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Posts Tagged ‘anni di piombo’

Chi ha troppa fretta. Chi è figlio di un’epoca che corre. Dove va, mica si sa? Chi ha lasciato sull’attaccapanni la pazienza. Per tutti questi è altri… allora, andate subito alla fine. Io resto qua. Io che posseggo tutto il tempo. Che non ho altri appuntamenti. Che di lavoro faccio il fare niente. Io. Non fosse per Lei sarei rimasto a riminarlo in testa. O ancora lì a sognare. Ma la sua è una provocazione, e io alle provocazioni non so resistere. Le amo e ne vengo ricambiato. Come una bella donna. Come la mia donna. Lei sempre al mio fianco. Ma cosa ci è successo dentro? Tra i tanti; come sopravvissuti. Sopravvissuti spaventati guerrieri. Reduci da Piazza Grande. Noi, colpevoli solo di essere contemporanei a quella storia. A quelle storie. Di averla vissuta, patita, pagata; o solo di esserne stati sfiorati. Contaminati. Di non esserci spostati. A ritrovarci lì, ma anche no, in un posto mai visto prima: Monterotondo. Provincia ai confini di tutto. E di un passato ormai remoto. Quarant’anni dopo. E quarant’anni sono una vita intera. Non siamo più gli stessi. Siamo rimasti uguali.
Tutto è come un concerto. Il palco le luci, l’attesa. Il bisbiglio della gente. I primi Flash. Il pubblico ancora distratto. Siamo in tanti. Siamo da soli. Inizia un giovane amico. Le prime note e si fa silenzio. Musica buona. Piena di rabbia e di amore. Ci sa fare; anzi ci sanno fare. Si sta bene. Si sta bene e si aspetta. La verità è che lo aspettiamo, Godot. Ancora. Mai come oggi. Molto più di allora. E queste canzoni di rabbia e di anarchia sono le nostre; e non sono le nostre. Il tempo è una macchina che non entra mai in riserva. Che non si ferma a rifare il pieno. Che macina chilometri e ti macina l’anima. Ma quel viaggio in fondo l’abbiamo fatto sempre da soli. E noi che non ci abbiamo mai veramente creduto. Creduto che una poesia potesse cambiare il mondo. O forse sì? Noi che balbettiamo sillabe cancellate. Noi che nei versi mettevamo il cuore: «Oh Baudelaire, vecchio pazzo ubriacone. Quale dei tuoi vermi, mi ha sbranato il cuore?» Noi. Noi che per un attimo ci siamo sentiti tutti poeti. E l’attimo dopo li abbiamo maledetti. Ci siamo dannati. Come facciamo a dire quello che è stato? E come facciamo a raccontare ciò che non è stato? Frenate la vostra giovane curiosità: cuccioli dell’oggi. Figli di una madre mai ingravidata. Frenate la domanda incauta. Non abbiamo risposte. Abbiamo solo occhi. La voglia di scordare. La condanna a ricordare. Il desiderio di tornare ragazzi. Di riprovarci ancora. E il deserto di Piazza Grande.
Il sax si scalda la gola. In un angolo. Ma quando sale sul palco, a fatica, già il suo silenzio è magia. Prima ancora della prima parola. Della prima nota. Lui si appoggia ad un amplificatore. Tutto pare costargli fatica. E prende il libro per trovare le parole. Quelle per noi. Quelle da scegliere. Quelle per il viaggio. Ed è un uomo vecchio, Claudio. Siamo uomini vecchi. O vecchi uomini? Magari non invecchiati allo stesso modo. Non nello stesso tempo. Non davanti allo stesso specchio. Sicuramente per le stesse canzoni. E Lui parla più che cantare. Canta per non morire. La stessa rabbia; sembra mescolarsi alla rassegnazione. Siamo quegli “Zombie di tutto il mondo uniti”. Ancora portatori di un sogno. Un vecchio sogno in disuso. Siamo nel grido e nella rabbia. Siamo in una pagina di diario. E Lui ci attraversa dolorosamente il cuore. Parlando di sé; e parlando di noi. Ma chi sono quei noi? Nell’afa di un agosto che è rimasto ogni agosto. Attraversati da quel sordo boato. Mentre cadiamo da quel quarto piano. Esistiamo ancora? O respiriamo solo in quei ricordi? Di quel vino? Di quelle notti? Di quelle botti? Di sogni agitati? Di ansie? In un Italia che non c’è. In un’Italia che non è diventata.
Io, vecchio sessantottino. Quarant’anni son troppi. Vorrei non ricordare. E allora perché quei nuovi “Perché”? Ho due anni di più E persino quei due anni sono troppi. Sono un’eternità. Claudio, potrei farti da padre. Strana e crudele è la vita. E noi credevamo. Il sogno era là. La città degli uomini. Il mondo degli uomini. Ma il nemico non è mai un vecchio cretino. Non si ubriaca inneggiando alla luna. E lo stato ha messo in campo il suo apparato militare. Bombe e tritolo. La grande inquisizione. La menzogna contro l’illusione. Bombe e tritolo e noi eravamo solo zingari e felici. Tutti uguali e tutti diversi. La grande illusione. Il mondo là. Quel mondo da divenire. In divenire. A portata di mano. Bastava allungarla, quella mano. Quale illusione. E allora abbiamo gridato, come il cucciolo bastardo lasciato alla porta. Quanto abbiamo gridato. Noi, cavalieri senza armatura. Noi cadaveri in decomposizione. Noi assassinati dalla nostra stessa follia. Noi alle porte dell’illusione. Lì a bussare. A bussare ancora; sempre più forte. Eppure ancora si muore di bombe, si muore di stragi; più o meno di stato. E allora. E allora i bulloni a Lama. E quell’immensa delusione. Per un’altra storia. Dopo quella storia. Per un’altra storia che sarebbe morta nel baule di una macchina. Dopo tanto, troppo; perché? E tu, Claudio, a ricordarmi tutto. A farlo rivivere. A ridarmi quel grido che debbo soffocare. A riempirmi di lacrime gli occhi e il cuore. No! non ho nessuna risposta. Nemmeno per Lei. Oppure ho troppe risposte perché almeno una sia quella giusta. Quella vera. Perché non siano solo confusione.
Io che amo. Io che lotto; ancora. Io che sogno, e lo faccio con sempre più fatica. Io che cammino il mondo, col fiato corto. E dolori alle ginocchia. Io che mi riempio troppo di io per essere ancora noi. E questo nuovo noi. Frutto di una vecchia storia d’amore. Che sembrava persa. Una fragile storia d’amore. Una grande storia d’amore durata una sola breve stagione. E poi ancora Noi. Noi che frughiamo tra la spazzatura del passato. E che ci lasciamo da quel passato ferire. Noi che non vogliamo ancora morire. Noi e i nostri sogni. Noi e le nostre rabbie. Noi, anacronistici testimoni, a cui la memoria fa strani scherzi. Noi lì. Lì nel cortile di un palazzo. Nel cortile di palazzo Orsini. A Monterotondo (Rm). Non in piazza Maggiore. Ma a Monterotondo. Lontani mille chilometri e quarant’anni da Piazza Maggiore. Così, per chi c’era e chi non c’era. Per tutti e per nessuno. E quest’estate non chi incontreremo a Rimini. O perché no? Una pazza idea la portavo in tasca, da tempo. E io a chiedermi come finirà il concerto. Con un brano di rabbia: Piazza, bella piazza. O con un pezzo di speranza: Albana per Togliatti. Ma i poeti seguono solo l’ordine dei loro pensieri, non me ne voglia Claudio. Non me ne voglia Claudio per quel poeta. Niente di tutto questo. Anzi le aspetto e loro si fanno ancora aspettare. Né rabbia né speranza. Nemmeno amore. Finisce tutto davanti a un buon piatto e a un bicchiere di vino. Lui, il cantastorie, il colpevole, l’assassino, sbocconcella il niente. Ma ancora si sente quell’odore di brace. Scrivimi Claudio la storia di oggi e di domani. Di quella, di quella di quegli anni, dei nostri vent’anni o poco più, abbiamo versato tutte le lacrime che avevamo. Sì! forse a vent’anni si è stupidi davvero. Eppure lo gridiamo ancora, anche se con voce sempre più roca, ma ancora più forte: che un mondo, quel mondo, un altro mondo è ancora possibile. Anche dopo Genova. Eccola l’unica risposta: abbiate pazienza e ascoltate. E lasciatevi andare a sognare. Anche se ora pare un incubo.

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Ancora gli anni settanta. Io c’ero, presente come sempre. Se conosci il pezzo non fa nulla. E’ comunque bello riascoltarlo. Sono gli anni del terrorismo, anni di piombo. Gli anni in cui era coraggioso girare con una rivista in tasca, Metropolis. Gli anni dell’ultima utopia. Gli anni di “né con le Brigate Rosse né con lo Stato”. Dello “sparare al cuore dello stato”. Dei festivals alternativi. Delle radio libere. Poi ammazzano Moro e finisce il sessantotto, il grande sogno. Questa volta posto un gruppo: i Napoli Centrale. Uno dei gruppi di punta del cosiddetto rock progressivo. Ma la musica del gruppo, che nasce dalle ceneri degli Showmen e ruota attorno alla figura carismatica di James Senese, in realtà è una fusione originale di jazz-rock e musica popolare napoletana. Un altro degli esempi che hanno rinnovato la musica italiana. Buon ascolto.

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Tecnica mista su cartone telatoCon una breve serie di dischi Gianfranco Manfredi si è reso ottimo testimone di quegli anni. Ricordiamo ai troppo giovani e a quelli a cui manca un po’ la memoria che era la metà dei famosi e tragici anni settanta. Anni di impegni, di violenza, di piombo, di piazze, di rabbie, di bulloni e contestazioni, di antagonismi, di radicalismi e tanti altri ismi, gli anni dell’autonomia e della P38. Gli anni in cui torna Ricky Gianco, che per lui scrive musica. Di Claudio Lolli. Di Eugenio Finardi e di tanti altri. Ma anche gli anni (appunto) dei I Festival del proletariato giovanile‎ e della musica prog ovvero degli Osanna, della Premiata Forneria Marconi, del Banco del mutuo soccorso, dei Napoli centrale, fino agli Area. Di allora restano molti ricordi non solo nella storia della nostra musica.
Di Gianfranco Manfredi avevo già qui riportato Zombie di tutto il mondo unitevi, Dagli Appennini alle bande, Agenda ’68; mentre avevo scordato di postare Un tranquillo festival pop di paura e così rimedio. Poi il cantautore è pressoché sparito dalla scena musicale italiana (o almeno è scomparso dalla grande vetrina, forse aveva già detto quello che aveva da dire) per dedicarsi a fumetti, letteratura, teatro e cinema, con altalenante fortuna (per questo rimandiamo al suo sito). Qui di lui vorrei ricavare altri due pezzi: Quarto Oggiaro story (che si può ascoltare solo da un sito a cui ho collaborato) e Non c’eri di cui porto sotto il collegamento a YouTube. Faccio seguire i testi delle due canzoni così che si possa cogliere l’ironia di questo autore e il suo modo di stare all’interno degli avvenimenti di un mondo che stava cambiando e forse trasformava il pubblico in privato e l’impegno in esasperazione dentro tanti di noi.

QUARTO OGGIARO STORY
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket
saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello
Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa…
lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua
il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera
mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne…
Mentre tu te mange ‘o tonno
con quel fesso di Totonno

Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai
visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film
inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio
scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco
e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei
fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani
(micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi
con due compagne cinesi…
E tu te vede ‘a televisione
co’ Totonno fetentone

Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche
belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio
scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia
Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo…
lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta
pimpante
E tu te legge Agata Criste
co’ Totonno poro criste

T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della
spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi
piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci
ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del
nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello
di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il
mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in
silmilsalve
E tu te mette a ffa cagnara
co’ stu cazz’ de lupara
e Totonnino ‘o fetentone
tene ‘na sberla de cannone
e un tuo amico di Potopp
tene quaranta molotopp
e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia
” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre
servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo
in crescenza…
Brrrr…

NON C’ERI
Non c’eri
ieri in piazza tu non c’eri
ho il sospetto che dormivi
dimmi come fai…
Non c’eri
ieri con i pendolari
bello steso sui binari
eri mica tu.
Ma dai: basta leggere i giornali o accendere il TV
tutto fa spettacolo: il Soggetto, il Complemento Oggetto
e forse pure tu.
Ma tu non c’eri
tu stai lì a contarti i peli
o a schiacciarti i punti neri
te ne pentirai
…di gran lunga
Lo so: non ti curi delle fasi o dei momenti clou
anche il David Bowie dice che per un momento si può essere eroi
Ma tu non c’eri
tu vai dietro ai tuoi pensieri
quasi sempre poco seri
no, cosi non va
Tu non c’eri
in silenzio te ne stavi
chissà cosa poi covavi
dimmi dove sei
Non c’eri
c’erano tutti e tu non c’eri.
C’erano i piccoli editori sinceri e tu non c’eri
tu non ci sei mai
Non c’eri
c’erano i discografici alternativi e tu non c’eri
c’erano i Partigiani Reggiani e tu non c’eri
tu dove sei.
C’era la federazione bagarini democratici
il comitato di fabbrica delle cartine RIZLA
il comitato Madri Antifasciste
e tu non c’eri, e tu non c’eri.
C’erano questi qui che suonano la tromba
i trombettisti leninisti
ma tu non c’eri
non c’eri neanche nel gruppo dei bambini
armati fino ai denti da latte
della centrale del comune democratico
tra i carmelitani scalzoni
e tu non c’eri
nell’unione inquilini del terzo piano
nel comitato comparse cinema politico
tu non c’eri
nei centri mimi yogi spirituali
non c’eri
e qui qualcuno accende i ceri
e qui qualcuno accende i ceri.
E tu non c’eri
io c’ero io c’ero
si io, nel senso di ego io c’ero
mi sembra mi parve che ci fui
adesso non saprei dirti se venivo di qua di là
però c’ero, mi sembra che c’ero
o non c’ero
c’ero o non c’ero?
Mah?…

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Se l’altra metà del cielo scende in Piazza.
Campo Santa Margherita a Venezia: folla per "Se non ora quando?"Piazza santa Margherita a Venezia. Piazza del Popolo a Roma. Piazza Castello a Milano. Piazza Maggiore e Piazza XX settembre a Bologna. Piazza della Repubblica a Firenze. A Torino piazza San Carlo. Piazza Unità d’Italia a Trieste. Piazza Caricamento a Genova. Piazza Dei signori a Padova. Piazza del Popolo, mai nome e risuonato più opportuno, a Pesaro. Piazza Dante a Napoli. Piazza Verdi a Palermo. E ancora alla basilica del Sacro Cuore, in cima a Montmartre, a Parigi. E poi a Londra. Fino a Tokio. Ma a ricordarle tutte non c’è tempo bastante. Mi scuso solo con quelle rimaste fuori.
Ho sentito tante storie, ognuna con le sue ragione. Alcune sono state lette da quel palco di Roma. Altre erano solo nella folla, nel vociare, in quel popolo. Confuso? non credo. Ho ascoltato le opinioni del prima e del dopo. Cercando di portare quasi lo stesso rispetto per tutte. Cercando di capire. In quelle contro e in qualcuna pro m’è sembrato di trovare molta grossolanità. Ben oltre le posizioni espresse. Certo non sono qui per spiegare, non ho tanta presunzione. Le trovo grossolane anche perché ho visto la passione che ha messo Lei. che l’ha spinta in quella Piazza (come molte altre). La stessa passione e le stesse ragioni che la spingono da allora. E allora nessuno sapeva nemmeno chi era questo premier. Probabilmente cantava ancora nelle navi da crociera.
Di piazze ne ho viste tante. Circa cinquant’anni. Credo di esserci andato una prima volta con una candela in mano credendo di salvare una vita. E nemmeno era una piazza, né un campo, era solo un campiello. E’ stato quello l’inizio. Era solo il 1960. Non è passato troppo tempo. Sono io ad essere vecchio. E ho visto piazze festose e piazze tristi e piazze di lotta. Le provocazioni e le rabbie. Il Vietnam, il Che, il Chile e Salvador. Le stragi nere e quelle cosiddette rosse. Gli anni di piombo. La strategia della tensione. Tutta una collana di romanzi criminale, visto che è di moda. E non sarebbe servito andare al cinema per vedere i noir americani. Alcune le ho raggiunte a piedi, più spesso con lunghi viaggi in treno; col vino e le cibarie, con le nostre canzoni. Non ne vedrò mai abbastanza. Sempre le emozioni. Immense stavolta. Sono le mie Piazze del mio Mondo. Di un Mondo ancora possibile. E’ bello vederle affollate.
E c’erano quelle della CGIL, ma non credo sia un partito. E mille cartelli e striscioni. Sciarpe bianche, come chiesto, come Ross, e fiocchi rosa. Nessuna bandiera, tranne quella dell’ANPI. Anche questa non la credo partito. Non erano tutte di una parte, questo è certo. E nemmeno erano tutte quelle di quella parte. Certo erano tante. Tantissime. Da sembrare tutte. Un mondo diverso. Allegro. Colorato. Anche arrabbiato. Erano semplicemente donne (sono belle le nostre donne). E le poche “forze dell’ordine”, in assetto antisommossa, apparivano anacronistiche. Sembravano figure di una farsa. Devono aver provato vergogna ché son sparite subito dentro un portone. Non era una Piazza contro. Non come si vuol far credere. Non era contro altre donne. Non per una morale contra un’altra morale. Per una etica e contro una diversa etica. Bello il cartello “Non buone né cattive ma solo donne”. Era a favore. A favore di una cosa soprattutto: LA DIGNITA’. Certo un po’ anche contro Berlusconi. Non è questo il tema che mi interessa; che mi prefiggo. E di questo lascerei parlare eventualmente Lei. Certo contro i fascismi. Ma questo non è ancora un paese antifascista? La Piazza lo era. Sicuramente contro questa politica. In realtà semplicemente alternativa.
C’era un cartello giallo con una scritta nera diceva “Addio Bocca di rosa con te se ne parte la primavera”. Le mie ragioni contano poco. Sono andato anche e soprattutto perché credo che l’alternativa debba ritrovare la Piazza. Perché credo che dovremmo ritrovare luoghi e parole d’ordine che credevamo ormai nostro patrimonio. Ripercorrere quelle strade. Quelle esperienze. Richiamarle a nuova vita. Denudare le nostre facce. Metterle assieme. Certo sono andato con la donna che amo. Una donna che ammiro. Che rispetto. Con cui condivido molto se non tutto. Anche naturalmente l’amore. E persino una sottile ironia a volte necessaria per parlare delle cose e soprattutto di noi. Certo mica eravamo da soli già prima di arrivare in quella piazza. C’era anche la strega perché le nuove streghe sembrano tornate. Ricordo anche quegli anni. Insomma: “tremate perché si sono incazzate”.
Non ho mai dubitato che ci potranno salvare solo le donne. Ma non è solo di questo che questa m’è sembrata la più bella. Certo anche di questo. Al di là dei bizantinismi. In realtà questo premier ha contro la Piazza. Altrove ci sarebbe di che rinunciare. In realtà non ha nemmeno una vera maggioranza. Non nel paese. Non ha più alcun mandato derivato dal voto. Come dice lui “dal voto sovrano”. In realtà è sovrano il voto, non lui. Comunque son stanco di Piazze tristi. La mia canzone ne ricorda una delle tante. Vorrei poterla scordare. Scordare non è tra le mie qualità la più frequentate. Nemmeno sarebbe giusto. Vorrei sempre Piazze così. Quello che mi interessa è che è solo una Piazza contro questa politica. E’ una piazza dentro la crisi della politica. Della politica e del suo modo di organizzarsi. La crisi dei soggetti Partito. Ancora una volta.
Non è una novità. Io la vedo così. Usare vecchi schemi rende grossolana l’analisi. L’analisi di movimenti, e momenti, che nascono spontaneamente e spontaneamente si auto-organizzano. Non riusciamo a capirlo. Non abbiamo chiavi cognitive. Interpretarli, incanalarli sarebbe un primo passo verso un cambiamento. Sarebbe anche probabilmente la loro morte. Certo non hanno ancora saputo esprimere leaders “credibili”, ma credo ci siano cose che accomunano la gente di quel mondo. Cose che sono “senza se e senza ma”. Parole d’ordine. Cominciamo, per esempio, col dire che l’acqua è di tutti. Sarà il petrolio di domani. E’ di tutti. Cominciamo a difendere il mondo che anche quello è di tutti. Parliamo di sviluppo sostenibile e di fonti energetiche alternative. Torniamo a combattere la guerra come mezzo per regolare le controversie territoriali. E gli interessi. E la finanza. Condanniamola come mezzo e punto. Combattiamo qualsiasi forma di discriminazione e di razzismo. Ritroviamo buon senso e dialogo. Etc. Nessun tentennamento. Perché le maggioranze si costruiscono, nel paese. Le alleanze si fanno con le persone. E allora quel mondo sarà sempre lì. Pronto a spendersi. Perché la maggioranza non è nel portafoglio, è ancora nel cuore.¹

Se non ora quando? Adesso.


1] Foto da Facebook dell’amico Paolo Firla.

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