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Posts Tagged ‘abbraccio’

tazzina di caffèEgregio signor autore. Con questa mia la prego umilmente di limitarsi e tenere a freno le sue fantasie stilistiche attenendosi il più scrupolosamente possibile ad una costruzione corretta delle frasi (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, eventuali altri complementi), il che renderebbe di più semplice lettura i periodi e l’intero testo, ma soprattutto di essere più aderente ai fatti. Io non so se spedirò mai questa mia. Fatti, appunto: quel mattino era un freddo particolare e stava finendo la legna. Io me ne stavo sotto le coperte impigrita in quel tepore e con nessuna voglia di alzarmi per accendere la stufa. Anche, perché no, salvaguardando la sua semplice banalità. La giornata fuori metteva malinconia. Sono andata al bagno perché non ne potevo fare a meno e il freddo mi era entrato dentro. Così, tornando, sono scivolata sotto le coperte semplicemente alla ricerca di quel calore. (Le cose vanno perché debbono andare). Era come uno scherzo anche nei reciproci sorrisi. Erano solo coccole, innocenti coccole, ma si fa presto a scaldarsi in due e anche il pigiama faceva caldo. Il mio pigiama di pile con gli orsetti. Senza pensarci l’ho tolto e sono tornata a rifugiarmi in quel tenero abbraccio. Il pudore mi vieta di andare oltre come farebbe certamente il suo amore per il pettegolezzo ma non c’era nessuna malizia; almeno nelle mie intenzioni. Il male, semmai, viene dopo. Forse fu il suo troppo entusiasmo a svegliare Gianferdinando. Ora come ora non saprei proprio cosa dire. Se non si fosse destato non sarebbe successo niente e invece, ormai, è successo. Ora che hanno portato la legna mi sento più sicura e non succede tutti i giorni di svegliarsi in un mattino in cui fa un freddo così particolare. Dico solo che non è una buona ragione per andarsene e che non è nemmeno una scusa sufficiente per portarmi il caffè a letto.

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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tazzina di caffèA volte l’amore è strano, ma cos’è l’amore? Lei lo aveva visto e aveva capito subito che non era come le altre volte: gliel’aveva dettato il cuore. Come un tonfo silenzioso e il resto di lei era crollato a terra mentre continuava a guardarlo come se lui le avesse rubato gl’occhi. Non era ancora suo ma le parole che diceva entravano prive di senso nella sua mente e si trasformavano in brusio e le turbinavano dentro. Si ripeteva il suo nome e avrebbe voluto sapere tutto e in fretta. In attesa per rivederlo non riusciva a stare seduta né dentro l’abito. Si era fatta aspettare dopo essersi preparata con molto anticipo. Aveva continuato a guardarsi allo specchio senza mai essere soddisfatta di sé; avrebbe voluto essere ogni volta ancora più bella. Poi aveva misurato ogni gesto di lui, in ansia come una ragazzina; impaziente come una ragazzina; speranzosa e fiduciosa come una qualsiasi ragazzina. Per tutta la sera aveva nascosto la sua inquietudine in ogni gesto che faticava. Gli aveva detto con gli occhi tutta quella sua dolorosa attesa. Tutto la lusingava. E quando finalmente l’aveva baciata aveva capito che ne era valsa la pena. Si era abbandonata fra le sue braccia ed era anche più bello di come lo avesse mai potuto sognare. S’era scordata di tutto e aveva sognato solo quello tutta la notte con gli occhi aperti sgranati verso il soffitto al buio.

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La promessa: tecnica mista su cartone telato (50*70) 2 luglio 2010Le sue mani. Le sue mani mi fanno impazzire. Le sue mani che percorrono il mio corpo, la mia pelle. Solo le sue mani. E io ascolto quella carezza. E tutto vibra al passaggio delle sue dita. Sembra sapere dove va. Cosa cerca. Cosa fa. Lo sa. E’ tutto così forte. Così incredibile. Non è mai stato così. Così violento. Non ho mai provato una sensazione tanto intensa. Le sue mani sanno toccarmi; padrone. Lui mi sfiora il seno e rabbrividisco. Lui mi sfiora il ventre e mi strappa un gemito. «Vieni. Portami a letto».
«Spegni per favore. Non voglio che i tuoi occhi vedano. Spegni e immaginami come vuoi. Com’ero bella e come lo sono per te. Spegni per favore. Oggi la luce offende. Ed è tutto troppo bello. Non deve essere offeso da nulla. Spegni quella luce. E stringimi tra le braccia. Baciami. No! Accendi quella luce. Scusa. Devi vedermi per quello che sono. Devi amarmi oggi, come sono. Non posso più nascondermi. Non posso più fuggire».
E lui entra da quella porta. E lui ascolta il mio silenzio. Non posso nascondergli nulla. Sono nuda. Lo so anch’io. L’ho saputo subito. Lo so da sempre. Che quelle mani mi avrebbero rubato l’anima. E improvvisamente lo so: mi può uccidere. E improvvisamente lo so: mi può far nascere. Non sono mai stata così viva. Mai. Tranne che tra le sue mani. Cos’ero? E le sue mani mi frugano. Cosa sono? Mi toglie il mio nome. Me ne da un altro. Mi toglie la maschera. Mi strappa ogni maschera.
Non è più il mio tempo. Ogni tempo è scaduto. Sono una donna, io. Conosco la vita. Conosco le cose. Chiudo gli occhi e sogno. Non so nulla. Non è lui, sono io. Voglio che mi frughino. Voglio provare quello che provo. E’ solo un ragazzo. E’ di nuovo un ragazzo. Potrebbe essere mio figlio. O io la sua. Non sa quello che fa. Non lo sanno le sue mani. E mi strappa un lamento. Ma io so. E voglio. E voglio sentire. Io voglio sentire quello che sento.
E ascolto le sue mani che mi raccontano quest’altra storia. E ascolto solo le sue mani che mi raccontano quest’altra me. E lo imploro, come non ho pregato mai: «Tienimi con te»!

P.S. Non cercavo una canzone per una storia, ma una storia in una canzone. Poi mi sono accorto che non cercavo niente. Niente fuori. Solo cose dentro. Emozioni. E allora… Una canzone. Una canzone che amo. Una canzone che parla di un altro amore. Di un amore diverso. Ma forse no. In amore tutto è fatto di molte cose. E di molte diversità. Una canzone che comunque mi racconta.

Le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando basta aprire la finestra per capire
un’altra verità
le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato
la sua vanità
una foglia stupida
cade a caso sull’asfalto e se ne va
una fabbrica occupata sulle nuvole
e un fucile che rimpiange Waterloo
un bambino che domanda come è nato
si risponde sorridendo che lo sa
il bicchiere di cristallo sta cadendo
non amarmi, non amarti non ti riuscirà.
Le tue mani su di me
è difficile chiamarmi amore
quando basta aprire la finestra per capire
un’altra verità
le tue mani su di me
è difficile chiamarti amore
quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato
la sua vanità
una foglia stupida
cade a caso sull’asfalto e se ne va
una fabbrica occupata sulle nuvole
e un fucile che rimpiange Waterloo
un bambino che domanda come è nato
si risponde sorridendo che lo sa
il bicchiere di cristallo sta cadendo
non amarmi, non amarti non ti riuscirà.

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E sopra il cielo era il più bel cielo
pieno di notte, limpido, sereno e complicato
gonfio di stelle come se non ne avesse bastanti
così gettate lì su tutto e alla rinfusa
tanto che le luci luccicavano a sconfinare
una con l’altra a ingarbugliare il lucore
e poi vezzose a riflettersi del mare palpitanti
e, stringendola, a mancarsi il respiro
perché di parole non si può esser parco
ma tutte mancavano a rimestare
o non trovavano voce; confuso
e davanti solo spazio e ancora spazio
e quello tra le braccia in cui annegare

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