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Posts Tagged ‘Adamo’

Come diceva quel saggio: “Posso spiegarti ma non posso capire per te”, allo stesso modo è difficile credere per chi non crede. Di creduloni ce ne son fin troppi e poi prestano credito alle cose più banali e infime. Qui stiamo parlando della grande Storia. Della vera Storia. Gli eventi sono quelli da cui tutti noi veniamo. Parola di un signore.

fulmineRiprendiamo la narrazione. Lui era andato perché doveva andare. C’era quella storia con Abimelek. Abramo non aveva detto una bugia, ma nemmeno la verità. E Sara era Sara. Temeva che potesse combinare un immane casino. Come quella Elena. Ma quella era un’altra storia. La loro storia. E a raccontare quella se l’era sbrigata velocemente. Se la sbrigassero tra loro. Era stata solo una stupida disputa. Su chi era più dio. Loro altro non erano che dei. Un po’ presuntuosi ma sempre dei. Pieni di vizi e poveri di virtù. Più simili agli uomini. E a uomini d’arme. D’arme e d’avventura. Sempre preda dei loro istinti. Solo un poeta cieco poteva perdere tanto a raccontare così povere gesta.
Una guerra. Un viaggio. Aveva già raccontato tutto lui, il poeta, l’aedo, il lirico. Lui, cioè loro, non aveva avuto bisogno del caos. Né di cori. Lui il mondo l’aveva creato per davvero. E dal niente. Senza indovini e oracoli e altri illusionismi. Tutta fatica del suo sacco. Lui non aveva bisogno di guerra. Se la vedeva da solo; era o non era un pacifista? Il primo. Bastava e avanzava l’ira divina per sistemarli. Un richiamo con voce tonante. Magari anche una cacciata. Un’onda un po’ più alta. Un’ordalia. Insomma quelle cose lì. E niente giochi. Niente finti cavalli. Niente maghe dagli occhi affascinanti. Gli sembrava tutto un gran bel romanzo. Con un linguaggio un po’ superato, passatista. Nient’altro che un romanzo. Quasi di cappa e spada. E che assurdità di quella città non lasciare traccia. Quasi a provocare chi ha il gusto dell’antico. Dal suo punto di vista era solo preistoria. Intanto tanto per essere precisi si sta parlando del 1850 a.C., ma ancora non si sapeva, per via di quel prima, o circa.
Avrebbe voluto tanto lasciare che se la sbrigassero. Ma non poteva certo fingere di non vedere. Così era andato suo malgrado. E fortuna che quello l’aveva presa bene. Ora non avrebbe accettato nessuna malalingua. «Non temere, Abramo. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Era vero che Abramo era ormai vecchio. Che erano sposati da tanto di quel tempo che non facevano più ormai caso uno all’altra. Si passavano accanto, si sfioravano, e nemmeno si vedevano. Nemmeno ne faceva mistero. Esattamente non facevano più caso uno all’altra. Ma quell’altra avrebbe anche voluto, voluto e sperato, forse, che facesse ancora caso. O forse no. Forse solo voluto. Il povero vecchio non era del tutto arzillo. Almeno in quei giorni. E tanti viaggi non gli giovavano. Gli mettevano fiacchezza. Era sempre a lagnarsi. Sempre in compagnia di qualche dolorino. Tutto ciò era vero, parola di dio. Ed era altrettanto vero che Lui, come promesso, era andato a visitarla, cioè a visitarli. E Lei, quella donna, cioè Sara, non aveva nulla da ridere. Insomma loro niente, poi, dopo la sua visita, Sara aveva scoperto di aspettarlo. Quel benedetto figlio. Non c’era nessuna attinenza. Solo un caso. Il frutto della sua promessa. Niente di più. Lui non c’entrava, non almeno direttamente, con quella nascita. Che dicessero quello che volevano. Un miracolo è solo un miracolo. I soliti scettici. Anzi che si imparassero a tacerselo.
Ché Abramo non era uno che ci pensava due volte. Gli dicevi una cosa e lui già l’aveva fatta. Non un cuor di leone, ma anche un fifone può trovare il suo attimo di coraggio. E Lui aveva grandi progetti su quel vecchio. E in quel momento doveva preoccuparsi di tenerlo vivo. E magari con un po’ di dignità. Che se ne sarebbe stato di uno così con un sospetto. Che poi se Sara non era certo un esempio nemmeno era peggio di tante altre. Le fosse mancata la virtù si sarebbe confusa con i più. Così aveva deciso. Che continuassero a ridere. E raccontare dei tre pellegrini. Che era stato solo lui ad essere imprevidente. Quando si ha moglie meglio tenerla da conto.
La verità forse era diversa. Gli aveva detto, lo aveva detto a lui, di prendere di tutto da tre. una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un piccione. Non era sceso nei particolari dei tre pellegrini. Lui li aveva accolti davanti alla sua tenda. Lui era stato ospitale come si doveva. Anche troppo. E aveva sacrificato il vitello migliore. Nemmeno quando gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie»? si domandò perché chiedessero subito di lei. Lui lo aveva pure in qualche modo avvertito e quello si era addormentato. Valli a capire i vecchi, a volte troppo sospettosi, altre troppo fiduciosi. Mentre quelli contemplavano Sodoma lui, vecchio, dormiva della grande. Sarebbe potuto finire il mondo. Forse quello era il segno di Dio ma Lui stesso non ne era certo. E dopo quei tre partirono per andare verso la città. Insomma questi erano i fatti. E Lui voleva essere certo di cosa succedeva in quelle città. Aveva chiesto loro di essere i suoi stessi occhi. Nient’altro. Ne era certo. E il vecchio avrebbe dovuto solo essere contento. E soddisfatto, e orgoglioso. Uscito di quel sonno profondo. Ma il vecchio non lo era completamente. Almeno non lo fu quando seppe che sarebbe diventato padre e popolo quando aveva l’età per essere nonno. Ma Lei sogghignava sotto i baffi pur non avendoli. E Sara, con la acca o no finale poco importa, pareva aver ritrovato il buonumore. Eppure aveva la sensazione che la calma fosse solo apparente. Abramo se ne stava buono e in disparte privo delle forze che da tempo non aveva. E Lui era preoccupato di quello che gli avrebbero raccontato da quelle città. Se ne dicevano tante e le più diverse. Nessuna di buona. Nel bene e nel male si sarebbero ricordati tutti di quelle due città. Sebbene Lui fosse clemente non ne poteva più di tanto clamore. Cercava certezza di quello che già sapeva, perché il Signore è onnisciente.
Comunque inviò anche due angeli per avere ancora altre certezze. Lui sapeva che Lot era un giusto, lui e pochi altri. Troppo pochi. Ma in fondo era fiero dell’ardire di quel vecchio Isacco. E Lot cercò anche di difendere i suoi ospiti. Offrì in cambio il bene che aveva più prezioso: «Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto». Ma gli angeli con viso d’angelo e quel loro sorriso angelico avevano invaghito gli uomini. O forse a quegli uomini erano più graditi gli uomini; proprio non se ne capacitava, non lo capiva. E così ebbero modo di conoscere l’ira divina. Sulla città si alzarono alte le fiamme. Salvò Lot per essere clemente con la supplica di Abramo ma lo stesso Lot si ritrovò con una moglie di sale. Mai che le donne riescano a dar retta a qualcuno. Non ci aveva potuto fare niente. Anche se era Dio. Un patto è un patto. E Abramo vide le città andare verso la loro distruzione. E poi solo rovine. E Lui si sentì stanco di quel fare e disfare. Certo sperava di essersi spiegato bene.
Voleva ripensare a quella storia. Niente era stato facile. E non voleva diventare lo zimbello di nessuno. Né di Lei né di sé stesso né di tutti gli altri Lui. Per ora Gli interessava il destino di Sara. Rimettere ordine. Scordarsi tutto quello che era successo. Fosse solo stato possibile. Teneva che ne avrebbero parlato e parlato per anni. Lui poteva fare quello che voleva ma distruggere due città era una cosa che non poteva passare inosservata. Sì! aveva salvato Lot, e le figlie, i generi no perché non avevano voluto credere, e quella moglie ormai solo un gran mucchio di sale. E nella confusione di città ne furono distrutte cinque, delle altre tre nemmeno si ricorda il nome. Di più non aveva potuto fare. Bastava che Lot fosse solo un poco più… venditore. Insomma convincente. Quelli erano un branco scatenato di anarchici senza Dio. Nemmeno nessun rispetto nemmeno per l’autorità. Avrebbero riservato lo stesso trattamento allo stesso Lot. Eppure era padre e aveva due figlie e perciò gli dovevano piacere le donne; a Lot. In che strana storia si era invischiato. Ma almeno di quelli si era liberato. Non avrebbe più dovuto vedere uomini che facevano occhi languidi ad altri uomini. O uomini a usare le donne come fossero uomini. Lei diceva che era un bieco moralista, solo un conformista; vecchio. Di quella modernità non sapeva che farsene. Meglio vecchio che così. Era quando vedeva Lei che si sentiva confuso.

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Addii

 

Grandi stanze di vecchie case avite

di provincia

piene di fischi di navi lontane, piene

di spenti rintocchi di campane

e di battiti profondi

d’orologi antichissimi. Nessuno abita

piú qui dentro

eccetto le ombre, e un violino appeso

al muro,

e le banconote fuori corso sparse

sulle poltrone

e sul letto largo con la coperta gialla.

Di notte

scende la luna, passa davanti

agli specchi esanimi

e coi gesti piú lenti rassetta dietro

i vetri

i fischi d’addio delle navi affondate.

Ghiannis Ritsos

Poeta della Resistenza greca

 

CANZONE PER GLI UOMINI

Io cammino verso la riva più bella.

Non piangete, miei piedi, che la spina insanguinata

Io cammino verso la riva più bella:

non piangere, cuore mio, straziato dal criminale.

Il mio cuore, immagine della terra,

è un vento leggero che accarezza la mano dell`amore,

tempesta per i lupi dell`odio.

Io cammino verso la riva più bella.

Se le mie scarpe restano senza suola

Camminerò sulle mie ciglia.

Che importa dormire?

Io tremo, pensando ai morti addormentati a mezza strada.

Compagni tristi e incatenati,

noi camminiamo verso la riva più bella.

Non perderemo che i nostri sudari, e vinceremo!

In alto i petti,

in alto gli occhi,

in alto le speranze,

in alto le canzoni.

Con le nostre forze,

con le croci presenti e passate,

noi supereremo i cammini

del paziente domani,

apriremo il paradiso dalle porte chiuse.

Dai nostri petti, dai nostri lamenti,

tesseremo poesie e le berremo,

dolci come il vino delle feste.

Tewfiq Zeyyad

Poeta della Resistenza palestinese

 

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Logo del sitoTake action today for Hana al-Shalabi – administrative detainee and hunger striker!

 Send a letter now to Israeli officials demanding Hana al-Shalabi’s freedom.

Hana al-Shalabi, an imprisoned Palestinian held under administrative detention without charge or trial, has been engaged in an open-ended hunger strike since her re-arrest on February 16, 2012. Now that Khader Adnan’s heroism has opened the eyes of the world to the struggles of Palestinian prisoners, it is imperative to keep the pressure on for Hana al-Shalabi.

TWEET NOW to share this action alert by clicking here.

Hana al-Shalabi – like Khader Adnan – needs international solidarity and support for her case to amplify her voice and that of her nearly 5,000 fellow Palestinian prisoners, and to make it clear that the people of the world will not accept the abuse and arbitrary detention of Palestinians by the Israeli occupation. Send a letter now to Israeli officials demanding her freedom.

Hana al-Shalabi was released from an Israeli prison in October 2011 in a prisoner exchange agreement; prior to her release, she had been held for more than 30 months. During that time, she was never charged with any crime nor tried; she spent nearly three years in arbitrary administrative detention.

Hana has been on hunger strike since February 16. On February 23, Hana’s parents both joined in her open-ended hunger strike. Hana’s brother, Samir, was killed by Israeli occupation military forces invading their village of Burqin in September 2009, and her sister, Huda, was also previously held without charge or trial under administrative detention.

After only four months released, Hana was once again arrested – and again, not accused of any crime. Once again, she has been sentenced to six additional months of administrative detention – renewable indefinitely, held arbitrarily. The targeting of Palestinian former prisoners for re-arrest and continued arbitrary administrative detention is not uncommon – Khader Adnan himself spent eight terms in administrative detention.

It is clear that Hana al-Shalabi was targeted for continuing imprisonment so quickly after her apparent release, and once again accused of nothing, except for unreviewable, unaccountable “secret evidence.”

Administrative detention violates the right to a fair trial as recognized in the International Covenant of Civil and Political Rights. It is a practice that is used to silence Palestinians without ever exposing the reality of such actions to the light of day – even in the rigged military court systems. Amnesty International has joined Palestinians and prison rights activists in demanding an end to administrative detention. Administrative detainees have vowed to boycott their hearings, demanding an end to the injustice.

Hana al-Shalabi’s hunger strike is a demand for dignity, for justice and freedom, building on the sixty-six day hunger strike of Khader Adnan, which drew the eyes of the world to the bitter reality of administration through his courage and sacrifice. Hundreds of Palestinian prisoners participated in a 23-day hunger strike in October 2011, demanding an end to isolation, abuse, denial of family visits, and the long-term isolation of Palestinian leaders such as Ahmad Sa’adat; Israeli promises to end isolation, aimed to secure the end of the strike, proved to be false.

Hana al-Shalabi must be released immediately, and international action is urgent.

TAKE ACTION!

  1. Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network urges the Palestine solidarity movement in North America and around the world to publicize the case of Hana al-Shalabi and all Palestinian political prisoners. Join in the call for an April 17 day of action for Palestinian prisoners’ day!
  2. Contact Israeli occupation officials and demand Hana al-Shalabi’s release. Sign your letter here.
  3. Organize a picket or protest outside the Israeli embassy or consulate in your location and demand the immediate freedom of Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Make it clear that the eyes of the world are on the situation of Khader Adnan and demand an end to the use of isolation, torture solitary confinement, and administrative detention against Palestinian political prisoners. Send us reports of your protests at Israeli embassies and consulates at samidoun@samidoun.ca.
  4. Send a fax as called for by FreeHana.org to occupation officials: Minister of Justice, Yaakov Neeman, fax: + 972 2 670 6357; Deputy Prime Minister and Minister of Defence Ehud Barak, fax: + 972 3 691 6940; Commander of the IOF in the West Bank, Major-General Avi Mizrahi, fax: + 972 2 530 5724. Click here for free fax service.
  5. Write to the International Committee of the Red Cross and other human rights organizations to urge them to act swiftly to protect Khader Adnan and all Palestinian political prisoners. Email the ICRC, whose humanitarian mission includes monitoring the conditions of prisoners, at jerusalem.jer@icrc.org, and inform them about the urgent situation of Khader Adnan. Make it clear that arbitrary detention without charge or trial is unacceptable, and that the ICRC must act to protect Palestinian prisoners from cruel and inhumane treatment.
  6. Keep sharing Hana’s story on social media.

Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network

http://samidoun.ca

samidoun@samidoun.ca


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INTRODUZIONE
A volte, sapendo della mia militanza sia in un’associazione ebraica che in una palestinese, qualcuno mi domanda se non mi sento un po’ schizofrenica. Rispondo di no, un essere umano è composto da molte
realtà, questo è vero per tutti e sceglierne una ed estremizzarla è il primo passo per la promozione del fondamentalismo che è, a mio avviso, uno dei mali della società contemporanea a livello mondiale. Il mondo non è mai stato più insicuro e più ingiusto, trovandomi a vivere in questa epoca, penso che il mio tentativo di costruire un ponte tra due realtà che solo apparentemente sono diverse e inconciliabili sia allo stesso tempo anche un ottimo modo di riconciliarmi con me stessa e di non sentirmi del tutto inutile e impotente.
All’epoca della mia adolescenza i giovani nutrivano grandi speranze per il futuro. Volevamo cambiare il mondo. Ci sembrava che tutto fosse in cammino verso un radioso domani di giustizia e di pace. Se mi volto indietro verso quelle facce sorridenti, quelle corse nelle manifestazioni sventolando bandiere di speranza mi prende una grande tristezza. Se solo avessimo saputo dove ci avrebbe condotto il futuro. A quell’epoca nutrivo, come tutti, una grande simpatia per la causa palestinese. Avevo amici palestinesi, studenti quasi sempre di medicina, organizzati nei “Gups” associazioni studentesche. Allora l’immagine dei palestinesi nel mondo era molto diversa da quella attuale. I fedayn erano partigiani della libertà. Lottavano per avere la propria indipendenza, il proprio stato, promesse che non sono state mantenute. Allora si diceva di loro che erano “il sale del Medio Oriente” volendo esprimere con questa metafora la loro capacità di esportare anche negli altri paesi arabi le loro idee di democrazia, di laicità, di semplicità, di libertà. Erano dei ribelli perché volevano esistere e scegliere il loro destino, per questo erano anche la nostra bandiera. Molti anni sono passati e molte occasioni consumate. Fiumi di lacrime e sangue hanno intriso la terra di Palestina. I palestinesi non hanno ancora il loro stato, anzi non ne sono stati mai così lontani, i profughi non sono mai tornati alle loro case, anzi sono aumentati e la loro condizione è ulteriormente peggiorata. La grande potenzialità di intelligenza e di cultura di questo popolo è stata progressivamente umiliata, disgregata, resa impotente. La speranza, sconfitta. Così sono venuti gli “eroi suicidi” oppure i terroristi o kamikaze, come sono stati chiamati ed infine purtroppo le lotte fratricide in una terra, Gaza, dove povertà e disoccupazione colpiscono la totalità della popolazione e dove non c’è più libertà che nei lager il cui abominio la storia ci ha consegnato. Così i palestinesi oggi, colpevoli di esistere e di voler rimanere nella loro terra, sono diventati nell’immaginario dei terroristi, una maschera che è stata cucita loro addosso proprio da chi ha prodotto e pianificato la loro tragedia e che ora guarda con compiacimento come si scannano tra loro come i tonni impazziti nel corso della mattanza e li additano al mondo a dimostrazione di quanto siano folli rozzi e violenti. I media ci sguazzano e volentieri parlano delle lotte intestine di Hamas contro Fatah, ma si guardano bene dall’informare dei bambini di Nablus usati come scudi umani dall’esercito israeliano o dei soldati che spalleggiano i coloni mentre aggrediscono delle contadine a Hebron e men che meno fanno approfondimenti sui giovani uccisi a sangue freddo mentre sostano davanti a un bar, da assassini mascherati che poi spariscono nel nulla e che sono gli esecutori dei cosiddetti “omicidi mirati”. I palestinesi sono un “problema irrisolto” vecchio di 60 anni se si parte dal 1948 o di 40 se si conta dall’occupazione dei 1967. Il mondo si è stancato perfino di sentirne parlare. Il grandissimo poeta palestinese Mahmud Darwish scrive: “Ogni anno, se vado nei campi o accendo la televisione, vedo sempre la stessa immagine: una donna palestinese che porta via le sue cose e i suoi bambini, che sta scappando in un campo di Rafah, di Gaza o del Libano. La vedo gridare, alzare le mani al cielo, ma il cielo non risponde. Questa donna una volta era mia madre, poi è stata mia sorella e forse adesso è mia figlia.”
Sono soli e questo significa che anche noi, che non ci vogliamo arrendere all’ingiustizia, siamo soli, che anche la speranza di pace è sola, che anche il futuro è solo. Mi chiedono spesso perché io, ebrea, mi ostini tanto ad occuparmi della Palestina: la ragione è semplice, il dolore della Palestina ricade su di me. Io non posso rimanere indifferente. Ovviamente non riguarda soltanto me in quanto ebrea, riguarda tutti, quella palestinese è una questione morale fondamentale della nostra epoca, ma per me rappresenta una responsabilità particolare. E’ ciò che sentirono all’indomani della seconda Intifada anche le altre persone che con me firmarono una lettera pubblica intitolata “Non in mio nome” riferendosi alla pretesa del governo israeliano di parlare e di agire in nome di tutti gli ebrei del mondo. In seguito diventammo una rete che si chiamò “Ebrei contro l’occupazione” cioè contro l’occupazione da parte di Israele di Gaza e Cisgiordania. Ora ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un piccolo progetto che riguarda un ambulatorio a Marda, un villaggio palestinese, e partecipiamo a conferenze, dibattiti, incontri dovunque ci chiamano a parlare per spiegare il nostro rifiuto della politica israeliana e le ragioni del nostro sostegno alla lotta palestinese contro l’occupazione e per la conquista del loro stato o di uno stato in cui ci siano uguali diritti per tutti. La nostra associazione è federata ad una rete europea di cui fanno parte gruppi. e associazioni di ebrei dissidenti di alcuni paesi europei e che si chiama “Ebrei europei per una pace giusta”. Anche in Israele esistono gruppi e associazioni di ebrei che combattono contro l’occupazione israeliana. La più famosa è “Gush Shalomblocco della pace”. Molte associazioni, la maggioranza, sono composte da donne, la più storica è quella delle “Donne in nero” un gruppo di donne nato dopo la guerra dei Libano del 1982 scatenata da Israele, e nel corso della quale fu perpetrato un crimine che rimarrà per sempre nella memoria collettiva: la strage di Sabra e Chatila, due campi profughi palestinesi i cui abitanti furono tutti orribilmente trucidati, ed erano per lo più donne e bambini, dalla falange libanese su commissione di Sharon. Queste donne vestite di nero, per simboleggiare il lutto sostavano silenziose con i loro cartelli in una piazza pubblica per un’ora tutte le settimane. Ora il loro movimento si è sparso in tutto il mondo, non sono più soltanto israeliane, anche in Italia esiste un gruppo molto attivo. Ci sono poi gruppi di donne che sostano ai check point per documentare i soprusi e le violenze dei soldati. Dopo la seconda Intifada è sorto un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi di nazionalità israeliana che lavorano insieme e che si chiama “Tajush” in arabo: vivere insieme. Un altro gruppo combatte contro la demolizione delle case, cercando con la sua presenza di impedire le demolizioni e a volte ricostruendo le case abbattute. C’è anche un gruppo che fa un lavoro molto importante sulla memoria, si chiama “Zochrotricordare. Il suo programma vuole rendere consapevoli gli israeliani del fatto che la guerra da loro celebrata come indipendenza è coincisa con la “Nakba” palestinese (catastrofe). Hanno una banca dati che offre informazioni storiche su quanto è accaduto nel 1948 e organizza tour negli antichi villaggi palestinesi rasi al suolo che culminano con una cerimonia sul posto in cui viene eretto un cartello in arabo ed ebraico che indica il nome del villaggio e i dati essenziali sui suoi abitanti. Ci sono poi i refusniks, il movimento di coloro che si rifiutano di entrare nell’esercito o almeno di andare nei territori occupati “ad opprimere un altro popolo” come essi stessi dichiarano. La loro prima organizzazione nata nel 1982 si chiamava “Yesh g’vul”, (c’è un limite). Dopo la seconda Intifada sono diventati migliaia e perfino alcuni piloti, la formazione militare più fedele, si ribellarono dopo lo sganciamento di una bomba da una tonnellata su un’abitazione per eseguire un omicidio mirato che fece una strage. Un gruppo attivissimo che lotta contro il muro costruito da Israele apparentemente per difendersi dagli attentati, ma in realtà con l’obiettivo di annettersi più territorio palestinese possibile e rubare risorse e falde acquifere, è quello degli “Anarchici contro il muro”.
Questo gruppo è molto assiduo nelle manifestazioni che ogni venerdì da due anni si svolgono nel villaggio di Bil’in. La lotta di Bil’in è l’altra faccia degli scontri violenti che si svolgono a Gaza. Un movimento assolutamente non-violento costituito dagli abitanti del villaggio che il governo israeliano vuole decurtare dell’80% della sua terra per farvi passare sopra il muro. Opporsi per gli abitanti di Bil’in è una necessità: la terra dà loro da vivere. Attorno a Bil’in si sono stretti i pacifisti israeliani e internazionali che partecipano ogni settimana alle manifestazioni, osteggiate dai soldati in modo violentissimo, benché queste marce siano composte da persone pacifiche e inermi e da una moltitudine di bambini. L’atmosfera di Bil’in permette che a queste marce camminino fianco a fianco non solo israeliani e palestinesi ma anche militanti di Hamas e di Fatah nella più assoluta tranquillità e distensione. Recentemente a Bil’in si è tenuto un grande e importante convegno internazionale e ora questa lotta non-violenta si è allargata anche a Betlemme. Nonostante la violenza dell’occupazione riescono a vivere anche esperienze del genere come pure la recente formazione dei “Combattenti per la pace” costituita da israeliani e palestinesi ex soldati ed ex miliziani che hanno scelto di non sparare più e da tempo esisteva l’organizzazione israelo-palestinese dei parenti delle vittime dell’una e dell’altra parte che riconosce nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi la vera responsabile di ogni uccisione e ne chiede la fine.
Se si volesse stendere una lista dei gruppi israeliani che lottano per i diritti umani, per la democrazia e quindi contro l’occupazione e dei gruppi palestinesi che scelgono una lotta non-violenta non basterebbe un elenco telefonico, eppure il loro impegno riesce appena a testimoniare che ci può essere un modo diverso di vivere insieme. La ragione è che la forza della propaganda israeliana è almeno pari alla sua potenza militare. Ma non basterebbero questa forza e questa potenza se Israele non fosse spalleggiato e difeso a spada tratta da tutto il mondo, in primo luogo dagli Stati Uniti che lo riforniscono anche di nuove armi di distruzione di massa. Il mondo chiude gli occhi davanti alle atrocità commesse dallo stato israeliano e anche l’Europa ha cambiato progressivamente atteggiamento nei confronti dei palestinesi cedendo sempre di più alle “ragioni” di Israele fino a mettere in atto un embargo che ha dell’assurdo, verso i palestinesi, un embargo non verso uno stato, ma verso un popolo occupato! Questo ci dà la misura dell’ingiustizia usata verso i palestinesi. Israele può impunemente mettere in prigione bambini di 12 anni, che considera adulti secondo la legge militare, può torturarli, ucciderli, usarli come scudi umani. Può tenere migliaia di persone in detenzione amministrativa per anni e anni senza istruire un processo né permettere loro di avere un avvocato, può demolire centinaia e migliaia di case perché gli serve quel territorio per farci una nuova colonia, può erigere un muro che non divide gli israeliani dai palestinesi, ma i palestinesi dai palestinesi facendolo passare in mezzo a un villaggio, dividendo i bambini dalla scuola, i malati dall’ospedale, i contadini dal loro campo, può privare i palestinesi dell’acqua e proibire loro di scavare pozzi mentre i coloni la sprecano per innaffiare a pioggia i loro prati e riempire le loro piscine, può uccidere senza processo coloro che decide siano ricercati o sospetti, può fare incursioni su città densamente abitate, può requisire terra e abbattere oliveti, può distruggere palazzi e quartieri di importanza storica, impedire ai giovani di andare all’università, può riempire di check point tutto il paese, ce ne sono più di 500, impedendo i movimenti e la libera circolazione di tutti, può costringere le donne a partorire ai check point, può chiudere il passaggio alle merci palestinesi facendole marcire e impedendo qualsiasi possibilità di economia autonoma, può avere carceri segrete peggiori di Guantanamo ma di cui non si deve parlare né nel paese né fuori.
Infine Israele che è l’unico stato nato da una risoluzione dell’ONU ha disatteso ben 73 risoluzioni dell’ONU senza che nessun ispettore sia andato a controllare né nessuno abbia scatenato una guerra contro di lui per difendere i palestinesi.
Il mondo intero produce odio” scrive ancora Mahmud Darwish “ma non vuole accusare Israele per timore di essere accusato di antisemitismo. Così Israele anziché uno stato che opprime diventa un valore etico al di là di ogni legge: non più un fenomeno storico, ma divino.”
Una delle richieste di EJJP, “Ebrei europei per una pace giusta” e anche dei pacifisti israeliani è di non trattare più Israele come uno stato a parte, di trattarlo come qualsiasi altro stato e quindi di costringerlo a sottostare alla legalità internazionale, anche con sanzioni se non vuole saperne. Permettere a Israele di fare tutto ciò che vuole nell’impunità e giustificano fino all’assurdo, alla complicità, alla connivenza, oltre ad essere profondamente ingiusto non fa il suo bene. La società israeliana, a parte i numerosi ma piccoli gruppi di pacifisti, è sempre più paranoica, malata, violenta. Il muro che è stato innalzato per rendere impossibile la vita dei palestinesi è anche un muro mentale: persone che vivono a pochi chilometri di distanza non s’incontrano mai, farlo costituirebbe un reato, infatti è illegale che un israeliano vada nei territori palestinesi occupati, a meno che non sia un colono nel qual caso può circolare dove e come vuole in tutta libertà, mentre meno ancora un palestinese della West Bank o di Gaza può andare in Israele. Leggi recenti proibiscono anche i matrimoni tra israeliani e palestinesi in quanto il coniuge palestinese non avrebbe il permesso di vivere in Israele, né quello israeliano in Palestina. Una legge aberrante che proibiva a un israeliano di dare un passaggio in macchina a un palestinese per fortuna non è passata per l’opposizione dei pacifisti.
Gli israeliani si portano dietro il loro muro mentale dovunque vanno, mentre si comportano in modo arrogante e violento pensano che tutto il mondo è contro di loro. Assecondarli e dar loro ragione non è né giusto, né utile.
Per me che ho sempre cercato l’incontro e che anche come scrittrice ho sempre ascoltato “l’altro dentro di me”, riconoscendolo, con Jabnès, un filosofo ebreo tra i miei più vicini, come la parte migliore di me, la più profonda la più sconosciuta, la più vicina all’anima, è stato molto importante e arricchente entrare a far parte del direttivo dell’associazione “Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese” dove ho avuto modo di incontrare e conoscere meglio molti amici palestinesi con i quali condivido pensieri, progetti e obiettivi. L’ho detto spesso dopo la seconda Intifada, (la parola vuol dire scuotere, scuotersi di dosso, e ha scosso parecchio anche me) che in Israele si stava preparando la tomba dell’Ebraismo. L’Ebraismo come cultura, etica, filosofia, quell’Ebraismo che accoglieva e rispettava gli altri, che affermava “Rispetta lo straniero perché siamo stati stranieri in terra d’Egitto”. Restava la retorica, la propaganda, l’odio. Le accuse di antisemitismo a chiunque ebreo o non ebreo criticasse la sua politica guerrafondaia e assassina, l’ossessione della “sicurezza” mentre rende insicura la vita di un intero popolo, e infine la convinzione che a loro tutto deve essere permesso.
Israele ha un ruolo importante nei piani degli Stati Uniti per costruire un nuovo Medio Oriente, cioè per dividere e disgregare tutta la regione, gettandola nel caos (Libano) e nella guerra (Irak) per poi poter meglio dominarla e appropriarsi delle sue risorse con il metodo del vecchio colonialismo. Bush prende esempio da Sharon, da Olmert, da ogni delinquente che siede alla knesset, da come costoro colonizzano i palestinesi per usare gli stessi sistemi in tutta la regione. “L’impero statunitense sta tornando a un sistema di colonialismo diretto come nel diciottesimo secolo. Stiamo vivendo nell’era dei monopolarismo. Tutto questo sta spingendo il mondo sull’orlo del baratro. Il fondamentalismo statunitense crea dei fondamentalismi opposti che a loro volta lo rafforzano. E’ un gioco di attrazione e di sostegno reciproco tra estremismi e ogni estremismo esercita la propria forza magnetica sulle società del inondo attirando sempre più persone. Il dialogo allora è indispensabile. Non c’è alternativa al dialogo(… .) Il inondo è fatto di popoli, culture, interessi intrecciati gli uni con gli altri e non può pensare a dividersi senza distruggersi. Per questo è dovere dei saggi rifiutare i diktat dei “neocons” e di tutti i fondamentalismi che ci stanno portando verso l’abisso” (Mahmud Darwish).
In questi giorni in Israele si celebra la grande vittoria della guerra dei 6 giorni. Nella West Bank, a Gaza, a Tel Aviv (attivisti di sinistra e genitori in lutto) nel mondo, si protesta contro l’occupazione ricordando 40 anni di assedio. La popolazione palestinese è stata sottoposta alla legge militare per 40 anni, (ordini categorici stabiliscono che alcuni terreni sono “zone militari chiuse” ciò succede nelle aree agricole durante il periodo dei raccolto, non c’è appello, i soldati non devono spiegare né giustificarsi), alle incursioni in qualsiasi momento, al coprifuoco per settimane, alle limitazioni dei check point che bisogna passare per andare a scuola, al lavoro, all’ospedale, a trovare amici, con un’attesa che può durare ore e che spesso finisce con il divieto di passare senza spiegazioni e senza appello. Da quando è cominciata la costruzione del muro dell’Apartheid sul territorio palestinese molti villaggi sono del tutto isolati con la gente prigioniera nelle proprie case. I governi della UE sono rimasti in silenzio di fronte alle violazioni della legge internazionale, dall’anno scorso hanno, aumentato il loro appoggio materiale e morale alle azioni illegali di Israele, isolando ancora di più il popolo palestinese.

La tragedia del popolo palestinese, emblematica della tragedia umana, della tragedia del mondo, ricadrà su tutti noi, travolgendoci, se non riusciremo a rendere veramente efficace la nostra lotta, se li lasceremo soli.

“Non lasciateci soli, non abbandonateci.
Le nostre perdite:
Da due a venti persone, giorno dopo giorno.
E dieci feriti
E venti case
E cinquanta ulivi
Aggiungeteci la perdita intrinseca
Che sarà il poema, l’opera teatrale, la tela
Incompleta
Da “Stato d’assedio” di Mahmud Darwish

da Handala di Miriam Marino
edizioni STELLE CADENTI – 29 giugno 2008 (licenza Creative Commons)

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Manifesto per la campagna THIS IS WHAT ISRAEL IS DOING IN GAZA
Girava per la terrazza conficcandosi le unghie nelle palme delle mani, impotente. Impotente davanti al fuoco. Guardò sua moglie. Stava piangendo. Aveva paura. Era la prima volta che aveva paura. Come se la mitraglietta scarica le facesse sentire che la resistenza di Hassan altro non era che una bambinata e che i ragazzi che avevano addestrato affannosamente erano solo dei pupazzi. Avrebbe mai potuto offrire qualcosa a sua moglie? Una parola per rassicurarla e per infonderle un po’ di forza?
Senza un’arma sapeva che sarebbe morto nella sua casa come un topo in trappola.
Non sopportava che Suàd piangesse. Quando lui la guardò esasperato gli disse solo due parole:
— Hassan, il bambino?
Omar? Proprio per Omar cercava di battersi, per i piccoli del paese, maestro di giorno e combattente di notte.
Già, il suo bambino! La risposta era sulle barricate di cui ha bisogno chi combatte, e chi combatte ha bisogno di armi.
Gli balenò l’immagine degli invasori che festeggiavano una meschina vittoria ottenuta contro pacifici villaggi.
Guardò sua moglie, sarebbero morti tutti e tre se non avessero preso subito la strada per Birak Sulayman, le Cisterne di Salomone. Lì avrebbe lasciato il bambino e la madre, insieme agli altri profughi, e sarebbe tornato indietro a fare qualcosa.
— Vieni!
Le prese la mano e scesero la scala insieme. Si avvicinò al letto di Omar e lo tirò su. Dormiva. Sognava un giorno nuovo, felice, col sole della speranza. Si sarebbe riaddormentato tranquillo fra le braccia della madre.
Vide sua moglie che apriva l’armadio; riempiva un fagotto di vestiti poi andava verso il tavolino e prendeva la foto del loro matrimonio.
E se ne andarono, la moglie col fagotto, lui con Omar. Se lo stringeva delicatamente al petto cercando di dargli calore con tutto il suo affetto, in modo che non avesse paura né aprisse gli occhi su quella notte di terrore. Le pallottole avevano smesso di fischiare e neanche i cannoni tuonavano. Gli ebrei avevano forse capito, finalmente, che era inutile sparare sul villaggio disarmato. Forse risparmiavano munizioni o si riposavano in vista dell’attacco finale. Avrebbero preso Battìr, disarmata sul fianco della valle, scendendo dalle loro postazioni sul monte.
Hassan si voltò verso casa sua. I muri bianchi erano impregnati dell’argento della luna e il profumo dei fiori del mandorlo li purificava con generosità primaverile. Le pietre con cui la daisua casa era fatta venivano dalle cave della montagna, portate dai suoi avi. Il suo giardino era frutto di zappa i cui colpi erano portatori di mille promesse.

Sanira Azzam (Palestina 1927 – Giordania 1967)
da La coperta rossa in Palestinese e altri Racconti, pagine 26, 27 e 28.
Edizioni Q – Roma.

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La mia Franca, ritratto il giorno dei suoi 17anniEccola un’altra di quelle canzoni che senza una vera ragione mi ha sempre frugato dentro e fatto pensare a te. Questa vecchia maledetta canzone del ‘65 mi ha perseguitato; canzone per un amore sfortunato, come lo era allora. Certo a differenza la notte non ho mai pensato a maledirti ma spesso mi ha accompagnato ad aspettare l’alba. E continuavo a vedere la tua figura di spalle che si allontanava. Non ti giravi mai a guardarti indietro. Ora, oggi, amo anche quei ricordi che mi hanno regalato la forza di mantenere il tuo ricordo. Oggi che posso ballarla e piangerla abbracciato a te. Ancora per te e per tutte le donne e per tutti quelli che amano. Anche un amore sfortunato è pur sempre un grande regalo, meglio che non amare. Comunque ora che non ho più alcun dubbio che ho amato per tutta la vita quella ragazza della foto. Che era “PER SEMPRE”. Ora fa meno male. Per te e per tutte le donne e per gli innamorati… E allora te lo dico una volta ancora quanto… TI AMO.
Se il giorno posso non pensarti
la notte maledico te
e quando infine spunta l’alba
c’è solo vuoto intorno a me

La notte tu mi appari immensa
invano tento di afferrarti
ma ti diverti a tormentarmi
la notte tu mi fai impazzire

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

E la tua voce fende il buio
dove cercarti non lo so
ti vedo e torna la speranza
ti voglio tanto bene ancora

Per un istante riappari
mi chiami e mi tendi le mani
ma il mio sangue si fa ghiaccio
quando ridendo ti allontani

La notte
Mi fa impazzir mi fa impazzir

Il giorno splende in piena pace
e la tua immagine scompare
felice tu ritrovi l’altro
quell’altro che mi fa impazzire

La notte
Mi fa impazzir
mi fa impazzir
mi fa impazzir

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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