Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘abitudini’

Forse è una ben strana canzone d’amore. O così può sembrare. La dedico, come ogni domenica, alla mia Compagna e a tutte le donne; e a quegli uomini che sanno amare, cioè agli innamorati. E’ il racconto di una vicenda personale. Un personale però vissuto da molti. E in fondo contiene qualcosa di profondamente vero, e vero per tutti, in quella sua “filosofia” finale. E poi un piccolo screzio c’è stato veramente alcuni istanti fa, una cosa da nulla, già superata. Insomma anche questa altro non è che una dichiarazione d’amore. E’ spero che capisca cosa le voglio dire, ed è un “per sempre”. Buon ascolto.

La prima volta che ho fatto l’amore
non è stato un granché divertente
ero teso ero spaventato
era un momento troppo importante
da troppo tempo l’aspettavo
e ora che era arrivato
non era come nelle canzoni
mi avevano imbrogliato…

Ma l’amore
non è nel cuore,
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

E dopo un po’ mi sono rilassato
e con l’andar del tempo
ho anche imparato
che non serve esser sempre perfetti
che di te amo anche i difetti
che mi piace svegliarmi
la mattina al tuo fianco
che di fare l’amore con te
non mi stanco
che ci vuole anche del tempo
ma lo scopo è conoscersi dentro.

E l’amore
non è nel cuore
ma è riconoscersi dall’odore.
E non può esistere l’affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po’ di pazienza
perché l’amore è vivere insieme
l’amore è si volersi bene
ma l’amore è fatto di gioia
ma anche di noia.

Oggi ho litigato con la Elia
Si parlava di diritti e di doveri
Ma se ci penso nella nostra storia
fatti i conti, in fondo, siamo pari.

Read Full Post »

tazzina di caffèPretendere di più, qualcosa di più, anche solo un poco; è assurdo. Immaginare una favola e raccontarsela è una cosa sempre bella, ma la vita è una cosa assai diversa. Lui non aveva mai trovato nessuna delle parole che lei si era aspettata o aveva sperato. Lui era un uomo. Solo dopo sapeva farsi perdonare. La prendeva tra le braccia e si nascondeva nelle sue braccia. Spesso aveva quel pianto silenzioso in gola che non liberava mai. E’ così incredibilmente difficile fare la donna. Lasciarsi guidare indicando la strada, come se non la si conoscesse. Essere fragile e allo stesso tempo affrontare le sfide per sé e anche per gli altri. Aspettare un complimento che abbia almeno l’apparenza di essere sentito. Farsi bella e allo stesso tempo convincersi di doverlo almeno a sé. Niente era come se l’era immaginato. Lui aveva le sue ore segnate dalle abitudini. Non una volta che le si fosse avvicinato di sorpresa, che ne sapeva? per esempio mentre sciacquava i piatti. Un gesto qualsiasi. Una cosa così. Un momento che la potesse sorprendere, anche un poco. Non una volta nemmeno un fiore. Un gesto meno che conveniente. Tutto nascosto nella loro intimità. Lui la rispettava. Lui era il suo uomo. Ma a cosa le sarebbe servito amare? le bastava ascoltarlo in silenzio.

Read Full Post »

tazzina di caffèNon sempre Giovanni fa il telegrafista e Anselmo era una figura meno che leggera. Gli uomini della sua vita erano solo cose che fuggivano velocemente. Come ogni vigilia, da quattro anni ad ora, si sentiva vuota e sola. Un poco era volubile e un poco credeva ad un sogno. Non che avesse importanza; era solo perché si struggeva e le mancava quel tepore a scaldarla dentro. Che poi gli uomini, dieci minuti dopo, sono tutti così noiosi. Se si parlano parole leggere allora sono lì impegnati in ogni parola a cambiare il mondo; a dimostrarti quanto sono bravi; e quanto è interessante il loro profilo migliore; o come sono interessanti se non hanno tagliato la barba o educati se l’hanno fatta; e comunque irresistibili. Quando si tratta di essere pratici allora evaporano e tornano solo uomini. Ben che vada si accomodano in una poltrona e si nascondono dietro il giornale. Queste erano le sue esperienze e in base a queste stava meglio come stava. Le mancava solo, appunto, quel briciolo di calore. Ed anche, inutile mentirselo, perché non aveva voglia di cucinare per lei sola.

Read Full Post »

Solo del suo amore aveva vissuto tutti quelli anni. Si capisce sempre il valore delle cose dopo che si sono perse. Ora gli mancava lei in modo incredibile. E non solo lei ma tutto e ogni cosa gliela ricordava. Gli mancavano persino le abitudini e i fugaci screzi, persino i piccoli vezzi e le manie e i dispetti. E soprattutto il tepore del suo corpo. Anche cercando di non essere egoista ma gli mancava da lasciarlo senza fiato la passione, anche quella ultima un po’ sopita, la vicinanza del suo corpo che gli dava pace e serenità. E i suoi occhi che non avevano mai lo stesso colore e la stessa emozione. Persino la sua voce chioccia e i suoi argomentare pettegoli per i quali aveva sempre provato fastidio. Non che fosse stato facile e col tempo lo era stato sempre meno ma non è mai facile. Ma in fondo era bella e, alla fine, remissiva. A volte portava a casa le inquietudini del lavoro. Era più forte di lui. Se ne pentiva solo dopo. Probabilmente succedeva a tutti. Era stato stupido a farlo per la rabbia di un momento. E adesso chi avrebbe pensato a mettere cena sul fuoco?

Read Full Post »

Alla soglia dei quarant’anni s’accorse, non senza stupore, che l’altro sesso mostrava un nuovo, improvviso, interesse nei suoi confronti. I primi ad accorgersene erano stati gl’altri; lui non vi aveva fatto caso.
Piccoli segni. Il cortese cedere il passo di giovani e avvenenti donne. Il liquido dialogare di graziose ragazze fattosi naturale e generoso. Gl’occhi che seguivano il suo passo. Sorrisi. Insistenze.
Eppure usciva sempre alla stessa ora, alla stessa ora rientrava. Continuava a compiere i soliti consueti gesti; meccanicamente, ormai. Il caffè alla solita ora, al solito bar. Ma servito con insolita grazia dalla solita ragazza che adesso ostentava le lunghe gambe fasciate da calze scure e lasciate scoperte da corte gonne con insistita civetteria.
Come sempre non portava la camicia più di un giorno e la barba era frettolosamente rasata. I suoi saluti rimanevano più rantoli o mugugni che gesti gioviali, ma gioviali erano le risposte. Vestiva allo stesso modo. Leggeva lo stesso giornale che la giovane sposa gli porgeva con un sorriso ogni giorno più luminoso.
Ne rideva con i colleghi d’ufficio ma erano sempre due differenti modi di riderne. Lentamente ne prendeva coscienza e lentamente ne provava una sottile, perversa, soddisfazione. Nel suo parlare appariva un impercettibile segno di rivalsa. Nel loro un frammisto sentore di invidia e di rabbia, ma sempre impercettibile; mascherato di cortesia.
Portando a passeggio il cane si scoprì persino a parlare del tempo con l’elegante inquilina del piano di sopra. Tutto ciò che era femminile dimostrava un’eloquente cordialità nei suoi confronti.
Se stava leggendo indagavano rapide su cosa stava attirando la sua curiosità e poi inventavano pretesi interessi per poter avviare un pur minimo discorso.
Fu in quei giorni che capì come tutti gli oggetti di culto abbiano bisogno di godere di attenzioni raffinate e qualitativamente selettive per non essere inscatolati per consumi senza consapevolezza. Ecco, forse era la consapevolezza… o forse l’ammirazione deve essere determinata. Anche l’estetica doveva avere una sua cultura.
Non ci si può porre davanti all’opera di un grande maestro come ci si pone davanti ad una scatola di gamberetti surgelati. L’opera perderebbe il suo spazio e il suo spessore. Non vi è, e non vi può essere, confidenza. Ripeteva mentalmente la formula: “ammirazione”.
Questo gli fu più chiaro quando lo interloquì affabilmente quella donna nei confronti della quale aveva sempre provato una celata ma sana forma di ripugnanza. Non era capace di essere sgarbato ma tratteneva a stento la sua insofferenza.
Non tutto però scorreva liscio; Claudia era radiosa persino alle prime ore del mattino ma i colleghi affidavano sempre meno a lei le pratiche da portargli e sempre più preferivano recapitargliele personalmente; si dimostravano gentili ma concludevano le frasi con vezzosi nomignoli o allusivi titoli.
Chissà se in qualche modo la primavera che si avvicinava aveva un ruolo ma certo le gambe si accavallavano lente e generose. Era un continuo aggiustarsi di calze. Uno trafficare di trucchi e di cosmetici. I profumi si facevano nubi.
Come sempre accade eppure questo lo mutò. Guardò la sua donna, della quale aveva raccolto confidenze e ignorato debolezze, e la vide. Non reggeva un perché ma in fondo erano esistite mai delle ragioni?
Le sensibilità, per altro distanti, erano meno che un pretesto e non era certo per l’avvenenza che si erano disputato per quasi vent’anni lo stesso spazio nello stesso letto, senza discostarsi; che le aveva prestato quelle attenzioni che solitamente sostituiscono le prime calorose effusioni. Un tempo questo interminabile; gli sembrò.
Quelle debolezze non riuscivano più a nascondere la loro gravità, persino la loro enormità. Lei non riusciva nemmeno più a restare almeno giovane. I seni si erano appesantiti, gli occhi incupiti e ingrigiti. Fili bianchi fra i capelli. Disordine per la casa. Qua e là indumenti. Cenci.
Sì, non era nemmeno mai stata elegante; né nel vestire né tantomeno nel parlare. Sempre quella sua approssimazione. Quel suo vivere le cose senza bisogno di compierle. La vacuità dei suoi discorsi. Si sentiva soffocare assalito dai suoi mille problemi inutili. Imparava la scortesia.
Forse a volte i sentimenti non fanno questioni di dimensioni ma possono avere un involucro molto fragile. Provava ormai un vero e proprio ribrezzo per quel corpo e per quella voce. La sera si fermava e guardare la televisione e si coricava che lei già dormiva.
Non vi era in lui rancore; affioravano appena rimpianti. Non le rimproverava niente di importante ma un insieme di minuscoli segni. Qualcosa di fisico e di attuale; se mai grazia aveva avuta.
Quella notte, prima di raggiungere il letto, si sedette in bagno ma non riuscì a mettere a fuoco la sua attenzione sul libro. Rilesse più volte le stesse poche righe e quelle lo respingevano, restavano estranee. Impenetrabili. Depose quel libro a terra e si soffermò solo alcuni istanti a fissarlo.
Cercò di pensare ai programmi che aveva seguito. Ai risultati della giornata. A Claudia. A una qualsiasi Claudia. Sentiva il respiro pesante della moglie nella stanza accanto. Cercò di pensare al giorno seguente. Frugò, inutilmente.
Lo specchio ripeteva le fonti di luce; la piccola stanzetta era completamente illuminata. Una sola presenza, la sua. Particolare: il suo viso.
Si sorrise dietro le palpebre chiuse a dolcemente si amò.¹


1] 4 febbraio 1991

Read Full Post »

linguacciaEra una settimana che a quella linea, in quell’orario, era stato destinato un nuovo autista. Un volto fiero nella sua divisa blu. Una divisa impeccabile coi bottoni dorati. Ingualcibile. Ma tutto era infondo anonimamente abituale. Un volto non significativo. Anzi un non volto. Nessuno lo avrebbe saputo descrivere. Un autista come tutti gl’altri. Non fosse che… L’autobus non li aspettava più al solito posto.
Da quando lui aveva preso servizio il mezzo restava lì; dietro l’angolo. Si fermava fuori fermata. Solo seminascosto da quella grande costruzione che costringeva a una curva. E spiava da quella curva che la via era costretta a fare. Ne spuntava solo una fetta del muso; ghignante.
Forse a scaldare il motore. Forse erano state nuove disposizioni dell’azienda. Più probabilmente per meriti propri dell’autista. Non era stato possibile stabilirlo. Ogn’uno aveva tenuto per sé le proprie congetture. Il fatto certo era solo che il pullman non sostava più alla stazione.
Loro, quella gente che ormai si conosceva e si annusava. Quella gente che sembrava non riconoscersi. Quella gente che divideva l’ultimo briciolo di sonno. Che lottava per distrarre quel sonno dai loro occhi. Che divideva le prime notizie del mattino. Quel popolo che annusava di caffè o della prima sigaretta. Quel popolo di viaggiatori del mattino non poteva prendere via via il proprio posto. Rubarsi simpaticamente la sedia. Giocare sui minuti e sui secondi. Coltivare le proprie abitudini.
L’autobus dell’azienda municipalizzata attendeva fino all’ultimo minuto e poi, all’ultimo minuto, non un istante prima, ne uno dopo naturalmente, si portava lentamente nel piazzale. Accostava con perizia sulla piazzola contrassegnata e dopo un attimo spalancava, con un sibilo, le portiere.
Forse amava vederli accalcarsi e accapigliarsi per salire per primi e prendere i posti. A conquistare quelli migliori. Ognuno con le proprie preferenze. Impegnarsi per arrivare. Lottare per un qualche cosa che valeva. Esprimere tutte le loro ambizioni, intatte e a lungo represse.
Veramente c’erano posti per tutti essendo quello, come detto, il capolinea. A quell’ora il sole non poteva disturbare un lato e rendere più agevole il viaggio dal lato opposto. A quell’ora non c’erano quasi mai sedili bagnati da una pulizia sommaria. Veramente non c’erano posti migliori o peggiori se non nelle abitudini di quei viaggiatori. E per i giovani che conservavano quello vicino per l’amico e per l’amica.
Forse era per spirito di emulazione. Forse per una tacita forma di collaborazione. Forse per pura arte della competizione. Il fatto era che la gente si gettava su quella preda crudelmente. Che quella gente aveva preso ad affollarsi verso le porte spingendosi senza riguardi. Conquistava posti che magari poco dopo, con la partenza, era disposta a cambiare.
I ragazzini cercavano di scivolare fra le persone. Di approfittare delle loro dimensioni ridotte. Della loro agilità. Ma quando non ci riuscivano restavano tagliati fuori. Dovevano aspettare che la fine della coda fosse stata inghiottita dalla grande macchina. E poi affrettarsi. E accadeva spesso che una madre venisse separata dal figlio. E sembrava nemmeno avvedersene.
I ragazzi si muovevano impacciati dagli enormi zaini che si aggrappavano alle loro schiene. Si muovevano trattenuti da quel carico che li ingombrava. E spintonavano non smettendo di chiacchierare chiocci. E scrollavano da loro la gente che li pressava.
Gli uomini fingevano di lasciar posto alle donne. Mimavano cavalleria sorpassata. Era una delle beffe più frequenti. Poi, all’ultimo istante, con riso beffardo, prendevano una antica rivincita. Alzavano gli occhi al cielo e li cacciavano dentro alla corriera. Allora rapidamente salivano tagliandosi la strada.
Tutti spingevano, scalciavano, vociavano, usavano ogni mezzo, compresi i gomiti. Gli sconfitti erano disposti ad arrivare agli insulti. Ma erano le donne ad utilizzare più magistralmente tutti quei mezzi; anche il più subdolo. Compreso ogni colpo, anche il più basso. A farsi, alla fine, beffa di tutti.
E le madri non smettevano di essere donne, tanto i figli le avrebbero raggiunge. E se serviva imprecavano. E si sa, le donne hanno in ciò una lunga esperienza. Anni consumati in luoghi pubblici. A conquistare uno spazio, una panchina.
Anni passati per gli uffici. Ad approfittare di ogni occasione. Ad arrivare da un’altra fila che non c’è. Da un appuntamento precedente. Per un ritardo di cui nessuno è colpevole. O in casi estremi a fingere un malore.
Anni trascorsi davanti a bancarelle o nei negozi. Rubando il posto ai bimbi e ai timidi. Profittando di ogni gentilezza. Cercando un conoscente fra i primi della fila. Forzando gerarchie e ordini che comunque le facilitano. Sgusciando e strisciando. Anni a rifiutarsi di fare la fila. Per principio.
Una lunga esperienza fatta nascondendosi eventualmente dietro scuse improbabili. Con i loro sfacciati: “Dovrebbe toccare anche a me”. Con i loro umoristici: “Sono dopo di lei! Vero”? Con i loro subdoli: “Fatti avanti bambino o non te ne vai più”. Con le più geniali trovate. Con la pura arte dell’inganno. Con le espressioni più spudoratamente false.
Forse qualcuno approfittava della calca. Ma nessuno ci faceva caso. Non c’era donna disposta a perdere per questo una sola posizione in quella competizione. A volte, qualche maschio, per difendersi, era costretto ad aggrapparsi a una borsetta. Qualcuno che si credeva già salito, arrivato, si sentiva trascinare giù.
E si sprecavano scuse che avevano il suono più falso mai udito. La cosa era rapida, durava quello che si usa definire un istante. Eppure si sussurrava già, ma questo non è mai stato possibile provarlo, di persone che partivano prima o dopo pur di viaggiare su quel pullman. Che per questo avevano cambiato le loro abitudini. Magari disposte a scendere la fermata dopo. Magari un paio di fermate dopo per non essere palesemente scoperte e additate e chiacchierate.
Poi tutto si chetava. Tornava la calma di sempre. E lui era là, al suo posto. Così soddisfatto di sé che il viso che non c’era prendeva luce. E partiva, prima che gli ultimi a salire avessero potuto prendere posto; sballottandoli. Le braccia larghe sul voltante. L’impugnatura sicura e virile. Partiva come un quasiasi autista e come un qualsiasi autista guidava il suo mezzo.
Fermava un poco prima o un poco dopo dalle fermate. Osservava la gente velocemente raggiungere la salita. L’affannarsi per la paura di perderlo. I gesti di attesa che normalmente ignorava. E fra una fermata e l’altra portava il pulman con scatti solo a tratti addolciti. Rendendo tutte le curve secche.
Solo di rado si rivolgeva a qualche viaggiatore ed era quasi sempre per chiedergli di lasciargli visuale sulle porte. Si sa, il vizio peggiore dei viaggiatori è quello di affollarsi alle uscite. Di voler scendere per la salita. Oltre a quello di bloccarsi non appena scesi, intralciando la discesa degl’altri.
Non rispondeva alle richieste di informazioni sul percorso. Non lo faceva con chi cercava di rivolgergli la parola se non a monosillabi. D’altronde, nei mezzi pubblici, non è permesso parlare con il guidatore. Non dava confidenza lui. Guidava, più o meno, come ogni autista che si conosca. Come ogni autista di questo nostro benedetto mondo.
Mostrava la massima serietà per il suo servizio. Solo a volte fingeva di chiudere le porte mentre la gente stava ancora salendo o scendendo. O fingeva di non aver sentito il campanello di prenotazione della fermata. Ma erano solo piccole debolezze. Per il resto guidava sicuro e composto. Tutto preso dalla sua missione. La testa alta ma lo sguardo incurante, fiero, quasi annoiato. Il portamento di chi è conducente e non si può confondere con un semplice autista.
Ma, come non di rado accade, fu un momento di debolezza a dare la dimensione della sua importanza. Una mattina era là come al solito, dietro quell’angolo. Ma non si avvicinò alla partenza come al solito. Neanche all’ultimo istante. I minuti presero a scorrere inesorabili. Il tempo passava come una condanna. Qualcuno si accorse della sua testa abbandonata fra le mani. Appoggiata al grande volante.
Si portò sotto solo dopo sei minuti. Con sei lunghi minuti di ritardo e gl’occhi ancora corrosi dal sonno improvvisamente interrotto. E uno sbadiglio. Anche se solo pochi ebbero il coraggio di redarguirlo nello sguardo di tutti era ben visibile il rimprovero. Cocente era la delusione. Non era più in grado di sostenere un solo sguardo. Certo non cercò una scusa ma divenne persino affabile, quasi gentile.
Il mattino seguente il pullman stazionava con molto anticipo in mezzo al piazzale. La gente distrattamente prese a salire alla spicciolata. A salire e prendere posto man man che arrivava. E lui meticoloso rispettava tutto, persino le fermate. Per tre giorni continuò così.
Il quarto giorno avvenne il miracolo. Senza che nessuno in particolare prendesse l’iniziativa. Tutti, nessuno escluso, si misero a sostare sotto la pensilina; come se la corriera dovesse ancora arrivare. Tutti, nessuno escluso, restarono lì; fingendo di leggere il giornale o cercando in qualche altro modo di darsi un’aria di indifferenza.
Tutti, nessuno escluso, aspettarono pazientemente l’ultimo istante. E solo allora, quando lui cominciò a scaldare il motore, come in quei fin troppo brevi giorni, giù ad accalcarsi e spintonarsi e accapigliarsi per salire. Giù! botte da orbi.
Lui capì subito. Come ogni persona dotata di una intelligenza sopra il comune. Dotata di quell’intelligenza che permette di accedere ai posti di responsabilità. Si girò solo fugacemente verso i suoi passeggeri. Non ebbe nemmeno bisogno di un sorriso d’intesa. Di un ammiccamento. Di un segno di gratitudine.
Certo che ogn’uno aveva agito per il proprio egoismo. Questo non toglieva valore a quella sensibilità, che si potrebbe definire collettiva, di massa, che aveva permesso ad un popolo, spesso distratto e avaro di sentimenti, come quello dei viaggiatori di riconoscere il dramma di quell’uomo.
Lui tornò ad essere lui. Quel popolo di viaggiatori tornò ad essere il suo popolo. Per tutti loro fu un ritrovare una persona importante: il loro autista. Anzi! il loro conducente. Mai come allora avevano imparato l’importanza di quella figura. Era lui a condurli via dalla noia della notte. Verso il lavoro e la nuova giornata. Era lui a guidarli verso la città. Si ecco, quell’uomo era il loro guidatore.¹


1] 2 ottobre 1994

Read Full Post »

La cometa

piccola operetta morale

Il modo si era come corrotto, forse la colpa era stata del passaggio della cometa. Io ero tentato a dar colpa di tutto a quell’avvenimento astronomico perché quella notte mi successero veramente alcuni fatti strani e inspiegabili altrimenti. Avevamo un canarino bello vispo e pieno di vita a cui mio figlio aveva dato il nome di Pavarotti. Aveva sempre cantato a becco spiegato fino a quella notte. Prima che andassimo a letto aveva cantato per l’ultima volta. Il mattino seguente lo trovai steso sul fondo della gabbia. Fui costretto a dire a mio figlio che avevo dimenticato la porta aperta e quello se ne era volato via. Che forse, probabilmente, prima o poi, sarebbe tornato.
Non che io sia uso a incolpare delle cose il sopranaturale. Semplicemente non sapevo darmi una spiegazione razionale. A quello e a tutto il resto. Anche perché m’ero destato insolitamente da un sogno che mi aveva lasciato in un piacere lascivo; eccitato. Ma inizialmente avevo pensato che forse era solo una mia impressione o, ancora, era cambiato solo in me e attorno a me perché non avevo notizie differenti e che smentissero queste mie riflessioni. Eppure la gente mi sembrava presa da una strana e insolita euforia e aspirazione a vivere. Da una nuova fretta. Per essere più espliciti semplicemente da una curiosa e anomala frenesia che almeno io non avevo colto in precedenza.
Qualcuno dirà che sono un sognatore, un illuso, che non sono sufficientemente smaliziato, per la mia età, e che avevo cercato di vivere in un mondo su misura. Forse è in parte vero eppure le coppie che mi circondavano, prima erano coppie, come si dice, regolari. I rapporti erano rapporti rispettosi e normali di coppia. Quelli che ci si aspettano tra coniugi o fidanzati. Poi, una dopo l’altra, in breve tempo, di quelle coppie non sono rimasti che detriti. Erano scoppiate. Da quelle tranquille coppie erano uscite altre coppie e mille altri rapporti complessi che si intrecciavano; e rapporti cosiddetti clandestini.
Ritenevo (e ritengo tuttora) che per i nostri anni l’unica eccezione dovrebbe essere rappresentata dai giovani che, anche per età, hanno relazioni instabili, in continuo mutamento. Perché si sa che anche gli ambienti che frequentano invitano, per così dire, alle distrazioni e alle divagazioni. Quella musica a volumi insopportabili e quei suoni ipnotici. Inoltre le cose che ingurgitano in quelle piccole ore e che io non so nemmeno immaginare (e che Dio solo sa). Tutto insomma può diventare ricerca di emozioni e del piacere. Corrompere i costumi e le abitudini. Aiutare alla dissoluzione. E’ difficile crescere un figlio di questi anni.
Ora, come appena spiegato, sembra che mi sbagliassi e della grande (ma non può essere così) e che stesse cambiando il mio mondo. Mi sembra di vedere sempre nuove coppie, una enorme instabilità e precarietà. Coppie strane. Gente con gli occhi sfuggenti e un’aria clandestina. Confidenze esagerate. Allegrie. Mi sembra che anche ogni programma della televisione si sia fatto malizioso quando non sconveniente. Che si ammicchi sempre al nudo, ai rapporti e alla sessualità. Così come i giornali e la musica. Le edicole sono state invase da quelle riviste. Anche i notiziari della televisione; persino quelli. E’ difficile esser padre oggi.

P.S. In qualche caso nei commenti è stato osservato che i miei racconti brevi, quelli dei Profili e altri, paiono degli incipit. Allora allego un vero incipit; così, per divertimento. Quei raccontini brevi cercano di lasciare spazio a variazioni. Tendono a suggerire (sul tema); a muovere a variazioni. L’incipit invece lascia a metà aspettando un seguito. Ma forse è solo una cosa che mi racconto da me. Questo  naturalmente è un vecchio scritto. In realtà è solo l’inizio del primo capitolo di un intero romanzo, veramente il secondo di due, che naturalmente non ho nemmeno mai pensato di cercare di pubblicare.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: