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Posts Tagged ‘angelo’

colombaPer chi non sa credere lo dico ancora, lo ripeto. Era solo un sogno. Sembrava vero. Passeggiavo con Annastella. La mia Fata, cioè il mio angelo. Lei mi teneva sottobraccio. Stavo pensavo che era come fossimo una coppia. Probabilmente chi ci vedeva lo pensava. La gente da sempre dà risposte semplici. Infondo è tenera Lei, solo a vederla. E a vederci non c’è nulla di strano pensarlo. E’ bello passeggiare sottobraccio. E io, Lei al mio fianco, nel sogno sognavo. Le strade sembravano le stesse. Quelle di Sempre. E il sole era un sole leggero, mite. Come di primavera. O di un autunno delicato. Ora, su due piedi, non ricordo il colore delle piante per stabilirlo; i loro fiori, se c’erano fiori. I sogni, sempre, svaniscono col mattino. Ero troppo distratto dal nostro parlare. Distratto dal suono delle sue parole. Un po’ dalla meraviglia dei suoi occhi. Ora, ad andarci col ricordo, posso vederci come più semplici passanti, come padre e figlia, ma quel ricordo non ha alcun obbligo d’esser fedele.
Allora ancora credevo che fosse più che rara, unica. Mica succede e chissà se il sogno era solo sogno. Così discorrendo e tacendo chi incontro se non Bambola? Lei, cioè l’altra, cioè Bambola camminava senza far rumore; naturalmente. Intenta nei suoi pensieri. Al momento non l’ho riconosciuta. L’avevo vista solo di foto. Lei appare nelle foto. Certo che a vederle si distinguono. Certo che a spiegarlo è un casino. Quella che mi stava a fianco è piccola. Una donna minuta tutta grazia. L’altra è nella carne fiera di sé. Con un sorriso largo che abbagliava tutto il mattino.
Era mattino? Della piccola Bambola, cioè di Annastella, vi ho spesso parlato. La sua voce birichina è diventata un soffio di vento che ammalia. A dire le cose fino alla fine nemmeno ama sentirsi chiamare Bambola. Quello non è il suo nome. E questo aiuta solo la confusione. Il suo nome resta Annastella. L’ho sempre taciuto per riservatezza. E perché fin da quella prima sera, la sera da cui ho cominciato a parlare di Lei, mi sembrava che chiamarla con quel nomignolo, Bambola, ne mostrasse ancor più l’essenza. Ma l’ho chiamata anche con altri nomi, e con altri ancora la chiamo. Che poi è buffo come abbiano avuto bisogno, i suoi, di usare due nomi per una persona sola, e per di più per una persona tanto unica e di tali proporzioni.
L’altra, Bambola, cioè Ares, cioè una donna donna con un nome da uomo, e un nome importante, eppure dagli occhi di una dolcezza disarmante, e gli occhi pieni di luce, a vedere la mia sorpresa, ancorché la mia meraviglia, è scoppiata in una risata. Lei non doveva essere là. Lei non passeggia mai quella strada. Non è dentro le sue abitudini, né nei suoi orari. Semplicemente andava a cercare il suo destino. In cuor suo distesa, serena, quanto può essere serena colei che cammina il mondo e che porta al collo una collana di perle di lacrime. Come tutti coloro che passando per il mondo vengono dal mondo sfiorati e dalle sue stoltaggini, e sporcati. Cioè coloro che amano e sanno amare. Ma io la credevo, nel sogno, ancora in viaggio. Cosa ne potevo sapere. Ed era delle più giustificate la mia sorpresa poiché trovarmi tra due angeli, all’improvviso, mi sembrava troppo. Non m’era ancora mai successo. Credo non sia mai successo ad alcuno. E si era fermato il vento.
Non potevo aver dubbi, Lei non faceva ombra alcuna, e non calpestava nei passi, scivolava leggera. Ed era, nell’aspetto, come ho detto, di carne e lusinga, quasi del tutto umana e di umani assaggi. A vederle vicine poteva essere curioso. Come due Bambole di quelle bambole russe; di cui una può stare nell’altra; nascondervisi; tanto erano diverse. Annastella piccola e sottile come un soffio, quasi irreale, quasi impalpabile. Ares fiera di essere una presenza del tutto fisica, quasi di ingombrante bellezza, nella sua bellezza (non stiamo parlando di bellezza umana).
Quando sei tornata dal deserto?
La ricordavo allora, come fossi là. Un sole prepotente. Un lungo attimo sospeso, di serenità. Sapevo che era tornata, era anche passato del tempo, ma non sapevo che altro dire.

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colombaNon vuole che la chiami Bambola. Avrà le sue ragioni. Anzi le ha. Per un attimo ho pensato di non chiamarla proprio. Non ho ancora deciso. Anche gli angeli hanno il loro daffare. Non è facile nemmeno per loro. Né con loro. A volte ci vorrebbe pazienza. Siamo d’accordo che è gratis ma non sempre la si trova la pazienza. In realtà Bambola era per chiarire di quanto era graziosa. Per corrompere la sua vanità. Ma è pur vero che una bambola appare vuota, senza un’anima. A questo non saprei rispondere. E poi, parlando di angeli, ad altre si addice meno il nome di Bambola. Così per lei, se la chiamerò, e per tutte userò il nomignolo convenzionale di Fata. Si addice di più. Una fata non ha bisogni di spazi tanto circondati. Anzi ricordo il bisogno dell’aria, della natura. In realtà lei potrebbe sparire tra pochi fili d’erba. L’ho detto che mi preoccupa quando la vedo sparire? Certo che non posso essermene dimenticato. Però oggi sono distratto. Oggi non è di Lei. Tra le fate oggi mi intriga parlare di una Fata a tutto tondo. E’ di Lei che voglio parlare. Di Lei che posseggo solo un ricordo. Anche Lei quando se n’è andata non mi ha lasciato un appuntamento. Nemmeno un sussurro. Solo una nota non chiara. E la stanza vuota. Non l’ho aspettata. Sapevo di non doverla aspettare. Aveva un appuntamento troppo distante. Come puoi chiamare Bambola una così. Anche questo mi ha aiutato. Come il giorno che risale. Lei era piena di energia. Inutile fare paragoni. Gli angeli son tutti belli. Li si può scorgere solo per questo, ma bisogna prestare fin troppa attenzione. E diranno sempre di no. Questo angelo, donna, naturalmente, (di nome anch’essa Fata) era aspettata. Aveva mille viaggi ad aspettarla. Non aveva seno per non rendere l’uomo cupido e ne era gelosa. Veramente portava vergogna anche di quel poco. E arrossiva come sanno fare le donne, ma per Lei era naturale. Le fate in quanto angeli amano ma non amano come noi. Non è, il loro, un amore di carne. Meglio se nell’amarle le tieni per mano. Sai dove ritrovarle. E non bastano certo le parole. Fu un silenzio lontano l’ultima cosa che disse. Forse l’avevo sporcata di un bacio. Giuro, niente di più. Non avrei mai avuto l’ardire di andare oltre. Lasciatemi tacere per un attimo per ricordare in contatto dolcissimo e incredibile, di velluto, delle sue labbra. M’era bastato sfiorarle. Avrei voluto essere meno egoista. Non riuscivo che a pensare di poterla trattenere ancora con me. Solo per me. Stupido, impacciato, ragazzino. Lei doveva volare via e niente al mondo l’avrebbe potuta trattenere. Non so se, magari un giorno, la rivedrò. Hanno anche smesso di parlarmene. Però so che è ancora. So che mi ha lasciato il ricordo di un suo lieve sospiro. E in mano un fiocco di neve. Così la racconta. E quel fiocco non s’è ancora sciolto. Forse non può farlo senza di Lei. Dietro la finestra guardo la strada. Un tuffo al cuore. Non è Lei. Chi ha detto che non si può morire per amore o passare tutta la vita ad aspettare? Era un amico distratto.
Tante sono le strade. Non sono ancora stanco di percorrerle. E tu che sei e non rimani, tu, gentilissima Annastella, ti chiedo scusa. Spero che: Fata ti aggradi.

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matrioskaIo non le scrivo, le favole. Non lo sapevo. E’ una scoperta recente. Recentissima. Le favole le vivo. Le porto negli occhi e nel cuore. Forse non diventerò adulto mai. E la stavo guardando. Non le riuscivo a staccare gli occhi di dosso. Era impresa impossibile. I suoi racconti, cosi freschi e teneri, legati a quell’età, cantavano, da apparire nonsense. Se non l’avessi visto stenterei e mi stupirei a crederlo. Lei, gli occhi limpidi. La pelle di porcellana, quanti pessimi narratori come me l’hanno descritta così? Con quegli anni che sono sempre belli. Con quella donna già donna in quel corpo di rugiadosa ragazzina. Già angelo e capace di volare. Con quella leggerezza che solo gli angeli più belli hanno. Sottile tanto da potersi flettere anche se è solo un sospiro. Lei era una nota disarmonica nel mezzo dell’armonia. Dov’è il tuo schiaccianoci innamorato? E quel tuo soldatino di stagno? Anche se non l’avessi vista ce l’avevo davanti agli occhi.
Se si può vivere anche a Milano con un piccolo sforzo si può cercare di farlo anche a Spinola. In quella città della fantasia che è Spinola. Fuori da qualsiasi libro. Persino dalla cronaca. Dove il deserto è fin troppo vario. Non c’è un palco. Non un vero palco. Quattro assi senza profondità e dietro un drappo da niente. Tela di tessitrici stanche e in pensione. Fatta per la polvere. E la musica stanca delle note metalliche e scordate di un carillon. E la luce ne cercava la sagoma, i contorni, di Biri. Piccola, giovane, fata, che entrava disinvolta nel mio mondo di fate. Angelo tra gli angeli, prima che io lo potessi sapere. Amata da chi ho amato e amo. Troppo uomo per capire. Un po’ schivo, impacciato, e un po’ ruffiano. Forse persino incapace di immaginare. Tra la polvere, senza polvere. Certo nessuno ricorderà che è avvenuto qui. L’uomo senza occhi ne cuore restava muto. Inconsapevole. Mentre tutto gli accadeva davanti. Ma la vita fa capolino, a Spinola, con appuntamenti lontani, interessati. Come animali di circo vengono a pavoneggiarsi quelli che credono di contare, o lo vorrebbero fare. Col vestito di festa. Che odora di muffa. Inutile farne i nomi. Sarebbe troppo onore. Lo fa troppo bene Lei. Io me ne stavo in silenzio credendo di tenere, e di nuovo, tutto il mondo in una mano. Io, vecchio pirata di mari mai navigati. Io, in viaggio per l’isola che non c’è. Io l’avevo già scritta una storia. Abbastanza tempo fa. Una storia fatta di polvere e malinconia. Una storia non nata per restare dentro uno stupido post. Una storia con gli occhi pieni di passato.
Lei invece il suo sogno lo aveva tutto davanti. Qualsiasi sia. Tutti i suoi sogni. Era la ballerina di ogni suo gesto. Quella di quella e di mille storie. Delle vere favole. Anche smessa la calzamaglia. Il busto ritto. Gli occhi non ancora sporcati. Privi di malizia e pudore. Non aveva bisogno di salire sulle punte. Con la forchetta e il coltello danzava sulla pizza. Ne straziava la carne con dolcezza. Ne traeva ogni sospiro. Infilzava le patatine facendole sanguinare di Checiap. Le mani a scriverne le note. Nessun gesto era inutile. Sarebbe stata ballerina anche se non avesse mai ballato. Era nata ballerina. La fronte fiera alla luce. Capelli di luce raccolti. Anche i battiti di ciglia si sarebbero trasformati in applausi. Nacchere di cicale. Si sentiva amata. Lo esigeva quell’amore, dovuto. E imponeva a tutti di guardarla. E nell’ascoltarla non coglievo le parole, ma solo suoni. Intanto il grande regista della vita si accingeva a scrivere una partitura tutta per lei.
Il mago del tempo, io lo conosco bene. Con lui ho contrattato. Da lui ho cercato di rubare qualcosa di passato. Persino lui, che credeva erroneamente di tenere i fili, si sbagliava. Non c’erano più affetti, né attori; restammo solo spettatori. Lei spense tutte le luci tranne una, con un gesto di saluto. Volteggiò attorno a quell’unica luce come una falena. Leggera come senza peso. Sospinta dagli ohhh!!! degli stupiti. E lasciò la sala restando in tutti dentro gli occhi. Anche in coloro che non ne avrebbero mai conosciuto il nome. Poco importa. Un nome è solo un nome. Forse uno vale l’altro. L’avevo ammirata stupito, non ero pronto per un’emozione. Mai ho desiderato tanto di saperle scrivere, le favole; anche quelle che non so immaginare. Lei mi aveva ricordato, ancora una volta, che l’importante, alla fin fine, è viverle.

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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raccontiIo non ho nessuna risposta. Mi sveglio e mi accorgo di avere un lungo graffio sul braccio sinistro. So che non potrebbe essere stata Lei, ma non so come potrebbe essere successo. Eppure era lì, vicino a me, solo un attimo prima. E poi non c’era più. Eppure c’era ancora l’affossamento leggero lasciato dal suo capo sul cuscino, dal suo corpo leggero e impalpabile. Il dolce tepore della sua presenza. Già! non è la prima volta. Prima c’è e poi all’improvviso non più. La finestra era chiusa. L’avevo chiusa per precauzione. Per essere certo di trovarla lì. E’ quello il momento più bello, al risveglio. Mentre fuori il mattino si inventa. Magari quando ancora dorme di un sonno pieno di sogni. Con un sorriso come soddisfatto. E gl’occhi appena socchiusi che ogni cosa ti sembra la possa disturbare. Quel guardarla in silenzio appoggiato ad un gomito. Mentre lei non sa. O sa e finge di non sapere poiché niente è certo con lei.
Ma ve la ricordate per quella prima volta a cena? Tutto è bello ma quando non c’è tutto è confuso. Quando lascia così le stanze e non sai se ritorna tutto si trasforma in attesa. Ma è come afferrare in pugno un alito di vento. Par quasi d’averlo fatto. Apri lentamente le dita e il tuo piccolo orgoglio svanisce. Ti accorgi che nel palmo della mano non è rimasto che vuoto. Che ne so? Già! che ne so? E’ anche la risposta più frequente che da. Dietro c’è il sospetto che sia la risposta di quando non vuole dare risposte. Infondo lei ama riempire i silenzi dei suoi occhi spalancati. E’ facile per lei. E’ certa che ogni silenzio parli. Parli e dica. Sia pieno di cose. Che basti il gesto. Per lei forse è così. Mi sento nudo davanti a lei. Mi sono sempre trovato nudo, davanti a lei. Scendo dal letto e lo sono, nudo. Invero quasi, ma in quel quasi sento un brivido del freddo entrarmi dentro. Fuori è ancora inverno. Guardo intorno, non ancora convinto. Il silenzio delle stanze non rassicura, conferma l’ansia. Corro in bagno perché è ora di correre in bagno. Ho perso sin troppo tempo a cercare di convincermi che non fosse vero. Fuori il giorno è una lastra ossidata, si nasconde dietro i vetri.

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monoscopioIl blog è un meccanismo infernale. Te ne rendi conto solo dopo, lentamente. All’inizio lo afferri come un gioco. Poi lui afferra te. Scusate la digressione: questi sono tempi di amori, veri e presunti, sesso e corna. In fondo è sempre tempo per tali argomenti. E’ quello che appassiona qui come altrove: le passioni. Qualcuno non nasconde di cercare nel virtuale le sue scopate. E’ mentre stavo tranquillamente digitando alla leggera che mi son trovato a chiedermi se il blog è maschio o femmina. Bella domanda. Non saprei ipotizzare una risposta. Forse il blog è solo blog. Forse è come Narciso, si specchia e ama solo sé stesso. Ma infondo non lo siamo un po’ tutti? Non siamo forse molto indulgenti con noi? Permissivi? Comprensivi? Non ci poniamo al centro e misuriamo tutto e tutti col metro con cui vorremmo fossero? Come ci farebbe comodo fossero? Forse il mio, di blog, è un po’ femmina; lo dev’essere visto alcuni tentativi di fascinazione. Forse altri sono più maschili, vista la pazienza che hanno nell’ascoltare le pene delle loro autrici. Cavolo mi prende a inoltrarmi in un simile ginepraio? Dev’essere il raffreddore. E poi infondo la vita vera non è molto diversa. Rete o strada mostriamo di noi quello che vogliamo mostrare.
Ricominciamo: Il blog è un meccanismo infernale; abbiamo detto. Cazzeggi, divaghi, hai un bel dire che non è la realtà. Che fai letteratura, beh! insomma -meno arie- che prosi. Il fatto è che tosto o tardi ti tradisci. Quasi sempre. Qualcosa di te, un frammento, una scheggia, magari piccola, ti scappa. Magari l’umore. Sarebbe il minimo. Il sotteso. L’architettura di fondo. Magari per contrasto o, come potrebbe suggerire qualche sofista, per contrappunto. Se non ti senti cialtrone descrivi il cialtrone e balza agli occhi che tu sei l’altro. In questi casi è facile, per chi scrive, è sempre l’altro. Ma anche i lettori hanno dei diritti. Tra gli altri il diritto di trovare quello che vogliono trovare. Poi vallo a spiegare che non è vero. Che non stai parlando di te. Che quello non è il tuo mondo. Torni spesso sulle stesse cose. Rimastichi. Rimugini. E’ infondo quello che ti brucia dentro, che ti rode. Solitamente una Lei o un Lui. Quasi sempre. Naturalmente tranne in questo preciso e specifico caso. Una Lei con Elle maiuscola che diventa a volte il tutto e a volte la stronza. A volte la stronza e a volte il lutto. E’ Lei che non ti capisce. Come riesci a giustificare che è casuale? Che è un esempio? Che parli d’altro? E che parli di un mondo che non conosci? Del mondo dei famosi altri?
Mai il sospetto di essere tu l’altro. Magari la riga sopra hai detto un mi spiace, e, la riga sotto, traspare evidente che non te ne può fregar di meno. Quando non si evidenzia un meglio a te che a me. Quando riesci a nascondere che ne godi; alla faccia della stronza. Quando parliamo d’amore le disgrazie degli altri, dell’altro, ci alleviano la vista. E’ tutto un’arena. E’ vita. Per quanto si cerchi di nascondere il peggio. Puoi farti bello, politicamente bello, dicendo che la guerra ti offende e disgusta. Che quei morti… in realtà quasi non ti tocca. Muoiono donne, vecchi e bambini, ma hanno l’educazione di farlo distante da te. Nemmeno li conosci. Che ci puoi fare? Scandalizzarti non costa nemmeno un sms. A tutti sta a cuore il problema dell’acqua. Facciano un cenno tutti quelli che si lavano i denti in un bicchiere, naturalmente esclusi i portatori di dentiera. Sai dove me l’attacco il compleanno del Divo? E avanti di questo passo. E’ un pasto nudo. E’ un formicaio di pezzetti di sogni che poi ti inseguono anche durante la notte. E’ l’amaro che ti impasta le labbra.
Che poi tanto il post ha vita breve. Chi se ne frega. Difficilmente sopravvive la giornata. A volte solo ore. Altro non è che cosa buttata lì. Infondo come un quotidiano. Dove ieri s’è impiccato il vecchio Ernesto oggi c’è l’inaugurazione di una mostra di giarrettiere in carta di riso. Infondo non è nemmeno scrivere. E’ dar sfogo alla propria libidine di parole. Magari riempiendo il pezzo di consonanze. E’ che sono anche pieno di Paracetamolo (anch’io a volte uso parole ricercate, basta leggerle sulla scatola), e fatico a far respirare il naso. Lo dico perché fa anche artista la sofferenza. Almeno quella piccola. Scrivere mentre si sta soffrendo. Che poi la sofferenza ispira di più. La diarrea di parole che porta la solitudine; un amore sfortunato; un tradimento. Una disgrazia poi è il massimo. Sono stato traumatizzato da ragazzino dal fatto che chi ama non può dire mi spiace. Nessuno si è mai nemmeno provato a mantenere a lungo la scrittura su un vestito nuovo. Io nemmeno mi ci provo a fare un post sul suo vestito nuovo. Eppure gli stava una meraviglia. Domani forse ne avrà un altro. La donna ideale è sempre quella che non incontri. La puoi anche vestire come ti aggrada. Ecco però che se ne denuncia l’assenza. Magari quel vestito corto, azzurro come il colore dei suoi occhi, con lo scollo a Vi, è ancora lì in vetrina. Con appiccicato il cartellino dei saldi. Se non vuoi metterti a nudo non metterti alla tastiera. Non volevo parlare di una donna. Ne di una in particolare ne della donna in generale. Volevo parlare di scrittura.
Proviamo nuovamente a ricominciare. Decisamente è un meccanismo infernale. Ti costringe a un ritmo che non è quello naturale; fisiologico. Oggi non ho voglia di nulla. Tanto meno di ciarlare senza costrutto. Senza un obiettivo. Ma qui siamo nella rete. Nel mondo blog non c’è rispetto. Si vive e si scrive senza un progetto. A spizzichi e bocconi. Buttando lì qualcosa. E restano indietro, magari, altre cose. Ti sembrava di tenerci. Quasi ne eri convinto. Orgoglioso. Una compagnia improvvisata che improvvisa la vita per mostrare le reazioni e le emozioni allo scrittore. -In questo caso forse un romanzo, forse solo un racconto lungo.- Una piccola radio che improvvisa una campagna elettorale. Cose così. Dove si mescolano i rapporti tra le persone. Dove ogn’uno si tradisce. Dove il dire denuncia il fare. Dove magari il gesto non richiede riflessione. In un mondo che può permettersi di non pensare. Cose così. Con un minimo di respiro. A muffire nel cassetto. E poi avevo contratto debiti. Come quello delle baracche. Come quello di continuare e mettere ordine negli episodi spiccioli degli attimi in cui in talune donne si manifesta l’angelo. E invece è impossibile mettere ordine nei post. C’è la guerra sulla striscia di Gaza. C’è una crisi brutta brutta. E la gente che comincia a risparmiare anche dove è impossibile tagliare. C’è il tempo inclemente. Ti capita un appuntamento andato buco. Ci sono le rappresentazioni di una classe politica che provarla a descrivere con l’ironia diventa quasi impossibile. Sono la satira di sé stessi. Pensavi di avere appena messo ordine e tutto si è nuovamente mescolato. Domani possiamo dedicare il post ai ciclopi, o, appunto, all’uso dell’ironia. Meglio, magari, buttarla in musica. Vallo a spiegare a certuni che è ironia quando vogliono sentirsi dire quello che vogliono. Perché chi passa di fretta ha lo stesso le sue esigenze. E tutti vorrebbero tutti uniformati alla proprie idee.
Sono insopportabile. E’ che oggi sono -come ho detto più volte- raffreddato. Ho bisogno d’un sacchetto per raccogliere i fazzolettini usati della giornata. Il raffreddore, un raffreddore serio, è quello stato fastidioso, quella malattia che non ha nemmeno il rispetto di malattia -un amico ha detto: un’indisposizione; no! così sembrerebbe una cosa solo da donne– in cui gli occhi piangono autonomamente, spontaneamente; da soli. Così non hai nessun bisogno di giustificarti. Sei uomo lo stesso anche mentre piangi. E lacrime si confondono a lacrime. In realtà ti lacrima tutto, dagli occhi al naso, in modo copioso, in giù. Non sei costretto a dire che ti lacrima il cuore. Anche se qui siamo come tutti adolescenti. Ma chi ha detto che le donne sono più facili al pianto? Mai sentita una di più grossa. Tra un colpo di tosse e l’altro –forse dovresti smetterla con le sigarette, almeno per qualche minuto– puoi mentire quello che vuoi. E fuori piove, una pioggia fredda, fine, rabbiosa. Decisamente in sincronia con la giornata. Latte caldo, miele e cognac e a letto a sudare.
Il post si può scrivere prima. Questo è il grande potere di un blogger: scrivere la notizia prima che avvenga. E’ che si scrive meglio se si scrive di notte. Domattina troverò queste righe. Non sarà certo un bel modo di cominciare.

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colombaIo, con questa storia di Bambola, di chiamare Bambola una tra le Bambole incontrate, una tra le poche, mi sono un poco incartato, anzi un po’ più di un poco. Tutto il resto è vero. E’ che alcuni indizi riconducevano troppo palesemente a Lei. Prima o dopo non poteva che riconoscervisi subito. Almeno in alcuni gesti. In alcuni aspetti. Vorrei non poterci entrare. Ho avuto un gran dirgli che tutto il resto è fantasia. Che Lei non è stata che un input. Che lei non è così. Non, almeno, completamente così. Insomma che sono solo parole messe in fila.
Angelo è un angelo. Lo sa. Ormai lo sappiamo. Forse non dovevo dirlo. Dei segreti non si dovrebbe fare fiato. Questo le potrebbe causare qualche guaio se la riconoscessero altri. Altre cose tornano come un ritratto fedele. Altre Lei è pronta a smentirle. Come se Lei fosse una persona sola. Altre sono aggiunte, attribuibili alla mia presunzione insolente di volermi fingere uomo di lettere, in qualche piccolo modo autore. Prese qua e là e da alcuna parte. Inventate di sana pianta. Qui non è il luogo più privato. C’è sempre qualche passante che potrebbe crederlo: che Lei sia Lei. E arrivare a pensare che sto parlando di una donna, non della donna. Che Lei non è niente più che quello che dico.
Insomma, anche se all’inizio le era sembrato divertente, e avevo corteggiato la sua piccola vanità, che poi tanto piccola non è, alla fine, un po’ ha fatto la risentita e l’irritata e un poco se l’è presa. Mai vorrei che questo potesse creare ombre tra noi. Gli angeli, a incontrarli, vanno vezzeggiati. Meglio tenerseli cari. Temo, e qualche indizio l’ho avuto, che ad averceli contro è meglio di no. Che quando si arrabbiano è meglio girargli al largo, non fare da bersaglio; non insistere a contrariarli e defilarsi. Si sente quando in un certo modo, dall’alto, tuona. Recentemente s’è adombrata perché dice che la confondo con l’immagine che ho creato. Mai dirle che è quella. Qui. Sostiene che l’amore non è fatto di solo amore. Non ci ho capito un acca. Spero lo sappia Lei. Ma non posso nemmeno chiamarla Angelo. Certo non in pubblico. In privato non vuole. Forse ha paura che ne prenda abitudine. Che poi mi scappi anche quando non siamo soli. Forse semplicemente nega che ci sia una così grande intimità che in realtà non c’è.
Un po’ di ragione c’è l’ha. Normalmente quando si pensa a una bambola si pensa ad un certo tipo di donna. Avanti con gli stereotipi. Veramente sarebbe Bambolina, la dizione giusta. Hanno fatto interpretare il ruolo anche alla grande Marylin. Io, più modestamente, ho una vecchia zia che chiamano così. Le vedi da per tutto. Tranne che dove vanno i normali. E’ quasi impossibile incrociarne una, che so? dal pescivendolo. Forse non ne sopportano l’odore; per i loro nasini. Chissà se son nate con quelli? In realtà, davanti ad una donna così, ci si chiede sempre, e di continuo, se c’è o ci fa. Solitamente con quel epiteto si intende una graziosa, anzi carina, a volte anche bella, o almeno di bella apparenza, e consapevole d’esserlo, una che se la tira, svampita, e sciocca, all’eccesso fatua, frivola e superficiale cioè un oca. Una che ti chiede di guardarla e chioccia cose insulse. Alla fine una completamente senza testa, nel senso di cervello. Cioè tutto quello che Lei non è.
In questo non posso darLe torto perché non è questa l’immagine che volevo dare di Lei, cioè di quelle come Lei, cioè del femmineo che sta sotto a questi miei raccontini a puntate. A queste cose. Non posso proprio darLe torto perché Lei, nello specifico della donna che in parte ha ispirate l’inizio e alcune vicende di questa saga, dell’amica che mi regala il piacere di condividere alcune ore serene, dicevo non posso darle torto perché se togli la testa non restano che pochi etti di donna. Magari etti di qualità, mica lo nego; certo. Credo di averlo già detto. Grandi etti ma etti. Forse è l’ultima a saperlo ma sono pochi etti di gran qualità. Peccato sia un angelo. Fosse solo donna avrebbe un seno da restare incantati ad ammirare, da restarci per delle ore, e due labbra da baciare.
Lasciamo fare le pulizie di casa a chi ne ha più competenza. Volevo dire qualcosa, raccontare un episodio, ma Lei non c’era, la protagonista era un’altra, un’altra Bambola, e mi sono perso. Ancora una volta. E poi era tutto così confuso perché con Lei, con l’altra, sono io ad entrare in confusione. Sono sempre io; veramente. Anche con Lei. Tendo a confondere le cose. Tendo a scordarle. Ad uscire dal reale e dalle preoccupazione e dalle ansie. Così mi illudo di volare pur tenendo i piedi perfettamente piantati per terra. Accendo la luce e continuo a non vedere. E’ quando la cerco che non la trovo.
Già! con quest’altra Bambola ci stavamo chiedendo se c’è e dov’è un angolo di pausa. Sto leggendo l’Ulisse. Le mia dice che non basta leggere. Che l’importante è capire. Mi limito, in silenzio, a chiedermi cosa c’è da capire; e con una giornata simile. Per dirla tutta che mi sembra una giornata come le altre. Persino il silenzio è tornato lo stesso. Per dirla ancora di più tutta l’ultima volta stava leggendo l’Orestea. E dal greco. Valle a capire queste creature. Dirle donne è non dire nulla. Dirle angeli è dire troppo e quanto non si può dire. Ma perché poi proprio a me.
Lei, quest’altra ha un sorriso più esplosivo. Dice di avere anche Lei le sue controindicazione. Le sue pene e le sue spigolature. Vorrei dire che è normale. Mi da un appuntamento e contemporaneamente mi spiega che non potrà venire. Sorseggia il caffè e volge gli occhi altrove. Ha le piume gonfie di parole e capelli biodi. Le nasconde, le piume, dietro un rossore improvviso. E’ anche troppo veloce per le mie abitudini; per le mie capacità. Così troppo veloce che mi sembra non ci sia mai. Con la voce che canta. E un abbraccio che ti avvolge. Lei, in quell’abbraccio, sembra completamente proteggerti. Sembra possederlo compiutamente e sentirsene sicura. Non parrebbe fragile; Lei. E ha i boccoli d’oro come vengono ritratti nei dipinti rinascimentali. Ma con un che di più umano in una piega della labbra. Di più curioso nel taglio degli occhi che la matita, troppo scura, non sa fargli da limitare. Insomma, con Lei, una sera esco dal cinema e mi accorgo che era rimasta nel film. Ed era una favola agro-dolce. Coccolava come suo quel bambino che non aveva potuto avere. Loro, gli angeli, ci parlano con i bambini. E si sanno capire. Sono stati soldi ben spesi i soldi del biglietto. Anche solo per averla vicina.
Mi prendo una pausa per pensare. Cercando di mettere ordine. Cercando di non far troppo torto a quella che è con me. Sperando che possa non accorgersene. Fatica vana. I loro occhi colgono oltre l’impercettibile. Mi prende la mano, solo le dita, e sono io ad essere in imbarazzo. Il mio caffè si va freddando. Insomma, quella che è stata, in queste pagine, la prima, che ha ispirato le prime righe, dovrei ricordarmi di chiamarla per nome: Annastella. Cercherò di farlo. So che sarà fatica. E a tratti me ne dimenticherò. Già lo so. Mi ero affezionato a chiamarla solo Bambola. Ora c’è questa controindicazione ma con Lei le controindicazioni si sprecano. E’ un’impresa impossibile enumerarle. Perché non è tutto bello come sembra. Ci vuole cautela per tenersela stretta. Con Lei, con Annastella, il semplice abbraccio potrebbe rompere l’incanto.
Ho potuto parlarvi con calma perché Lei, in questo preciso momento, non c’è. Se n’è volata via, ancora una volta, come un alito di sussurro. Ne stavo parlando con Bambola, l’altra, Rosaspina, ne dico il nome venendo meno ad un patto, per non aggiungere confusione a confusione, volevo chiederle consiglio, a Rosaspina. Fosse una rosa sarebbe certamente una rosa rossa. Non ho alcuna paura di pungermi. Mi ha spiegato che la conosce, ma ora, anche lei, mi ha detto devo proprio andare. E ci stavamo chiedendo se non era pericoloso uscire in una giornata simile. La neve ricopre le strade. La pioggia le rende un pantano. Non c’è un anima in giro. Già! Anima. Si fatica a camminare perché si sprofonda e si rischia anche di scivolare. Che sciocco! Continuo a dimenticare che loro sanno volare. Però aveva le scarpe del veglione. Non certo adatte. Non so se le possano arrecare disagio. Chissà se soffre del freddo. Se lo soffre come noi umani. Certo anche il suo sorriso è radioso. Sono al massimo della confusione. Questo era ieri. Ieri c’era ancora il sole. Anche il tempo non è più tempo. Deve essere vero che le cose belle durano poco. Sicuramente è vero che il loro ricordo non ti lascia mai.

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