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Posts Tagged ‘amarcord’

George BrownVe lo ricordate Giorgio Marrone? No! nessuna parentela con Emma. Magari solo un paio hanno memoria di lui. Amici di scuola, elementari e medie. Ma se dico: George Brown, forse qualcuno in più alza la mano, perché quel nome gli dice qualcosa. Si chiamava Giorgio prima di diventare George. Prima di assumere quel nome d’arte.
Per un tratto è stato qualcuno. Prima con i “Reprobi”, poi ha raggiunto un certo successo col complesso de “I colombi sporcano i marmi”. Era chitarra solista e voce. Hanno inciso anche un disco, forse un paio. Li devo ancora avere, magari in soffitta. Dovrei cercarli. Da parte mia l’ho incontrato solo un paio di volte con la sua prima band. Poi… più visto. Solo qualche chiacchera. Sembrava scomparso. Un poco diverso lo è sempre stato.
Aveva messo presto su famiglia. Aveva avuto presto una figlia. Poi aveva mollato tutto. Quando già era finita l’estate dei “Colombi”. Quando le sbarbine fans, che gli si affollavano intorno ad ogni concerto, s’erano fatte molto più rare. Stavano diventando donne, e in qualche caso mogli e madri. Loro sì! ancora se lo ricorderebbero, se solo volessero. Insomma, era solo una pagina di quel diario del passato che non è mai stato scritto.
A luglio ero a Praga. Lo ritrovo là e lo riconosco subito. Un po’ invecchiato, ma ancora lui. A suonare e cantare per i passanti sul ponte Carlo, il famoso ponte di pietra sulla Moldava. Con un barattolo arrugginito attaccato all’accordatura della sua chitarra. La sorpresa non è abbastanza. Suona ancora divinamente il suo strumento. La voce è solo un po’ più roca, ma ancora affascinante. E sta cantando le sue solite canzoni. Mi fermo incantato con la sua versione di Hallelujah. È cagato e sputato il grande Jeff. Sono rapito.
Poi fa uno struggente Donovan, un paio dei Beatles, una buona dei Beach Boys, e naturalmente attacca Dylan. C’è la stessa magia. Sono persino commosso. A questo punto mi chino e lo chiamo per nome. Lui s’interrompe per me. E perché sente il suono della stessa sua lingua. Apparteniamo alla stessa generazione. Quei brani sono pezzi di cuore. Mi riconosce solo dopo un po’ e previo ricorso a memorie comuni. E per un paio di minuti parliamo delle stesse identiche cose. E di ricordi.
Mia moglie sbuffa, ma con me la fortuna è stata benigna. Vorrei poter fare qualcosa. In qualche modo. Gli spiego quello che sa. Che anche da noi campare di musica è sempre più difficile. Che però ho un contatto con una radio a grande diffusione, e persino con una televisione. Ci posso provare. Sono quasi certo di riuscirci. Potrei occuparmi per il viaggio. Con la sua conoscenza e la sua passione potremmo far innamorare delle stesse cose altre intere generazioni. Lo prego di tornare. Gli voglio lasciare il mio numero di cellulare. Mi guarda perplesso e un po’ stupito. Poi… Ma io sono felice così, con la mia musica. Allora, di nascosto per la vergogna, gli ho lasciato una monetina.
È stata notizia di pochi giorni fa. George era tornato. Mi sono illuso che sia stato per quello che ci siamo detti. So che non è così. L’hanno trovato all’angolo di una strada, ormai senza vita. Sembrava addormentato. La chitarra ancora stretta in pugno. Era ancora giovane. Troppo giovane per un addio improvviso e così. Forse una pera assassina. Non si sa. Non lo credo. Per quanto ne so non c’era mai cascato. Forse semplicemente aveva esalato l’ultimo respiro. Spero in serenità e senza provare né rimpianti né dolore.
Addio mio caro George Brown, riposa in pace e, se un paradiso c’è, suona la tua musica agli angeli. Spero la sappiano apprezzare.

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Io finisco la mia settimana il venerdì. Il primo pomeriggio. Mi godo questo piccolo privilegio. Dopo un incerto e poco convinto tentativo non sono mai stato in fabbrica. E nemmeno era fabbrica. A pensarci un po’ mi pare buffo. Ma avevo vent’anni; poco di più. Ormai mi rimprovero meno di non essere mai stato Operaio. Non sono più nemmeno Proletario. Sono poco padrone della mia poca prole ed è mio il tetto che mi copre la testa. Ma i tempi stanno cambiando; vero mister Bob? E forse non è più indispensabile appartenere a quella condizione. Inoltre, nella più precisa realtà, quel minimo-mini nemmeno mi copre la testa. Sta là, attualmente vuoto. E freddo. Oggi vivo altrove, con la mia compagna, a casa sua. Come un rifugiato politico. Con i miei libri e i miei dischi un po’ qua e un po’ là e il resto in una vita che è solo passato. Resti tra noi ma mi guardo intorno come quello spazio sia ancora provvisorio. Le chiedo scusa perché so che mi legge. Non ha nessuna colpa. Forse sono sempre stato così. O forse sono gli anni. Sono, in un certo senso, sradicato. E vivo anni che mi sembrano senza patria. E di trincea. E fatti solo di giorni.
Sarei tentato di dire che sono questi tempi di superficie, ma non mi arrischio. E mi tengo il sospetto che invece della ideologia abbiano cercato di sottrarmi gli ideali. Così tutto sembra niente. Sembra quasi inutile essere Antifascisti. A che serve chiedere un mondo più giusto ed equo se abbiamo la democrazia? Se viviamo già nel mondo migliore possibile? Non mi sembra così (ma questo detto tra noi; sottovoce). Discorsi da fare ne avrei tanti. Mi da gioia vedere il tricolore testardamente esposto alle finestre delle case. Mi da gioia e mi rende perplesso. Che stia diventando nazionalista, campanilista o qualsiasi altro misera lista che sconfina in un senso di appartenenza? Mi continuo a sentire Partigiano, nel senso di parte, di quella, e un po’ (molto) Internazionalista. Tifo per i magistrati e improvvisamente mi ricordo di vecchie battaglie. Dei processi ai compagni. Di una legge a tutela del potere, come è sempre stata. Guardo la piazza e si riempie di bandiere diverse. Nemmeno quella è più la stessa. Potrei proseguire questi discorsi per molto. Non avrebbe alcun senso.
Se mi definisco Compagno sembra debba sempre aggiungere un aggettivo. Ma forse era così anche allora. Il male della sinistra. Mica solo quella riformista. E anche qui il brodo potrebbe allungare. Ma a che varrebbe? In questi giorni cerco di rintracciare documenti di quegl’anni. Anche questa è forse necessità solo mia. Un po’ di amarcord. Eppure mi sembra una situazione di silenzio, di bisbigli e di pettegolezzi. Ho come la sensazione di una non partecipazione. Di un sradicamento. E di questo rimugino da giorni. Mi sembrava che l’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza avesse come un’ansia. La necessità (per altro falsa) di recuperare un tempo perduto. Una pausa nell’inutilità. Il vuoto di una dittatura che aveva annebbiato non solo le coscienze. E c’era, mi sembra, grande fermento. Oltre all’inno alla libertà. Un grande tessuto intellettuale e allora si stigmatizzava quella figura che sembra stia per scomparire. Senza presunzione e senza assumere un ruolo non mio provo una sensazione strana. Si stava ricostituendo una cultura e fondando una cultura altra. Ho letto allora splendide riviste. Letteratura da lasciarti a bocca aperta. E della grande poesia. Gli artisti che avevano fatto i partigiani erano tornati a dipingere, etc. E ci si chiedeva ragione di tutto. Non c’erano vere certezze.
Non è solo per rimpiangere. Troppo facile chiedersi dove sono finite (ad esempio) le Edizioni del Sole e quelle del Gallo, e gli Editori Riuniti, e quelle riviste che rivisitavano tutto. E non parlo solo di una cultura di parte. E parlo di informazione ma anche certamente di contro-informazione. Dell’approfondimento. Di avere, oltre la volontà, strumenti per capire le cose ed il mondo e le dinamiche. Ora mi sembra ci sia solo una informe marmellata. E gli amici di Maria De Filippi (con tutto il rispetto per quel lavoro che però mi sembra organico). E le case e le isole. E i problemi di letto, che per quanto importanti hanno sempre fatto solo in parte la storia. E di quella ma anche dell’altra storia. Ma forse lo sfascio è solo nella mia testa. Continuerò a chiedermelo; testardamente. A verificarlo e ad interrogarmi su ipotesi per le eventuali cause. Certo nessuno si chiede più quel’è il ruolo dell’intellettuale.
E allora vorrei “festeggiare” questo fine settimana proponendo una canzone a cui faccio seguire anche il testo. Non esclude né conclude il discorso fin qui fatto. Ne è solo un frammento. Non mi sembra siano venuti a mancare solo strumenti come i quaderni de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” con le Edizioni Bella Ciao. Forse sono quelli che son venuti a mancare di meno. Perché forse corrono ancora sotto traccia. Ma è del dare spazio a quella voce che sarei interessato. La cultura da salotto la lascerei volentieri a quelli del salotto. E allora, caro Popolo, come il 13 febbraio, torniamo in piazza. Ringraziamo di questa ultima illusiuone le donne. Abbiamo bisogno di tornare a guardare le nostre facce nude.Pierangelo Bertoli > Eppure soffia (1976) > Racconta una storia d’amore
Ho scritto una storia d’amore perché mi portasse fortuna
la solita storia melensa, un lui, una lei e la luna
avevo con me la chitarra, decisi così di cantarla
il canto si alzò pigramente, qualcuno gridò di piantarla.

Ma certo, tu canta alla luna, coi gatti randagi e rognosi
racconta di stupide fole e lascia che il mondo riposi
Riposi di pace artefatta da gente che succhia il sudore
racconta che il mondo e’ felice, che importa la gente che muore?

Racconta che lei era bella non dire che esiste il dolore
non dire che siamo sfruttati, racconta una storia d’amore
e dopo nascondi la testa perché non arrivi una voce
distogli i tuoi occhi dal mondo, ignora la bestia feroce

Non dire di quanti bambini avranno una vita da cani
non dire che siamo milioni, e abbiamo soltanto le mani
racconta stucchevoli storie di principi ad otto cilindri
nascondi miseria e violenza, insabbia, nascondi, dipingi

Dipingi di storie marziane perché sulla Terra è diverso
il popolo lotta e lavora e tante battaglie ha già perso
ha perso, incassato e riparte, tu lì col tuo pezzo di carta
ma ad ogni battaglia si schiera chi sta da una parte o dall’altra

Se mai ti dovesse colpire la luce di un bel sentimento
se un giorno dovesse arrivarti la voce portata dal vento
allora persino la luna avrebbe un suo giusto decoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro

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Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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Oggi, 4 settembre 2009
bustaLe cose, a volte, si sanno solo dopo; nel tempo. Il tempo di quando non si ha più tempo. Nel tempo fuggito. Nel tempo rimpianto. Quella lettera mai scritta, o l’altra lettera, arriva da lontano. Porta sapori lontani. Porta persone lontane. Forse nemmeno persone, solo ricordi. E, a tratti, persino vaghi. Ragazzi. Bastano poche parole. Anche meno. E’ facile avere 20anni. E’ difficile vivere e correre, a 20anni. Sapevo solo di non sapere. Niente era ancora definitivo. Ora so cosa non sapevo allora. Nessun peccato. Se c’era un appuntamento nessuno l’ha tradito. Se c’era un appuntamento credevo fosse con la vita; con la storia.
Un mondo che corre. Il fiato corto da ragazzi. Non ero pronto ad amare. Credevo di non esserlo. Non lo eri tu. Eppure guardarti è sempre stato un’emozione. Forse, col senno del poi, non ti avrei fatto quegli auguri. Forse ti avrei dedicato una canzone¹. Un’altra canzone da ricordare. Ho una canzone per ogni occasione. Non potevo farlo. Non c’era ancora, quella canzone. Avevamo già una canzone². Una canzone per noi. Diceva quello che non potevamo capire. Diceva che avevamo un appuntamento. Che non era un addio ma un lungo arrivederci. E quella canzone è rimasta. Un messaggio a cui non abbiamo prestato abbastanza orecchie. Una canzone che si sarebbe fatta ricordare. Una canzone come un ammonimento. Una canzone e un dolore. Come una sofferente nostalgia. Come una ribellione agli anni. La pazza idea di restare quello che eravamo. Di poter non invecchiare. E non ho imparato a non amarti. Ci sono parole talmente difficili da dire. Così dolorose. Quasi impossibili. Tanto varrebbe non dirle. Ma questo è già stato detto. E cos’è un bacio? Del resto poco importa.
Michele


1] E’ sempre più difficile postare musica con Youtube, poi te la rimuovono. Non penso sia pirateria ma promozione. Comunque sostituisco il video di Youtube:
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/AmoreCheVieni.mp3”%5D
2] Patty Pravo: Se perdo te.

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OGGI. Sembra pregarlo, chiederlo, imporlo. Lei vuole ancora ricordare. Oltre la mia vergogna. Oltre ogni pudore. Anche il suo. Credo che almeno questo glielo devo. Non ho che parole come oggetti contundenti; difficili. Come le dita di allora. Parole insensibili. Come segni che non sanno parlare. Parole povere. Non posso farlo che attraverso loro.
DIARIO: 1 gennaio 1968: Lo abbiamo passato in un bar.

16 anni Lei, solo 19 lui

16 anni Lei, solo 19 lui

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Nelcuorenellanima.mp3”%5D

1967. 16 anni Lei, solo 19 lui. Ragazzi come lo si può essere. Sogni ed illusioni da condividere. Libri da leggere. Musica da ascoltare. Il lavoro, lasciato lo studio. Pochi rimpianti; allora. Niente li poteva fermare. Era tempo di crescere, tempo di chiedere, tempo di dare. Era fretta.
Lei era alta e rossa non solo di capelli e per lui era “la rossa “; Era tutto e troppo. Era l’immagine della sua rabbia; giovanile. Era il suo riscatto. Era anche quello che non sapeva dire. E Lei lo credeva un poeta. Si guardava intorno stranita. Non capiva quello che le succedeva. Se lo chiedeva. Se lo sarebbero chiesto entrambi.
Non avevano tempo per loro. Non avevano tempo per fermarsi. Si cercavano con gli occhi, con le labbra, con le dita. Si cercarono per due mesi. Senza riconoscersi. Senza trovarsi. Poi lui partì, e quasi non fu una scelta politica. Per altri otto si inseguirono con le parole. Anche quelle troppo povere per essere di aiuto. Anche quelle come queste. Ma allora avevano una paura maggiore delle parole. Lei non sapeva di essere donna. Lui non sapeva che fare il ragazzo. La storia li sfiorava e passava loro addosso. La storia. Lei non credeva di essere nel suo destino. Lui non voleva darle un appuntamento. E quella storia finì in modo che sembrava banale. Finì senza bisogno di grandi colpì di scena. Finì soltanto. Senza fanfare. O forse s’era solo interrotta. A quell’età non c’è tempo per ieri. Si guarda solo avanti. Si corre. Si pensa ci sia sempre un posto dove andare. E un altro posto da scoprire.
Ormai era il 1968. Quei ragazzi, bene o male, si credevano gli attori di quel tempo. Ognuno a viverlo per proprio conto. Convinti di esserlo, la storia. Convinti che tutto fosse là. Che bastasse allungare una mano. Convinti che ci fosse sempre un giorno dopo la notte. E lui, allora, non avrebbe fatto nulla per difenderla. Non lo sapeva fare. Era come se l’intero mondo girasse intorno a loro. Un assurdo girotondo che nessuno dei due voleva. E ognuno credeva di esserne padrone, di quel mondo. Ma tutto era cambiato. Loro cambiavano. Gli amici partivano. Gli amici non tornavano. Niente e nessun posto li poteva perdonare. Le canzoni restavano in sottofondo. I libri non si prestavano più.
Era finita ed era il 1969. Lui era tornato. Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Lui aveva cercato i loro posti, i suoi passi, la loro magia. Sembrava non essere sopravissuto nulla. C’era uno studente un po’ presuntuoso. Non voleva che gli altri la guardassero. Lui scrisse altre poesie che lei non avrebbe potuto leggere mai. Che nessuno avrebbe letto. Che lui stesso avrebbe dimenticato. Nessuna parlava di Lei. Nessuna parlava di loro. Si nascondevano dietro al pudore; le poesie. Dietro. Per chi sapeva leggere Lei era ogni parola. Era dolore, ma era anche sorriso.
Sembrava il tempo passare lento. Per quelle calli passò ripetutamente. Un tempo che sembrava non avere fretta. Non avere fine. Privo di un disegno preciso. Un lungo rosario di anni. Molti amici rinfacciavano a lui ancora di averla lasciata sola. Molti amici avrebbero voluto trattenerla. Per loro. Forse gli invidiavano persino il suo dolore. Nessuno mai a dire a Lei che lui non aveva altra lingua; che non trovava altre parole. Che in ogni nome ripeteva il suo nome. Che non era capace che di scrivere quel nome. Che era rimasta dentro la sua anima. Che era Lei la sua poesia. Ma gli uomini sono solo uomini. Non sempre sanno vedere; nemmeno con gli occhi.
Gli anni posarono la polvere sulle cose. Non c’era più quello studente. Lei si perdeva. Credeva di inseguire la libertà. Di dare uno schiaffo all’anticonformismo. Di continuare a ribellarsi. Lo credeva. Convinta. Restava rossa ma si faceva cosa. E tutto le graffiava la pelle. Non aveva altra paura che di sé. E da sé cercava di fuggire. Nel silenzio. Dentro un bozzolo. Esponendosi. Rischiando. Lui smise di scrivere e di sognare. Chiuse nel cassetto la sua bandiera. Cercò un angolo in cui quel ricordo non fosse troppo invadente. Si scelse una storia concreta. Una donna concreta. Una strada facile. A sognare faceva fatica. I sogni non lo lasciavano stare. Lo cercavano. Lo inseguivano. Gli chiedevano di essere e ricordare.
La vita è continuata. I giorni e gli anni si sono fatti strada. Come un torrente si sono fatti spazio sotto le pietre. Hanno continuato a scorrere. Il tempo non ha rispetto per nulla. Nessuno sa dopo. Conoscere è arte per adulti. Anzi ognuno sa, e ha continuato a sapere. Ognuno sa e non racconta. Quella sarebbe davvero un’altra storia. Del ragazzo, ormai invecchiato, che giocava ancora con i ricordi e sognava ancora la ragazza dai capelli rossi. Dei conti con una vita in autunno. Forse di un cuore che continuava a cercare calore. Forse. E Lei passeggiava le sue giornate. E Lei pagava, giorno dopo giorno, ed in moneta contante, quelle che credeva fossero le sue scelte libere e indipendenti. E stringeva nel suo pugno una vecchia canzone che pensava solo sua.
Cosa poteva succedere ancora per riavviare questa storia interrotta, senza futuro e senza più poesia? Ancora lei, non più la ragazzina di 16 anni, di nuovo la ragazzina, ma non più come una bandiera. Non quella che tutti cercavano. Che tutti inseguivano. Solo una donna ferita. Una donna che nasconde il suo nome e quello che è diventata. Che si cela dietro parole a volte senza senso. Lei, la ragazzina provocante, ancora una volta sfida il mondo e torna ridendo nel suo mondo. Come allora. Per la seconda volta. Si era scordata di saperlo fare. Vede quel nome. Un nome che è un ricordo preciso. Nitido. Finge di non avere paura e chiede “Si ricorderà di me?” scrivendo: “Sei tu?”. Lui non sa cosa si nasconde dietro a quel velo e risponde quasi incerto “Sì, sono io!”. E Lei torna quella ragazza.
Da qui in poi la storia prende il volo, si trasforma in favola . Le Favole per vivere hanno bisogno di nutrirsi di grandi emozioni. E questa non è una favola qualsiasi. Ha emozioni che hanno origini lontane. In un mondo di sogno che non tornerà più, ma quei ragazzi sono tornati e hanno creduto al miracolo. Infondo cosa sono quarantadue anni. Ora paiono un battito di ciglia. E’ facile, ora, anche per lui, dirle quelle parole, gridarle: “Sono tornato“.
Lui la guarda ora con gli stessi occhi di allora. E ama la donna che è. Non ha bisogno di volgersi dietro le spalle. Non deve sopportare il peso del rimpianto. Il volto di Lei sembra il volto di quegli anni. Forse, per lui, quegli anni non possono avere altro volto. Ora a lei donna lui sa dire “ti amo“. E ama quella donna più del ricordo che ha della ragazza.

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