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La svendita

pantaloni-skinny-cinque-tasche-blu-infanzia-bambino-vc500_1_lpr1Via dei tessuti, 69. Offerte di fine stagione. I cartelli in vetrina dicevano che: A chi avesse portato un paio di pantaloni usati, solo se in buono stato, sarebbe stato concesso uno sconto del 20% sull’acquisto di un paio di nuovi. Non lo sapeva come gli fosse venuta in mente quell’idea che subito gli era sembrata balzana. Le aveva pensate tutte ma le vendite continuavano a essere in calo. Non era la crisi. Quella era una vera e propria catastrofe. E lui, il solito ottimista, aveva fatto anche più acquisti dell’anno precedente. Decisamente troppi. L’attività era a rischio. Bella pensata. –si era detto ironicamente.
Erano tre giorni che non entrava un cliente che era uno. Ormai era rassegnato. Quel mattino aveva aperto l’armadio e si era accorto di quanti calzoni possedesse. Di tutte le forme e colori. Era naturale poiché li vendeva a se stesso. E li pagava a prezzo di costo. Non come i suoi clienti. Erano comunque tanti. Alcuni non li aveva ancora mai messi. Chissà quando e se? Certi avevano ancora il cartellino appeso. E lui aveva pur sempre un sedere solo. Anche se era il padrone del negozio. Forse era stato questo, il suo armadio, a suggerirgli l’idea di quella promozione bislacca.
Invece, incredulo, aveva visto arrivare il primo cliente. Poi un paio e una coppia. Sempre di più. Un vero successo. Fuori alla porta c’era la coda. Era una sorta di scambio. Qualcuno persino si era spinto a congratularsi per quella splendida idea. Era stata una donna. Quelli che ritirava, dopo averli ben controllati, se era il caso li portava in pulitura e poi diritti alla Caritas. Era una sorta di socialismo del pantalone. Chi ne aveva in più li riconsegnava e andavano a finire a quelli che non ne avevano. A chi ne aveva pochi. A chi aveva più toppe che stoffa. Vedendo il successo pensò che una promozione simile si poteva abbinare a qualsiasi capo di abbigliamento. Diamo tempo al tempo. –si disse– Vediamo come va a finire questa volta. C’è sempre tempo per ripetere l’offerta.
Qualcuno si mostrava più generoso. Uno aveva portato un intero guardaroba di calzoni in cambio di un solo paio di nuovi, con lo sconto del 20%. Un paio di clienti non avevano nemmeno voluto lo sconto. Altri avevano solo lasciato i loro vecchi affermando che non avevano bisogno di averne di nuovi. Però a uno, che probabilmente fingeva di non capire, che faceva il furbo, si era trovato a dover spiegare che quello sconto non era cumulativo. Per un paio usato il massimo era un paio nuovo. Due per due. Tre per tre. Eccetera. Una tipa assurda se li era tolti nel mezzo del negozio ed era uscita senza. Senza aggiungere un fiato. Con la sola maglietta che la copriva appena. Intanto batteva i tasti della cassa come quando non c’era ancora l’euro. Anzi come molti anni prima. Come negli anni che si ricordavano come l’epoca del boom.
Le cose gli andavano così bene che fu costretto a prendersi una commessa per avere aiuto. Assunse Benedetta così se la poteva vedere intorno senza che la moglie dicesse niente. Le cose migliorarono a tal punto da trovare spazio persino nella stampa nazionale. Ma il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una notte con un gesto vandalico con sasso gli infransero le vetrina. Poi ricevette minacce con una missiva anonima da parte di una fantomatica Lega dei poveri ricchi; così si firmavano. Denuncio la cosa alla polizia la quale da subito non nascose i propri dubbi di poter raggiungere qualche risultato sui colpevoli del vile gesto. Questo scatenò un pandemonio di proteste e un vero assalto delle masse decise a manifestare la loro solidarietà. La Caritas non aveva mezzi sufficiente per ritirare tutti i pantaloni usati che arrivavano in negozio. Fu allora che si trovò costretto ad assumere anche Tamara, una notevole brunetta. E l’eccesso di rientri fu costretto giocoforza a mandarlo in Africa. Pensò che il mondo fosse migliore di quanto avesse mai sospettato.
Finalmente poteva cambiare la macchina. E prendere quegli orecchini che sua moglie guardava sospirando da anni. E avrebbero potuto anche provare a fare quel viaggetto che sognavano e rimandavano da tanto tempo. E, perché no, forse fare un pensierino anche a cambiare casa. Teneva nel cassetto quel sasso che era stato la sua fortuna, la goccia che aveva riempito il vaso fino a farlo traboccare. Poco importa se la mano ignota era la sua. In fondo che male c’è a dare un piccolo aiutino alla fortuna? E poi era assicurato. Forse avrebbe assunto anche un extracomunitario, forse persino di colore. Gli piaceva sentirsi generoso e fare del bene. E che questo poteva portare giovamento agli affari. Per la primavera-estate aveva programmato di ritirare anche giacche in pelle e pellicce usate con una promozione colossale. Nel frattempo, al negozio, intanto potevano benissimo badare le due ragazze.

Katia al bagno

Katia al mareL’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

img_7029Stavo radendomi quando lei è entrata. Maledetta promozione. Si è accovacciata sulla tazza: Scusa, faccio in un attimo. Non potevi aspettare? Non ce la facevo più. Ero infastidito di non poter stare tranquillo nemmeno là. Ma forse solo un po’. Più che altro ero stato preso alla sprovvista. Non mi sarei mai immaginato. La sento farla. Il rumore della pioggia dorata. Come niente fosse.
Se la cosa non fosse tragica sarebbe ridicola: E bussare? Decisamente lei è incredibile: Sapevo che c’eri solo tu. Stai buonina e fammi finire. Fai finire anche me. Fai pure. Che c’è ti vergogni? Non è quello. Ti vergogni oppure?… Non fare la bambina. E allora non guardare. Son cose cheE nemmeno… tanta, bambina.
Se uno dei due non si sbriga potrebbe finire in una catastrofe. Io lo so bene com’è fatta lei. E poi chi entra entra sarebbe comunque perlomeno imbarazzante: Ti manca tanto? Mi manca quello che mi manca, non mettermi fretta anche tu. Debbo fischiettare? Non serve, grazie. Potevi almeno dare un giro di chiave. Così chissà cosa avrebbero pensato. E così? L’ho detto che mi scappava la pipì. Dovevi proprio dirlo? Che male c’è? è l’ha verità. Le cose si possono non dire. Si asciuga con cura. Viene da ridere anche a lei: E’ la verità tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Comunque non servivaInsomma: è la verità, o quasi; che c’è di male? Non è quelIl male è nella testa degli altri, se c’è.
Si alza e usa il bidet. La guardo attraverso lo specchio. La cosa continua a divertirla: Ti sembra il caso? Perché no? Ne sono, a dir poco, stupido: Perché non è cosìSono di là. E noi siamo qua. E allora? Ci metto un secondo, non mi piace sentirmi sporca; che sarà mai. Manca solo che ti sogni di farti la doccia. Non sarebbe una cattiva idea, anche se l’ho già fatta prima di venire; nel senso di arrivare. Dicevo per dire. E io per fare. Devi essere pazza. L’hai già detto. Già! Allora non la faccio? Non credo che… Si sganascia: Scherzavo, però non era una cattiva idea. Meglio. Meglio cosa? Meglio se tuGuarda che non c’è niente da vedere. In verità avrebbe ragione. E’ stata molto attenta. Quasi pudica, ma… chi ci crederebbe? Non è nemmeno quelE’ solo che io credo che tu cerchi di sbirciare. Non è vero. Sei un bugiardo, o un villano.
Mi aspetto di vederla arrivare da un momento all’altro. Mi prendo ugualmente una pausa. Ormai cerco di sembrare tranquillo. Mi sciacquo il viso. Che sia quello che sia. Ho fatto del mio meglio: Avevamo detto una cena. Che importa se ci prendiamo il dopo cena prima della cena. Avevamo detto una sera. Va bene, è pomeriggio, cosa cambia? Siamo a casa mia. Lo so. Ci sono gli ospiti. Lo so. Tutto l’ufficio. So anche questo. Tu sei pazza. Facevo per dire; senza fretta. Non possiamo stare qui in eterno. Che usino l’altro. Che discorsi sono? Se vuoi ti tolgo io… dall’entusiasmo. Non essere stupida. Credevo fossi tu ad aver fretta, ma posso anche aspettare. Non devi credereSei stato tu a fare il birichino e ad invitarmi, o sbaglio? Vero maVedi; e senza ma. Volevo essere cortese. Lo sei stato e ora non lo sei.
E’ anche colpa mia. Forse non dovevo darle troppa confidenza. E’ che quando siamo in ufficio non riesco a pensare solo al lavoro. E’ anche efficiente. E’ anche così giovane. E’ anche così… Ha finito. Ho finito: Fai la brava. Ancora un secondo. Cosa ti manca ora? Sistemo il trucco. Fai pure. Mica posso uscire spettinata. Ti aspetto di là. Guarda che li hai aperti. Cosa? I pantaloni e che cosa? Mi fai… confusione. Per così poco? Sembra aDevo chiamarti capo? Non essere stupida. Allora capo… ti farei vedere io come si fa a toglierli. Non è cambiato niente. Che dici: ci facciamo un selfie? sarebbe divertente. E’ proprio incredibile. Dove le va a pensare?

Scambio di coppie

briscolaCi si trova spesso, le sera, con Lucio e Francesca. Quasi sempre da noi. Tra amici. Si chiacchiera un po’ e un po’ si spettegola. Si parla di tutto e di niente, della vita. Dei figli che se ne vanno, di quelli che non lo fanno mai, di quelli degli altri. Soprattutto di questi ultimi. Delle vacanze fatte e di quelle che avremmo voluto fare. Della signora Rosa. Dell’ultimo film che nessuno di noi ha ancora visto. Dell’appartamento che abbiamo visitato al Prenestino Centocelle. Dei cinesi. Della fermata della metropolitana che non hanno mai messo. Si beve un bicchiere. A volte si cena. Si sta in compagnia e qualche volta ci si fa una partitina.
Chissà cosa si era pensata lei quando avevamo proposto lo scambio delle coppie? Aveva cominciato a dire: «Sempre così voi maschi». Poi si era messa a ridere sotto i baffi. Gli era scappato in un sussurro: «Dov’è la novità»? Forse io mi sbagliavo. Poi si era morsicata la lingua. Aveva ingoiato quelle parole. Si era corretta osservando a voce un po’ meno bassa: «Non so… ci conosciamo da così tanto… Mi sembrerebbe»… Come se si sentisse in dovere di negare. Era riuscita anche a fingersi leggermente sorpresa e scandalizzata. Persino a farsi venire un rossore. Era stata solo lei che aveva frainteso. Su sollecitazione della moglie Lucio invece si era alzato subito per cambiare la sedia con me anche se visibilmente non era contento.
Francesca è una donna attenta, a cui non scappa un motto, sembrava indispettita, ma aveva ricominciato con indifferenza a distribuire le carte. Non era la mia serata. Ero tutto uno stringere gli occhi, sbattere le ciglia, e succhiare dal bicchiere. Mi sentivo già un po’ brillo. E non facevo altro che accendermi un’altra sigaretta. Se non era per la mia nuova compagna, non mi sarebbe rimasto che scusarmi e alzarmi dal tavolo. Magari fingere un mal di testa. Una corsa al bagno. Una scusa comunque per girare la sedia e sperare che così girasse anche la serata. Ma la sorte va sempre affrontata con un sorriso, anche se è un sorriso a denti stretti. O lei aveva sempre l’asso di briscola, o ce l’aveva lui, oppure… Le avrei mangiate le trevisane.
Poi mia moglie mi aveva toccato una gamba. Era un contatto che aveva qualcosa di rassicurante. Sono certo che le storie me le faccio io, dentro la testa. Mi aveva fatto l’occhiolino, ma ero altrettanto certo che non fosse un segno di gioco perché poi aveva gonfiato le guance. Mi sembrava stranamente nervosa, ma è da lei. Spesso è distratta mentre giochiamo. Non si ricorda di quelle scartate. Va liscia sul mio carico o lo chiama quando non ha nemmeno una scartina. E’ anche per questo che siamo la coppia più perdente delle partite in famiglia; dell’intero condominio. A volte mi chiedo dove ha la testa. E allora sacramento dentro di me e le dico: Ma Amore… e alzo gli occhi al cielo. Naturalmente fraintende sempre anche se il re è già uscito. Così ero contento di trovarmi in coppia con Francesca. Lei è sempre attenta e quella sera anche silenziosa. Però le cose erano decisamente migliorate e la serata era diventata brillante, interessante.
Vinta la prima le altre hanno cominciato ad andare sul velluto. In quel momento si era fatta proprio attenta perché a lei non piace perdere e, diversamente da Francesca, non cerca di dare sempre la colpa a me. Mi sono preso un calcio dalla mia nuova compare quando mia moglie aveva segnato ancora un asso che non aveva. Ho detto Che ne dite di un buon caffettino. Vado io. –chi tace acconsente e sono andato in cucina. Ho fatto scorrere l’acqua intiepidita. Stavo ancora riempiendo la moka quando è arriva Francesca a ruota: Non pensi che potrebbero sospettare qualcosa? Mi sono girato per guardarla e ho cercato di inventarmi un sorriso: Non è possibile; Lei si fida ciecamente di me, tesoro. E’ solo perché è strana. Sai com’è lei. Dicevo così. Tanto perdiamo lo stesso nonostante il tuo piccolo aiutino. Hai ragione. Non pensiamoci, stasera Checca siamo assieme e voglio prendermi qualche rivincita. E’ lei. Non ci posso fare niente. Sbrighiamoci altrimenti avranno ragione a pensare. Tu prendi la grappa. Forse dovremmo cambiare gioco. Non quella, l’altra. La prossima volta ci vediamo un film. Forse sarebbe meglio. Non c’è altro da fare. Come va con lui? Meglio.
Mentre stavamo per raggiungerli a Francesca sorge un dubbio: E se si sono accordati per cambiare i motti? Ma cosa vai a pensare; Lei si scorda anche quelli che dovrebbe fare di regola. Già! Stasera puoi giocare come sai, facciamogli vedere chi siamo –e le appioppo una gran pacca sul sedere mentre siamo ancora in corridoio. Non fare il cretino; sai che a me piace vincere sempre.

Mattino

playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

Piccoli segreti

cappuccettonero02Ormai non aspettava che l’estate, lei, Eleonora, e forse non era poi più così freddo come le sembrava. Le giornate si allungavano. Frasi fatte. Che diavolo poteva importare a lei? E poi perché si allungavano? Le parevano già così infinite; difficili da attraversare. Mica è facile avere vent’anni. Già! anche questa era un’altra di quelle frasi fatte. Sentite e ripetute mille volte. Ma nemmeno l’età te la puoi scegliere. È come tante altre cose: capitano quando vogliono o quando, in qualche modo, devono. Capitano e basta, semplicemente. Te le trovi tra i piedi. Le devi accettare. Anche quelle cose che preferiresti evitare. Proprio come, in un certo senso, le mestruazioni. E i genitori. E non sopportava quel sentirsi vecchia; vecchia e stanca.
L’aveva confidato a Marialuisa. Forse era stata una stupida. Non c’è il tempo di pensare quando le parole scappano di bocca, da sole. Avrebbe dovuto sapere com’era quella, ma era anche la sua migliore amica. A chi avrebbe potuto confidarsi se non a lei? Anche se dirlo a lei era dirlo a tutti. Ma le amiche sono amiche. Servono a quello. Dell’amicizia si potrebbe parlare a lungo. Non c’è un senso, né un verso. Sarebbe egualmente inutile. Il perché non l’avrebbe saputo dire: loro due erano così… così… diverse, cioè dissimili. Non sembravano nemmanco avere la stessa età. E quella sembrava sapere già tutto. Si atteggiava a donna.
Mentre lei… ecco lei… si sentiva vecchia e non sapeva un bel niente di niente. Non sapeva e non capiva. Non sapeva perché i ragazzi fossero così stupidi. Quelli della sua età. Ma anche gli altri. Persino gli adulti. E lo facessero apposta. Apposta per apparirlo ancora di più. E non capiva come davanti a tutta quella stupidità a volte si sentisse strana. Un’altra persona. La ragione di quello strano formicolio. Come impaziente. Come se volesse immergersi in quella assurdità.
Certo che le sapeva le storie, come va la vita. Era solo sua madre che non poteva e voleva vedere. Per sua madre non sarebbe mai cresciuta. Forse è così per ogni madre. Non viene mai il momento. Doveva chiederlo a suo fratello come una bambina fa a diventare grande subito. Però fino a ieri aveva giocato con le bambole. Non capiva eppure le bambole non le interessavano più. In pochi giorni il suo mondo era cambiato. Non tanto quello fuori quanto quello dentro. Provava curiosità nuove. Pulsioni nuove. Persino una certa vergogna del suo corpo. E quei ragazzi le guardavano il seno. Aveva fretta e sete di sapere. E anche solo sete, come se la sua gola fosse sempre riarsa.
Marialuisa rideva. Diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Che era carina. Che non era strano che i ragazzi la guardassero. La faceva sentire una stupida. Che anzi era bello e giusto che la guardassero, e la guardassero in quel modo. Si mostrava sorpresa della sua sorpresa: Ma come… Vuoi dire che tu?… Mai? Da non credere… Mai cosa? E Marialuisa le aveva chiesto se non c’era proprio nessuno che le piacesse. Forse uno c’era. Non ne poteva essere certa. Secondo lei, sempre Marialuisa, avrebbe dovuto guardalo, sorridergli, fargli capire che aveva notato che la guardava. Aspettare e se lui aspettava non farlo aspettare. Farsi trovare pronta. Invitarlo lei. Poi da cosa sarebbe nata cosa. Non capiva cosa. Cosa voleva dire farsi trovare pronta. Non ci capiva un accidente, ma l’istinto le avrebbe detto di provare. Anche queste erano parole dell’amica del cuore.
Si chiamava Amsterdam, o almeno così lo chiamavano, strano nome, e le sembrava carino. Non più di tanti altri, ma nemmeno meno. Forse non le sembrava altrettanto stupido. Forse le sembrava… non capiva. Non capiva perché avesse richiamato la sua attenzione. Perché la sua immagine non riuscisse a togliersela da davanti. Si era decisa. Gli aveva sorriso. Lui aveva ricambiato il sorriso. Proprio come le aveva consigliato. Gli aveva fatto un cenno di saluto. Lui aveva ricambiato quel cenno. Era rimasto fermo con la sigaretta in bocca. Lei aveva aspettato tutto il tempo che aveva per aspettare. Poi si era stufata di aspettare. Si era alzata ed era andata da lui. Impacciata alla fine aveva trovato il coraggio di parlare al suo sorriso insolente: Possiamo andare via di qua? E dove? In un posto tranquillo. Perché? Vorrei che tu mi insegnassi. Che cosa? Tutto quello che fanno i ragazzi con le ragazze. Vuoi un tiro? No, grazie. Allora andiamo. Sì! va bene.
Le aveva preso la mano. Era un contatto morbido. Sentiva il suo calore attraverso quel contatto. Non gli aveva chiesto dove la stava conducendo. Non le importava. L’amica le aveva detto che era meglio se stavano da soli. Che almeno all’inizio… All’inizio di cosa? Le prime volte. Finché non si fosse fatta più ardita. Più audace. Ma lei non aveva timore, solo curiosità. E lo seguiva guardandosi intorno. E insieme fuggendo gli sguardi. Mentre lui sembrava raggiante, felice di essere visto. E la condusse al parco. E poi all’ombra dietro una siepe dove gli occhi non potessero vederli. Forse solo quelli dei guardoni, ma i guardoni non girano per il parco di giorno. E le appiccicò le labbra sulle sue labbra. E sembrava che volesse che lei allargasse le sue labbra. Se le sentì inumidire. Come se la leccasse. Come se ne volesse gustare il sapore. E intanto con la mano le aveva cercato il seno sussurrandole di fare la brava. Di stare buona.
Non sentiva niente. Il suo ansimare. La sua curiosità. Il suo sudore. Ma lei dentro non sentiva niente. Niente di quello che aveva cercato di immaginare. Era così goffo e tutto così… così… strano. Strano e inutile. Scomodo. Irreale. Si sentiva come un pezzo di legno. Le mani di lui erano solo curiose. E la sfioravano sopra una corazza. Forse stava sbagliando tutto. Appoggiò la testa sulla sua spalla decisa che lo avrebbe lasciato fare. E un po’ annoiata. Poi lui le prese ancora la mano. Cercava di guidarla verso qualcosa, qualche punto del proprio corpo. Ormai era anche infastidita. E si stava facendo tardi. Il sole stava per tramontare. Guardò il collo del ragazzo e fu naturale affondare i denti. E bevve. E sentì che la sua sete si andava spegnendo. E che quella mano curiosa perdeva di forza, si scioglieva come un gelato.
La notte ne raccoglie le leggende, ma è in tutte le pieghe del giorno che si muovono, i vampiri.

La lotteria

lotteriaIo sono un tipo un po’ casalingo, non esco mai la sera. Riassetto e sprofondo a guardare la tivù. Finisco quasi sempre per prendere il sonno. Quando lei torna solitamente cerca di non svegliarmi, ma se lo fa le chiedo sempre com’è andata? Lei mi risponde solitamente Bene. O almeno quasi sempre. Se invece dice Così! come l’altra sera, mi sembra quasi un invito a chiederle. Mi ha spiegato che era solo una cena tra amici. E lo ha fatto mentre stava già andando al bagno a sistemarsi.
Mi alzo e vado pigro a letto anch’io. A lei piace leggere e a me la luce non da fastidio. Dice che continuerei a dormire anche sotto un bombardamento, ed è vero, presumo. Qualche volta mi chiedo se le do abbastanza, ma la vedo felice. Questo mi basta. Tra noi funziona tutto a meraviglia. Non ho bisogno di chiederlo né a lei né a me stesso né a nessun altro. Non possiamo certo dire che abbiamo una vita monotona.
Era la fiera di S. Lazzaro. Ci sono andato anche se non ci vado mai. Erano tutti là ed erano tutti sorpresi di vedermi. Veramente stavo lottando con il torpore progressivo. Mi sono fatto un caffè per resistere almeno un po’. Lei ha sempre detto che per me è meglio una buona tisana calda. E poi a letto. Sento le grida perché già stanno estraendo i vincitori. Guardo la lista e scopro che è lei il primo premio. Così assonnato non sono certo di riuscire a capire. Scuoto la testa e mi incammino per ritornare verso casa.
Non faccio un passo che ci incrociamo e mi guarda sorpresa: Che ci fai qui? Passavo, e tu? Mi sembri stanco. Un po’. Vai a casa e aspettami che torno presto. Fai con comodo, tanto non scappo. Non so perché ma mi sembra di aver sbagliato risposta. Lei si preoccupa per me: Ora devo proprio andare. Sai che non ti devi sciupare. Non so cosa ci trovi in tutta quella confusione: Torna pure alla tua festa.
Altri quattro passi e trovo Pietro. Cerco di non vederlo ma lui mi vede bene e si ferma. Non posso evitarlo. Sembra guardare un fantasma eppure ci conosciamo dalle medie. Non ho nessuna intenzione di fargli compagnia a bere. Anche tu qui? Passavo, e tu? Io sono ai polli allo spiedo. Come sta andando? Quest’anno è fiacca. Come mai? E’ per la lotteria. Qualcosa non va? No, niente. Come niente? Ti dico niente. Ci sarà un motivo? Lui si fa reticente. Borbotta: Hai visto i premi? Non faccio per dire ma me ne ero già scordato. Finalmente si decide: Da amico ad amico. No! E’ solo… beh ecco… che premio è il primo se il vincitore vince un premio che hanno già vinto tutti? Capisco che non riesco a capire: Scusa, debbo andare, magari ne parliamo domani. Lui mi saluta: Certo, contento tu.
Il film è a metà. Devo prendere Sky così posso tornare indietro. Spengo. Mi sento stanco e ho sonno. Le scrivo un bigliettino pregandola di fare piano. Mi stendo a letto e spengo la luce. Dev’essere il caffè se fatico ad addormentarmi. Al buio mi ritrovo a pensare. Primo premio: Loredana. Secondo premio: Frigorifero. Strano, ricordo ancora bene che il toscano mi ha detto che l’anno scorso il primo premio è stato una serata “romantica”. Proprio così, con “romantica” tra virgolette. Che cavolo dice Pietro che è sempre lo stesso premio? Non c’è mai da fidarsi di quell’uomo. A quell’uomo il vino ormai deve avergli affogato il cervello.
Quando lei rincasa deve essere ormai molto tardi. Mi chiede: Dormi? Le dico di no e le spiego che forse per il caffè mi sento bello sveglio. Si scusa perché è proprio troppo stanca da morire e nemmeno si accende la luce. Rinuncia anche a leggere. Ma perché poi proprio lei che ha il diploma di ragioniera devono metterla tutti gli anni al baracchino del tirassegno? Devo scambiare due paroline con il parroco. La vedrei meglio alla biglietteria.