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Posts Tagged ‘adrenalina’

1. Io guido e lei mi distrae dalla strada. Non è stata una buona idea. Non dovevamo nemmeno partire. Avevamo appena caricate le valigie e avrei voluto già essere arrivato. Una non può dirmi: mi ci porti al mare? E poi venire all’appuntamento così. E dopo il primo incontro. Con quella maglietta, così gonfia. E quei jeans che minacciano di scoppiare. Come sarà riuscita ad infilarli? Ad entrarci? Avesse la necessità di infilare in tasca un biglietto da cinque non ci riuscirebbe. Io non emetto fiato. Sono sette chilometri che guido questa bagnarola in apnea. Fuori il caldo è soffocante. L’aria condizionata non va; devo farla sistemare. Il finestrino aperto le da noia, e si spettina. E pare si sia portata dietro tutta la casa. Questa casa al mare a volte è una manna. Altre una disperazione. Cerco di fissare la mia attenzione sui cartelli stradali che indicano quanto manca. Inutile, mi distraggo. Cambio le marce con estrema prudenza, per non sfiorarla. Insomma faccio tutto per stare tranquillo. Perché questo sembri un viaggio normale. Chiede se per cortesia posso fermare. Accosto subito sul ciglio. In seconda fila. L’ha detto come fosse una urgenza. Cosa c’è adesso?
Mi verrebbe da dirti: il programma è sottotitolato alla pagina 771. Cosa fai? Cosa tiri gli occhi? Non credevo che sarebbe finita così. Insomma… cominciata così. Appena partiti. Prima ancora di partire. Almeno ferma questa dannata macchina. Che non andiamo anche in cerca di farci del male. Accosta. Ecco, bravo. Vuoi vedere? Allora guarda. Sembra che non ne hai mai viste. Bastava dirlo. Speriamo che non mi veda nessuno”.

Ragazza in automobile che mostra le tette (?)

La foto è stata censurata da Google+ (?)

Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Io resto di stucco. Senza parole. Carina è carina. Giovane e giovane. Forse sono io che sono un po’ più avanti. La serata. Il buon vino. La compagnia. Non mi ero reso conto… cioè… quasi… che… insomma. Che mi prende? mi balbettano anche i pensieri. E poi una non viene al mare in jeans. E vestita di tutto punto. Cioè solitamente una mette qualcosa sopra il costume. Sono curioso di vederlo, il costume. Sono curioso di tutto. E senza fiato. Lei non alza gli occhi. Mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta. Sembra anch’essa affascinata da quella meraviglia. Forse si sente in imbarazzo. Non ci avevo pensato. Non le avevo chiesto nulla. E’ solo… è solo che mi viaggiava a fianco. Non è facile guidare con una come lei vicino. Me ne rendo conto ora. Forse ho avuto troppa fretta quando sono arrivato. Nel farla salire.
Ti facevo uno… uno che si controllava di più. Così piacciono solo a voi uomini. E so che vi piacciono. Vorrei che qualche volta… insomma una parola carina. Un gesto. Non quello. Un gesto d’affetto. Una battuta spiritosa. Invece te ne stai lì senza emettere un fiato. Come tutti”.
E non c’è reggiseno che tenga. Che possa frenare quella loro aspirazione a dondolarti davanti. Definirla giunonica mi pare anacronistico. Curioso ne sono diventato curioso. Come ho fatto ad essere così distratto? A vederla salire senza valutare il volume, l’ingombro di quei due airbag naturali? Decisamente l’età rende stupidi. E pensare che avevo accettato solo perché mi sembrava una ragazza a posto, e simpatica. Mi aveva parlato di transavanguardia e non mi ricordo di cosa. Era nata una simpatia immediata e spontanea; tra noi. Era stata Enza a dire della mia casa al mare. Ho paura che me le sognerò di notte. Le ho fatto una foto. Lei se n’è infastidita. Credo che la terrò religiosamente tra i miei momenti più emozionanti.
Certo che… così… qui in macchina. Potevi almeno aspettare. A casa saremmo stati più comodi. E poi… mi potrebbero anche vedere. Sai cosa potrebbero pensare di me? Che sono una facile. Una di quelle. Che siamo qui… Mica mi piace così. Metterle al vento. Sono così…. Così… insomma. Non pensi che ne abbia troppe? E’ imbarazzante averle. Portarsele dietro. Tutti ti tengono gli occhi addosso. Solo che… potevi dirlo subito. E poi, al primo appuntamento. Forse non sarei dovuta nemmeno salire. Non sei certo un signore. E’ solo perché sei tu. Mi stai simpatico. Ma non lo dovrei fare. E’ tutto così… così… tutto. Non farti strane idee su di me; però. Sì! forse lo avrei fatto lo stesso, anche se me l’avessi chiesto subito. Ti ho detto che mi sei simpatico. Non so proprio. E con i se e i ma. Forse. Invece siamo qui”.
La sua voce è un ronzio anche piacevole che porta alla sonnolenza. Non fosse per l’adrenalina che ho in corpo, la fretta di arrivare, sarebbe pericolosa. Non mi viene proprio nulla da dire.
Spero che adesso non ti metti strane idee in testa. Ti vedevo così teso; cioè curioso. Mi son detta: «questo si distrae. Poi chissà come va a finire. Se ne sentono tante in macchina». Ora calmati. Spero che tu sia contento. Se vuoi, la sfilo. La maglietta. Ma poi ognuno al suo posto. Poi mi rimetto in ordine e andiamo. Altrimenti si arriva tardi. E a me non piace. E non vorrei che ti mettessi altre cose in testa. So come siete voi. Poi magari vuoi anche toccare. Forse era meglio se non lo facevo. Forse era meglio se non venivo. Che con questi jeans, sono così stretti. Mi chiedo cosa ci sto a fare qui. Con tutto al vento. Solo per un capriccio. Il tuo capriccio. Che poi… nemmeno me l’hai chiesto. Sembra quasi che abbia fatto tutto da sola. Non fossero i tuoi occhi a parlare. E te ne stai li zitto. Come se ti avessero rubato la parola. Respira. Devo essere proprio scema”.
E pensare che non mi ero prefissato niente. Per un attimo avevo pensato che se doveva succedere qualcosa sarebbe successo. Per un altro attimo ho pensato che più che carina aveva un sorriso fresco. Per un attimo ancora che era tanto giovane. Troppo. Forse. Poi mi ero imposto di frenare la fantasia. Non mi è frequente abbandonarmi. E’ solo che avevo bevuto un bicchiere in più. E volevo evitarmi delle stupidaggini. Da film. Mi sono spiegato che era solo una giornata al mare; come tante. Forse tutto è dovuto perché era seduta, di fronte. Avevo guardato parlare i suoi occhi; il suo sorriso. Avevo ascoltato il suono della voce. Ecco perché Giangi aveva chiesto: “Ma l’hai vista”? Non avevo capito. Non le vedevo nessun difetto. Ingrano e riparto. Sono naturalmente intralciato nei movimenti. Non vorrei che… è un attimo di comprensibile imbarazzo. Cerco di uscirne.
Che fai”?
E’ l’unica cosa che riesco a dire di questo viaggio: “Resta così. Ti prego. Almeno un po’. Non manca molto. Mi piace come mi guardano i tuoi occhi”.
Ma allora sei proprio vizioso. Ti facev”…
La macchina che sorpassiamo strombazza di clacson. Il guidatore lancia un grido a finestrino chiuso. Il suo entusiasmo resta imprigionato nella scatola di lamiera. Ci occhieggia con i fari. Lei brevemente ritrova la sfacciataggine della sua età. Si volge indispettita ad illustrargli tutta l’enorme vastità esibita dei suoi due promontori, ritta sulle ginocchia: “To’”! Gli indica il cielo con un dito; il medio. Dice ch’è uno zotico incivile. Anche di peggio. Si rimette comoda e chiede scusa indirizzandola verso la nostra destinazione. Lo vedo sbandare e frenare giusto in tempo ad un nanomillimetro dal guardrail. Credo lei si sia resa conto del mio stato. Le sfugge un impercettibile sorriso di approvazione. O almeno è questa la mia impressione. Forse di biasimo? Sembra disposta ad assecondarmi.
Sto leggendo “Quattro etti d’amore, grazie”. L’ultimo della Gamberale.[1] E’ appena uscito. Non so; conosci? Sono solo all’inizio. Non so se è un libro che può piacere ad un uomo. A me invece piace la sua scrittura. Trovo sia pieno di passaggi brillanti. Sottili e brillanti. Siamo proprio così, noi donne. Molte di noi, naturalmente. Ogni tutto è relativo. Scusa le licenze linguistiche; sono fatta così. Non esistono al mondo gli assoluti. Anche i termini debbono essere considerati nella loro relatività. Anche se crediamo solo nelle assolutità; soprattutto noi donne. Nell’amore assoluto, per esempio; anche se è un esempio banale. Ma siamo attente e riflessive. A nostro modo riflessive. Ogni uno è due. Potrei avere tutto, si parla per ipotesi, e paradossi, dicevo che avessi tutto invidierei chi ha l’amore. Per quello, quello vero, siamo pronte a rinunciare a tutto. Vorrei dirti cosa penso di te. Per vedere se ci ho azzeccato. Solitamente ho fiuto per le persone. Riesco a riconoscerle al primo sguardo”.
Non è che abbia una guida particolarmente nervosa. E’ che sono curioso di vedere la loro vita. Di vederle muoversi. Accelerare. Rallentare. Oscillare. Allargarsi. Riassestarsi. Posarsi. E poi, con impertinenza, fare un balzo avanti. Oppure indietro. E ondeggiare. Un sciabordio che prende direttamente allo stomaco. Con quei piccoli capezzoli che quasi scompaiono. Che quasi li devi cercare. Su quella carne bianca. Su quella massa. Microscopiche presenze. Quasi due punture di insetti. Nel mezzo approssimativo di quei due mappamondi. Al centro di quelle vastissime aureole. Che hanno la forma… la forma… che cazzo ne so? Di quelle aree. Non mi sembra il momento di cercare certe similitudini. Ho un enorme ronzio in testa. E la strada scivola fin troppo veloce. Il mio mostro divora vorace la pianura. Chissà se si abbronzano? Non so se è stata una bella idea.
Io leggo molto, come avrai capito, non solo romanzi, ma a volte anche nel racconto più stupido, banale, puoi trovar delle vere perle. Spunti di riflessione, Considerazioni illuminanti. Persino casuali. Chissà se l’autore ne è sempre consapevole. Tu che ne dici”?
Non so. Mi chiede di rallentare. Osserva il suo petto in movimento. All’improvviso cambia di umore. Non è una cosa rare nelle donne. Nella sua mimica silenziosa si addensano un’enorme quantità di nubi; si rabbuia. Non la conosco abbastanza per conoscere tutte le sue facce. Certo che all’improvviso la sua maschera si fa opaca. Non può essere un mistero che dietro quel suo volto, in una donna, non possano che presentarsi riflessioni. Ansie. Considerazioni. Dicono sempre le stesse cose, in certi momenti, gli occhi di una donna. Quel silenzio di un istante non può che nascondere la ricerca spasmodica di una decisione, magari una qualsiasi. Magari una delusione; seppure passeggera. Speriamo passeggera. Magari una rinuncia. Il dubbio di un fallimento. Di una sconfitta. La delusione. Più semplicemente la lista confusa delle cose che ha portato, alla ricerca di quelle che può aver dimenticato. La paura di non essere bella. Un beffardo pensiero di riscatto; magari licenzioso. A volte apertamente osceno. Nascosto. Negato. Perché contengono anche quello le cose non confidate delle donne. Quelle che non dicono che a sé. O tra loro. Non certo in presenza di un uomo. La scoperta di una macchina sulla maglietta. La rincorsa ad una testardaggine. Volitività. Ne può uscire qualsiasi cosa. E un uomo non può stare mai tranquillo quando una donna tace in quel modo.
Puoi rallentare, per favore”?
Fa uno sbadiglio che sospetto annoiato. Riporta quelle due montagne di delizia negli appositi contenitori. Si sistema la maglietta. Si controlla il trucco. Rimette la cintura. Mi studia per due minuti buoni. Legge la mia delusione. Si volta per prendere la borsa, credo, e scopre di aver messo anche quella nel bagagliaio. Districa i capelli che si sono aggrovigliati sugli orecchini. Li rassetta con le unghie. Guarda fisso davanti a noi: “Per cortesia, torniamo”. Intanto ora la vita delle gemelle è diventata più pacata. Non riescono a stare ferme nonostante il gran rifiuto della stoffa a fiori che traspare impercettibilmente sotto, ma hanno un moto più lento. Più lieve. Quasi controllato. Elastico. Anche contro improvvise accelerate e frenate, cambi di velocità e sorpassi all’ultimo, ondeggiano leggiadre, composte, rassicuranti, gentili, lievi, parche, sobrie, moderate, equilibrate, di una vita comune, quasi in un cenno.
Guarda che… non mi p… Non è più divertente”.
Come si può non fantasticare. Gli occhi azzurri come lapislazzuli. I capelli di quel morbido castano pieni di riflessi rossi. Il sorriso virginale da dea dell’amore. A guardare un po’ di pancetta ce l’ha. Chi non ha debolezze nascoste? La pelle… la pelle come… la pelle lisca e senza imperfezioni. Dev’essere soda e morbida allo stesso tempo. Della morbidezza della affettuosità. Devo convincerla a restare. La casa e libera. Che senso ha tornare la domenica dal mare? Inventerò. Se debbo insistere insisterò. Già m’immagino gli occhi in spiaggia che sbiadiscono quando passiamo. L’ammirazione di quei bagnati del dilettantismo. Tutti e tutte che invidiano lei, e me al suo fianco. Uomini e donne. Mi vedo: io e la mia regina. I miei pensieri debbono avermi fatto assentare per alcuni istanti. Superiamo un autogrill. Non mi ha chiesto di fermarmi. Non ne ho né voglia né bisogno. Probabilmente lei non è una di quelle che ci deve andare ogni cinque minuti. Non finirò mai di scoprire i suoi pregi.
Cosa dici? Ho pensato di chiedere un parere. Di consultare un chirurgo. A proposito di ridurle. Di farle stare massimo dentro una quarta. In fondo non è una decisione facile. Però questa non è vita. Sono un pericolo per gli altri e per me. Sono una fonte di incredibili imbarazzi. Se non ero con te… sono sicura che un altro ci avrebbe provato. Che rischiava di finire come va sempre a finire. Sono stanca. Stanca che qualsiasi cosa dica chi mi sta davanti guardi solo loro. Pazienza gli uomini, ma persino le donne. E con quella bava di invidia. Stanca di far fatica a trovare la mia taglia. Dei fischi per strada. Delle mani che mi frugano addosso, in qualsiasi occasione. Degli amici che diventano curiosi. Che mi chiedono come faccio. Se sono mie; persino loro. Com’è? E che anche loro, spinti da un neonato interesse, mi chiedono “Posso”? Non riesco a mantenermi un amico. E per quello nemmeno tanto un’amica. Di quelli che pensano che sarei una grande mamma, o una grande balia, perché tante tette tanto latte. Di quelli che tante tette vuol dire troia. E chissà il resto? Cretini”.
Sento un dolore al petto, una sorta di compressione. Un dolore che poi si estende al braccio sinistro. E una gran sete. Vede la smorfia sul mio viso; la transumanza. Glielo dico e lei mi ordina immediatamente: “Frena”! Scendendo rapida mi impone: “Spostati”! Scivolo nel sedile del passeggero. Lei prende in mano la situazione e il volante. Fa una pericolosissima inversione a U e accelera al massimo. Non fiata né mi dice quello che pensa, solo che: “Si va all’ospedale. Stai tranquillo!” –sembra veramente preoccupata. Comincio a preoccuparmi anch’io. Non ho bisogno di spiegazioni, mi sono imbattuto nel famoso sabato triste, anzi di merda. Credo che le sue parole cerchino di distrarmi. Continua come nulla fosse successo.
Pensare che qualcuna (delle mie amiche n.d.M. [n.d.M.: nota di Marisa]) invidia la mia fortuna. Perché sono bella, cioè carina, e così tanta bella. Invece è una disgrazia. Una vera disgrazia. E pensare non è solo l’inizio. Non hai ancora visto niente. Ho un costume nuovo che è uno schianto. Peccato. Se solo fossi stato un po’ più carino. Un po’ più paziente. Adesso proprio non so. Non so se fidarmi di te. Io non sono una ragazza come tante. Credo nei sentimenti. Credo che da cosa possa nascere cosa. Anche se doveva essere solo una giornata al mare. Forse un fine settimana. Dipendeva da te”.
So solo che mi ritrovo in una sala asettica. Piena di monitor che mi sembra d’essere precipitato in uno degli episodi di Alien. Uno stormo di medici si da un gran da fare intorno a me. L’ultimo commento che ricordo è quello dell’anestesista che mi spiega: “La sua signora la sta aspettando fuori”.

2. «Scusate se da qui la storia la continuo io. Niero non è più in grado di farlo o non ne sente la necessità. Il dottore ci ha detto che deve evitare gli sforzi e le emozioni. Non credevo che quel sabato avrebbe cambiato così la mia vita. Ma dopo tutto quello che c’era stato tra noi non potevo proprio abbandonarlo da solo. E mi suonano ancora nelle orecchie con immensa delizia e gratitudine le ultime parole che gli ha rivolto l’anestesista. Mi hanno fatto e mi fanno sentire importante. Ma la convalescenza è lenta e non si vedono grandi segni di ripresa. Tra l’altro era anche carina, e ho resistito all’impulso di strapparle gli occhi. I dottori sembrano rassegnati e fatalisti. Non me ne preoccupo: è un ottimo compagno anche così. Forse è anche meglio. E’ un uomo che sa ascoltare.
Poveretto: è rimasto completamente immobilizzato com’era; anche, incredibile, nel suo entusiasmo. Ma ora ha me. Anche il minimo movimento gli costa sforzi precari. Ma io provvedo a tutto. E cerco di anticipare i suoi desideri. Credo di riuscirci. Ha perso quasi completamente l’uso della parola. Per il poco che so non è mai stato troppo ciarliero. E fatica immensamente anche per i pochi vocaboli che riesce ad articolare. Li sputa inzuppati di saliva. Me li spruzza addosso. Usa praticamente solo quei pochi epiteti, spesso riferimenti a femmine di animali, così frequenti nella bocca di tanti uomini, come “vacca” o “maiala”. Ma in lui sono carinerie. Sono quasi, ma anche senza il quasi, nel nostro gergo segreto, segnali di gradimento. E i suoi occhi, che spesso lacrimano senza ragione, sono prodighi di muti elogi. E io gli asciugo delicatamente quegli occhi. E i contorni delle labbra. Marisa invece lo dice ormai quasi perfettamente e senza fatica. Si capisce che chiama me.
E’ tutto nuovo per me. Lo curo di tutto e gli metto in bocca tutte le medicine che deve prendere, che sono veramente tante. Se serve ho imparato anche a fargli le punture. E ho imparato a cucinare. Inizialmente cose semplici, ma sto diventando bravina. Qualcuno dice che son diventata veramente una bella signora. Non lo so, lascio agli altri giudicare. Io ci credo veramente che l’amore ti fa bella. Sono sempre io persino a radergli la barba. Con la massima precauzione perché ho sempre paura di tagliarlo. Me lo pettino e me lo vizio. Ieri sono andata a prendergli un pigiama veramente figo. Anche se non ne fa grande uso mi piace curare il suo abbigliamento nei minimi dettagli. Mi piace vederlo elegante e curato. Con i pantaloni in perfetta piega. E poi lui sta bene con la giacca. Ma anche con una bella polo dal colore vivace. Mi piace sceglierle con tonalità che si adattino ai suoi occhi. Una l’ho acquistata del colore dei suoi pochi momenti di tristezza. Perché quelli mi sanno strappare il cuore.
Deve soffrire, povero caro, in quei brevi attimi, la consapevolezza delle sue menomazioni. Io cerco di cancellargli qualsiasi nostalgia. Anche di quel nostro primo vero incontro, non ha perso granché. Solo un sabato al mare. Perché poi già nella notte il tempo è cambiato e s’è messo pure a piovere. Avremmo comunque dovuto starcene chiusi soli in casa. Perché oggi sono certa che mi avrebbe convinta. Magari ci saremmo anche annoiati. Questo non voglio che succeda mai. Con tutte le mie forze. Anche il due pezzi che avevo scelto per l’occasione poi gliel’ho fatto vedere. L’ho indossato in casa e solo per lui. L’ho indossato e poi l’ho anche tolto davanti a lui. E gli ho confessato come mi piace prendere il sole, integralmente. Ovviamente quando non ho altri occhi addosso. Non che abbia potuto stendermi in riva al mare; non c’è nessuno ma proprio per questo la stagione, cioè la temperatura, non lo permetterebbe. E con la carrozzina farei comunque fatica sulla sabbia. Mi sono stesa sul divano con la luce della finestra alle spalle. Una luce un po’ opaca. Credo ne possa aver ricavato un’idea, e nemmeno tanto approssimativa.
Anche nella mia vita privata è cambiato molto se non tutto. Oggi sono più sicura di me. Posso dire che sono una donna soddisfatta. Al suo fianco il mio mondo, più che un mondo felice, è diventato un vero sogno. Finalmente ho conosciuto il vero grande amore e lo vivo giorno per giorno, minuto per minuto, senza lasciarne nemmeno una briciola. In fondo devo tutto a lui e, nonostante i pericoli che comporta, mi capita di non riuscire a non dirglielo. A volte mi sento persino colpevole nei confronti di chi ha meno di me. Il lavoro? quello no. Ho dovuto lasciarlo. E ho dovuto lasciare anche tanti progetti nei quali pensavo di realizzarmi. Ora mi sembrano fantasticherie infantili; lontane. In realtà non è stato nemmeno un grande sacrificio. Lui è più importante di tutto.
Le tette? La storia che non può far fatica e deve evitare le emozioni non mi convince pienamente. Io credo nella scienza, ma ci vorrebbe un miracolo. Ma io credo anche nei miracoli. Comunque io ho ogni cautela del caso. Forse troppe. Forse quelle giuste. Sforzi? Che fatiche può fare uno nelle sue condizioni, tra la poltrona e il letto? Che quando usciamo se ne sta comodo sulla carrozzina? Sono io, doverosamente e con gioia, a spingere. Ma non mi costa alcuna fatica. La carrozzina poi è leggera e maneggevole. Per quanto riguarda le emozioni, povero piccolo, mon petit, ormai quelle, le mie tette, le ha viste e viste bene e riviste. E non solo; perché io non me lo trascuro. Voglio non gli manchi niente. E ormai niente di me può certo rappresentare più chissà quale turbamento. Ho messo la foto che mi ha scattato allora in una cornice sopra il canterano.
I soldi? Quelli non ci mancano. Per fortuna lui ne ha per tutt’è due. Anche se mi sento un po’ limitata nella mia indipendenza. Cioè mi sento un po’ come se sfruttassi lui o la situazione. Lo so che è un pensiero sciocco: cosa farebbe senza di me? Dipende da me in tutto e per tutto; almeno per ora. Lui ha ogni istante della mia vita. E mi succhia ogni energia. Lo cambio sopra e sotto, lo lavo (nel far questo a volte non gli so proprio resistere), lo vesto, lo accomodo nella stanza dove sono, me lo bacio ogni volta che passo, gli parlo, lo imbocco, lo coccolo, gli accendo la televisione, lo spoglio, lo metto a letto, e tutto il resto. E poi, alla fine, per dirla tutta e senza riguardi, la sua famiglia ha mostrato fin dal primo istante di volersene lavare le mani. Che per loro, di lui, importavano solo i soldi. Per me non è nemmeno fatica. Non ci manca niente, assolutamente niente. Nemmeno quello, anzi.
Come ho avuto modo di accennare: nell’incidente, perché preferisco continuare a pensarci in questi termini, è stato anche fortunato. Sì! anch’io, e arrossisco nell’ammetterlo. Lui è rimasto immobile com’era. Voglio dire che è come se mi volesse tutto il giorno, e la notte. Lui è lì ed è come se aspettasse sempre me. Non so se mi spiego. Mi sento desiderata in ogni istante della giornata. Ogni volta che ne ho voglia, e non è quella che manca, lui è immediatamente disponibile. E se per caso non mi dovesse andare, lui è pronto per quando mi torna. Sembra non stancarsi mai. Certo che al mio piccolo amore, al mio little boy, il suo zuccherino non gli fa mancare nulla, e cerca di evitargli ogni fatica. Lui ha solo il dovere di essere felice. E soddisfatto. E di aspettare me. Non fatemi dire cose che non mi piace dire. Sono particolari intimi.
Ma mi prendo cura anche del nostro spirito, per quanto posso. Per esempio al momento gli sto leggendo “Mille piccoli soli[2]. Non è certo fresco di stampa. Lo faccio proprio per lui. Io l’avevo già letto appena uscito. E’ un po’ duro ma è giusto che cominci a capire. Che diventi consapevole. E un paio di sere fa, abbracciati, comodamente accoccolati sul divano, abbiamo guardato assieme, e assieme ne abbiamo pianto, “Restiamo umani; the reading movie[3] di un mio caro amico. Gran bella testimonianza. Che ti tocca diritta nel più profondo. E ti lascia dentro quella sorta di ansiosa angoscia e di rabbia. Quando la nostra attenzione è tutta presa da cose simili ci dimentichiamo anche di noi. Nulla ci può distrarre. Abbiamo attenzione solo per quelle immagini o sulle pagine di quelle storie. Ogni altra cosa è rimandata a dopo. Alla fine mi piacerebbe sapere che ne pensa. Mi accontento di vederlo attento e di liberarmi l’anima di tutte le emozioni che la bellezza e l’intelligenza suscitano in me. Dopo lui le cose che amo di più sono la cultura e l’arte.
Quando mi va di uscire lo faccio e basta. Col suo consenso in un cenno finale degli occhi. Lui sa che sono una ragazza ancora giovane e piena di energie. Di quelle, di energie, in verità, la vita con lui me ne lascia ben poche. Ma abbastanza perché, come tutti, certe sere mi venga voglia di evasione. Come tutte mi vien voglia di indossare questo o quell’abito. Di farmi bella. Di sentirmi gli occhi degli altri addosso. Allora mi metto in ghingheri. Proprio in tiro. Curo ogni dettaglio. Biancheria compresa. Mi faccio ammirare da lui, sopra e sotto, meticolosamente, e lo saluto sulla porta. Questa vita non mi costa nessun sacrificio, ma faccio attenzione e non faccio mancare nulla nemmeno a me. Voglio evitare assolutamente di correre il rischio che questo nostro meraviglioso amore si possa un giorno sporcare di rimpianti. Mentre esco lui solitamente mi dice qualcosa che suona come “coccola” o “zoccola”. E lo dice con occhi imploranti e pieni di quella sua dolcezza.
Ma quando sono fuori non sto mai completamente tranquilla; un po’ dei miei pensieri resta con lui; è naturale. I primi tempi non lo facevo, non lo lasciavo mai solo, non potevo farlo. E mi bastava. Mi tranquillizza solo il fatto che se dovesse aver bisogno, anche se non è ancora successo, io correrei subito da lui. Le dita quelle le sa muovere e anche bene. Ormai si gira i canali da solo. Allora gli metto il cellulare vicino. Non dovrebbe fare altro che comporre il numero breve: il primo, il mio. Sa fare perfettamente il segno del medio e spesso congiunge l’indice col pollice in un messaggio che non ho ancora imparato a decifrare. Infatti gli piace, e piace anche a me, quando gli prendo le mani e me le porto al seno. La sue dita allora sanno cosa fare. Riescono a suonare nelle mie corde più intime delle armonie incredibili. Letteralmente sanno farmi impazzire. Piccoli segni di miglioramento mi sembra di vederli. Si deve aver pazienza, ma io di quella ne ho a pacchi, a pacchi, a pacchi».

[1] Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2013

[2] Mille piccoli soli di Hosseini Khaled. Edizioni Piemme, 2007
[3] Restiamo umani; the reading movie (Stay Human, the reading movie) progetto di Fulvio Renzi, Luca Incorvaia. edizioni dal basso, 2013

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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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Forgone polizia incendiatoRoma, 15 ottobre 2011. Mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza. Naturalmente ero sul posto, in pancia alla manifestazione, assieme alla mia Compagna e a vecchi e nuovi amici. Separati da nostro figlio e dalla figlia di un’amica e da altri nostri amici. Credo che non lo farò perché l’ha già testimoniato fin troppo bene Lei e perché nessuno ha visto nulla. Cioè ognuno ha visto solo un piccolo frammento di un film che mi pare, a me sessantottino, di aver già visto sgradevolmente più di una volta. Mettere insieme i frammenti è alquanto difficile e forse ancora presto. E guarda caso si torna a parlare di strategia della tensione. A questo gioco non ci sto. Dicevo: ero nella pancia della fiumana incredibile e interminabile di quella manifestazione di cui nessuno da ancora numeri, almeno approssimativi, più verso la testa che al centro, anzi quasi in testa. Ero a testimoniare la presenza della Freedom Flotilla e la nostra attenzione al problema della Palestina. Allora, se non un resoconto molto personale, cosa posso raccontare? Vorrei fare solo una piccola premessa su quel fiume in piena e poi narrare una storia che in quanto storia è frutto solo di fantasia, forse un po’ surreale, come sembravano essere quelle figure nere che abbiamo visto. Incutevano una certa soggezione ma più che paura si trattava di un senso di incredulità, di figure appunto surreali, da un altro mondo. Ai pochi che abbiamo visto gli abbiamo gridato inutilmente dietro. Io è pochi altri li abbiamo anche apostrofati in malo modo. Non hanno fatto caso a noi. Avevano qualcosa di più importante da fare: andare alla loro guerra che era solo loro. Mi spiace perché sarà solo quella e poche l’altre l’immagine che resterà di questa grande protesta mondiale.

Noi, io e Lei alla manifestazioneOra proviamo ad analizzare da chi era composta quella manifestazione. Chi va in piazza e in quella piazza, come me, non ci arriva mai? La manifestazione è indetta, in modo spontaneo (spontaneo?), in varie parti del mondo dal movimento 15-M più conosciuto come “indignados”, fin qui è aria fritta. Un movimento apartitico; circa 900 (novecento) piazze nel mondo scendono a protestare. Si vede dal mattino che l’utopia di mettere insieme, sugli stessi obiettivi, un popolo che va dall’estrema sinistra “disubbidiente” all’estrema destra “eversiva” è appunto solo utopia. Nessuna bandiera, s’era detto, si intendeva nessun simbolo di partito. Io Comunista ero stato un po’ emarginato pur non avendo tessere o referenti in una sinistra che mi riempie di perplessità; nella quale stento a vedere un progetto. Di bandiere e simboli di partito è piena la piazza fin dal primo mattino. Una manifestazione senza quella sinistra non è realtà nel nostro paese e di questo ero orgoglioso seppure io rappresentavo un’istanza particolare. Comunque la parola d’ordine era in estrema sintesi “Noi il debito non lo paghiamo”. Uno slogan in sé sovversivo che potrebbe scardinare (finalmente) dalle basi questa società “borghese”. Una parola d’ordine per “abbattere” lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” di questo “capitalismo” e della “finanza”. Il resto è contorno. Mi chiedevo è mi chiedo se su questo, che credo si incarni nel tessuto stesso di qualsiasi elaborazione marxiana, la sinistra sia in grado di elaborare risposte, di prospettare un futuro, di incarnare un progetto; questa sinistra confusa e nebulizzata. Qui finisce la mia premessa con l’ultima mia considerazione più volte ripetuta in rete: “Ecco il coraggio e la lotta in cui credo. Ci vogliono più coglioni a fare da scudo umano che a sfasciare mille vetrine”.

Immagine di Vittorio ArrigoniOra la storia e scusate se non è una storia molto originale. Questo è solo un racconto di pura fantasia. Personaggi e altro sono solo frutto di una mente malata che si lascia all’immaginazione. Da giorni c’è un via vai strano per la città, un indaffararsi che passa quasi completamente inosservato. C’è tensione ma nessuno può né vuole crederci. La paura non può fermare la manifestazione. Il meccanismo è già in moto, entrambi i meccanismi. E’ mattino presto ma non prestissimo. Un capitano vicino alla pantera parla con alcuni individui. A vederli sono inquietanti, sanno di quelli che chiamano “black blocs”, eppure sono tranquilli, intenti nel loro chiacchiericcio. Non puoi covare sospetti, sono così disinvolti, quasi normali. Non si può tramare gli ultimi dettagli così alla luce del sole. C’è il teorema Kossiga a fungere da vademecum; credo sia inutile ripeterlo per l’ennesima volta. Sono storie di un’altra Italia e quando sono vere il gioco si fa pesante, si mette in gioco la vita. Sono storie di un Italia dove c’erano parti dello stato “deviate”, golpiste. Sono uno stupido sessantottino. E la marea parte e non parte perché siamo in troppi e i più sono ancora in Piazza della Repubblica. Da un furgone scendono quegli individui ed altri. Alcuni sono poliziotti in borghese ma stranamente sembrano i cattivi della nostra storia. Da un’altra parte sbucano quelli, i cattivi veri, un misto di ultras della curva e di fascisti che sono usciti da Casa Pound, che poi un po’ sono la stessa cosa e comunque non si può notare la differenza. Si muovono sicuri, sono addestrati, si vede. Sanno che troveranno ragazzi, la maggior parte molto giovani, con in corpo un carico di adrenalina senza controllo facile da far infiammare. Raccolgono il loro armamentario che avevano in precedenza preparato e nascosto e precedono il corteo. Solo una piccola parte cerca di entrarci da uno slargo. Sistematicamente iniziano la distruzione di qualsiasi cosa si trovano davanti, non si danno nemmeno cura di accanirsi su quelli che si potrebbero definire simboli di opulenza o almeno obiettivi simbolici. Spargono la voce che ci sono disordini, che la polizia carica. Lontano si comincia a vedere una grande e alta colonna di fumo. Le prime auto sfasciate e quelle incendiate. Si trascinano dietro questo seguito di giovani che sognano l’avventura e la grande lotta. Si muovono verso la testa del corteo per invitare i manifestanti ad unirsi a loro. Il corteo li respinge coraggiosamente quanto decisamente, li sfida e li apostrofa pesantemente. Li riconosce, cioè li riconosce nell’ideale che incarnano: gli grida fascisti. La piccola parte infiltrata esce dal corteo senza averne mai fatto parte, cacciati dallo stesso corteo. Stampa e televisioni sono già state invitate alla festa, a quella della distruzione indiscriminata. Uno di loro si stacca dal branco e si accanisce contro gli arredi di una chiesa. La polizia lascia un furgone al centro della piazza, aperto, e loro gli danno fuoco, fa parte dall’inizio della sceneggiatura. Gli strani individui che sono apparsi all’inizio di questa storia tranquillamente se ne vanno. Alcuni si permettono di salutare romanamente ormai paghi del lavoro e certi dei risultati. Lasciano nella piazza quei ragazzi che si son riusciti a trascinare dietro e che credono che quella sia la rivoluzione. Lì lasciano in preda alle forze dell’ordine (ordine o disordine?) disorganizzate, in preda alla paura, impreparate. Scoppia la battaglia delle vittime. Il capitano è davanti alla televisione e sogghigna soddisfatto: le immagini son quelle di una battaglia. Nessuno bada più alle tante centinaia di migliaia di persone che hanno cercato qui, come in quasi tutto il mondo, di cambiare la storia e la società. Silvano è tutto orgoglioso dice che gli ha gridato che gli avrebbe spaccato il culo e che questa volta gliele hanno date. Umberto ha due costole incrinate e un occhio nero e gonfio e tornando a casa circospetto improvvisamente si sente defraudato. Uno stormo di trolls si accanisce in rete intorno a quelli che erano stati nei giorni precedenti i luoghi di organizzazione della protesta. Intanto una voce fuori campo invita alla delazione. Partono i titoli di coda. Propongo di farli accompagnare dall’Internazionale e di aggiungere alla fine: ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Un aspetto della manifestazione: il camion rosso.

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