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Posts Tagged ‘amori’

E’ sempre facile parlare di vita e di morte quando si parla degli altri o per sentito dire. Certo che lui li ammirava quelli che il coraggio ce lo avevano. Lui amava Enrica perché era sua moglie e perché era paziente. Aveva cercato di farsi accettare dai suoi e la sua vita era sempre stata così. Non sapeva in che misura lei lo stimasse ma dubitava lo facesse. D’altronde non trovava un argomento per essere orgoglioso di se. Quella donna si era spogliata per raccontarsi tutta. Di storie tristi ne aveva sentite molte anche se forse mai come quella. E non aveva dovuto fare strada per raccontarla. Ed è sempre meglio diffidare: di impostori sono piene le strade del mondo. Cosa rendeva veramente quella disperazione più vera e credibile? Eppure i suoi occhi possedevano una tristezza che pareva un baratro. Sul viso e le nocche portava segni di percosse. E aveva troppi pochi denti per gli anni che diceva. Nemmeno lui lo era duro ma gli avevano sempre raccomandato di essere assennato. E faceva freddo per stare lì in strada. Non riusciva a non essere cortese. Si rendeva conto che lei sapeva e voleva muoverlo alla pietà. Ma la mano era già la mano di una morta. Non aveva che il dubbio e l’unica consapevolezza di essere solo un suonatore di sassofono.

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linguacciaRiprendendo in mano un libro dopo molti anni Marco ritrovò una cartolina di un vecchio amico: Paesaggio sereno di montagna; a uso turistico.
La firma arzigogolata, disegno sicuro, era accompagnata dal nome, grafia elementare, della ragazza di allora. Quei due tratti sembravano ora spiegare tutto. Fidanzati (normalmente dice una classificazione alquanto imprecisa), ora non più. In quel caso si erano scambiati anche gli anelli e si erano restituiti quasi solo rancore.
Come spesso avviene in questi frangenti lui, stava riponendo un poco deciso sogno di pittore, aveva creduto di soffrire. Lei se n’era andata con un altro; ricordo un ragazzo dall’aspetto di quelli che paiono ragazzi per sempre e dai comportamenti composti. Elegante, che dire di più.
Lui, quell’amico, cercò di simulare la disperazione, pensò come colpire l’antagonista, e s’imbatte in un’irosa rabbia. Sembra trasparire sempre qualcosa di falso nei sentimenti estremi dell’uomo quando ha quell’età che non sà concedersi che estremità.
Poi, come sempre, tutto ricominciò daccapo; con verso quasi casuale. Un’altra donna (breve spazio d’attesa) e come un ragazzo essere un uomo in imbarazzo.
La madre (con cui viveva), le storie di tutti i giorni, le curiosità, vecchi amici ritrovati in un momento precario, lo stesso nostro ritrovarsi: quasi un intermezzo.
Di quella ragazza Marco non ricordava nemmeno il nome (se mai l’aveva saputo), non l’aveva mai vista. Con quell’amico si erano da allora persi, chissà se l’avrebbe rivisto. Finì il libro e buttò la cartolina.¹


1] Scritta il 21 aprile 1991

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Anzi era sul finire dell’estate del ’86. A campo dei fiori, nel tepore della sera, quella coppia si fronteggiava come fanno a volte certi uccelli nel periodo degli amori.
Le voci pian piano si alzavano progressivamente nel tentativo di prevalere, di annullarsi, alternativamente e si caricavano di rancore. Anche i gesti erano quelli, artigli, di chi sbrana in un rabbioso amplesso. Fuochi negl’occhi e ferini bagliori.
Infine disse il ragazzo: “Che tu credi, piccola troia, di poter fare tutto quel che vuoi? Io… io ti ho aspettato”.
Non ho padroni, non ho comari. Qua, qua, qua.” – gridò lei.
La voce del ragazzo divenne un urlo ormai senza pudore. “Dai pure il culo. Fai pure ciò che vuoi. Non hai padroni ma poi non dir cazzate. Ma v’affanculo stronza… tu e le tue puttanate…”
Ma prima che lui si allontanasse lei allungò la mano sicura e nel portarla al basso ventre (al pene, sopra i calzoni) rispose: “Sono tutti questi gli argomenti che c’hai?”
Non restai ad ascoltare oltre per non sembrare indiscreto e simulando indifferenza me ne andai mescolandomi alla folla della sera.¹


1] scritto il 18 aprile 1991

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A tutte le persone che aveva amato riservava un posto nel suo cuore e anche per quelle che aveva riposto in un posto d’angolo, in un cantuccio, trovava un pensiero. Ed era sempre un modo garbato e malinconico quello in cui le ricordava. E quando era costretta a farne soffrire soffriva della sofferenza. Piera sapeva che giorni, mesi persino anni venivano dimenticati da quel solo istante. Che il dolore aveva il potere di cancellare tutto e tutto fare scordare, talvolta, in una vaga ipotesi di rancore. Lei non era così. Non le era facile vivere con tutti i suoi ricordi ma non se ne sarebbe mai liberata ed erano parte delle sue compagnie. A volte, anche se era con qualcuno, si assentava per tornare in quel mondo e ritrovare un dialogo silenzioso con quelle facce. A volte ritrovava un discorso fatto; a volte una domanda rimasta in sospeso; a volte una risposta che allora non aveva dato o una maggiore chiarezza. Non le sembrava di potersi attribuire una precisa colpa in nessun caso. Su come la vita attraversa le cose il senno di poi non è mai un giudice buono e giusto, per questo lei ricordava ma non giudicava. Forse era questo, si chiedeva, a mantenerla serena? Ma non era chi aveva amato ma quelli che amava a preoccuparla col loro affollarsi attorno ai suoi minuti.

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Foto di Rossaura a PonzaAvrebbe potuto parlare di Stefano o di Cesio, o di Albertino o di Giovanni, o di Michele o di Carrara, nemmeno si ricordava il nome, come per tanti, o di Miki o di Sandro, o di Samuele o dell’altro Sandro, oppure di Raffaele come di Mauri, o di quelli che l’avevano sfiorata anche se per un solo istante, che magari nemmeno si erano voltati, di cui persino le era sconosciuta la voce, o di qualsiasi altro che poteva anche solo ricordare, ma a cosa sarebbe servito? Non portava rancore; se era era per qualcuno di loro. Qualcuno tra loro. Di ciascuno in fondo aveva un ricordo. E sempre lo aveva creduto anche se sempre poi aveva capito che s’era sbagliata. Che poi non è la cosa più facile. Albertino, per esempio, trovava sempre le parole giuste. Certo era tenero ma poi aveva capito che non bastano le parole da sole. Che era solo un ragazzino, con gli occhi bagnati di fragili sogni. Certo che c’era cascata ma era stato il primo ed era ancora poco più che una bambina. Sandro invece, non quell’altro Sandro, era tutto fatti ma qualche volta te lo vuoi anche sentir dire. A volte hai bisogno anche solo di parole; un enorme e doloroso bisogno. A Cesio invece non mancavano certo le parole ma poi era sempre… così lui. Era soprattutto parole. Da uscirne ubriaca. E da perdersi senza sapere dove restava la verità. Parole che non pagavano e alla fine nemmeno appagavano. Quando si ha tutto tutto rischia di perdere valore. Magari hai bisogno di cose semplici. Gaetano aveva sì proprio una bella macchina e spaziosa e silenziosa ed erano andati in tanti posti ma non riusciva a starsene fermo. E poi la sua macchina era il suo mondo. Avrebbe voluto vivere dentro la sua macchina e fare tutte le sue cose. Quell’estate lei aveva voglia di mare. E il bisogno di fermarsi. Anche Pierferdinando aveva sempre le mani in movimento ma dopo un poco ci si stanca di trovarsele sempre dove non te le aspetti. O dove te le aspetti ma in quel momento non le vorresti. Diventano moleste. Vorresti almeno un attimo di pace; di tranquillità. E poi è bello ma il troppo… ma forse era uno di quei istanti in cui semplicemente aveva bisogno di nuovo. E poi tutto quel suo daffare per poi al momento di fare non riusciva a fare. E Carlo era più o meno come Luciano cioè… In un certo senso era sempre stata fortunata ma in qualche momento si sta bene anche sole. Magari è proprio così che si cresce.

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Tutto ma proprio tutto, pensava Abele. In fondo perché domandarsi troppo se non aveva mai trovato nessuna risposta. Se quella risposta con tutta probabilità nemmeno c’era. Non amava le parole, era un uomo pratico. A parole è facile cambiare il mondo. Poi esci dalla porta e quel mondo lo devi affrontare. Le ricette non servono; non funzionano. I problemi sono lì, ti aspettano, in agguato. Certo che era nei casini. Con sua moglie le cose non funzionavano, ma benedetta donna non l’avrebbe mai ammesso. Per lei tutto era normale. Anche che non si cercassero più. Se ne era fatta una ragione. Se cercava di parlarle lei si aggrappava ai loro bambini. “Non hanno chiesto loro di essere messi al mondo. Abbiamo delle responsabilità”. Ma forse era stato solo il tempo, fra loro. L’abitudine. Si era lasciata un poco andare. Ai suoi occhi sembrava anche più vecchia di quello che era. Senza parlare delle idee. Ed era ormai convinto che sapesse ma non volesse vedere.
Con Irene le cose continuavano ad andare alla grande. C’era ancora la stessa passione eppure nemmeno con lei era così facile. Voleva essere corteggiata ogni volta. Non accettava di provare semplicemente desiderio. Lo doveva mascherare. Giustificare. Voleva anche il lato romantico. Il sogno. Voleva sentirsi dire che la amava. Che si mentissero su un futuro. Sapevano entrambi che non c’era nessun futuro. Non per loro. Non avevano nessun altro dialogo. Il loro mondo era il letto. Fuori non c’era nient’altro che li accomunasse. Avrebbero litigato anche per dividersi i cassetti. Sul deodorante da bagno. Sul vattaggio delle lampadine. Sul diavolo che non se la portava. Ma a letto funzionava a meraviglia. Non avrebbe mai ammesso che tra loro c’era solo piacere.
Almeno con Giusi trovava una sorta di pace. Era come un suo piccolo rifugio. Capitava che nemmeno lo facessero. Lei non gli chiedeva di più. Accettava il poco che le poteva dare. Era solo una ragazzina ma era così naturale. Tutto per lei era naturale: un cinema, un caffè, una gita in macchina; farlo in macchina o in un alberghetto. Lei era sempre contenta. Gli sorrideva come se gli dovesse sempre un grazie. Era sempre disponibile. Pronta ad imparare. Disposta a tutto quello che lui le chiedeva. Come una discepola davanti al proprio maestro. Mostrava meraviglia. Pensava che quello era il ruolo della donna. Si accontentava di poco e le sembrava moltissimo. Le aveva comprato un abitino e lei lo indossava orgogliosa. Le tette al vento e non erano poche. A farsi guardare. Perché* quel vestito era scollato; molto scollato. E qualcosa in testa le diceva che non poteva metterlo facendo vedere il reggiseno. Non gli dispiaceva che la ammirassero. Non era un tipo geloso. E poi sapeva che lei non aveva che lui.
Frida invece era della sua pasta. Le piaceva stuzzicarlo. Raccontargli. Se aveva altri incontri era il primo a cui li raccontava. Come in una sfida a due. Amava quel tipo di trasgressione. Forse anche il marito sapeva. Non si vedevano ormai più di tanto. Troppo presa dai suoi impegni e dalle sue storie. Ma con l’avvocato era finita. Quando pensava all’avvocato provava della pena per quell’uomo. Sapeva di cosa era capace. Sapeva cosa può fare una donne senza scrupoli, senza remore. Una donne che sa fare all’amore, per questo meravigliosamente, ma che è incapace di amare. Era capace di arrivare avendo già elaborato le sue fantasie. Sapeva interpretare i suoi desideri prima ancora che lui stesso li pensasse. Amava anche il rischio. Una volta aveva voluto che la accompagnasse in uno di quei posati dove ci si scambia. E aveva voluto guardarlo. Una volta aveva voluto fargli vedere come si tratta una donna. Una volta l’aveva provocato e aveva voluto che lui approfittasse in mezzo alla folle, in coda per una prima.
Con Claudia erano solo amici. Lo facevano solo se andava ad entrambi. Ma era una cosa in più. Non necessaria al rapporto. Lavoravano insieme. Parlavano. Sapeva cose di lei che nessun altro sapeva. Anche quando aveva perso la testa per un quasi spiantato. In fondo era quasi un rapporto distaccato. Ginnastica. Un gesto dovuto. Tranne quella sera ma quella sera era una sera particolare. Il marito aveva scoperto un suo tradimento. Minacciava di lasciarla. E avevano un po’ bevuto. Era un compleanno in ufficio, non ricordava più di chi, e in ufficio l’avevano fatto. Senza curarsi di chiudere nemmeno la porta. Proprio per quello era entrato Dario senza saperlo. Era rimasto esterrefatto. Soprattutto imbarazzato. Lei era semplicemente scoppiata a ridere. “Non ti fermare”. Glielo ricordava spesso; non era più successo. Da quel giorno aveva preso in simpatia Dario. Niente di più. Forse lui ne soffriva. Forse era un gioco crudele. Mostrava interesse. Lo lusingava. Alla fine rideva e si defilava. Sfuggiva.
Certo la sua vita stava diventando una vita complicata. Non era bravo negli addio. Il problema era invece inverso: era molto bravo negli incontri; negli inizi. Non fosse stato lui anche con Federica avrebbe già smesso. Era diventato un dovere. A volte doveva pensare ad altro. A volte ad un altra. Doveva usare la fantasia. Per lei l’amore si faceva solo in un modo, a quel modo. Aveva sempre qualcosa da rimproverargli. Perché non le aveva telefonato. Perché non lo sentiva appassionato come una volta. Perché se ne andava via subito come lei fosse una puttana. Perché non le portava più dei fiori. Perché si era dimenticato il compleanno. Era convinto che si mordesse le labbra che che si fosse accorta che per lui diventava sempre più faticoso. Si fermò un attimo a prendere una boccata d’aria. Cercò una scusa per rimandare l’appuntamento con Selvaggia. Stava diventando un maledetto imbroglio. Gli sembrò possibile dire di no. Alla fine decise che in fondo era troppo complicato. Che era più semplice così. Chiamò Petra per avvertirla che avrebbe tardato.

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Io ho avuto ventisette… storie. Ti sembran tante? A me… certi giorni sì, certi giorni no. A volte mi sento stanca, altre so di non sapere ancora niente. Eppure… comunque… E ogni volta è come quella volta. La stessa emozione. Almeno così mi pare. Sai?… le gambe molli. La stessa irrequietezza. O forse è solo curiosità. E ogni volta sembra l’ultima; quella buona. O mi illudo. E poi”…
L’aveva già sentita quella storia. Innumerevoli volte. Avrebbe voluto esserne esentato. Donne che si raccontano dell’amore. Che si illudono perché vogliono illudersi. Forse inseguendo una certezza. Forse solo una giustificazione. Quello che gli altri dicono. Quello che potrebbero dire. Questa volta però non seppe tacere. Lo aveva in cuore e gli arrivò in bocca: “E io cosa sono”?
Forse ci voglio credere. Forse mi voglio illudere. Comunque… Credo che tu sia… credo proprio che tu sia il sette. Ma potrei anche sbagliarmi. Cosa cambia? Anche con te… Cioè… Che ne so. Vorrei saperlo anch’io. Ma cosa centra? E poi… stupido! tu sei un amico. Con te è diverso. E’ sempre stato diverso. Sei come un fratello. A volte mi sembra che siamo… come dire? perversi. Ora lasciami preparare. Non vorrei che arrivasse e ci trovasse ancora qua”.

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Da noi non è come a Praga dove hanno smesso di guidare i tram. Da noi è come a Parigi dove hanno quell’aria piena di bollicine come in un flut di champagne. Le donne di Primavera sono leggere come piume e navigano nelle nuvole. Le loro voci cinguettano rapide e furtive; i fianchi stretti, le caviglie sottili e quel che di spensierato indicando con il naso il sole. Le gonne che svolazzano sui tacchi alti come rondini felici. A guardarle controluce sembrano quasi di vetro. Tutti lo sanno che, non solo a Primavera, le donne sono in simbiosi con il tempo. Lungo il viale del parco, coi sassi bianchi che scricchiolano ai loro passi, imprigionano l’allegria. E’ bello stare a guardarle senza pensare, all’aria del mattino, libero dal lavoro e da tutto. Leggero senza un pensiero, comodo su una panchina, col sogno che questa o quella si fermi un attimo per rivolgerti un sorriso. “Prego, si segga pure… certo è libero… No! non aspetto nessuno”. In realtà ho tutto il tempo che voglio e non mi annoierei mai a guardarle. A tratti le cose che immagino di poter rivolgere loro sono audaci o stravaganti eppure è stata proprio una di queste creature, così leggiadre, che un giorno, a Primavera, mi ha spezzato il cuore a morsi e messo alla porta con un sorriso. E’ stata proprio una donna di Primavera che mi ha regalato tutto questo tempo e tolto tutto il resto. Devo proprio decidermi a trovarmi un lavoro e un posto dove stare, perché il profumo intenso della loro pelle potrebbe farmi impazzire.

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varie2«NON SI PUO’ FERMARE IL TEMPO». La casa affacciata su Rio dei Meloni. La barca si dondolava pigra. La sera ristagnava tra silenzi e chiaroscuri. Le ombre evanescenti che approfittavano nel crepuscolo. Che sussurravano soltanto respiri quasi taciuti. Lungo quelle scale, consumate di passi. Michele non né aveva colpa per chi aveva deciso di non essere. Il passato – diceva – è passato; che serve tornare? Forse avrebbe dovuto sapere. Lui, da quel passato era tornato. Oppure immaginare. E’ solo che avrebbe voluto vederli negli occhi, e non poteva. Soprattutto lui. Per questo nascondeva il malumore dentro quel bicchiere. E assieme al malumore gli occhi. Come perle senza collana. Come se non volesse vedere quello che gli stava intorno. Intanto si affollavano pensieri. Per conto loro. Autonomamente.
Era sua abitudine chiamarle per nome, le cose. Si sentiva irritato e confuso. Non gli piaceva bere da solo. Non gli era mai piaciuto. Non avrebbe tardato molto. Meglio così. Non le avrebbe potuto rimproverare nulla, non ancora, tranne quel suo tardare; insolito. Ma non sempre ci si fa una ragione solo quando la si ha, quella ragione. A volte è la mosca da sola che ti salta al naso. Eppure sai che non ne vale la pena. Che non può portare a nulla di buono. Era fin troppo affollato quel silenzio di quel rimuginare. Meglio chiamare il pane per nome. Così salì stanco le scale. Era circospetto. Le storie sono facili solo quando le senti raccontare. Forse grazie a chi le racconta. Erano tutti contenti, contenti per lui. Contenti di averlo ritrovato. E lui non era mai riuscito a liberarsi degli abitanti dei suoi pensieri. Non era riuscito a liberarsi di quel mal di testa, dei suoi malumori, ma soprattutto di quel rimorso. In fondo si aspettava, se lo sentiva. Era come se sapesse che lo avrebbe trovato dopo aver salito anche quell’ultimo gradino. Aveva nel cuore quel dubbio; quelle parole che non trovavano destinatario. Quel grido rimasto a lungo in gola, ma mai soffocato. Tradito di chi l’aveva gridato, tardivamente. Un grido nella notte. Rimasto tra i ricordi confusi di quelle calli. Ed era come se fosse sceso in basso. Eppure lo sapeva che lo doveva fare.
Che ci fai qui”?
Sono Raffaello”.
«NON SI PUO’ MUTARE IL VENTO». Vestiva ancora con quei pantaloni rossi e la camicia bianca. Vestiva come un pessimo attore. Un attore da avanspettacolo. Un attore a cui avevano riservato poche battute. Con gli occhi che non guardavano verso il suo pubblico. Forse aveva sbagliato l’entrata. Nel viso la maschera di un personaggio che non era più; mezza d’osso e mezza di stanca e passata sofferenza. Il viso che nascondeva era un viso senza espressione. I suoi silenzi erano pieni solo di niente. Sembrava che le parole gli pesassero; ma sembrava soltanto. E quando era passato tra il pubblico lo aveva fatto con indifferenza. Come se fosse solo in sala. Come se quelle persone fossero solo immagini di persone. Come non avessero un’anima. Guardandole senza vederle. Troppo pieno solo di quei suoi ricordi. Troppo intento a raccontarli per cercare una nuova scrittura. Incapace di interpretare altri ruoli che quello della pietà.
Michele. Dovrei dire che è un piacere? Se ricordo bene: Raffaele”.
Cosa conta? Rispondo ad una mail”.
«QUINDICI ANNI AVEVA LEI». Non poteva farlo da un’altra parte? Era ritornato ad abbassare gli occhi su quello che stava facendo. Michele sapeva che sarebbe stato difficile estorcergli altre parole. Era solo quello che aveva saputo di lui, che gli avevano detto: tipo silenzioso fino ad essere irritante. Pensò: Rossana, non lasciarmi solo. Se ci si lascia irritare è la volta che si passa dalla parte del torto. Lui era solo passato. I fantasmi di oggi. Strane figure. Presenze silenziose. Quasi non presenze. Quasi solo un leggero fastidio. E quel rumore di tasti battuti senza troppa veemenza. A guardar bene sarebbe bastato ignorarlo. In fondo il passato non ha più nemmeno un odore preciso. A ignorarlo non è più nemmeno ricordo. Si sarebbe mostrato signore. Tanto quello fingeva di non badare alla sua presenza; fingeva? Non lo conosceva abbastanza. Nessuno l’aveva invitato. Aveva perso ogni diritto.
Scusami, ma quella assomiglia alla mia camicia”.
Scusami, ma tu non sei più”.
Questo non cambia che sia la mia camicia. E non ti scuso”.
Aveva perso troppo volte il diritto di tornare. E da quando era stato era passato fin troppo tempo. Il tempo passa lento ma passa. Detta le sue regole. Quello che era diventa solo ricordo. A volte nemmeno quello. Michele avrebbe accettato il rischio ma quella era la più pazza delle partite incredibili. Per quanto credesse di avere un’ottima mano di carte non si può giocare a carte con un’ombra. Forse non era nemmeno la sua partita. Come non si può parlare al silenzio. E’ tutto inutile. Guardò l’orologio ma non era interessato a vedere che ora era. Era solo un gesto come un altro. Con gli occhi della memoria rivisitò quelle stanze. Non c’era una foto sopra la madia. In fondo nemmeno un ricordo da ricordare. Era stato un compagno discreto, fin troppo discreto. Solo aveva occupato un posto non suo. Il fatto che lui se ne fosse andato non gli dava quel diritto. Ed ora era tornato. Anche se non si erano mai conosciuti. Anche se non si erano mai incontrati. Era stato il prima. Avrebbe voluto essere il per sempre. Si sarebbe accontentato di essere il dopo. Non sempre si può scegliere dove stare.
Strano, credevo fossi incapace di intendere e di parlare”.
Lo sapeva che era anche un vampiro. Non poteva averne paura. Non riusciva ad averne indulgenza. Era solo un’ombra evanescente che non faceva ombra. Il gatto sfiorava le cose. Sugli angolo si lasciava lisciare il pelo. Grosso scivolava silenzioso. Si guardava intorno come niente attirasse la sua attenzione. Forse almeno con lui si capivano. Entrambi vivevano nella notte; della notte. Michele lo allontanò con un piede. Non aveva mai avuto simpatia, nemmeno per i gatti. I gatti sono animali stupidi, annegano nell’acqua bassa. Vanno soli contro la morte sull’autostrada. Basta un fanale. La luce li acceca. Fu tentato di provare ad accenderla, quella luce. Per vedere se era solo una fantasia della sera. Sapeva che non lo era. C’era ancora una luce sufficiente. Gli sbatteva negli occhi. Per un attimo fu tentato di raccogliere quel libro e le sue cose; di arrendersi e di fuggire; ancora. Non lo aveva mai fatto. Cioè solo quella volta. E quella volta era stata di troppo. Non poteva ripetersi quel rimorso per tutti i minuti a venire. Aveva lasciato solo poche parole, laconiche: “Fai che sia felice”. Si chiedeva se lui, quello, se l’era mai domandato. Se si era mai chiesto chi e cosa c’era stato prima. Solo gli stupidi non si fanno mai domande. Eppure è comodo vivere senza i rimorsi.
Anche il letto era il mio”.
Si può essere tanto vigliacchi? Quel ch’è troppo è troppo, aggregato di molecole disperse. Figlio di un’avventura finita distrattamente. Martire di professione e stronzo per vocazione. Cos’erano quei mezzucci? Ormai non era nemmeno come un gatto che scalda il suo posto. Nemmeno il suo posto era più rimasto com’era. Intatto. Il suo viaggio, da tempo, era la parvenza del viaggio. Aveva bisogno degli altri per piangere, ma non sapeva essere con nessuno. Continuava ad aspettarlo che avrebbe dovuto maledirlo. Era figlio di un’altra madre. Ricordare non serviva a nessuno. E poi Michele non aveva proprio nulla da ricordare. Non in quel posto. Allora. Inoltre non aveva nessuna intenzione di farlo. Lui era incapace di non vedere quello che aveva sotto gli occhi. Di dimenticare così in fretta. Di fingere di ignorare. O forse solo di quella capacità di non riconoscere anche le stesse cose che erano lì; lampanti come una pioggia che cade e bagna. Come una notte con la luna. Come qualsiasi cosa anche banale. Nemmeno ciò che addolora il cuore può essere cancellato nello stesso momento in cui genera il dolore. Avrebbe dovuto rinfacciarle quel ritardo e tutto il resto. Finiva per dare a lui le colpe di lei. Lo sapeva e si rifiutava di crederlo. Non puoi aver finto di non vedere che i suoi occhi erano tristi; opachi. E poi ignorare non è una buona scusa. Non vedere. Non funziona come alibi. Non funziona e basta.
«RICORDO QUANDO MI BACIO’». Non era solo colpa sua. Si poteva anche fraintendere. Scambiare quell’addio per un disperato appello. Decisamente aveva delle scusanti, quell’uomo. Cioè quello che era stato una specie di uomo. Solo quelle. Non si può dire amore per poi non amare. Come non si può mentire a sé. Non per molto. Le cose vanno chiamate per nome. Anche quando quel nome non lo vogliamo sentire. Non lo vogliamo conoscere. Rossana aveva un cuore troppo grande. E un vocabolario dei sentimenti con pochi vocaboli e scelti male. Un vocabolario troppo piccolo. Lui era passato. Era solo passato. Lo aveva osservato allontanarsi. Cioè non bastava a scusarlo. Un uomo vero non sarebbe tornato indietro. Ma quale uomo non torna se quell’uomo viene chiamato? Invitato? Vagheggiato? Quale uomo? I fantasmi possono scambiare la polvere per i mobili o il paesaggio. Gli altri scambiano fantasmi con presente. Finisce per essere tutto presente; anche il passato. Si finisce per amare lo stesso dolore provocato dall’assenza d’amore. Ma poi a cosa serve mandare un addio ad un fantasma? Un addio uguale ad un arrivederci. Cosa se ne può fare? Michele la riconosceva quella ostinazione. Michele guardò intorno ma non vide nessuna valigia; nemmeno una sacca. Quell’uomo doveva essere veramente così: un uomo che non sapeva stare da nessun parte. Allora perché era tornato? Forse perché non sapeva stare in nessun’altra parte che dove non c’era più posto per lui? Cosa aveva lasciato per dargli diritto di tornare? Forse una rosa secca o forse la pazienza di aver ascoltato parole che non voleva? Nel frattempo Rossana continuava a tardare. Non era da lei farlo. Ma gli uomini devono misurarsi da uomini. Aveva l’impressione che quello non fosse ancora il suo posto. Ma questa volta era disposto a combattere per lei. A difendere il suo amore. Anche dai fantasmi. Anche da quelli che si portava dentro. Non era più lei. BANG BANG. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Bangbang.mp3”%5D

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Modelli

musicaOggi voglio postare una canzone “strana”. Una canzone che forse pochi ricordano. So che chi deve capirà.

Gianfranco Manfredi: I modelli.

I MODELLI

Per le strade del mio sogno / o per quelle del tuo sguardo / so che il nostro filo regge / so che non lo perdo / la tua immagine è una nota / il tuo volto non si plasma ti conosco e mi sei ignota / amo forse il tuo fantasma.

Non c’è due senza tre, ma non sono solo tre / sono tanti e sono belli, sono dei modelli

Sono sempre un pò stupito / se ti togli la maglietta / e col peso del tuo seno / mi stai addosso tutta / sento un senso di ridicolo e prevedo il nostro dramma / non combineremo molto / sento amore per la mamma.

Non c’è due senza tre…

Se tenendoti la nuca / tocco i tuoi capelli corti / e se tu raggiungi il prato / coi ginocchi sporchi / i tuoi occhi sono grandi / il tuo seno è piccolino / t’amo come una ragazza / o anche come un ragazzino.

Non c’è due senza tre…

Se ti amo come uomo / come donna, o come me / se ti amo come santa / o come scimpanzè / non lo so, ma son convinto / sono sulla strada buona / se ti amo come ama / la persona una persona.

Non c’è due senza tre…

Ama la tua diversità, ama la mia diversità / non conteremo i santi, i martiri tra noi / vivi come ti senti e crepa come puoi / vivi nella diversità, vivi la tua diversità / diversi dal presente, ma non un’utopia / diversi e senza storia, verso una storia “mia”

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