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Posts Tagged ‘68’

E’ stata tutta colpa di questa foto a farmi ricordare, ricordare quando Marghera era centro della lotta, e questa canzone che la memoria aveva cercato di farmi scordare. E tutto a farmi ricordare, se ce ne fosse stato bisogno, che non c’è fabbrica, scuola e campi ma una lotta comune e l’avversario è sempre quello… “quello che combatemmo sui nostri monti e in Spagna“.
La foto la devo al lavoro del profilo Facebook Soffia ancora il vento che ringrazio non solo per questo.

Gualtiero Bertelli: A Portomarghera

L’altro giorno a Portomarghera
gli operai han scioperato
eran gli stessi che hanno gridato
due mesi fa per salari migliori.

Questa volta chiedevano pace
con la stessa forza di ieri
perché pace vuoi dire per tutti
«no alla guerra e no al padrone».

Il padrone che ha licenziato
è lo stesso che manda a morire
è lo stesso che ammazza nel Texas
in Rhodesia, nel Congo e in Vietnam.

I compagni che han scioperato
hanno detto che ‘sta brutta guerra
deve essere l’ultima guerra
per distruggere tutti i padroni.

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Ripropongo qui un suo vecchio post perché la Resistenza è sempre di attualità e la nostra storia non deve appannarsi nei nostri ricordi né nel nostro presente.

Che bello che sarebbe il mondo
Richiamata a viva voce dai precedenti post sulle Resistenze, mi sono sentita spinta a scrivere un post che racconta, attraverso le parole di una lunga filastrocca canora, divisa in quattro parti, la lunga storia della Resistenza della città di Venezia.
Questa canzone è scritta e cantata da Alberto D’Amico, uno dei componenti (con Gualtiero Bertelli, Luisa Ronchin e Silvano Bertaggia) del Canzoniere Popolare Veneto. Gli anni sono quelli della contestazione. Loro sono i menestrelli, che pur usando il dialetto veneziano, raggiungono l’obiettivo di raccontare una storia nella Storia. L’esistenza dei figli del popolo di fronte agli eventi più grandi di loro.

Arrivano i barbari
Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per cappello
sono una valanga che si butta
hanno una fame arretrata
hanno bruciato tutto l’Impero
scappiamo che ci vogliono mangiare.

Scappiamo scappiamo portiamo le vacche,
gli stracci, i pidocchi, i gatti e le oche,
salite tutti in barche vi spingo col remo
state fermi però che ci ribaltiamo.
Sta buona Luisa non starti dar pena
ti trovo una casa fuori in barena,
stai buona Luisa una casa si trova
stanotte dormiamo sotto la prora,
sta buona e copri il bambino che tossisce
domani mangeremo polenta e pesce.

E con questa barca e questa laguna
tira la rete che è piena.
Fa piano Luisa che si strappa,
viene giù Venezia e il sole l’asciuga
Ma viene il temporale e i pirati
la nostra orata ci hanno rubata.

Con le squame si sono fatti una flotta veloce
con le lische gli archi, le lance e le frecce
dagli spalti ti buttano l’olio che bolle
il Capo Pirata si chiama: Doge.
Le statue, i marmi, le colonne e gli ori
è roba rubata ai greci e ai mori
le chiamano bellezze ma io ho paura
che un pezzo di marmo ci manda in guerra
nati dai cani sono pieni di soldi
ed io e Luisa mangiamo fagioli…

Venezia patria mia diletta
Venessia patria mia dileta
tu vai di furto e di rapina
sotto il vessillo di S.Marco
per questa Repubblica da “sbarco”
mi hanno mandato perfino in Cina
a rompere i coglioni a Gengis Kan.

Si parte dal mondo con una carovana
guarda Luisa che bella è la Cina
razzi colorati, bachi da seta,
la polvere pirica e la pancia di Budda.
Carica tutto, fa su la tenda
che il nostro padrone così ci comanda
Questa carovana non l’ho capita,
siamo cristiani e facciamo razzia.
Luisa che ladro è Marco Polo,
corri che i mongoli ci corrono dietro.

In Adriatico le lotte
le navi tornano a casa rotte
spingono rabbiosi gli infedeli
ci vogliono rubare i monopoli
Di là in Atlantico la Spagna
il nuovo mondo ha trovato.

Cristoforo Colombo aveva ragione
il mondo è rotondo come un pallone
con la Nina, la Pinta e la Santa Maria
lui si porta a casa l’oro e l’argenteria.
America, America terra preziosa
ma gli indiani son gente che è permalosa
arrivano i velieri e i cannoni spagnoli
gli Aztechi e gli Inca vengono massacrati
per cosa e perché dobbiamo uccidere
mi pare una falce sta cristianità.

Guarda Luisa che malanni
scoppia la guerra dei trent’anni
mi faccio fiato e grido basta
mi arriva in bocca una tempesta.
I fiumi portano le carogne
e l’aria ormai si è impestata.

Scappiamo, scappiamo che arriva la peste
raccogli le cose dentro le ceste
copri il bambino con i panni di lana
canta Luisa che faccia la nanna
canta che gli angeli buttino una corda
che ci tiriamo su da questa merda.
“Dormi bambino che andiamo sulle stelle,
domani la Madonna ti dà le caramelle,”

Che bello il mondo che sarebbe
Che bello il mondo che sarebbe
se non ci fosse la Turchia
per questi domini di oltremare
ci tocca sempre litigare
ma dopo infine gli ottomani
ci hanno fatto sbaraccare.

Si torna tutti a casa si torna dalle donne,
leviamoci le corazze che andiamo delle buone
Luisa fatti bella sono pieno di nostalgia
tu sei la migliore al mondo tu sei la patria mia.
Ma i nobili stanno male per la disperazione
le lacrime che bruciano agli occhi e vengono giù
abbiamo perso tutto, tutte le sostanze
ma in riva del Brenta chiamano le maestranze
si fanno fare le ville bianche di candore
e con questi fazzoletti si fan passare il raffreddore.

Nel settecento ero pulito (senza soldi)
e Pietro Micca poveretto
scoppia su una polveriera
io ho pensato fosse un’altra guerra
Ma qui Venezia è tranquilla
qui scoppia solo il Carnevale.

Zucchero e coriandoli piovono in Canalazzo
(Canal Grande)
Venezia è una frittella che si lecca il giovedì grasso
per strada c’è un’allegria di maschere e giocolieri
c’è una sarabanda di pifferi e tamburi
oggi non si tribola e nemmeno si macina
mangiamo e beviamo, domani è quaresima.
I conti e le contesse al ballo si sono invitati
poi si corrono dietro con le mutande in mano
così approfittando di tanta confusione
il ruffiano Giacomo Casanova scappa di prigione.

Se Casanova è un ruffiano,
Napoleone è proprio un disgraziato,
per fare la pace col tedesco,
ci ha venduti come fossimo un fiasco
e gli austroungarici ci bevono
…alla salute dell’Imperatore.

Leone, Leone, tu sei diventato
povero stecchito come un baccalà,
l’aquila borbonica ha due teste nere
e noi ci trasformiamo in remi da galere
il mare non c’è più la gloria è finita
per andare fuori dell’acqua si va in ferrovia
“ehi della gondola quali novità?”
ci dicono che l’Italia stavolta si è svegliata
Il boia di Radetzky si è ritirato
un secolo va via è un altro è arrivato.

Il conte Volpi di Misurata
dato che era un patriota
fa la guerra sulle barene
contro cicale di mare e seppioline
pianta nelle secche gli sbarramenti
e i pesci più non possono passare.

Scappate, scappate anguille, sogliole e paganelli,
le pompe tirano l’acqua, i asciugano i canali,
arrivano i barconi e scaricano la ghiaia,
dove c’era il mare adesso c’è Marghera,
I pesci fanno pena non c’è più rispetto
sono scappati tutti come a Caporetto,
Luisa è il progresso perché ti lamenti?
Marghera dà lavoro negli stabilimenti,
con la SAVE, la SIRMA e i profumi della Vidal
è nata la Prima Zona Industriale.

Quante ricchezze e quanto oro
abbiamo fatto con il lavoro,
io vorrei sapere con che diritto
loro ci hanno spogliato di tutto,
vorrei sapere perché se grido
mi rispondono col bastone.

Olio di ricino il Duce col bastone
l’Italia è nera come una prigione,
partono i legionari che vanno in Eritrea,
tornano con la scabbia, la sifilide e la diarrea
anche la Somalia è diventata italiana,
Vittorio Emanuele si mangia la banana
siccome siamo santi, eroi e navigatori
ci tocca andar in Spagna tutti volontari,
il maresciallo Goering gli aerei ha mandato
a Guernica ha fatto la prova generale.

[Con questo Benito e con Adolfo]
Con questo Benito e con Adolfo
il mondo brucia come zolfo
E dopo passa anche sta guerra
e arriva un’altra primavera
ma ne hanno fatte così tante
che non si può dimenticare.

Pareva un brutto sogno invece era vero
quella notte che ho visto in riva dell’Impero
ho visto coi miei occhi sette ragazzini
legati con una corda in mezzo a due lampioni
la gente di Castello gridava “pietà”,
una scarica di fuoco e gli occhi ho chiuso.
Aliprando Armellin, coi due fratelli Gelmi,
Bruno De Gaspari e Gino Conti,
Gerolamo Guasto e Alfredo Vivian
sono morti tutti gridando libertà.

Credevo di morire
e invece ballo il boogie boogie
la Repubblica ha vinto
abbiamo il Sindaco Gianquinto
ma proprio adesso sul più bello
il 48 è arrivato

Il 18 aprile le prime elezioni
ha vinto il Vaticano vanno su i democristiani
a luglio una mattina hanno sparato a Togliatti
ci hanno detto “ragazzi buoni e fermi tutti”
bisogna che la rabbia ce la mettiamo via
dobbiamo andare avanti con la democrazia
intanto loro rubano di riffa o di raffa
fanno i prepotenti e vogliono la legge truffa
con Scelba il bastone si chiama manganello
il nome è cambiato però è sempre quello.

Ci hanno fatto un maleficio
ci hanno chiuso il cotonificio
ci hanno fatto anche i tarocchi
e hanno chiuso pure lo Stucky
ci hanno suonato le campane a morto
e hanno seppellito l’Arsenale.

Scappiamo, scappiamo non c’è più lavoro
Venezia a poco a poco diventa un cimitero
è una città decrepita, marcia completa,
è una stracciona, una vecchia baldracca.
Luisa non ti dico quando viene l’acqua alta
il sangue mi si gela e il cuore si ribalta
e quando suonano le sirene mi metto gli stivali
e maledico questa acqua che non si asciuga mai
la gente scappa via, c’è l’emigrazione
la gente vuole le case con il termosifone.

Arrivano i barbari a cavallo
hanno due corna per capello
sono una banda di sfruttati
studenti, donne e operai
che a questo mondo di ingiustizia
vogliono darci un grande morso.

Arrivano i Visigoti, i Vandali e i Vichinghi
arrivano con le barche e con i capelli lunghi
scoppia il 68 come una vampata
viene fuori dalle tane la rabbia accumulata
arrivano gli operai, la lotta dei contratti,
guarda gli studenti che gridano come matti.
Luisa siamo tanti, insieme siamo forti
ci voglio far fuori, teniamo gli occhi aperti.
Ci hanno messo le bombe, ci vogliono fermare.
I padroni ci hanno fatto… le peggiori infamità.

Il 15 giugno, te lo giuro,
coi risultati mi viene duro
ma dopo mezza settimana
mi diventa una gelatina
quando sento le rogne che si trova
la nuova giunta comunale.

Debiti, debiti, magagne ci han lasciato
però teniamo duro, bisogna governar
questa crisi è una barca grande come il mondo
o ci salviamo tutti o tutti andiamo a fondo
In fondo non ci vado altrimenti è finita
dobbiamo andare avanti con la democrazia
Luisa il socialismo te lo giuro verrà
e adesso ti saluto… perché sono stufo di cantar…

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Scusa la digressione. Oggi sento intorno la guerra, a Gaza, in un mondo in sfacelo. Una guerra più o meno silenziosa. E’ per questo che voglio ricordare questo pezzo di un grandissimo cantautore non abbastanza conosciuto tratto dall’album Disimpegnate le strade dai sogni del 77. Claudio Lolli fa parte di quella schiera di artisti che ha vissuto e raccontato i drammatici e dolorosi e funesti anni settanta. Quelli che sono stati l’inizio tragico di una fine. Non voglio aggiungere altro che un augurio: “Riportate per le strade i sogni”.

Il giorno di solito comincia sporco
come l’inchiostro del nostro giornale
scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale.
Che giorno per giorno avanzando tranquille
son quasi davanti alla tua finestra
con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda l’orchestra.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma oggi la luna ha una faccia da strega
e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma un jumbojet scrive “viva il lavoro”
col sangue, nel cielo di questa mattina.

Con un megafono su un autobus rosso
un Cristo uscito dal Circo Togni
comincia un comizio con queste parole
“disoccupate le strade, dai sogni,
disoccupate le strade dai sogni
sono ingombranti, inutili, vivi
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto
decentreremo il formaggio e gli archivi.
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore.
Disoccupate le strade dai sogni,
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare
ed è questo il modo
al nostro progetto di democrazia.
Disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l’affitto
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto.
Da oggi è vietata la masturbazione
lambro e lambrusco vestiti di nero
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo poi quelle del cimitero,
e poi, e poi,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l’assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e un vitto migliore nelle nostre prigioni.
Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole,
che non vi si scopra nascosti a fare l’amore
i criminali siano illuminati dal sole.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate … ”

A questo punto arriva un trombone
cammina col culo però sembra alto
intona commosso una strana canzone
il Cristo la canta e mi è addosso, in un salto.
“Disoccupate le strade dai sogni
non ci sarà posto per la fantasia
nel paradiso pulito operoso
della nostra nuova socialdemocrazia.”

A questo punto mi butto dal cielo mi butto dal letto
e do un bacio in bocca a un orribile orco
e lecco l’inchiostro, lecco l’inchiostro, del nostro giornale.

E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco

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Soldatino su base in legno e sfondo dipinto a macchie di colore vivace; atc.Notte di silenzio e di luna piena. Sulla spiaggia erano tutti intorno al falò. Tutti intorno a vent’anni. Ancora bagnati di mare e di quel senso di libertà. Le volute della fiamma incidevano indelebili i profili di quei giovani. Volti scavati, barbe accennate e indecise, occhi curiosi, nasi orgogliosi e capelli lunghi, tranne le ragazze.
Di loro Sara si era addormentata sulla sua mano destra e aveva un respiro tranquillo. Anche Samuele le si era assopito accanto dopo l’amore. La sfiorava solo un tenero ricordo. Adamo era nudo, si era arreso e aveva smesso di cercare i vestiti. Cercava di asciugarsi di quel fuoco. Giacobbe spingeva gli occhi dietro le ombre titubanti e rollava distratto. Dolores voleva ritornare a casa perché era attesa, troppo giovane per essere là, per poi decidersi come in un dispetto e sfilarsi la maglietta. Mostrava quello che non aveva e che nessuno cercava di vedere. Non avevano tempo per altro. Christo, il bulgaro, cercava di cucinare la carne infilzata in un lunga ramo secco. Vicino a lui Maria lo coccolava con gli occhi; aspettava un figlio ma lo sapeva solo lei. Elena singhiozzava sottovoce, tornava da un brutto viaggio. Ulisse aveva una casacca che aveva comprato in india, a Delhi o a Bhopal, e una collana di conchiglie.
Francesco suonava la chitarra e cantava le sue canzoni. Per dovere di cronaca fu interrotto mentre intonava “We shall overcome”. Ettore baciava Diana e la cercava. Michele si limitava a guardare il mare e il guizzare dei riflessi pallidi sulle onde, dondolava al fruscio della risacca e della musica. Mugugnava sordo cercando di seguire il testo che si perdeva in un quasi sussurro. Doveva scrivere un libro e nel libro imprigionare una storia, la loro storia; quella. Con un tizzone Efesto cercava di scoprire la provenienza di quell’estraneo leggero rumore. Susanna faceva il mestiere ma nessuno ne sapeva nulla, l’aveva accompagnata Francesco. Era intenta nei suoi pensieri e nelle sue tristezze. Le erano già stati rubati i suoi vent’anni; non le sarebbero più stati restituiti. Avrebbe voluto provare a cercarli. Semplicemente Lilith avrebbe voluto essere maschio e chiamarsi Arturo e odiava quel suo seno e il senso di tutto quello. Narciso aveva una erezione mistica e una fedina di oro falso al mignolo.
Arrivarono all’improvviso da dietro le dune. Non dal mare ma da dietro le dune e la rada sterpaglia. In silenzio. Ombre fra le ombre, profili di niente, invisibili; fruscii. E spararono nel mucchio sputando raffiche di vampe veloci, con piccoli crepitii di secchi tuoni. Sicuri sulle gambe spararono finché tolsero anche all’ultimo l’ultimo respiro. Anche a Maria e al suo futuro. E ancora. Senza un solo attimo di dubbio, ma loro imbracciavano la verità. Alla fine del loro mestiere calpestarono il fuoco senza riuscire a domarlo. Chi li comandava prima di andarsene sputò sul corpo esangue di Francesco. Spiegò agli altri che non avevano palle. Li lasciarono lì bocconi, riversi sulla sabbia. Le onde intimidite si spingevano sempre più avanti nella rena. Il silenzio si impossessò del mondo.

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L’epoca dei fatti era, naturalmente, il fatidico sessantotto; un anno per molti versi fragoroso. L’amico Francesco lo ricorda come un aneddoto divertente anche perché appartiene ormai a quel lontano passato. Per lui non aveva molto più valore di una normale ragazzata, allora. Non lo era e il dito dell’avvocato scorreva le carte e traeva le prime considerazioni pensoso: “Qui vinciamo. Qui vinciamo. Qui lo prendi in quel posto. Qui vinciamo. Qui li facciamo neri. Qui lo prendi nel culo”. Francesco non aveva trattenuto la domanda che aveva in canna perché lui era così. Anche la vita rimane la stessa: quando si perde si è sempre soli.

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Non erano più quei tempi.
franca1A dire il vero quei tempi erano belli solo nei ricordi, poi a guardarci bene era stato un vero massacro di sentimenti e di affetti. Lei ci pensava ogni volta che c’era la luna a imbiancare le sue notti. Pensava a quell’angolo vicino al ponte dove, una sera d’inverno di molto tempo prima, lui disse “No…”. Un poco prima di Natale. In un tempo dove i Natali si stavano trasformando da una festa degli occhi di bambini stupiti ad un’occasione di false speranze. Proprio quella sera lì. Davanti ad una luna vigliacca, lui disse “No!”. Ma non era proprio il No definitivo di chi parte senza lasciare nessun rimpianto. Era una parola che negava il respiro, ma che preludeva al sogno.
Lei lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Non era quello che volevano dire. Non era la luna puttana che era al centro dei loro discorsi. Lo sapeva che a partire ci voleva lo stesso coraggio che a rimanere. E loro quel coraggio non l’avevano ancora. Sarebbe arrivato, certo, e come no, si sarebbe presentato quel coraggio, per azzerare il conto.
Non era proprio un No definitivo e questo li aveva rincuorati. La sera dopo si scambiarono quel bacio che si erano negati. Non un semplice bacio, quello era il padre dei baci. La dolcezza assoluta. La parola che non avrebbero detto mai. Almeno non allora. Il dolore di sapersi persi. Il presagio della fine. E la fine era venuta, al suono della loro canzone. La loro grande occasione perduta. Sotto la luna. Sempre sotto una luna bugiarda.
Lei partì senza voltarsi indietro, neanche il tempo di riprendersi quel poco che credeva di avere. Lui la vide partire, da lontano. Sembrava che tutto sarebbe stato come prima, ma niente sarebbe stato più come prima.
Avevano con loro solo la memoria di un sogno. Ognuno l’aveva sognato da solo, ridisegnando sulla propria pelle la vera storia. Quella storia. Fasulla, ma comunque, sempre, l’unica vera loro storia.
Il tempo non lascia scampo. Tante lune a cui lei aveva rivolto le sue preghiere. Luna trasformata in divinità. In giudice severo. In dolore e smemoratezza.
Era tornata dai suoi viaggi. Dalle peregrinazioni di un’anima in pena. Ogni luogo era il suo luogo. In ogni luogo lei non c’era davvero. Almeno non tutta. Almeno non integra.
Di lui aveva saputo poco e male. Ma non voleva davvero sapere. Ogni suo passo lo portava lontano. Troppo lontano, Il dolore era sordo e cieco. Si poteva confondere con una piccola gelosia dozzinale. Non era cosa per loro. Non li avrebbe resi migliori. Ma lui diventava uomo sui corpi di altre donne. Lei non ricordava più dove avesse perso la gioia di vivere. Nessuno disse perché quella luna avesse loro strappato il cuore.
Tanto chi poteva sapere che erano stati loro ad inventare quella luna? Chi voleva sapere che quel “No” sarebbe stato come un “Sì… per sempre”?
Lei sentì bussare alla porta. Rumore inopportuno. Piccolo fastidio della vita. Perché disturbare i suoi pensieri? Non aveva voglia di sapere. Non voleva esserci. Non poteva ricominciare la noia di tutti i giorni. Non ora. Non quella sera. Non con quella luna infida.
Il tocco si fece più deciso. Un pensiero come un’onda improvvisa nella notte. Una carezza di vento.
Un sospiro d’amore. “sono io, sono qui, sono tornato…”. Il suo volto scavato nel marmo. Le sue mani nervose attorno ad un libro. Un vecchio libro sciupato, consumato dal lungo viaggio. “Sono qui… Te lo dovevo rendere, da tanto tempo, forse da troppo…”. Un sorriso, attinto dalla dolcezza di un sogno, appena velato dal tempo e dalla fatica di andare.
Lei senza vedere gli tolse il libro dalle mani e lo posò. Mosse le dita in una carezza delicata e incerta su quel viso segnato. Tracciò un disegno di memoria attorno a quegli occhi verdi che sapevano sorridere.
Allora un raggio di luna bussò e non attese più il permesso di entrare.¹


1] Scritta da Rossaura Shani

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