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Posts Tagged ‘99 posse’

ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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Resistenze7 ottobre 2014. Sciamano per la città. Chiassosi. Se ne vengono qui. Senza che nessuno li chiami. Senza essere invitati. Senza chiedere permesso. A mandrie. Invadono le calli. Bivaccano. Rumorosi. La chiamano Festa dei Popoli Padani. Si prendono in prestito la piazza. Bagnano la laguna. E pisciano sui muri, lasciandosi dietro i cartocci e le lattine della loro immondizia. Che cazzo è? Alzo le spalle. Fingo di non sentirli. Di non vederli. Sono un tipo tollerante. Certo, mi girano. Me ne sto lì tranquillo, a parlare con Kaunadodo. Davanti al mio portone. Come se li aspettassi.
Lo chiamo Dodo per semplicità. Parla già un discreto italiano. E’ arrivato che era ancora bambino. Ha studiato in Italia. E’ in attesa di trovare un lavoro. Intanto mi aiuta nella mia edicola. E’ comodo e sa parlare un po’ di tutto. Poi qualche barbaro sbaglia strada. Sono un paio, forse cinque. Entrano nella mia corte. Li guardo e torno a ignorarli. E torno a parlare con il mio amico. Dov’eravamo rimasti? Alla festa dei popoli. Quella del prossimo anno. E’ una corte privata. Mi guardano e paiono non vedermi. Fanno per andarsene, poi tornano indietro come folgorati. Come davanti al miracolo. Sono proprio maleducati e parlano tra loro: “L’è un negher”.
Li conto, sono proprio cinque. Potrebbero essere anche il doppio, poco conta. Per me hanno anche già un bel po’ di birra dentro. Noi veneziani siamo così, ospitali. Anche se preferiamo il vino. E quello rosso. E le barche ai trattori. Ma ognuno ha i suoi gusti. E se non ci pestano i calli noi viviamo e lasciamo vivere. In fondo questa è una città giusta per i filosofi. E per la pace. Chiedo loro cercando forzatamente d’esser gentile: “Scusami, con la G o senza”?
Dodo mi guarda e ride. L’anno scorso le abbiamo prese quando siamo andati alla manifestazione. Forse sono già passati due anni. I pula sanno fare sempre solo quello: usare i manganelli. Volevamo solo dire che non ci piacciono. In realtà se le son prese i compagni di Reggio Emilie. E il solito consigliere di Rifondazione. Ci avevano presi per idioti? Non c’è altro passaggio per una manifestazione. A Venezia. Ma c’era Maroni a Roma. E qui subito a leccarglielo. Il questore. Ma non è poi successo molto. Però ce l’ho ancora nello stomaco. E questi non vogliono sentir ragione. Ogni anno qui, sulle palle. Quello che sembra il capo branco cerca di biascicare qualcosa in un italiano approssimativo mostrando di non aver capito: “Cos’è”?
Allora gli chiedo, cominciando a perdere la calma; non per il mio amico ma proprio per me che non amo essere interrotto, né ho simpatia dei cafoni e dell’ignoranza: “Sei solo un porco razzista”?
Quello, il rozzo mungivacche, diventa un paio di dita più alto e riempie il petto della sua camicia verde, per farsi coraggio e trovare la sua crassa ignoranza; si asciuga la fronte col fazzoletto e stringe i pugni in modo battagliero: “Ripetilo, se hai coraggio”.
Non è che manchi di coraggio. Non che ce ne voglia. E non mi piace, come detto, contraddire un ospite. Siamo fatti così. Non penso a sua madre. Non trattengo quel po’ di fastidio. Non simulo la mia ironia. Alla fin fine ho portato pazienza abbastanza. E non son stato io a cercare loro. Accetto di farmi trascinare dalla sua volgarità. Semplicemente lo accontento e confermo: “Sei solo uno stronzo razzista”.
Lui, lo zotico, si fa avanti. Schiuma. Gli altri gli sono subito vicini. Mi spunta spontaneo un sorriso. Si apre il mio portone. Dall’androne escono i miei amici. Il settimo si mette in mezzo da dove quei gentiluomini sono venuti. Nella calletta che è l’unica via d’accesso ma anche per uscire. I miei amici sono tutti di colore. Tutti amici di Dodo. Sì! Dodo, come quello strano vecchio uccello dal becco enorme. Loro non hanno becco ma qualcuno digrigna i denti. Così tanto per fare. E qualcuno ha una forcola in mano. Quella che in italiano chiamano al maschile scalmo. Erano appoggiate al muro. Vicino alla porta d’acqua. Poi mi devo ricordare di fargliele pulire. E di rimetterle a posto. Speriamo non me le rompano.
Quelli con quel dialetto strano paiono restare interdetti. Inebetiti. Come fosse una sorta di agguato. In verità li aspettavamo. Ci speravamo. Ma la disputa non è affar mio. Mica sono di colore. Cioè io sono cittadino del mondo. Mica guardo quanto uno è abbronzato. O chi e come prega. Nemmeno uno dei miei amici si può definire piccolo. Stanno stretti nelle magliette. E hanno voglia di divertirsi. Incrocio le braccia, soddisfatto. Mi rivolgo a lui che si sente capo, al momento un po’ meno, e passo alle presentazioni: “Loro sono gli amici dell’Heliópolis. Ma come vedi non sono ispanici. Conosci il centro sociale, vero? Poco fuori Venezia. Dalle tue parti. Loro mica vengono a romperti le palle a casa tua. Cosa ti sembra dell’idea: ci pensano loro; vi fanno neri i neri”.

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Lapide per ricordare il gruppo partigianoOrmai non si alzava più dal letto ma gli occhi erano ancora quelli suoi: “Tua madre voleva chiamarti Francesco perché era devota al santo fraticello. Mi sta anche simpatico ma a me quelli in tonaca sai che fanno il prurito. Tuo padre era deciso per Leone per non scontentare nessuno. Sai com’è lui che quando c’è da decidere. Eh no, Porcoboia! ho detto, deve chiamarsi Libero e Libero dev’essere e non hanno avuto il coraggio. E così sei Libero, e il nome vorrà pure dire qualcosa”.
Ma nonno”…
Non li aveva mai visti abbassarsi, quegli occhi: “Io non ti devo dire niente; Libero. Le cose le devi sapere da te”.
Certo che non poteva non capire quello che suo nonno gli voleva dire. Suo nonno era rimasto quello di sempre: fiero e prima di tutto antifascista. Quando gliel’avevano detto voleva alzarsi dal letto. Aveva tirato un bestemmione che erano tremati i lampadari e anche i muri. “Non si può più tollerare, aspettare”. Era vero che era solo un ragazzo ma le carogne non hanno mica gli anni che hanno; nascono carogne. E poi anche Frigerio era solo un ragazzino. Aveva la chefia solo perché gli piaceva, e poi ce l’avevano anche i suoi amici. Avevano chiamato “compagno!” e lui, stupidamente s’era girato. Vai ad immaginare che… L’avevano preso di mezzo, in quattro. Nemmeno il tempo di vederli. E giù a dargli che a vederlo faceva male.
Le voci erano arrivate subito in sezione, ma ormai più che i commenti non si riesce a decidere. Quella sera se ne sarebbe parlato anche al Centro ma quello che gli voleva dire il nonno lo sapeva: la faccenda se la doveva sbrigare da sé. Frigerio lo conosceva a malapena, quattro parole ed una birra. Gli stava simpatico. Solo che quelle azioni cominciavano a ripetersi. Sempre uguali i neri, a qualunque età. Si mise in bocca una canna, non sarebbe passato dal C.S.O. Sarebbe stato inutile. Non sapeva degli altri ma Ciccio, che all’anagrafe faceva Ferrario Giuliano, in quelle azioni c’era sempre. Com’è che diceva sempre suo nonno: “insegnare a uno per educarne cento”. Era proprio vero. Ed era un lavoretto che non si poteva più rimandare. Le leggende restano leggende, come quella della volante rossa; che il partito poi se n’era lavato le mani. Le aveva sentite raccontare solo da quel vecchio fiero partigiano che aveva in casa e che non si poteva più muovere da quel letto. Non lo aveva mai sentito lagnarsi. Al massimo smoccolava. Gli ripeteva sempre: “Se li avverti «chi è stato è stato ma io vengo da te» a quelli gli prende la scaga e tornan nelle fogne”. Ma Ciccio era veramente uno grosso, e tosto; anche se non capiva un cazzo. Insomma proprio una gran testa di cazzo.
Lui era per parlarle le cose. Carlito gli aveva detto che stava su quella stradina subito dietro piazza Martiri; se lo ricordava ancora. L’aveva affrontato a scuola ma un poco se la faceva sotto. Insomma era uscito con gli altri e si era guardato circospetto. Adesso doveva proprio andarci. Sulla porta c’era il suo cognome. E s’era messo dentro quel portone. Era rincasato il padre, stessa pasta, stronzo uguale. Da lì quella merda doveva passarci se voleva andare a casa. E stava quasi per perdere la pazienza quando lo aveva sentito arrivare. L’altro mica aveva potuto vederlo così al buio. Gli era passato di fianco come se non esistesse; tranquillo e fischiettando. Il primo colpo l’aveva preso proprio dietro la testa. Libero ci aveva messo tutta la sua forza e vent’anni di rabbie. In quel momento era solo odio a caricare il tubo da tre ottavi. Quando l’aveva lasciato cadere aveva fatto un suono metallico che aveva rimbombato fino all’ultimo piano. Erano anni che aspettava quel momento. Si sentì finalmente libero. “Adesso sai dove te lo puoi infilare, il tuo tirapugni. E anche questo tubo. Te lo regal… te lo regala la volante rossa”.
Si rese conto in quel momento che non si sentiva meglio. Non provava soddisfazione. Semplicemente era come se fosse entrato in una nuova età. Se avesse accettato un nuovo incarico. E improvvisamente provò un presentimento. Aveva paura dei presentimenti. Spesso s’erano dimostrati esatti. Non lasciò trascorrere nemmeno un attimo per correre verso casa. Capì appena entrato. Si diresse dal nonno. Il padre lo abbrancò in un abbraccio. “Meglio se non entri. C’è il medico”. E scoppiò in un pianto a dirotto.
Appena ritrovò la forza della voce volle chiedere: “Dimmi almeno come”?
Sto ancora che ci penso. E’ appena successo. Stavo imboccandogli la colazione che ha sorriso e mi ha detto «adesso posso morire tranquillo. Libero è diventato uomo. Non è stato tutto per niente». Non ho capito cosa voleva dire. Ha chiuso gli occhi come si addormentasse e non mi ha parlato più. So quanto gli eri affezionato. Forse era la sua ora”.
Aveva sempre amato e ammirato quel vecchio testardo che non avrebbe mai voluto arrendersi, troppo fiero per accettare che i tempi potessero pentirsi. Che gli ripeteva sempre: “Tu sei di quelli buoni. Tu sei come tuo nonno”. Quelle parole lo avevano sempre fatto sentire bene. Volle vederlo: “Ciao nonno Comunardo, ti voglio bene”.

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