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Posts Tagged ‘abbandono’

crisi-lavoroLe cose son più facili a dirsi che farsi. Sembra la più semplice delle banalità. Forse per Lidia non era così. Erano tornati assieme. Era stato tutto come una favola. Come si fossero salutati la sera prima. La stessa bellezza. Si potrebbe dire la stessa passione. Forse anche di più. Erano più maturi. Più consapevoli. Ma lei aveva cominciato a sognare. Nella notte lui la lasciava. Ancora una volta. Cento volte. Come quella volta. In modo diverso ogni volta da quella volta. E lei si svegliava disperata. Sudata. In preda all’ansia. E lo cercava al suo fianco, tra le lenzuola. Sarebbe stata una pessima giornata. Dopo era sempre di cattivo umore. Irascibile. Non poteva farci niente. E quei sogni erano sempre più frequenti. Se di giorno le era stato facile, la notte non riusciva a scordarlo il suo tradimento. Si ripeteva e si ripeteva.
Teresa diceva che aveva fatto male a rimettersi con lui. Teresa diceva che era una sciocca a pensarci. Teresa diceva che i sogni non sono che un’immagine complessa della verità; ma non sono la verità. Teresa diceva che quelli, i sogni, non contano, sono solo fantasie; bizzarrie della mente. Teresa diceva questo e quello e lasciava libero sfogo alle parole, alle innumerevoli parole. Sempre così sicura di sé. Certa nei suoi fallimenti. Mille amori e nessun amore. Lei non sapeva che lei sapeva. Era stata anche Teresa una tra i suoi tanti tradimenti. Glieli avrebbe perdonati. Quello che non riusciva a perdonargli era che alla fine l’aveva lasciata; e il come. Almeno non riusciva a perdonarlo la notte, nei propri sogni. E lui le diceva che era una stupida. Che era stato il più grande sbaglio della sua vita. Che non si sarebbe ripetuto. Che aveva capito. Che era cambiato. Che aveva bisogno di lei. Che non sarebbe mai successo. Persino che l’amava.
In certi momenti le sembrava tutto vero. Tutto bello. Poi sognava quello. Non riusciva a liberarsene. Gli credeva ma non riusciva ad aver fiducia in lui. A sentirsi sicura. Protetta. Veramente non si era mai sentita protetta vicino a lui. Si era sempre sentita… precaria. Anche allora. E quel mattino si era svegliata più agitata delle altre volte. Aveva cominciato a radunare le sue cose. Cosa fai? Me ne vado. Cosa succede? Ti lascio. Non puoi farlo. Posso e lo faccio. Perché? Perché non posso vivere per sempre di questa paura. Ma io non ti lascio. Ma tu l’hai già fatto. E’ stato uno sbaglio; ti ho già chiesto scusa. No, è stato un incubo. Ti mancavo? Sì! mi mancavi. Ecco, vedi! Preferisco perderti che continuare ad aver paura di perderti.
Più ne parlava e meno era certa di quella decisione. Cominciava a sentirsi stupida. Con lui era sempre così. La rabboniva e poi ricominciava tutto. Lo vedeva distratto. Ora la guardava come si guarda una che straparla, che si lascia trascinare da un’isteria tutta al femminile. Che ha solo voglia di litigare solo per il gusto di litigare. Come se si fosse bruciata la cena e non sapesse come dare la colpa a qualcuno tranne che a se stessa. La guardava, insomma, in quel modo; incredulo. Mentre lei infilava gli abiti in una borsa Ma capisci quello che fai? A male estremoNon vedi che è una cosa stupida. Non posso più vivere con la paura di perderti. Era determinata, o almeno cercava di esserlo E’ una pazzia. Mai stata più lucida. Sapeva che lui le leggeva dentro. Cercava di nascondergli ogni incertezza. Si svuotava la testa e buttava tutto dentro alla rinfusa, disordinatamente. Forse avrebbe dovuto farlo prima. Forse nemmeno ricominciare. Doveva capirlo che una storia non più sopravvivere a se stessa. Ma lui sembrava tranquillo, non le credeva. Pensava che sarebbe bastato un abbraccio. E lei sarebbe scoppiata a piangere. Si sarebbe data tutte le colpe. Si sarebbe detta una stupida.
Quando uscì dalla porta non sapeva dove andare. Fu solo un attimo di panico. Non gli aveva lasciato il tempo per quell’abbraccio. Sapeva solo che non sarebbe tornata indietro. E aveva gli occhi gonfi di lacrime.

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Faccio l’agente di commercio e sono continuamente in macchina. Ne ho viste tante da non poterle ricordare ma quella con lei, con quella ragazza, non la posso scordare. Rimane e rimarrà un ricordò indelebile. In verità era una giornata come tante. Temevo di sbattere addosso all’ennesima buca; visti i tempi che corrono. Non si vende ormai più niente. Recuperare i soldi della benzina è giù troppo. «Passerà.» mi stavo dicendo quando la vidi. Accostai. Mi capita spesso di prendere su qualcuno. Anche per fare il viaggio in compagnia. E fai salire di tutto, lo sai solo dopo. Mi sorprese perché pensai che avrebbe dovuto essere a scuola, ma sono uno che si sa fare gli affari propri. Non glielo chiesi. La squadrai mentre si avvicinava. Mise dentro la testa dal finestrino: «Vado verso la fiera. E tu»? Gli dissi «Sali!», non allungavo di molto e non avevo appuntamenti per quella mattina. Aveva un buon profumo, forse un po’ troppo intenso. E continuava a masticare una gomma. Non era bella ma era giovane, e carina. Ed era vestita che pareva aver mandato a memoria tutti i modi per dire “Guardami”: top aderente e minigonna, più che mini. Accavallò le gambe e subito cambiò stazione all’autoradio finché non ne trovò una dove anche i commentatori rapavano. E per un po’ viaggiammo in silenzio. Lei, gli occhiali sul naso e quell’aria indifferente. Io, la controllavo con la coda dell’occhio. Sembrava non portare reggiseno, ma poteva ancora permetterselo. Di tanto in tanto mi studiava e finiva col sorridere o col ridere. Aveva un bel sorriso, molto aperto, ma una risata un po’ troppo rumorosa. Poi ruppe il silenzio all’improvviso; forse sentandosi osservata: «Tu, non me le togli le mutandine… perché… me le tolgo da sola». Aveva qualcosa di Marinella, uno dei miei primi amori di adolescente, forse i capelli, e qualcosa di tutte le ragazze della sua età. Aspettai come se dovesse aggiungere qualcos’altro. Invece fece passare la mano sotto la gonna dalla parte della portiera. Le sfilò veramente con gesto disinvolto, facendole scivolare allegramente con perizia. Poi, con gesto quasi indispettito, le buttò sul cruscotto, subito davanti al volante. Non aveva gli occhi molto truccati, la sua aria era un po’ da collegiale. Quella espressione attonita di innocenza, che trasmette l’istinto di proteggerla. Lo smalto blu sulle unghie. Il vento le scompigliava i capelli. «Io mi chiamo Eleonora e tutti mi chiamano Eleonora. E tu? Quanti anni hai»? Pensare a quelle mutandine ovvero a lei senza mi metteva in un leggero senso di disagio. Era un po’ bambina e un po’ donna, la situazione era intrigante. Era passato fin troppo tempo da quando ero stato ragazzo. Non riuscivo a prestare tutta la mia attenzione alla strada, solo a pensare a quello. E le poche volte che ero vicino a riuscirci me le vedevo davanti al naso. Erano piccolissime e a righine multicolori: «Quarantaquattro. Quattro quattro». Legge un messaggio al cellulare. Risponde al messaggio. Parla a qualcuno che non c’è. «Due più di mio padre. E come ti chiami che non l’ho capito»? Le dissi il mio nome mentre ero tutto attento ad un sorpasso. Non credo facesse alcuna differenza. Lo ricordo come ora, in quel momento alla radio passavano un bravo carino tutto in romanesco. Mi capita ancora di canticchiarmelo. Allora lo sentivo per la prima volta. Volevo chiederle cos’era. Volevo chiederle tante cose. Non sapendo da dove cominciare non cominciai. Credo di aver solo aggiunto balbettando che viaggiavo per lavoro. «Piacere. Sei sposato»? Forse lasciai passare un minimo di incertezza prima di rispenderle di . «Meglio. Cioè»… E rise. Non capii e non ci pensai. Non le chiesi spiegazioni. Cercavo di fare solo attenzione alla guida, ma il mio pensiero era sempre lì. Si sfilò i saldali. La strada scorreva veloce. Sembrava un’anima in pena. Si sistemò meglio sul sedile. Si sposto una ciocca dagli occhi. Si controllò sullo specchietto sporgendosi leggermente verso di me. Mise i piedi sul cruscotto e la gonna le scivolò ancora più su. La sistemò o almeno cercò di farlo. Quella la fasciava e non c’era altra stoffa. Un articolato ci superò sul cavalcavia e le suonò. Mi fece sentire ancora la sua risata tutta soddisfatta. Poi gli mostrò il medio e per un po’ restò fiera di sé. Lui tornò a guardare l’orologio e lei a guardare il tomtom. Aveva un aria annoiata e gli occhi verdi o forse grigi. «Quella era una specie di area di servizio»? «Hai bisogno? Vuoi che ci fermiamo»? Non c’era molto intorno: Uffici e capannoni, e rivendite di macchine. Qualche pubblicità. Un cartello di “Spazio inutilizzato”. Brevi intermezzi aperti trascurati, erba secca e alberelli sofferenti. Un senso abitato di desolazione. Nemmeno un cane se ti serviva una indicazione. Insomma il paesaggio solito che ti accoglie prima di arrivare in centro. Persino i cartelli stradali soffrivano una estranea solitudine. «Se non trovi un posto, ti inventi una cosa, …io sono quasi arrivata. Le son tolte per niente». La prima volta con lei è stato in macchina. Un po’ complicato ma neanche troppo. Con i camion che la facevano vibrare. Insomma abbiamo fatto di necessità virtù. Aveva appiccicato la gomma sotto il cruscotto per poi potersela riprendere. Da quella volta quella ragazza mi è entrata nel sangue. Ci vediamo ancora. Ho la fortuna che il mio lavoro mi lascia tutto il tempo libero che voglio e mi da tutti gli alibi che mi servono per casa. E poi Marisa si fida, non è mai stata gelosia. Solo preoccupata quando sono fuori che non mi succeda qualcosa. Eleonora ha continuato a togliersele da sola, e non sempre con me; lo so. Non ci posso fare niente. A volte nemmeno le mette, esce già senza. Non so perché, so solo che non potrei rinunciare a lei. E mi ha spiegato che avevo ancora tanto da imparare.

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Aveva lasciato che la prendesse per mano. E si era fatta portare. Con un vago senso di disagio. Di pericolo. Anche per la loro amicizia. E di confusione. Né era sorpresa. Riusciva a non pensare. Ma era una fatica. Non riusciva a dare un nome alle cose. A quella cosa. Alla loro storia. Provava simpatia per lui. Solo simpatia? E difficile dare a tutto un nome. Soprattutto quando le cose non hanno un nome. Soprattutto quando non vuoi. Che bisogno c’è di spiegare tutto? Di aggrapparsi alla ragione? Di analizzare? In fondo i giorni sono tutti uguali. E la vita ha i suoi diritti. E deve essere vissuta. E si sentiva come quella barchetta nel mare in burrasca. Ma era decisa a non far vedere quella sua fragilità. Era stupida. E sciocca. E si scostò quella ciocca dagli occhi. Maledetto settembre.
Quando le aveva chiesto un bacio non aveva alcun motivo di dirgli di no. Aveva una nuova domanda che si era taciuta: Perché? Avrebbe voluto che significasse. Per lei. Per lui. Non le aveva dato alcuna emozione. Una cosa distante. Che non riusciva a possedere. Che non la coinvolgeva. Estranea. Lei era una donna. Lui un uomo. Forse bello. Forse affascinante. Nient’altro. E forse già le diventava estraneo. Nessun’altra emozione. Non era stato come si raccontava. Nemmeno ci aveva sperato. Non era la prima volta. Forse non sarebbe stata l’ultima. La vita non finisce con un bacio. Nemmeno finisce, per questo. Il vento frusciava fra le foglie. Fuori dai finestrini. Avrebbe voluto implorarlo di riportarla a casa. Di mettere in moto. Non sapeva perché. Una ragione doveva esserci. Al contatto di quelle mani il suo corpo s’era fatto un rifiuto. L’aveva tradita. Era come se guardasse le cose da un altro punto di vista. Se tutto ciò capitasse ad un’altra persona. Forse era quella l’indifferenza. Qualcosa, una cosa o mille, non le permetteva di lasciarsi andare. Si ripeté in testa il suo nome: Giulio. Non le creava fastidio. Imbarazzo. Semplicemente assenza. Nessun turbamento. Aveva voglia di piangere. O di gridare.
E di nuovo quando l’aveva cercata l’aveva lasciato fare. Nessuno avrebbe potuto vederli. Lei avrebbe voluto non vederlo. E non vedersi. Improvvisamente desiderò non essere là. E tornò a sentirsi semplicemente stupida. Per fortuna lui non aveva cercato un altro bacio. Le sarebbe stato troppo. Le veniva da scappare. E un leggero senso di nausea. Il sole si stava spegnendo. Guardò l’ora e si accorse che era un gesto sgarbato. Lui la stringeva come avesse paura che volasse via. Sentì freddo. Una leggero brivido veloce e passeggero. E poi lo avvertì entrare. Anzi cercare di entrare. Subito si era intimidito. Anche questo non era la prima volta. Anche questo doveva dipendere da lei. Ma non riusciva proprio a partecipare. Non completamente. Era sempre più estranea. Qualcosa la bloccava. Si nascondeva dietro un pensiero vago. Dietro quella estraneazione. Eppure avrebbe voluto essere più presente. O non essere là. Avrebbe voluto poter scegliere. Lo aveva lasciato fare.
Non era fare all’amore. L’amore era un’altra cosa. Sognava l’amore e come lo sognava non lo trovava. Non era stato nemmeno sesso. Come un gesto tra disperati. Avrebbe voluto solo dirgli: “non fa nulla, non ti preoccupare”. Non aveva il coraggio nemmeno per quello. Lui sembrava tenerci così tanto. Sembrava così dispiaciuto. Aveva cercato di mostrarsi tenera. Comprensiva. Era solo annoiata. E in macchina è una cosa così… così… imbarazzante, scomoda, persino sporca. No! non s’era mai sentita sporca. Non l’aveva nemmeno mai fatto in macchina. Perché era così? Mica era la prima volta. Ma era sempre stato così. Quell’apatia. Quell’estraneità. E s’era inventata quella pazienza. Non che lo vivesse come una colpa. Era normale, tra un uomo e una donna. Voleva vivere. Non era viva. Cercò di aiutarlo. I suoi stessi gesti le erano estranei. Come mandati a memoria. E si diceva: devi farlo. E gli diceva in silenzio dentro la mente: coraggio. Ma anche: sbrigati. E: che aspetti. E: se non sai non fare. Le faceva solo pena. Alla fine l’ebbe vinta. Si rilassò e tornò a lasciarlo fare. Una sirena spaccava da lontano il fluire dei rumori mescolati tra loro. Si sentiva come in un cinema.
Sembrava orgoglioso di sé. Aveva voluto chiederglielo. Lei aveva sperato che non lo facesse. Non c’era nessuna prova da superare. Non era una competizione. Semplicemente ancora una volta non aveva funzionato. Semplicemente non era stato bello. Cioè era stato bello, ma anche distante. Non bello come avrebbe voluto. Non veramente bello. Lui non aveva colpa. Non era riuscita ad abbandonarsi. Invece si era trincerata in sé. Nascosta. Chiusa. Il suo corpo s’era fatto ghiaccio. Insensibili. Ancora una volta. Come ogni volta. Semplicemente l’avevano fatto. Forse era dentro di lei quello che non funzionava. O forse era tutto là. Nessun mistero. Nessuna grande emozione. Eppure lei non aveva mai vissuto il sesso con un senso di vergogna. E non aveva senso alcuna paura. Decise che non sarebbe durato. Lui non le aveva chiesto nulla. La sua era una continua ricerca di niente. Forse semplicemente per l’illusione di una sorta di normalità. Avrebbe voluto essere come le sue amiche. Nemmeno quello? Avrebbe voluto amare. Amare qualcuno. Semplicemente se ne sentiva incapace. Era riuscita a dargli solo la sua pazienza. La sua comprensione. Annoiata. Forse non era sempre stato così; ma non aveva un ricordo. Gli rivolse un sorriso. “Si! Sei stato bravo; ora però torniamo”.

P.S. scordato tra le bozze dal 21.12.2011

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raccontiEd eccolo il novembre. Hai un bel dire che è come gli altri, che un mese è solo un mese. E nemmeno perché è sempre, ogni anno, il mese dei morti. Quando ci si scotta. Si sentiva nervoso senza una ragione. E se non c’è una ragione è inutile chiedersi perché. Cerchi magari semplicemente di rincuorarti intorno. La giornata è mite; capita. Con un bel cielo terso, e il sole. Le foglie aggrappate ai rami hanno tutti i colori; i rossi, i gialli, etc.; forse solo il verde si fa più opaco. Sono colori splendidi. Il freddo non è poi troppo freddo. Ma non poteva che farsene una colpa. E questo non gli bastava, lo faceva anzi sempre più amareggiato. Lo sapeva da sé che la vita scorre. Non fosse che è novembre.
Ormai era come un appuntamento. Ma poi i “perché?” uno se li chiede. Siamo solo uomini, e pure maschi. Era più alto? No! Più bello? Boh! Direi proprio ancora un no! Caz… cavolo, un difetto alla vista. Più intelligente? Direi proprio nuovamente: negativo. Più ricco? E di cosa? Forse di arroganza. Certo guardava gli altri. Quello che era era troppo e mai abbastanza. Di questo sono fatti gli uomini, a volte. Almeno quelli come lui. Non aveva arte ne parte (si dice così) e non sarebbe diventato altro che niente. Ma non ditelo a lui. E allora cosa? Ce l’aveva forse più lungo? Le voci di corridoio danno per certo anche qui una risposta più che negativa; penosa. Povero piccolo. Inutile fare dell’ironia. Certo che questo o controlli, e non era il tipo, o prima mica lo puoi sapere. Forse aveva scommesso sul cavallo sbagliato. Forse era il cavallo della contrada del bruco. Si ha un bel dire ma Ernesto non riusciva a darsene pace. Non era bastato tutto quel tempo a farlo dimenticare. A riempire il vuoto lasciato da lei. Nel tempo, anzi, gli era cresciuta la rabbia. Faceva tutto distrattamente, senza interesse alcuno. I piatti erano rimasti nel lavello. Beh! non erano certo gli stessi, quelli di quella sera, erano altri. Ma i piatti restavano sempre nel lavello. Avrebbe dovuto tornare a prendersi cura della casa. E non aveva più ritrovato la voglia di accettare la sfida. La vita scorreva piatta. Non aveva capito. Si era solo rassegnato. Usciva dal lavoro senza voglia di rientrare. Lo aspettava solo un bicchiere e tutte quelle parole dette solo a se stesso. Sarebbe mai passata? Ma poi quale novembre?

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raccontiSessant’anni ti sembrano troppi. Esci di casa e sai che non riattraverserai la porta. In fondo era stata un’ottima compagna, fin quando era durata. Poi il tempo consuma le cose; inesorabilmente. Un lavorio lento e continuo. Che quando è in atto mica te ne accorgi. Poi lei aveva scoperto che aveva un’altra missione nella vita che quella di pazientare per lui. Improvvisamente se l’era chiesto e la risposta non gli era garbata. Era stanca di fare solo la donna. Era solo stanca e non aveva più energie per litigare. Voleva solo starsene tranquilla. Le cose importanti. Il lavoro. In verità Aldo si chiedeva ancora confuso. Non sapeva cos’era successo. Era stato un addio senza nessun rimpianto; definitivo. Non aveva avuto il tempo di guardarsi dietro. Per poi trovarsi in una casa estranea; nella provvisorietà. Tutto era rimasto alle sue spalle, tranne quelle poche cose. Non avrebbe mai creduto che lei potesse trovare quel coraggio. Non sapeva se era sempre così perché non gli era mai successo. E si sentiva strano perché non avrebbe mai creduto di dover ricominciare a sessant’anni. E si sentiva vecchio.
Che poi Milano è Milano. Ti sbatti per un buco. Trovi un buco dove andare e te lo fanno pagare, e come. Hai un bel dire che è una rapina. Devi dire anche grazie. E così Aldo s’era ritrovato solo. Si era lasciato andare sul letto; svuotato. Le stanze che non conosceva, due. Era tutto lì. Una vita, consumata in modestia, è vero, per ritrovarsi inutile. Senza alcunché. E nemmeno un buco dove parcheggiare. Che aveva dovuto camminare. Il poco infilato nell’armadio. Odore di muffe. Che fretta c’era? Il frigo vuoto che fa andare il rumore ronzante del motore. Il rubinetto del lavello querulo che perde cadenzando la monotonia. La televisione, piccola, nebbiosa, senza telecomando. Il calendario appeso è dell’anno passato. Tutti uguali questi mini. Metà in nero. E si poteva dire anche fortunato. Un silenzio afoso sale dalle finestre vuote. E fuori una Milano vuota; altro che come la raccontano. Tanto vale uscire. Anche per fuggire da quella depressione. Anche per cercare il minimo indispensabile. Quando anche uno sbadiglio è un sentimento forte. E feroce. Una voglia di donna che non ricordava da tempo. E chiudendosi la porta alle spalle aveva pensato che avrebbe anche potuto finirla lì.
Appena fuori si era accorto che non sentiva la voglia di mangiare. Non aveva notizie dallo stomaco. Ché, in realtà, non c’era un posto dove volesse andare. Aveva solo voglia di una sigaretta. Fu preso dall’impulso di tornare indietro. Dall’ennesimo sconforto. Eppure Elsa. Non lo avrebbe mai immaginato. Ma indietro c’era quel malinconico niente. E davanti? lo stesso deserto. Le macchine rade degli ultimi pigri ritardatari. Tutti di fretta che attraversare ne andava della ghirba. Fretta di andare dove? Perché a Milano tutti devono avere fretta? Forse scappavano quella città. Città inutile. Ma l’indomani era domenica. Fortuna non doveva andare all’officina. Magari glielo avrebbero letto in visto. Ma forse il suo viso era da troppo l’immagine di una lenta agonia. Ultimamente non era stato certo una buona compagnia. Come poteva. Così vuoto. Avevano ragione a dire che non era più lui. Le parole gli pesavano. Ma le domeniche così rischiano anche di essere peggio. Quando sei solo la festa ti fa sentire ancora più solo. Magari poteva andare fin dalle parti di Porta Vigentina. Provare a fermarsi al solito bar. Magari trovare Eugenio. Per due chiacchiere. Tanto per fare due chiacchiere. Solo due chiacchiere. Un caffè. Forse avrebbe potuto chiamarlo. Guardò l’ora. Probabilmente era a cena. A quell’ora, la gente che una casa ce l’ha ancora, insomma, gli altri, solitamente sono a cena. E mica gli doveva niente Eugenio. E’ che lui non ci aveva pensato troppo agli amici. Sempre in casa. Di giocare a carte, poi, non gli piaceva. Ci pensi quando sei solo. E’ tardi. Se n’erano tutti andati. Sembravano tutti andati. Nella sua testa erano tutti andati. Non riusciva a fissare un pensiero che fosse uno.
Fuori dal centro nemmeno sembra più Milano. Intorno c’era solo buio quando Aldo l’aveva visto avvicinarsi. E in quel buio era solo un ombra, anche lui. Scalciava qualcosa che lui non vedeva. Le mani nelle tasche. La cicca che si consumava tra le labbra. Capelli lunghi. Aldo non li sopportava con quei capelli lunghi. A Dante li aveva fatti tagliare. Ai suoi tempi erano altri tempi. Sono cose che non ritornano. E Ester portava i capelli corti come uno di loro, allora. Quegli sì che erano anni. Di anni ne avrà avuti una trentina. Trenta e, naturalmente, niente da fare. Null’altro che bighellonare. E fumare. Si sentiva appena inquieto. Ma quel ragazzo non aveva nulla da perdere. Era il padrone del mondo. Bel mondo. Non avevano rispetto neanche dei più vecchi. Magari era di quelli del Leoncavallo. Certo. Che ci hanno sempre troppo da fare anche per dormire. E che le vogliono spiegare loro le cose. Senza palle. E intanto gli cresceva dentro la voglia. “Ce l’hai una sigaretta”?
Puzzava di sudore. E ad Aldo non era piaciuta la sua risposta. Nemmeno il tono. Che lui non si trovava mai senza. E lui ce li aveva i soldi per comprare tutte le sigarette che voleva. Mica era uno di quei disperati. Un barbone. O un bauscia. Solo la maledetta macchinetta era fuori servizio. E si era anche tenuta venti centesimi. Un taxi era passato vuoto. Poi più niente. Per arrivare dalla Linda gli sarebbero occorsi ancora una buona ventina di minuti. E lui la voglia ce l’aveva in quel momento. Non dopo. In fondo non gli aveva chiesto che una sigaretta. Non era stato gentile. Ma lui sì. Solo che non era la serata giusta. A volte le cose le puoi anche accettare. Non tutte le ore sono uguali. Era proprio un pezzo di merda. E si era comportato da quello che era. Aveva anche riso, almeno così gli era sembrato, mentre gettava la cicca accesa. Lui, Aldo, non voleva più farsi mettere i piedi in testa da nessuno. No! non era la serata adatta. Non quella sera. Non gli andava di essere preso per il culo. In giro non c’era un anima. Dopo il primo colpo, quello, il minchione, sorpreso, era riuscito solo a dire: “Che cazzo fai; nonno”. Quelle parole non gli erano proprio piaciute. Aveva ripulito la lama sulla sua maglietta del cazzo. Poi l’aveva gettato nel cassonetto. Il coltello, non il ragazzo. Quello, il ragazzo, aveva finito di lamentarsi. E di rompere. Un altro drogato di meno. Proprio un compleanno di merda.

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poesiaEcco
sono arrivati i postini
bardati di nero e di rosso
con gran clamore – sono arrivati –
a vomitare il loro scatolame,
     frugando con le loro dita aguzze
     là     nella penombra;
ecco.     Fra rena e sterpi
     (cavalcando delfini d’argento
     e spaccando di spuma il mare imbronciato)
sono arrivati.
Scuotono nubi brontolanti
e hanno sorrisi di corallo e d’ossi di seppia
e      quando i cani gridano il mattino,
         e l’ombra s’allunga,
tastano      le ossa di cartapesta
                      fino alla cera dei bulbi
                      più affondo
                     con sete di tragico pathos;
hanno      curiosità di fanciulli
e                 occhi magnetici di vecchi
                    ma gelide mani di cristallo:
“e cosa c’è ora nella bisaccia
                    – cos’è restato –
                     se non il pallore del suo ventre”?

E’ vero
qualcosa t’han taciuto,
qualcosa che sembrava inopportuna,
un frammento,      una scoria;
la pergamena hanno arrotolato,
si son serviti di pieghe ed ombre,
hanno nascosto i libri e
scritto nell’aria muta.
Un vento,      forse solo una brezza
ha sperso intorno i pezzi,
con pinze le mani t’hanno sostituito
come rostri impacciati, per niente,
ed hanno stancato anche le tue ore quiete
battendo i loro scudi e armature,
di mura ti hanno circondato
e le mura più alte hai gravemente sofferto.
…e ancora gridano alibi possenti
come contro le onde scosse di eterne rabbie.

Gli anelli incantati
che tintinnavano con la rugiada
ora tacciono
(poveri amori):
la stagione ne mitiga gli umori;…
speranza permane di messaggeri bianchi
pallidi come la luna d’aprile
con i rostri al vento
     e le labbra rosse      colme,
che scuotono le bianche ali sotto il petto
che di grida riempiano il cortile
     spezzino d’angoscia i muri e
     cancellino il sospetto
per poi      riprendere a volare.

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poesiaAl bar non c’era nessuno,
povera poesia
delle piccole ore,
solo la noia a sfidare la notte
e un gotto di vino
tenuto stretto come potesse scappare.

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