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Posts Tagged ‘Alice’

A casa di Alice c’è sempre la chitarra nell’angolo per chi vuole suonare. E c’è sempre qualcuno disposto a suonarla. E qualcuno disposto ad ascoltare. A casa di Alice c’è sempre un posto a tavola per chi vuole fermarsi a cena. No! lei non sa cucinare, ma fa un ottimo tè alla cannella o alla menta. Possono mancare le tazzine ma non mancano mai gli amici. A casa di Alice c’è sempre un posto per chi vuole fermarsi a dormire. E le notti sono lunghe a casa di Alice. Ne hanno scritto un libro, ma non sarà mai pubblicato. Perché ormai tutti conoscono Alice e tutti sanno le sue storie; ma quando le racconta è bello starla ad ascoltare. E quando le raccontano gli altri non è difficile che ne nasca una canzone. Perché Alice non è solo Alice ma è tutto, anche se non ha mai attraversato lo specchio. E quando torna dal viaggio porta con sé i colori e gli odori. Ed è bello viaggiare assieme a lei. Se fosse una donna sarebbe un orchidea, spuntata da sola sotto casa. Sarebbe un rubino senza montatura né confezione. Sarebbe solo un sapore, forse quello del mare. Sarebbe il sole che spunta o quando fa capolino. Sarebbe fiumi di parole ed è fiumi di parole. Inchiostro e sangue. Silenzi e singhiozzi. E tutti sanno di Alice e dei suoi gatti. Legare Alice ad un attimo sarebbe come legare il vento. Non c’è corda così sottile eppure così robusta. A casa di Alice si va per perdersi e non tornare più. E non c’è notte più buia della sua; della notte a casa di Alice.
Nel parco dietro la strada giocano i bambini. Loro non sanno. Tutti a rincorrere un pallone. Tutti a cercare chi non c’è. E chiedi ad Alice un verso di Lorca ma è solo un pretesto. Daresti la vita per un attimo d’amore. Ti trovi solo a chiederti se è mai stato amore. Se è amore quello. Se puoi amare e detestare allo stesso tempo. Ti riempi la testa di perché senza trovare una sola risposta. Una ragione a tutto questo franare. Nel mondo e dentro di te. Perché sai che ci sono cose che non si lasciano possedere. E sai di non aver mai saputo trovare ragione al dolore. E troppe sono le cose che ancora non sai. L’unica cosa certa è l’enorme confusione in testa. E’ questo un grido di dolore o d’amore? E la chitarra s’è presa una pausa. E ora tace, e il silenzio è sempre triste. Nessuno rolla il prossimo spino. C’è del vino rosso che riposa stanco in calici che vorrebbero essere lavati. C’è del fumo nell’aria e nessuno che apra le finestre. Il letto è sfatto. E’ questa l’immagine della solitudine. Ma sai che Alice, lei, tornerà. Col suo sorriso. E nemmeno quello può illuminare la stanza; oggi. Perché il tempo passa, per tutti. E te lo senti addosso; quel tempo. E tutto è immobile. E tutto e diverso. E cominci a scordare i versi di quelle canzoni. Non te ne vuoi andare, ma sei ormai uno straniero. Mentre genti diverse cercano di raccontare su altre rime. Ti sei distratto e lei cerca testardamente di accordare quelle sei corde.

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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Accetto, naturalmente a modo mio, la provocazione di Efesto. Lui, cioè lei, invita a recuperare grandi artisti dimenticati. Io mi limito a proporre un pugno di vecchie canzoni, alla rinfusa, che vengono da un allora. Qualcuna riproposta in vari programmi di Revival con un po’ di nostalgia. Naturalmente non c’è nulla di strettamente autobiografico, tranne il sapore agrodolce di canzoni che hanno accompagnato momenti più o meno agrodolci in anni lontani; che hanno detto delle cose, allora, che mi sono rimaste in gola. Al di là di qualsiasi altra considerazione (ci fu un leggero sospetto di pedofilia nei confronti della canzone di Dalla interpretata da Ron, allora Rosallino Cellamare) provate semplicemente a far correre queste canzoni e ascoltarle nonostante l’evidente logorio degli anni.

Michele: Se ti senti sola

Antoine: Pietre¹

Gian Pieretti: Quando il vento dell’est

Don Backy: Cara

Michele: Dite a Laura che l’amo

Dino: Te lo leggo negli occhi

Don Backy: L’amore

Ricky Shane: Cosa pensi di me²

Ron: Il gigante e la bambina

Don Backy: L’immensità

Gene Pitney: Quando vedrai la mia ragazza

Neil Sedaka: Il re dei pagliacci

Don Backy: Poesia

Alice: Prospettiva Nevski

I ribelli: Pugni chiusi³

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1] All’ora, inizialmente, Antoine era un cantante di protesta. Veniva definito la risposta francese a Dylan e a Donovan.

2] Di lui, barese, si raccontava che venisse direttamente da Liverpool e diventò famoso cantando le gesta delle bande giovanili dei Rocks e dei Moods.

3] In quel periodo cantava con i Ribelli il grande Demetrios Stratos che, prima di morire prematuramente, sarà con gli Area.

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