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Posts Tagged ‘animali’

22815364_10214891109771956_6937060464347600267_nMi muovo lentamente. Parlo piano, anzi nemmeno sussurro. È lì impettito, orgoglioso. Zampetta, becchetta, svolazza e torna a fermarsi. Saltella sui gradini che sembra perso nella neve. Mi osserva curioso senza darlo a vedere. Si avvicina sospettoso, ma solo un po’. Si allontana sospettoso, ma non di molto. Sparisce appena qualche attimo e poi ritorna. Sembra che anche lui sappia. È riservato, se alzo il cellulare per fargli una foto mi dà la coda. Aspetto paziente. Lui mi bada e non mi bada, indipendente, ma non smette mai di stare allerta con la coda dell’occhio. Poi si lascia fotografare. Poi si Allontana. Poi torna per un’altra foto. È una sorta di lunga e lenta danza. Cerco di non fare nessun rumore. Non lo voglio spaventare. Tutto intorno rimbombano nell’isola i colpi dei fucili. I cacciatori sparano a qualsiasi cosa si muova.
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tazzina di caffèPoco fuori della chiesa dei cappuccini i piccioni becchettavano quel che potevano trovare. In un gruppo abbastanza fitto. I loro gesti erano febbrili (se si può usare un simile termine per dei piccioni: comuni colombi). Si affannavano intorno. Era tutto un affaccendarsi. Uno sbattere di ali. Un pigolare. Penne si staccavano e dall’aria lentamente si posavano al suolo. I più grossi cercavano di imporre la loro mole. Prepotenti scacciavano i rivali dalla preda. I passerotti facevano timidi movimenti ma poi si ritraevano subito. La loro agilità non poteva competere in quella folla.
Ma nel mezzo di quella tribù uno spazio era lasciato libero. Uno spazio esattamente circolare d’un paio di metri di diametro. Una voragine nello schiamazzare. Gli uccelli lasciavano questo spazio nel centro e si guardavano bene dall’avvicinarsi. In quest’area desolatamente vuota c’era un solo piccione. Visibilmente malato. La figura denutrita dallo scheletro evidente. Le penne secche e rade. Il collo che si allungava come nel grido. Le ali aperte poggiavano a terra. Le ali aperte si trascinavano per terra. Le esili zampe non reggevano più quel fragile corpo. Solo istanti sembravano separarlo dalla morte. Da una morte ormai scritta e ineluttabile.
Si dibatteva in modo straziante. Trascinava, con disperazione infinita, la testa verso quel cielo che per lui non aveva avuto segreti. Spalancava il becco per bere ancora di cielo. Niente poteva essere più aggrappato alla vita di quel piccolo essere agonizzante. Di quell’immagine di morte. La vita intorno scorreva incurante. Scorreva normale così come normale è la natura delle cose. I suoi occhi non avevano più nemmeno la luce di chiedere aiuto. Nemmeno la luce afona di chiedere pietà.¹


1] scritto circa il 2 ottobre 1994

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Era una donna non più molto giovane, una signora, alta e magra e con un forte accento triestino. Quando arrivava, si poteva essere certi che, subito dopo giungeva anche Astra. E quando Astra non le trotticchiava dietro era solo perché lei la portava in braccio. Spesso capitava di incontrarle molto presto, già quando i pendolari si recano al lavoro ma si era certi di incontrarle negli orari in cui i negozi erano aperti.
Nessuno poteva ricordare di aver visto quella donna vestita con eleganza ma al mattino i suoi vestiti avevano sempre un che di provvisorio; e non per le pantofole. In seguito sembrava completare l’opera e, seppure non era mai trasandata o peggio, il risultato finale non era migliore di quello iniziale. Al provvisorio si aggiungeva della grigia casualità. I capelli tirati sù la facevano più alta e più lunga. Il trucco inesistente o leggero aumentavano l’aria di pulizia ma sulla sua figura pesava quel grigiore polveroso.
Percorreva su e giù, infinite volte, quel breve tratto fra il condominio e i negozi. Vien da pensare a riguardo che si limitasse ad acquistare un prodotto alla volta. Tornava sempre sui suoi passi solo con piccoli cartocci e quasi subito ricompariva per un altro giro e poi un’altro cartoccio. Forse, in quel via vai, vi era semplicemente il suo modo di scandire il tempo.
Parlava ad Astra sempre con pazienza e con voce suadente e forse era questo che aveva reso quest’ultima un poco viziata. Gli aveva anzi dato un’aria leggermente insuperbita, maggiormente ancora quando poteva andarsene in braccio. La signora usava con lei un vocabolario abbastanza limitato e si esprimeva lentamente come se volesse rendersi perfettamente conto che Astra avesse capito.
Eppure la signora parlava volentieri con la gente che incontrava e quel quartiere affollato era sempre ricco d’incontri. E quando parlava, lì per le strade, il suo linguaggio improvvisamente si impreziosiva e, pur senza riuscire a liberarsi dell’inflessione dialettale, si esprimeva con proprietà con semplice chiarezza diretta. Parlava ma con gl’occhi continuamente andava ad Astra. Le lasciava la sua libertà ma era una libertà protetta.
Era anche piacevole, per chi si trovava da quelle parti, parlare con la donna. Quello che diceva, non solo aveva quasi sempre un che di compiuto, ma aveva anche una buona dose di buon senso. Non che ci sia poi una grande varietà nei discorsi coi quali la gente si parlava e solo di raro lei indugiava a raccontarsi, e allora lo faceva solo brevemente, del suo passato di profuga giuliana. Forse non amava tanto ricordare e in lei il passato non acquistava il fascino che acquista per molti. O forse chissà?
Astra era conosciuta da tutti e di tutti godeva le simpatie. Chiunque, al suo posto, si sarebbe ribellata a quell’eccesso di attenzioni e di amore protettivo; a quell’essere trattata con tanta mielosa insulsaggine. Ma lei sembrava non farci caso oppure accettava tutto quello perché era più facile che ribellarcisi. Ma con gl’altri figli la signora non era così. Erano ragazzi sani e robusti, di buoni proponimenti, che stavano incominciando a farsi la loro strada nella vita.
Non si vedevano molto con la madre, forse i loro orari non coincidevano o certo erano portati lontani nelle ore diurne. La signora sapeva celare bene il suo orgoglio per i figli; solo un occhio esperto per la vita poteva coglierlo nel suo rapido passare attraverso una intonazione della voce o da altri elementi ancora più sfuggenti.
Quella mattina l’uomo della scala accanto la salutò distrattamente mentre appunto si recava al lavoro in città. Lei si girò a richiamare la piccola Astra: “Sbrigati pigrona, ti fai sempre aspettare. Lo sai che abbiamo lasciato il fuoco acceso a casa“. Astra, senza scomporsi, come al solito le trotticchiava dietro, e sbadigliò. Con un sorriso molto amorevole la signora la prese in braccio prima della rampetta delle scale che conduce al condominio; naturalmente con un cartoccio floscio in mano. L’uomo, un po’ perché quella era una scena assolutamente abituale, un poco perché si stava affrettando, non si voltò nemmeno.
Quando la signora ridiscese aveva ancora Astra in braccio e Astra era soddisfatta come può esserlo qualsiasi bimba fra le braccia della mamma; sembrava sfidare il mondo. Sembrava amasse particolarmente farsi ammirare lì come assisa ad un trono regale. Girava anzi la testa qua e là come a cercare spettatori per il suo trionfo. Ma la signora che doveva tenere fermamente alla sua educazione, forse rendendosi conto di quel velo di superbia, non subito però per non trasformare il suo gesto in rimprovero, ma quel tanto dopo per farlo restare dolce richiamo, la mise a terra. A quell’ora non poteva essere aperto ancora che il fornaio.
Tornarono quasi affiancate e si impegnarono per un altro paio di giri. Nel frattempo la signora aveva incontrato i due fratelli della prima scala che andavano a scuola, una donna della quarta che andava a far pulizie, con cui riuscì a scambiare anche alcune distratte frasi, e alcuni altri inquilini frettolosi. Con nessuno di loro c’era stata la possibilità di dire alcunché tranne saluti brevi, se non addirittura cenni e mugugni. Si sentiva il primo vociferare dei bambini negli appartamenti e le prime dispute fra adulti, qui per il turno al bagno, lì per il caffè troppo caldo, dall’altra parte ancora forse solo perché era mattino e al mattino succede di alzarsi di cattivo umore. Qualcuno aveva acceso la radio per sentire le notizie, qualcun’altro aveva alzato la musica per non sentirle.
Aveva ancora le pantofole ai piedi e una confezione di latte parzialmente scremato e a lunga conservazione in mano. E sogghignava un poco delle piccolezze di quel mondo piccolo cosi impegnato a combattere quelle infime battaglie quotidiane che lei riconosceva e sapeva che, seppure a qualcuno potevano sembrare guerre, altro non erano che inutili dispute dell’inutile. Con gl’anni aveva imparato a conoscere ogni voce e ogni suono e non vi era un mattino che si differenziasse da un’altro; ogni mattino era la perfetta copia del precedente. Fatti salvi i giorni di festa che somigliavano solo ai precedenti giorni di festa così come si somigliano le gocce d’acqua.
Astra era rimasta invece indietro, incuriosita da tutto, cercava goffamente di affrettarsi ma subito dopo tornava a distrarsi perché ogni cosa sembrava attrarre la sua attenzione. “Astra, piccola mia, lascia stare quel cane. Ma quante volte ti devo dire le cose? Sai che le bestie sono quasi sempre sporche.” –la esortava la signora– “E non fermarti sempre con i bambini che sai quanto sanno essere dispettosi.” –e ancora paziente– “Su! da brava; saluta la signora. Non farmi la maleducata. Poi la gente cosa può pensare della mamma“.
Quella piccola femmina di cane di razza incerta aveva col tempo persa un forma precisa, infiacchita dagl’anni e da una bronchite ormai cronicizzata, si era allargata a dismisura e il ventre toccava terra a causa anche delle corte zampe. Respirando perciò a fatica, con sforzo immane, trascinò quel corpo larghissimo e impacciante con passo dondolante su per i pochi e larghi gradini. Ogni passo sembrava stroncarne la resistenza ma caparbiamente raggiunse la donna. La signora l’aspettava lassù con la pazienza di sempre: “Coraggio mia piccola Astra! vieni dalla mamma“. Certo aveva avuto per quel cane molte più attenzioni di quante ne avesse mai riservate ai figli.
Astra allora sollevò verso la signora due occhi colmi di compassione e prese fiato:
Ho ottenuto, in via del tutto eccezionale, il permesso di liberarmi di questo peso opprimente perciò la prego, cara signora, di voler essere così cortese da prestare alle mie parole la sua massima attenzione perché non mi sarà concesso di ripetere e io cercherò di essere, seppur succintamente, il più chiara possibile“.
La donna la guardò allibita ma Astra, imperterrita, stancamente continuò:
Come vede non è vero che a noi manca solo la parola. Noi possiamo benissimo capire e altrettanto bene parlare. Se non lo facciamo, con un poca di pazienza, le potrò esporre la semplice ragione”.
Se poi mi stò esprimendo in un modo che le sembra fin troppo semplice mi voglia scusare ma è solo per la necessità di essere chiara e non fraintesa”.
Senza offesa ad alcuno Lei non mi è madre, e come potrebbe? ne alcunché; creda a me che madre sono stata, e Lei lo sa. Il mio stato di salute Lei ben conosce. E il mio avanzato stato di servizio, al suo servizio, mi rende ormai penoso anche il semplice scodinzolare. Sebbene sappia che quello è, pur sempre, il mio dovere minimo; mi voglia perdonare di ciò”.
Se il ns. modo di esprimerci può sembrare così rudimentale e inadatto, se cioè ci limitiamo ad abbaiare e latrare, non è certo per incapacità”.
Sappiamo articolare le parole ed esprimerci in modo compiuto e con proprietà di linguaggio. Lo sappiamo fare ma a noi, semplicemente, non è concesso. Non è concesso solo ed esclusivamente per un’altrettanto semplice ragione di opportunità”.
Noi siamo costretti a rispettare queste consegne per non essere coinvolti dall’uomo; oserei dire, se mi è concesso, dalla follia dell’uomo. Non le dovrebbe risultare difficile da capire la ns. condizione”.
Non vogliamo, e possiamo, accettare di vivere secondo regole inventate e innaturali; a misura di codici assurdi e strampalati. E il ns. altro non è se non un tacito rifiuto”.
E’ infatti per noi inconcepibile attenersi a degli orari per aver fame e a riti per soddisfarla”.
E’ per noi altrettanto impossibile soggiacere ad altri riti per provare amore. O anche per soddisfare i bisogni più elementari. Anzi, tutto ciò ci è incomprensibile”.
Non c’è in noi alcun senso del piacere che presupponga la sofferenza ne alcuna attitudine all’espiazione. Siamo perciò completamente estranei ad ogni tipo di opprimente controllo esterno e proprio”.
I nostri rapporti sono regolati da nozioni semplici e soprattutto spontanee. Le nostre gerarchie sono determinate da valori reali e inopinabili. Non conosciamo variabili di sorta. Non viene ammessa furbizia e non vengono scontati ripensamenti o pentimenti di sorta”.
La vostra è una vita, a giudicarla bene, basata su di una religione, mi permetta l’esprimermi, balzana, contraria ai ritmi naturali della vita”.
Alla fine di queste mie poche osservazioni generali mi permetta di giungere alla questione che più mi sta a cuore; di parlare cioè, molto onestamente, della mia situazione personale che lei dovrebbe conoscere perfettamente”.
Sono invecchiata delle sue eccessive premure ed esse mi pesano più degli stessi anni e di questo corpo martoriato. Lei lo sa come fatico a sostenermi e trascinarmi per l’asma e i dolori reumatici. Ma non mi sono mai lagnata ne tanto meno ribellata; e ne avrei avuto voglia e motivo, mi creda”.
Di una cosa sola la prego: mi usi la cortesia, almeno per questi pochi giorni che mi rimangono da vivere, si limiti nel rivolgersi a me con quel tono mieloso e quelle parole assurdamente sciocco. O se proprio non ne sa fare a meno, in quanto essere umano, cerchi almeno di dividere il suo soffocante affetto anche con i suoi famigliari. Un’equa spartizione delle pene allevia sempre i componenti delle classi più deboli. Glielo chiedo in nome di un vecchio e solido rapporto di cui non ha mai avuto modo di pentirsi”.
Ora mi voglia scusare per il disturbo arrecatole, per ogni mia eventuale mancanza di delicatezza e per qualsiasi grossolanità possa aver usato nell’esprimermi, ma creda alla buona fede delle mie parole e alla loro mancanza di cattiveria; mi creda, la mia è la supplica dettata da un essere disperato e il tempo concessomi è proprio scaduto“.
Dopo che ebbe detto questo Astra tornò a tacere e da quella volta, a quanto ne so, nessuno ha più sentito un’animale parlare; almeno a tutt’oggi.
L’uomo che la calpestò stava per scivolare, non pensò alla fortuna ma, esasperato, non ebbe neanche alcun riguardo per la signora e, prima ancora di strofinare la suola della scarpa sull’erba, sferrò un violentissimo calcio ad Astra; e magari quella volta non era nemmeno stata lei.¹


1] 24 ottobre 1994

 

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