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Posts Tagged ‘anni 70’

Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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Vorrei lasciare una firma: La vita è una bella avventura che vale sempre la pena di essere vissuta. Perché parlare di me? Per edonismo? Per presunzione? Niente di tutto questo. Perché è come parlare di un uomo comune. No! non ho una storia da raccontare ma tante piccole storie. Nessuna storia con la ESSE maiuscola. In un mondo, quello della rete, in cui esistono tante persone virtuali io sono entrato con il mio nome e con la mia faccia. Qualcuno ha creduto di conoscermi. Si conosce mai veramente una persona? Io sono questo e altro, come tutti. Difficile raccontarmi in poche parole. Cercherò di farlo cercando di essere il più possibile neutrale e onesto. Non ho nulla di cui andare fiero. Forse la mia prossima avventura: la mostra sui bambini di Gaza di cui ho più volte accennato, alla quale do, con entusiasmo, il mio piccolo contributo. Sono veneziano e provengo da una famiglia di sinistra, o per meglio dire Comunista. Anni pieni di entusiasmi quelli della mia infanzia. Non ho avuto altra scelta che essere a mia volta Comunista. Lascio presto la scuola, forse troppo presto. Essendo tra quelli che hanno compiuto i vent’anni nel 68, cosa potevo divenire se non un sessantottino e vivere la piazza e tutti quegli slogan e le occupazioni? Nei primi anni ’70 entro nel P.C.I. e vivo la segreteria Berlinguer, curo la FGCI; come sempre la mia attenzione è rivolta ai giovani. Dipingo un po’, scrivo un po’ di più; leggo abbastanza. Per molti motivi mi allontano dal Partito ma la ragione principale è che non voglio in nessun modo che i miei ideali diventino un mestiere. Mi piace dare idee e sudore e starmene nell’ombra. A farla breve a poco più di 40anni mi invento un Centro Sociale che presto diventa occupato: Marcos. Io 45anni circa e loro tutti 20enni. Grande spazio, grandi progetti. Naturalmente ci sgombrano. Allora con parte degli stessi ragazzi apriamo un circolo culturale in una struttura pubblica, una scuola: Icaro. Mi allontano perché considerato dall’amministrazione di centro sinistra un pericoloso sovversivo; per non creare problemi al gruppo. Torno a lavorare con quei ragazzi dopo un po’ di decantazione ad un progetto ambizioso, il recupero di un forte della prima guerra mondiale (Forte Sirtori), aprendo un Centro Sociale enorme non occupato cioè vincendo la gara d’appalto: Baracca e burattini. Dopo sei anni, sempre circa, una giunta di centro destra ci chiude quello che era per noi un grande sogno con tanti giovani. Cerco di difendermi durante i seguenti 5 anni di mobbing duro e di lottare. A 59 anni mia moglie, dopo 33 di matrimonio, chiede la separazione, poi otterrò il divorzio. Forse sono troppo sovversivo anche per lei. Mi invento per la quarta volta una lista elettorale e mando a casa quei politici di destra dai comportamenti un po’ fascistoidi: la lista ottiene il 6%, seconda della coalizione e torno a ritirarmi nel mio angolino. A 61, del tutto casualmente, ritrovo la mia ragazza del 68. E’ un incontro che non può non lasciare il segno, era stata una storia breve ma intensa e io avevo continuato a portarla nel cuore. Non può che tornare a divampare l’amore. Lei è la mia Compagna (in tutti i sensi). Il nostro rapporto ha un solo momento di crisi quando lei mi dice che economicamente sta abbastanza bene. Stupidamente temo che questo possa cambiarmi o averla cambiata. Con Lei ritrovo la mia città perché Lei ha una casa bellissima a Venezia. Veramente ne ha anche una per le vacanze a Ponza. Lo so: sono l’unico uomo che ha vinto alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. E ora questa avventura della Mostra. Spero di non aver annoiato. Certamente non è tutto ma è una parte di quel tutto. Non si può mettere tutta una vita in un post. Che dire? non amo parlare di quello che ho fatto. Spero di aver sempre qualcosa da dire su quello che vorrei fare. Stare vicino a Lei è attraversare le cose con entusiasmo e serenità. Spero solo che Lei sia felice per tutto quello che merita e per quello che ha sofferto. Anche nel nostro rapporto cerco e cercherò di mettere tutto il mio entusiasmo e il mio impegno. Speriamo di mandarvi presto una cartolina dalla Palestina.

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Sempre in questo inseguire la memoria della musica che abbiamo, hai, perduto per questo giovedì ho scelto un brano famosissimo di un gruppo, i Jethro Tull, che in fondo ha anticipato gli anni settanta e il progressive. Non fosse stato per i Who forse sarebbero stati loro i grandi anticipatori. Ma qui non si fa altro che ricordare musica e offrirla all’ascolto. Posto così quello che è certamente il loro brano più noto, per la rivisitazione di una Bourée di J. S. Bach, tratto dal disco Stand Up del 1969. Allo stesso accodo un brano, A song for Jeffrey, da quel loro primo disco del 1968 spesso considerato minore ma che adoro e che me li ha fatti conoscere e che rispondeva al titolo di: This Was. Buon ascolto cara e buon ascolto a tutti.

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Ancora musica anni settanta. In realtà questo disco (In the court of crimson King) dei mitici King Crimson li anticipa perché esce nel 1969. Gran disco da ascoltare tutto intero in religioso silenzio. Un disco fondamentale con alla chitarra quel gran genio e maestro di cerimonia qual è Robert Fripp. E i testi sono dell’”esterno” Pete Sinfield che ha curato inoltre un originale ed efficace spettacolo di luci. La loro è musica che influenzerà molto e che risuona anche in alcune delle cose dei nostri New Trolls. Qui mi fermo perché mica voglio fare il saputello e travestire questa semplice rubrica di ricordi e inviti in una sorta di spazio critico e saggistico. Io ho continuato in quegli anni ad ascoltare musica, come e con che soldi mica lo so. Non posso ricordarlo. Forse frutto di una rapina. Mi sono trovato una casa da riempire dei miei dischi. Ora quei dischi li ascolta e li coccola mia figlia. Ho storie e leggende sulla mia musica, ricordo di averne regalata molta per poi ricomprarla, ma, essendo di “umili origini” e di altrettanto umili e testardamente misere finanze, non ricordo con quali costi sia entrata nella mia vita. Ricordo l’amore. Ricordo i primi 45 giri. La faccia del padrone quando mi recavo nel mitico negozio di Gabbia e chiedevo assieme le cose più strane. Fece un commento sorpreso quando lo pregai di farmi ascoltare, lontano 1963, in rapida successione i Rolling, il primo Dylan e Ivan Della Mea. Capitava che li sentisse per la prima volta con me. Allora non avevo ancora scoperto, e nemmeno c’erano, i negozi di importazione. La musica aiuta a vivere e insieme diventa emozioni e ricordi, ricordi che poi ho portato con me.

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams?

 

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

 

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

 

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi.

 

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò

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Di musica in musica. Abbiamo molto amato la musica. Assieme. E poi ognuno per proprio conto. In quell’intervallo che sembra nulla. Che sembrava eterno. Torno a quegli anni settanta. Quelli in cui molto o troppo è sfuggito al suo ascolto. In fondo sono anche anni in cui la musica è diventata “adulta”. Dopo il fondamentale 1966. Parliamo di musica rock. Dopo i Napoli Centrale un altro complesso italiano. Un po’ più famoso, al tempo. Allora il Banco del mutuo soccorso. Poi solo Banco. Attorno i soliti nomi fatti più volte. Suoni nuovi che rincorrevano l’Inghilterra e l’Amerika. Suoni che cercavano una dignità di indipendenza. Possono non piacere. E’ un invito ad ascoltarli con un po’ di attenzione. E per chi li conosce bene semplicemente un invito a farmi compagnia. Del Banco del Mutuo Soccorso ho scelto due pezzi. Il primo dal primo album del 1972, quello con la copertina a forma di salvadanaio intitolato con lo stesso nome del complesso. Il secondo dal terzo album inciso nell’anno successivo col titolo di Io sono nato libero. Cara compagna (e cari appassionati lettori): buon ascolto.
R.I.P. (Requiescant In Pace)

Cavalli corpi e lance rotte
si tingono di rosso,
lamenti di persone che muoiono da sole
senza un Cristo che sia là.
Pupille enormi volte al sole
la polvere e la sete
l’affanno della morte lo senti sempre addosso
anche se non saprai perché.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Requiescant in pace. Requiescant in pace.
Su cumuli di carni morte
hai eretto la tua gloria
ma il sangue che hai versato su te è ricaduto
la tua guerra è finita
vecchio soldato.
Ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
sugli occhi c’è il sole
nel petto ti resta un pugnale
e tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l’orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa
ma di te resterà soltanto
il dolore, il pianto che tu hai regalato
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa.
Per spingerti al di là,
per scoprire ciò che solo Iddio sa…

Canto nomade per un prigioniero politico

In questi giorni è certo autunno giù da noi
dolce Marta, Marta mia
ricordo il fieno e i tuoi cavalli di Normandia,
eravamo liberi, liberi.
Sul muro immagini grondanti umidità,
macchie senza libertà,
ascolta Marta, in questo strano autunno
i tuoi cavalli gridano, urlano incatenati ormai
cosa dire, soffocare, chiuso qui perché…
prigioniero per l’idea, la mia idea perché.
Lontano è la strada che ho scelto per me
dove tutto è degno di attenzione perché vive, perché è vero, vive il vero.
Almeno tu che puoi fuggi via canto nomade
questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti prendere.
Voi condannate per comodità, ma la mia idea già vi assalta.
Voi martoriate le mie sole carni, ma il mio cervello vive ancora… ancora.
Lamenti di chitarre sospettate a torto,
sospirate piano,
e voi donne dallo sguardo altero
bocche come melograno, non piangete
perché io sono nato, nato libero,
libero.
Non sprecate per me una messa da requiem,
io sono nato libero.

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Vai, cazzo, attacca”.
E’ tutta una fregatura, non mi diverto più. Non mi va. Le luci. Il fumo. Le grida. I jeans che mi stringono le palle. La gola che mi raschia. Le grida. Gli insulti. E… passami una birra. E ancora le luci che mi accecano. Colori. Domani ne faccio trenta e sto ancora così. A fare il ragazzino. Con questi quattro sfigati. A sderenarmi per questi quattro frocetti. Chi cazzo sei per dirmi quello che devo fare? Che mi balbetti sto giro del cazzo. Col mozzicone in bocca. Non l’hai ancora imparato. Lo sanno anche i bambini ma lui no. Sputa il rospo. Ti riesce meglio a fare il metalmeccanico; questo è sicuro. Lo sei e resterai, un metalmeccanico. Almeno quelli non si dannano per salire sul palco. Cosa vuoi ancora dimostrare? Siamo finiti. Siamo solo fantasmi.
E la tipa mi guarda; mi ha puntato. Finirà come sempre, ma non mi diverto più. Glielo faccio prendere in bocca. Davanti a tutti. Come il grande Erick. Lui sì che era un grande. Ma alla fine niente ha più senso. E quelli si sbattono da matti e non capiscono un cazzo. Giuro che gliela faccio pagare. Giuro che stavolta glielo sbatto in bocca. E sempre tutto uguale. Ogni sera la stessa sera. Poi domani devo tornare per terra. Quel cazzo di lavoro. Ma quale Rick? Magari potrei dirle solo che semplicemente non mi va. Con quel suo muso da culo. Per poi raccontare all’amica del cuore che s’è fatta il cantante. Che poi io mi chiamo Riccardo Rioda. Fai un altro giro; baby! Magari ti regalo un sogno.
Ma quale sogno? Non c’è più posto per i sogni, in questo mondo. E’ tutta una gran merda. E nemmeno di quella buona; buondio! E’ la merce. O siamo noi, merce. Nemmeno il tempo di essere giovani e il tempo è già bell’e che passato. E’ una fregatura, ti dico. Solo e unicamente una fregatura. E domani mi scade la rata. Mica posso andare avanti e indietro senza macchina. E’ così che finisce l’illusione. Ma non sono solo io, a diventare vecchio. Invecchiate anche voi. Anche se non salite sul palco. Ci consumiamo tutti. Forse siamo già morti e nessuno ci ha avvertito.
Dai, cazzo, che aspetti ad andare con questa cazzo di canzone”.
Che manco lo so l’inglese. Per me We all came down to Montreux vuole solo dire We all came down to Montreux; e l’unica cosa che capisco veramente è quel Montreux. Quella lingua del cazzo. E’ solo un suono. E questa è solo una cazzo di canzone; niente di più. Io ho fatto francese. Avessi potuto non avrei fatto nemmeno quello. Mi ci pulisco, io, col francese. Il Setola mica vuole francese quello. Se ne frega. Li vuole tutti e uno su l’altro; per quella merda. Ti succhia il sangue, quello. Il vampiro. E mica ci puoi scherzare. Va giù duro se sgarri.
Sarebbe la soluzione ideale, l’unica possibile, bruciare tutto. Li sai leggere gli occhi? Dopo, aspettami dopo, alla fine, baby! te la faccio vedere io, te lo racconto io la favola; ti faccio sognare. Sì! sognare con il cantante del palco. Con Rick Sonora. Con questo cantante del cazzo. Ti faccio ingoiare il microfono. Te la faccio uscire dalle orecchie questa stupida di canzone. E poi dirai che l’ho cantata solo per te. E’ tutta una gran merda. E allora facciamola finita: “We all came down to Montreux, on the Lake Geneva shoreline, To make records with the mobile, We didn’t have much time”…

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Modelli

musicaOggi voglio postare una canzone “strana”. Una canzone che forse pochi ricordano. So che chi deve capirà.

Gianfranco Manfredi: I modelli.

I MODELLI

Per le strade del mio sogno / o per quelle del tuo sguardo / so che il nostro filo regge / so che non lo perdo / la tua immagine è una nota / il tuo volto non si plasma ti conosco e mi sei ignota / amo forse il tuo fantasma.

Non c’è due senza tre, ma non sono solo tre / sono tanti e sono belli, sono dei modelli

Sono sempre un pò stupito / se ti togli la maglietta / e col peso del tuo seno / mi stai addosso tutta / sento un senso di ridicolo e prevedo il nostro dramma / non combineremo molto / sento amore per la mamma.

Non c’è due senza tre…

Se tenendoti la nuca / tocco i tuoi capelli corti / e se tu raggiungi il prato / coi ginocchi sporchi / i tuoi occhi sono grandi / il tuo seno è piccolino / t’amo come una ragazza / o anche come un ragazzino.

Non c’è due senza tre…

Se ti amo come uomo / come donna, o come me / se ti amo come santa / o come scimpanzè / non lo so, ma son convinto / sono sulla strada buona / se ti amo come ama / la persona una persona.

Non c’è due senza tre…

Ama la tua diversità, ama la mia diversità / non conteremo i santi, i martiri tra noi / vivi come ti senti e crepa come puoi / vivi nella diversità, vivi la tua diversità / diversi dal presente, ma non un’utopia / diversi e senza storia, verso una storia “mia”

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015-finestra-e-temporale

Finestre e temporale: elaborazione fotografica di MDG

Robert Wyatt, pseudonimo di Robert Ellidge (Bristol, 28 gennaio 1945), nasce cantautore il 1 giugno 1973, quando durante una festa, cade da una finestra al terzo piano di un palazzo, rimanendo paralizzato dalla vita in giù. L’anno successivo, ancora ricoverato in ospedale, incide il suo primo e forse più importante disco, quel Rock bottom dal quale abbiamo scelto Little Red Robin Hood Hit The Road. Nella “vita precedente” aveva avuto il tempo di essere uno dei più grandi protagonisti della scuola di Canterbury in quella grande stagione in cui si affermò il progressive.
Nel 1963 era stato tra i fondatori del psichedelico Daevid Allen Trio con Daevid Allen e Hugh Hopper. Nel 1964, dopo l’abbandono dell’australiano Allen (che darà vita ai Gong) bloccato alla frontiera per una questione di documenti, i sopravissuti del gruppo daranno vita ai Wilde Flowers dal scioglimento dei quali nacquero i Caravan e soprattutto, con lui, i Soft Machine. Wyatt è uno dei progetti di rock progressivo più influenti in assoluto. In una parentesi del 1970 incise il suo primo vero disco solista: The End of An Ear. L’anno successivo abbandonerà la Macchina soffice per dar vita all’ennesimo grande gruppo: quei Matching Mole che incideranno due splendidi album: Matching Mole (1972) e Little Red Record (1972). Poi la disgrazia.

Rock bottom: Little Red Riding Hood Hit the Road
http://www.youtube.com/watch?v=a2TUb51oukc

Little Red Robin Hood Hit The Road

Il piccolo pettirosso si mette in viaggio

(Gioco di parole con Little Red Riding Hood che significa cappuccetto rosso)

In the garden of England dead moles lie inside their holes
The dead-end tunnels crumble in the rain underfoot
Innit a shame?Can’t you see them?
Can’t you see them?
roots can’t hold them
Bugs console themI fight with the handle of my little brown broom
I pull out the wires of the telephone
I hurt in the head and
I hurt in the acting bone
Now
I smash up the telly with remains of the broken phone
I fighting for the crust of the little brown loafI want it I want it I want it give it to me
(I give it you back when I finish the lunchtea)
I lie in the road try to trip up the passing carsYes me and the hedgehog
We bursting the tyres all day
As we roll down the highway towards the setting sun
I reflect on the life of the Highwayman yum yum
Now I smash up the telly and what’s left of
The broken phone
Nel giardino d’Inghilterra talpe morte giacciono nei loro buchi
I tunnel ciechi crollano nella pioggia sotto i piedi
Non è una vergogna?Non le vedi?
Non le vedi?
Le radici non riescono a trattenerle
Gli insetti le consolanoHo lottato con il manico della mia piccola scopa marrone
Ho tirato fuori i fili dal telefono
Ho sbattuto la testa e
Mi son fatto male un osso
Adesso
Ho spaccato la televisione coi resti del telefono rotto
Sto lottando per la crosta di quel piccolo pane marroneLo voglio, lo voglio, lo voglio, dammelo
(te lo ridò indietro quando finisco il pranzo-tè)
Mi distendo per strada cercando di far inciampare le macchine che passano
Sì, io e i ricci
Facciamo scoppiare le gomme tutto il giorno
Mentre rotoliamo sull’autostrada verso il tramonto
Io rifletto sulla vita dei briganti a cavallo gnam gnam
Ora finisco di distruggere la televisione e ciò che è rimasto del telefono rotto

Ringrazio della splendida traduzione l’amico Marco Sacco

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Restiamo in Italia. Cercherò ancora una volta di spiegare quello che fatico a dire (“…è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già…Francesco Guccini: Vedi cara). A volte la storia di un emozione, il suo orizzonte, il suo improvviso abbagliante espandersi si nasconde per velarsi inaspettatamente tra poche note e un titolo o una semplice frase che si fa storia, universo di un momento. Magari per accompagnarti per mano a tornare su qualcosa su cui avevi sorvolato e non è obbligo che l’autore ne sia stato completamente consapevole nel momento in cui ha partorito i suoi versi. Cerco di spiegarlo con dei piccoli e forse banali esempi che mi vengono velocemente alla mente tratti da alcuni dei più celebri scrittori di parole in musica.

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

Caro amico: elaborazione fotografica di Mario DG

sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore «Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore? »” (Fabrizio De Andrè: Dormono sulla collina).
E poi la cena a casa sua, la mia nuova cortesia, stoviglie color nostalgia…” oppure “noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…” (Francesco Guccini: Incontro).
I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato” (Francesco De Gregori: I matti).
Senti che fuori piove, senti che bel rumore…” (Varco Rossi: Sally).
Chi non si è fermato dietro i vetri malinconici a guardare una volta la pioggia pensando senza pensare al suo strano bel rumore? O aprendo la finestra si è riempito del suo gradevole odore di erba infradiciata o sotto la pioggia del proprio olezzo di cane bagnato? “Come si cambia per non morire“.
Gianfranco Manfredi è un cantautore che non c’è più anzi è un non cantautore. Dopo aver fatto anche l’attore, se si cercano notizie su di lui nella rete sai incontra un Gianfranco Manfredi scrittore. Personalmente penso sia più difficile scrivere un buon testo di canzone, stretto nello spazio e condizionato dalla musica, che un libro decente. Manfredi scrittore è potabile, almeno non incespica nella lingua. Ma qui lo vediamo come cantautore e mi preme premettere altresì che non faccio un credo della canzone militante ma se non ricordiamo quegli anni, non contestualizziamo, è impossibile capire i suoi dischi e questo pezzo.
E’ l’epoca de “la musica ribelle che… ti urla di cambiare / di mollare le menate / e di metterti a lottare” (Eugenio Finardi: Musica ribelle). Dove è ancora vivo il ricordo di Piazza Fontana (1969) e ci si va per esserci e “ci passai con la barba lunga / per coprire le mie vergogne, / ci passai con i pugni in tasca / senza sassi per le carogne.” (Claudio Lolli: Piazza, bella piazza. In Ho visto anche degli zingari felici – 1976).
E’ l’Italia del movimento, dell’autonomia e della P38, dei bulloni a Lama, de “la cultura è di tutti”; dove ancora chi non canta solo “bandiera rossa” è ben, che vada, un traditore. E’ l’Italia della fantasia al potere e degli anni di piombo. E’ l’Italia di una generazione tradita. Quella che cerca nella cenere della rivoluzione mancata una nuova prassi e trova i dubbi.
E’ Ricky Gianco a spiegarci: “ci si trova meno uguali / torna l’ordine e il decoro / non si può più stare in piazza / «Tutti al posto di lavoro».” (Rock della ricostruzione – 1974). Il verso finale virgolettato, come quello di ogni strofa, è proprio di Luciano Lama.
E’ tutto qui perfettamente riconoscibile o sintetizzato in brevi immagini o come nella canzone che da il tiolo all’album (Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977) che è un poco una sorta di “Manifesto” rivisto o in questi versi: “La Giunta ci ha concesso il prato e l’acqua no / la Giunta è di sinistra lo sporco non lo so” (Un tranquillo festival pop di paura). E inoltre c’è tutta la lotta di quegli anni tra politico e privato. Poi verrà il riflusso; solo un anno dopo il delitto Moro, con il quale si concluderà la grande ubriacatura rivoluzionaria di quel sessantotto. Paolo Pietrangeli aveva già cantato (1969): “Manifesto, manifesto, meglio dir manifestavo / or son diventato bravo e non manifesto più“. E forse è proprio Manfredi l’inizio della fine; la fine delle illusioni. E’ lui stesso a spiegare che “così mentre da un lato facevo come mai prima il cantante militante iperincazzato, dall’altro lavoravo come autore a testi di canzonette“. E’ la solita questione del rapporto tra intellettuale e potere che torna.
Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande

DAGLI APPENNINI ALLE BANDE

Lui cercava per il mondo la famiglia
e di notte lavorava alla candela
difendeva sempre il nome dell’Italia
e la nonna dai briganti proteggeva
e saliva sopra gli alberi più alti
per pigliare al volo i colpi dei nemici
ragazzini come lui ce n’eran molti
scalzi e laceri eppure eran felici.

E parlavano di lui, scrivevano di lui
lo facevano più bamba che bambino
e parlavano di lui, scrivevano di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

Ora pare che il suo nome sia teppista
fricchettone criminal – provocatore
pare che ami travestirsi da sinistra
ma sia un docile strumento del terrore
e lo beccano ogni tanto che si buca
o maneggia un po’ nervoso una pistola
o che lancia da una moto sempre in fuga
una molotov sull’uscio della scuola.

Ora parlano di lui e scrivono di lui
lo psicologo, il sociologo, il cretino
e parlano di lui, e scrivono di lui
si ma lui rimane sempre clandestino.

E si dice: se ci fosse più lavoro
se il quartiere somigliasse meno a un lager
non farebbe certo il cercatore d’oro
assalendo il fattorino delle paghe
ma è la merce che c’è entrata nei polmoni
e ci dà il suo ritmo di respirazione
il lavoro non ci rende mica buoni
ci fa cose che poi chiamano “persone”.

E se parlano di lui, se scrivono di lui
è che il nostro sogno è ancora piccolino
se parlano di lui e scrivono di lui
è che il nostro io ci resta clandestino.

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Fin dai vecchi tempi del rock’n’roll e di Elvis Presley, e sempre più nel tempo, la presenza del cantante o di quanto avviene sul “palco” fa parte integrante della musica stessa. E’ difficile riascoltare Jimi Hendrix a Woodstock senza che gli occhi della mente non lo vedano chinarsi e dar fuoco alla sua stratocaster. Molta della musica di allora è molto palco, se poi pensiamo all’hard è soprattutto palco. I grandi concerti. Fin a toccare il Kitch. Io consiglio sempre di trovare il momento per ascoltare la musica in un rapporto uno a uno, da vinile o da cd che sia, ma di ascoltare la musica. Il resto è contorno. Che poi l’immagine, il contorno, facciano parte di una storia e di una generazione è indiscusso. Qui però, anche per i limiti del mezzo, ma sarebbe una scelta comunque, si parla, appunto, solo della musica.

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Finestra 2: Finestra e camicia.

Questa musica è piena di leggende e le leggende del rock diventano ancor più leggende quando il protagonista muore. Se poi muoiono [?] in tre (Jimmi Hendrix [18.09.1970], Janes Joplin [4.10.1970] e infine Jim Morrison [4.06.1971]), in un relativamente breve lasso di tempo, allora niente resta più indelebile della loro memoria, ben oltre la musica che facevano, che per altro era gran buona musica.
Molta parte della leggenda dei Doors, se non tutta, è legata al carisma del cantante Morrison, uno dei più celebri frontmen del rock anni ’60 e ’70, e forse di sempre. Il grande idolo delle ragazzine, e non. Il corpo del rock. L’intellettuale-prostituto della scena americana e insieme il più europeo degli americani. Il grande sciamano della musica. Colui che sente la fine corrergli dentro. Quello che si da tutto dal palco. Il poeta. In una sola definizione che lui stesso si è scelto: Il re lucertola (King Lizard) .¹
Quando canta lui la scena è solo sua e si assiste a vere scene di delirio almeno finché (come succedeva di frequente) non interviene la polizia per interrompere lo spettacolo considerato osceno. E’ la sua fisicità, la sua presenza sul palco ad essere considerata tale. Così successe, ad esempio, nel famoso concerto del 3.8.68 al Singer Bowl di Queens. Ma lui consuma in fretta la vita. A volte è talmente “fatto” da non essere in grado di salire sul palco. Ad Amsterdam, dovevano esibirsi dopo gli Airplane, ma Jim si accasciò vicino alle quinte e fu trascinato via in stato semicomatoso. Su di lui e il suo mito, rafforzato (come detto) dalla morte prematura, è stato anche girato un noto film.
Un po’ di tempo fa, un’amica di rete ha scelto il video di YouTube “Touch me“, brano certamente più aderente, anche se non completamente, alla cifra musicale dei Doors². Non potendo qui fare ascoltare interamente i primi due albums, abbiamo preferito ricordarli con un brano insolito per loro, inciso nel primo disco del 1967, che porta semplicemente il loro nome. Il brano è: Alabama song (Whiskey bar) ancora nientemeno che Bertolt Brecht e Kurt Weill.

Alabama song (whiskey bar) Canzone dell’Alabama

Well, show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

Show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

For if we don’t find
The next whiskey bar
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Well, show me the way
To the next little girl
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why
Show me the way
To the next little girl
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

For if we don’t find
The next little girl
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama

Bene, mostrami la strada
Verso il prossimo whisky-bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Mostrami la strada
Verso il prossimo whisky-bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Se non trovassimo
Il prossimo whisky-bar
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, te lo dico
Te lo dico, moriremo

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché

Bene, mostrami la strada
Verso la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché
Bene, mostrami la strada
Verso la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Se non trovassimo
La prossima ragazzina
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, te lo dico
Te lo dico, moriremo

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché.


1] Jim così spiegò la sua attrazione per i rettili: «Non si deve dimenticare che la lucertola e il serpente s’identificano con l’inconscio e con le forze del male. C’è qualcosa di profondo nella memoria umana che è fortemente reattivo ai serpenti. Credo che il serpente incarni tutto ciò che si teme».

2] Il poeta visionario William Blake scrive: “Quando le porte della percezione sono spalancate le cose appaiono come veramente sono, infinite”. L’autore inglese Aldous Huxley, ispirato dalla citazione di Blake, intitolò “Le Porte della percezione” il suo trattato sugli effetti della mescalina. Da qui la scelta di Jim Morrison di chiamare la band The Doors.

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