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Posts Tagged ‘amici’

briscolaCi si trova spesso, le sera, con Lucio e Francesca. Quasi sempre da noi. Tra amici. Si chiacchiera un po’ e un po’ si spettegola. Si parla di tutto e di niente, della vita. Dei figli che se ne vanno, di quelli che non lo fanno mai, di quelli degli altri. Soprattutto di questi ultimi. Delle vacanze fatte e di quelle che avremmo voluto fare. Della signora Rosa. Dell’ultimo film che nessuno di noi ha ancora visto. Dell’appartamento che abbiamo visitato al Prenestino Centocelle. Dei cinesi. Della fermata della metropolitana che non hanno mai messo. Si beve un bicchiere. A volte si cena. Si sta in compagnia e qualche volta ci si fa una partitina.
Chissà cosa si era pensata lei quando avevamo proposto lo scambio delle coppie? Aveva cominciato a dire: «Sempre così voi maschi». Poi si era messa a ridere sotto i baffi. Gli era scappato in un sussurro: «Dov’è la novità»? Forse io mi sbagliavo. Poi si era morsicata la lingua. Aveva ingoiato quelle parole. Si era corretta osservando a voce un po’ meno bassa: «Non so… ci conosciamo da così tanto… Mi sembrerebbe»… Come se si sentisse in dovere di negare. Era riuscita anche a fingersi leggermente sorpresa e scandalizzata. Persino a farsi venire un rossore. Era stata solo lei che aveva frainteso. Su sollecitazione della moglie Lucio invece si era alzato subito per cambiare la sedia con me anche se visibilmente non era contento.
Francesca è una donna attenta, a cui non scappa un motto, sembrava indispettita, ma aveva ricominciato con indifferenza a distribuire le carte. Non era la mia serata. Ero tutto uno stringere gli occhi, sbattere le ciglia, e succhiare dal bicchiere. Mi sentivo già un po’ brillo. E non facevo altro che accendermi un’altra sigaretta. Se non era per la mia nuova compagna, non mi sarebbe rimasto che scusarmi e alzarmi dal tavolo. Magari fingere un mal di testa. Una corsa al bagno. Una scusa comunque per girare la sedia e sperare che così girasse anche la serata. Ma la sorte va sempre affrontata con un sorriso, anche se è un sorriso a denti stretti. O lei aveva sempre l’asso di briscola, o ce l’aveva lui, oppure… Le avrei mangiate le trevisane.
Poi mia moglie mi aveva toccato una gamba. Era un contatto che aveva qualcosa di rassicurante. Sono certo che le storie me le faccio io, dentro la testa. Mi aveva fatto l’occhiolino, ma ero altrettanto certo che non fosse un segno di gioco perché poi aveva gonfiato le guance. Mi sembrava stranamente nervosa, ma è da lei. Spesso è distratta mentre giochiamo. Non si ricorda di quelle scartate. Va liscia sul mio carico o lo chiama quando non ha nemmeno una scartina. E’ anche per questo che siamo la coppia più perdente delle partite in famiglia; dell’intero condominio. A volte mi chiedo dove ha la testa. E allora sacramento dentro di me e le dico: Ma Amore… e alzo gli occhi al cielo. Naturalmente fraintende sempre anche se il re è già uscito. Così ero contento di trovarmi in coppia con Francesca. Lei è sempre attenta e quella sera anche silenziosa. Però le cose erano decisamente migliorate e la serata era diventata brillante, interessante.
Vinta la prima le altre hanno cominciato ad andare sul velluto. In quel momento si era fatta proprio attenta perché a lei non piace perdere e, diversamente da Francesca, non cerca di dare sempre la colpa a me. Mi sono preso un calcio dalla mia nuova compare quando mia moglie aveva segnato ancora un asso che non aveva. Ho detto Che ne dite di un buon caffettino. Vado io. –chi tace acconsente e sono andato in cucina. Ho fatto scorrere l’acqua intiepidita. Stavo ancora riempiendo la moka quando è arriva Francesca a ruota: Non pensi che potrebbero sospettare qualcosa? Mi sono girato per guardarla e ho cercato di inventarmi un sorriso: Non è possibile; Lei si fida ciecamente di me, tesoro. E’ solo perché è strana. Sai com’è lei. Dicevo così. Tanto perdiamo lo stesso nonostante il tuo piccolo aiutino. Hai ragione. Non pensiamoci, stasera Checca siamo assieme e voglio prendermi qualche rivincita. E’ lei. Non ci posso fare niente. Sbrighiamoci altrimenti avranno ragione a pensare. Tu prendi la grappa. Forse dovremmo cambiare gioco. Non quella, l’altra. La prossima volta ci vediamo un film. Forse sarebbe meglio. Non c’è altro da fare. Come va con lui? Meglio.
Mentre stavamo per raggiungerli a Francesca sorge un dubbio: E se si sono accordati per cambiare i motti? Ma cosa vai a pensare; Lei si scorda anche quelli che dovrebbe fare di regola. Già! Stasera puoi giocare come sai, facciamogli vedere chi siamo –e le appioppo una gran pacca sul sedere mentre siamo ancora in corridoio. Non fare il cretino; sai che a me piace vincere sempre.

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Ci sono proprio cose che non ti possono non infastidire. Io non lo so chi scrive queste storie. Va bene aggiungere un po’ di fantasia, ma quello il troppo è eccessivo. Poi la gente ci crede e diventa un’altra storia. Diventa chiacchiere. Ora vorrei ristabilire un po’ verità visto che ne sono stato il protagonista.
Quella sera avevo trovato di prendere due lire, cioè due euri, bisognerebbe aggiornare anche i modi di dire, per dare una mano in cucina in un ristorante dove c’era una festa in grande. Lavavo i piatti con un occhio ai fuochi mentre sentivo venire di là il frastuono di quelli che si stavano divertendo. Era una serata tutt’altro che di riposo. Servito il dolce e finiti i miei compiti volevo farmi una bella doccia prima di andare a ritirare la paga. Maledetto me ho voluto prima buttare un occhio alla festa che pareva non volesse finire. Trovo il coraggio e vado fino al bar. Mi si siede vicino una bella ragazza. Sui vent’anni, alta, slanciata, occhi spalancati; insomma una vera bellezza. Non posso dire molto di più perché con quelle luci vedevo e non vedevo. Tanto che mi sia accorto che era un poco sguaiata e che aveva belle gambe che mostrava abbondantemente scoperte.
Dall’interesse che le ronzava intorno sembrava la festeggiata. Io ho rimesso gli occhi nella mia acqua tonica. Lei sembrava già un po’ su di giri, direi brilla completamente, e mi ha rivolto la parola. Parole farfugliate non con troppo senso, tipo se mi piaceva la festa, se mi divertivo e da chi ero stato invitato. Un bell’imbusto si è intromesso tra me e lei, allora mi sono accorto dell’ora. Le ho detto che dopo una doccia me ne sarei andato, mi sono accomiatato. Quello mi ha detto che si sentiva intorno che ne avevo bisogno, il bifolco, e lei ha riso come una cretina. Un riso isterico istigato dall’alcol.
E così ho fatto. Già pensavo alla fatica della strada e pregustavo il meritato riposo. Ero sotto il getto potente dell’acqua ancora con lo shampoo nei capelli e negli occhi mentre finivo di insaponarmi quando me la sento scostare la tenda. “Ecco dov’eri finito, mio bel giovanotto”. Sono rimasto allibito tanto che m’è caduto il sapone di mano. Lei ride del mio imbarazzo e viene sotto il getto d’acqua con me vestita com’è. Si stava stetti stretti nel box perché era solo di servizio per chi ci lavorava. “Lo sai che sono una vera principessa”? Quello che so è che non era una vera domanda, e non era quello che mi stavo chiedendo. Lei aveva tutta l’intenzione di aiutarmi a lavarmi. Fuori il personale stava riassettando la cucina. Forse per l’acqua a quel punto ha avuto un barlume di lucidità. Cercò di parlare bofonchiando, incapace liberò la bocca di me e mi chiese se avevo la macchina. All’assenso del mio capo mi disse che saremmo stati meglio e più tranquilli lì.
Si sistemò alla meglio tra le risa di sottecchi dei presenti e le loro strizzatine d’occhio verso di me. Gli occhi di Carlo e Giorgio cercavano di bruciarmi dall’invidia. Io mi rivestii, non lo so perché ma non sono uso andarmene in giro con le chiappe al vento, e poi per mano siamo usciti. Davanti alla macchina sembrò un po’ delusa. Disse “tutto qui?”, osservò che non saremmo stati molto più comodi e infine si rassegnò e aspettò che le aprissi la portiera. Nemmeno il tempo di salire che lei aveva già abbassato i sedili. Nemmeno il tempo di sedermi che lei mi aveva spinto giù e mi aveva già slacciato i pantaloni. Mi parlava d’amore e sembrava avere una gran fretta. Io tacevo e cercavo di rendermi conto che tutto quello era vero, che ancora qualche dubbio me lo porto nel cuore. Lei era brava e appassionata e ci sapeva fare, principessa o non principessa. Alla fine mi aveva detto che s’era fatta accompagnare da Michelino ma che lui era di una noia mortale. Poi si batté alla fronte, si ricordò che gli aveva detto di aspettarla e che c’era il taxi per loro. Lo disse con lo stesso tono con cui una donna ti liquida con un “Cielo, mio marito!”. Si scusò, mi diede il bacio dell’addio frettolosamente e scappò via. L’avessi raccontato chi avrebbe potuto credermi?
In quel periodo stavo con Adele. Forse non era un grande amore ma era gentile, e poi funzionava tra noi. Naturalmente non le dissi nulla, ma mi sentivo molto in colpa per quello che era successo. E temevo lo potesse venire a sapere dai soliti Carlo e Giorgio; gli infami. Semplicemente non ne ebbero il tempo. Nonostante quanto feci per tenerglielo nascosto la mia storia con Adele finì proprio per quello. Un paio di sere dopo accompagnai la mia fidanzata fino a casa ed eravamo quasi arrivati quando, aprendo il vano oggetti, si è trovata tra le mani le mutandine che la bella sconosciuta principessa aveva scordato nella fretta di scappare. Cercai di inventare una scusa ma fui maldestro e poco credibile. Non rividi più Adele.
Quasi non ci pensavo più dopo un lungo periodo poco fortunato, sia sul fronte del lavoro che con le donne. Sembrava che la fortuna mi avesse girato le spalle. Da alcune riviste avevo avuto conferma che era una vera principessa. Ero messo talmente male dal punto di vista sentimentale che, debbo ammetterlo, un paio di volte avevo dovuto ricorrere a quelle riviste per fare all’amore. Poi avevo letto che aveva incontrato il suo principe azzurro, che l’aveva perso e lo stava cercando. In quel mondo le cose sono sempre andate in questo modo. Non mi illudevo di essere proprio io l’uomo della sua vita e poi non sapevo come avrei potuto fare. Non sapevo come né dove presentarmi ed ero certo che sarei stato solo deriso. Insomma era stato solo il bell’incontro di una sera diversa dalle altre. Una cosa da ricordare, se non si riesce a dimenticare.
Poi un pomeriggio sento un gran trambusto nella strada. Voci di ragazzi, di bimbi, vociare di gente. Stavo per andare a vedere alla finestra pensando ad un incidente quando sento suonare alla porta. E’ lei, la mia principessa, fresca di visagista, parrucchiere, eccetera, circondata da un codazzo di amici e tutti sembrano divertirsi sguaiatamente. “Cerco il mio principe azzurro. Non ricordo molto. Ero troppo ubriaca, ma questo non conta. Lui ha una cosa mia”. E io vado a prendere le mutandine che ho conservato gelosamente. Mi dice con una faccia che ti dico che potevo almeno lavarle. Non posso confessare il mio rapporto con quell’indumento. “Fa nulla” –e torna a ridere sonoramente seguita dal coro di quei perdigiorno. Si alza la gonna e le prova davanti a tutti: “Sì! Sono proprio le mie”. Allunga una mano prima che abbia uno stupido gesto di pudore: “Sì! Sei proprio il mio” –e ride. E senza chiedermi altro, sembrerebbe inutile anzi superfluo anche a me, si limita a dirmi di seguirla: “Vieni”.
A farla breve si rischia di andar di fretta. Insomma la seguo. Ovvia macchina chilometrica. Scontata villa sterminata. Mi sorge il dubbio che per raggiungere la camera mi ci voglia il passaporto. Mi rassicura subito ed è subito amore e passione, cioè l’amore riprende da dove era stato interrotto. Già dentro quell’automobile non era riuscita a resistere. Domanda: le principesse sono sempre così? Risposta: non ne avevo mai incontrata una. Ci si abitua subito alle comodità. E ci si adegua al lusso. Però il vino, almeno quello, vorrei versarmelo. Possedere un minuto. Non siamo mai soli. Anche quando siamo noi due, quando vorrei intimità, c’è sempre qualcuno. E il tempo che rincorre il tempo. Credevo che sposare una principessa fosse meno faticoso. E che lo sposo sarebbe stato principe. Sono principe ma solo principe consorte. Insomma… non è che ci capisca molto.
Lei è troppo buona nel senso che è troppo espansiva. Cerco di spiegarle che… una moglie… non dovrebbe… Mi dice: “Quanto sei vecchio”. Mi dice: “Quanto sei moralista” –e ride. Non mi va di ritrovarmi nei giornali. Mi va ancora meno di ritrovarci lei e non con me. Cerco di capire e non ci riesco. Uno è un noto pittore. L’altro un famoso fotografo. Mi sento assediato da geni. E io che mi pensavo che erano tutti gay. Invece sono anche loro tutti troppo affettuosi, con lei. Riprovo a dirlo. Mi sento uno scemo. In verità qualcuno vorrebbe essere troppo affettuoso anche con me. Non avevo torto completamente. Non esiste veramente un tutti nella vita. Lo penso mentre lei mi spiega come va il mondo. Nel suo mondo ovvero in quel mondo. Ma io sono solo un tipo semplice. Questo lei lo sa e me lo ripete; un po’ ottuso. Cioè di vedute limitate, e ride. Mi spiega che però mi cambierà. Io mi sento già un altro. O di un altro. E ha sempre meno tempo per me. Cioè per noi.
Non mi vanno gli estranei nella sauna. Non mi va che tutti vedano quel tatuaggio. Molte son le cose che non mi vanno. Smetto di elencarle. Le risposte sarebbero seguite da quella sua risata che ha il sapore dello scherno. Entro in sala e sta baciando uno che non ho mai visto. Mi spiega che è un importante industriale degli insaccati. Mi dice che posso restare. Preferisco andare; lasciarli soli. La sera mi spiega che è solo un caro e vecchio amico. Mi sembrava più giovane di lei. Mi spiega che non c’è niente tra loro. E che anche lei ha i suoi bisogni. E che sono anche affari. E che si vuole divertire. “Che c’è di male”? Che tra noi va tutto bene. Ho un vulcano che mi ribolle dentro. Il magma sale ma non so ribattere. Mi precipitano a terra le braccia. Tiro giù un santo dal firmamento. Metto il muso. “Sei… sei… noioso”. Si abbassa la maschera e torna a dormire. Io invece mi rigiro nel letto e non trovo posizione. Le domande si mettono in coda. E dopo le seguono i dubbi. Sarò anche un piccolo borghese ma non so essere altro. La notte è buia (nessuna novità). Sbatto il libro sul comodino. Lei è di sonno pesante. E il mattino ricominciano i mille impegni.
Si sveglia divertita, lei. Mi chiede: “Non hai visto che tette ha Betta”? Sembra volermi consolare. E’ come parlare con un uomo. Betta è la domestica che si dovrebbe occupare di me. Certo che le ho viste. Non fa che cercare di farmele vedere il più possibile. E ha anche occhi curiosi, la Betta. Forse anche ammiccanti. Anzi certamente. Solo vorrei accorgermi io delle tette della Betta senza che lei mi inviti a farlo. A osservarle. Ma ormai lei ha sempre meno tempo per me, cioè per noi. Forse cominciò a soffrire di stanchezza, e a farmi ripetitivo. Non mi sorprendo che la Betta sia gentile. Anche se mi mette disagio in quei momenti continuare a sentirmi chiamare signore. Eppure mi sento colpevole. Lei, la mia principessa, pare saperlo e divertirsi. Ho il sospetto che le due si bisbiglino i segreti. E che ridano alle mie spalle. E questo sarebbe anche il meno. Ormai la principessina da sempre più confidenza a sempre più “amici”. La mia presenza non fa nessuna differenza. Dice che le piace stare con me. Che è felice. Che quella è vita. La sua vita. E qualche sera è veramente appassionata, come quelle prime ore.
Ma c’è sempre un confine alle cose. Un giorno stiamo parlando. Io sul divano, lei in piedi di la del tavolo. Mi accorgo che, come se non ci fossi, Gastone il maggiordomo le sta toccando il culo. E che lei lo lascia fare divertita. E lui lo fa con perizia e scrupolosità. Legge nella mia faccia e ride. Mi chiede se non mi diverte. Mi chiede se mi va di vedere. Mi spiega che è solo Gastone. Che è con lei da sempre. Lui si mette dietro. Lei si china per facilitargli il compito, si alza la gonna. Lui le abbassa le mutandine. La mia faccia si trasforma in quella di un ebete. Mi spiega che è bello non essere gelosi. E che non c’è nulla da essere gelosi. Mi alzo. Fa la faccia offesa: “Sei antipatico”. “Allora non vuoi che mi diverta”. Fatica a dire le ultime parole. Quel che è troppo è troppo quando la chiama “la mia puttana”. Me ne vado senza interromperli. Quel Gastone mi è stato sulle palle fin dal primo istante. Decido che quella vita nobile non fa per me. Viene a letto molto tardi. Aggiunge che non capisce. Che non sa perché dovrei prendermela. E che così è anche molto democratico. Io aspetto con ansia col braccio sotto la testa che si addormenti. Mi prega di spegnere la luce.
Non è più sveglia, non dorme ancora profondamente. Ne approfitto per darle un bacio. Mi rendo conto che è il bacio che non ci siamo mai dati. Il primo bacio. Un bacio d’amore. Un bacio per tornare rospo. Ora la posso raccontare al passato. Torno ad essere solo me stesso. Sarebbe facile non fosse che ormai mi annoio a vivere ai bordi del fosso. E c’è una rana che mi gironzola intorno. Ma non ho occhi che per una bionda che raccoglie margherite. Cerco di richiamare la sua attenzione gracidando. Attenzione: i rospi non gracidano come le rane «cioè, le rane fanno craaaa craaaa… e i rospi crooooa crooooa». Lei, la biondina, non mi presta attenzione. La raggiunge un giovanotto. Dovevo aspettarmelo. Continuo a non riuscire a non amarla. Che colpa ne ho se anche tornato rospo continuano a piacermi le belle tose?

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fulmine«Quando il profeta parlerà’ per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[1]

Ovvero “Meglio viver 100 giorni da leone e mangiarsi le pecore”.
Questa indagine cognitiva, che ficca le sue radici sul terreno che nutre il grande Credo, fin troppo si è soffermata su fatti di relativa importanza, spandendo un piccolo borgo ad universo. Chiedendo ragione al nulla. Elencando liste di perlopiù anonimi contadini e allevatori, elevandoli a condottieri e guide, quando non ad interi popoli. Anche laddove il popolo altro non era che uno sparuto gruppetto famigliare o di goduriosi bisbocciatori. Dove tutti tradiscono tutti e le donne non sono che un mero mezzo passivo della procreazione, più che oggetti solo cose. Dove il sospetto è di la da venire e il dubbio non ha mai fatto la sua omicida comparsa. A questo mondo ancora senza luce, acqua, gas e televisione. Questa indagine chiede che alla Storia siano dati i tempi della storia. Chiede fatti. E ricorda che il mondo, il creato, è molto più grande. Molto più vasto.
 25. Come abbiamo già avuto modo di dire Abramo, vecchia lenza e gran tempra di filibustiere, nonché avventuriero, a differenza del figlio, visse centosettantacinque anni e, sistemato Isacco, pensò bene di sposare «Keturà. 2Ella gli partorì Zimran, Ioksan, Medan, Madian, Isbak e Suach. 3Ioksan generò Saba e Dedan, e i figli di Dedan furono gli Assurìm, i Letusìm e i Leummìm. 4I figli di Madian furono Efa, Efer, Enoc, Abidà ed Eldaà. Tutti questi sono i figli di Keturà». Tutti gli altri ventri invece che fecondò erano di concubine e i dintorni furono presto colmi di voci di bimbi, più o meno contenti. Gli illegittimi meno. Allora un po’ per la confusione, un po’ perché non voleva sentire lagnanze e un po’ perché non amava vederli bighellonare senza costrutto, questi li mandò 5«»verso il levante, nella regione orientale». Ma dopo tanta fatica il povero vecchio giunse stanco ma soddisfatto alla fine dei suoi giorni.
9«Lo seppellirono i suoi figli, Isacco e Ismaele, nella caverna di Macpela, nel campo di Efron, figlio di Socar, l’Ittita, di fronte a Mamre. 10E’ appunto il campo che Abramo aveva comprato dagli Ittiti: ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara». Di dove fosse sbucato tale Ismaele nessuno fa menzione. Forse imboscato al banchetto di nozze ed in amicizia con quello che chiamava fratello. Forse un illegittimo che furbescamente s’era guadagnato la simpatia di quel padre. Forse semplicemente un viandante. Si fanno ipotesi ma non di più. Certo è che Isacco non era tipo da badarsi da solo e perciò allora 11«dopo la morte di Abramo, Dio benedisse il figlio di lui Isacco e Isacco abitò presso il pozzo di Lacai-Roì»; dove il servo aveva incontrato sua moglie Rebecca, prima ancora che lui la conoscesse, e dove abitava il padre di lei, nonché suo zio.
Solo in seguito si venne a sapere che Ismaele era figlio di 12«Agar l’Egiziana, schiava di Sara» e concubina del vecchio. Quello stesso figlio che era stato dal padre cacciato e costretto prima nel deserto e poi in Egitto. Spero il lettore non me ne voglia se ci risparmieremo l’elenco dei figli generati da quel figlio di illegittima di Ismaele. Quel figlio che si sospetta accelerò la dipartita di quello stinco di santo del padre. Ai fini della comprensione dei fatti vi è la nuova credenza che quella lista sia un’inutile perdita di tempo e una sfida alla pazienza. Basti sapere che vennero elencati 16«secondo i loro recinti e accampamenti»; e che «Sono i dodici prìncipi delle rispettive tribù». Perché dodici figli mise al mondo anche quella lenza di Ismaele che pare avesse preso dal padre, dal padre in età avanzata. Altrettanta poca rilevanza ha che 17«La durata della vita di Ismaele fu di centotrentasette anni», infatti lui morì giovane. Tali meticolosità possono essere utili solo agli storici che di meticolosità sono già adusi da sé e per disciplina. E possono esser sopportate solo dagli stoici.
Per una sorta di destino anche Rebecca era sterile, come prima Sara, e anche Isacco chiese aiuto al Signore; anche perché erano passati ormai vent’anni e lui non ne poteva più di sentirsi dar la colpa. Ancora una volta Quello si spazientì ma ancora una volta decise di aiutare il giovane. Però questa volta preferì non mandare né viandanti né angeli, non per sfiducia, ma per sospetti. E dopo l’intervento del Signore 21«Rebecca divenne incinta» per un parto gemellare; non di due figli ma di due popoli. Difatti 25ancor prima che il rossiccio Esaù, tutto pelo ed esuberanza, 26trascinasse alla vita il fratello Giacobbe afferrato al suo il calcagno, era chiaro che tra i due non ci sarebbe stata che discordia. Infatti Dio, o chi per Lui, aveva detto alla mamma: «Due nazioni sono nel tuo seno, e due popoli dal tuo grembo si divideranno; un popolo sarà più forte dell’altro e il maggiore servirà il più piccolo». Il primo fu cacciatore e prediletto dal padre –più che quel figlio il padre in verità adorava la fettina– il secondo fannullone scioperato, sempre sotto la tenda, e perciò prediletto dalla madre. Mai che i due andassero d’accordo; come in ogni famiglia che si rispetti. Ma Giacobbe era un furbo di tre cotte e 29buon cuoco, mentre Esaù era tipo da vendersi anche l’anima 30.34per una minestra di lenticchie. Non c’era pace tra gli ulivi, cioè non era destinata quella terra, e quelle genti, a trovare pace.

Per l’immagine ringraziamo Enrico Mazzucato dal cui profilo Facebook l’abbiamo rubata. Come possiamo vedere tutta questa storia, e gli eventi narrati, e la terra promessa (da chi a chi?), e il popolo eletto stanno sotto il dito mignolo della mano destra del mondo.


[1] Da Wu Ming : Altai – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino. Pag. 265

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Fortuna vuole che non solo di guerra e morte si parli in questa Storia; nella Storia. Qualche volta c’è anche qualche bella notizia. Come quella di Isacco e Rebecca. Come sappiamo il deserto è un grande mare ma di sabbia, senza acqua. Come il mare è pieno di onde. Per quella sabbia scorrono fiumi di sangue. Per una donna ne potrebbero scorrere altrettanti, come raccontano bene quelli che credono agli dei. Noi, che non ci crediamo, per ora parliamo solo dell’amore e della gioia degli sposi. E fortuna che son finiti i tempi in cui anche a parlarne era pronto il patibolo.

fulmine24. Qui le cose vengono raccontate così come si sono state tramandate, per filo e per segno. Parola del Signore, cioè parole al posto di quelle del Signore: 61«Il servo prese con sé Rebecca e partì. 62Intanto Isacco rientrava dal pozzo di Lacai-Roì; abitava infatti nella regione del Negheb». Non c’è verso di scoprire un minimo di arte della sintesi. Va ben bene la precisione ma Isacco non s’era mai mosso ed era sempre lì. Lì dove ancora tutto è deserto. Bighellonando senza costrutto 63«Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli». Proprio in quel mentre, manco farlo apposta, 64«Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello». 65«E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». E alzarono gli occhi anche i cammelli volgendoli al cielo. «Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. 66Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. 67Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre».
Ora perché tra tanta compagnia il Servo avesse preso con sé Rebecca è argomento di lungo contendere. E di maldicenze. Ai quali noi non daremo seguito. E perché non avesse preso con sé altri, ad esempio le ancelle, o quella vecchia arpia della nutrice, non è certo. Ciò che successe durante quel viaggio non è mai stato preso in considerazione dalla grande cronachistica della voce delle indiscrezioni. Ciò che conta è che la fortuna arrise loro e arrivarono tutti sani e salvi. Isacco vide quella donna dal volto coperto, ma tanta era la sua brama che non aspettò nemmeno se lo togliesse. Più che portarla la trascinò nella sua tenda, ed è comprensibile visto che il giovane aveva ormai raggiunto l’età di quarant’anni e anche la sua curiosità sulle donne aveva avuto modo di diventare matura. Lui recava in fondo al cuore ancora la perdita della mamma; povero cocco. E non si venga qui a paragonarlo a quella leggenda di Edipo. Quello era greco e si sa com’erano i greci; dei gran sporcaccioni. E poi quella era leggenda e questa è Storia, e per di più Sacra Storia. Così Isacco prese in moglie Rebecca e solo dopo i piccioncini pensarono al matrimonio. Non si sa se Rebecca avesse conservato quel Dono di Dio: la verginità. Maligni sostengono che ci troveremmo davanti ad un altro dei tanti misteri. Il primo ma non l’ultimo del genere.
Soprattutto con questi narratori, meticolosi, puntigliosi, minuziosi, pignoli, pedanti, parolai, sarebbe inutile parlare delle nozze. Le nozze sono nozze. Vista una viste tutte. Non ci sono nozze sacre e nozze profane. Anzi c’è il rischio che anche la prima notte si divertano più gli altri degli sposi. Si sperpera un capitale per dar da mangiare ad una ciurma di affamati. Si soppesano i regali e si accatastano in attesa di farne l’inventario e di trovar loro un posto. Si corre su e giù ad accogliere gli ospiti, che solo all’ora ci si rende conto: paiono un mare. In burrasca. Con le famiglie numerose e feconde è sempre così. Sai quanti parenti hai solo quando te li vedi piombare in casa, cioè in tenda, tutti assieme. Quando devi dar loro da mangiare. Allora si gira intorno a vigilare per evitare il più possibile gli infiltrati. Gli uomini ridono e le donne piangono; chi dei due sia più realista è il più grande e inviolato degli enigmi. Qualcuno fa sulla sposa pensieri immondi. Qualcuna e qualcuno li fa sullo sposo, ma pare pochi e con poca fortuna. Tutti la baciano, la sposa, e qualcuno prova a baciarla di più. Qualcuno si prova a cantare, ed allora si capisce che sarebbe l’ora di dar fine alla festa. Il solito stupido cialtrone grida “Bacio! bacio!” incitando al coro. Chi finisce sotto il tavolo in preda all’effetto vigliacco dell’uva fermentata. Gli sposi allora scappano giusto in tempo per la loro ora di gloria. Stanchi da far pietà. Al lumicino delle loro forze. E le testimonianze del dopo sono sempre soggette all’ombra del dubbio. Inoltre Dio non ne vuole sapere di quelle cose.

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fulmineIn questa ricostruzione puntigliosa, seppur parziale, personale ed ironica, della Storia delle storie, della Storia con la “S” maiuscola, della Bibbia, sembra di trovarsi ad affrontare una iperbole assurda. Pare che il libro più letto sia anche il libro meno letto. Ad un certo punto anche Dio, nella sua infinita saggezza, ebbe un attimo di smarrimento; di dubbio: temette che con l’uomo non ci fosse proprio niente da fare. Qualcosa non era andato che sarebbe dovuto. Qualcosa non funzionava. Il resto del creato era una meraviglia divina. L’uomo era la belva, anzi la bestia, che non trovava pace; che stonava come un forestiero. L’uomo uccideva per il gusto di uccidere, per i motivi più banali. E aveva trasformato gli istinti in vizi, in degradazione.

Ogni controversia lasciava un’unica scelta: “fuggi o combatti”. Fin dall’inizio se nasceva una discussione su dove far pascolare le pecore la risposta era: “fuggi o combatti. Una lite su un paio d’acri di terreno: “fuggi o combatti. Una polemica su cioè che è giusto e su ciò ch’è etico, sul come dire le cose, sul sapere e capire: “fuggi o combatti. Una disputa sui gusti e sulle abitudini: “fuggi o combatti. Per un uomo o per una donna: “fuggi o combatti. E sarebbe continuato sempre così: “fuggi o combatti”. La dicotomia tra ingegno e politica si è sempre sviluppata in modo conflittuale.
A noi, lettori di oggi, sembra, forse sbagliando, che la guerra non porti nulla di buono. Che nella guerra ci siano solo vittime. Che non vinca veramente mai nessuno. A quei noi sembra che la guerra più che inutile sia estremamente dannosa. Già uccidere gli altri e uno sterile spreco di tempo, di energie e di risorse. Il problema è che, magari casualmente o di morte amica, a morire possono essere anche i “nostri”. E i morti pesano. Soprattutto quando tornano giovani a casa, dai loro famigliari, vestiti di una bara e una bandiera. Sarebbe forse illuminante chiederci perché Dio dovrebbe spendere quattro righe per distruggere cinque città e pagine intere per trovare una moglie ad Isacco; ma così sono i destini dell’uomo. E poi bisogna avere eternamente fede. Ed è qui che sorgono dubbi sull’attendibilità di quegli uomini che si facevano chiamare profeti. Magari mentre parlavano, più o meno a vanvera, anche un po’ così: tanto per ciarlare, erano inconsapevoli che qualcuno li stava ascoltando. E che poi avrebbe deciso che sarebbero stati loro e non altri i profeti. E che erano loro e non altri a parlare per conto Di. E nel frattempo, in ansia, Abramo, e ancor più Isacco, continuavano ad aspettare.
Rebecca, ma ancora Servo non ne conosceva il nome e la chiamò solo giovinetta o donna, a parte il nome da film americano, era 24figlia di Betuèl, uno dei figli che la prolifica Milca aveva partorito a Nacor. E’ Bene ricordare che Nacor era fratello di Abramo e che fin troppo spesso gli affari d’amore si risolvevano in famiglia. La cosa sembrava non essere di nessun nocumento anche perché la ragazza era di bell’aspetto e, soprattutto, vergine. Dio aveva creato le donne vergini e aveva chiamo anche loro donne. Si sarebbero poi distinte per l’uso che avrebbero fatto di quel dono di Dio. Lei, Rebecca, era vergine poiché 16nessun uomo si era unito a lei. Dissetato prima lui e poi i cammelli Servo si inginocchiò con quelli, i cammelli, 22prese un pendente d’oro del peso di mezzo siclo e glielo mise alle narici, e alle sue braccia mise due braccialetti del peso di dieci sicli d’oro 23e chiese il nome della giovinetta. Sentito quel nome ebbe solo un secondo di esitazione, ma Rebecca era corsa subito a dare la notizia a casa.
Rebecca aveva un 28fratello chiamato Làbano e Làbano che come vide il pendente al naso della sorella gli saltò una mosca al naso, ma poi pensò che era felice che finalmente avrebbero sistemato quella sorella a cui nessun uomo aveva voluto unirsi. E pensò anche che doveva aver accalappiato un buon partito; quando ancora non sapeva dei dieci cammelli. Ancora si chiedeva come avesse fatto. E ancor più se lo chiese quando Servo, senza aver toccato cibo, si presentò annunciandogli: 35«Il Signore ha benedetto molto il mio padrone, che è diventato potente: gli ha concesso greggi e armenti, argento e oro, schiavi e schiave, cammelli e asini»; precisando che a quel figlio aveva 36«dato tutti i suoi beni». Magari anche esagerò un po’ al fine di vender meglio l’inetto, ma la cosa, il grano, fece la sua impressione. Così padre e fratello sentenziarono: 51«prendila, va e sia la moglie del figlio del tuo padrone» sfregandosi l’un l’altra le mani. Per una forma di cortesia chiesero anche alla stessa Rebecca cosa ne pensasse e anche lei ne era contenta pur di scappare da quella famiglia. Così finalmente, mentre l’attesa dall’altra parte era ormai spasmodica da rasentare la rassegnazione, lo sparuto gruppo partì con 59Rebecca con la nutrice, insieme con il servo di Abramo e i suoi uomini; ma anche con le ancelle e riportandosi i cammelli. Non si soffermarono ad aspettare l’angelo, non avevano idea di dove si fosse cacciato. E la giovane donna fu salutata dalla benedizione dei famigliari: 60«Tu, sorella nostra, diventa migliaia di miriadi e la tua stirpe conquisti le città dei suoi nemici!». Nel cielo, finalmente tutti concordi pensarono che almeno questa se la sarebbero potuta risparmiare; sarebbe bastato un: “Auguri e figli maschi”. E la parola di Dio rimase in silenzio.

Ringraziamo Enrico Mazzucato per la foto rubata dal suo profilo FB

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Tutto ciò che prima non era mai stato detto [dagli altri profeti. n.d.a.] è che nel creare il creato Dio all’improvviso si sentì solo. Non bastavano gli uomini, né i giganti, né gli angeli a lenire quella immensa solitudine. Fu per quello che creò delle creature in tutto è per tutto più simili a lui; più simili delle altre, e tutte si chiamarono Dio. Tranne per quella di sesso femminile che non gli assomigliava punto e che si chiamò da sola: Lei. Poi gli avvenimenti si susseguirono. Nessuno più parlò dei grandi erbivori. Anche quello è uno dei tanti misteri della fede.

fulmineSi ha qui l’impressione che ci si soffermi troppo in piccoli e irrilevanti particolari? Ci si ricordi che si sta parlando, in un qualche modo, di… come dire? due universi paralleli. Il tempo sulla terra scorre lento, si conta a minuti. Ma abbiamo parlato anche dell’infinito, del luogo dov’è cominciato tutto, dove si è dato inizio al creato. Lì tutto è diverso. E’ meno caotico. C’è meno affollamento. E soprattutto il tempo passa in modo diverso. Abbiamo visto scorrere i secoli in un baleno. Alcuni sono passati prima ancora che noi ce n’è accorgessimo. Si deve inoltre considerare che c’era un certo fermento, stava nascendo l’umanità, tutto ribolliva come nella tazza di un vulcano. Almeno alcuni degli eventi narrati avrebbero dato lavoro per anni e anni.
Ai più quei sei giorni sarebbero potuti sembrare secoli. Non a lui. Certo non si potevano ascoltare solo gli… storici e gli antropologhi; che poi ancora non erano stati creati. Era vero che c’era stato un periodo che l’aria s’era fatta un po’ più frizzantina, ma da questo parlare addirittura di glaciazione. Qualcuno aveva bisbigliato lontano da orecchie indiscrete che sarebbe stato per tenere fresca la birra. Ma se la birra non era stata ancora creata? E poi, fosse vero, si sarebbe completamente ghiacciata. La verità è molto più banale, ma nemmeno vale la pena parlarne. Non era troppo chiaro chi si doveva occupare di cosa. E nella confusione… non ti puoi mai fidare. C’erano stati alcuni mal funzionamenti nella distribuzione di energia. Piccoli disguidi. Già risolti. Non si sarebbe verificato più. Parola di Dio.
Nemmeno se ne sarebbe più parlato se… Il problema era che tutto era già successo all’inizio dell’inizio. Adamo amava fare due passi prima della frutta; e anche dopo per farsi una sigaretta. A quei tempi erano due sposini soli; senza figli tra i piedi. In quel suo curioso girovagare senza meta aveva trovato alcuni oggetti, siano essi di selce o di ossidiana, non era mica un geologo, che anche una mente semplice come la sua se ne sarebbe accorta. Si sarebbe interrogata. Decisamente erano reperti che la mano di qualcuno aveva levigato. Si era anche imbattuto in certe strane pitture. Ma di questo non ne aveva mai parlato. Perché si era spinto più lontano E li aveva visti in una grotta. E in quella grotta non era solo. Certo non era proibito, era solo una capra. Ma Eva era così gelosa. In seguito si era anche imbattuto in un enorme… sembrava proprio un osso. Era proprio un osso. Pensò potesse appartenere a qualche gigante scomparso. Troppo grande. Pensò al mammut ma il mammut, come sappiamo, non era ancora esistito e comunque era estinto. Poi era una bestia di altre latitudini. Quell’uomo di fede, e non troppo acuto, trovò nuovamente risposta nei misteri della fede.
A proposito, viene colta l’occasione per una riflessione filosofica che poco ha a che fare con i fatti. Contiamo ancora una volta nella pazienza e nella clemenza dei pochissimi che leggono; se non si sono già annoiati nelle poche righe precedenti. All’amico che continua a sostenere la teoria secondo la quale l’uomo è stato creato vegetariano vorrei chiedere se le punte di freccia o lancia, trovate tra quei reperti, indicano che l’uomo di allora, il primo se non il primissimo, ha lavorato quelle pietre per cacciare delle rape. Sicuramente l’uomo ha dovuto assaggiare tutte le schifezze che trovava, in natura. Erbe e sterpi, pietre e radici, tuberi, magari resti di animali e financo i loro escrementi, fino alla frutta. Ma qui torniamo ad andare fuori dal seminato. Comunque la fame era tanta e l’ignoranza era di più. Ma se i disegni dimostrano che cacciava gli animali già prima di essere creato, non possiamo che concludere che era un animale vegetariano con una dieta varia ed alcune eccezioni, tra cui la carne e il pesce. Ma ora è bene che torniamo ad interessarci puramente ai fatti. E a interrogarci solo su di essi.
Lei, nella sua a volte anche inopportuna petulanza, insisteva nel dire che non poteva continuare all’infinito a chiedere all’uomo di liberarsi di ogni curiosità. Che la curiosità sarebbe sopravvissuta a tutto. Che l’uomo aveva bisogno anche di risposte. Soprattutto le donne. Ma lui la trovava una questione di lana caprina. Caprina? boh! Lui amava le cose spicce. Se credi non hai bisogno d’altro. Ci vuole fiducia nelle cose. Lui amava quelli che erano sempre pronti. Amava i sì; mica i forse. S’era convinto che il mondo sarebbe andato meglio, molto meglio, se tutti avessero fatto il loro dovere senza star lì, ogni momento, a rompere… le uova nel paniere. C’era bisogno di ordine in quell’Ordine infinito. Se uno si mette a dubitare di ogni piccola cosa, anche sulla forma della terra, finisce che si trova a dubitare anche di Dio. E chi avrebbe fatto tutta quella grande cosa, il creato, se non Dio? Questa era l’unica domanda che gli sembrava saggia. E per quella la risposta era là, davanti agli occhi di tutti. Era una sola. Nemmeno serviva tanto ripeterla. Una risposta di tre sillabe. Il suo divino Nome.
Magari non subito ma col tempo Lui riusciva a trovare una risposta a tutto; non per nulla era Dio. Giustificò queste divagazioni col fatto che i giorni dell’uomo e quelli di Dio non hanno le stesse dimensioni. E che l’uomo e la sua discendenza non sono l’uomo ma quello tra loro che lui aveva scelto. Che a suo dire quelli altri gli erano riusciti anche peggio. Cioè che la Storia era quella di quel piccolo territorio che potremmo chiamare Galilea. Non perché il resto avesse meno importanza. Anzi. Solo perché chi ne aveva parlato era nato in quella piccolissima fetta di terra. Non conosceva altro. E non era colpa sua se gli uomini cosiddetti d’oltreconfine non sapevano leggere, scrivere e far di conto. Magari sapevano costruirsi gli attrezzi, ma solo rudimentali. Magari avevano provato con l’arte, con la pittura. Potevano definirsi pitture quelle? E a che pro? Al massimo erano scarabocchi, e rupestri. Persino loro li nascondevano agli occhi dentro delle caverne. Non erano che prove. Restavano degli ignoranti buzzurri; se gli era permesso esprimersi così.
Dio [nota a margine] non ricordava di aver creato uomini che poi aveva chiamato profeti. Lui aveva creato l’uomo e poi l’aveva chiamato uomo; più semplice da capire di così. Naturalmente anche Dio disse: “nemmeno Io”; e così via, che non staremo a ripeterci. Naturalmente ci sembra vacuo soffermarci sulla Genesi del nome. Loro parlavano in nome di… e anche questo Dio non ricordava di averlo detto. Ora non capiva perché non potessero avere un idea loro. Fossero sempre lì a pendere dalle sue labbra. Ma per pendere pendevano poco. Ma a chiamarli questo uomo e l’altro uomo e quella donna e quell’altro uomo e anche quella donna non ci si raccapezzava molto. Una volta si voltavano tutti. Un’altra non rispondeva nessuno. In quella che sostituiva l’anagrafe allora ci si era poi impegnati per distinguerli uno dall’altro. Avevano da prima provato con i numeri. Ma ben presto si resero conto che i numeri rischiavano di restare insufficienti. Allora erano ricorsi alla loro fantasia, anche quella piuttosto scarsa. Senza una regola, senza un piano né erano uscite le cose più bizzarre; ridicole. Persino uomini col nome da donna e uomini e soprattutto donne senza nemmeno il nome. Lacune di un esercizio ancora in fase progettuale.
Allora Lui alzò gli occhi al cielo. E ne fu entusiasta. Si sentì orgoglioso. Almeno di quello. Era una notte nera. Proprio nel bel mezzo splendeva un’enorme luna piena. Pensò che forse gli uomini avrebbe dovuto sistemarli lì. Però avrebbero dovuto scavare e scavare per trovare un pozzo dove dissetare i cammelli. E che forse si sarebbero messi in testa anche loro di volare. Già il cielo più in basso era pieno di uccelli, anche di notte c’erano quelli notturni, e di tanto in tanto si incrociavano anche gli angeli. Poi pensò che in poco avrebbero rovinato anche quella. E poi poteva benissimo servire per sognare. E per cantare. Pensò che avrebbero continuato a fantasticare di abitare anche quella. E con quella esplosione demografica tutto era possibile. Che piantata lassù li avrebbe lasciati parlare per anni e anni. Intanto li avrebbe tenuti occupati e non avrebbero fatto tanti altri malanni. Un modo l’avrebbero trovato, ma intanto non era male distrarli. Ma fu costretto a tornare con i piedi per terra.
Come si è provato di accennare, a parte gli improbabili, e spesso ridicoli, nomi propri, i profeti erano pur sempre uomini, e capivano quello che capivano. E associavano. E scordavano. E infiorettavano. Fantasticavano e ciarlavano. Inoltre nel riportare, è umano, si aggiunge o toglie sempre qualcosa. Lui stesso non avrebbe dato Fede a tutto quello che dicevano. Anche se la Fede è necessaria. Due parole qui, quattro di là. Non c’era da stupirsi se poi si generava confusione e i posteri non ci avrebbero capito granché. Che poi ognuno cercava di portare anche l’acqua al suo mulino. Dovevano essere tutti dei mugnai, ma non ne aveva conferma. Certamente erano anche dei gran burloni e un po’ giullari. E non tutti poi si presentavano proprio per bene. Prendi quello… e poi quello con quella voce blesa… beh! lasciamo andare. Era ben anche per quello che aveva creato la Fede. Ce n’erano che amavano le feste e non facevano che raccontare di party e di divertimenti vari, e anche non certo decorosi. E altri che amavano l’avventura e l’azione, spesso truculenta. Non c’era un equilibrio; Divina pazienza, o come diceva Lui: “Divina polenta”.

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fulmineNon si può sempre ritornare a ritroso. Dopo tanti fatti narrati Abramo aveva già imbandito il tavolo per lo sposalizio e tutti gli addobbi e, povero vecchio, si avviava lentamente a finire di vivere i suoi centosettantacinque anni, era in attesa di buone notizie dal suo servo. Isacco, il suo unico figlio, era in attesa forse anche più ansiosa. Nessuno dava ascolto a quel figlio legittimo e lui non molto aveva da dire. Silenzioso era quasi sempre stato silenzioso e nemmeno troppo acuto. A questo proposito è bene, anche se superfluo ricordare, il fatto del monte, quando ignaro si era prostrato per il sacrificio senza capire, fino all’ultimo e oltre, che era destinato a lui e non all’agnello il coltello brandito dalla mano virile del genitore.

Sorge legittimo un dubbio che ci giunge da lontano: ma se l’uomo è discendente diretto della stirpe creata da Dio (e da Adamo), chi ha creato tutti i popoli ostili che quel “popolo eletto” incontrava continuamente nella sua strada? Cioè se discendevano tutti dalla stessa famiglia e dalle stesse donne, su ciò meglio stendere un pietoso velo, ovvero: se erano tutti fratelli, e fratellastri, e anche cugini, chi aveva creato i nemici?
A sentire ancora Lei le storie di quegli uomini che diventavano padri senza nemmeno accorgersene dovevano finire, ma aveva il sospetto che non avrebbe vista quella fine. E a dirla tutta, se ci troviamo spesso a ricapitolare, invocando la clemenza del lettore, è anche per merito di Lei, non Lei ma Lei, l’altra; quella contemporanea. In carne e ossa. Dicevamo che anche la sua parola, di Lei, è parola di Dio e allora disse: “Certo che poco si parla dei suoi simili fatti ancora più suoi simili, cioè dei giganti. Per non dire degli angeli, mica si saranno fatti da soli. Che Lui li manda a portare un messaggio e quelli si prendono le loro libertà e vogliono mettere opinione. E nulla si dice dei suoi simili fatti proprio sputati a sua immagine e somiglianza, uguali uguali a Lui, tanto da essere anche Loro Lui. A parte Lei, cioè io, che una qualche differenza c’è ed è anche evidente, ma sempre a sua immagine e somiglianza. E non sorVolo nemmeno su quel sputati perché questo vizio di sputare ce lo dovremmo togliere tutti. Non è per niente bello che, con la scusa di dare la vita, a uno gli si sputi in faccia. E’ tanto meglio farlo nel modo tradizionale. E anche più divertente. A parte casi particolari; e se ne vedon già molti. Al limite si potrebbe infilargli un biglietto in bocca. Soprattutto a quelli che poi debbono strisciare tutta una vita. Una sorta di post-it con quattro o cinque informazione d’uso. Come un manualetto: vai e fai; che non è nemmeno una brutta idea”.
24. La storia, la nostra Storia, non si può certo fermare su un bisticcio di genere. Mentre se ne discute, e senza soffermarci sulle modalità del giuramento che gli erano state richieste, e che nemmeno a Dio eran piaciute, nel frattempo il servo fedele di Abramo s’era recato in Aram Naharàim, alla città di Nacor. Per i geografi dobbiamo digredire per precisare che si era recato in un posto imprecisato tra due confini, non essendo ancora stati creati i cartografi –spesso pare che tutto questo sia di frequente raccontato con la logica del dopo. Ora il servo fedele –Dio aveva chiamo il servo solo Servo, ma a volte anche schiavo e altre, raramente, oppresso– 10aveva recato con sé ogni sorta di cose preziose e dieci cammelli –si sa come in quei paesi di lingua araba vi sia la consuetudine di barattare le cose con cammelli, qualche volta anche in modo improprio. E il povero signor Servo fece fatica immane per 11far inginocchiare le dieci bestie fuori la città nei pressi del pozzo. Le bestie non volevano piegare le ginocchia e lui voleva esser certo di ritrovarli al ritorno; non è che si fidasse proprio molto. Ma lui, scaltro, aveva scelto quel posto perché vi si recavano le donne e lui non le disprezzava certo, le donne, anche se doveva sceglierne una per il suo padrone, cioè per il figlio del padrone. Diede un paio d’ore libere all’angelo e poi il Servo, che non era certo un servo sciocco, anche per togliersi dagli impicci scaricò parte di quella responsabilità invocando Dio con queste parole: “14la ragazza alla quale dirò «Abbassa l’anfora e lasciami bere», e che risponderà: «Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere», sia quella che tu hai destinato al tuo servo Isacco; da questo riconoscerò che tu hai usato bontà verso il mio padrone»”.
Dio invocò la clemenza celeste perché ce le aveva piene, nel senso di tasche, di essere messo in mezzo anche per simili sciocchezze, pure per fare il mezzano, perché era stanco di sentirsi chiamare continuamente di qua e di là, e anche sopra e sotto, e perché avrebbe avuto ben altro da fare. Comunque, come si sa, Dio vede e provvede, e anche un po’ di fortuna non guasta, e così Servo 15«non aveva ancora finito di parlare, quand’ecco Rebecca, che era figlia di Betuèl, figlio di Milca, moglie di Nacor, fratello di Abramo, ‘che’ usciva con l’anfora sulla spalla».

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