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Posts Tagged ‘amarezza’

tazzina di caffèNon era stato molto diverso di come sarebbe stato se l’avesse pagata e gli aveva lasciato, dopo, dentro, quel senso vuoto di insoddisfazione; di vergogna e non solo quello. Aveva riserbo nel raccontarlo perché il giorno non è solo una notte pallida ma il suo rovescio e ci cambia. Ma ci sono cose che fai una volta perché credi di potertelo permettere e di riuscire a dimenticarle invece al mattino lei era ancora lì vicino, (in quel preciso caso) nello stesso cuscino. Lei che era solo un nome. Un nome, appunto, per la notte. E nemmeno quello. E una camera a poco prezzo. Tutto per il bisogno in una sera di non pensarci. E fuori una pioggia sottile, quasi nevischio, e un odore di gomma bruciata e un pallore senza luce. Lei, con le sue parole, che lo raccontava ridendo. Come se non gli bastasse già ripeterselo nella testa quando non ci sarebbe stato bisogno di parole, ma piuttosto di silenzio. E che cosa c’era poi da mostrare orgoglio? Nemmeno fosse lui. E anche in questo caso poi… parlava un italiano drammatico. Avrebbe voluto che non restasse nemmeno un capello sul cuscino. E ancora autostrada da fare. E nessuna scusa plausibile. Non sarebbe stato da lui. Ne era incapace. Con il dramma di una colazione, da consumarsi in fretta. E allora la borsa buttata distrattamente. Il viaggio che riprende. Lei che ripete che non ha nulla nemmeno per cambiarsi. Che sembra non capire. Che si interroga sui tempi del futuro. Alla radio davano Used Cars¹. Il paesaggio non aveva niente di epico sotto il cielo pesante e il viaggio sembrava non volere finire. Per fortuna che almeno aveva smesso la pioggia.


1] Bruce Spingsteen in Nebraska

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tazzina di caffèQuel nome lo trovava un nome insolitamente brutto. La trovava una ragazza particolarmente banale; avrebbe detto anonima. Eppure a guardarla non si poteva negare che fosse una donna attraente o meglio bella (i due termini non sono di per sé sinonimi). Proprietaria di una bellezza calma, consolante, tranquilla. I suoi occhi erano grandi e quieti. I capelli neri incorniciavano un viso di una rotondità non ordinaria e aggraziata. Era anche alta da lasciarsi guardare. Si trovò all’improvviso a pensare tutto questo: era una che stava sulle sue non perché diffidava degli altri; insomma, una persona appartata. Era il suo sorriso ad essere insapore accompagnato dal suono piano delle parole. A lui non era mai parsa poi così bella come quella mattina a seguito di un grave lutto. Fu scusandosi che si accorse di quel cambiamento e di come fosse in tutto donna. Si accomiatò sforzandosi a non girarsi. Il destino aveva detto che avrebbe incontrato l’amore, ma non avrebbe mai creduto si trattasse di un amore, per quanto frivolo, che aveva già incontrato così spesso. Le telefonò solo per tornare a scusarsi e per informarsi della sua salute. Non aveva mai sentito un pettegolezzo su lei ma si accorse solo dopo averlo detto di averglielo chiesto: “Non credi che ci si potrebbe vedere; una di queste volte”? Non gli rispose di no ma sembrava una cosa in cui non credeva troppo e comunque non aveva alcun entusiasmo nella voce. Lui si chiese se era il caso e poi, dopo alcuni giorni lenti, la richiamò; in fondo non aveva altro da perdere. Camminarono indietro nel loro passato. Poi lei salì come se niente avesse potuto cambiare niente. Lui non aveva ancora alcuna certezza, ma si accorse che era vero che nonostante il nome era tutta da mangiare.

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tazzina di caffèL’avevano seppellito nella sua bandiera. Lo sapeva che non avrebbe avuto modo di esserne orgoglioso (avrebbe avuto di che esserlo) ma si dovrebbe rispettare sempre la volontà dei morti. Invece spesso non si fa e lui l’aveva detto “Non me ne frega un cazzo della fine delle ideologie. Che anche lui è un uomo. I miei polmoni sono quelli di uno che ha fumato da quando è nato. E povera Matilde…” –e non aveva voluto sentire ragione– “La ragione è per chi ha ancora tempo”. La sorella aveva sperato e cercato di dissuaderli fino all’ultimo ed oltre “Chissà dove finirà adesso? A tribolare come quando era qui.” –e si era segnata per sé e per lui una dozzina di volte; lei che non cedeva mai e finiva sempre quello che cominciava, ma lui il nero non lo voleva nemmeno da morto (nessun colore di nero). Dopo una vita di lavoro a suo figlio non aveva lasciato molto: i suoi libri, i suoi dischi e quelle parole “L’uomo non è nato servo.” –e a Oreste, quel figlio, ogni santo mese scadeva la rata del mutuo. Oreste ora era veramente solo e stanco come mai prima. Annamaria non poteva capire perché Annamaria era, come quasi tutte, una donna pratica. Lei non se ne faceva nulla delle parole quando si trattava di contare gli spiccioli. Non se ne voleva dar pace che lui non volesse liberarsi di tutte quelle vecchie carabattole per di più polverose.

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tazzina di caffèDelle città che non esistono alcune sono più che reali. Alcune sono speciali perché sono i posti dove ci si incontra più spesso e quelli in cui si vorrebbe sempre essere. E c’è sempre una lettera per farsi ricordare. E un calendario per contare i giorni. Ma tra un posto e l’altro ci sono le strade per raggiungerli. E alcuni posti sono destinati a non essere. Nemmeno a respirare. Così riprese il viaggio senza andare in nessun luogo. Dentro e fuori solo rumore lo sferragliare. Ma forse nemmeno quello. Un brontolio basso, continuo e sordo. Il vento spingeva le cose o erano solo gettate via dalla foga rapace di una velocità d’acciaio; testarda. Quando spuntava dal ventre della terra la luce improvvisa accecava. Intorno misere case e casamenti popolari. Di quell’abbandono sono fatte tutte le periferie. Uguali in ogni angolo di mondo. Un olmo potato con poca perizia e troppa avidità. Una camicia crocefissa ad un filo di nailon che si rassegna e nemmeno ormai si lamenta. L’oblò di una lavatrice che guarda curioso e poi si distrae. Una donna che sbatte alla finestra un tappeto liso di un colore stanco. Fili della luce che tagliano gli occhi. Mille cose uguali ovunque. Voci negate. Luce. Luce. Luce. Sbattuta come lampi. Mai immobile. Opaca. Abbagliante. Sul vetro lagrime secche. Ci si potrebbe immaginare un fochista che getta con foga il carbone. Era invece solo un meccano elettrico. Non gli sembrava esserci nulla di realmente umano. E lui aveva la consapevolezza d’essere fermo. Immobile in un attimo senza tempo. Il mondo correva alle sue spalle. Il controllore gli chiese il biglietto e lui frugò in tutte le tasche prima di trovarlo, stropicciato.

N. B. questo Blog era nato per contenere solo piccoli racconti, frammenti, prove di scrittura e di comunicazione. Col tempo s’è perso non solo il rispetto di un calendario ma s’è trovato ad ospitare altro. Non era nel progetto iniziale ma non si può sempre rispettare un’idea quando la realtà batte alle porte. Mi capita ultimamente di tanto in tanto di tornare al racconto puro. La cronaca mi incalza fin troppo spesso. E ce ne sarebbero da dire.

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tazzina di caffèEra stato un anno duro e non aveva voluto smentirsi fino all’ultimo. Il mattino, se così si può dire, fuori era un silenzio irreale. Di tanto in tanto qualche botto isolato. Era naturale che si sentisse pigra. Sembrava quasi che non fosse finito un altro anno ma la vita. Non le sembrava bello iniziare lavorando e lasciò le camicette da stirare. C’è sempre un altro giorno per fare le cose. Scese ma era difficile anche trovare un caffè e le sue impressioni ebbero conferma: anche le strade erano deserte. Avrebbe chiesto a tutti i venditori di illusioni e di fragili dolori a poco prezzo di restituirle i suoi vent’anni. Ma lei non aveva santi e le sarebbe stato doloroso aggrapparsi ai ricordi. Si può promettere ogni cosa e si può mentire anche a se stessi. Si sarebbe accontentata almeno di qualcuno a stappare lo spumante; lei aveva timore nel farlo. L’aveva fatto. Aveva dovuto. “Non pensarci. Ora sei tra amici”. Lo sapeva. Lo sentiva. Stava bene con loro. Non ci pensava ma il ricordo tornava da solo. Eppure qualcosa gli mancava. Sorrideva e non si sentiva spontanea. Stava bene e non si sentiva sincera. Le era mancato persino quello che era stata. Piccole cose. Un insieme di cose. Un po’ tutto. Non avrebbe saputo come dirlo. Le mancava persino la parola. Non le era stato d’aiuto nemmeno lo zodiaco. Il cellulare non suonava. Avrebbe voluto semplicemente che lui le restituisse quell’amore ma non lo poteva fare.

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raccontiEd eccolo il novembre. Hai un bel dire che è come gli altri, che un mese è solo un mese. E nemmeno perché è sempre, ogni anno, il mese dei morti. Quando ci si scotta. Si sentiva nervoso senza una ragione. E se non c’è una ragione è inutile chiedersi perché. Cerchi magari semplicemente di rincuorarti intorno. La giornata è mite; capita. Con un bel cielo terso, e il sole. Le foglie aggrappate ai rami hanno tutti i colori; i rossi, i gialli, etc.; forse solo il verde si fa più opaco. Sono colori splendidi. Il freddo non è poi troppo freddo. Ma non poteva che farsene una colpa. E questo non gli bastava, lo faceva anzi sempre più amareggiato. Lo sapeva da sé che la vita scorre. Non fosse che è novembre.
Ormai era come un appuntamento. Ma poi i “perché?” uno se li chiede. Siamo solo uomini, e pure maschi. Era più alto? No! Più bello? Boh! Direi proprio ancora un no! Caz… cavolo, un difetto alla vista. Più intelligente? Direi proprio nuovamente: negativo. Più ricco? E di cosa? Forse di arroganza. Certo guardava gli altri. Quello che era era troppo e mai abbastanza. Di questo sono fatti gli uomini, a volte. Almeno quelli come lui. Non aveva arte ne parte (si dice così) e non sarebbe diventato altro che niente. Ma non ditelo a lui. E allora cosa? Ce l’aveva forse più lungo? Le voci di corridoio danno per certo anche qui una risposta più che negativa; penosa. Povero piccolo. Inutile fare dell’ironia. Certo che questo o controlli, e non era il tipo, o prima mica lo puoi sapere. Forse aveva scommesso sul cavallo sbagliato. Forse era il cavallo della contrada del bruco. Si ha un bel dire ma Ernesto non riusciva a darsene pace. Non era bastato tutto quel tempo a farlo dimenticare. A riempire il vuoto lasciato da lei. Nel tempo, anzi, gli era cresciuta la rabbia. Faceva tutto distrattamente, senza interesse alcuno. I piatti erano rimasti nel lavello. Beh! non erano certo gli stessi, quelli di quella sera, erano altri. Ma i piatti restavano sempre nel lavello. Avrebbe dovuto tornare a prendersi cura della casa. E non aveva più ritrovato la voglia di accettare la sfida. La vita scorreva piatta. Non aveva capito. Si era solo rassegnato. Usciva dal lavoro senza voglia di rientrare. Lo aspettava solo un bicchiere e tutte quelle parole dette solo a se stesso. Sarebbe mai passata? Ma poi quale novembre?

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