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Posts Tagged ‘amante’

Foto di donna in cucinaIo non ci pensavo proprio, non fosse stato per lei non ci avrei mai pensato. Per la verità proprio non lo sapevo. Prendo quel maledetto autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Mi scoccia muovere la macchina. Sono soldi mal spesi. Non che ci manchi, quello certo no, ma non è certo un modo buono per buttarli. Lei lo sa, ma le bugie, come si dice, hanno le gambe corte. Le donne sono stupide, e lo sono di più quando vogliono fare le furbe; mantenere un segreto. E una mattina me la vedo passeggiare con uno. La sera gli chiedo e lei è elusiva. Mi dice che è un collega, un tale Giannantonio, anche gentile. Niente di più, niente di meno. E’ proprio quell’essere evasiva, la sua vaghezza, a mettermi la pulce. Non un vero sospetto. Solo un malessere senza senso a cui al primo momento non avevo dato credito. Ma il dubbio è una cosa che spesso monta col tempo. Sarà la crisi del settimo anno o che altro. Sarà che un po’ sento di averla trascurata. Sarà che sono a combustione molto lenta. Sarà quel che sarà ma scopro di poter conoscere una punta di gelosia. So che non lei, che lei non lo farebbe mai, ma un giorno telefono e mi prendo ferie. C’è il bar proprio davanti al nostro portone e lì mi apposto. Dopo una mezzora la vedo uscire. Vuoi vedere che s’è fatta guardinga, e attenta. Seguirla non è un reato, e nemmeno poi così difficile. Sembra sentirsi sicura di sé quanto di me. Mi crede già alla mia scrivania. Pare non avere nessuna fretta. Al semaforo all’angolo ecco chi ti incontra se non Giannantonio. Sale in punta di piedi per un bacio sulla guancia. Niente di che. Lui è abbastanza alto. Molto, direi. Mi tranquillizzo, ma qualcosa non mi torna. Per entrare entrano nel portone delle generali. Ancora niente di strano, lì ci lavora. Sono stato proprio uno stupido. Poi mi domando perché un collega dovrebbe andarle incontro.
Ci giro intorno tutto il giorno e la sera e la notte ed il giorno successivo. Gli chiedo com’è andata la giornata. Mi risponde tutto monotonamente normale. Mi giro nel letto. Decido di farle una sorpresa. La sera vado ad aspettarla. Esce sottobraccio a Giannantonio. Come mi vede si stacca. Le spiego di essere passato per portarla a prendere una pizza. Me lo presenta e saluta il collega con una stretta di mano. Mi spiega che non è proprio un collega ma il suo capo direzione. Mastico la pizza in silenzio e mastico amaro. Si è staccata dal suo braccio con imbarazzo. La pizza mi resta sullo stomaco e non solo quella. Appena a casa cerco di parlarle. Lei mi da del pazzo. Io insisto. Mantiene la sua versione sulla mia pazzia e il suo amore. Perché dovrei saperlo? So solo che nessuna rassicurazione mi può convincere. Un po’ alla volta mi altero e la mia voce sale di tono. Mi invita a calmarmi. A letto torno sul discorso con molto delicatezza. La assicuro che in fondo sarei anche in grado di capirla, senza rassicurare me.
Alla fine lei cede, scoppia a piangere e confessa. A sentire lei è tutta colpa mia. Sono cambiato e la trascuro. E’ stata solo una follia, un errore, una debolezza; nulla di importante. Aveva bisogno di tornare a sentirsi donna, di sentirsi desiderata. Mi rinfaccia di aver scordato il compleanno. E l’anniversario. Di non saperle parlare che di lavoro. Di averle fatto mancare anche quel poco. Sono furibondo, le sputo addosso i peggiori epiteti. Mi prega di non alzare la voce. In realtà le mie erano parole violente ma non stavo gridando. Non voglio che i vicini sentano. Non so che fare. Ci addormentiamo dandoci le spalle. In realtà sospetto che nemmeno lei sia riuscita a dormire bene. Non faccio che rimuginare dentro. E più ci penso più sale la rabbia, e con la rabbia scopro nascere della curiosità. Inizialmente vorrei solo trovare una risposta ai primi elementari perché. Eppure mi aveva messo sull’avviso mia mamma, per quei capelli e quella kappa nel nome. Non c’era di che fidarsi. Ma i giovani non vogliamo mai accettare la saggezza degli anziani.
Allora m’era sembrata una stupidaggine. Insomma stavo per uscire senza nemmeno farmi la barba. Passo il giorno a guardare l’orologio. A cena non riesco ad alzare gli occhi dal piatto. Mi chiede per l’ennesima volta scusa. Mi assicura che era fuori sede. Che appena lo vede fa finire quella follia. Dice che non vuole più vedermi così. Ch’è pentita. Voglio sapere tutto. Dove. Come. Quando. Quanto. Mi giura su sua madre. Mi giura che non dura da più di due mesi. Sessanta giorni, mi sembrano un eternità. Capisco il suo imbarazzo. La invito a continuare. La incoraggio; e la sollecito. La prego di andare avanti. Com’è cominciata mi pare di poca importanza. Non è una scusa che sia stato lui a corteggiarla e che le abbia, seppure per un attimo, fatto perdere la testa. Veramente lei dice che si tratta della tramontana. Mi sembra un dettaglio irrilevante. Sono decisamente geloso, e un po’ invidioso. Mi sento sotto esame. Provo fastidio e aumenta la curiosità. Più lei parla e più le chiedo. E con la curiosità appare dentro di me una strana sensazione. Non fossi così furibondo direi che il suo racconto non manca di provocarmi una leggera eccitazione. Anzi mi sento attratto come da tempo non mi succedeva. Devo ammetterlo che quella notte abbiamo fatto all’amore e che è stato bello; particolarmente bello. Lei mi nascondeva il viso sulla spalla ed è tornata a piangere, ma in silenzio. Non ho sentito i suoi singhiozzi ma le lacrime scivolarmi sulla pelle. Ero tentato di dirle che la perdonavo. Ero tentato di staccarla e dirle che non le credevo. Che doveva pensarci prima. Ma era tutto così fantastico che alla fine sono sprofondato in un sonno pesante e ristoratore.
Le ho detto che non mi sarebbe dispiaciuto di incontrarlo, il mio rivale. Alla fine abbiamo deciso di invitarlo una sera a cena. Ero emozionato aspettando quella cena e non sapevo cosa aspettarmi. S’è presentato con un paio di bottiglie di brunello, il che non guasta; e testimoniava del suo buon gusto. D’altra parte Monika era una sufficiente garanzia; è ancora bella come allora. Era elegante ed educato e garbato e sapeva intrattenere; era un buon parlatore. Aveva attenzioni e parole carine per lei ma restava molto misurato. Non avessi raccolto le confessioni di mia moglie niente avrebbe potuto mettermi il minimo sospetto. Doveva essere il vino ma mi sentivo elettrizzato. L’ho pregata di essere gentile con lui. Tutto sembrava filare bene. La cena era ottima, anche in cucina quel diavolo di mia moglie ci sa fare. Quando sono andato a raggiungerla per aiutarla a portare i contorni l’ho pregata di essere carina con lui. Le ho detto che i suoi perché non richiedevano nemmeno una risposta. Che volevo vedere. Lui pareva accorgersi appena di lei. Abbiamo scoperto di essere tifosi della stessa squadra. La serata stava diventando eccitante. L’ho implorata di essere più libera. Mi ha chiesto quanto. Certo che le donne sono ben strane. Le ho spiegato che insomma… un po’ maliziosa; anzi proprio provocante. Non la conoscevo sotto quella veste. Era una Monika nuova; una vera scoperta. Lui faceva fatica a mostrarsi indifferente. E più lui faticava più lei sembrava metterci impegno. Ero così curioso della situazione e degli sviluppi che stavo scordandomi di me. Fossi stato più presente credo che il poveretto non avrebbe mancato di farmi pena. Mi fossi controllato di più mi sarei reso conto che mi stavo eccitando come non lo ero mai stato. Alla fine a lei bastò guardarmi per capire. Intanto la distaccata e controllata signorilità, quasi indifferenza, di Giannantonio si trasformava in imbarazzo. Aveva smesso di essere carino per essere solo sudato. La cravatta lo soffocava.
Vederla amoreggiare con un altro sotto i miei occhi mi rendeva letteralmente pazzo. La volevo e volevo vederla farlo con lui. In quel frangente Monika si stava rivelando una vera artista, un vero diavolo. Riusciva a mostrare con attenta disinvoltura ogni sua avvenenza, e poi sempre più con spudoratezza. Sfoderava sorrisi amicanti, anzi proprio porchi. Ogni volta che si piegava i suoi seni rischiavano di esondare dagli argini, di fuoriuscire. Ogni volta che si chinava era un lacerante grido e una promessa. Sì, perché è proprio bella la mia Monika. Non me n’ero reso conto a sufficienza. Lui non sapeva più come comportarsi e alla fine ha dovuto fare lei, ha dovuto arrangiarsi da sola, davanti ai miei occhi sgranati. Ha dovuto fare e disfare. Liberarlo da quella ragionevole riservatezza e degli abiti dopo essersi liberata dei suoi. Con una sfacciataggine talmente disinvolta da far sembrare tutto normale. Erano proprio belli e non voglio dire di più perché non sarebbe nemmeno carino. Non l’ho amata con tanta violenza nemmeno quando eravamo solo due studenti. Da quella prima volta Giannantonio viene a cena da noi ogni giovedì. Non hanno più bisogno di nascondersi e di chiudersi in uno squallido ufficio. Lei non ha più potuto lagnarsi della mia insensibilità e d’essere trascurata. E io ho scoperto cos’è il vero amore. Ma per questo fine settimana ho invitato Carloalberto. Lui è un tipo molto meno signorile; è uno spiccio; un vero maschio. Con lui ho già chiarito tutto. Può fermarsi tutta la notte da noi. Voglio che lei lo faccia uscire di testa. Spero solo che lo sappia trattenere almeno fino a fine cena. Mi aspetto che lui le dia una… una bella passata. Già me li vedo davanti agli occhi.

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Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

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La solita frase: “Pareva tanto un brav’uomo ma”… Con quel ma lasciato sospeso per far sospettare altro. Poi una processione di volti che sono i volti delle nostre periferie. In qualche modo uguali. E poi, con pazienza, l’altro usciva tra silenzi imbarazzati e omissioni. Ed era un altro fatto di frammenti. Frammenti che assieme andavano a completare un disegno complesso. Una vera e propria storia. Ne ho fin troppo di queste storie. E’ sempre così. Ci sono volte che le cose le sai già prima. E’ sempre così. Non potevo comunque esimermi di fare i soliti rilievi e quel minimo di indagine. Eppure tutte quelle carte mi sembravano inutili. In fondo era già successo. Naturalmente siamo stati chiamati dalla solita vicina di casa: «Come botti di carnevale». Come si potessero sentire, tra tanto fracasso, mica lo so. E i vicini a curiosare. Abbiamo dovuto sfondare la porta in un frastuono irreale. E lui era là, senza badare a noi né a quello che gli succedeva intorno, sprofondato nella poltrona, ciabatte ai piedi, cicca che aveva finito di consumarsi nelle labbra, la cenere caduta sulla canottiera; lì con la tele accesa.
Era un marito fedele e premuroso, gran lavoratore, tollerante, anche troppo, ma”… La moglie mostrava meno dei suoi quasi quarant’anni ed era ancora piacente, molto; almeno così appariva, per quel poco. Difficile essere certi o più precisi. Non si è mai così attenti davanti ad una scena simile, sfuggono certi dettagli che non servono strettamente al nostro lavoro, ovvero si guarda tutto con quel distacco che ci regala l’abitudine. Bionda; certamente non naturale. L’avevamo trovata in sottoveste, e senza calze, cioè a gambe nude. Si raccontavano talmente tante storie su di lei che si sarebbe potuto farne un libro, e anche voluminoso. Comunque tutti confermavano la bellezza della donna anche se con toni diversi. Gli uomini ne parlavano per via della sua prosperosità o di quel qualcosa o della sua gentilezza e lo facevano tutti con entusiasmo. Le donne… ne parlavano meno volentieri. Alcune la trovavano un po’ volgare, altre un po’ sopra le righe, altre ancora leggermente altezzosa, un po’, ma solo un po’, sovrappeso, troppo truccata, fino a dirla sfrontata e via di questo passo. La critica maggiore però era che il povero marito fin troppo spesso era costretto a farsi da sé da mangiare. E che lei passava più tempo dal parrucchiere che a casa. Tutto il resto veniva più che altro suggerito. Con quel “mi capisce, commissario?” … tipico di quelle donnette. Mi sono stancato a ripetere che non sono commissario e che non stiamo in un film.
Si conoscevano da una vita ed erano come fratelli, avrebbe dato la vista per quell’amico, ma”… Il suo migliore amico aveva una concessionaria di auto. Mingherlino e, si sarebbe detto, non molto alto. Avevano fatto le scuole assieme e assieme avevano militato nella locale squadra dilettantistica di calcio. Solo il militare era riuscito a separarli per un poco. Lui aveva fatto il servizio civile. Gli aveva fatto anche da testimone alle nozze, e di battesimo della piccola. La coppia aveva solo quella figlia. In quell’attimo aveva i pantaloni allacciati approssimativamente ed era a torso nudo. A quanto venimmo a sapere la relazione durava da alcuni mesi, sotto gli occhi del marito che pareva non farci caso. «Non che fosse contento, quello no. Forse solo rassegnato». Così mi era stato riferito da tale Caterino Ognisanti al bar da Guido. Niente di più preciso. A dire il vero non era nemmeno il primo e la donna da molto aveva preso a portarseli a casa, quegli amici per così dire intimi. Persino il parroco alzava gli occhi al cielo se si accennava a quella moglie: Una famiglia distrutta. Ma si sa come sono i parroci: dove entra il peccato lì finisce la vita. E don Albino è un vero e proprio terrorista. Le sue pecorelle si toccano al solo vederlo.
Era un padre affettuoso, anche troppo buono, ma”… La ragazza era senz’altro carina, molto carina. Non gli somigliava affatto. Mostrava molto più dei suoi quasi quindici anni. Era una donna fatta. Però non aveva molta testa. Aveva lasciato presto gli studi. Non pareva avere nemmeno molta voglia di lavorare. La si vedeva tutto il giorno in giro per i bar frequentati dai giovani, e sempre in compagnia. Sì! sembrava non possedere nemmeno molta… come dire? moralità. Era parlata e lei sembrava non farci caso; alzava le spalle. Con pazienza si vengono a sapere parecchie cose. E il chiacchiericcio sospettava che fosse rimasta, come il medico aveva poi confermato: la giovane era incinta. Capelli lunghi e top cortissimo. E non indossava in quel momento le mutandine; se ne avvide per primo l’appuntato Rotella. In compenso portava una quarta piena di reggiseno. Eppure nel nostro mestiere non dovremmo dare molto peso alle voci. Baratella, che dice di averla conosciuta, dice che sì non parlava molto ma non c’era molto da dire con lei. Diversamente dal resto la testa sembrava rimasta ai sei anni. Poi sembrò ripensarci e quasi voler ritirare quello che ormai aveva detto come gli fosse sfuggito di bocca.
Nemmeno ai giornali interessano più storie come questa. La miseria resta appiccicata ai posti in maniera ereditaria. Tutto era chiaro fin dall’inizio. Avrei potuto risparmiare a me e a de Martinis e a tutti tanto lavoro. Il fucile, un browning da caccia modello phoenix, era appoggiato al pavimento ancora caldo. Vicino la bottiglia di birra vuota. Un posacenere pieno fino a scoppiare. Una busta di affettato scaduto. Lui era sulla poltrona davanti alla televisione accesa, il volume altissimo. Girava continuamente i canali e variava il volume, in modo ossessivo e maniacale. La barba mal rasata. E una cicatrice sottile lungo il viso come una sorta di sorriso. Più che altro un ghigno. Gli occhi fissi sullo schermo con fare schizofrenico. Due grandi e rossi occhi che parevano sul punto di schizzare come tappi di spumante tepido una volta tolta la gabbietta. Era irrealizzabile parlargli ed era stato difficile strascinarlo via e impossibile distoglierlo da quello stato.
L’appartamento era in disordine. Tutto aveva un aspetto vecchio, trasandato, di cose prese in economia. La nostra è gente che trasforma anche il centesimo in risparmio. Strideva solo l’enorme schermo panoramico e stereofonico. La scena che si presentava inizialmente era raccapricciante. Il frigo tremava ma nessuno poteva ascoltarlo. Sul gas c’era un fuoco acceso. Al momento dell’irruzione i tre corpi giacevano immersi in enormi pozze di sangue. L’altro, l’amico, ci dava le spalle; il volto non si vedeva. Era stato colpito alla schiena. Come stesse scappando, verso la camera. E’ probabile che avesse cercato proprio di mettersi in salvo. Gli altri due corpi avevano il braccio teso allo stesso modo verso l’uomo, l’indiziato. La ragazza era stata colpita al ventre; la madre in pieno volto. Con la mano sinistra la donna sembrava avesse cercato di proteggersi la faccia, inutilmente. Lei, la faccia, non ce l’aveva più. Il sospettato continuava a ripetere morbosamente: “E’ mio, è mio, è mio!” stringendo il telecomando energicamente con entrambe le mani.

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Nessuno è bravo come me a raccontare storie fantastiche e affascinanti. E qual è quella donna che non è pronta a lasciarsi affascinare? Lidia dice: «Sei un gran figlio di puttana ma ti amo». E dell’argomento, parlando di puttane, beh! se fossi un signore non dovrei dirlo, ma lei è una che se ne intende; di quello e, naturalmente, di corna. Sono dell’avviso che le dia più gusto la consapevolezza del tradimento, come ad ogni donna.
La prima con lei è stata in macchina, il giorno stesso. E’ stata quasi una cosa senza seduzione. Non è servita nessuna storia. Non sapevo come difendermi dalle sue mani. In fondo crede di essere stata lei a sedurre. Almeno a decidere. Con quella sua mancanza di ritegno e di grazia; e pudore. Sarebbe stata una cosa assolutamente priva di interesse e comune non fosse, appunto, così assolutamente porca. Quale donna non lo è se sai toccare le corde giuste? Non è servita nessuna storia almeno quella prima volta. In seguito sono state utili, intendo le storie. Ora lei crede di essere eccezionalmente straordinaria, almeno nel sesso, per il resto, a parlarci, non è che si può pretendere: non si può dire una cima. E quel poco è anche confuso. Certo non ha né remore né limiti. Il nostro… rapporto vive ancora di quello, mantiene il fascino del proibito e del peccato. Si accontenta di sentirsi dire quanto è porca e che mai ho trovato nessuna come lei. Sarebbe una noia non avesse anche lei quella grande fantasia a letto e quel paio di tette da competizione. Elena non ha niente da invidiarle come porca e quelle di Armanda, come tette, intendo, sono anche meglio, che bastano loro a far sognare, ma lei, Lidia, ha le due cose assieme e non è mai sazia. E poi è perfetta quando ho la fantasia un po’ scarica perché va di fretta, non ha tempo di aspettare, passa direttamente al dunque. Si accontenta anche di una piccola bugia.
Mica come Rita, ma lei è giovane. Con lei ho dovuto inventarmi le cose più incredibili e dipingere Carlotta come una megera che mi maltratta e mi tradisce. Lei si aspetta che me ne liberi e io glielo lascio credere. Con lei è come se dovessi ricominciare ogni volta d’accapo. Lei mi dice sempre che sono un poeta e in fondo una parte di ragione ce l’ha. Spesso dice che è stanca di aspettare. Dice che sono un po’ troppo galante con Filippa, fortuna che lei, Filippa, è la sua più grande amica; ma che colpa posso avere io se quella ha allungato la mano sotto il tavolo. Nemmeno il tempo di arrivare a finire l’antipasto. Fortuna non se n’è accorta. Crede ancora, povera piccola, che l’amore sia quella bella cosa di cui vanno raccontando e che le racconto. Non fosse di quelle donne che hanno bisogno di crederci dovrei sentirmi una vera carogna. Credo che per lei credere faccia parte del gioco. Diversamente forse aspetterebbe ancora la sua prima volta. Così mi parla di fiori d’arancio con gli occhi che si perdono nel sogno e quando fa all’amore quegli occhi sono sempre abbassati, le guancie arrossate e si mette vergogna ad ogni cosa; e meraviglia. Fosse per lei lo faremmo solo a luci spente. Solo quelle volte che eravamo fuori mica potevo spegnere il sole o che ne so? il riflesso dei colori del grande schermo. Alla fine è ragionevole, le basta quella giustificazione, e vuole sentirsi dire continuamente Ti amo.
E io che mi credevo che fossero finiti i tempi per il romanticismo anche per le donne. Nemmeno Teresa mi fa mancare niente. E a lei quella frase darebbe anzi fastidio. Vuole sia chiaro che il nostro è solo sesso. Non sa che io so che non disdegna nemmeno le donne. Questo mi da un gusto con non provo con le altre. Mi lascio andare alle fantasia. Sarebbe un’amante perfetta se non pretendesse che fossi pronto in ogni occasione che lei riesce a liberarsi. E lei è esigente e lui è spesso fuori, con il lavoro che fa. A volte ne devo inventare veramente delle belle, ma a volte proprio non posso. Dovrebbe capirlo anche lei che non può chiamare e pensare che sia già là. Certo che crede che sia ancora completamente libero da qualsiasi impegno. Con Ambra invece ho dovuto usare l’avventura; questo mi è successo spesso. Farmi persona intrigata e interessante. Crede che le mie assenze dipendano dal fatto che mi occupo di pozzi di petrolio. Paesi dove anche il più piccolo gesto è pericolo e intrigo imprevisto. L’ansia rende i nostri radi incontri ancora più appassionati; quasi disperati. E’ come cercare di domare un cavallo impazzito. E’ con Giovanna che ho un po’ esagerato. L’ho guardata dentro gl’occhi e non ho potuto fare diversamente. E’ stato come se lo chiedesse e quello fosse l’unico mezzo. Mi crede un noto e avventuroso archeologo. E ha visto tutti i film di Indiana. Nemmeno se lo mette il sospetto che indagare reperti non sia quello che mostrano quei film. A volte mi riesce fatica a soddisfare le sue curiosità. Non fa che chiedere il seguito della puntata precedente.
L’importante, in casi come il mio, è la memoria. Mica ci si può sbagliare. Non si può confondere la storia raccontata ad una donna con quella ad un’altra. Sarebbe terribile, e terribile è stato l’unica volta che m’è successo. E’ stato con Ezia, come potrei dimenticarlo. Quella sera non mi ha lasciato nemmeno il tempo di metterle le mani addosso. Non sarebbe finita com’è finita. Lei non sa che arrendersi quando le sente, le mie mani. E’ stata una scenata durante la cena, in un ristorante. La ricordo come ora. Tutti a guardarci. S’è alzata indignata e la cena è andata, naturalmente, a scatafascio. E con la cena anche il dopo cena. Ho cercato di seguirla, un improbabile recupero in estremis. In quel caso la fantasia non mi è bastata. “Per chi mi avevi presa?” mi ha detto. E per chi dovevo prenderla se non per quello che era. Mica aveva fatto tanto la difficile. E poi gliel’avevo detto che non amo quelle gelose. Certo che a volte sei costretto a fare delle eccezioni. Ma chi non sa non ha nulla da temere. Lei invece non ne ha più voluto sapere. E quel saluto d’addio è stato alquanto volgare. S’è alzata e s’è alzata la gonna “scordatela”. E mi è servito da lezione.
Carlotta, mia moglie, che appropriato e disgustoso nome da moglie, santa donna, ha una pazienza straordinaria per aspettare; la pazienza della moglie fedele. Certo che spesso va da Marilena e qualche volta si ferma e questo le rende meno dure quelle ore. Per conto mio ormai, con Marilena, ho chiuso e son contento che vada da lei piuttosto che si impigrisca davanti alla televisione. Che magari gli possono venire strane idee. Che quando una donna si mette in testa qualcosa poi è quasi impossibile toglierla. Dice sempre «Non so se ne vale la pena; lavorare tanto, intendo.» ma lei non sa, naturalmente.

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