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Parlando di Elena

donna-libroAnche lei leggeva romanzi d’amore. Si sa come sono fatte le donne, se non c’è l’amore non è un romanzo. Spesso si faceva consigliare perché è facile dire, ma trovarli è un’altra cosa. Perché le librerie le facevano confusione. Meglio dall’edicolante. Ma non ce ne sono mai abbastanza. Perché le prime volte ne era stata delusa. Sembra che tutto sia amore. Anche i drammi di gelosia. Anche i grandi romanzi epici dove l’amore è solo di contorno, relegato in un angolo. Dove una donna guarda il suo uomo combattere e farsi sbranare dalle guerre. Lo guarda e lo aspetta. Ne condivide le pene. Lo vede eroe anche quando eroe non è. E’ già pronta al sacrificio, al sacrificio di perderlo. Perché questo è essere donna.
Poi ci sono anche quelli di lettere che non sono veri romanzi. Che sono amori tormentati. Almeno quasi sempre. Patire, partirò, partir bisogna. Lei che aspetta. Quando torni? Un bimbo piccolo che piange. La fatica di vivere. Il poco da mangiare. Vorrei essere là, ma… Il dovere. Delle ragioni più grandi. Cosa c’è di più grande? Più grande di un grande amore? Che cerca di sopravvivere anche a se stesso? Perché poi… Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Come può una donna avere la completa fiducia dell’amore? In quelle condizioni? Se lei a fatica deve vincere le tentazioni, e nemmeno sempre ci riesce, come può sopravvivere un uomo? Che coraggio può avere? Insomma l’amore diventava tutta una domanda. Ma perché l’amore deve essere sofferenza e rinuncia?
E gli amori tormentati. La vittima è quasi sempre donna. Perché la donna è preda. E quando ama lo fa senza riserve. Senza compromessi. Completamente. Per tutta la vita. E può perdonare tutto, purché sia per amore. E a volte è difficile. E a volte niente è troppo. Nessun sacrificio. Nessuna rinuncia. Si può persino non vedere. Non sentire. Raccontare agli altri un’altra storia. Una storia in cui è principessa, non domestica. Per fortuna che lei era stata fortunata. Ma quello che le mancava lo trovava in quelle pagine scritte da quegli autori così bravi e… sensibili. Aveva i piedi per terra, ma aveva anche bisogno di sognare. Che poi aveva anche quel nome. Insomma era nata e l’amore lo aveva già scritto sulla pelle. Anche se lei non sapeva lavorare a maglia.
Insomma lei li voleva d’amore amore. Magari anche con qualche odore forte, leggermente piccanti. Cioè d’amore e di passione. Non necessariamente, ma era meglio. Non volgari; no. Anche il sesso, per lei, era una cosa dell’anima. Il sesso andava suggerito. Descriverlo gli faceva perdere quella magia. Lo vanificava. Era da rozzi. Inibisce la fantasia. E lei voleva essere padrona della propria fantasia. Immaginare. E immaginarsi protagonista. La protagonista di quelle attenzioni. Cioè quando si scrive che si baciano non le interessava che le spiegassero in che modo. A seconda del momento, delle sue emozioni, riusciva a vederlo quel bacio. A provarlo. A provocarlo. Ad impadronirsene.
No! Anselmo non era bravo nemmeno in quello. Certo che nei romanzi è tutto un po’ esagerato. Lo deve essere. Nessuno cerca la noia nella lettura. Perché per lei non era mai stato proprio come per le protagoniste di quelle gesta. Cioè… non sapeva come dirlo. Nella vita è tutto più pacato, più controllato. Non si sfida una tempesta. Ecco… non si perde la testa. Forse è solo molto più semplice. La passione è più semplice. Se una potrebbe anche lasciarsi travolgere, lasciarsi andare, ci sono poi mille altre piccole ragioni per ritrovare il controllo. Soprattutto il momento dovrebbe essere lo stesso momento per due. E questo è impossibile. Se mai era successo, quando per lui era il momento, per lei era già passato o doveva ancora venire. Cioè non era il tempo o il luogo.
O una pensa alla cena o pensa a quello. Comunque nella vita di due tutto è amore. Anche la pazienza e l’impazienza di mettersi a tavola. Anche lui che legge il giornale. Anche la partita di calcio. La sua serata con gli amici. Anche aspettare. Anche la sua gelosia. Soprattutto quella. Anche una camicia stirata. Persino la bolletta della luce; perché lui la lasciava sempre accesa da per tutto. E le ciabatte in mezzo alla camera. E i calzini da lavare. E il tubetto del dentifricio aperto. Magari non tutto è romantico ma è quel tutto che è amore. Perché la vita in due non è mai veramente un romanzo. Anche se cerca di imitarlo. Chi mai direbbe certe frasi che si possono trovare solo scritte? A pensarci lui però non le aveva mai portato nemmeno un mazzo di fiori.
Magari sbagliava a credere troppo in quei romanzi. A fasciarsi la testa e a lasciarsi convincere. Magari l’amore non è sempre come in quelle pagine. Ma pensarlo era bello e le dava piacere.

Una nonna amorosa

nonna-nipote-neonatoQuaranta due anni. Forse era presto. Non lo piaceva che glielo ricordassero. Era diventata nonna. Se glielo avessero chiesto non era pronta.
Susanna. Sei mesi. Un batufolo di tenerezza. Quando non frignava. Quando lo faceva, di strillare, era insopportabile. Sembrava non volere finirla mai. Per quanto la si dondolasse. Le si parlasse. Le si accarezzasse il pancino. Aveva provato anche con la tisana. Persino sciogliendo due pasticche sedative. Niente da fare. Era stata tentata di afferrare un cuscino.
Quella sera, quella sera maledetta, avevano deciso di andare al cinema; Claudio e Anna. Gliela avevano lasciata; Susanna. Senza nemmeno prendersi la briga di chiederglielo. Come se per lei fosse un dovere. Come se fare la nonna fosse un obbligo. E la piccola peste si era messa subito a sbraitare. Ogni attenzione sembrava vana. Pareva che sapesse che c’era solo lei. Di essere stata abbandonata da papà e mamma. Si disse di portare pazienza. Di sopportare. Cominciò a girare per le stanze. Non sapeva più cosa fare per calmarla. E la cena si era bruciata sul fuoco.
Fu così che, venendo pian piano meno la pazienza, prese un coltello e le tagliò la gola. Aveva le idee annebbiate. Non voleva più pensare. Quanto sangue poteva contenere una cosa tanto piccola. Ne succhiò un po’. Era dissetante. Aveva un sapore… buono. Il resto lo raccolse in alcune bottiglie, aveva intenzione di conservarlo. Del resto fece piccoli pezzi che ripose nella ghiacciaia. Tranne le guance che le servirono per quella cena che era andata in fumo. A lei bastava poco. Erano ormai le undici. Pulì tutto prima che tornassero. Poi ruppe una finestra. Rovesciò la poltrona. Un paio di soprammobili, compreso quel vaso da fiori che le piaceva tanto (con rammarico ne guardò i frammenti sparsi per il salotto). Sbatté per terra un paio di quadri. Sprimacciò i cuscini. Guardò il risultato di tutta quella sua laboriosità. Poteva andare, era stata brava, e chiamò i carabinieri.
Genitori e carabinieri arrivarono quasi insieme, come si fossero dati appuntamento. Si giustificò che stava guardando la televisione, però la bambina era buona. Si era addormentata subito. E anche lei aveva preso il sonno. Un sonno pesante. E poi quello era mascherato. Perché si trattava certamente di un uomo. E’ solo che le bugie hanno le gambe corte, proprio come le sue, e lo doveva sapere. La spiegazione di un rapimento perse presto di credibilità, di veridicità. E quelli, i maledetti carabinieri, presero a rovistare da per tutto. Mentre papà e mamma, che avevano lasciata da sola la loro bambina, si impegnavano ad interpretare nel modo più credibile possibile la disperazione. Basterebbe essere previdenti e pensarci prima alle cose.
Alla fine aprirono quella ghiacciaia. Cercò di inventare delle altre storie, su due piedi, ma quelli, i soliti carabinieri, sembravano non credere a niente. Nessuna giustificazione gli bastava. Fu così che fu tratta in arresto. Pensava si dicesse così. Non ne era certa. Era la prima volta. Fu tradotta in caserma. Chiusa in una stanza piccola e angusta. Una vera cella. Messa davanti al magistrato non le restò che ammettere la verità: «Dicevano tutti: Guarda com’è bella. Sarebbe da mangiare”». A lei non sembrava nemmeno così bella.

Le ripetizioni

crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

Un concerto

darlin_maxresdefault-2-1Vi ho mai parlato di Africa, cioè di Augusta detta Africa? No! credo proprio di no; perché questa è un’altra storia. Una delle tante. Per chi non la conoscesse nel nostro complesso lei cantava e suonava il violino. Non era alta, questo si dice di chi è abbastanza piccolina. Piccolina e formosa, ma sapeva farsi apprezzare. Aveva il diavolo in corpo e nessun ritegno. Carnagione scusa, da questo quel soprannome. Lunghissime treccine e forme piene. Molto piene, abbondanti. E non cominciava mai un concerto senza averlo fatto, dopo essersi fatta un bel po’ d’erba. Lei diceva proprio come Janis. Ma così vanno le cose, o andavano allora. E noi dovevamo suonare al King’s Palace. E doveva venirci ad ascoltare un produttore.
Quella sera avevamo appuntamento nel furgone mentre gli altri continuavano con il Sound Check. Non che dovesse rimanere un segreto. Ma io la raggiunsi furtivamente. Era la mia occasione. Ero emozionato, Non solo per la serata. Ero preparato al meglio, al massimo, non a una delusione. Invece, con lei, avrei dovuto esserne pronto. Infatti lo stava già facendo con quello stronzo buono a nulla che avrebbe dovuto occuparsi solo delle luci. Mi stava su quel posto già da appena l’avevo visto. Per un attimo non si accorsero di me. Mi sentivo un imbecille. Poi lei mi guardò e mi sorrise con quel suo fare innocente come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se si stesse lavando i denti. Scusami un attimo. Sai… è solo che lui è arrivato. Mentre stavo aspettando. Non te la sei presa, vero? Magari ci… sentiamo dopo il concerto. E me ne uscii.
Non è stato il più bel concerto della nostra brevissima tournée. Ero distratto. Lei si era scordata di rimettersi le mutandine. Ero incazzato. Moisse aveva perso il tempo. Il piano aveva troppi tasti. Ad un certo punto le luci si erano spente. Fanculo, lo avevo detto che quel figlio… Dopo non avevo più un briciolo di energia. Lei aveva cercato di rabbonirmi, di consolarmi, facendomi vedere e giocare con le sue bocce. Già! da quando avevamo cominciato erano il successo maggiore e la cosa più gettonata di tutta la provincia. Forse è in un’occasione del genere che qualcuno ha coniato il detto che il tempo è d’oro. Ero fuori di me. In fondo la canzone era la mia.

Seconda visione

interno_di_un_sala_da_cinemaGiustino non si era fatto vedere. Pazienza. Si infilò in un cinema di seconda visione, forse anche di terza. Avrebbe mangiato un boccone più tardi.
Il film era già cominciato. Non c’erano che un paio di spettatori. Il cinema non esercita più il fascino di una volta. Ormai è come un abito passato di moda. Ci vanno quattro gatti. I disperati e gli sfigati. E quelli che come lei non sapevano come sprecare un paio d’ore. Però, nonostante fosse solo una piccola sala, le poltrone erano comode; in velluto rosso. Ci si sprofondò dentro.
Stava guardando distrattamente lo schermo, forse seccata dal mancato appuntamento, troppo presa da sé e da quello che le succedeva intorno. Perché non avrebbe dovuto pensarci anche una donna della sua età? Si accorse che aveva sbagliato sala. Che era una storia stupida e che per di più l’aveva già visto. Raccontava, o cercava di raccontare, di una cosa che veniva chissà da dove, da un altro mondo, e la cui attività consisteva nel cacciare. In particolare, cioè in quel caso, dare la caccia a uomini. Tutto era di una banalità incredibile. Ne aveva già abbastanza. Forse facevano di meglio in televisione. Si stava per alzare quando era entrato quel tipo.
Era entrato senza fare troppa attenzione a rispettare il silenzio. Si era seduto due file dietro. Poi si era guardato intorno. Poi aveva tossito. Poi si era alzato ed era andato a sedersi proprio di fianco a lei, alla sua sinistra. L’aveva guardata. Sapeva di fumo e di vino. Un odore forte. Da dare quasi la nausea. Lei frugò nella borsa. Si sentì tranquillizzata. Non aveva mai imparato a lavorare a maglia, ma portava sempre con sé un paio di ferri. Non si poteva mai sapere chi si poteva incontrare girando, magari nelle ore più tarde, per le strade di quel quartiere. Era pieno di disperati. E di immigrati.
Magari era un vezzo ridicolo, non aveva certo mai pensato al perché, che le potessero tornare utili, semplicemente le davano sicurezza. E cercò di tornare a cercare di guardare quello stupido film. Lui, il tipo, sembrava irrequieto. Faticava a stare fermo e tranquillo. Forse era proprio uno di quei disgraziati arrivati per cercare fortuna. Tornò a guardarla. Forse nel buio le aveva sorriso. Difficile da dirsi. Certo era che le aveva appoggiato una mano sul ginocchio. Poteva essere suo figlio. Forse aveva l’età di sua nipote. Cercò di mettere disprezzo nel suo sguardo e gli tolse la mano. La sala era buia, se non aveva potuto vedere i suoi occhi, lui non poteva comunque ignorare il suo netto rifiuto.
Per un po’, quell’individuo, si mise tranquillo, se così si può dire. L’odore da sgradevole era diventato insopportabile. Si stava per alzare per andarsene quando si sentì di nuovo, ancora, quella mano addosso. Non avrebbe voluto che le smagliasse le calze. Era completamente fuori di sé. Era decisa. Stava per toglierla seccata un’altra volta. Tentata di fare uno scandalo. Di protestare con la maschera. O alla cassa. Magari si mettevano in testa che era solo una povera donna isterica. Preferì restare in silenzio. Non fare niente. Non reagire. Come curiosa di vedere dove quello strano tipo voleva arrivare. In un cinema. Non le era mai capitato.
Lui la guardò. Forse ripeté quel sorriso e si mise comodo. Dopo pochi attimi quella mano cominciò a salire. Era proprio una cosa dell’altro mondo. Ma come si permetteva? Non era più una ragazzina. Era una donna matura. Con due figli e una nipote. Stava per gridargli i peggiori insulti che fosse riuscita a scovare. Si vergognò per lui. E per se stessa. Senza sapere perché, senza nessuna decisione, curiosa, lo lasciò fare, almeno finché non decise che non poteva lasciarlo andare oltre. Ormai quella mano aveva superato il nailon. Ormai le dita dello sconosciuto le stavano sfiorando le mutandine. Poteva capire la disperazione e la solitudine. Non erano affari suoi. Non era Santa Maria Goretti. Quello era troppo. E si sentiva rimescolare dentro. Non sapeva. Indignazione? Rabbia? Vergogna? Questo e quello? Forse un inizio di… Ne era provocata? Impossibile.
Gli tolse la mano e gli sputò addosso un sussurro: “Stai fermo”. Lui la guardò sorpreso e confuso. Le sorrise e tornò a mettersi comodo. Stravaccato sulle poltrona fino quasi a scomparire. In quel momento lei poté leggere tutto nei suoi occhi. Si guardò intorno controllando gli altri spettatori. Sembrava che tutti trattenessero il respiro. Decise di fare lei: “Faccio io”. Doveva essersi impazzita. Nemmeno lo conosceva. Ma era strano avere un uomo, e per di più giovane, tra le mani, dopo tanto tempo. Quasi le sembrava come la prima volta, di non esserne più capace, di non essere certa di sapere cosa fare. Irritata. All’inizio la cosa la intimidiva. Poi sempre meno. Ritrovò la vecchia sicurezza di sé.
Lei stessa non riusciva a crederci. Come aveva potuto infilarsi in quella situazione? Per di più in quella scomoda posizione? Sotto tutti i punti di vista. Si ricoprì le gambe. I suoi occhi fissavano lo schermo senza vederlo mentre proseguiva determinata. Si dava dell’idiota. Dava a quel tipo odioso dello stronzo. Mandava tutto e tutti a quel paese: “Ora ti faccio vedere io”. Anche quegli spettatori ignari che continuavano e guardare il cinema. Come se tutto intorno a loro fosse solo trama. Trama e finzione. “Vediamo se la smetti di importunare le povere donne, le signore”.
Era passato tanto tempo da quando aveva fatto una cosa del genere, ma si ricordava ancora bene cos’era un uomo. Certo. Non ci volevano studi. Non ci voleva un genio. Era quasi naturale. Com’era facile da capire che quel delinquente stava ormai per restare soddisfatto. Pareva beato e aveva chiuso gli occhi. Si limitava ad aspettare. Fu proprio all’ultimo momento che la sua mano tornò a frugare nella borsetta. Trovò il ferro. Lo afferrò con decisione e gli trapassò la gola con un colpo secco e netto. Lui emise solo una specie di singhiozzo. Poi, cosa strana, soffiò fuori la vita con un sibilo. Lei lo spinse distante prima che gli si afflosciasse sulla spalla. Si pulì le mano. Si guardò intorno nel silenzio più assoluto. Si alzò e si avviò.
Un tipo che faceva la fila alla cassa le chiese se era già finito. Lei rispose che non era certa ma non doveva mancare molto, e che comunque l’aveva già visto. In strada fu tentata di chiamare un taxi. Non sapeva se era ancora irritata o appagata. Non aveva molto appetito. Certo si sentiva stranamente stanca. Quasi esausta. Non ne capiva la ragione. Pensò stupidamente nemmeno un bacio. Le strade del suo quartiere erano sempre meno sicure. Preferì comunque prendere la metro.

Huihui qing

redcook_meatAda, questo mi sembra uno dei tuoi soliti capricci.
So solo che non posso più andare per strada con questi due cosi davanti.
Dopo quello scambio di battute le cose erano precipitate. Lui aveva deciso che questa volta non avrebbe ceduto. Lei che avrebbe tenuto duro costasse quello che doveva costare e smise di rivolgergli la parola. Poi prese a fargli piccoli dispetti. Non fargli trovare il giornale il mattino. Non portare più fuori il cane. Non fargli trovare la cena alla sera o abbondare sbadatamente con il troppo sale che già a lui la cucina Tex-Mex non riusciva a digerirla.
Non era passato nemmeno un mese da quando aveva deciso di farsi mussulmana. Si era giustificata dicendo che ormai erano gli unici italiani rimasti. A nulla era valso che lui con pazienza le spiegasse che quello era un quartiere multietnico, dove convivevano tranquillamente varie razze, ma che non frequentavano abitualmente nessun arabo. Era stata irremovibile, hijab e Ramadan compreso, e lui aveva dovuto impazzire finché non aveva scoperto che l’unica moschea era dall’altra parte della città.
Lui adorava l’anguilla ma purtroppo non era kasher. Che cavolo voleva dire? A ognuno la propria cucina e a dirla tutta lei come cuoca era proprio una frana, nonostante l’impegno che ci metteva, soprattutto nella teoria. Aveva riempito la casa di libri sulle varie cucine. A sentirla seguiva tutto alla lettera, ma alla fine qualcosa non andava. La teglia? Il forno elettrico? La freschezza degli alimenti? Il diavolo che ci mette la cosa? Il risultato era sempre e comunque un disastro. E lui non aveva nessuna intenzione di farsi circoncidere.
Per non parlare poi del periodo animista. Del periodo naturista. Del: Sarebbe bello… l’infibulazione è amore e pulizia. Ma mi fa paura. Di quello orientalista, buddista o induista o giainista che fosse, non aveva importanza. Del periodo avventista, per fortuna molto breve. Di quello metensomatosista o che diavolo era; in quei giorni si erano presi in casa quel maledetto cane senza razza né nome. Di quello evangelista. Zoroastrista o Zoroastrianesista che dir si voglia. Della sua infatuazione improvvisa per Schopenhauer. E del periodo intimista. Di quello surrealista. Di spiritualismo, sincretismo, sciamanesimo, esoterismo eccetera. E di tutti i suoi fugaci amori per tutti gli ismi. Voleva forse farlo impazzire? Forse fare semplicemente la casalinga non le bastava. Ma lui l’amava semplicemente per quello che era. Così come era.
Era grazie a Google che aveva tentato di capirla. Ora si era messa in testa di farsi ridurre drasticamente il suo meraviglioso e florido seno. Non c’era religione che glielo imponesse. Filosofia che glielo chiedesse. Era solo perché… Perché le dava imbarazzo. Perché le altre come lei erano pressoché piatte. Così magre. Così slanciate. Così nordiche. Così… intellettuali. Così mogli. Così… insomma così. E mille altri strampalati così. Nessuna nel quartiere né aveva altrettanto. Non devo nemmeno allattare. Non abbiamo figli e non voglio averne mai. La mia linea… Faceva storie per uscire di casa. Nemmeno il pane voleva andare a comprare. Che poi il pane è un vizio solo di noi italiani.
In realtà lui, Ma Mingyu[2], era venuto in Italia per un provino con il Ricco Barbone, ma non aveva sfondato per incomprensioni con l’allenatore, probabilmente dovute anche alla lingua. L’italiano era un idioma talmente complicato e con una scrittura così assurda, ancora non poteva affermare di destreggiarlo in modo sufficiente. Appena arrivato poi riusciva a spiegarsi a malapena a gesti. Ma con la palla ci sapeva fare. Non era bastato. Si era accontentato a fare il muratore.
Ancora non gli parlava. Lui glielo aveva ripetuto e spiegato in tutte le salse che era naturale: Le cinesi erano così, come le italiane erano così. Era normale che le cinesi fossero piccole e senza seno. Per le italiane, le mediterranee, era diverso e qualcuna, come lei, ne aveva un po’ di più; anzi un bel po’. Anche lui si poteva dire che aveva i pettorali incassati, cioè non li aveva proprio. Non gli sembrava di essere così esigente. Mica aveva chiesto una zuppa di chow chow. Possibile che non gli potesse preparare almeno una volta un semplice Hong Shao Rou[3]? Ormai era la signora Mingyu, Fernanda Mingyu detta Ada.

[1] Huihui qing: Blu islamico https://it.wikipedia.org/wiki/Porcellana_bianca_e_blu
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Ma_Mingyu
[3] http://www.scattidigusto.it/2013/11/25/la-cucina-cinese-in-10-piatti-a-shanghai/

istock_000058983098_small_1739825Pareva che Teresa, quelli giusti, li avesse trovati tutti lei. Certo che Teresa era una che si dava da fare e ci sapeva fare. Almeno da come la raccontava lei. Era piena di consigli e li elargiva a piene mani. Solo che di quei consigli non sapeva che farsene. Inutile dire dopo cosa si sarebbe potuto fare prima. E poi nemmeno a lei mancava la fantasia. Forse era la pratica a farle difetto. Le sue domande poi erano le banalità più scontate che le avessero potuto propinare. A volte anche imbarazzanti, altre solo banali. Eppure era la stessa Teresa a confermarle che a lei non mancava proprio niente. Se non ti amano vuol dire che non ti meritano.
Certo che gli aveva fatto notare come avesse le gambe lunghe, e le cosce sode. Certo che conosceva il linguaggio di un sorriso ammiccante. Certo… anche del sedere. Certo che sapeva essere provocante. E impaziente. O, se serviva, paziente. E farsi riservata. E farsi spudorata, cioè un po’ arrogante e un po’ impertinente. Ma anche, se era il caso, un po’ santa e un po’ quasi quasi non te la do. Poteva essere qualsiasi donna e tutte le donne Per me… fa lo stesso. Come vuoi. Visto che siamo qui. Non lo avrei mai immaginato. Certo che tu… Non ti credevo così… Non guardarmi con quegli occhi. Come ti sembro? Scusa, puoi abbassare la luce. Ma mi hai vista. Abbi pazienza. Per chi mi hai presa? Datti da fare. E quelle cose lì. Tutte le donne lo sanno. E’ solo che poi vai a pescare gli uomini che le capiscono. E trovare quelli giusti. E il momento giusto.
Forse era solo una questione di tempo e di tempi. Se uno non lo conosci proprio a fondo puoi fraintendere quello che si aspetta. Che tipo è. Mica poteva chiederglielo Che tipo sei? Come ti piace farlo? Non sarai mica uno di quelli? Non è che poi mi deludi? Sei un toro o un agnello? O un capone? E la prima volta è sempre fondamentale. Lui ti guarda e ti sembra impaziente. Tu lo guardi e ti pare che la pazienza non saprebbe bastarti mai. L’amore ha sempre mille sfumature. E lei non parlava di amore, si accontentava di una semplice e sana avventura. Non cercava niente di più.
Al dire di Teresa Spresiano era un vero gigante, un bronzo. Doveva essere particolarmente fortunata. Lei aveva incontrato solo normo-dotati, quando non mini-dotati. Certo che il ricordo storpia, ma quando aveva, come dire? incontrato Spresiano non le era parso nulla di che. Per dirla tutta più pelle che carne. Per Teresa le poppe erano tutto, erano il suo segreto. Ma lei, Teresa, le aveva abbondanti. E anche un po’ cadenti. E se tra loro si doveva posare uno sguardo era prima su di lei che si soffermava e si soffermava un attimo di più, con maggiore interesse. Solo che spesso si soffermava solo quello sguardo. Il proprietario non riusciva a trovare le parole, il coraggio. Si allontanava con la sua voglia silenziosa. E la coda tra le gambe.
A sentire Teresa bastava essere disinibite. Cosa vuol dire? Si ha un bel dire disinibita quando nessuno cerca nemmeno di attentare alla tua virtù. Quando uno sguardo da pesce lesso resta solo lo sguardo di un pesce lesso. E te ne stai lì ad aspettare l’occasione e mastichi aria e l’occasione continua a farsi aspettare. Non ci sono più gli uomini di una volta. Dov’è finito il maschio cacciatore? A raccontare fantasiose rodomontate. A berselo corretto. A parlare di sport e di quella che lui chiama politica. A farsi lo spritz. A distogliere lo sguardo se lo guardi. Se incrocia i tuoi occhi. Se ti si scopre un po’ di gamba. Se si accorge che te ne sei accorta. Se ha ammirato troppo a lungo, secondo il fesso, la tua maglietta. Come se potesse darti fastidio. Come se un complimento potesse essere non apprezzato.
E’ stato allora che ho detto a Teresa vai a fartelo fare da un bassotto e pelo corto. Che mi sono alzata e l’ho raggiunto al suo tavolo Posso dirti due parole trascinandolo via dagli amici. Scusa, come ti chiami? Veramente… io mi chiamo veramente… Salvatore; perché? Salvatore, ho visto come mi guardavi. Credo si stia sbagliando; io mica la guardavo. Certo che lo facevi. Mi deve credere. Ti è piaciuto quello che hai... Non vorrei essereInsomma, se ne hai voglia allora abbiamo voglia in due. Non credo di capire. Certo che capisci, intendo… sì, insomma… scopare? Dice sul serio. Certo, solo una scopata. E’ che ioFacciamo in fretta. Una sveltina. Una botta e via. E’ solo che devo prendere il pullman. E si è alzato. Soddisfatto. Soddisfatto di che?
Non era male Salvatore. Non sarebbe stato male. Ero certa che ci stesse ripensando. Spettinandosi i capelli. Ma appena si era allontanato era giù una storia chiusa. Se si può definite una storia. E sono tornata da Teresa Sei ancora qua? Dove volevi che andassi? Non dire che non te l’avevo detto. E allora? Hai visto anche tu. Cosa? Allora nisba. Perché? Che ne so? Mica potevo dirle che aveva appuntamento con un pullman. Lei aveva riso. Gli uomini restano un mistero. Se anche trovano il coraggio solitamente non hanno neanche niente da nascondere. Puoi aspettarti che ti riempiano di parole. Sei un’illusa ad attenderti anche dei fatti. E’ una storia già scritta: gli uomini che incontri sono sempre gli uomini delle altre.