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Posts Tagged ‘Abele’

fulmineQuando ci sono di mezzo i ragazzi è certo che prima o dopo ti combinano qualche guaio. Che colpa poteva dare a madre e padre, tranne quella di non fare altro? Certo che 64, sessantaquattro, erano un bel numero. Gli sembrava una esagerazione. Cioè educarli è quasi impresa da Dio. Comunque. Alla fine erano affari loro, cioè lo sarebbero stati. Forse non avevano abbastanza polso, ma tenerli separati avevano cercato di tenerli separati. Certo che quando i guai vogliono arrivare non c’è verso di evitarli; non c’è nulla che li fermi.
Possibile che nessuno prestasse la minima attenzione agli altri. Lui, Caino, anche ci provava, ma non gli era proprio congeniale. Non gli era naturale: ad esempio lui non sempre si ricordava di lavarsi le mani prima di mangiare. Anzi quasi mai. Per un po’ era stato attento. Poi se ne scordava. Non lo capiva proprio quel fratello. E gli altri. Tutti a tesserne elogi. E quello a darsi arie, biondo com’era. Abele di qua. Abele di là. C’erto era facile star dietro alle greggi. Quelle si arrangiavano. Era lui che le cose le doveva sudare. E la terra era dura. Che poi per quanto le lavasse, proprio per quello, dopo un niente erano sporche di nuovo, le mani. E poi cos’erano tutte quelle regole. Non le sopportava. E quel bisbigliare del fratello a tavola, la sera. Non erano ancora state inventate le orazioni. Non c’era nessuno da pregare. Lui pregava solo che gli capitasse qualcosa. Non era cattivo, Caino. Si sarebbe accontentato di un po’ di mal di pancia. Un raffreddore. Invece no! sempre così bello sano. Prendi esempio da lui. Era una pizza. Mai un sabato che uscisse. Non un divertimento. Sapeva stare solo con le sue pecore. Fai presto a fare il capo se dietro hai un esercito di pecore. E qualche montone. Buoni quelli. Ma di quelli nessuno parlava.
Avere un fratello perfetto è una gran jattura. Tutti stavano a guardalo. A portarlo ad esempio. Ci tornava continuamente sopra; Caino. Perché poi nessuno si occupasse che di loro due gli restava un mistero. Che guardassero Seth, qual gran scansafatiche figlio di sua madre, buona donna. O a quell’ubriacone di Enos; si reggeva già poco in piedi fin dal mattino. E a dirla tutta a lui non dispiaceva proprio quella, ma lei non guardava che suo fratello. Forse per via del fatto che era biodo. E che se ne stava a godersela riposato su una pietra. O per chissà quale altro mistero. Ma lui aveva una vera e proprio simpatia. Per lei. Tra tutte trentadue era la più carina; ai suoi occhi. Non sembrava nemmeno sorella di quello. E’ così che succedono le disgrazie.
Poi prova a riparare i cocci. Se lo continuava a domandare. Non riusciva a capire da dove venisse tanta violenza. Quello continuava a sostenere che in fondo era stato un incidente. L’altro badava alle pecore e lui non aveva tempo che per badare alle sue cose. Non l’aveva visto arrivare. Teneva, sì, quella pietra in mano. L’altro, quel bellimbusto, era inciampato. Un terribile incidente. C’era andato a sbattere, sulla pietra. Ma in fondo era anche legittima difesa. Ci stava uscendo di senno; con quello. Comunque, in subordine si affidava alla clemenza della corte e chiedeva le attenuanti generiche. Improvvisamente, Lui, ebbe il timore di aver creato l’azzeccagarbugli. Era certo che prima o poi ne avrebbero parlato, di quel tipo, dell’azzeccagarbugli.
Enzo Jannacci: Aveva un taxi nero [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Avevauntaxinero.mp3”%5D

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