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Posts Tagged ‘ambizioni’

Moneta con Giano bifronte

Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
Aveva letto la frase e poi chiuso il libro. Si versò un bicchiere di chianti freddo dal frigo. Se ne fregava. Aveva bisogno di qualcosa di fresco. Era comunque il suo modo di combattere l’estate. Teneva le finestre chiuse che non entrasse il caldo. Il condizionatore al minimo. Mordeva respiri larghi. Sudava, e questo gli dava il maggiore fastidio. Così, con le imposte abbassate, non sapeva mai che ore erano. Sapeva solo che era domenica. E che niente e nessuno lo aspettava. Era solo tempo suo. Aveva imparato a vivere con quel tempo. Lì, tranquillo. A coltivare la sua pigrizia. E non aveva una gran voglia di ragionare. Bisognerebbe avere vent’anni per poter sognare. Veramente bisognerebbe avere sempre vent’anni. In fondo la vita è stupida. Se ne va e te ne accorgi che è già andata. Quando ti manca qualche energia. Quando certi piccoli fastidi decidono di rimanere. Che poi viene a mancare anche l’entusiasmo. Era ormai troppo tempo che non si chiedeva cosa ne fosse di lei. Non aveva la minima idea di parlarne. E poi lei era uscita definitivamente. Non era più nemmeno uno sternuto nella sua vita. Forse era stato una carogna. Forse si era comportato male. Mica si può fare nulla. Ti accorgi che una cosa è finita e non puoi più tornare indietro. Tutto perde anche la minima importanza. Non conta nulla. Se solo fosse possibile. Invece ti scopri vecchio.
Lo dici perché non li hai più”.
Il tempo passa per tutti”.
La tua è solo invidia”.
Nemmeno quella. Purtroppo solo rassegnazione”.
Dovresti starci attento. Freddo si fa sentire dopo”.
Alzò le spalle. Tanto valeva far finta di non aver sentito. Possibile che non ci fosse niente di meglio, a cui lasciare andare i propri propositi? Voleva solo cambiare discorso. Era in un momento di blocco. Si era infilato in un vicolo cieco. La storia a cui si stava dedicando sembrava non aver più né capo né piedi. E non gli andava di mettere in piazza il diario della sua vita. Non gli andava di parlarne, con un estraneo. Che lo facesse pure Annastella; se questo le garbava. Fingendo di dirlo degli altri. Cioè di altre. Lei aveva fatto la giornalista. Ma quello che faceva era qualcosa di diverso. Non voleva dire. Guardò i fogli sul tavolo. Dove erano rimasti. Cosa fa di un libro un buon libro? Anzi, cosa fa di un insieme, di una accozzaglia di parole un libro? Anzi, cioè, cosa fa di uno che scrive uno scrittore? Lui aveva queste alzate di ingegno. Si dilettava, cioè provava un vero piacere gudurioso a scrivere. Anche piccole e stupide cose. Così si isolava. Viveva che cose che voleva. Faceva succedere tutto e il contrario. Entrava in qualsiasi panno.
Qualcuno dice che è una cosa che so fare. Che lo faccio bene”.
Ha ragione Enrico, ci sono più scrittori che lettori. E tutti si credono scrittori. Come i pittori. Il mondo è pieno di pittori tutti presi di sé e intenti ad imbrattare tele. Che non valgono più di quella della domenica. Che immane spreco. Cosa autorizza la tua presunzione? Cosa te ne da il diritto? Quali studi hai fatto? Quelli che parlano sono gli amici. Nella maggior parte dei casi. E gli amici hanno sempre un approccio benevolo. E a volte sanno mentire come fosse una missione per generosità. E nemmeno se ne accorgono. Agli altri non frega niente e non costa niente. Torna con i piedi in terra e pensa a cose pratiche. Utili. I panni da stirare sono accatastati ormai da mesi”.
C’era del vero. Non viveva in un ambiente che gli desse grandi stimoli. Amava i suoi amici ma erano persone semplici. Anche intelligenti. Ma sapevano quello che erano. Giovanni si occupava della sua osteria. Era sempre stato il suo sogno. Ora l’aveva realizzato, e gli prendeva ogni energia. Alvise amava l’arte. Cioè amava la pittura. Aveva la casa piena zeppa di quadri. Alcuni erano buoni. Era una passione e un hobby allo stesso tempo. Ma era in pensione. Si era guadagnato quel riposo facendo il postino per tutta una vita. Anche Silvano era in pensione, da una municipalizzata. Non ricordava di cosa. E Gabry, sua moglie. Anzi no, lei probabilmente non aveva aspettato l’età per usufruire regolarmente della pensione. Aveva avuto fretta. Non si erano preoccupati del futuro. Ma nemmeno a loro mancava nulla. Nessuno era ricco, in fondo se la passavano.
Poi c’era lui. Faceva il commercialista. Un semplice ragioniere. Lui i soldi li aveva fatti. Forse ne aveva. A sentir lui… ma a sentir lui. E lui forse quei soldi non li aveva più; se mai c’erano stati. Se li era presi la moglie. Ormai ex. Era convinto che non la raccontasse giusta. Non l’aveva mai fatto. Lui lo sapeva bene. Nessuno lo sapeva meglio di lui. Ma di lui non amava parlarne. Nemmeno pensarci. Nemmeno nominarlo. Gli sembrava che tutti avessero fatto qualcosa. Lui no. Lui un lavoro ce l’aveva ancora. E poi c’era un abisso tra il dilettarsi e interrogarsi su cosa faceva di un dilettante uno scrittore. Che quando poteva, e doveva, non aveva la voglia di studiare. Probabilmente nemmeno la testa.
Non hai più l’età per certi voli pindarici. E non fa nulla se ti scopi la segretaria. Non vale. Dovevi pensarci allora”.
Tornò al libro. Rilesse quella frase: “Non particolarmente. Sono a cena da mia sorella con un plotone di parenti di suo marito. Che succede”?
In fondo la rete distribuisce a mani generose queste ed altre illusioni. Lui era già sopra il computer tutto il santo giorno, per lavoro. Quand’era a casa preferiva tenerlo spento. Ne aveva abbastanza di recensioni di libri degli altri. La maggior parte non valevano di più del peggiore dei suoi raccontini. Tornò a posare il libro. Una frase che presa da sola non era particolarmente significativa. In effetti non voleva dire nulla. Affogava nel mezzo delle pagine. Non avrebbe mai permesso di capire di che romanzo si trattasse. Cioè una frase qualunque in un punto qualsiasi. Era solo l’ultima frase su cui si era interrotta la sua lettura. L’avrebbe ripresa più tardi; a letto.
E questo cos’è? So già cosa stai per dire. Domenico è una eccezione, tra i tuoi amici. Si può dire che lui è un intellettuale. Lui sì! Brutta parola questa. Ha pubblicato un paio di libri. In verità li ha fatti pubblicare; a sue spese. Lo sai. Poi li ha fatti girare tra gli amici e poco più. Nemmeno questo fa di lui uno scrittore. Soldi gettati”.
Infilò una porzione di melanzane alla parmigiana nel forno a microonde. Decise di seguire lo stomaco. Di quel parlare inutile se ne fregava, ed era stanco. Rilesse quel breve racconto sul labirinto. Semplicemente gli era piaciuto scriverlo. E gli sembrava buono. Sì! gli piaceva. Non capiva cosa ci fosse da ridire. Ne a cosa servissero tanti sofismi. Si mise a tavola. In quel momento tornò a rendersi conto di essere da solo. Accese sul primo per vedere il telegiornale.

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spinolaLo so che non è più cronaca. E’ passato tempo. Ora abbiamo rinnovato il mandato al nostro presidente. La notizia è di quelle notizie che hanno fatto il loro tempo. Mi sembra però doveroso conservare memoria, non tanto dei fatti, quanto delle persone. Vedi mai che mi capiti ancora di incontrarli. Vorrei riconoscerli.
Ci sono le coppie, anche in politica; come no. A volte sono coppie sposate. A volte di fatto. Altre volte è solo perché si sono incontrati. S’è intrecciato un rapporto. Hanno scoperto di avere delle cose in comune. Come si dice? delle affinità. O di volere delle cose simili. Proprio come nella vita vera. Nel caso loro un sindaco o un prete li hanno anche uniti in matrimonio. Tutto in regola. Vin rosso e vin bianco. Con tanto di banchetto di nozze. E li vedi subito che sono una coppia affiatata.
Una vita spesa ad ignorare. A evitare il lavoro. A promuoversi. Mi si presentano. Mi fanno accomodare in cucina; “fa più confidenziale“. Mi guardo intorno, la casa è una casa, mica un appartamento. Chiamarla casa e non darle il dovuto rispetto. Di quelle che mica puoi comprare con un lavoro dove si fatica. Nel caminetto crepitano ceppi allegri, e fuori non fa ancora così freddo, ma il caminetto è nell’altra stanza. Non tolgo il cappotto. Non sono, come si dice, a mio agio. In tutti questi anni ne ho incontrati molti come loro, non loro. Strano. Non mi si può definire proprio un tipo casalingo. Ne uno che evita le persone come il contagio. In città conosco un po’ tutti. E un po’ tutti mi conoscono. Non tutti, naturalmente, alla stessa maniera. Qualcuno mi ama. Qualcuno non mi apprezza, o meglio non è d’accordo con me. Qualcuno finge di non riconoscermi. Ci sono anche, a volte, episodi che creano dissapori. Persino se ti limiti a parlare di calcio. Insomma ne conosco di gente. Praticamente tutti, almeno tra quelli che si occupano nel sociale.
Un caffè“?
Se non è troppo disturbo preferirei un bicchiere di vino“.
Non è un disturbo. E io parlo meglio facendo rigirare un bicchiere di vino tra le mani. Fosse porto sarebbe il massimo, purché rosso e fresco. Di questi miei gusti ne ho parlato fino alla noia. Ho il dubbio però che la conversazione non sarebbe, per questo, più piacevole. Diffido e lo so perché. Naturalmente si scomoda lei. Si alza e si assenta per poco. Se sono vestiti da casa stanno in casa come ad un party. Fumare, credo non si possa fumare. Renderebbe sgradevole l’aria. Ne ho voglia già appena entrato. Mi trattengo. Non ho fretta di mostrarmi a mio agio. E poi voglio avere il tempo di capire perché essere qui. Che poi, io mi conosco, girala e voltala, io prima o subito le cose finisco per dirle. E io, qui, non ci dovrei proprio essere.
Lei si occupava di volontariato. Lui s’è occupato di volontariato. In orari incompatibili. Cerchi uno e trovi l’altra. Di questi tempi chiamano tutto volontariato. Paiono poterne essere stati gli unici beneficiari. Ma era volontariato di sinistra.
Dove“?
In diversi posti, anche lontano, ma mai qui“.
Lo dicevo io. Ecco perché nessuno li ha mai visti e qualcuno, uno o due, li ha solo sentiti menzionare; per nome. Lei mora, capelli lunghi, forse una volta bella, ora dall’aria pacatamente sorniona. Magari spera ancora di poter essere notata. Le si legge in faccia che è una persona istintiva. Più di lui. Doveva avere del sangue nelle vene e un po’ gliene deve certo essere rimasto. Lui due occhi di quelli che ti penetrano dentro. Pare di quel tipo che a fargli perdere il filo rischi di perderci la vita. Lui gomma di marca garantita; impermeabile. Eppure c’è in lui, testa rasata, mascella volitiva, qualcosa che trascina a diffidare. “So che ho sentito dire che qualcosa bolle in pentola“.
Il tipo è bene informato. “Vorremmo fare un gruppo di acquisto“.
E’ questo il punto. Vorrei farne parte come Presidente“.
E’ questo il punto. Potrebbe farne parte come Presidente“. Questa è Lei.
Per nulla stupidi i due, probabilmente possessori di una certa cultura e di esperienze. Lui a fare il maschio. Lei pronta a scatti di orgoglio. Lui convinto di poter spiegare. Se la casa l’ha pagata il lavoro di volontariato quell’associazione di volontariato non ha badato a spese.
Veramente noi un progetto ce l’abbiamo, e pure un presidente, e delle idee sul che fare“.
Ma io mi sono occupato anche del problema dell’acqua“.
Faccio presente che qui, a Spinola, in tutte le case c’è l’acqua corrente, almeno quella non manca. Mancheranno anche altre cose, come una vera piazza, ma l’acqua è arrivata. Si tratta di ricreare un tessuto sociale. Di rimettere le persone in relazione. Di lavorare, mica di ciarlare. Già ne ho avuto abbastanza. Certo non so essere sempre molto diplomatico. “Vi spiego dove siamo, chi siamo, cosa vogliamo fare, come si chiama questa via e qual è il vostro civico. Ho come l’impressione che abbiamo sbagliato tutti porta“. Lei mostra un breve scatto d’orgoglio e di ribellione. Non aggiungo che mi sembrano caduti dal nulla. E dire che trascuro particolari anche rilevanti.
Parlo degli ultimi vent’anni e i loro volti hanno una immobilità glaciale. Accenno nomi e loro non cambiano espressione. Persino quando tocco argomenti che dovrebbero essere vicini ai loro interessi degli ultimi quarant’anni. Persino quando spiego come è nato il gruppo di cui hanno fatto parte, di cui taccio il nome perché fin troppo conosciuto e rispettabile, non ne ricaverebbe certo una buona pubblicità. Confondono la nostra città con le distese sahariane. Nessuno s’è dato nemmeno la pena di avvertirli com’è cambiato questo territorio e a loro sembra normale. Con nemmeno velata insistenza lei vorrebbe candidare lui. Con la stessa arroganza lui vorrebbe candidare sé stesso. Ma questo s’è già detto.
Per dovere d’ospite, e per il vino, lascio capire che saremmo anche disposti ad accettare l’aiuto del loro lavoro. Preciso che dietro a quello che stiamo facendo c’è questo impegno che ormai dura da anni. L’incontro è e deve rimanere confidenziale. Eppure la nostra sede è sempre aperta. L’incontro è utile anche a bere un secondo bicchiere di vino; è bianco, è fresco, è buono.

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Ecco s’avanza uno strano soldato…
la nuova classe dirigente.

politica4Mio suocero, buonanima, non aveva alcuna simpatia per le zucchine. Era un uomo del suo tempo, non colto ma certo non stupido, molto pratico, legato alla terra; contadino era nato contadino, cioè con quella scorza di chi conosce la fatica. Delle zucchine diceva che “hanno un grado meno dell’acqua“. Così si meravigliava di chi amava quella verdura che aveva un sapore inutile. Non so se si sia mai trovato a usare lo stesso metro sugli uomini e ormai non sono più in tempo per chiederglielo. Per certo so che lui preferiva diffidare che dare la propria fiducia. Era con le mani che lavorava, era con il sudore che misurava quel lavoro. Fiero come solo un uomo segnato di tutte le intemperie può esserlo. Lui la guerra l’aveva vista, mica ne aveva solo sentito parlare, ed era andato in Africa che nemmeno gli sembrava guerra. Lì, in Africa, ci avevano fatto le strade, ricordava sempre, e a sparare avevano sparato solo a coccodrilli, per mangiarseli, ma quelli avevano una pelle dura come le pietre, le pallottole rimbalzavano, e, per mangiarseli, dovevano sparargli sugli occhi, ai coccodrilli. Certo che dopo la sorpresa il modo si trova, e lui cacciatore lo era prima, fin da bimbo, durante, e dopo. Comunque gran brutte bestie i coccodrilli. Se non ti stavi attento finivi per fare da preda.
Ma torniamo agli uomini-zucchine, tanto Oreste mica le sa tutte queste cose. Vedere un coccodrillo nemmeno a pensarci, distinguere un pescecane neanche alla lontana, che lui di problemi ha già i suoi e basterebbero per molti e molti, anzi riempirebbero ogni spazio disponibile. A volte li chiama, quei problemi, pensieri; già! è il suo unico modo di pensare un pensiero. Non si ricorda mai nessuno, a memoria di tutti, di averlo mai visto arrivare senza un sospiro e libero da preoccupazione. Una volta è la salute, l’altra e la politica (sua vera passione), l’altra è la famiglia cioè le famiglie, la vita l’ha fatto ripetere gli stessi errori, anche qui, come in ogni cosa, almeno tre volte, l’altra ancora è il condominio, l’altra ancora è il diavolo se lo porti. Prima e sempre ti ritrovi a toccarti nell’intimo, le palle, sopra i pantaloni; persino chi è donna se le cerca. Cominciano ad esseri lisi, e lucidi.
Qualcuno potrebbe avere il sospetto che sia colpa degli ormoni, quali ormoni, sono gli ominidi, cioè l’omino, dal sorriso serafico e la sfiga sempre in agguato. Ma come si diceva, e lui può confermare ad ogni piè sospinto, ne avesse fiato, resta la politica il suo grande amore. Ma la politica quella fatta di grandi ideali, di grandi idee grandi, di punti fermi, ché a spostarsi si rischia di non ritrovarsi più, di principi, naturalmente di Democrazia (si noti la maiuscola) e di ogni qual altra cosa suoni gonfia. Fin qui nemmeno sarebbe da criticare un tipo di quel tipo. Viene, prende il caffè e ripete lo stesso discorso, naturalmente premettendo almeno un accenno all’ultima, e perché no anche a qualche altra, preoccupazione. Sempre quello. E non parliamo dei fantasmi che gli fanno ressa dosso, né delle grandi cospirazioni che cospirano contro la sua persona e naturalmente il suo partito, Quello. Sicuramente i soggetti implicati, in queste malevolenze, comprendono chiunque gli si avvicini, il Mossad, il KGB o quello che ne è derivato, il KKK (che vuol dire Ku Klux Klan e si pronuncia come Joan Baez in “Drugstore Truck Drivin’ Man“), questa non l’ho proprio capita, la Cia che ci spia e molti altri tra cui quei biechi individui che rubano sul prezzo delle zucchine. In fondo è il mondo, non lui, ad avercela con lui.
Ha lo sguardo beota, gli occhi da agnello, e si guarda torno con eterno sospetto. Vittima è nato vittima. Vien quasi da mettersi a cercarglielo il carnefice all’incirca convinti che non ne possa fare a meno, che sarebbe il vero bene, non solo per lui; perché lui qualcosa di diverso lo vorrebbe dire, mica s’è detto che gli manca la buona volontà, è che non sempre c’è lì pronto qualcuno disposto a suggerirglielo. Sì! perché Oreste, nome forse troppo impegnativo per lui, pesante è pesante che già a piccole dosi digerirlo è impresa, ma ciò che non s’è ancora detto è che ciò che lo rovina è proprio la convinzione di essere tutto quello che non è. Tutto quello che servirebbe a alimentare la sua smisurata presunzione; che di arroganza non ne lascia mai nemmeno un briciolo ad alcuno. Lui è uomo d’azione, che già stare seduto a quel tavolo è fatica immane. Il sospetto è che se lo mandi a fare pipì è meglio spiegargli dove lo trova; povero caro. Lui è leader, e se lo dice da solo. Tutti son liberi di trovare il modo di nascondere ilarità. Lui, che non lo vedi nemmeno dopo che ti ha chiamato per nome.
Lui è il centro dell’attenzione. Ultimamente sembra sia diventato un intero partito, compresa la sua storia, cioè quella del partito, perché è sempre appartenuto a quel partito e a quella storia. Non ha mai tradito nessuno dei due. Un partito in verità persona. Composto solo da lui. Nessun’altro se ne era accorto, ma lui se l’è fatto suo e se l’è fatto mettere per iscritto, se non proprio da Roma da abbastanza in alto (ché, a suo dire, il padreterno era in altre faccende affaccendato). Forse è di questo che è uno e trino; lui, la storia e, soprattutto, il partito. Non accetta discussioni. Gli è facile essere democratico: come essere uno e trino succede raramente, ma succede, che lui si trovi in minoranza. Il primo che dice lui l’aveva giusto in mente o l’aveva già detto. Ma attenzione poiché se lo si contraddice pesta i piedi, fa spallucce, si adombra, riscopre dignità, fa il capriccio e se ne torna a casa; naturalmente se la sua compagna gli apre la porta. Lui ama tutti i pregi ma li lascia agli altri. Anche delle piccole cose. Niente è troppo per lui.
Mica è cattivo, che non ha tempo per essere anche quello. Certo è anche sfortunato, giusto ieri e incespicato della sua ombra, dopo che quella, l’ombra, gli aveva fatto prendere uno smisurato spavento. Ora se qualcuno si riconosce nel ritratto non perda tempo a prendersela che di ambizioni grandi e smisurate è pieno il mondo, ma di qualità ne è stata distribuita con grande parsimonia. Ché poi il male non è tanto l’ambizione, mi si lasci la mia che è stare qua, tranquillo, a cazzeggiare; e si lasci al mondo la libertà di riderci sopra (a quelle troppo in distonia) che il riso rende più bella la vita, anche se a ridere ridono di noi.
Joan Baez: Drugstore Truck Driving’ Man

N.B. In realtà la canzone centra, col resto del racconto, come i cavoli a merenda, ma è sempre una bella canzone e un invito a tirarsi su dalla pochezza che circola intorno.

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