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Posts Tagged ‘Annastella’

Questa è una storia vera, potrei giurarlo sui figli di Armando che ne ha cinque. Pioggia o meno esco di casa per lusingare il lupo solitario che vive a casa mia. Mi reco alla solita caffetteria perché sono solito farlo pressoché da sempre. Entro e dietro un leggio una bionda anonima legge con voce di pochi colori, che si sofferma, pezzi brevi di prosa a poche persone che vorrebbero solo gustarsi un caffè. Certuni cercano almeno di darsi un tono. L’ascolta anche l’assessora con un sorriso soddisfatto che la fa sembrare persino più donna. Lei non mi vede né io la vedo. Non debbo nemmeno passare l’ordinazione perché ormai mi conoscono. C’è un che di imbarazzo in ogni persona e ogn’uno crede di dover dire sottovoce. Dal banco mi allungano la tazza, la pastarella e uno sguardo che pare spiegare “Porta pazienza“. E’ un’iniziativa, forse, meritoria. Metto solo un cucchiaino di zucchero ma il caffè è troppo dolce. Avrei preferito incontrare Annastella ma solo un pazzo può uscire con un tempo simile e mi preparo a tornare. I piccoli paesi di provincia sono sempre più colmi di insidie e pericoli.

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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colombaIo, con questa storia di Bambola, di chiamare Bambola una tra le Bambole incontrate, una tra le poche, mi sono un poco incartato, anzi un po’ più di un poco. Tutto il resto è vero. E’ che alcuni indizi riconducevano troppo palesemente a Lei. Prima o dopo non poteva che riconoscervisi subito. Almeno in alcuni gesti. In alcuni aspetti. Vorrei non poterci entrare. Ho avuto un gran dirgli che tutto il resto è fantasia. Che Lei non è stata che un input. Che lei non è così. Non, almeno, completamente così. Insomma che sono solo parole messe in fila.
Angelo è un angelo. Lo sa. Ormai lo sappiamo. Forse non dovevo dirlo. Dei segreti non si dovrebbe fare fiato. Questo le potrebbe causare qualche guaio se la riconoscessero altri. Altre cose tornano come un ritratto fedele. Altre Lei è pronta a smentirle. Come se Lei fosse una persona sola. Altre sono aggiunte, attribuibili alla mia presunzione insolente di volermi fingere uomo di lettere, in qualche piccolo modo autore. Prese qua e là e da alcuna parte. Inventate di sana pianta. Qui non è il luogo più privato. C’è sempre qualche passante che potrebbe crederlo: che Lei sia Lei. E arrivare a pensare che sto parlando di una donna, non della donna. Che Lei non è niente più che quello che dico.
Insomma, anche se all’inizio le era sembrato divertente, e avevo corteggiato la sua piccola vanità, che poi tanto piccola non è, alla fine, un po’ ha fatto la risentita e l’irritata e un poco se l’è presa. Mai vorrei che questo potesse creare ombre tra noi. Gli angeli, a incontrarli, vanno vezzeggiati. Meglio tenerseli cari. Temo, e qualche indizio l’ho avuto, che ad averceli contro è meglio di no. Che quando si arrabbiano è meglio girargli al largo, non fare da bersaglio; non insistere a contrariarli e defilarsi. Si sente quando in un certo modo, dall’alto, tuona. Recentemente s’è adombrata perché dice che la confondo con l’immagine che ho creato. Mai dirle che è quella. Qui. Sostiene che l’amore non è fatto di solo amore. Non ci ho capito un acca. Spero lo sappia Lei. Ma non posso nemmeno chiamarla Angelo. Certo non in pubblico. In privato non vuole. Forse ha paura che ne prenda abitudine. Che poi mi scappi anche quando non siamo soli. Forse semplicemente nega che ci sia una così grande intimità che in realtà non c’è.
Un po’ di ragione c’è l’ha. Normalmente quando si pensa a una bambola si pensa ad un certo tipo di donna. Avanti con gli stereotipi. Veramente sarebbe Bambolina, la dizione giusta. Hanno fatto interpretare il ruolo anche alla grande Marylin. Io, più modestamente, ho una vecchia zia che chiamano così. Le vedi da per tutto. Tranne che dove vanno i normali. E’ quasi impossibile incrociarne una, che so? dal pescivendolo. Forse non ne sopportano l’odore; per i loro nasini. Chissà se son nate con quelli? In realtà, davanti ad una donna così, ci si chiede sempre, e di continuo, se c’è o ci fa. Solitamente con quel epiteto si intende una graziosa, anzi carina, a volte anche bella, o almeno di bella apparenza, e consapevole d’esserlo, una che se la tira, svampita, e sciocca, all’eccesso fatua, frivola e superficiale cioè un oca. Una che ti chiede di guardarla e chioccia cose insulse. Alla fine una completamente senza testa, nel senso di cervello. Cioè tutto quello che Lei non è.
In questo non posso darLe torto perché non è questa l’immagine che volevo dare di Lei, cioè di quelle come Lei, cioè del femmineo che sta sotto a questi miei raccontini a puntate. A queste cose. Non posso proprio darLe torto perché Lei, nello specifico della donna che in parte ha ispirate l’inizio e alcune vicende di questa saga, dell’amica che mi regala il piacere di condividere alcune ore serene, dicevo non posso darle torto perché se togli la testa non restano che pochi etti di donna. Magari etti di qualità, mica lo nego; certo. Credo di averlo già detto. Grandi etti ma etti. Forse è l’ultima a saperlo ma sono pochi etti di gran qualità. Peccato sia un angelo. Fosse solo donna avrebbe un seno da restare incantati ad ammirare, da restarci per delle ore, e due labbra da baciare.
Lasciamo fare le pulizie di casa a chi ne ha più competenza. Volevo dire qualcosa, raccontare un episodio, ma Lei non c’era, la protagonista era un’altra, un’altra Bambola, e mi sono perso. Ancora una volta. E poi era tutto così confuso perché con Lei, con l’altra, sono io ad entrare in confusione. Sono sempre io; veramente. Anche con Lei. Tendo a confondere le cose. Tendo a scordarle. Ad uscire dal reale e dalle preoccupazione e dalle ansie. Così mi illudo di volare pur tenendo i piedi perfettamente piantati per terra. Accendo la luce e continuo a non vedere. E’ quando la cerco che non la trovo.
Già! con quest’altra Bambola ci stavamo chiedendo se c’è e dov’è un angolo di pausa. Sto leggendo l’Ulisse. Le mia dice che non basta leggere. Che l’importante è capire. Mi limito, in silenzio, a chiedermi cosa c’è da capire; e con una giornata simile. Per dirla tutta che mi sembra una giornata come le altre. Persino il silenzio è tornato lo stesso. Per dirla ancora di più tutta l’ultima volta stava leggendo l’Orestea. E dal greco. Valle a capire queste creature. Dirle donne è non dire nulla. Dirle angeli è dire troppo e quanto non si può dire. Ma perché poi proprio a me.
Lei, quest’altra ha un sorriso più esplosivo. Dice di avere anche Lei le sue controindicazione. Le sue pene e le sue spigolature. Vorrei dire che è normale. Mi da un appuntamento e contemporaneamente mi spiega che non potrà venire. Sorseggia il caffè e volge gli occhi altrove. Ha le piume gonfie di parole e capelli biodi. Le nasconde, le piume, dietro un rossore improvviso. E’ anche troppo veloce per le mie abitudini; per le mie capacità. Così troppo veloce che mi sembra non ci sia mai. Con la voce che canta. E un abbraccio che ti avvolge. Lei, in quell’abbraccio, sembra completamente proteggerti. Sembra possederlo compiutamente e sentirsene sicura. Non parrebbe fragile; Lei. E ha i boccoli d’oro come vengono ritratti nei dipinti rinascimentali. Ma con un che di più umano in una piega della labbra. Di più curioso nel taglio degli occhi che la matita, troppo scura, non sa fargli da limitare. Insomma, con Lei, una sera esco dal cinema e mi accorgo che era rimasta nel film. Ed era una favola agro-dolce. Coccolava come suo quel bambino che non aveva potuto avere. Loro, gli angeli, ci parlano con i bambini. E si sanno capire. Sono stati soldi ben spesi i soldi del biglietto. Anche solo per averla vicina.
Mi prendo una pausa per pensare. Cercando di mettere ordine. Cercando di non far troppo torto a quella che è con me. Sperando che possa non accorgersene. Fatica vana. I loro occhi colgono oltre l’impercettibile. Mi prende la mano, solo le dita, e sono io ad essere in imbarazzo. Il mio caffè si va freddando. Insomma, quella che è stata, in queste pagine, la prima, che ha ispirato le prime righe, dovrei ricordarmi di chiamarla per nome: Annastella. Cercherò di farlo. So che sarà fatica. E a tratti me ne dimenticherò. Già lo so. Mi ero affezionato a chiamarla solo Bambola. Ora c’è questa controindicazione ma con Lei le controindicazioni si sprecano. E’ un’impresa impossibile enumerarle. Perché non è tutto bello come sembra. Ci vuole cautela per tenersela stretta. Con Lei, con Annastella, il semplice abbraccio potrebbe rompere l’incanto.
Ho potuto parlarvi con calma perché Lei, in questo preciso momento, non c’è. Se n’è volata via, ancora una volta, come un alito di sussurro. Ne stavo parlando con Bambola, l’altra, Rosaspina, ne dico il nome venendo meno ad un patto, per non aggiungere confusione a confusione, volevo chiederle consiglio, a Rosaspina. Fosse una rosa sarebbe certamente una rosa rossa. Non ho alcuna paura di pungermi. Mi ha spiegato che la conosce, ma ora, anche lei, mi ha detto devo proprio andare. E ci stavamo chiedendo se non era pericoloso uscire in una giornata simile. La neve ricopre le strade. La pioggia le rende un pantano. Non c’è un anima in giro. Già! Anima. Si fatica a camminare perché si sprofonda e si rischia anche di scivolare. Che sciocco! Continuo a dimenticare che loro sanno volare. Però aveva le scarpe del veglione. Non certo adatte. Non so se le possano arrecare disagio. Chissà se soffre del freddo. Se lo soffre come noi umani. Certo anche il suo sorriso è radioso. Sono al massimo della confusione. Questo era ieri. Ieri c’era ancora il sole. Anche il tempo non è più tempo. Deve essere vero che le cose belle durano poco. Sicuramente è vero che il loro ricordo non ti lascia mai.

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