che se le cercano: Ti farò starnazzare. Uno di quelli violenti con le vittime. Cominciò a sputarle addosso volgarità. Continuava a ridere sguaiatamente mostrando i tatuaggi con i muscoli tesi: Vuoi farmi paura? Troppo tardi, lei aveva già sfilato la mano dalla borsetta e l’impugnava decisa col calcio stretto tra le dita.
Il volto del bruto cambiò in un attimo. Smise di dire volgarità. Si dipinse di terrore: Buona bambina, buona! Si scherzava. Lei ormai non provava più niente. Non era un uomo quello che aveva davanti. Era solo un avanzo di galera. Era solo un pezzo di merda. Un rifiuto: Fallo per il piccolo che mi aspetta a casa. Sicuramente era anche un bugiardo. Con la canotta e i jeans strappati. Lo guardava con freddezza. Senza la minima emozione. Lui le leggeva tutto dentro quello sguardo e cominciò a bagnarsi i pantaloni. La pozza gli si allargava sotto le suole. Un vero schifo. Un topo corse via. Il giorno dopo, due giorni dopo, una settimana dopo, non importava quando, ma ci avrebbe provato con un’altra. Con un’atra ragazza, sicuramente indifesa come lei.
Bang! Al primo colpo cadde in ginocchio. Farfugliò: Sei pazza? ma le parole annegavano nel sangue che gli sgorgava a fiotti dalla bocca. Bang! Il secondo colpo lo rovesciò per terra. Sopra la sua stessa. piscia. Non disse più niente. Sembrava pregare al cielo. Quelli che Gianna stringeva in mano erano novecento-trentasei grammi di pura rabbia. Era la giustizia. Era il destino. Era l’ultima orazione. Seppe che faceva un gran buco, e un botto assordante. La collera le si stemperò dentro in un vuoto di serenità. Pensò a Guglielmo e le sembrò che anche lui, in fondo, fosse uno sporco maschilista.

[1] Se la storia fosse successa in America, a quei tempi, il nome di lei avrebbe suonato come Jane e quello del suo compagno come Bill. Ma questo ha poca importanza ai fini della lettura. https://www.dimararmi.it/revolver/chiappa-rhino-60ds-cal-357-mag-10216.html

Nita Nai

Nita NaiOggi tutti la conoscono come Nita Nai, quando è nata, all’anagrafe, era solo Anita Di Girolamo. Oggi è tutta bionda. Allora, finché è rimasta un’anonima signorina nessuno, era castano scuro. Quel Nita glielo avevano affibbiato fin da piccola, quando andava ancora a scuola; i primi anni. Non ricordava più chi fosse stato. Forse Raganella, era il soprannome che davano a una sua amichetta, forse Salvatore detto Tore, il suo primo grande amore a sei anni, forse qualcun altro. Oggi è parte della sua fortuna. E pensare che le prime volte sentirsi chiamare così la infastidiva. Nai invece lo ricordava, era stata l’idea brillante della sua promoter Alfonsina. Donna di poco intelletto ma di gran fiuto e furbizia.
Lo aveva fatto quando ancora cercava affannosamente di trovarle la prima scrittura. Involontariamente però era stata un’intuizione sua. Quando l’altra le aveva proposto una comparsata come sirena in una piscina in una villa per un party porno e lei aveva risposto: Nai! Da allora le aveva fatto guadagnare dei bei soldini, ma all’inizio i tempi erano stati duri, per entrambe. Avara era sempre stata un poco avara, la sua agente, e avara era rimasta. Certo Alfonsina, se si fosse messa in testa di chiamarsi Tina, e se non fosse stata così avara anche la vita con lei, non si sarebbe data tanta fatica per promuovere lei, ma l’avrebbe fatto per se stessa. Solo che era proprio una donna insopportabile, ma soprattutto impresentabile. Provare ci aveva provato, Alfonsina, riuscendo ad ottenere solo una scrittura nelle soffitte segrete di Notre Dame. Così aveva rinunciato quasi subito, quando aveva capito che non era lo specchio quello che mentiva. E da sempre si occupava di lei. Viveva per Nita Nai.
Si potrebbe persino spingersi a dire che l’ha creata, anche se è solo in parte vero. Ad Alfonsina, a volte sfuggiva di dirlo, quando si arrabbiava e litigavano. Certo l’aveva sempre riempita di attenzioni e di sapienti idee che si erano mostrate spesso funzionare. Era stata lei, al momento opportuno, a suggerirle quel colore di capelli. Ma la vocazione, la passione, il talento e tutto il resto, erano tutte cose di Nita. Le aveva dovute mettere e, in qualche caso, anche comprare. Fino ai sedici anni per Nita era stato solo un sogno. Avrebbe voluto sicuramente fare qualcosa d’importante. Invidiava quelle che vedeva in televisione. Non lo confidava nemmeno a se stessa. Nessuno la invitava nemmeno alle feste. E la vita era dura per quella che allora era solo un’anonima Anita. Aveva mollato la scuola presto. Non era tagliata per quel ruolo. Studiare le costava troppa fatica. A sedici anni era una sconosciuta shampista. In uno sconosciuto buco di provincia.
In seguito la sua vita era lentamente cambiata. Era magra e col torace piatto. Poi era iniziato a crescerle il seno e si era arrotondata. Il suo corpo aveva esordito abbozzando le curve che l’avrebbero aiutata a diventare famosa. I ragazzi, e anche gli uomini, avevano cominciato a guardarla. Lo specchio aveva smesso di metterle tristezza, ma ormai il sogno di diventare un giorno attrice sembrava l’avesse scordato. È stato in quel momento magico che aveva incontrato Alfonsina. Come già detto le aveva suggerito quello splendido biondo. Qualcuno dice che si dovrebbe chiamare platino, qualcuno altro biondo cenere, altri parlano tanto per parlare. Era stata sempre Alfonsina a trascinarla da un estetista, uno bravo e gay. Lei aveva imparato in fretta, e ora si sapeva truccare anche da sola. E sempre Alfonsina la accompagnava ogni volta che doveva prendersi qualcosa da mettersi addosso. Fosse un vestito, una gonna, una camicetta, una borsetta, un paio di scarpe, la biancheria intima o solo le calze. Quella del seno invece era stata un’idea solo sua. Pagata con i soldi dei suoi. Un paio di taglie in più, e ora era orgogliosa delle sue tette. Sembrano banalità, ma sono cose importanti, e in quel mestiere non si può trascurare niente.
Certe cose oggi si possono raccontare perché oramai Nita è affermata e famosa da per tutto. È passata su tutti i rotocalchi. È andata in televisione. Stanno anche per pubblicare la sua prima biografia. Ma ne aveva dovuta fare di fatica. I primi a vederla avevano detto che era bella, certo ma, che non sapeva assolutamente recitare. Pareva che la voce non andasse. Pareva che il suo viso di allora conoscesse solo due espressioni: la spensieratezza e il desiderio. Qualcuno le aveva suggerito qualche ruolo dietro le quinte, lontano dai riflettori, sostenendo che sapeva ansimare alla perfezione. Di offerte ne aveva avute anche troppe, ma solo di quelle che miravano a finire in un alberghetto, in una camera a ore. Ma lei non si era mai arresa. Nita era caparbia e tenace. Una vera lottatrice. Prima o poi il mondo l’avrebbe capito. Qualcuno le aveva detto che trovava in lei una vaga rassomiglianza con un’attrice di tanti anni fa. Una certa Jayne Mansfield. Che si dovrebbe pronunciare all’incirca come Gein. Lei non se la può ricordare. Non l’ha mai vista. Forse nemmeno era nata.
La vera svolta era stata due anni prima. Alfonsina le aveva finalmente trovato un ingaggio anche se quasi a titolo gratuito. A teatro. In una piccola compagnia. Anche Alfonsina aveva sempre creduto in lei. E anche la fortuna. In quel caso l’aveva baciata sulla testa e in bocca. Era un ruolo che sembrava calzarle su misura. Come se lo scrittore l’avesse scritto pensandola. Doveva dire solo un paio di battute, ma stare in scena quasi tutto il tempo. Bastava che stesse sul palco diritta, impettita e muta, le aveva ordinato il regista. Ma quelle due battute due le doveva pur dire, lo stesso regista si era raccomandato che le mandasse bene a memoria e non tentasse di esagerare. Doveva pronunciarle così, come fosse sotto la doccia. Lei si era esercitata da giorni. Non faceva altro che ficcarsi sotto la doccia. Le sembrava di parlare come parlava sempre, anzi a volte l’acqua le andava in bocca e diventava un disastro. Era sicura che però quella sera sarebbe andato tutto a meraviglia.
Doveva interpretare la parte della fidanzatina segreta di un giovane industriale, alquanto belloccio, a essere onesta. Lui l’aveva invitata a casa presentandola ai suoi come la segretaria. Solo sulla scena. Quei suoi erano però sospettosi, dei veri infami. Avevano scelto per lui, per dargliela in moglie, una cugina anonima, anzi proprio racchia, e senza tette, ma figlia di un grosso finanziere. Ricca da far invidia e scorfano da fare orrore. Le puzzavano pure le ascelle. A parte un paio di “Sì!” trascinati e un altro paio di “Grazie!” conditi da gridolini, era al centro dell’ultimo atto che lei aveva la sua grande battuta. Il suo momento di vera maturità. Lui, tenendole la mano, inginocchiato, le avrebbe chiesto se volesse essere la sua sposa e di fuggire alle Bahamas assieme, come viaggio di nozze. Al “Ti amo.” del protagonista lei avrebbe dovuto ribattere sospirando la sua risposta affermativa: “Mi sembra tutto solo un sogno”.
Quella sera, quando si era trovata sul palco, si sentiva molto emozionata. La sala era quasi piena. La tensione del debutto era al massimo. Al trucco erano stati di una lentezza esasperante. Si ripeteva nella testa quel “Mi sembra tutto solo un sogno”. Il costumista, con la scusa di sistemarla, si era permesso qualche piccola libertà. L’aveva toccata e palpeggiata, un po’ qua e un po’ là. Era troppo tesa par dar peso a quelle piccole sciocchezze. Anche se le aveva stropicciato il vestito che era suo. Faceva presto quello, il regista, a dire che era facile. Mica doveva dirla lui quella maledetta battuta. E ancora “Mi sembra solo di sognare tutto”. Si sentiva sicura di sé. Abbastanza sicura. Prima di uscire si era annusata le ascelle perché stava sudando come una fontana per l’emozione. Poi i riflettori avevano peggiorato la cosa. E il giovane industriale l’aveva fatta entrare. Poi erano entrati anche il padre e la madre. Era già una fatica stare ferma immobile davanti a tutti. E il tempo passava lento e il suo momento sembrava non arrivare mai. Intanto… “Mi sembra brutto solo un sogno”. Pareva che la gente si stesse annoiando.
Era certa che il pubblico l’aveva notata. Lei c’era sempre. Quando entrava il giovane amante lei c’era. Quando entrava il padre lei c’era. Avrebbe voluto dire alla moglie che faceva il piacione. E anche che ci provava, e in modo insistente, e non molto educato. Forse avrebbe potuto suggerire qualche piccola modifica all’autore. Quando entrava la moglie bisbetica lei era là. Si era dovuta sorbire di sentirsi dire: Stai attenta, ragazzina. E quella voleva anche essere aiutata in cucina. Cucina che avrebbe dovuto essere dietro le quinte. Quando entrava quella scimmietta orrida della fidanzata lei era ancora là. A farsi guardare con disprezzo e invidia. Era impaziente e allo stesso tempo nel panico. In una confusione assoluta. Poi finalmente era giunto il suo momento. Il suo amore di scena si era inchinato ed era sceso il buio. Il suo cervello si era svuotato. Si frugava in testa ma non le veniva un’idea che era una. Non era proprio così che doveva andare. Si sentì sprofondare. Cominciarono ad avvamparle le guance. Lui: “Vuoi accettare questo anello e diventare la mia sposa? Scappiamo insieme alle Hawaii. Sarà la nostra luna di miele. E al ritorno i miei dovranno accettare a cose fatte”. Lei… lei aveva detto la prima cosa che le era venuta in bocca: “Scusate ho lasciato il bambino sul fuoco.” e s’era coperta le labbra ed era scappata come una ladra.
Tutto il pubblico all’unanimità era scoppiato a ridere fragorosamente. Non riusciva più a trattenersi. Si era sentito un distinto Chiudi! Chiudi! ed era calato in sipario. Poi alle risa si era mescolato qualche applauso. Poi tutti si erano messi a battere le mani, e avevano cominciato ad alzarsi in piedi. Il rumore della platea era diventato un’ovazione, e mille voci la richiamavano sul palco. Il giovane industriale, che nella vita era ancora studente, era ancora lì attonito. Lei si era prodigata in un gentile inchino, che non era previsto, non appariva in nessuna parte del copione, ed erano volate rose vere. Nei giorni seguenti ne avevano parlato anche i giornali. Tutti entusiasti. Era stato scoperto un nuovo vero talento. E giù lodi sperticate. La strada del successo era aperta. Davanti a lei si stendeva il tappeto rosso.
Poi la televisione. Poi il cinema. Tutti la volevano. E tutti gli uomini le ronzano intorno. Da allora si è trovata obbligata a dire qualche volta no. A rifiutare anche ruoli che, se avesse avuto il tempo, avrebbe accettato volentieri. I registi hanno imparato a non essere troppo rigidi sul copione. A lasciarla fare e dire quello che le scappa dalla bocca. Con quegli occhi e quelle tette può permettersi di dire quello che vuole. Adesso Nita è un mito e probabilmente tutti la conoscono già questa storia. La storia della sua vita. Comunque, la sua biografia sta per uscire a puntate. In una rivista a grande tiratura. Titolo provvisorio: Senza pudore.

Ersilia la maga

Ersilia la magaIl direttore ne era entusiasta, non lesinava i complimenti. Da subito il successo era assicurato. Era chiaro a tutti del circo che era una prestigiatrice eccezionale. Il numero principale di ogni spettacolo, sia pomeridiano che serale. Ed era anche graziosa. Dal cilindro non faceva uscire il solito scontato coniglio ma Dumbo l’elefante. Lei faceva anche sparire dei portafogli in platea. Che poi, a fine della rappresentazione, ovviamente, debitamente restituiva ai legittimi proprietari. Naturalmente debitamente vuoti.
Quelli erano disposti ad essere tolleranti. A trovare anche una scusa per le mogli e le compagne. Da per tutto riceveva ovazioni. Ma era altrettanto chiaro che non importava il cane che le faceva da spalla, né se facesse lievitare maestralmente in aria, assieme alle carte, pesci, salami o rose con le spine, o il Millennium Falcon e la Morte Nera. A volte sopportavano anche che qualcosa le cadesse; tutti tranne le donne. Ma non riceveva applausi ed elogi bensì fischi se non mostrava le tette. Magari anche qualcos’altro. Spesso era lei che suggeriva e invocava il suo pubblico affezionato ammaliato in un boato.
Quello poteva essere un problema, ma lei era una vera artista; a tutto tondo. Era disposta a sopportare quasi tutto, anche l’ignoranza e la rozzezza, persino inciviltà. Regalava al suo pubblico quello che voleva, gli donava un sorriso; e dopo apriva il suo insolito costume, facendo tornare a sfavillare gli occhi dei presenti paganti. Nelle grandi occasioni era anche disposta a volare via lasciando sulla terra della pista solo quel suo libro-costume che nessuno s’è mai dato la briga di leggere.
Persino gli animali la adoravano. Soprattutto l’asino Camillo. Anche lui era un appassionato delle sue forme. I clown invece, è naturale, ne erano gelosi. Il direttore, a volte, era insolente. Poi si calmava sapendo di non poterla perdere. E lei usciva sempre più indispettita dalla sua roulotte. Non aveva occhi che per il suo Giacomo, l’uomo che camminava sul filo che non c’era. Ma Giacomo era uno stolto e un non vedente, in tutto, ma soprattutto in amore. Era completamente cieco sia negli occhi che nel cuore; attento solo a non cadere da quei dodici metri del suo cielo. E lei era inconsolabile, finché non entrava in scena.
L’uomo civetta se ne invaghì. Respinto lievitò via e non si rivide più. Questo poteva rivelarsi un altro problema. Fu sostituito dalla foca talpa. Ma Ersilia era anche una donna, e da donna non aveva certo la memoria corta, ed era pure un pelino vendicativa. Ed era una di quelle occasioni speciali. Entrò inaspettatamente in scena mentre Giacomo stava ancora eseguendo il suo numero. Soffio in aria fino a farlo precipitare. Lo raccolse in volo assieme alle sue carte, ai pesci e alle pistole. Gli schioccò un bacio inaspettato. Lo rimpicciolì fino a farlo diventare alto circa una spanna, poco più. Lo fece scivolare e scomparire dentro il suo costume. La gente non capiva e applaudiva. Qualcuno gridava. “Nuda”! “Nuda”! “Nuda”! Le solite voci e le solite cose poiché qualche spettatore si spostava col circo ed era testimone ad ogni rappresentazione.
Finì il suo numero e poi, come richiesto, tra le acclamazioni generali, tranne qualche donna, naturalmente, sgusciò fuori dal suo abito senza null’altro addosso che il suo profumo. Proprio come la famosa attrice. Ma stavolta si trattenne almeno per un breve attimo, tra l’eccitazione diffusa. Poi semplicemente volò via, ma questa volta per sempre. La gente ne restò allibita. Ancor più gli altri artisti circensi che continuano a frugare in ogni pagina dei suoi indumenti rimasti abbandonati per terra senza trovare traccia né di lei né del povero Giacomo. Tranne un paio di piccolissime brache e una microscopica maglietta e righine. Nemmeno la polizia ne è mai venuta a capo.
Ma una donna alle Seychelles, precisamente su una spiaggia di Mahé, ride divertita e soddisfatta. Sembra, ma questo non è certo, che di tanto in tanto, faccia uscire, non si sa da dove, dato anche il costume ridottissimo, una sorta di piccolo gnomo, forse un elfo. Lo faccia tornare a dimensioni consuete. Lui si guardi intorno come non vedesse. Prendano insieme una bibita tropicale enorme con l’ombrellino e la cannuccia. E poi lei torni a farlo sparire. Dicono anche che sia bella. Comunque sembra alloggiare da sola, in un bungalow. Ma questa è probabilmente solo fantasia popolare.

L’importante è la morte

L_importante è la morteCos’altro potrebbe fare uno a cui alla nascita impongono il nome di Omero? Solo che lui, diciamolo subito, era uno scrittore un po’ strambo. Un po’ a modo suo. Non aveva mai provato a cimentarsi con un romanzo vero e proprio. Nemmeno con la poesia. Si era sempre accontentato e specializzato in racconti, più o meno brevi. Soprattutto in ritratti, più o meno fedeli, delle persone che aveva incontrato. Per quello che aveva saputo di loro o frutto solo della sua perfida e incontrollabile e fervida fantasia. Non bastasse se ne faceva quasi vanto di non aver mai pubblicato niente, né voluto farlo. Era curioso di verificare se esisteva un altro mondo. Un dopo la vita. Se fosse esistito davvero voleva scoprire se qualcuno avrebbe riconosciuto il suo talento e si sarebbe preso la briga di pubblicare le due opere.
Per vivere gli bastava poco e riusciva a trattenere e difendere abbastanza tempo da dedicare alla sua arte. A quella grande passione. E poi era rimasto ancora un bel gruzzoletto dei soldi che gli avevano dato i suoi genitori. Dovevano servire per studiare. Aveva mollato ma ero lo stesso. Gli sarebbero serviti per vivere per scrivere. In quei giorni aveva un solo cruccio. Era quasi completamente soddisfatto delle ultime novelle, ma solo quasi. Non che ci fosse qualcosa che non andava, gli sembravano buone, se non ottime. Scorrevano veloci sia in scrittura che in lettura. Qualche errore di ortografia qua e là, che rimediava prontamente alla prima revisione. Qualche periodo che suonava un po’ ruvido a cui cercava di porre rimedio. Un’infinita d’idee in embrione, parte delle quali non ricordava cosa diavolo avrebbero dovuto rammentargli. Perché le aveva conservate? Alla fine, piccole cose, nulla d’importante. Gli restava però quel cruccio. Lo sapeva bene cos’era. Doveva scrivere il suo Racconto dei racconti. La sua opera più impegnativa. Dove mettere a nudo la verità. Tutta la verità. La donna vera e alla fine spogliarsi di tutto e mostrarsi completamente, per quello che era.
Doveva essere lui che narrava a raccontare compiutamente se stesso. Un’idea, almeno in embrione ce l’aveva. Un barlume di trama. Però rimandava continuamente. Voleva possedere tutto il tempo necessario e non doversi interrompere. Aspettava l’attimo giusto. Aspettava che prendesse un poco più di forma. Cercava di non pensarci. Non voleva bruciare le tappe. Prendere il percorso sbagliato. Così si accese una cicca e uscì con ancora un po’ di confusione in testa. Ma per strada non riuscì a liberarsi dei quei pensieri che gli recavano una sorta di leggera apprensione. Lo avevano seguito. Ultimamente la sua era stata un’esistenza da eremita. Una vita inutile. Aveva bisogno di emozioni. Di nuovi stimoli. Con Fidenza era finito tutto da un pezzo, ma ogni interesse, ogni passione erano morti già prima. Non gli aveva lasciato niente. Dentro si sentiva vuoto. Il suo cuore era deserto. Alla fin fine forse era proprio questo. Doveva trovare uno stimolo e poteva venirgli dalla compagnia di un altro essere umano. Forse solo da quella.
Guardava la città ma quella, la città, non gli raccontava nulla. Le persone passavano diritte senza dirgli una parola. I vecchi amici non potevano essergli di aiuto, li aveva già usati e sprecati. Forse la risposta era viaggiare. Aveva bisogno di un po’ di fortuna e la sorte si diede da fare e lo rintracciò. Lo trovò davanti a quella vetrina di quella caffetteria. Si fermò distratto e poi la vide. Indubbiamente gli sembrò già dal primo sguardo carina. Anzi proprio una bella ragazza. Era il tipo ideale per fare la protagonista nella sua trama più impegnativa. Sconfisse immediatamente anche il minimo dubbio. Ora doveva solo avvicinarla. Non era sicuro di conoscere un modo che gli desse qualche possibilità di funzionare. Era bravo a parlare alla tastiera, meno bravo davanti alle persone; soprattutto quando si trattava di una donna. Ancor più se era bella. Se gli interessava poi era un vero disastro. Fidenza l’aveva conosciuta al liceo. Quelle altre poche era quasi stato più preda che cacciatore. Intanto restava muto con il naso schiacciato contro il vetro.
Alla fine, lei, davanti a quella tazzina di caffè, dopo quella lunga decina di minuti in cui l’aveva adorata, non poté più fingere di non averlo notato. Volse il viso verso l’intruso, poggiandolo sulle nocche, e gli sorrise con fare interrogativo. Un sorriso live e un po’ malinconico; delizioso. Omero si fece coraggio ed entrò: Posso sedere? Lei lo invitò limitandosi al gesto. Il volto era morbido e molto mobile e le sue espressioni erano stupende. Quel sorriso era enigmatico e allo stesso tempo divertito. Quando aprì la bocca lo fece solo per dire il nome, Eleonora, e il suono della sua voce era suadente. Dopo tornò immobile ad aspettare. Aspettò un attimo anche lui. Poi le chiese cosa facesse. Lei divertita gli annunciò che in quel momento stava prendendo un caffè, anzi l’aveva anche finito. Lui precisò: Nella vita. Lei confesso: In questo momento niente. Non lavorava. Aveva presentato delle domande. Sperava, senza farsi troppe illusioni, che qualcuno, prima o poi, rispondesse. Aveva delle splendide orecchie e degli orecchini pendenti. Prese appunti di quell’incontro, fin nei minimi dettagli, nella sua mente.
Si fece coraggio e le disse che forse un lavoro, per lei, ce l’avrebbe anche avuto. Ma era un lavoro un po’ strano. Per così dire… particolare. Lei manifestò una interessata curiosità. Per dirgli di cosa si trattava doveva prima spiegarle chi era. Presentarsi sul serio: Omero. Si soffermò a lungo sulla sua passione cercando di dare un’immagine positiva, di trasmetterle il proprio entusiasmo. Lei chiese se poteva conoscerlo: Forse ho letto qualcosa?… La interruppe per confessarle quella sua decisione: di restare uno sconosciuto in vita, nel tentativo di essere uno dei tanti grandi artisti eterni sopravvissuti a se stessi. Di voler continuare a nuotare nell’obblio dell’anonimato.
Il volto di Eleonora denunciò palesemente come trovasse quel proposito alquanto bizzarro, ma non stava a lei giudicare. E poi aveva fretta di sapere il resto. Omero accennò anche alla sua volontà di giungere a scrivere il racconto che lo avrebbe reso immortale. A Eleonora sembrò che quelle parole non avessero né capo né coda. Non promettevano nessuna proposta. Forse era il solito furbone. Qualcuno lo aveva già incontrato. Il solito che s’ingegnava con le storie più assurde, unicamente per tentare un approccio. Però era carino e, almeno lui, sembrava convinto; mostrava di crederci.
Eleonora era una ragazza piena di senno, ma anche molto pratica. In quel momento non aveva nessun altro impegno. Nemmeno di cuore. Se Dio vuole ne era uscita. Così decise di concedergli ancora qualche chance e un paio di minuti. A quell’ora il locale era deserto. Nulla le metteva fretta. Anche se quell’Omero, scrittore eretico, era più bravo nei silenzi che con le parole. A lei pareva alquanto impacciato. Rimase sorpresa: si scusò per andare al bagno. Poteva essere una grande timidezza, o era il più abili dei paraculi. Al ritorno lei non si spazientì, ma capì che doveva intervenire. Guardò l’orologio e gli chiese: E allora? Lui ci pensò un secondo troppo a lungo. Alla fine capì la domanda: Cerco qualcuno che possa fare la protagonista della mia trama. Poteva esserci qualcosa di sospetto: Hai soldi? La rassicurò senza dirle la provenienza e il motivo di quella sua piccola ricchezza. Lei non riusciva ancora a crederci: Cosa dovrei fare? Lui avvertì che le prime resistenze erano abbattute: Niente. Vivere. Credi di poterlo fare? Qualche dubbio permaneva ma tanto valeva… Per quello che aveva da perdere…
Solo allora Omero la conobbe anche come una donna spiccia: Allora che aspettiamo ad andare. Lui cercò in tutti i modi di nascondere la propria gioia. Poi le tenne aperta la porta e la invitò: Vai, ti seguo. –e aggiunse– sarò la tua ombra invisibile e discreta. Sempre presente anche se non mi vedrai. Lei si avviò con un certo imbarazzo. Probabilmente era un’emozione iniziale. Non sapeva cosa fare. Una sensazione buffa e allo stesso tempo fastidiosa. Si sentiva seguita. Osservata. Si guardava intorno e lui non c’era. Se guardava meglio lui era lì, eppure continuava a non esserci. Si diresse per un po’ senza meta. Guardando le vetrine. Salutando i pochi conoscenti. Poi si recò in biblioteca. Lui era lì, vicino e lontano, muto e trasparente.
Prese un paio di libri da portare a casa. Poi raggiunse il parco. Raccolse un tozzo di pane e lo sbriciolò per darlo ai piccioni e gettarlo nel laghetto, restando a guardare i pesciolini che si azzuffavano a contendersi quelle briciole. Omero descrisse nella sua testa quell’aspetto gentile del suo carattere. Ciò che succedeva in quell’acqua era l’immagine emblematica del mondo degli uomini. Poi lei si sedette su una panchina. Non riuscendo a resistere alla curiosità cominciò a sfogliare uno di quei libri. Il suo compagno incorporeo si annotò anche quello. Poi lei riprese a ciondolare senza meta. Il tempo sembrava non passare mai. Parlava sempre più spesso con l’orologio.
A sera si guardò intorno insistentemente fino a scovare dove si era mimetizzato. Gli chiese titubante com’era andata. Ma lui sembrava soddisfatto e le confermò che era stata brava. Cercò di tranquillizzarla ripetendole che non si doveva preoccupare. Che stava andando tutto a meraviglia e lui aveva già un inizio sulla punta della lingua, cioè della penna, cioè di… che diavolo era. Gli occhi del ragazzo avevano una luce diversa. Più… Piccoli topazi sfavillavano di gioia come neon. Lei si sentiva stanca anche se non aveva certo fatto molto. Forse era un po’ di tensione. Gli chiese se avesse ancora bisogno di lei o se poteva rincasare. Lui le disse che per quel giorno poteva bastare. Che poteva andare. Che lui sarebbe corso a casa. Aveva molto da annotarsi, disse proprio così, per non omettere nemmeno il minimo particolare.
Prima di avviarsi gli chiese: Quando ci vediamo domani? Lui era già immerso nei suoi pensieri e ci mise un po’ per riemergere: Allo stesso posto? Tutto le sembrava stupido. Non ci credeva ancora. Per tutta la sera continuò a pensare a quel ragazzo carino e strano, troppo giovane per meditare già sulla morte e sul suo dopo. Omero aveva rinnovato l’appuntamento alla caffetteria per godere pienamente, una seconda volta, dell’incontro e della conoscenza. Aveva intenzione di descriverlo in ogni dettaglio. Lo doveva fare. Niente doveva rimanere inespresso. Era proprio sulla strada giusta. Cercò frettolosamente di abbozzare una prima stesura di quella giornata. Su qualche circostanza si soffermò più a lungo entrando in una descrizione più precisa in modo quasi maniacale. Poi avrebbe sempre potuto, fosse stato necessario, produrre le dovute correzioni. Il computer era uno strumento eccezionale per quelle cose. Era da tempo che non passava la notte in un sonno così profondo e soddisfacente.
Il giorno seguente era puntualissimo davanti alla vetrina di quella caffetteria. Lei era già là ad aspettarlo. Entrò e andò diritto a sedersi. Tra loro bastò un sorriso e un ciao. Eleonora volle sapere e Omero le disse che era entusiasta e aveva già abbozzato una decina di pagine. Alcune solo accennate, ma altre in modo già quasi definitivo; gli sembravano ottime. Lei: “Di cosa dovrebbe parlare”? Lui: “Di noi”. La risposta la lasciò in sospeso e perplessa, e un po’ in dubbio. Interdetta. Come poteva parlare di loro se non c’era nessun loro? E se lui era una presenza che non c’era? Ma non era lei che doveva scrivere. Lei doveva solo eseguire i suoi suggerimenti. Al massimo poteva spingersi a qualche consiglio. Col tempo. Non era ancora il momento. Non era il caso. Ed era già curiosa di conoscere il suo tipo di scrittura. Ma tacque. Gli confidò solo che amava molto leggere e credeva di intendersene un pochino.
Omero parve non sentirla e se ne uscì con un argomento completamente diverso. Assetato di sapere di lei le domandò se avesse un ragazzo. Lei abbassò gli occhi e ammise di no. Siamo alle solite! Per un istante pensò che volesse proporsi. Bastò la faccia che fece a scacciare il dubbio che a lei era sorto improvviso. Lui parve, per un attimo, restare deluso. Poi tornò per insistere: Intendo qualcuno. Proprio nessuno? Lei ribadì la stessa sua prima negazione. Non si spiegò, né allora né per un po’ in seguito, perché lui avesse reagito con quell’imprevedibile quasi stizzito Peccato! Non ci pensò. Non si chiese altro. Decisero di andare e tutto ricominciò come il giorno precedente.
Lei non sapeva cosa inventarsi. Lo individuò e corse da lui con passettini rapidi e saltellanti. Gli chiese se le poteva dare dieci euro di anticipo e lui le allungò la banconota senza dire nulla. Corse a comprarsi un gelato. Pistacchio e limone. Lo leccò con gioia e ingordigia, sporcandosi per un istante la punta del naso. Provvide subito con rapidità controllandosi intorno. Sperava di non essere stata vista, ma a lui non era scappato di certo. Quel naso era perfetto. Forse le narici appena evidenti che lo assottigliavano alla base. Stanca di andare a zonzo se ne ricordò. Davano un film che non avrebbe voluto perdere. Passò alla cassa per il biglietto e si accomodò in sala.
Lui aveva deciso di aspettarla fuori. Per un po’ s’intestardì su quel proposito. Poi capì che stava sbagliando. Così non andava. Dovevano parlarne. Perdeva dei momenti di lei. Momenti che potevano diventare essenziali per la storia. Rimandò la richiesta al giorno seguente. Un vicino di sedia stava infastidendo la sua protagonista. Nel buio Omero non poté accorgersene. Prese posto al fianco di Eleonora e lo sconosciuto si allontanò. Si sorrisero e non dissero una parola. Non ne avevano bisogno. Lei sembrava soddisfatta. Lui non poteva vedere la propria faccia, ma in cuor suo lo era. Aveva rischiato di sbagliare e il film glielo stava spiegando. Non sempre sarebbe stato possibile mantenersi invisibile e distante. Soprattutto distante. Doveva provare le sue emozioni e per sentirle, in certi momenti, era necessario che fosse proprio al suo fianco.
Il mattino seguente si trovarono alle otto. Per lei era insolitamente presto. Avrebbe avuto bisogno di un altro piccolo anticipo. Lui le espose le proprie perplessità. Le spiegò che non poteva che starle un po’ distante e un po’ vicino. Anche se non avrebbe mai voluto infastidirla. Era tornato a riflettere su ciò che doveva essere il suo capolavoro. Era stato visitato nuovamente dal dubbio di non sapere come proseguire. C’era lui, c’era lei, ma così non s’incontravano mai. Erano due estranei. Lei rinnovò la sua curiosità: Di cosa dovrebbe parlare? Lui la ricambiò con uno strano sguardo: Di noi. Lei aveva capito subito l’impossibilità di descrivere un noi tra due persone che percorrevano strane parallele, che non s’incontravano mai. Non seppe tacere e lo esternò. Non si mostrò offeso.
I giorni seguenti non cambiarono di molto quelle nuove loro abitudine. Ma si assestarono su nuovi registri. Avevano imparato entrambi la lezione del cinema. A volte lui la osservava nascosto. A volte era con lei, al suo fianco. Lei stava cambiando. La vedeva, se possibile, più serena. Felice. La sorprendeva a canticchiare sottovoce per strada. A calpestare, divertendosi, qualche pozzanghera, se pioveva. Già! la pioggia. Il giorno che li aveva sorpresi per strada lui aveva aperto l’ombrello e lei era corsa a ripararsi sotto. E l’aveva preso convinta sottobraccio. Si erano guardati ed era esploso un sorriso divertito. Fu colto da un tremendo dubbio: avrebbe potuto innamorarsene? ma questo avrebbe potuto nuocere alla sua storia? Solo rincasando si rese conto che non aveva riflettuto sulle reazioni di lei.
Il nuovo patto comprendeva che lei gli avrebbe dovuto dirgli tutto, per filo e per segno. Con la massima sincerità. Sapevano entrambi quanto non fosse facile. Lei gli doveva comunicare le proprie intenzioni, le voglie, il perché faceva una tale cosa, un tale gesto. Soprattutto ogni cosa che provava. Alche il minimo effetto. Anche un fremito e un rossore. Anche un battito di ciglia. Insomma, proprio tutto. Insomma, doveva provarci. Per provarci lei ci provava, e ci metteva tutto il suo impegno. Ma anche lei aveva bisogno di vivere, ed era sempre stata curiosa. A volte approfittava di un minimo silenzio e lo riempiva di tante domande. Spesso argute e pertinenti. A volte imbarazzanti e persino impertinenti. L’affiatamento giorno per giorno cresceva. Il racconto procedeva, tra alti e bassi. Più alti che bassi. Lui cominciava a provare qualcosa per lei, e ne aveva paura. Non voleva rovinare tutto.
La volta seguente che furono sorpresi dalla pioggia non poterono fare altro che salire da lui. Lui aveva provato a resistere, ma alla fine aveva dovuto cedere. Era la prima volta che lei entrava nel suo rifugio segreto. Era la prima volta che ammetteva una donna mentre stava scrivendo una storia. In quei momenti aveva bisogno di stare completamente da solo. Eleonora sperava che le avrebbe fatto leggere qualcosa di suo. Omero si rifiutò categoricamente; almeno finché non ne fosse stato completamente soddisfatto. La presenza di lei lo infastidiva molto meno di quanto avesse creduto. Lei si era guardata intorno ed era inorridita dal disordine. Non aveva fatto fiato. Non lo aveva fatto avvertire. Aveva voltato le spalle e si era messa un poco a riordinare. Lui provò il terrore che gli sconvolgesse le cose. Anche lui però non esternò nulla. E quando si ritrovò finalmente solo si rese conto che riusciva ancora a trovare tutto. Tirò un lungo sospiro di sollievo.
Dopo quella sera capì che poteva fidarsi molto di lei. Non mancarono altre occasioni o motivi per farla salire. Per trovarsi poi a parlare delle cose più disparate in quelle stanze. Lei cercava sempre di rubare con gli occhi tra quegli appunti. Anche quello era diventato una sorta di gioco, in cui fingevano di farsi dei piccoli dispetti. Lei cercava di sbirciare e lui girava i fogli. In un paio di occasioni lei si fermò anche a cena. Per lo più si metteva sopra i fornelli e cucinava. Era anche un’ottima cuoca. Era piacevole conversare così, a cuor leggero. Una volta salirono anche da lei, ma l’appartamento non funzionava. Qualcosa non lo faceva sentire a proprio agio. Naturalmente era solo lui a sentirsi fuori luogo. A sentirsi imbarazzare. A non riuscire a esprimersi con la stessa libertà e leggerezza.
Intanto il racconto stava arrivando alle pagine centrali. Ne era assolutamente entusiasta. Quella sera Eleonora era seduta buona sul divano. Omero era poco distante perché aveva acceso il computer per apportare una piccola correzione quasi superflua. Doveva essere tutto perfetto come voleva. Involontariamente era lei ad avergli suggerito quella rettifica. Ogni tanto lei girava leggermente il capo e gli sorrideva. Sembrava serena e tranquilla. Poi all’improvviso lo chiamò vicino a sé: Vieni qui sciocco che ti voglio bene. Non sapeva il contributo che stava dando alla storia. Lui la raggiunse e si baciarono a lungo. Con un’intensità struggente. Forse avevano aspettato anche troppo. Quella notte lei si fermò lì. E anche le notti seguenti. Lui scoprì la vera passione. Quel nuovo mondo.
Spesso il mattino Eleonora trovava Omero già in piedi che batteva come un forsennato sulla tastiera. Lei stava aspettando ancora che le permettesse di leggere le sue prime cose. In fondo credeva ormai di averne diritto. Ma lui continuava a dirle di pazientare. Finalmente una sera le diede orgoglioso la stampata di quello che a suo dire era finalmente quello che si aspettava. La storia più bella che avesse mai immaginato, e l’avevano scritta insieme. Lei divorò rapidamente tutte le pagine mentre lui restava in fervida attesa del suo parere. Eleonora sembrava entusiasta. Cinguettava garrula nel ricordare gli episodi in cui si riconosceva, così ben minuziosamente descritti.
Poi arrivarono i primi rossori quando il racconto cominciò a descrivere anche gli attimi intimi del loro amore. Con la stessa solita meticolosità. Quella parte la imbarazzava molto. Avrebbe voluto che lui trovasse delle parole meno precise, più delicatamente soffuse. Più in penombra. Cercò di spiegarsi senza riuscirci. Le sembrava comunque bellissimo. Complessivamente era eccitata. Aveva voglia di ridere. Di gridare. Di correre. Aveva voglia di provocarlo. Di scappare in camera e invitarlo a seguirla. Lasciando cadere un petalo ad ogni passo, per ritrovarsi nuda. E poi spogliarlo, magari senza riuscire a trattenere la fretta. Ma le pagine finirono e la lasciarono con l’amaro in bocca. Con un senso di vuoto. Anche allo stomaco. La storia non era ancora finita.
Glielo disse che mancava il finale, ma lui, naturalmente, lo sapeva. Lo rimproverò. Poi gli chiese come intendeva continuare. Lui le mostrò la Sting che aveva comprato. La poggiò sul tavolo. Lei ne restò inorridita: Che ne vuoi fare? Lui le si fece vicino. Le spiegò che quello doveva essere il suo ultimo racconto. Una storia che parlava veramente della vita. Ma che una storia della vita doveva necessariamente parlare anche della morte. Che la vita conduceva sempre alla morte. Era inesorabile. Era l’unica fine che poteva dare alla storia assoluta. La vera fine. Era tranquillo, di una tranquillità completa. Sicuro di sé. Lei si allarmò conoscendolo: Non vorrai mica che ti aiuti a uccidere qualcuno? Rifiutava anche l’idea di pensare a una cosa simile. Per lei la vita era la cosa più sacra. Forse assieme o poco prima del vero amore.
Cercò di tranquillizzarla: Certamente no. Non servirebbe a nulla. Le spiegò che non aveva potere la morte in sé. Doveva conoscere la persona per provare i veri sentimenti che comportava. Doveva avvicinarla. Entrare in una relazione il più possibile stretta. Anche se l’amore non era previsto. Doveva provare il vero dolore, l’angoscia, la disperazione, per poi poterli descrivere. Eleonora tornò a provare paura. Sperava di non capire. Lui invece proseguì con la stessa fredda calma: Sei tu la mia protagonista. Alla paura in Eleonora si sostituì il terrore. Lo aveva dipinto anche negli occhi. La sua voce si fece implorante: Ma io ti amo. Anch’io. –confessò lui. È questo che mi permetterà di penetrare in tutti i meandri del sacrificio. Restò in silenzio per un lungo interminabile attimo. Lei si guardò intorno alla ricerca di una via di fuga. Si era innamorata di un pazzo.
Lui mise la carta di credito sul tavolo: Questo è quello che ti devo e anche tutto quello che mi resta. Dopo non avrò bisogno più di nulla. Le disse che conoscendo l’iban poteva versarli a chiunque preferisse. Depositarli ovunque. In qualunque conto. Lo poteva fare attraverso la sua home banking. La tranquillizzò affermando che non si sarebbe fatto attendere molto. Afferrò il revolver e si mise in attesa delle sue decisioni. Eleonora riusciva solo a piangere con la gola scossa di singhiozzi e il viso solcato di lacrime disperate. Non avrebbe fatto a tempo a raggiungere la porta. Era troppo tardi per tutto. Avrebbe voluto gridare, ma la voce le si soffocava in gola. Sarebbe stato comunque inutile. Anche solo per dare alla vita qualche altro minuto depositò sul proprio conto tutto, mentre lui e il revolver continuavano a fissarla. Poi di tempo non ne rimase altro. In quegli occhi leggeva la follia e la decisione. Fu l’ultima cosa che vide. Lui strinse il calcio della pistola ed esplose i primi colpi. Da così vicino non la poteva mancare.
Poi cominciò immediatamente a subissarla di domande ma lei non aveva fiato per nessuna risposta. Ormai le labbra di lei non conoscevano che silenzio. Non avrebbe potuto aggiungere nient’altro. Così tornò al computer per completare finalmente le ultime pagine di quella vicenda che era stata fantasia contestualmente al suo essere realtà. Le dita correvano rapide e febbrili suoi tasti. Le parole sembravano formarsi da sole. Il correttore lo avvisava degli errori. Provvedeva immediatamente. Eppure… A quel punto ammutolì. Non ci aveva pensato. Era stato distratto. Un vero coglione. Doveva finire con la fine di tutto. Con la fine dell’amore. Con la fine della vita. Con la sua fine. Chi avrebbe descritto la sua morte? Rivolse rassegnato la pistola verso di sé. Peccato, sarebbe rimasto un magnifico racconto incompiuto. Bang!

Una canzone francese

Una canzone francesePer quelli della nostra generazione la musica, le canzoni, sono sempre state qualcosa di più. Difficile da spiegare a chi non c’era. Tutto suonava allora. Ogni momento dei nostri ricordi è legato ad una canzone. Ogni canzone riporta a un avvenimento.
La musica era tutto e tutto era musica. Allora ascoltavo anche le cose più strane. Magari nemmeno proprio solo della mia generazione. Ricordo con nostalgia una canzone francese: Ne me quitte pas. Forse in quel caso ero in ritardo. Sicuramente, avevo undici anni quando è stata scritta. Pochi. Era dolorosamente triste e disperata, anche se non capivo le parole. L’avrei capita in traduzione solo qualche anno più tardi. Casualmente sarebbe diventata, poco tempo dopo, proprio la colonna sonora di una mia storia sfortunata. Della Storia. La mia prima grande storia. La mia storia con Monika. Una storia che si è trascinata lentamente, per finire poi inconsolabilmente all’improvviso. Tutti cantavano o ci provavano, anche quelli stonati. La ricordo canticchiata da lei. Mentre mi salutava.
Suo padre era stato promosso, cioè trasferito. Credo, se non ricordo male, a Reggio. Ci eravamo ripromessi di fare un duo, io e lei, come Sonny and Cher. Di imparare uno strumento: io il sassofono e lei il mandolino. Di girare il mondo e conquistarlo. O solo di vivere. Anche la loro storia sarebbe finita male. Non lo potevamo sapere ancora. Eravamo molto giovani, allora. Troppo giovani. La sua famiglia sarebbe partita quel giorno stesso. E lei con loro. E mi teneva la mano. E aveva gli occhi gonfi di lacrime, nel dirmi addio. La baciai e cercai di far durare quel bacio all’infinito. Lo ricordo ancora come se fosse ora. La ricordo ancora tra le mie braccia. E quella sarebbe rimasta per sempre la nostra canzone e periodicamente sarebbe tornata a torturarmi e farmi rimpiangere dolorosamente quella storia con Monika.
Il lavoro. Gli impegni. I figli che amano quella marmellata chiassosa. Ora le ascolto meno. Non trovo facilmente il tempo e il posto per le mie canzoni. E quando trovo un momento solo per me sento quasi sempre solo quelle di allora. E ancora tutte mi parlano. E mi parlano al cuore. E allora tona il tamburino. E allora torniamo tutti giovani. Tutti noi, assieme agli amici che rivedo sempre meno. Tutta la mia generazione. È allora che è stata inventata la musica. Bob Dylan e Joan Baez. I Beatles e i Rolling Stone. Woody Guthrie. Otis Redding. La musica irlandese. Janis Joplin. Van Morrison. The Door. I Jefferson. Le canzoni politiche della linea rossa. E poi ancora il boss Bruce Springsteen. E tanti altri. Inutile provare a ricordarli tutti.
Poi, oggi pomeriggio, distrattamente, senza una ragione vera, apparente, ho messo nel piatto quella stessa canzone: Non andare via. Nella sua versione originale, in francese. Mi ha fatto male come allora. Come ogni volta che non sono riuscito ad evitare di ascoltarla. Ero da solo in salotto. I figli sono diventati grandi. Hanno già imboccato le loro strade. Meglio, stanno cercando di farlo. In casa non ci sono quasi mai, Alberta lavora a Panama. Mia moglie, Susanna, è in cucina a finire di lavare i piatti. Mi chiedo perché sto piangendo. E Monika è tornata ed è entrata nella stanza. Mi si è seduta accanto e mi ha passato il braccio dietro le spalle. La guardo e lei socchiude gli occhi. È un invito. Accosto le labbra e la bacio. È il bacio più intenso della mia vita.

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