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Piccoli gialli italiani16. Mi sbatte fuori dalla notte un fracasso incredibile. Mentre cerco di svegliarmi penso che sarei più tranquillo a casa. Stiracchio le braccia. Sbadiglio. È un’ora che non fa per me. Mi domando a cosa sia dovuta la grande confusione. Non faccio in tempo a chiedermi altro. Ciabattando li raggiungo in cucina. Non capisco tutto. Non sono ancora completamente sveglio. Sembra che mi si imputi di aver fatto qualcosa. Forse mentre dormivo? Quella strana donna non manca di un coraggio che non le conoscevo. In fondo sono solo un suo ben strano affittuario. Mamma non parla con lei. Ha dovuto perorare la mia causa Papà. Abbiamo una lontana e strana parentela. Ambigua. Nemmeno è veramente mia zia, la Zia. Credo che lo faccia per una cifra praticamente simbolica. Comunque come un piacere.
Lei, la Zia cerca di opporsi con tutte le forze al mio arresto. Fronteggia sbraitando i due poveri questurini. Facendomi scudo col corpo. Spingendoli via. Mulinando le mani. Decisa. Indomita. Gridando che sono un bravo ragazzo. Che non ho mai fatto niente. Che non vado a donne. Che me ne sto sempre in casa. Per gli affari miei. Che non faccio che studiare. Perché mi trascinano via senza che abbia potuto prendere nemmeno un caffè. Continua a gridare mentre esco in mezzo ai due militi. In verità non mi trascinano via. Più Semplicemente mi hanno invitato a seguirli. Il più gentile, perché ce n’è sempre uno più gentile, mi dice che mi vogliono solo parlare. È così che mi trovo, in un ufficio buio e triste, davanti l’appuntato Buonadonna. Per un attimo non alza gli occhi dal suo mucchio di carte. È una mossa palesemente studiata. Poi ci guardiamo come si sbirciano due sfidanti.
Dura poco. “Finalmente abbiamo qualcosa da dirci, noi due”. “A cosa debbo… l’onore”? “Qui le domande le faccio io”. È un classico di ogni libro e film giallo. È una frase che non manca mai. Lui ne sembra orgoglioso. “L’ascolto”. “Bene, finalmente non me la ritrovo tra i piedi a rompere per niente”. “Veramente”… Cerca di essere formale: “Lei è stato fermato”… Non posso ricordare il fatto. La parola “Fermato” mi pare avere già in sé un indizio di sospetto. Se non già di dolo. Lo faccio notare. Mi attengo al lei anch’io: “Mai stato fermato, come dice lei”. “Le sono state prese le generalità la notte del… alcune notti fa. In una località del Lido. Mi può dire cosa ci faceva”. Comincio a ricordare. Cosa c’entra? “È passato un bel po’ di tempo”. “È irrilevante. Come si dice: il tempo passato non macina. Lei sa che quei luoghi sono frequentati di giorno da persone che si spogliano. Senza nemmeno il costume. Capisce quello che intendo”? “Mi è stato riferito”.
Altra piccola pausa per fissarmi: “Cosa ci faceva, in spiaggia, di notte”? “Passeggiavo”. “E lei va in spiaggia, a passeggiare, in piena notte”? “Non mi sembra un reato. A volte, se non prendo sonno. Se ho voglia di camminare. Di silenzio. Di stare solo. Di riflettere. Altro”? Sembra pronto a sferrare la sua mossa. Proprio come il gatto con il topo: “Conosce il signor Bisson”? “Non credo. Perché dovrei”? “Non crede oppure?”… “Mai sentito nominare”. “Il signor Virgilio Bisson, di anni cinquantatré, nato il… eccetera eccetera, residente in via… eccetera eccetera… Dicevamo il citato Bisson è conosciuto in loco, e anche da noi, per la sua passione pervertita. Come guardone”. “Non frequento. Non capisco la domanda”. “Il signor Bisson è stato trovato, cioè il corpo del dissoluto poveretto, ormai senza vita, ma la legge è uguale per tutti, è stato ritrovato, come dicevo, riverso sulla sabbia nei pressi… dove lei è stato fermato”. Mi pare allucinante: “E allora”?
Penso rapidamente: Finalmente c’è il morto. Il morto ammazzato. La vittima e la trama. Ho il mio giallo. Sono quasi euforico. Poi comincio a diffidare della fortuna. Non vorrei trovarmi in un guaio. Lui non demorde: “Non mi ha ancora detto la verità. Cosa ci faceva di notte”? Mi sento stanco. Stanco di tante domande. Di tanta stupidità. Di tanta inutilità. E anche guardingo: “Confesso, mi sono recato per cercare di fare una mia indagine. Per quella povera ragazza. Per quel povero ragazzo”. Per un attimo scorda le formalità: “Vedi cosa succede a mettere il naso in cose che non ti riguardano. Più grandi di te. Nel nostro lavoro. Eppure te l’avevo detto. Perché non usi la spiaggia come tutti”. Mi sono rotto: “Ci ho provato. Ci ho provato a usarla anche come tutti. Questo è il risultato”. “Forse”. “Non può essere che uno stupido caso”. “Le conclusioni le lasci trarre a me. Prego. È sicuro di non essere tornato sul posto anche la sera di ieri. E la notte. Ha qualcuno che può confermare dov’era ieri sera”? Per niente al mondo metterei in mezzo a questo casino il nome di Matilde. Piuttosto mi mordo la lingua. Me la taglio. Non mi fido molto del fiuto dell’appuntato. Delle loro indagini. Della legge ancora meno: “No! nessuno”. Non ho il tempo di pensare che coinvolgerei anche lei.
Preferisco un cauto silenzio. L’attesa. Sbrigarmela. Vedere come va a finire. Sono certo che la Zia confermerebbe che sono tornato alle otto. Che ero a letto. Ma Matilde deve restare fuori da questa faccenda. E poi non c’entriamo niente, né io né tantomeno lei. “Vediamo cosa mi dice ora”? Prima che lo realizzi la fa entrare e me la trovo al fianco. “Lei conferma che nell’occasione era in compagnia del qui presente signor Bernardo”? “Confermo”. “Mi può cortesemente dire cosa ci facevate in piena notte”? “Cosa vuole che ci facessimo, commissario”? “Appuntato, prego. E che era con lo stesso Bernardo, e nello stesso posto, non più tardi di ieri”? “Confermo”. “Siete stati visti, diciamo così, in intima discussione”. “Confermo”. L’appuntato ha un sorriso furbetto. Certo che è impossibile passare inosservati.
Certo che questo mondo ha più occhi che vizi e voglie. Certo che… Tutto. “Posso pensare che tra voi siate?”… “Buoni amici”. Lo trovo un po’ insistente. E un pochino impiccione. Tengo per me la mia opinione. “E lei, signorina, con gli amici?”… Non ha un attimo di esitazione: “Confesso”. Non può non ridere. Non abbiamo che preso il sole. Niente di più, niente di meno. “Fossi in lei non la prenderei tanto alla leggera”. Lei si finge seria: “Non lo faccio”. “Come dicevo, il signor Virgilio Bisson eccetera eccetera, manovale, come da verbale, è stato trovato cadavere riverso nella spiaggia. La bocca spalancata digrignata a mordere la sabbia. Gli occhi sbarrati volti alla luna. Tenuti dilatati con due cerotti”. Matilde non si perde d’animo: “Morto soffocato”? L’appuntato Buonadonna non la richiama. Non le dice come ha detto a me. Si limita a rispondere con un’affettata cortesia: “No! strozzato”. “Ora presunta”? “Tra le tre e le quattro del mattino”. “Che lavoro fa la moglie”? “L’infermiera”. Questa non l’ho capita ma se i delitti li vedo in tv c’è sempre qualcosa che non capisco. Più di qualcosa. Finché non svelano la fine.
Quello che mi mette in crisi sono le domande simili che, a prima vista, non c’entrano un fico. In questo caso anche se la guardo più volte. “Con cosa è stato strozzato”? “Tramite calza di seta. Rinvenuta stretta al collo della vittima”. “È la prima volta che si parla del signor Bisson”? “Più volte è stato oggetto di denuncia per lo stesso motivo. E più volte si è rivolto al pronto soccorso, e a noi, per essere stato malmenato”. Non so di che ma Tilde prende ancora più animo. Ha un’aria trionfante: “Come può vedere non porto calze di nylon”. Per guardare lui guarda: “Seta”! “Nemmeno di quelle”. La mia solita spiritosaggine involontaria: “Nemmeno io”. E lei si dà anche un po’ di arie: “E studio. A tempo perso faccio la baby-sitter. Capisce. Mansione nobile”. L’appuntato Buonadonna pare arrendersi. Le spalle gli penzolano dentro la divisa inappuntabile. L’indumento sembra svuotato: “Capisco. Certo”. Lei: “Credo che ora possiamo andare”. “Certo”. In realtà il povero scomparso non faceva del male a nessuno.
Per un po’ passeggiamo sottobraccio in silenzio. Poi lei mi guarda stupita: “Hai capito”? “C’era qualcosa da… Non ci ho capito un acca” “Ricapitoliamo: Lui si chiama Virgilio Bisson da tutti conosciuto come il Lince. Lei è una donna robusta, direi massiccia. Ricordi cosa fa? Te lo ricordo io: l’infermiera. Hai capito ora”? “No”! “Era di turno”? “Che ne so”? “È facile verificare”. “Continuo a”… “Volevi il giallo. Hai avuto il tuo delitto. Te la scrivo io la fine dell’articolo. La soluzione. Va”… Quelli del Centro erano già pronti a indire una manifestazione contro la repressione sui compagni. Antifascista e contro la violenza delle forze del disordine. Non faccio parte di quel mondo. Non faccio parte di nessun mondo. Faccio parte di un mondo a parte. Noi non siamo delatori. Noi, io e Matilde, non denunciamo nessuno. Lasciamo che resti classificato come delitto di ignoto. Il mondo resta lo stesso. Forse ha ragione lei: che quella donna non ne poteva più del vizietto del marito. Forse era stanca di lavorare mentre lui si andava a divertire. Sono solo povera gente. Portate pazienza con il vostro Bernardo Carafa, aspirante giornalista, possibilmente di nera. Magari ci leggiamo un altro giorno.

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Alessio e la chiromante

Alessio e la chiromanteVedi: Scala reale alla regina
Aveva provato a passare in negozio, una due tre e altre volte, ma le due donne lo avevano allontanato fredde e insensibili al suo dramma. Aveva provato a chiamare la moglie. Si era spinto fino a pregarla. Le prime volte era stata sgradevolmente scortese. Poi si era limitata a smettere di rispondere alle sue telefonate. Eppure avevano diviso tutto per ventitré lunghissimi e felici anni.
Aveva provato a chiamare Micaela. Certo aveva notato presto quanto fosse carina e quanto fosse ben dotata lì. Non era mai stato cieco davanti a certe cose. Ora che le aveva viste bene le aveva spesso davanti agli occhi. Non le poteva scordare. Era stato ad un passo da approfondire quella conoscenza. Pensava che la sua ex commessa potesse essere anche un vero uragano, a letto. Aveva sperato che potesse essere la sua ultima ancora di salvezza. Ma anche lei lo aveva snobbato, e non gli aveva lasciato speranze. Era stato costretto a tornare dalla sua vecchia madre. Aveva perso tutto. Non gli era rimasto niente, tranne il suo amore per il gioco.
Era stato un caro amico di sua moglie a consigliargliela. Lui non credeva a quelle cose. Le riteneva tutte baggianate. Fumo sugli occhi. Buone per qualche allocco credulone. Poi aveva deciso di andarci perché aveva un paio di ore libere e si stava annoiando. Fu sorpreso di trovarsi davanti una ragazza, già donna ma ancora giovane, nonostante quell’espressione molto formale, e distaccata e seriosa. Se l’era aspettata del tutto diversa. Una sorta di matrona, con le verruche, i capelli ricci nerissimi coperti con un fazzolettone con disegni evidenti e colori sgargianti, e un corpo appesantito e cadente.
Invece… si poteva considerare anche carina. E aveva una di quelle voci che sanno farsi ascoltare. Lo aveva fatto gentilmente accomodare e poi, quella chiromante, lo aveva pregato di lasciarle vedere il palmo della mano. Aveva voluto averne conferma anche dalla sfera di cristallo, dalle carte e dai fondi del tè. Infine gli aveva detto che si stava avvicinando il suo giorno fortunato. Ne era sicura. Lui uscì da quell’appartamento soddisfatto, anche se più squattrinato di prima, anche se non aveva né voglia né tempo di aspettare.
Qualche volta riusciva a sottrarre qualche risparmio alla povera madre. I suoi giorni scorrevano uguali. Nulla era cambiato. Tranne il fatto che si sentiva desolatamente solo. Non gli restavano che quei pochi attimi che si poteva permettere sopra il panno verde. Rincasava sempre più affranto e con le tasche sempre più vuote. Doveva trascinarsi sulla spalla quel corvo nero. Continuava a perdere inesorabilmente. La sua vita era una cascata che tracimava oltre ogni barriera. Al lavoro c’era la crisi, anche lì ripetevano che le cose dovevano cambiare, che il peggio stava passando. Il concessionario gli chiese la restituzione della sua macchina. Si stava giocando tutta la pensione della povera mamma.
Tornò più volte dalla sua veggente. Lei cercava di rassicurarlo e gli ripeteva che doveva avere solo pazienza. Che al futuro non si può chiedere spiegazioni né si può dare scadenze. Non aveva più nemmeno i soldi per ritirare le giacche che aveva portato in lavanderia. Cercò in lei incoraggiamento, inutilmente conferme. Eppure sembrava sicura di sé. Lei lesse che avrebbe trovato non solo la fortuna ma anche il grande amore. Le chiese se c’era un modo di sapere, almeno approssimativamente, quando poteva succedere, che le cose cambiassero. Però lo deluse: non era in grado di prevedere quando. Alla quinta volta che la visitava si spinse a dirgli che però… credeva di vedere… che non mancava molto. Lo rincuorò, certo. Per qualche ora si sentì meglio. Non era proprio una scadenza precisa, ma, lui pensò, era già qualcosa.
Man mano prendeva familiarità e si lasciava andare, con la maga, a confidenze. Non si sentiva in imbarazzo a parlarne con quella giovane indovina che poteva avere quasi vent’anni meno di lui. Lei lo ricambiava qualche volta con un sorriso mesto. Doveva aver cominciato a provare simpatia per lui e verso la sua situazione disastrata. Dalla volta successiva rifiutò cortesemente i suoi soldi, con tatto gli disse che ormai si potevano definire amici e non voleva essere pagata. Si sentì mortificato, ma non volle insistere. Si confessò che aveva pensato varie volte al peggio, a farla finita. Era così deluso dalla vita e così… sconfitto. Lei lo sollecitava a farsi forza che ormai era vicino. Con un sorriso aperto gli disse che il cambiamento era prossimo, ne era sicura; lo aveva visto nei tarocchi. Poi fece per alzarsi con un’espressione indecifrabile, ma subito alzò le spalle e tornò a sedersi.
La volta seguente che si videro, sempre nello studio della chiaroveggente, non si erano mai visti che in quella stanza poco illuminata e con la pesante tenda alle spalle della ragazza, sembrava lei imbarazzata. Come se provasse fatica a parlare. Lui si preoccupò, forse aveva capito di aver sbagliato e che lui invece era destinato a perdere sempre nella vita. Pensò che non sarebbe stata certo colpa di quella povera giovane. Il destino è sempre bizzarro e dispettoso. Nella vita si vince e si perde. Nel suo caso si perdeva solo. Lei si allontanò un momento e finse di scordarsi due banconote da dieci sul tavolo. Lui capì e se le infilò in tasca. Per la prima volta lei lo accompagnò fino alla porta e lo salutò con una prolungata stretta di mano. Sembrava pensierosa. Sembrava indecisa e mesta. Sembrava condividere le sue pene. Mostrargli solidarietà.
Anticipò il suo ritorno da lei. Sua madre aveva scoperto il suo vizio e l’ammanco, e lo aveva pregato di cercare di trovarsi un altro posto dove andare a piangersi addosso. Disse che non voleva più vederlo così. In quello stato. Lui aveva bisogno di sfogarsi e pensò alla sua indovina. La stanza gli sembra più luminosa, e anche il suo sorriso. Lei non si poteva dire che frequentasse spesso l’allegria. Forse era la sua professione a imporle quella maschera di distacco e compostezza. Si soffermò a osservarla in un attimo di silenzio, era una ben strana ragazza e vestiva anche in modo strano. Non assomigliava a nessun’altra, questo era certo. Ma era comunque impaziente di sapere.
Le chiese se per caso le carte le avevano rivelato che quel giorno stava arrivando. Lei esplose in un sorriso di vera gioia e soddisfazione; come non l’aveva mai vista. Si alzò e alzò le sette sottane e con fare sfacciato gli annunciò che era arrivato il suo giorno fortunato: “Hai vinto tutto. Ti ho promesso che il giorno sarebbe arrivato. È questo. Hai vinto me”. Lui non se lo fece ripetere due volte, gli bastò una. Girò la chiave nella toppa. Espose il cartello: torno subito. Riscosse la vincita sul tavolinetto dove lei era solita leggere il futuro. Tutto era stato spontaneo e molto dolce, forse solo un po’ troppo rapido. Lei, inizialmente, era stata in silenzio, poi non era più riuscita e trattenersi e aveva dato in escandescenze. Lui aveva cercato di essere dolce, e si sentiva audace e soddisfatto. Pensava che forse doveva tutto quello al suo piccolo vizio. Che forse gli stava regalando finalmente la felicità.
Mentre lei si era allontanata momentaneamente, per risistemarsi le vesti, lui aveva frugato nel piccolo cassettino. Aveva preso pochi spiccioli, giusto per un paio di cartelle per la smorfia. Le aveva detto che l’avrebbe richiamata, forse il giorno stesso. Che doveva proprio scappare ma che la voleva rivedere. Che era stato magnifico. Poi era uscito ed era corso alla ricevitoria dal tabaccaio. Ancora una volta non aveva vinto nulla, ma uscì dalla rivendita come se avesse vinto alla lotteria. Tornò di corsa da lei e senza altre spiegazioni le chiese scusa. Poi la baciò, ancora sulla porta, con entusiasmo e passione. Lei scoppiò a ridere e lo fece entrare.
Notò subito che si era cambiata e ora vestiva come una vera ragazza. Aveva un’aria deliziosamente ingenua e una gonna corta e delle calzette bianche. Una camicia, anch’essa bianca, con qualche bottone slacciato. Il bocciolo di seno era libero da costrizioni. Aveva liberato i capelli e messo delle borchie al posto dei soliti ingombranti orecchini. Alle labbra aveva messo un leggero strato di rossetto e gli occhi erano leggermente truccati con attenzione.
Anche nella stanza era tutto cambiato. Aveva tolto la pesante tenda e fatto entrare tutto il sole di quella giornata di primavera. Nella sfera di cristallo nuotava tranquillo un pesce rosso. Aveva gettato il piattino nel secchiello dei rifiuti. E messo sul fuoco la caffettiera. Aveva tolto la tabella con i prezzi dal muro. Aveva sostituito i tarocchi con un mazzo di carte da poker: “Le carte ubbidiscono sempre alla loro padrona. Nessuno ha mai vinto una mano con me, a Texas hold’em, che non avessi voluto. Vieni, andiamo a riprenderci quello che è tuo”.

Due piccoli angeli

Piccoli gialli italiani15. Ho aspettato con impazienza. Ho aspettato Matilde. Colmo di speranza. Non sono cieco e mi accorgo che ha qualcosa nello stomaco. Che non sa come dirlo. Che fa fatica. Che le rode. Aspetto. Paziente. “Da domani ci potremo vedere meno. E qualche volta sarò stanca. Devo tornare a lavorare. Ho bisogno di quei soldi”. Lo so da me che è stupido: “Ma io ho bisogno di te”. “Tu hai già me. Ma io non posso stare senza lavorare”. Decidiamo, in fretta, per un altro giorno al mare. Passiamo da me e poi da lei per quello che le serve. La aspetto sotto la porta, irrequieto. Conto i minuti. Anche i secondi. Non riesco a comprendere come potrò aspettare le ore. Forse giornate intere.
La spiaggia è il solito carnaio. Ho voglia di stare solo con lei. Nel pomeriggio ci siamo appartati tra gli scogli. Eravamo fuori dal mondo. Eravamo soli. Soli e qualche gabbiano curioso, alto nel cielo. Con un silenzio assoluto disturbato solo dai nostri baci. Avete presente quei minuscoli costumi con poca stoffa morbida e leggera? Con due cordoncini ai lati che s’intrecciano in una ciocca? E col reggiseno uguale, sempre piccolissimo, e sostenuto da un cordoncino simile? Proprio quelli. Matilde ne ha addosso uno così. È un invito. È una tentazione. Si prende gioco dei miei occhi in adorazione. Mi dà un leggero scappellotto benevolo e si stende al sole. Poi si appisola e io resto a guardarla. Uno di quei gabbiani precipita, come un proiettile, con le ali chiuse, fracassa la superficie del piano quasi immobile dell’acqua, ed esce risalendo verso il cielo con l’ultimo pesce stretto nel becco.
La tentazione è troppo forte. Slaccio prima l’una, dopo l’altra ciocca. Abbasso, lentamente e con precauzione, con fare complice, quella parte posteriore del piccolo slip. Quella piccola stoffa. Proprio come un ladro. Lei probabilmente sta sognando. È completamente assente. Potrebbe scoppiare la guerra. Non mi muoverei di un muscolo. So di essere un cialtrone. Nessuno mi può vedere. Nessuno ci può vedere. Nessuno mi può scoprire; tranne lei. Che resta tranquilla. E… Ma niente dura quanto vorrei. Resto ad ammirare quella meraviglia. Per alcuni minuti; finché non torna dal mondo dei sogni. E torna lentamente, con una calma sazia, e poi piomba nella realtà. Mi dice con un senso di fastidio: “Coprilo”. Le verrebbe da ridere, se non fosse… “Stupido”. Ho ancora la stoffa tra le dita. Si ripete sputandomi addosso il suo imperativo: “Coprilo. Stupido”!
Lo copro con la mano, e cerco di farmi perdonare soffocandola con un bacio. Lei per un poco non protesta. Non vuole interrompere quel momento. Lascio quella mano abbandonata. Non so cosa aspettarmi dopo. Forse l’ho fatta grossa. Forse non dovevo. Mi riempio il palmo con la carne liscia e soda della sua… natica. Non stringo la presa. Poi si stacca e cerca un’espressione forzata di rimprovero: “Sai che non mi piace”. “Perché”? Mi toglie la mano indispettita senza ricoprirsi: “Semplicemente non mi va. È grosso”. Continuo a riempirmi gli occhi: “È bellissimo”. “Non mi piace. Ed è invadente”. Io la trovo perfetta. Mi prende il polso e mi allontana la mano. Si fa scorrere sopra la stoffa, con un gesto disinvolto, e si allunga desiderosa di un altro bacio.
Siamo solo nel nostro bacio. Cerco di consolarla tra le mie braccia. Abbiamo ancora tutto il tempo che vogliamo. E c’è il mare. E c’è il sole. E siamo io e lei. Lei che cerca disperatamente di trattenere quella poca stoffa. Il costume. Che la copre. Che non la copre. Di non farla scivolare. Ma non vuole restare nuda. Come se non fosse già abbastanza nuda così. La sera può ancora aspettare. Ma non ha ancora molta pazienza, la sera. È stata una giornata lunga. Ma proprio in quell’istante i nostri respiri si interrompono. In un attimo. Abbiamo un sobbalzo. Blocca entrambi un rumore vicino e minaccioso. Non simo più da soli. È un attimo, mi guarda allarmata. Sono paralizzato. Il tempo di reagire e lei si è già sistemata lo slip. Ha già allacciate tutte quelle ciocche. E sistema le coppe sulle poppe. Allungo il collo per spiare oltre gli scogli. Guardingo.
Settembre non mi ha mai portato fortuna. Faccio a tempo a vedere una figura ignota che si allontana rapidamente. È probabilmente l’ombra di un semplice guardone. Deve essere rimasto deluso. Siamo stati noi a interrompere lui. Se non fosse per la paura che ha causato… In fondo che male c’è. Non reca danno a nessuno. Non c’è colpa se non c’è danno. Siamo più colpevoli noi che… C’è a chi piace guardare. A chi fare. A chi semplicemente sognare. E a chi piace farsi vedere. A Matilde non piace, ma è una gran cosa bella da vedere. Se non fosse che ero con lei, vorrei essere stato al posto dell’altro. Di quell’uomo. Spiarla. In fondo cosa stavo facendo di diverso se non guardarla? È solo che lei ormai ha voglia di tornare. Cocciuta. So che non riuscirei a farle cambiare idea. Che abbiamo finito il tempo. E ci salutiamo quando per me è ancora troppo presto. Cocciuta la miseria.
Quando non sono con lei penso solo a lei. O quasi solo a lei. Forse l’ho già detto. Almeno a me sono sicuro di averlo già fatto. Penso che le vorrei dire e non trovo mai le parole. Penso che non so cosa pensare. Penso che non so cosa sia. E cosa siamo. E che non mi interessa di scoprirlo. Penso che lei mi ha aperto gli occhi. Mi ha aperto un mondo. Penso che lei mi ha dato tutto. Troppo. Che non mi è mai abbastanza. Penso al suo corpo. Penso alle sue carezze. Penso alle nostre debolezze. Ai suoi occhi cosi intensi. Alle sue gonne, e rido. Penso che vorrei girare un video. Di noi due. Con cellulare. E metterlo in Youtube. Penso che vorrei che tutti ci vedessero. Penso che è una sventura, per chi non la può vedere. Penso che vorrei vederla solo io. E continuare a guardarla. Penso che odio gli occhi degli altri. E quello che posso, o potrei, leggere in quegli occhi. Penso che settembre non è poi così male. Penso che non c’è un lavoro che nobiliti l’uomo. Aspetto di rivederla il giorno dopo.
Me la vedo capitare con un diavolo per capello. Ha fretta di parlare. Mi racconta che il marito mandrillo, appena soli, ha provati ad allungare le mani. “E tu”? “Me le sono tolte subito di dosso. Prima ancora che mi sfiorasse. Non gli ho lasciato il tempo. L’ho fulminato. L’ho sputato con rabbia. Ho preso la porta e gliel’ho sbattuta in faccia. Non sono tipo… E ora ho te. Mica mi faccio mettere sotto. Così. Il primo giorno”. È fuori di sé. Cerco di calmarla. Siamo in un bel guaio. Ci mancava solo questa. Per terminare bene la giornata. Certo che ha fatto bene, ma… “E adesso che farai”? “Cosa posso fare? Cosa potevo fare? Fortuna che poi ha chiamato. Si è scusato. Ha detto che non succederà più. Che è stato un attimo. Mi ha pregato di non farne cenno alla moglie. Come se fossi più stupida di quanto sono. Che avevano bisogno di me. Ha fatto leva sul mio affetto per i bambini. Sul loro. Mi ha dato la giornata libera. Ed eccomi qua”. Proprio una fortuna.
C’è un confine molto sottile, labile, tra la legalità e il crimine. A volte è quasi invisibile e fragile. Per un istante ho un solo istinto: vorrei ammazzarlo, il maiale. Vorrei cercarlo e sgozzarlo, con le mie mani. E un coltello da cucina. Si che non mi potrò più fidare. E lo maledico. E bestemmio. Non le chiedo che ne pensa. Temo che la sua risposta non sia la mia. Mi limito a stare in silenzio. Vorrei parlare dell’impossibilità di restare soli. Di trovare uno spazio di intimità. Anche di semplice riservatezza. E forse anche quell’uomo, e la sua ombra, si sentivano soli. Poi torno a penare all’altro. A quel padre. E lei è una vera tentazione.
Perdono chi spia. Non riesco a perdonare la prepotenza. L’arroganza. La presunzione. Ma mi è difficile condannare. Sono un Pilato. Sono un fabulatore senza argomenti. In fondo siamo tutti un po’ guardoni. E non è stato nemmeno un tentato stupro. Forse. Dentro le case succedono cose ben peggiori. E magari quel padre ha veramente perso, per un attimo, la testa. La guardo. Sono quasi tentato di capirlo. Non sempre siamo quello che gli altri vedono. E magari sperava. Non ho nessuna risposta. E non tutte le risposte sono uguali. Mi metto al portatile per scrivere che hanno sequestrato una quintalata di riviste porno. La città dorme sopra le sue fatiche.

Che altro aggiungere nel mio I° maggio?

Duello a Durango [6]

Duello a DurangoCicca in bocca Chrystal si è messa a oliare, di buona lena, la carabina Winchester di papà. La scusa era che le sembrava di aver visto un ocelot. Ormai i gattopardi americani erano avvistamenti più rari dei babbi natale a ferragosto, o dei tacchini selvatici il Thanksgiving Day, o il quattro luglio, le vere vittime dell’Independence Day. Il buon signor Donovan aveva finto di crederle.
Qualche giornale locale cominciava a parlare di noi, chiamandoci “La banda dei tre” o, più spesso, “Delle due bellezze”. Nessuno ci dava ancora la caccia sul serio. Non eravamo stati così fessi di muoverci in un’area limitata, anzi avevamo anche cambiato stato. E poi, come detto, c’erano tutti quei terroristi da trovare. Solo che dal furgone da Las Vegas avevamo preso i soldi di qualcuno che non aveva interesse a mandarci dietro la polizia. Soldi che dovevano solo tornare dal casinò dopo una nuova innocenza. Di un certo Joe Quattrodita, e uno con nel cognome qualcosa come Giandino. Non erano morbidi come lo sceriffo e i suoi. Gente d’onore, quelli, uomini d’affari, maledetti italiani, topi con tana a Durango.
Il Messico non mi è mai piaciuto e l’avrei evitato molto volentieri. E in verità quel cazzo di posto si chiama Victoria de Durango. La patria di quel Pancho Villa. E il viaggio si presentava anche lungo e faticoso. Non mi andava proprio. E si respirava male, troppo in altura. Un nido per condor. Ma aveva ragione: era meglio che gli facessimo visita prima che ci trovassero loro. Cristi, sigaretta in bocca, non mi piace quel suo vizio, sembrava pronta ad andare alla guerra. Per tutto il viaggio l’ha tenuta sulle ginocchia come un bambino.
Lentamente ci ha attraversato la strada un armadillo, o come lo chiamano loro un quirquincho. Spero non sia un qualche segno del destino. Non credo molto a queste superstizioni da campagnoli. E non ho sentito parlarne come per i gatti neri. Se ne andava tranquillo incurante del pericolo. Sono stato tentato, incitato da Abigail, di metterlo sotto, per farne un charango. Mi è sembrata, in quell’attimo, una buona idea per un regalo per il suocero. Alla fine ho preferito evitarlo. Il sangue, anche se di un animaletto inutile come quello, non è mai di buon auspicio.
Dietro c’era la chitarra di papà Donovan. Sulla cassa la firma del grande Jorma Kaukonen, almeno così lo aveva definito lui, e questo tradiva i suoi passati amori. Ma c’era anche quella di Billy Gibbons.[1] Probabilmente un amore più recente. Verosimilmente il vecchio aveva intenzione di recarsi in città e provare a venderla. Per liberarsi di tutti quei ricordi. L’ho data naturalmente al figlio del fornaio, per una pizza e un fucile.
Sembrava un arnese della guerra di secessione, ma incuteva timore e poteva andar bene. Il tipo disse che aveva sparato nella battaglia di Manassas. Era solo per precauzione. Fosse stato solo per me ero deciso a restituire tutto. E comunque lo avrei reso al ritorno, e avrei ripreso lo strumento. Avrei voluto saperlo suonare. Per lei e per tutte e due. Non avevo mai imparato bene a farlo. Quelle corde non collaboravano. Restavano per me quasi un mistero. Sapevo fare poco più di un giro di do. E non ero nemmeno troppo intonato.
Anche il Messico era in fiamme. Il paesaggio non era cambiato di una virgola. Sembrava di essere ancora in Texas. Ma come fanno a ingollarsi di cose così piccanti? Dovevamo fermarci a El Paso per toglierci la polvere di dosso, per mangiare, un paio di balli, e passare la notte. Così abbiamo fatto. Solo che ho preferito quella pizza, anche se era terribile. Vera colla gommosa. Da fuori venivano le note di un fandango. Non sono bravo a ballare, ma non volevo deludere le mie due compagne. Ero deciso: ci avrei almeno provato. Ma solo dopo essere arrivati.
Ne avevo fin sopra le palle di deserto. Volevo solo uscirne e che tutto finisse, e tornarmene. Invece le cose cominciarono ad andar male già da quella sera. C’era una sorta di tensione nell’aria. Il posto era pieno di sombreri e di brutti ceffi messicani con i baffi. Tutti volevano divertirsi, anche troppo. E due bellezze bionde erano una sorta di apparizione, inconsueta. Mi ero alzato dal tavolo per cercare Abigail. L’avevo vista fare smorfie e flirtare con un tizio alto come un campanile e largo più d’una quercia. Poi era sparita e non l’avevamo vista più. Eravamo rimasti a fissare intorno con gli occhi per un po’. Alla fine mi ero deciso di andare a cercarla. Era da un po’, cominciavo a preoccuparmi. Avevo detto a Chrystal di aspettarmi lì e finire con calma il suo mezcal.
Mi sembrava che anche la tranquillità di Cristi fosse interpretata ad arte. Unicamente a mio beneficio. Non riuscivo a vederla. Fuori intorno c’era buio, silenzio, sulle fatiscenti e agonizzanti polverose rovine del loro passato del cazzo, e le risate lontane e sghignazzanti della loro miseria attuale. L’avevo trovata dietro al locale, in una pozza d’ombra che per poco non la vedevo. Nella destra aveva un barattolo aperto di birra e la camicetta aperta fino alla pancia. Il mandriano le stava sopra e glielo aveva infilato in bocca. Lei sembrava ubriaca e a prima vista non pareva disdegnare la cosa. Tutt’altro, si sarebbe detta impegnata ed entusiasta. Appena mi aveva visto mi aveva gridato: Che aspetti sparagli? È uno di loro. È un mangia-spaghetti. Ce l’hanno mandato incontro.
Probabilmente Dio stava guardando dall’altra parte in quella sera dannata. Forse aveva cercato refrigerio infilando i piedi nel Rio Grande. Mi sembrava di vedere me da fuori di me. È stata una reazione istintiva: ho estratto il revolver e ho fatto fuoco, prima ancora di pensarci. Scosso dalla rabbia disperata nella sua voce. Quando l’ho girato mi sono accorto che era solo Ramon, quel figlio di una grandissima mignotta del figlio del panettiere. L’unica persona che avevo conosciuto in quel dannatissimo posto. Un cane si era messo ad abbaiare e per un attimo mi sono sentito circondare da un silenzio irreale. Poi le musiche erano ricominciate. Sono andato a cercare la chitarra e Chrystal. Le ho detto che venire che le avrei spiegato dopo.
Ci siamo rimessi in sella e ce la siamo filata, lasciandoci dietro il campanile e tutta El Paso. L’avevo preso al collo; sputava rosso e versi rantolanti privi di senso. Dovevamo mettere un po’ di distanza tra noi e quel corpo pieno di sangue. Avremmo dormito sotto le stelle del Rio Grande. Abigail aveva detto che sì! forse si era sbagliata. Che no! non lo voleva, ma poi forse solo un poco. Che forse era stata la confusione e quel ballo. Che era stato stronzo e aveva insistito. Che non voleva che andasse a dirlo in giro. Che forse era stata anche colpa sua, ma era un poco ubriaca. Non potevamo lasciarla da sola un solo attimo.
Ormai quello che era stato fatto era fatto. E non potevo dare tutta la colpa a lei. Dovevo stare più attento. Pensarci un attimo. In fondo ero stato io a premere il grilletto. Il fatto è che quando ammazzi una persona, per la prima volta, quella poi torna insistentemente e te la ritrovi sempre davanti agli occhi. La faccenda non cominciava nel migliore dei modi. Le rogne dovevano aspettarci a Durando. Invece ci erano venute incontro con anticipo. Meglio arrivare in città verso sera. Cercando di passare il più possibile inosservati. Non era una cosa facile, lo sapevo. Con due bionde e un paio di calzoncini cortissimi in Messico.
Ci siamo fermati ad una missione. Sentivo il bisogno di confessarmi, come se andassi incontro al destino. Non sono mai stato troppo religioso, ma ci sono situazioni e situazioni. Non potevo dirlo a nessuno, ma dovevo dirlo a quel frate. Avevo bisogno del suo perdono. Ne sentivo proprio il bisogno. E Chrystal Aveva fatto la comunione. Sembrava tesa anche lei. Abbi era rimasta in macchina. All’emporio Cristi mi aveva preso un paio di stivali nuovi un orecchino d’oro, dicendo che ormai ero un vero fuorilegge. Aveva una risata amara. Poi ci siamo rimessi in viaggio, volevamo arrivare puntuali per il ballo.
Siamo passati diretti alla corrida con della tequila ghiacciata. Non avevo mai visto niente di simile, né un rodeo. Il toreador era il re dell’arena e sembrava vedesse ancora Villa là sugli spalti. Lo spettacolo non mi è piaciuto affatto. L’ho trovato troppo violento. Non sopportavo di vedere tutto quel sangue e la sofferenza del povero toro. La folla invece incitava e sghignazzava in preda ad un vero delirio. Credo di averlo visto Dio, con due occhi smeraldini di ramarro. Probabilmente era solo la tensione. O una delle tante maschere con cui quei miserabili contadini amano agghindarsi. Alla fine siamo andati al maledetto ballo. Cercando di ridere e non pensarci. Per quanto avessimo potuto fare ci avevano visti tutti, e la voce della nostra presenza doveva essere circolata.
Avevo cercato di controllarmi, non potevo farmi trovare confuso e ubriaco. Io e Chrystal siamo usciti in strada e ci siamo allontanati dalla folla e dai rumori. Non avevo nemmeno più paura. Ero sospeso come in equilibrio sul filo. Prima si è fatto un completo silenzio e poi è arrivata una macchina nera che ha frenato. Ne sono scesi in quattro, tutti alti e robusti, e tutti con un’arma in mano. Eravamo arrivati finalmente alla resa dei conti. Ho capito subito che non avrei mai avuto il tempo di parlare. Eppure era vero che non sapevamo che i soldi fossero loro. Li avevamo in due borse nel sedile dietro. Ma sono ancora convinto che Abigail non avesse nessuna intenzione di restituirli, E che Chrystal fosse abbastanza d’accordo più con la sorella che con me. Comunque erano pensieri inutili. Non erano tipi da ascoltare spiegazioni o accettare scuse.
I pochi passanti se l’erano dati a gambe lestamente. Ho visto un lampo, ne è seguito un tuono e nella schiena ho sentito un dolore caldo. Chrystal ha risposto subito al fuoco. Una vera cannonata. Ne ha centrato uno alla testa, e quella praticamente è esplosa e volata via, poi ha sparato al serbatoio. La macchina è diventata in un attimo un falò che di un paio di metri d’altezza. Ora la strada era bene illuminata. I tre scagnozzi si erano allargati verso le case. Lei mi aveva trascinato via ed eravamo finiti nel cortile posteriore di una stalla abbandonata. Mi aveva controllato preoccupata, poi aveva tirato un sospiro di sollievo. Mi aveva invitato a non fare il bambino, la checca, perché era solo un graffio, un colpo di striscio.
Quell’attimo di tranquillità era durato poco. L’aveva vista lei l’ombra gigantesca di uno dei mafiosi, con sigaro in bocca, che incombeva su di noi pronta a fare fuoco. Eravamo persi; entrambi. Ma l’ombra non sapeva che a guardarci le spalle c’era Abigail. Silenziosa gli era arrivata dietro e gli aveva infilato la smith & wesson 686 tra le chiappe. E senza dire altro, né chiedere permesso, aveva fatto fuoco. Schizzi di sangue e del malavitoso erano esplosi intorno. Cristi si era già ripresa dallo spavento, io un poco meno. In quel momento le cose si erano messe leggermente meglio, noi eravamo in tre e di loro ne restavano solo due. Siamo andati a dargli la caccia.
Quelli son prede alla fine facili, perché sono troppo sicuri e presuntuosi. Al buzzurro con quattro dita il winchester aveva fatto sul petto un buco grosso come un oblò. Io ero lì, ma il mio catenaccio s’era inceppato e aveva fatto cilecca. Comunque lei era stata più svelta. Gli aveva rovinato il suo doppio petto gessato. Sicuramente di dubbio gusto, in un posto come una strada fuori dal centro, a Durango. Lo stronzo girava ancora intorno alla macchina. E aveva gli occhiali da sole, anche se era quasi mezzanotte. L’altro lo aveva sistemato naturalmente Abigail, senza fatica. Lui ci cercava e lei lo aveva trovato, dentro una bettola chiusa. Lei amava il pericolo. Lui aveva creduto di potersi togliere un ultimo sfizio, dietro il bancone. Lei gli aveva tagliato la gola da un lato all’altro; gli aveva quasi staccato la testa. Avrebbe dovuto cambiarsi. Era tutta inzozzata dal sangue del coglione.
Ora quei soldi erano proprio solo nostri. Perché non avevano più altri padroni. Tutto era finito e nulla ci tratteneva più a Durango. Anche questa è fatta. Udimmo lo sferragliare di un treno. Qualche sirena, ma niente di preoccupante. Più probabilmente un incendio dovuto alla troppa euforia. La macchina tossì, ma si mise in moto. Potevamo tornarcene tranquilli alla nostra casetta. Ci restavano solo circa novecento-ventiquattro miglia d’inferno infuocato dal sole. Una vera gita davanti a quello che avevamo passato. Mondo maya, mi sentivo disposto ad affrontare un puma a mani nude. Abigail taceva e ricontava quei soldi soddisfatta.
Papà Donovan non ci avrebbe più prestato il suo suv. Glielo avremmo riportato con qualche presa d’aria in più. Buchi inequivocabilmente di spari. Era già tanto se avevamo riportato le palle. Quando ci vide non fece domande. Ne aveva viste di cose a sufficienza. Certo sembrava preoccupato. Ma più preoccupato era per la sua chitarra. Se la coccolò con cura. Di notte, dalle nostre parti, un uomo ascolta i coyote ululare. Cosa farebbe senza la sua chitarra? Cosa canterebbe alla luna? Di noi le raccontano in molti. Ma nessuno conosce la vera vita di frontiera.

[1] Chitarristi rispettivamente con i Jefferson Airplane e i ZZ Top.

Nel silenzio della notte

Nel silenzio della notteLe parole scritte non hanno suono. Puoi gridarle. Urlarle. Sono caratteri piatti; tutti uguali. Piccoli tipi neri che nemmeno si dibattono e si affollano su un universo di bianco. Che si scompongono e compongono ordinati. Sono come piccioni sopra uno spago del bucato. Su di un filo della luce.
Se nella mia testa rimbombano, nella carta tacciono. Puoi metterle tutte in maiuscolo. Puoi usare il grassetto. Sta nella prerogativa di chi le legge. Nel suo diritto. È nella sua facoltà. E chi le legge è spesso distratto. Nella testa diventano afone. Sono tutte uguali. Non fanno rumore. Non hanno colore. Nemmeno luce. Non sono che caratteri di stampa. Mantengono solo il fruscio delle pagine. Il lettore non si bagna. Nemmeno se piove e non c’è riparo da quella pioggia. Non ha l’obbligo di partecipare. E allora come puoi rendere il buio della notte? La mia voce che urla? Il suo disperata lamento?
Forse non dovrei più uscire la notte. Forse non dovrei più uscire. Guardare i negozi ormai chiusi. Le strade vuote. Cercare in quelle strade le storie che ho in testa. Cercare le parole. Cercare le vibrazioni delle stesse. La loro musicalità. Il loro coniugarsi a qualcosa che non appartiene a loro. Ormai dovrei saperlo. Ma quando la vedo non so resistere. È più forte di me. Voglio sentirla la sua voce. Per poi farla riecheggiare nel racconto. Sentire che si propaga in mezzo a tanta inutilità piatta. Tra le descrizioni e le riflessioni. Vanamente. E quando la prendo alle spalle anche la sua sorpresa e muta. Persino il silenzio non ha suono del suo raccontarlo.
Forse pensa che io voglia solo immergere le mie mai tra i suoi vestiti. In quella ricerca di lei. O forse lo spera. Io tengo un diario di tutto. Minuziosamente. E degli appunti. Aiutano a ricordare. Ma poi stanno lì mansueti. Privi di personalità. Senza memoria restano come paralizzati. Inermi. Taciturni. Inutilmente futili. Sono solo quella geografia fatta in inchiostro. Forse dovrei aggiungere delle immagini. Di ricordi ne prendo sempre uno. Forse dovrei smettere con tutto questo. Non ci riesco. È più forte di me. Un giorno ci riuscirò. Riuscirò a scrivere una storia che si racconta da sé. Che esce dalle pagine. Che si riappropria dei rumori. Che si allarga come in un concerto. Con l’urlo che è un urlo. Un colpo di grancassa. Con i violini che piovono tristezza. E malinconia. Con tutte le note al posto giusto.
Povera pazza, mi porge la borsetta. Come se fossi solo un lurido pezzente. Io sono un artista. Sono qui a cantare le sue lodi. Una donna non dovrebbe andare da sola, di notte, per le strade buie. “Puttana”! Non può che essere una di quelle. E poi per com’è vestita. Con le gambe scoperte. Con quei tacchi. Con il rossetto. Con quel profumo addosso. Con quell’aria da sgualdrina –e scritto, “sgualdrina” ha lo stesso identico suono di “santarellina”, e di “astratta”, e di qualsiasi altra cosa. Lo stesso assente odore. Cioè nessun suono. Persino il suo nome non sarebbe altro che poche sillabe. E potrei usare qualsiasi nome. E qualsiasi epiteto. Non potrebbe descrivere di più questa donna. Entra tutta nell’immaginazione degli altri. O nella loro mancanza di immaginazione.
La colgo di sorpresa. Non ci si dovrebbe mai distrarre. La spingo contro il muro. “Mi scusi signora”… Tra il muro e il portone. Lei grida. Anche se a descrivere quell’urlo non si può sentire. Le metto ugualmente una mano sulla bocca. Non prova a mordermi. Al secondo colpo lei perde le forze. Si accascia al suolo. E come se si svuotasse. Seduta su quei gradini. Non reagisce. “Fai la brava”. Le donne non pensano che si possa reagire o resistere. La forza è uomo. La donna è pazienza. È ostinata docilità. È rinuncia. Mulina solo le braccia nude per proteggersi. Per chiedere scusa. E la colpisco. La colpisco ripetutamente. Con rabbia. La colpisco perché smetta di difendersi. Semplicemente se lo merita. Lo so. Lo so e basta. So di cosa ha bisogno il mio furore: “Apri quella cazzo di bocca”.
Ma la sua bocca era già aperta. E i suoi occhi spalancati. Nemmeno più terrorizzati. Non avevano più colore; nell’ombra. Erano due orbite opache. Erano solo il grido che solo io avevo potuto sentire. Erano solo silenzio. E dalle labbra colava un rivolo di sangue. “Maledetta troia”! Le scivola sulla guancia. E giù, fino a insinuarsi nella scollatura. È come un rossetto sbavato. Le sporca il mento. Le lambisce il seno. “Fammele vedere”. Ma dalle sue labbra esce solo un flebile lamento. Non vorrebbe ancora cedere. “Stupida sgualdrina”. Non mi insudiciare la camicia bianca. Devo tornare a casa. Dopo. “Prendi questo”. Certe donne non sanno. Non possono sapere. L’uomo non vive solo per loro. Io non le pago. Non le pago coi soldi. “Volevi il piacere. Eccolo il piacere”. Ne sei fiera ora? Porto con me solo un suo orecchino. Certe parole non sono come le altre. Sì! “Troia!

Troia!

Troia”!

Incontri casuali

728_1000Io mi siedo sempre al solito posto. Naturalmente non per un diritto. È solo che arrivo presto, prima del pullman. È che lo prendo al capolinea. Salgo per primo o con i primi. Se serve lavoro di gomito. Spingo un po’. Con furbizia e senza troppa arroganza. Salvo rarissime occasioni il sedile è ancora libero. Così mi metto vicino alla porta della discesa. Questo tutte le mattine da quando lavoro all’erario, salvo naturalmente le feste. Mattina dopo mattina, puntuale alla stessa ora. Certi gesti si fanno abitudini, anche a nostro dispetto. Mi siedo e frugo in borsa. Prendo il libro e mi sprofondo nella lettura.
Sì! sono abitudinario. Non è un gran vizio. Mi piacciono le certezze. Sapere cosa trovo quando scendo. Quando giro l’angolo. A una festa o una serata. Prendere il caffè allo stesso bar, sempre macchiato con una lacrima di latte e mezzo cucchiaino di zucchero. Porto ancora la fede al dito. Prima di andarsene Marilena mi ha dato del noioso. Credo di essere solo preciso. E non ho la pretesa di capire tutto. Infatti Marilena non l’ho ancora capita. Se n’è andata lasciandomi pieno di domande e di misteri. Già è una fortuna che non mi ha cacciato. S’è presa solo le sue cose e le lenzuola ricamate. È sempre stata convinta che non ci sia casa senza di quelle.
Da alcuni giorni lo prende anche lei, voglio dire lo stesso pullman. L’ho notata subito, o quasi. Da allora mi sento distratto. Non posso dire che non disturba la mia lettura. Qualche volta è al cellulare, anzi spesso. Non riesco a sentire quello che si dicono. Penso che nella maggior parte dei casi parli con un’amica. Non è lei, è che da quando facciamo il viaggio assieme sono deconcentrato. I miei occhi scappano dalle pagine, perdo il segno. Rileggo più volte le stesse righe e poi rinuncio. Così mi arrendo e non ascolto le sue telefonate, ma la guardo telefonare. Forse se n’è accorta e i miei occhi la distolgono. È una ragazza attenta, e garbata. Solitamente lo fa guardando fuori dal finestrino o, come ora, abbassando gli occhi. Così la posso spiare anche meglio. Sì! perché non la osservo ma la studio. Non sono mai invadente. Non mi soffermo mai a lungo o con insistenza. Distraggo gli occhi velocemente. È solo che faccio sempre più fatica a non pensare a lei.
Un po’ mi sento un guardone, ma non posso non guardarla. Ormai nei miei pensieri la chiamo: la mia ragazza. La sogno da sveglio e mentre dormo. Niente di sconveniente, non ne sarei capace, ma è una presenza gentile, un rifugio, un pensiero delicato. Sento il suo profumo educato. Mi è capitato passandole vicino. Prima di scendere cerco di memorizzare bene com’è vestita, per trattenerla con me ancora per un po’. Per ricordarla bene. È solo un gioco, un vezzo. Mi nego la verità, non mi è mai successo, credo di esserne affascinato. E, anche se sono stato sempre molto attento, non sono certo che non si sia accorta di me.
Quando riesco a non distrarmi sono un buon osservatore. Le notizie al cellulare non devono essere molto buone. Ha gli occhi abbassati e sembra molto attenta. Adoro quella sua espressione tra il concentrato e l’imbronciato. Oggi ha una maglietta a righine sottili. Sotto indossa un reggiseno azzurro; lo riempie bene. Porta sandali con il tacco basso, è abbastanza alta, un po’ più di me. Ha due vere enormi ai lobi. Non ha mai bisogno di molto trucco. Dev’essere carina anche quando si alza dal letto; come si dice acqua e sapone. Si porta dietro una sporta e la borsetta enorme beige. Ha un paio di pantaloncini corti bianchi. Anche le gambe sono belle è affusolate. È caldo. Forse sono un po’ troppo corti. Forse frequenta qualche piscina. Non so dove può lavorare per andarci vestita così, in modo un po’… informale. Sembra più preparata per andare al mare anche se non è poi così caldo. L’acqua dev’essere ancora freddina.
Trovo il coraggio che non ho mai avuto. Aspetto la sua fermata. Raggiungo la porta subito dopo lei. Annuso il suo profumo, scendo e discretamente la seguo. Cammina come in punta di piedi; ritta e sicura. Entra in un’agenzia di viaggi. Mi siedo ad un bar proprio dirimpetto e continuo a guardare la mia bella. Nel frattempo telefono in ufficio per avvertire che tarderò oppure che mi prendo una giornata di ferie. Erminia si mostra sorpresa ma non fa commenti, si limita a dire che va bene. Non ho tolto gli occhi da lei nemmeno per un momento, nemmeno mentre parlavo al telefonino. Sta rispondendo a un cliente. Lei mi vede attraverso la vetrina. Mi sorride e mi saluta, mi fa proprio ciao con la manina. Mi guardo intorno; mi sembra impossibile. Sono solo col mio caffe macchiato freddo. Mi indica che si rivolgeva proprio a me. Le scappa da ridere. È deliziosa e le si illuminano gli occhi. Mi soffia un bacino e fa cenno di aspettare. E io aspetto e non lo devo fare per molto, si libera presto dell’intruso. Viene alla porta e mi dice che le dispiace ma, non può finire prima dell’una. Si scusa ma se voglio… Senza permetterle di finire le dico che sarò lì puntuale e così faccio.
Alle tredici sono già lì e lei mi ha visto arrivare. Mi regala un altro saluto e si mette fretta. Chiude la porta dell’agenzia con due giri di chiavi e mi raggiunge velocemente. È sbrigativa; mi chiede dove voglio che andiamo. Le propongo un ristorantino poco lontano; non è caro e si mangia bene. Accetta subito e sembra contenta. La faccio passare e ci accomodiamo. Preferisce quella gasata ma non disdegna anche un goccio di bianco. Cerchiamo di parlare del più e del meno, ma abbiamo ancora pochi argomenti in comune per sostenere una conversazione sufficiente. Sembra avere appetito. Ogni tanto nasconde i denti, le labbra e una breve risata dietro le dita. Si accorge del mio imbarazzo. Si scusa. Mi chiede se può parlare liberamente. Ha una voce cantilenante che cade come gocce di pioggia su una coppa di cristallo. Mi comincia a confessare che ha avuto una storia ma è finita, e finita male. Si versa un altro bicchiere di vino. Mi dice di scusarla e che è meglio lasciarsi dietro le malinconie. Che bisognerebbe sempre parlare solo di cose allegre. Di cose positive. Che in fondo la vita…
Insiste per pagare la sua parte, alla romana. Oggi è libera. Ha deciso di non riaprire l’agenzia. Ammette di non averne voglia. Andiamo verso il parco, ha ritrovato il suo buonumore. Il suono della sua voce è diventato ancora più squillante. A tratti sembra saltellare dalla gioia. Mi prende sottobraccio. Ha rubato un pezzo di pane per le anatre. Se ha un solo difetto non glielo riesco proprio a trovare. Mi confida che si sente libera, che sta proprio bene con me, come con uno zio saggio. Vorrei dirle mille cose ma non ci riesco. E temo che tra noi… sia ancora troppo presto. Preferisco la prudenza. Confesso solo di trovarla carina. Ma mentre proseguiamo sento la sua mano sfiorarmi il fondo schiena e questo le mette allegria. Non ho mai trovato una ragazza come lei, che non si fa cautele a esprimere il proprio parere.

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