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Posts Tagged ‘addio’

Lettere di partigiani condannati a mortePer fortuna ogni tanto si torna a parlare di Resistenza, anche lontano dal 25 aprile. Qualche volta se ne parla fuori contesto per giustificare tutto e niente, magari solo per richiamare un eroismo e una dignità italiana che pare perduta. Spesso se ne parla intercalando parecchie amnesie. Vorrei fare qui solo un unico richiamo a come, dopo la prima dolorosissima stagione, i Resistenti abbiano capito che non si potevano affrontare un esercito regolare e le milizie fasciste con la tattica dello scontro frontale in campo aperto e abbiano ripiegato sulla cosiddetta “guerra di guerriglia”. Forse varrebbe la pena soffermarsi ancora un attimo ma qui, per ora, mi limiterò a riportare alcune Lettere di partigiani condannati a morte. E’ un pezzo che ho il libro sul comodino per farne una scelta. Poi Bombo Incazzato, amico di Facebook ha messo un post nello stesso social network risparmiandomi fatica e ricordando …ecco cosa ci hanno lasciato…e noi?. Inserisco qui la sua scelta: questa breve lettera piena di dignità.

Ugo Machieraldo (Mak)
Di anni 35 – ufficiale in Servizio Permanente Effettivo – nato a Cavaglià (Vercelli) il 18 luglio 1909 -. Maggiore di Aeronautica: Ruolo Navigante, quattro Medaglie d’Argento al Valor Militare, due proposte di Medaglia d’Argento al Valor Militare – dall’autunno del 1943 si collega all’attività clandestina in Milano – nel 1944 si unisce alle formazioni operanti in Valle d’Aosta, dapprincipio come partigiano semplice, poi come ufficiale di Stato Maggiore della 76′ Brigata Garibaldi operante in Valle d’Aosta e nel Canavese -. Catturato la notte tra il 29 e il 30 gennaio 1945 in località Lace (Ivrea), in seguito a delazione, da militari tedeschi – incarcerato a Cuorgnè (Torino) -. Processato dal Comando Militare tedesco di Cuorgnè -. Fucilato il 2 febbraio 1945 contro la cinta del cimitero di Ivrea, con Riccio Orla e Piero Ottinetti -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Mia cara Mary,
compagna ideale della mia vita, questa sarà l’ultima lettera che tu avrai dal tuo Ugo! Ed io spero che sappia portarti tanto conforto. Il tribunale militare tedesco di Cuorgnè mi ha condannato a morte mediante fucilazione ed io attendo con altri due patrioti (Orla Riccio di Borgofranco e Ottinetti Piero di Ivrea) di passare da un momento all’altro a miglior vita. Sono perfettamente sereno nell’adempiere il mio dovere verso la Patria, che ho sempre servito da soldato senza macchia e senza paura, sino in fondo. So che è col sangue che si fa grande il paese nel quale si è nati, si è vissuti e si è combattuto. Come soldato io sono sempre stato pronto a questo passo ed oggi nel mio animo è grande più che mai la forza che mi sorregge per affrontare con vera dignità l’ultimo mio atto di soldato. Bisogna che tu, come compagna ideale e meravigliosa del tuo Ugo, sappia come lui sopportare da sola con la nostra cara Nena il resto della tua vita che porterà il tuo Ugo nel cuore.
Vado ora a morire ma non posso neanche finire, ti bacio forte forte con Nena, tuo
Ugo

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Disegno a matita di un volto di giovane donnaLo infastidiva sentirsi chiamare Matteo anche se quella storia era durata diciassette anni. Capita che era il risultato dell’abitudine, per tanto tempo al suo fianco c’era stato Matteo. Capiva ma la cosa continuava ad infastidirlo soprattutto quando lei pronunciava quel nome sospirando anche in quei momenti. Ne era infastidito e pensava che era anche un nome molto comune. La cosa l’aveva vissuta nel silenzio certo che col tempo lei avrebbe dimenticato. Era certo che non fosse nemmeno un problema di memoria, che fosse una sorta di associazione automatica. Poi ne avevano parlato. Capitava anche a lui la tentazione di chiamarla Giuseppina anche se lui riusciva a trattenersi e correggersi in tempo. E poi lei gli aveva assicurato che era finita; finita veramente e completamente. E si scusava con quel suo sorriso grazioso e mesto. Ma lui non immaginava che sarebbe durato. Invece con il passare dei mesi il fastidio cominciò a mutarsi un rabbia. Una rabbia sorda e prolungata. Dopo l’amore si portava dietro un lungo rimprovero senza soddisfazioni. Sapeva tutto di quel Matteo, solo non sapeva perché fosse stato così importante e come sopravvivesse alla fine del rapporto. Eppure era certo del suo sentimento. E che lei pensasse solo a lui. Era il nome che le era rimasto appiccicato tra le labbra. Si disse che col tempo… E che avrebbe pazientato.
Ma quel tempo sembrava non arrivare e sentire quel nome, Matteo, anche nei loro momenti di intimità era diventato un supplizio. Ne veniva ferito in modo sempre più doloroso. Eppure lei lo ringraziava continuamente della sua gentilezza, della sua pazienza e della sua dolcezza. E gli diceva che era un amante attento e sensibile. Ma a volte anche nel dirgli questo di ingarbugliava e lo chiamava Matteo. E lui, in quei momenti, gridava nella sua testa: Aldo! Aldo! Mi chiamo Aldo! Prova a dirlo. E, sempre nella sua testa, la rimproverava violentemente. Salvo poi darsi dello stupido. E allora aspettava che passasse la rabbia del momento e glielo diceva con dolcezza. Lo rinfacciava ma cercando di farsi vedere comprensivo e di non ferirla troppo. La pregava. E lei non mancava di scusarsi mostrando anche di impegnarsi, ma era più forte di lei e di quello che avrebbe voluto. Era ormai arrivato ad odiare quel Matteo che era anche un nome molto comune. A farsene quasi una fissazione ripetendo cose già ripetute. Che poi quell’uomo non meritava né rispetto né gratitudine: Se n’era andato per un’altra in modo mediocre e da codardo. Se n’era andato e non era la prima volta, ma questa volta era stato per sempre. Certo che l’amore è cieco, ma quella fuga era stata anche la sua fortuna. Se Matteo non se ne fosse andato lui non avrebbe mai trovato il coraggio di avvicinare Aurora. Ma in quel non volersene veramente andare aveva smesso di ringraziarlo e di ringraziare il momento in cui era sparito. Quel giorno lei gli disse una cosa destinata a rimanergli ben piantata nella testa: “Non provare a lasciarmi, potrei ammazzarti”.
Perché avrebbe dovuto lasciarla? Era ancora bella e aveva sempre sognato tutto quello che lei gli dava. Era la cosa più bella che gli fosse capitata. Poteva definirsi completamente felice e sapeva che lei, prima o poi, avrebbe finito con lo scordare anche l’abitudine dell’uso di quel nome che ormai lo ossessionava. Nel frattempo aveva fatto sparire tutte le foto in cui quel lui appariva e quelle che li ritraevano assieme. Lei non si era opposta, capiva che gli potessero arrecare disturbo. Lui le aveva spiegato, con calma, che quel gesto avrebbe aiutato la fine di una cosa finita. Glielo aveva spiegato poco convinto perché era difficile anche per lui capire come una cosa del genere potesse sopravvivere alla propria fine. In fondo lui dopo Giuseppina non aveva più amato e nemmeno molto prima, e non gli era riuscito difficile scordarla, e scordare tutte le cose che le rimproverava, i cibi precotti e surgelati, le sue amnesie e le assenze, e tutto il male che gli aveva fatto. E poi Aurora era bella. E non aveva e vedeva che Aurora. E Aurora aveva solo quel piccolo difetto, quel tatuaggio proprio lì. Ma era solo un piccolo difetto, gli pareva bella ugualmente anche se lui odiava i tatuaggi.
Non l’avrebbe mai sospettato ma provò ancora più indignazione quando nell’apice di un amplesso si sentì apostrofare col nome di Sandro. Anzi quando tra un gridolino e una interruzione di fiato la sentì sospirare un ispirato: “Oh! Sandro”! Aveva tanto sperato che lei scordasse Matteo e non immaginava che potesse sostituire quel nome con nulla tranne che con il suo. E sapeva fin troppo bene chi era quel Sandro, quel vigliacco, e oltretutto quello non era il suo nome ma una abbreviazione confidenziale giacché lui si chiamava Alessandro. Si chiese se era vero quello che si diceva in giro. Sulle prime lei si provò a dire che non sapeva perché aveva pronunciato quel nome, poi si provò a inventare delle scuse poco credibili ed infine ammise che era stato solo un incidente, una cosa di poco conto, un capriccio. Che forse era stata stupida, in un momento di debolezza, e che lui, Sandro, aveva approfittato di lei. Certo son cose che capitano, normali, comprensibili, fin che capitano gli altri. Insistendo arrivò quasi alla conferma che quello non era nemmeno il primo momento di debolezza da quando erano assieme. Ed ebbe anche la conferma di quello che si diceva di Sandro; e fu proprio lei a confermarglielo confidandogli che era stata solo una debolezza ma una… grande debolezza. Gli uomini sono sempre in competizione fra loro e non amano perdere, soprattutto soffrono di sentirsi inferiori e ancor più inferiori in quello. Ma hanno un difetto gli uomini che è anche la loro condanna ed è la loro curiosità. Lui voleva sapere e alla fine lei cedette: di quella grande debolezza si era sentita proprio riempita tutta. Lui non riusciva a perdonarla anche se lei gli giurava che non si sarebbe ripetuto mai più. Aveva perso la fiducia nella propria donna, ormai Aurora non era più la sua Aurora e il sospetto gli avrebbe rovinato l’esistenza. Decise di porre fine al loro rapporto anche se la cosa gli sarebbe costata fatica e dolore e si apprestò a rifare le valigie.
Il mattino si sentì male e chiamò in ufficio per avvertire che non sarebbe passato. Nel ventre sentiva l’infermo come se un acido lo corrodesse tutto dentro. Non riusciva più a muoversi e anche il suo sguardo andava annebbiandosi. Si ricordò delle parole che lei aveva pronunciato quel giorno quando gli si avvicinò dicendogli: “Non lo dovevi proprio fare”. Poi la vide spogliarsi e salire sul letto e non ebbe più nessun dubbio che era stata proprio lei la causa di quel suo strano male, ma la vide ancora bella, forse bella come non gli era mai parsa. L’ultima immagine fissata dai suoi occhi fu quella di Aurora che lo possedeva ed era come completamente scatenata sopra di lui. Era scossa dalla passione e dal delirio dell’orgasmo che si presentava singhiozzante e ripetutamente. Lei continuava a incitarlo. Gli dava dello stronzo. Lo ringraziava. Gli ripeteva che non era mai stato così. E’ anche più bello. Non temi paragoni, anche Sandro non è niente a confronto di te in questo momento. Lui sentì che la vita lo stava lasciando mentre lei non aveva ancora trovato completamente la pace del corpo e le ultime parole che udì furono: “Non lo sai che l’abitudine è sempre l’ultima a morire”?
In seguito lei non parlò mai di quella cosa con Sandro né con nessun altro. Sarebbe rimasto per sempre un segreto solo suo. Di Aldo nessuno si sarebbe più interessato né avrebbe più sentito parlare. Era solo suo e lo portava in cuore. Restavano solo quelle poche fotografie che avevano fatto assieme. Si chiese come si fa ad essere gelosi di chi non c’è più. Ma forse lui non poteva capire. In fondo quell’uomo era stato stupido ma lei lo aveva molto amato. E come sempre non era stata capace di liberarsene, di farne senza e perdonare. Come sempre era stata golosa di lui. Sarebbe rimasto per sempre con lei, dentro di lei. Tranne le ossa che aveva provveduto a seppellire, con le altre, in giardino. L’unico guaio era che aveva messo su qualche chiletto. Poco importava perché a Sandro piaceva anche così, e poi, avesse voluto, avrebbe ripreso il suo peso con un minimo sforzo, anche perché si stava veramente innamorando di Sandro. E Sandro aveva veramente perso la testa per lei. E Sandro, ovvero vederselo intorno, era diventato una bella abitudine. In realtà per lei era l’amore la più bella delle abitudini. Non si può che ammetterlo che anche il sesso alla fine si riduce a poca cosa se non c’è l’amore.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSi guardò indietro: non aveva portato nulla con sé.
Strano viaggio la vita. Non capiva. Si era sentito confuso. E non aveva voluto crederci. Non poteva finire. Non lo voleva. Eppure era finito. E finito da tempo. Aveva lottato. Aveva difeso quel sentimento. Le aveva provate tutte. Almeno così credeva. E alla fine era stata lei a dire basta. Come fosse una decisione leggera. Lui aveva sbagliato risposta.
La sua domanda era stata: “Perché non possiamo restare come amici”? Poco importava che non ne sarebbe stata capace. Poco importava che non poteva finire così. Che erano stati insieme una vita. Lui aveva sbagliato quella risposta: “L’amore o è o non può essere”. E si era trovato messo alla porta. Con tutto il suo orgoglio. Con tutta la sua testarda convinzione. Con una briciola di arroganza. Poche cose in una valigia e un addio al telefono.
Strana donna Margherita. Ma quale donna non è strana. Non le aveva mai capite le donne. Eppure le considerava ancora creature magiche. Ma in fondo chi non è a suo modo strano. Lui stesso era un enigma complicato e irrisolvibile per sè. Così attraversò la porta e si sentì libero. Stranamente libero. Il passato alle spalle. Il passato non sarebbe mai potuto tornare. Non così. E ogni altra promessa sarebbe stata vana.
Si sistemo in quel piccolo appartamento provvisorio. Un vero buco. Ci sarebbe stato da piangere. Sessant’anni e ricominciare. Si sentì vecchio. Sistemò le sue poche cose. Un po’ di abiti. Nessun disco. Nessun libro. Tutto era rimasto là. Eppure era stato fortunato a trovare quella soluzione. Lui non sarebbe tornato da sua madre. Si sarebbe arrangiato. Si cucinò una cena frugale. Mise la tovaglia. Preparò tavola. Non voleva lasciarsi andare.
La forchetta si fermò a mezz’aria. Il caldo era afoso. Avevano vissuto assieme trent’anni. Alcuni buoni, altri meno. Ad essere onesto metà di questi e metà di quelli. Esattamente metà. I primi, naturalmente, buoni. Forse qualcosa di più. I secondi… molto difficili. Incomprensioni. Solo difficili amarezze. E li aveva unicamente subiti. Con la decisione, che non era mai venuta meno, di non arrendersi. In situazioni simili ci si trova sempre davanti ad un resoconto? Il suo diceva che era stato fortunato. In fondo quindici anni di felicità sono molti. Ricordava alcuni di quei momenti. La nascita della loro bambina. Una notte di passione. Una precisa notte, quella. Un paio di viaggi. Altre cose. Tutte legate a giorni felici. Non ricordava altro.
Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. Si sentì nudo. Pensò che la vita gli aveva dato molto: quei quindici anni. Se lo ripeté. Si sentiva di aver vissuto. Non solo del loro rapporto. Soprattutto di quello. In fondo non si aspettava più niente dalla vita. Si sentiva arrivato. Troppo stanco per un altro viaggio. Troppo deluso per potersi fidare ancora di qualcuno. Ma lui aveva ancora i suoi amici. Il suo mondo. Aveva avuto molto. Aveva ancora molto. Ma si sentiva meno fragile di quanto si sarebbe aspettato. Con il rumore della televisione si preparò a lavare i piatti. La pigrizia non avrebbe vinto. Non si sarebbe lasciato andare. Nemmeno un attimo. Nessun tentennamento.
Non gli restava niente di quello che era stato. Non certo le cose che aveva amato. Nemmeno una foto. Nemmeno un libro sul comodino. E quel comodino, e quel letto non erano suoi. Era un uomo senza passato. E il materasso era scomodo e duro. Ma tanto non aveva sonno. Poteva restare a dormire l’indomani mattina. Non aveva fretta coricarsi. Forse, ne avrebbe avuto conferma solo dopo, aveva timore di quel silenzio. Di quel silenzio completo. Di quell’assenza di rumore che significava vera solitudine. Cercò con tenacia di rimandare il momento. Il più possibile. Ma la mente andava anche dove non avrebbe voluto. Alla fine non gli restò che cedere.
Spense la luce. Improvvisamente riconobbe un sentimento mai provato: la paura. Una strana paura. Riaccese. Tornò ad alzarsi. Andò alla porta. Girò la chiave sulla toppa. Si rese conto del gesto e della sua tragicità. Non l’aveva mai fatto. Non aveva mai chiuso la porta di casa a chiave per la notte. Chiuse anche le imposte. Era una strana paura. Nemmeno una vera paura. Gli dava un senso di vuoto. Di spazio. Di vertigine. Era forse quello il modo in cui ci si sente veramente soli?
Anche i sogni li aveva chiusi fuori. E da fuori non giungeva nessun rumore. Come se anche tutto il resto del mondo fosse finito.

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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Michele pensa che non c’è niente di più bello della sua città, Venezia, in quel mese. I colori tenui che si sfumano in un’unica malinconia. Il sussurro sottile e lento delle onde sulle rive. Quella veduta dal lido piena di trasparenze. Quel panorama fatto solo di riflessi. Pensa che è appena arrivato e già deve partire. Vorrebbe solo non avere quei pensieri. Nessun pensiero. E guarda lei e pensa che non c’è niente di più bello del suo viso. E della sua voce. E delle sue parole. China gli occhi. Quello che le vuole dire non vorrebbe sentirlo. Gli pesa già prima di uscire. Tiene in mano le foto. Sono foto in bianco e nero. Di quella gita. Anche lì è bella come sempre. Lui non c’era ma è come se ci fosse stato. Le avevano scattate per lui. Sa che quelle parole sono inutili. Sa che si stanno perdendo. Il dolore è tutto lì: in quella partenza. Le dice perché non ne può fare a meno. Fin dall’inizio non voleva regalarle solo quell’attesa. Era stato tutto così difficile, per quello. Ma era stato tutto così facile. Mentre le dice addio non può guardarla. Lei gli risponde che lo aspetterà. Le sue parole sono quelle della sua testardaggine. E’ quello che lei ha sempre cercato di mostrare. Sono quelle di chi non riesce ad essere quella che vorrebbe essere. Suona difficile anche la sua voce. Forse lo sanno che saranno proprio le ultime. Quelle che restano non potranno che scriverle. Lui non tornerà. Non tornerà per lei. E’ ancora più bella con il vento che le spettina i capelli. Ed è difficile trattenere il pianto.
Rossana guarda il suo ragazzo uomo. Lo guarda come non lo avesse mai visto. E’ curiosa di lui e ricca di lui. Vorrebbe chiudergli la bocca. A cosa serve? Non è la prima volta che quello stupido… sa di non poter vivere senza di lui. Eppure è ancora solo un ragazza. Non pensava che amare fosse così dolce. Né così straziante. Né così complicato. Lei non ha paura di lui, lo sa. Lei ha paura di quello che prova. Dell’emozione. Cerca la mano che lui ritrae. Vorrebbe dargli la forza che non ha. E’ stato tutto difficile. E’ tutto così difficile. E’ sicura che ci riuscirà. Non vuole avere nessun dubbio. Ma sente che lui si allontana. Si volge è là. Allora è lei che si sta allontanando. Non può essere così. Se c’è un senso nella vita è quello il senso. Ha ancora le scarpe piene di sabbia. E le piace guardarlo mentre il vento ne spettina i capelli. Per un attimo perde il pudore dei proprio sentimenti. In quell’attimo può essere donna. Poi torna subito fragile e ragazza. Non vuole guardare l’orologio. Vorrebbe che il tempo si fermasse. Che non arrivasse mai la motonave. E il momento di tornare a casa. In quel momento il suo posto è solo lì. E’ vicino a lui. Non può crederlo che non la voglia più. Come un groppo le prende la gola. Sa che non è vero. Sa che lui lo fa per lei. Solo perché non può rimanere. Vorrebbe gridargli di abbracciarla.
Non c’è niente di più bello della loro città, Venezia, nel mese di ottobre. Amano entrambi quella città è i suoi pettegolezzi. E’ un peccato che dopo arrivi sempre novembre.

Veduta della chiesa della salute a Venezia

Per la verità la foto l’ho scattata proprio in un altro novembre.

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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