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Posts Tagged ‘abitudine’

015-finestra02Cosa dire? Fogli strappati da un calendario che non va. I giorni che si arrampicano sulle cose. Paura e noia del telefono. La voce roca e la gola secca. Una canzone ereditata dal mattino. Le bollette sopra il mobile d’entrata a lasciare impronte sulla polvere. Quasi una lotta per non esserci. E’ tutto solo pigrizia, ma tutto scappa. Questa insoddisfazione, cos’è? Chiudo il libro. Lei e di là e ne sento solo parlottii di cose. Gocciolio sul lavello. Sbattere tintinnante di piatti. Esco. Il desiderio di non incontrare nessuno. Ogni voce si fonde e tutto è rumore. Ma la canzone resta là. Una bestemmia soffocata. Da quanto tempo sono in questo stato? non ne ho la più pallida idea. So solo che… anzi non so. L’unica cosa certa è che va tutto bene eppure… Buona domenica. E’ la vicina del terzo piano. Ha un culo interessante. Forse ha una certa simpatia per me. Le debbo apparire interessante. Forse mi considera qualcosa. Povera donna. Accenna a fermarsi. Accelero il passo. Chi la sentirebbe Marisa. Con lei ogni cosa è dramma. Per lei tutto ha necessità di una spiegazione. Soprattutto con quella donna. E Venezia non è una città dove ci si può nascondere. Non ha rispetto. Non le puoi fuggire. Ti mette sulla bocca di tutti. E’ intimamente perversa e portata alla chiacchiera. Non c’è un angolo di intimità. Quasi mai. E’ in quest’angolo, mentre passo, un ricordo mi prende alla sprovvista: proprio qui ci nascondevamo la sera dalla luce dei lampioni e dagli occhi troppo curiosi. Lì per qualche fugace bacio. Ma era un’altra città. Io ero un’altra persona. Dov’è finita quella persona. Strano ripensarci dopo tutta una vita, ma forse non è tanto strano. Forse lo strano sarebbe non ripensarci. Mi allontano con un sospetto. Ho voglia di caffè. Lo sciabordio appena percettibile del remo sulla superfice dell’acqua. Se conoscessi altre lingue continuerei a parlare solo la mia. E tutte le lingue diventano una, si fanno brontolio. Il ponte interrompe i miei pensieri: mi impone attenzione; ai gradini. Ieri davano Ferro 3, fortunatamente ce lo siamo perso. E’ ora di tornare. Anche questo gesto mi costa, quanto è più di altri. Cosa aveva detto? Latte e patate? Pane e formaggio? Le macerie non sono solo pietre. Decido senza fatica: la lascerò brontolare. Non ho alternativa, o imparo ad ascoltare quando parla. Da tempo seguita a dire che non siamo più gli stessi. Nessuno resta per sempre lo stesso. La vita cambia le cose e le persone. E forse non siamo mai stati gli stessi. Quelli che abbiamo detto di essere. Quelli che abbiamo cercato di mentire come persone. Eppure ha la domenica libera, come poche. E stasera tornerà a dire che non mi capisce. Nemmeno io riesco a farlo. Non potevo certo vendere la vita per una canzone. E la verità è che a lei della musica non è mai interessato molto. Lei è una donna pratica, non ha tempo per i sogni; a differenza di me. Ricordo un giorno d’estate al lido. Inutile cercare di illudermi, lei non c’era. Non rintraccio un ricordo preciso con lei, con Marisa. E’ come se fossimo sempre stati un’abitudine uno per l’altra. Eppure ci sono stati giorni e mesi e poi altre cose. E’ uno di quei giorni che non va. Semplicemente uno dei tanti. Ormai non vale nemmeno la pena di parlarne. E non lo facciamo. Io non cerco nemmeno le parole; per dirsi cosa? Che ho scordato i pantaloni in pulitura? Che bisogna ricordarsi di dare da mangiare al gatto? Non ho mai sopportato i gatti. Sono mesi che sono bloccato su quel libro. Non ricordo più l’ultima volta che ho avuto la voglia di scrivere una benché misera cosa. Ci ho provato. Me le racconto in testa le mie cose, e continuo a faticare a prendere sonno. Anche con i tranquillanti. Mi sembra tempo sprecato; buttato. E’ sempre stato così. Alla fine me la accendo la sigaretta, perché non c’è un motivo valido per rinunciare e resistere. Certamente lei se ne accorgerà dall’alito. Tutto sembra relativo. Non c’è una vera ragione, potrei essere felice. Eppure… e poi c’è questa voglia di sapere. E questo desiderio di non capire. E lei che all’improvviso mi torna alla mente. Lei e il nostro tempo perduto. Quei due ragazzi. Il nostro angolo buio. Tutte quelle parole dette, e anche quelle non dette. Quella che sembrava una storia banale. Una storia di ragazzi, appunto. Un amoretto tra un esame e l’altro, tra un romanzo e una poesia. Tra un disco comprato e quello che avremmo voluto prendere ma nessuno dei due aveva soldi a sufficienza. Canzoni che cantavamo assieme, piano o a squarciagola. Le risate davanti ad una pizza o spinte a forza fuori delle labbra dall’alcol che ci rendeva coraggiosi, o almeno meno vigliacchi. Strani anni quelli. Chissà dov’è, cosa le è successo. Se si è fatta una famiglia come quasi tutti gli amici del tempo. Chissà tante cose. Eppure di tanto in tanto lei continua a tornare. E i miei pensieri riavvolgono i fili di quei giorni così magici e così irripetibili. Come avrei potuto conservare il ricordo di averle regalato un mio disegno? Ma era solo un maledetto e straziante ed emozionante sessant’otto. E chi non sognava semplicemente non era. In questo preciso momento vorrei provare a richiamarla ancora, in silenzio, solo per sentire il suono della sua voce; ma allora non c’erano ancora i telefonini. E lei certo non può aver conservato lo stesso numero che non ricordo più. La vita è proprio una puttana che si vende per poche lire e subito dopo è di un altro.

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Ormai abbiamo pochi momenti solo per noi. Siamo viaggiatori indaffarati. Come topi in trappola. Destini a cui rubano il tempo. E andiamo perché il moto ci trascina. Ma è sabato. I bambini sono a scuola. Siamo soli. Lei ha già sistemato le camere. Io ho la mia tazza di caffè in mano. La casa è nostra. Il mutuo estinto. Siamo tranquilli. Troppo. Dovremmo esserlo. Quanto tempo è? Tutti hanno i loro piccoli segreti. Qualche sogno nel cassetto. Il solo attimo di solitudine. A parte quelli si parla e si tace. Si dice e non si dice. E appena detto ti sembra che le parole tradiscano i tuoi pensieri. Non riusciamo più a parlare. Questo è il malessere. E il silenzio è un silenzio che fa male. Non lo riempiamo più di parole. Non riusciamo più a riempirlo di niente. Solo di rumori. Come se non possedessimo più, quelle parole. Non so da dove cominciare.
Forse è da quando è nata Elisa. Abbiamo esaurito le scorte e non riusciamo più a sorprenderci. Cerco di ricordare. Di rifugiarmi in quei ricordi. Di raccattarne qualcuno di bello. Qualcuno di vivo. Sono così lontani. Quando ci cercavamo. Ora ci troviamo. Viviamo, se così si può ancora dire, le stesse stanze. Se potessimo ci eviteremmo. Senza ragione e senza cattiveria. Osservo che c’è un leggero strato di polvere sulla lampada. E su di noi. Quello no. Lei è gentile. Non c’è una ragione. Non ho nulla da rimproverarle. Forse nemmeno lei. E’ solo, forse, che ci conosciamo troppo. Che ci siamo trasformati in inquilini. In paesaggi. Solo che… non so. Non è più lei, la mia compagna. E’ solo una madre. Con tutti i suoi pensieri raggrumati in testa. Col sole negli occhi. Una donna ad aspettare l’estate. E’ una consuetudine. Il mio abito da lavoro. Dovrei chiedere a lei cosa ne pensa.
Ha messo su qualche chilo. E qualche ruga in viso. Non è certo quello? Anch’io devo essere cambiato. Non credo così tanto. A volte mi sento come uno che fa omicidi senza commissione. Così è quando parliamo degli altri. E quante volte lo facciamo per non parlare di noi? E quante volte ormai cerchiamo le parole che non dicono nulla? Lei mi chiede l’ora. Fra un po’ deve uscire per le spese. Vorrei che ci fermassimo un attimo per chiederci perché. Vorrei un briciolo di tenerezza. Vorrei vederla con gli occhi con cui la guardavo. E rivedere quei suoi occhi. Vorrei che mi capisse senza il bisogno di dirglielo. Confidarle un segreto in un bisbiglio. Vederla ancora piangere per quel film. Mettere su una canzone solo per noi. Ritrovarmi. Ma sono solo in una foto. Mi sembra quella sulla mia lapide. E ci sarà sicuramente qualcuno ancora a dirmi che mi ha ucciso solo per un incidente.

Mi chiede: “Perché hai scelto proprio questa canzone, per me”?
Le dico: “Perché sei una puttana”.
La cosa la diverte. Ci pensa. Mi spiega paziente: “Voi uomini siete sempre così contorti per dire le cose”.
Capisco che è vero. E’ sempre così tortuoso il percorso per dire le cose. Così falsamente intellettualoide. Siamo tutti un po’ così, contorti. Abbiamo i nostri viaggi in testa. Le nostre frustrazioni. Le nostre relazioni. La notte ci fa paura e nemmeno lo sappiamo perché. Mettiamo sempre prima il calzino e la scarpa destra. Abbiamo il nostro spazzolino. Il nostro ordine delle cose. Il nostro lato del letto. Quel sogno che ricorre. Il tale giornale e non un altro. L’ora di cena. Ci viene in mente una canzone e ce la cantiamo. E un perché ci deve pure essere.

N.B. L’immagine è tratta dalla rete e nulla ha a che fare con il ricconto liberamente scaturito dalla fantasia dell’autore.

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pittura informale nero su bianco con macchia rossaLa musica gli aveva messo tristezza e malinconia. Per fuggire i pensieri che lo inseguivano provò a condurla attraverso un valzer o quello che credeva un valzer. Ricordava che anche quella sera… L’immenso lampadario di cristallo non aveva pietà, non dava vie di fuga, non permetteva nessuna menzogna. Solo non aveva ancora voluto ascoltarlo e crederci. Aveva continuato a farlo con sempre maggiori difficoltà. O forse aveva solo coltivato quel bisogno di lei. Nemmeno di lei ma del suo corpo. Ne provò vergogna; non era gentile nemmeno nei confronti di Gloria. Come se stesse girando un film per l’ennesima volta pur sapendo come sarebbe finito anche questa volta. Chiuse gli occhi e contò i passi: uno, due e tre; uno due e tre; e ancora. Lei non riusciva ad abbandonarsi al suono né lui a condurla. Non era mai stata una brava ballerina, come non erano mai stati una grande coppia. Lei aveva il viso di una donna stanca. Una ciocca di capelli le era caduta sul volto con l’ombra di un taglio netto. Il collo era ornato di perle e di un intrico di rughe sottili. Si accorse di come, nonostante fosse pronta per uscire e l’abito, avesse il profumo dolciastro della morte. Non capiva come avesse fatto a non accorgersene prima e cercò di accontentarla.

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Le abitudini

Preparò il caffè e senza chiederlo versò una tazza anche per lui. L’odore si sparse velocemente nella stanza. Era impregnata di più di quel loro solido silenzio. Non avevano certo bisogno di parlare per saperlo. Il loro rancore stava diventando rassegnazione. Niente è peggio. Un nevischio sottile e rutilante confondeva tutto al di là delle finestre. Forse dietro quel tempo d’inverno tutto era realmente sparito e non c’era più niente. Forse uno se lo chiedeva. Forse uno o entrambi lo sperava.

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Un amore meccanico. Tutto era cambiato. Camminava nelle sue scarpe. Era un giorno che non capiva. Un sole opaco. Avrebbe dovuto cambiare la macchina. Avrebbe dovuto? Non aveva più nessuna soddisfazione nemmeno ad incazzarsi. E non riusciva a provare pietà di sé. Si lavò le mani pulite prima di mettersi a tavola. Eppure alcune cose erano rimaste nella sua testa e non riusciva a liberarsene. Continuava a sentire le macchine ringhiare come cani in catena. Sempre alla stessa ora si destava e doveva aspettare il momento per alzarsi cercando di non disturbare il sonno di lei. Continuava ad odiare quell’amore,  quell’amore fatto in fretta, poco prima di dormire¹. Ma ormai lei non lo cercava nemmeno più. E non gli interessava nemmeno sapere. Non avrebbe potuto cambiare nulla.


1] Paolo Pietrangeli: La leva

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

Torni a casa con la moto
hai la testa che rimbomba
riesci a odiare anche i tuoi figli
riesci a odiare anche i tuoi figli
che ti urlan nelle orecchie.

E quell’attimo di sosta
che sarebbe la tua vita
non ti può più appartenere
serve solo a caricare
la tua molla che è finita.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

C’è tua moglie che ti aspetta
anche lei ha le sue esigenze
come odi quell’amore
quell’amore fatto in fretta
poco prima di dormire.

Non puoi avere più problemi
non ti è dato di pensare
devi essere efficiente
non ti resta proprio niente
neanche il lusso di impazzire.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

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Il niente che diceva con grande dovizia di particolari, il ricordo del cibo che restava tra le sue parole, lo stesso tono stridulo della voce, tutto lo infastidiva. Persino il cane aveva esaurito la propria mite remissività e appena cominciava ad infervorarsi si allontanava lanciandogli uno sguardo di occhi chini inequivocabili. Chiuse il giornale che tanto non aveva capito nulla di quello che aveva cercato di leggere. Mescolò il sugo prima che attaccasse. Si trascinò sulle patine fingendo di cercare qualcosa nell’altra stanza. Si sentì chiamare. Uscì in silenzio nella notte senza dirle nulla. Scoprì la luna e una leggera brezza parve ridestarlo. Ultimo recapito conosciuto: l’ufficio delle cose dimenticate.

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