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Posts Tagged ‘amico’

Carola sapeva che lui la amava. Non era vera violenza, era stato solo uno scatto d’ira. Sì! era un po’ geloso, ma chi non lo è? Chi ama è sempre un po’ geloso. Senza gelosia non c’è amore. Lei sapeva di non aver fatto nulla. Come avrebbe potuto? Non era uscita. Era rimasta in casa. Non aveva parlato con nessuno, nemmeno al telefono. Non aveva aperto nemmeno la porta. Non era stato giusto. Quello schiaffo non le aveva fatto troppo male, le faceva male dentro. Cosa gli aveva preso?
Carola si massaggiava la guancia. Cosa voleva? Non la trovava sempre pronta in casa ad aspettarlo? Non trovava sempre la sua cena pronta? Ora era al lavoro, come non fosse successo. Avrebbe voluto chiamarlo. Chiedergli un perché. Lei non riusciva a trovarlo. Non c’era nulla di tragico, solo avrebbe voluto saper capire. Forse era perché ieri aveva parlato con Valerio? Non poteva essere per una cosa così… così banale. Stupida e banale. Lo aveva solo incontrato davanti al macellaio. Non si era fermata più di un attimo. Era vero che Valerio riscuoteva un certo successo. Che aveva un certo fascino. Valerio era Valerio. Si erano solo chiesti come andava. E le aveva domandato come lei facesse lo stufato. Era colpa sua: non glielo doveva dire. Non a Valerio, non dello stufato, a suo marito.
Carola non avrebbe voluto confidarlo a nessuno, ma non era la prima volta. Era solo la seconda. Era solo che era impulsivo. E, povero caro, aveva un lavoro faticoso. Era solo tensione. Doveva capirlo. Non doveva essere facile per lui, con tutti i suoi pensieri. Non le faceva mancare niente. Non era per quello… Si guardò allo specchio, si piaceva ancora. La volta precedente era stato per la camicia. Non aveva trovato stirata quella maledetta camicia. Ne aveva altre, dello stesso modello, dello stesso colore, della stessa stoffa. Aveva bisogno proprio di quella. Sì! lei lo doveva sapere che le camicie andavano lavate e stirate il giorno appresso. E messe piegate nel cassetto. Però, anche lui, poteva anche metterne un’altra. Aveva rinunciato anche al lavoro ma tutto il suo tempo non era sufficiente; era troppo poco tempo.
Carola decise di chiamarlo, a Valerio. Era al lavoro. Non aveva nascosto la angoscia. La sua voce era una supplica. Stava per scoppiare in lacrime. Gli disse che aveva bisogno di parlare con qualcuno. Assolutamente! Che era importante. Alla fine lui aveva accettato di raggiungerla. Gli aveva dato l’indirizzo. Ora aveva giusto il tempo di mettersi in ordine. Di prepararsi ed aspettarlo. Forse aveva sbagliato. Non era paura, ma era timore. Lui non lo sarebbe venuto a sapere. Aveva imparato la lezione. Ma già voleva non averlo fatto. E non aveva più voglia di niente. Aveva lasciato che il tempo passasse. Era solo pigrizia. Cosa aveva che non andava? Era indecisa tra la maglia perla e quella sul verde marcio. Quale le si intonava meglio. Ma forse quella era un po’ troppo scollata. Andava bene anche così. Era tutto a posto. Aveva anche troppo.
Carola quando aveva suonato il campanello non aveva ancora deciso. Ne era anzi rimasta sorpresa, come se non aspettasse nessuno. Non si era ancora pettinata. Non aveva nemmeno finito di truccarsi. Era ancora come si erano salutati. La guancia era ancora arrossata. Tenendo chiusa con la mano la camicetta corse in fretta ad aprire la porta. Non voleva essere scortese e farlo aspettare. Quando se lo trovò davanti si sentì una stupida e lo restò a guardare. Lui le chiese se aveva intenzione di lasciarlo fuori della porta per tutta la vita. Se poteva entrare. Lei scosse il capo come per rinsavire e si scostò per farlo passare. Aveva dimenticato tutto quello che gli voleva dire.
Carola osservò che Valerio era alto. Non bello ma interessante. All’improvviso si sentì una stupida. Guardò l’orologio ed era presto. Era stato veloce. Per quello non aveva avuto nemmeno il tempo… Gli tonò in testa tutto. La rabbia e il bisogno di parlare. Non ne aveva più alcuna voglia. Si accomodò sul divano. Lo osservò. Lo vedeva incerto. Per provare ci provò: “Volevo dirti che lui… No! non è più così importante. Credo che… vieni qui. Accomodati vicino a me. Abbiamo tanto tempo per parlare; e tante cose da dire. Ho tante cose che ti voglio mostrare. Al diavolo lui e al diavolo tutto. E al diavolo lo stufato. Magari ti scrivo la ricetta dopo”.

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«Vieni pure avanti. Grazie. Non so darmene pace. E’ mancato così all’improvviso».
Faccio per dire qualcosa ma le parole mi muoiono in gola prima di prendere suono. Meglio così. Non mi sono mai piaciuti i funerali, né le veglie. Se potessi le eviterei e lo faccio ogni volta che ho l’occasione o trovo la scusa giusta. Questa volta non avrei proprio potuto. Era un cugino di primo grado e un grande amico. Un’immane tragedia; credo si dica così. Dico solo: “Condoglianze”. Non è che sia facile trovare altre parole di circostanza. Che poi lei non l’avevo ancora conosciuta. Ne avevo solo sentito parlare e c’eravamo ripromessi, con Emilio, di incontrarci una buona volta in compagnia, ma poi non c’era mai stata l’occasione. Si sa come vanno queste cose: gli impegni suoi, i miei. Avrei preferito fossimo riusciti a vederci in altre circostanze; con il povero Emilio. Di lei avevo sentito dire di tutto e di più e il contrario. Di sua mogli, intendo, cioè della vedova. Si sa come corrono le malelingue. Veramente non che abbia sentito molto; qualche piccolo petto… cioè… pettegolezzo. Forse perché con lui ci vedevano sempre insieme, per rispetto anche nei miei confronti, perché non sono uno con cui fare chiacchiericci, forse solo perché non c’era molto da dire. Il viso è un po’ duro, sarà per l’occasione, cioè per il momento; duro e distaccato. Dice: “Non riesco proprio a trattenere le lacrime. Faccio una fatica immane… sai, il trucco. Scusami”.
Non mi viene niente di più brillante, non è il caso: “Figurati –dico io– capisco”. E’ che non sapevo. Non sapevo nemmeno stesse male. C’è qualcosa di freddo e magnetico nel modo in cui mi guarda. Qualcosa che rende ogni argomento sbagliato. Scelgo il più sbagliato. Non so perché lo faccio, forse solo per paura del silenzio. Con imbarazzo le chiedo se le spiace se le scatto una foto. Biascico una giustificazione che suona subito fasulla. Mi dice “Figurati.” –e non cambia espressione. La scatto con il cellulare nuovo e mi sento un perfetto cretino. Controllo com’è venuta. Lei mi chiede se per cortesia poi gliela faccio vedere, ma poi.
Ammiro il buon gusto della sua collana. Lei se ne accorge. Ho sempre pensato che però il nero doni alle donne. C’è qualcosa in tutta la situazione di estremo disagio. Vorrei andarmene. Non so se è la cosa giusta. Si deve essere scordata di non aver allacciato il primo bottone della giacca. Non ha camicetta né nient’altro. La indossa sulla pelle… nuda. La sua espressione è un po’ altezzosa, come se le stessi recando disturbo, e un po’ distaccata. Sarà il momento, forse sono inopportuno, forse non mi aspettava. Mi guarda dall’alto in basso pur rimanendo seduta sul tavolino. Accavalla le gambe. La gonna e lo spacco risalgono ancora di più. Mi spiega: “Scusami ma è la prima volta”.
Il suo profumo soffoca quello dei fiori. Forse aspettava qualcun altro. Come posso pensare una cosa simile in un momento come questo? Forse e il tailleur. Mi sento una merda: “Condoglianze”. Mi rendo conto di averlo già detto. Lei mi fa un piccolo cenno di sorriso di assenso. Con la mano fa una sorta di cenno d’invito che non riesco a cogliere. E’ tutta di ghiaccio, questa donna. Sembra che nulla possa scuoterla. Nemmeno un dolore come questo. Anche le mutandine sono nere come la notte, seppure impalpabili.
Batte la mano sulla pelle del divano: “Credo che… in fondo il nero mi dona. Non trovi. Vieni qui. Qui vicino a me. Qui sul divano. Non è niente. E’ solo un momento. Non aver paura. Povero caro. Sapessi quanto mi manca. Questo… mi sento tanto sola. E’ come una carognata. Abbandonata. Rifiutata. Sii gentile”.
La sua voce non mostra però alcuna emozione. Sembra leggere dalle pagine di un altro. Slaccia un bottone. Non ce ne sono altri. Improvvisamente non sono più padrone delle mie azioni. Ho un attimo di capogiro. La guardo e ora i miei occhi non riescono più a distrarsi da lei. Credo ormai di averne il permesso. Il suo viso non muta espressione. Nemmeno un sorriso. Nemmeno toglie il capellino con la veletta: “Meglio non pensarci. E’ sempre così. E’ come se potesse tornare da un momento all’altro”.
Mi slaccia senza darmi il tempo di sedere. Mi sento un interprete imbranato. Mi spinge e affondo sul divano. Quei tacchi mi fanno timore. Sono goffo, gli indumenti mi impicciano. Mi aiuta a districarmi. Cerca di tranquillizzarmi. Di convincermi che tutto è niente. Che non sono niente. Che passerà, subito. Che la vita è un attimo. E che io sono una distrazione. E che lui è stato il suo grande amore. E di quanto amore l’ha amato tanto. Per un istante la sua voce sembra incrinarsi ma è certo solo una mia brevissima impressione. E il gatto viene attirato dai rumori e arriva per vedere e se ne va. E’ completamente padrona di sé, in ogni istante. Mi aiuta: “Sai, ha lasciato le sue volontà. Voleva essere cremato. Finirà in una cassetta. Non credevo che sarebbe finita così. Ti prego… cerca di essere gentile. E non stropicciarmi tutta”.
Poi non è più padrona di sé. Perde il suo contegno. Spalanca gli occhi. Diventa solo donna. Affonda le unghie sulla mia schiena e mi dice una serie interminabile di sì e altri monosillabi incomprensibili. Le sfugge anche qualche sospiro che non starebbe bene nella bocca di una signora. E mi affonda i denti sulla spalla per smettere di gridare. La sento tacere solo quando le sue labbra sono impegnate a raccontare un’altra storia. Pare non averne mai abbastanza. Come se fosse dai tempi dei tempi. Cerco disperatamente di controllarmi. Nella mia testa mi ripeto il suo nome come un supplizio e come un’ossessione: “Irma”!
Nella foga forse anche a me è scappata qualche parola di troppo. Qualche aggettivo non certo carino. In quel momento è parso non ci facesse caso. Aveva mantenuto, nonostante tutto, l’aria di una signora. Mi sono scordato di Emilio. Forse è solo un modo per smorzare… la tragedia. Una sorta di elaborazione… del lutto. Per non complicare ulteriormente le cose. Anche se non riesco a capacitarmi che non ci sia più. E’ come se mi aspettassi vederlo entrare da un momento all’altro. Cerco di sistemarmi velocemente. Non so dove ho sbagliato. Se ho sbagliato. I suoi occhi continuano a darmi soggezione. Credo non abbia mai imparato ad abbassarli. Alla fine mi dice “Grazie!” –e mi spiega: “Non credere perché tu adesso, a me mi vedi così. E’ stato un dolore tremendo”.
Non riesco a non farlo e mi offro: “Posso fare qualcosa”?
Grazie! Lasciali pure lì sul tavolino. E… passa pure quando vuoi. Per te la… porta è sempre aperta. In ricordo della vostra amicizia”.

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Foto di donna in cucina

Comincio ad averne abbastanza. Se n’è discusso anche ieri sera. Siamo finiti ad alzare la voce. Non so cosa s’è messo nella testa. Cos’è questa novità. In fondo, posso ammetterlo, è un po’ che ci penso. Non posso non pensarci se lui mi ci fa pensare. Se mi perseguita con la sua maledetta macchina. Va bene quando siamo in spiaggia. Certo non sono più libera di prendere il sole come voglio. Non posso togliere più il pezzo sopra. E devo stare attenta a come mi metto. Ma mi entra in bagno quando sono sotto la doccia. Persino quando la sto facendo. Si accuccia se mi chino mentre sto lavando i piatti. Non è che a casa posso sempre stare con i pantaloni e la maglia. Strabuzza gli occhi e corre a prenderla. E sempre più difficile difendersi. Non mi ricordo quando è cominciata questa storia ma va avanti da un pezzo. Approfitto della cena e della presenza di Edo.
Per essere una serata di giugno è caldo. Forse sono io a sentirlo. Continua a sembrarmi una sciocchezza. Non lo capisco. Poi loro due, Edo e Carlo, sono molto amici. Me lo porta spesso in casa. All’ultimo. Per cena. E’ così carino, Edo. Così a modo. Sembra sempre fuori posto. Forse non ci avrei pensato. Non a lui. E’ Carlo che se le va a cercare. Ha cominciato lui. E poi ho visto come sbircia appena può. Certo fa di tutto perché non me ne accorga. Me ne sono accorta. Sento i suoi occhi come fossero mani. Vedo che li infila ogni volta che mi piego. Come mi guarda le gambe appena può. Li sento addosso come mi giro. La cosa anche un po’ mi lusinga. Lo ammetto. Non che ne abbia bisogno. E io so essere veramente provocante quando voglio, anche un po’ porca. E poi che male ci sarebbe? Non c’è male se non ci si mette cattiveria. E credo che a lui, e agli uomini, faccia piacere. Me ne dovrebbe essere grato.
Ma a sentire lui, il caro maritino, niente è mai abbastanza. Solo che… non sono certa di averlo deciso. Guardo la tavola da sparecchiare. Fosse per me un po’ di pelo lo farei vedere, visto che insiste tanto. Per uno scatto o due. Tanto è solo ruba mia. E roba di buona qualità. Se non si offende lui che è lui il becco. Solo che non vorrei mi si riconoscesse. Preferisco, non so perché, starmene senza nome. Va bene un avatar ma il proprio vero nome mi mette a disagio. Metterci la faccia. Magari finisce che trovo qualche maniaco. Che non riesco più a togliermelo da torno. Poi quello mi tempesta di telefonate. Non si è mai abbastanza prudenti. Dice che si vede di più quando sono in spiaggia. Bella forza, in spiaggia mi fa portare dei costumi che non sono nemmeno costumi ma fili interdentali, francobolli, illusioni. Piccoli che sembra che mi sia dimenticata di metterli. Non sono certa che mostrare troppo giovi. Il maschio ha anche voglia di immaginare. Non so. E’ lui il maschio. Mi sa che gli fa orgoglio che gli altri mi guardino. Non vorrei fosse un vizio. Mi decido; definitivamente. Lo chiedo a Edo mentre porta il bicchiere alla bocca: “Me ne versi un goccio? Volevo dirti… cioè… Cosa pensi di quelli che mettono le foto in rete”?
La cosa è andata. Il difficile sempre è iniziare. La paura all’improvviso mi è passata tutta. A volte Carlo mi farebbe proprio incazzare: “Ma quali foto”?
Come quali? Come per quelle al mare”.
Che male c’è”?
Semplicemente non mi va. E poi mi si vedono le tette. Lui, lo stronzo, non mi dice niente e girano per tutta la rete. Ti sembra giusto? Cosa possono dire quelli che le vedono? E mi si vede bene. Mica stanno lì a pensare che eravamo al mare”.
Edo viene spesso da quando s’è lasciato con Gloria, povero piccolo, non s’è più ripreso. Dobbiamo invitare una volta lui e una volta lei. Tenendo conto dell’ultima volta. Per non far torto a nessuno. E’ un casino quando due si lasciano. E mi viene da pensare che stavolta resterà contento. Ha ancora il boccone in gola. Stavolta però la domanda lo lascia sorpreso. Non è uno dei soliti argomenti. Non sa come uscirne. Guarda se lo faccio per rabbia. Per sfida. Se abbiamo litigato. Non trova nulla di tutto questo nel mio sguardo. Mi vede tranquilla. Sicura. Decisa. Mi vede diversa. Edo e proprio carino quando fa così, un gattino, un peluche: “Non le ho viste. Sai… io non navigo. Non so che dire”.
Intanto mi chino e la mia scollatura è già un invito. L’aria si fa più calda. Mi viene da ridere. Mi prende una strana allegria. Rischio di rovinare tutto. Non è che mi succeda tutti i giorni. Forse è un po’ anche il vino. Bella scusa. Certo qualcosa è: “Che poi mica si accontenta; cosa credi? Ma avrai una tua idea tu”?
Lui, come al solito, resta sul vago e nell’imbarazzo. Ripete come un’anatra muta: “Ma, non so”. E’ da lui. Onestamente comincio ad averne abbastanza. Forse potevamo mettere un po’ di musica. Abbassare la luce. E’ troppa. Forse dovevo essere più esplicita. Niente di peggio di chi non vuol capire. Ma forse non ha proprio ancora capito. E non so fin dove voglio arrivare. Gli passo la mano veloce sotto il tavolo. Quasi distrattamente. Appena lo sfioro ma basta. E’ rapido e non ha bisogno di pensarci troppo. Capisce che stasera è una occasione diversa. Che c’è un’aria diversa. O forse non capisce affatto. La tolgo appena è pronto. Devo essere impazzita. La verità è che mica lo so perché lo faccio: “Non credi che dovrebbe smetterla. Non credi che la dovrebbe finire di insistere. Sono una stupida. Il fatto è che io mi vergogno ancora. Che poi il corpo è mio”.
Intanto s’è lasciato cadere la forchetta. Mette il tovagliolo in grembo. Ma sì, che tanto vale… mi faccio tanti problemi e mi prendo della sciocca. Non sarò la prima e nemmeno l’ultima. Il mondo è strano. Lo attraversa il vizio del peccato, del rischio, della novità. Sembra sempre più emozionante nelle intenzioni.
Carlo ha sempre creduto che non ne avrei mai avuto il coraggio. Per quello nemmeno io. E’ che il coraggio ti serve quando ci pensi. Mentre lo fai non ti serve più. Basta non pensarci. E tolgo il tovagliolo, ma stavolta senza sfiorarlo. Non so se è possibile: “Chinati pure. Guarda pure. Vedrai come sono bella sotto. Non mi da più fastidio. E nemmeno a Carlo, vero caro”.
La gonna era già salita prima ancora dell’antipasto. Mi son seduta e l’ho sistemata sopra le ginocchia. E l’ho messa corta di suo apposta. Allargo le gambe. Non sono certa che si veda. Quello che non si vede si può immaginare. Sono fiera di me. Glielo faccio vedere io. Anzi gliela faccio vedere. Ho sempre pensato che mutandine come queste facessero meno che senza. Valli a capire gli uomini. Gli basta quattro millimetri di pizzo. Una trasparenza. Persino un collant. E pensare che mi sono costate una cifra. Fai tutto per loro e a loro non basta mai. Ti fai bella e a loro cosa importa? Loro ti vogliono porca. Ma un attimo sì e uno no. Non sai mai come comportarti. O fanno i gelosi o fanno gli sfacciati. Mi viene la rabbia. Lui e la sua rete: “Che se ti becco con una di quelle troie”…
Povero caro, Edo non può capire. Non tutto. Ci sono discorsi fra noi, solo nostri. E’ stato colto di sorpresa e nemmeno respira. E va bene, te le faccio fare, le tue foto. Ma non con il telefonino. Se devono essere foto che siano almeno foto. Lo aspetto che torni e torna con la macchina. Ci ha messo un attimo. Nemmeno il tempo di scaldare ancora un po’ l’atmosfera. E ha una faccia da sfida. Gliela faccio vedere io. A lui e anche a quello stronzo del suo amico. Ti faccio vedere chi è tua moglie. Che moglie che hai. Gli altri si leccherebbero i baffi. E tu vai in cerca di queste… queste… minchiate. Credo che Edo non la veda da quando se ne andata Gloria. Forse questo lo rende ancora più emozionato. Mi fa quasi pena: “Tanto lo so che mi vedi. La verità è che non mi ha mai dato fastidio. Noi siamo così. Anche un po’ leggere. Se vogliamo, frivole. Hai visto dove ho fatto il tatuaggio? Ti piace? Credi non abbia visto come sbirciavi”?
Mi alzo e comincio il mio piccolo spettacolo. In fondo cosa ci vuole? E loro sono di palato facile da accontentare. Veri dilettanti. Quando posso mi specchio nei vetri della credenza. Scendo dai tacchi. Ho fatto bene a non mettere le calze. Sarebbe stato troppo. E poi mica voglio farlo impazzire. Voglio solo accontentare la sua smania per le immagini. Forse è la società dell’apparire. Certo che piace anche a me sentirmi bella. Essere ammirata. Desiderata. E a chi non piacerebbe? Solo che non restano che parole stupide. Non puoi certo inventarti un gran dialogo: “Ti piacciano le mie mutandine? Hai visto dov’è il cuoricino? Non è un problema. Un po’ di pazienza. E poi… le tolgo”.
Continua a tacere. Ripenso alle fantasie di Carlo. A me non piace con una donna. Cioè, se devo essere onesta, preferisco con un uomo. Voglio dire che credo non mi piacerebbe. Lui dice… pensiamo ad altro. A volte ho l’impressione che agli uomini piaccia quasi di più guardare che fare. Forse più fantasticare. Ma se hai una donna come me… diavolo. Sputo in faccia le parole come se volessi fargli male. “Intendi così”? Edo non sta più nella giacca. Lo invito a levarsela. Intanto tolgo la camicetta. Comincio a mostrare un po’ di mercanzia che quella non mi manca, ne ho in abbondanza: “Perché non ti metti comodo, sul divano. Ecco. Bravo. Sposta il vaso, per cortesia. Non vorrei che andasse in pezzi. C’è abbastanza luce? Dovrei fare vedere un po’ le tette”?
Certo che te le faccio vedere. Te le mostro io, e per bene. O che gusto c’è con una cosa? Dove le pensa? Edo mi guarda e gli occhi gli schizzano fuori. Scopro più che posso e poi passo oltre. Fa capolino un po’ di aureola. Poi, con fare porco, faccio apparire il capezzolo inturgidito. Carlo non si è ancora ripreso. Faccio tutto con una lentezza esasperante. Da vera professionista. Alla fine anche quelle, le mie tette, schizzano fuori. E allora lo sgancio e lo faccio volar via il reggiseno: “Questo non serve più. Vedi bene, Edo? E se non ti è chiaro sono anche un gran bel paio di tette. Se fai il bravo dopo te le lascio anche assaggiare. Sai che mi piace da matti farmele succhiare? Non aver fretta. La fretta non è mai una buona amica. Non aver paura, a Carlo piace che me le succhi. Vero Carlo”?
Non sono certa che sia questo che Carlo vuole. Insomma… cosa deve volere? Quello che vuole vuole. E’ questo quello che offre la ditta. Lo può pensare di divertirsi da solo. Ho messo su qualche chilo. Chi se ne frega. Non starà a guardar proprio quello. Nemmeno se ne accorgerà. E poi non può sapere com’ero prima. Non lo può ricordare. Il vaso intanto lo sposta Carlo. Avrei vinto la scommessa. Edo li strabuzza, è al massimo del turbamento. Cerca di sistemarsi più comodo. Di tenere un contegno. Non può riuscire a mostrare indifferenza. Suda. Si sbottona il colletto. Si umetta le labbra. Lo faccio anch’io. Per lui. Dedicato a lui. Me le sollevo con le mani: “Prendile bene e prendile tutte, che ne vale la pena. Non ne girano tante di così. E sono tutte roba mia. E allora… sono abbastanza porca per le tue maledette fotografie”?
Controllo se sono attenti, entrambi. Poi passo al resto. Lato b. Con lascivia mostro il culo e il mio è un gran bel culo. Lo smeno con gesto sensuale, lentamente. Passo una carezza leggera e accurata sulle chiappe. Vedere e non toccare. Soffermo le dita. Le palpo e le strizzo un pelo. Scivolo sulla loro rotondità. Scopro che nemmeno io sapevo di averlo così bello. Credo che Edo voglia dire qualcosa. Che anzi l’abbuia detta, ma talmente piano da restare un sospiro. E ha la faccia da chiedere nuovamente permesso. Spero che Carlo sia contento. Anzi spera che capisca cosa ha fatto: “E ora che facciamo? Gli mostriamo? No! si annoierebbe anche lui”.
Carlo mi guarda allibito. Non gli lascio il tempo di dire un amen. Lo rimbrotto: “Tu pensa a fotografare”. E’ certo che tanto non avrò mai il coraggio. Insiste ancora caparbiamente nella sua imbecillità. Ormai so di averlo, quel coraggio. Non mi potrebbe più fermare niente. Nemmeno fossimo in mezzo al traffico. Mai sottovalutare una donna dopo averla fatta incazzare. Se lanci una sfida devi essere pronto a prenderti le conseguenze. Non so se Carlo voleva ma adesso deve volere. Non ho nemmeno più voglio di rinfacciarglielo: “Vedi cos’hai combinato? Hai messo in imbarazzo il tuo amichetto. E hai messo qualcosa in corpo anche a me. Non preoccuparti, lo faccio diventare io maggiorenne”.
Edo si alza e balbetta che forse è il momento di andare. E’ quello che volevo. Ha fatto il gesto inconsulto. Quello di uno fuori posto. Quello che aspettavo. Non ha ancora capito. Sono da lui in un attimo. Gli abbasso la lampo, poi i calzoni e gli slip. Senza il tempo di nessuna reazione. Lo guardo e non può altro. Edo è in splendida forma ed è un gran bel vedere. Il suo è un vero stalin. Forse sono solo emozionata anch’io. Non è proprio un momento come tanti. Mi si dovrebbe capire: “E’ questo quello che tu chiami abbastanza? Posso”? Mi abbasso e glielo prendo in bocca. Mica ha il tempo per decidere. Continuo a guardare verso mio marito. Verso l’obiettivo. Penso a come verranno le foto. Mi chiedo quanto sarà contento. Carlo non ha mai saputo d’essere cornuto. Lo scopre in questo preciso istante. Spalanca due occhi che se avessi tempo da perdere scoppierei a ridere. Non voglio scoraggiare il mio partner. Lo so da sola che nell’orale riesco bene. E anche che è molto fotogenico. Sono certa che Carlo si sta chiedendo cosa deve ancora fare. Intanto scatta e scatta come una mitraglia. Si sposta e scatta. Si avvicina e scatta. Si allontana e scatta. Lavora di zoom. E’ molto professionale. Poi lo stupido, l’imbecille, il becco, sembra avere un secondo di dubbio: “Ma… io”…
Mica lo so cosa gli passa per la testa, allo stronzo. Debbo interrompermi un attimo, solo il tempo di rimetterlo in riga. Mica gli lascio il tempo di pensare. Finisce che alla fine diventa colpa mia. Eh no! caro. Adesso che te la sei voluta te la prendi: “Se tu fai, chi scatta le foto? E allora scatta”.
Intanto mi metto più comoda. Pare non essersi ancora del tutto reso conto che sono io quella che l’amico si sbatte, sua moglie. Che linguaggio. Non è da me. Non è certo un linguaggio da signora. Ma… vista la situazione, in una frangente così, chi se ne sbatte. Ormai sono decisa a fare tutto, anche quello che non ho mai pensato. Guarda pure; guarda. Guarda la tua mogliettina. Te le faccio io, per bene. Le corna. E te le metto come si deve. Faccio la gattina che metto a dura prova le coronarie di entrambi. Eccoli gli uomini: il viso paonazzo e l’equilibro instabile sul bordo dell’infarto. Eccoli lì gli eroi. Quelli che non indietreggiano mai. Davanti a nulla. Quelli che loro le donne: “E dì qualcosa anche te. Cos’è, un film muto? Cosa faccio, parlo da sola? Sei rimasto anche tu senza parola”?
Non vorrei dirlo ma… la cosa mi stuzzica. Magari è questa la mia vera natura. Sento quel frizzicorino. Non fosse per le foto me lo sarei già portato di là. Che a letto si sta anche più comodi. Come la chiamano… coerenza. Ho le mutandine bollenti. Insomma, se non le tolgo subito le bagno. E pensare che io a quello l’altro giorno gli ho detto sono sposata, che anche mi piaceva. Che ci avrei fatto volentieri un giro con lui. Che mi guardava con quegli occhi. Devo essermi proprio impazzita. Sono proprio una stupida. Intanto mi son tolta dall’imbarazzo. Mi sono rialzata. Lo guardo diritto e gli sorrido. Cerco di incoraggiarlo. Anche se credo ormai che non ne abbia più alcun bisogno: “E allora scatti? Le fai le tue maledette foto? O devo fare anche quello”.
Sono costretta a rallentare perché ho paura che Edo rovini tutto. Forse sono solo fisime mie. E’ colpa mia se mi sento sempre in colpa. Responsabile. Torno a chinarmi su di lui. Non voglio nemmeno che si scoraggi. Sento che non posso tirarla troppo a lungo. La cosa, il trattamento, lo interessa troppo. Carlo per non sapere che fare continua a scattare. Forse ha capito che non accetto più repliche. Sono decisa. E’ imperativo. Gli piace il porno allo sporcaccione e si scorda che sono sua moglie. Vuole vedere sempre più da vicino. E fotografare sempre più da vicino. Vorrebbe darmi consigli come se avessi bisogno di essere guidata. Fare il regista. Intanto penso che queste no, mica le posso mettere in rete. Mica tutte. Forse verranno troppo forti. Che… forse le tengo per me. Che potrei nascondere la faccia. Io non sono brava col computer. Ma forse si merita che mi si veda bene. Che si sappia che sono sua moglie: “Come se. Una. Con suo marito. In quel momento. Gli viene in mente. Le foto”.
Abbraccio il mio compagno e lo bacio. Gli sussurro in silenzio all’orecchio che sono pazza di lui. E anche di lui. E che adesso che l’ho conosciuto… che non rinuncerò più a lui. In realtà ho perso la testa. E non me ne frega più nulla delle foto. Anzi mi aiutano e mi scatenano ancora di più. Devo prendergli la mano per mettermela tra le gambe. La mia non l’ha trascurato per un attimo. Non ho fretta. E voglio si metta in testa che non potrà più fare senza di me. Altro che un po’ di più. Glielo faccio vedere io. Voglio che chi le guarda non possa resistere a tenere le mani a posto. Che neanche sul canale più bollente a pagamento. E lo leggo in faccia a Edo cosa mi vorrebbe dire. Con quanti nomi mi vorrebbe chiamare. Ma lui non riesce a scordare che c’è Carlo e che Carlo ci sta guardando. Lo facevo timido ma non così timido. E’ talmente facile con la digitale, non serve andare dal fotografo. E’ talmente interessato, preso che non gli viene in mente altro. Che non si pensa di fare. Non è nemmeno più uomo. E’ solo un occhio. E’ la macchina. I gesti si ripetono. Viene vicino. Si allontana. Mette a fuoco. Non c’è bisogno di flash. E ne può scattare quante vuole. E ne scatta quante vuole. E’ una gran comodità. Peccato perché sarebbe bello con due, cioè in tre. Mica lo posso fare con le mutandine addosso. Quasi me n’ero scordata: “Dammi un attimo. Un attimo solo”.
Lo faccio lentamente perché non si perda nulla. Lui avrebbe fretta. Ho fretta anch’io. Dicono che non c’è nulla meglio della malizia. Dicono che non c’è nulla più eccitante di una donna provocante. Della provocazione. Che funziona meglio. Mah! Io preferisco i fatti. Fosse per me lo farei subito. E dopo magari un’altra volta. Non sono donna di grande pazienza. Non in questo. Ma appena mi sfilo le mutandine è fatta. Appena vede un po’ di pelo perde quel poco di testa. Appena ne sente l’odore. A pensarci la stanza odora solo di me, odora di sesso, ma ho altro per la testa. E tutte queste parole non servono a nulla. Non è con le parole che si fanno i fatti. E se non son fatti questi: “E’ questo che volevi? Sono queste le foto che volevi, vero? E’ abbastanza”?
Non è un atleta ma non voglio lagnarmi. E me lo voglio proprio prendere tutto. In realtà Edo si chiamerebbe Edoardo, ma questo non conta nulla. In verità non è proprio come quello di Amedeo, ma, insomma… Ma anche lui, farsi chiamare Amedeo Amedei. Ma il nome è l’ultima cosa che è importante, quando sei su un letto. Per quello anche in macchina. Insomma quando mi va. Che faccio, tentenno ancora? Se non fossi così stupida ne avrei di occasioni. Ne troverei da divertirmi. Invece sto lì sempre a pensarci due volte. A farmi tanti problemi; troppi. E così mi pento dopo. Quasi sempre. E pensare… ma mica lo sapevo quand’è incominciata… sembrava tanto per bene. E invece sembra proprio che gli piaccia. Che le corna gli facciano gusto. Guardalo là. Potrei persino essere gelosa di Leo. Certo che non me lo sarei aspettata. E’ un tipo caparbio. Insistente. Tenace. Uno che dura. Chi l’avrebbe mai detto? Meglio così. Se una deve fare una cosa meglio farla bene. Per una cosa così. Voglio che se la fotografi in testa. Che se ne ricordi bene. Questa resterà nella storia. E gli succhio di dosso il sapore di me. Gli scopo anche l’anima. Voglio essere proprio porca.
Eppure Carlo la dovrebbe provare un po’ di invidia. Non ne ho mai avuto così voglia. Non sono mai stata così calda. Potrei durare fino a farlo impazzire. Ma comincio ad averne proprio bisogno. Questa storia è più pazza di quanto credevo. Se lo avessi saputo… Perché non te le dice nessuno, le cose? E’ una cosa che non avrei detto mai a nessuno. Come si fanno a raccontare, certe cose? Pazienza, la Mirella. Ma quella è una porca. Lei è così. Lei è veramente porca. Povero Giorgio. Meglio che non ci pensi, a Giorgio, ch’è stata una delle più belle della mia vita. Certo che certe donna sanno essere proprio puttane. A dirla tutta son proprio quelle con Carlo, il caro maritino, le più deludenti. Sarà perché è roba mia. Sarà perché non c’è il pericolo, la trepidazione. In fondo con lui è un mio diritto. Che quasi nemmeno lo farei. Non che… povero piccolo. Ecco, proprio povero piccolo. Ma non posso prendermela con lui. A Edo devo proprio sbatterglielo sul muso. Forse anche lui vorrebbe solo questo. Vorrebbe che avessi un po’ più di iniziativa. Ma lui è mio marito, perdio: “Ma guarda cosa mi tocca fare. Di la verità che non credevi ce l’avessi così grosso”.
Solo che una della mia età non dovrebbe mettersi a fare queste cose. Non dovrebbe più aver bisogno di lusingare gli uomini. Si aspetterebbe che si facessero avanti. Che prendessero un po’ di iniziativa. Che dico? Che si mostrassero più uomini. Può una donna fare tutto lei? Non sarà mai un fulmine di guerra. Uno che prende facilmente l’iniziativa. E forse lo so anche capire. Non gli deve essere mai successo. Farlo sotto gli occhi di un altro. Del marito. Di un amico. Di un amico marito. Anche a me fa un po’ strano. Ma ormai ho gettato ogni cosa oltre ogni ostacolo. Che mi sa che non l’ha fatto tante volte comunque. Ma Edo non ha bisogno che insista. Capisce da solo di cosa ho voglia. Ha ancora paura di sbagliare. Gli tolgo ogni dubbio senza bisogno di insistere. Mi basta aspettarlo. E Carlo si dimentica persino di fotografare perché a lui non ho mai voluto dargli questa soddisfazione. Anche per principio. E poi io so essere dispettosa, quando voglio. Da domani non mi chiamo più Rosa. E alla fine la dico la parola: “Sfondami”.

Nessun uomo sa immaginare di cos’è capace una donna. Dove può arrivare.
Ma Rosa”…
Spero che non mi verrai ancora a dire che potevo di più”.
Edo è arrivato alla fine, povero cocco. Scivolo veloce perché me lo voglio sentirlo in gola. “Come credi mi sia inventata il nome di Golosa Tiziana”? E’ stato un bravo compagno, che nemmeno credevo. In fondo se lo merita. Non gli lascio nessuna possibilità per lagnarsi. Poi raccolgo le mie cose. Lo invito a sistemarsi e mettersi tranquillo e comodo. E’ ormai senza energie. Mi infilo la gonna e la camicetta. Sulla pelle. Tanto la serata è finita. Non dobbiamo più uscire. Non resta che un bicchiere di vino. Vado bene anche così. E anche troppo. E chi vuole guardare che guardi. Non ho più niente di nuovo da mostrare. Ho fatto lo spettacolo concreto. E poi mi piace sentirmi la stoffa nella pelle. Che mi sfiora le tette. Sentirmi libera. Nuda sotto. “E ora facci vedere come sono venute ‘ste stronze di foto”.
Carlo è l’unico cornuto che era cornuto già prima di incontrarmi. Contento lui siamo contenti in tre. Però sono venute bene. Ne ho viste di migliori, ma non sono proprio malaccio. Non credevo che ci sarei riuscita. Certo che si vede tutto è bene. Persino troppo. Forse dovremmo farne qualcuna a letto. Con me sola. Che mi spoglio. Mi vengono delle pose… Stesa che mostro e non mostro. Con la mano che me la nascondo. Con la mano che scivola. Con quella sottoveste. E quelle mutandine e reggiseno. E’ un completo che ti fa partire subito. Con gli uomini basta poco. Con un sorriso più malizioso dipinto in faccia. In questo sono subito al lavoro. E neanche di profilo vengo niente male. Solo che a sentirlo in bocca lo avrei detto di più. Ma ha fatto il suo dovere. Povero piccolo, dev’essere stanco. Son certa che anche Carlo aveva fretta di vederle. Vengo proprio bene in foto. Certo non le mostrerei a mia madre. Chiedo ad Edo se è sicuro di poter guidare. Grandi, grossi e bambinoni. Per me gli chiederei di restare. E lo rassicuro: “La prossima volta che gli viene la fregola delle foto non ti preoccupare che chiamiamo subito te”.

N.B. L’immagine è stata trovata nel web.

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a Eftimios

Dietro le pareti, dietro i vetri il vento era una costante; non un sibilo ma più un sussurro, un respiro, leggero.
La luce quel mattino era un violento bagliore, un barbaglio; accecava la vista e incideva sulle cose profili come solo un punteruolo può sulla cera.
Il panorama, dall’ampia vetrata, di infiniti suggerimenti degradava indeciso verso il lago per poi rialzarsi brevemente e infine spegnersi nel mare; nell’avvicinarsi al quale si faceva meno sicuro, si sfumava e stemperava in quel chiarore. A sinistra un piccolo colle orgoglioso si alzava appuntito quasi ad affermare una presenza come provvisoria. Ma il lago non rifletteva la luce, anzi la tratteneva.
Dario si muoveva lentamente con passi misurati e soffocati per le ampie stanze facendo attenzione per non lasciarsi sfuggire il senso di quei sospiri tanto tenui da tradire la presenza, e non lasciare orme; senza riuscire a ritrarre lo sguardo da quei ritratti (tracciati con segno sottile ma preciso) più che come specchi; specchi.
Per l’amore e il dolore (quelli veri) la parola è pura; violenta; bestemmia. Quanta letteratura si era tradita in ciò. Adesso questo gli sembrava più chiaro ed esplicito ed anche in sé taceva, gl’occhi colmi di lacrime mai confessate.
Ma poi era solo quel paesaggio a lacerargli il cuore? Lui era lì, presente anche se non riuscivano ad incontrarsi; non per gli oggetti che pure erano appartenuti a lui, non per i gesti-riti che ne serbavano memorie. Eppure vi era quasi una trasparenza insolita per i sentimenti. Una nudità; dura.
Misurava ogni gesto per non sporcare, per non tradirsi. Le fronde che da lontano si agitavano erano più che un richiamo, un continuo celare e svelare fatto della mitologia del quotidiano. Le nubi giocavano piccoli disegni.
Aveva perso qualcosa di sé per sempre e di questo ne prendeva piena coscienza ma contemporaneamente ne era accresciuto; contemporaneamente capiva come vi siano presenze che non potevano mai venir meno ed essere mutate da nessun processo di ricostruzione mnemonica.
Il tempo non poteva essere né un limite né un argine. Non sapeva ancora se ne avrebbe parlato né che ci avrebbe parlato. Anzi, se il sapere è qualcosa in qualche modo legata alla ragione, non sapeva. Non voleva sapere.
Per un attimo trattenne anche il fumo della sigaretta, poi la spense per non tradire nemmeno gli odori e si accomodò in una sedia, lo sguardo fisso nel vuoto. Temette di perdersi.
Fra tanti paesaggi solo con lui voleva stare in quel momento, solo con lui come non mai e con il fascino di quel silenzio. Da uomo a uomo. Con lui che forse non aveva in realtà mai chiesto il come ma solo l’essere; che pure doveva aver cercato in sé una ragione senza poterla trovare.

Poteva capire quel suo cupo e rancoroso dolore? Lenirlo con il sogno di un pallido forzato mite sorriso? Raccolse e sfogliò distrattamente un libro senza però distrarsi dai suoi pensieri, poi, prima di tornare sui suoi passi, sottoscrisse il patto: i suoi silenzi sarebbero stati d’ora in poi i loro, il loro modo di capirsi, l’angolo di questo patto e lì solo lui l’avrebbe veramente capito per quell’amicizia che non aveva avuto modo di diventare.¹


1] 3 aprile 1991

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Le aveva scritto di chiamarsi Alberto. Le aveva inviato una foto di Alberto. Senza volto poteva essere chiunque; ora era Alberto. Se si poteva dire così era in quel modo che s’erano conosciuti. Quando lei aveva chiesto di incontrarlo lui aveva mandato Alberto. Era stata lei ad insistere perché lui non ne avrebbe mai trovato il coraggio. Aveva dovuto spiegargli, e non gli era stato facile, e poi insistere. L’aveva convinto assicurandolo che da quell’incontro sentiva che dipendeva tutta la sua vita, e che tutto sarebbe stato a sue spese. Ricordava ancora che quella prima sera era stata in maggio. Dopo si era fatto raccontare tutto dall’amico, di quella prima volta e di tutte le altre, perché avevano cominciato a vedersi, lei e Alberto. Era sicuro che era carina. In seguito, poco a poco, Alberto aveva cominciato a sorvolare su qualche dettaglio. La cosa prese a piacergli sempre meno e a renderlo sospettoso. Avrebbe voluto sapere tutto. Se una donna concede poi non torna indietro. Non era durata molto, non quanto lui aveva sperato potesse durare. Si era sposata con Alberto e non sapeva di essere innamorata di lui. Pensò che fosse una scelta affrettata. Avevano ricominciato a chattare ma era diffidente. Aveva usato il suo nome e con quello aveva tradito Alberto, ma era come se la conoscesse già. Si era sentito colpevole nei confronti di Alberto. Lei gli aveva confidato che Alberto non lo trovava nemmeno un bel nome.

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raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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Lettera pubblica ad un amico privato¹
Oggi ci hanno spiegato che puoi scegliere tra una politica di restauratori e una di incapaci. Anzi è da tempo che ci vanno spiegando che possiamo scegliere tra Berlusconi o la sua copia conforme. Anzi è tempo che ci convinciamo che non possiamo permetterci di scegliere. Che poi io continuo a temere che sappiamo chi governa ma non chi comanda.
Le nostre industrie, i nostri prodotti, sono da tempo all’estero. Hanno trovato i paradisi fiscali e le nuove schiavitù. E’ questo, caro Martino, che non permette di dire cosa sia più importante, se combattere la fame o per la libertà. Se “un altro mondo è possibile” non possiamo porre la questione in questa scelta. L’una e l’altro devono essere garanzia del vivere. Pane e libertà, perché, finché ci saranno uomini costretti a vendersi, ci saranno uomini disposti a comprarli, e saranno i secondi a stabilire il prezzo. Ci sono prezzi, nel mondo, che noi sappiamo ma che non possiamo capire e cerchiamo di scordare. Vai, almeno con la mente, in certi paesi, come quelli africani, a cercare una risposta. Morire con dignità non rende meno doloroso il trapasso.
E’ la democrazia del pane, per ora si fatica ad arrivare a fine mese. Il pane è avviato a diventare un genere di lusso. Ci stanno insegnando l’appetito, per la fame c’è ancora un po’ di tempo. Temo che di peggio ne resti ancora fin troppo davanti.
Se le scarpe italiane le fanno i cinesi c’è la speranza che noi potremmo sempre mangiare, un indomani, nella ciotola del loro riso.
Michele


1] Queste “lettere in forma di prosa” saranno indirizzate non sempre a persone reali, non sempre parleranno e citeranno avvenimenti reali, spesso sarà esattamente l’altra cosa. Sono semplicemente dar sfogo alla libido delle parole in forma di epistola. Per variare e provare. Troppe cose di me paiono poco credibili e, raccontate tali e quali (non è questo il caso), l’altro potrebbe crederle fantasia, fanfaluche, o sentirsi preso per i fondelli. La risposta più ovvia che dovrei aspettarmi sarebbe: Stai scherzando, vero?

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