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Posts Tagged ‘Antonello Venditti’

Torno a casa e la trovo in taverna. Non toglie gli occhi dalla televisione. Lei sa che non mi piace che si fumi in casa, soprattutto dove dopo dobbiamo mangiare. Se ne frega. Lei. Come se non glielo avessi mai detto. Lo fa apposta. Me lo sono giurato. Non le darò la soddisfazione. Ci ho pensato tutta la strada. Ci ho anche sperato. Niente. Lo sapevo.
Tutto bene”?
Mi risponde annoiata facendomi il verso: “Tutto bene”?
Poggio la giacca su una sedia. Mi fa cenno di toglierla. Fingo di non accorgermene. Mi abbasso per baciarla. La sua mano mi allontana come si spinge via il fumo. Alza le spalle. Dialoga muta con la sua noia. Mi allento la cravatta e mi rimbocco le maniche. Temo che quel gesto possa sembrare una dichiarazione di battaglia. Nei suoi occhi passa quella nebbia. Il fumo che spinge fuori con un respiro stretto. Da quando son diventati così vuoti? Si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Sono rimasti priva di qualsiasi riflesso. Restiamo un attimo in silenzio. In quell’attimo ci diciamo tutto. E i rancori covati per lungo tempo. Ormai sono i nostri attimi di intimità. Aggrovigliati. Vigili. Guardinghi. Pronti per il prossimo attacco. Svogliatamente prende il telecomando. Alza il volume. Di là dal muro battono sul muro. Mi sento stanco. Svogliato. La mia voce dice parole affaticate. Le mie parole escono senza bisogno di una ragione: “Aspettavi qualcuno”?
Chi vuoi che aspettassi. Il principe azzurro”?
I piatti sono nel lavello. Mi metto a lavarli. Metto una pentola d’acqua sul fuoco. Perché non ce lo siamo detti allora? Apro qua e là gli armadietti per vedere cosa c’è. Decido per gli spaghetti. Nel frigo trovo un barattolo di sugo pronto già aperto. Un leggero colletto di muffa ma non e niente. Suona il telefono e lo lascio suonare finché non gli risponde la segreteria. Butto un piatto sulla tavola. Ho avuto una giornata faticosa.
Guarda che io non ho appetito”.
Nemmeno si da pena di rivolgermi lo sguardo. E’ sempre così. Di cattivo umore. Ha ancora belle gambe. Non è cambiata molto. Siamo diversi dentro. Forse cambiati. Forse no. Come consumati. Corrosi dentro. Com’è successo? Quale acido? Che ne so. E tutto ti torna alla mente. E’ la sera. E’ quello che ti porti dal lavoro. Il niente che sta intorno. Questa umidità, che ti entra nelle ossa. Un’umanità che precipita. La crisi economica. Il conto del dentista. Essere padri solo di sé stessi. Quel buco dentro. Il lavoro che non c’è. La perdita della madre. Il tempo che passa, senza fermarsi mai. E’ così. Tutto assieme. Non in modo confuso; no. Tutto assieme. Mescolato. Le cose vengono. Si accavallano. Ognuna cerca di farsi spazio sull’altra. E si accapigliano. Anche loro.
S’è stancato anche il compromesso. Non si accetta più. La pazienza gocciola le ultime energie. E ti chiedi, solo perché non è possibile farne a meno, quand’è cominciata? quand’è stato l’inizio della fine? Fuori il cielo si fa buio. Niente di eclatante. Per quanto lo cerchi non lo trovi, un perché. Ti accorgi dopo; quando tutto ti è scivolato via. Sfuggito di mano. Perché la fine si costruisce di momenti impalpabili, poco tangibili, segni nell’aria, è fatta di tanti piccoli niente. Non è possibile accorgersene. E’ fatta di silenzi. E’ fatta di pazienza. Di un’emozione mancata. Di piccoli tozzi di bocconi amari. Di un ritardo. Di una pasta scotta. Di attese. Persino di impazienze. E’ fatta solo di sé e di quel niente. All’improvviso la capisci e la scopri. E non ci vuoi credere. Non è possibile. Perché nei suoi gesti è stupida. E non hai mai sopportato quando l’altro dice: “Te l’avevo detto”.
E ti rimproveri di non aver saputo accorgetene. Di non averci provato. Di non averci pensato. Di non aver partecipato. Di aver partecipato troppo. E ti rimproveri e nemmeno sai perché. E’ la colonna sonora è quella di sempre. Questi sono i nostri giorni assieme. Lei che mi dice: “Puoi almeno togliere il piatto quando hai finito”.
Io che le dico: “Ti avevo detto di portar giù la spazzatura” –e invece era il giorno sbagliato.
Lei che mi dice: “Puoi essere più delicato e non fare quel tanto fracasso a quest’ora”.
Io che le dico: “Ma se te ne ho dati ieri”.
Lei che mi dice: “Ti sembra bello seminare così tutto”?
Io che le dico: “Possibile che un uomo torna a casa stanco, la sera?”…
Lei che mi dice: “Ma cosa credi? non bastano mai. Non fanno che il calcio a quest’ora”?
Io che le dico: “E’ immangiabile. Completamente senza”.
Le sue sono quasi sempre domande. Lei che mi dice: “Ti serve la macchina anche stasera”?
Io che le dico: “Faresti anche bene ad esserlo, gelosa. Ne avrei motivo”.
Lei che mi dice: “Guarda che il rubinetto perde ancora”.
Io che le dico: “Non puoi lasciarli lì almeno una volta”?
Lei che mi dice: “Ce l’hai sempre in mano come se tenessi in mano il tuo coso”.
Io che le dico: “Non sei certo ordinata tu. Guarda la casa”.
Lei che mi dice: “Hanno telefonato per il mutuo”.
Io che le dico: “Manca solo che fai la gelosa”.
Lei che mi dice: “Pare che ci viva solo io”.
Io che le dico: “E non parlare del mio coso. Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Va via troppo vino in questa casa”.
Io che le dico: “Mi chiedo come fai a passare il tempo.” –questa proprio me la potevo evitare. Me ne sono pentito subito.
Lei che mi dice: “Sempre pronto a criticare, tu. Sono forse una stupida”?
Io che le dico: “Guarda che ci stanno aspettando. Sai che a me non piace”.
Lei che mi dice: “Guarda che ho incontrato la Jole, oggi, al mercato”.
Lei che le dice: “Una volta non era così”.
Lei che mi dice: “Pensi solo a cambiare la macchina. Non ha altri pensieri lui, in signorino”. –quando vuole sa come ferirmi veramente; come farmi incazzare.
Io che le dico: “Ma se è una vita che vivo con una che si alza col muso. Possibile che sei sempre di cattivo umore”?
Lei che mi dice: “Perché non te ne trovi una che te li attacchi i bottoni”.
Lei che le dice: “Sei solo un cafone”.
Lei che mi dice: “Non sono la tua serva.” –solitamente tra noi finisce così.
Lei che mi dice: “L’hai lavata la tua dannata macchina”?
Lei che mi dice: “Uno di questi giorni te lo faccio vedere io. Credi non sia capace”?
Lei che le dice: “Io non sono mai di cattivo umore. Me lo fai venire tu. Quando ti vedo”.
Lei che mi dice: “Vorrei andare al mare”.
Lei che mi dice: “Una volta te la facevi tutti i giorni”.
Lei che mi dice: “Fosse per te, perché… lascia che te lo dica: hai proprio dei gusti di merda. Quale avresti scelto”?
Io che le dico: “Ora calmati”.
Lei che mi dice: “Cosa vuoi fare ora, Picchiarmi”?
Io che le dico: “Dov’è finita anche questa? Era nuova di zecca.” –gli ombrelli, a casa nostra, non bastano mai. Mi precisa che non l’ha preso. Nemmeno toccato. L’avrà lasciato in autobus.
Lei che mi dice: “Guarda che ho studiato anch’io. Per niente. Non pensare di mettermi in bocca le tue idee”.
Lei che mi dice: “Cosa credi che passi il giorno a grattarmela”?
Io che le dico: “Ecco, se c’è una cosa che mi piace è quando diventi volgare.” –questo solitamente la fa infuriare. A lei non piace la mia ironia. Soprattutto quando stiamo litigando. E ci rinfacciamo tutto.
Lei che mi dice come una lunga tiritera: “Ho pazientato fin troppo. Se vuoi, quella è la porta. Ma cosa ho fatto di male? Me l’avevano detto i miei genitori. Ma cosa ho fatto quella volta? Che peccato debbo espiare? Eppure… Dovevo ascoltarli. La voce della saggezza. Un uomo che è come essere sole. Ma le cose si capiscono tutte dopo. Purtroppo. Quand’è tardi”.
E quando ormai la misura è colma, nessuno è disposto a tornare indietro. E allora mi son detto “Vai Pino prima che fai una pazzia”.
Lei mi dice dietro mentre sto uscendo: “Non sono più la tua puttana. Per chi m’hai presa? Per qualcuna delle tue amichette”?
Me ne vado in giro, senza meta. Solo per farla sbollire. Solo per fare quel niente. Per pensare, mi dico. E invece cerco di non farlo. Di non pensarci. Di lasciare che i minuti trascorrano. Ma quelli sembrano immobili. E’ solo che non mi va di tornare. A quest’ora già i bar cominciano a chiudere. La vita muore presto nella città. Le saracinesche sono impiastricciate. Che gusto ci trovano? Tutti scrivono tutto da per tutto. Una scritta imbratta per testimoniare di un grande amore. I ragazzi sono così: gridano sempre a voce alta. Amano le enormità. Grossolanamente. Rifuggono le sfaccettature. O amano, e di un amore immenso, o odiano. Senza via di mezzo. E con poca memoria. Mi fermo in un autogrill per pisciare. Le pareti del bagno sono piene di scritte oscene. Promesse sconce. Numeri di telefono. Un: Eliana è una puttana. Particolari scabrosi sulle varie generosità. Su cosa fa questa e quella, con tanto di nomi. Come un ronzio assordante. Sono tentato di provare un numero. Curiosità. Per vedere se è vero. Provo una leggera emozione per quell’avventura. E’ già finita. E’ tutto così squallido. Sputo. Esco e lascio al banco il caffè.
Se trovo una che ancora mi dice che le piacciono gli uomini con l’auto sportiva giuro che l’ammazzo.

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tazzina di caffèLui non aveva avuto una figlia. Il destino non aveva voluto che lui godesse quella gioia. Poteva solo immaginarla o nemmeno quella. Certe cose mica si possono spiegare. Comunque era disposto a scommettere che sarebbe stato un buon padre. Gli sembrava di essere nato per quello. Non aveva mai voluto sapere. Si trovava solo e vecchio con quella specie di rimpianto. Si sentiva così inutile con questo pensiero che gli era doloroso. Lisa non aveva mai voluto che lo facesse. Scese pesante in ciabatte a portare le immondizie. Tornò per interrogarsi sulle proprie colpe. Ancora una volta non riuscì a assumerne nessuna. Ancora una volta accettò come ci fossero anche domande che non avevano risposte. Se l’uomo sapesse le cose, magari prima, non sarebbe uomo. E forse non era nemmeno la fortuna che può sembrare. Era una di quelle cose che una donna non può rimproverare al marito. Ormai, nel suo caso, una forma di martirio, come se l’avesse cercato. Trovò che tutto, in realtà, avesse un fondo di stupidità e che il resto fosse niente. Che la ragione non governa quasi mai le cose. Guardò l’ora. Telefonò a Lisa. Sapeva che sarebbe stata una delle solite telefonate laconiche, imbarazzate. Che non avrebbero trovato nulla da dirsi. Che si sarebbero limitati a chiedersi come va? Gli rispose la segreteria per comunicargli che il numero al momento non era raggiungibile. Accese la luce sperando che lei lo avrebbe richiamato quando avesse visto la sua chiamata. I piatti erano ancora là, da lavare.

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La ricordi la ragazza di questa foto?Foto di Lei da giovaneE allora ancora una canzone perché questo giorno sia il tuo giorno e non finisca mai:

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Già! oggi sono qui a dirmi ma quanto stupida sono stata? Ma com’è stato possibile? Ma che stupida? E mica né ho questo grande piacere. Non mi va. Decisamente preferisco non parlarne. Il massimo di esposizione: parlarmene da sola nel silenzio. Nemmeno Michele mi deve sentire. Nemmeno lui che dorme qui a fianco, come un angioletto. Come se se questo oggi fosse solo un ventre dolce. Le coperte tirate sulla testa. Un sorriso che non nasconde un sonno tranquillo. Forse anche una qualche avventura notturna. Una scappatella incolpevole. Ne dovrei essere gelosa? Il suo volto sereno mi mette allegria. Invece me ne sto qui. Succede. Qui vittima del passato. Frammenti di discorsi e di dubbi che mi assalgono. Senza motivo né giustificazione. Cose non del tutto distinte che riemergono. Da quella poltiglia indefinita. Per quanto faccia. Eppure non voglio. Ma è di questo che è fatto, il passato. Non sopporto che lui possa dormire, così tranquillo. Una rabbia mi monta. Mi andrebbe di svegliarlo. Per dirgli cosa? Che capita che il mattino si faccia di cattivo umore? Vorrei tornare a dormire. Una qualsiasi via di fuga. Anche la più stupida. Cerco il suo calore. La tenerezza che mi da scivolare e andargli vicino. Ascoltare solo il rumore del suo respiro. Avessi potuto nascondermi sempre in questa sorta di morbida pancia vaporosa.
Oggi è lui la mia storia, e la mia vita. Ma allora… Di storie simili chi non né ha vissuta una o almeno sentito parlarne? Ne sono piene le strade. E’ bello, a volte, lasciarsi al chiacchiericcio, anche solo per parlare. Niente di meglio che una storia d’amore, travagliata; cioè di sesso e corna. Non si può condannare una se si lascia andare a qualche consiglio, sempre e obbligatoriamente in assenza dell’interessata, a qualche considerazione moraleggiante, a qualche fantasia anche crassa; a supposizioni più o meno colorite. Si sa come siamo noi donne. A volte non c’è maschio che tenga, e sui maschi, a parlare di maschi, magari su particolari anatomici, con tanto di misure, più o meno documentate. Certo che per sé si sogna sempre il meglio. E si vorrebbe che tutto appartenesse alla favola. Invece è la vita che si inventa il tuo futuro.
Solo che finché sono quelle degli altri… solo che invece era la mia storia. E quando la storia è la tua storia allora mica né parlano con te. E nemmeno le chiacchiere ti divertono. Gliele leggi semplicemente negli occhi, quelle velenose maldicenze, nelle voci che si abbassano quando vieni scorta, in ogni gesto. Poi ci sono uomini come Francesco che credono che questo gli dia un qualche permesso. Una donna che ha una storia è una donna disponibile a qualsiasi storia; come esibita in offerta speciale. Non tutti gli uomini sono così ottusi e stupidi, per fortuna, ma molti certo che sì. E allora Francesco si era fatto allusivo e pareva non potesse accettare che venissero respinte le sue avance. Ma io non avevo ancora nemmeno quella storia, e poi la mia sarebbe rimasta sempre solo una piccola storia malata. Ed ero cresciuta così all’improvviso che avevo smesso di riuscire a trovarmi. Ed ero stata costretta ad imparare sulla mia pelle. A capire il silenzio. Ad abituarmi ed accettare la solitudine. Non erano, allora, certo le parole a sfidarmi. Poco me ne importava. Mica mi ero fatta stupida per quello.
In questo coacervo di pensieri mi annego; maledetta mattinata. Alba di merda. Già! la stupidità è una libera scelta. Per quanto si possa essere liberi con se stessi, con le cose, con i fatti della vita. Tenendo conto di tutto, dei pro e dei contro, in questo contesto, libera lo ero stata. A dirla con la ragione di oggi niente e nessuno mi aveva spinto. Non avevo né potevo avere allora la ragione di oggi. Ne avrei di cose da raccontarmi. Meglio di no. Meglio non farlo. Basta quel poco; quei frammenti galleggianti; tornati, senza ragione, in superficie. Questo male. Ma c’è qualcosa che avviene senza ragione? Ho il sospetto che quando non c’è sia semplicemente perché non vogliamo che ci sia. E’ solo oggi che mi sembra di non capire. Allora capivo benissimo. Chi era causa di quel male di vivere se non io? Ma allora ero un’altra donna e oggi sembra solo un’altra storia. Persino la storia di un’altra che un poco sono tentata di non crederci.
E oggi mi ritrovo con la testa piena di idee e la bocca di parole. Parole che non si possono che tacere. Semplicemente perché non c’è di meglio che un silenzio. E perché lui dorme e non né ha colpa alcuna. Si tira le coperte ancora più su sul viso proprio come un bambino. Nessuno ne ha colpa, nemmeno il mattino. Nessuno tranne me e la mia capacità di ricordare, all’improvviso. Queste cose che tornano dal nulla; dall’infinito. E vorrei liberarmene, di queste idee e di tutto. Lui non lo merita. E lui ha avuto la forza anche di perdonare. Ma io non avevo nulla da perdonare perché semplicemente ho vissuto la mia vita. E in fondo lui non c’era e non può certo vantare diritti e recriminare. Quello è il mio passato ed è solo passato, una vita fa, trascorsa. L’importante è che sia qui e che ci sia quando si sveglia. E so già che quando si sveglia tutta questa angoscia smetterà di essere. Verrà cancellata. Ma perché vivere e soffrire ancora per quei ricordi come non l’avessi già fatto abbastanza?
Allora, quando ho scelto di stare con lui cioè di mettermi con lui, non è che l’ho scelto ma è la cosa che mi ha scelta. Tutto è iniziato in silenzio. E’ sempre così, le cose accadono mentre ti succedono e crescono e si fanno fatti e storie, ed è come se in quei momenti ti fossi distratta dalla vita. Così è stato anche per me: una gentilezza che diventava sempre più carineria, una amicizia che tra una parola e l’altra metteva radici e diventava sempre più confidenza, per poi trasformarsi e spingersi fino all’intimità ed è così che è cominciato tutto, lentamente. Tutto in modo così naturale e, in un certo senso, subdolo perché l’amore, se possiamo chiamarlo così, non da appuntamenti, non si annuncia, non manda lettere. E quando ho capito era già troppo tardi. Io lo sapevo che aveva già una famiglia. E sapevo tutto. Sapevo anche che non sapeva dire no a nessuna lusinga. Che non sapeva resistere al fascino e ai corteggiamenti. Che gli piaceva sedurre e farsi sedurre. Anche se tra noi non è mai successo e non è mai stato così. Ma ero già una donna che ama e lo vedevo già meglio di quello che ero. Ma non ho mai imparato a vergognarmene. E’ così che ha cominciato ad esserci. E lui c’era. C’era sempre. Sempre quando non serviva.
E ho imparato, e ho imparato ad aspettarlo. Perché quello è il prezzo di un amare ammalato. E io ero lì ad aspettarlo. Come una stupida. Nemmeno come un amante, ma solo proprio come una stupida. A sperare e a soffrire, senza nemmeno un appuntamento. Quando veniva era sempre come per un caso, una fatalità. Ero persino incapace di gelosia. Lo odio per questo. L’ho odiato anche allora. E’ così stupido a pensarci. Ed è così stupido svegliarsi, tornare a pensarci, e odiarlo ora. Quel mattino di pioggia è stato solo per un attimo, sapevo che non era possibile, che non poteva essere, ma ho voluto illudermi; raccontarmelo. Forse solo perché… come sarebbe stato bello. E volevo vederlo bello, comunque. E poi mi sono vista. Vista veramente. Lucidamente. Completamente. Com’ero buffa. E soprattutto stupida. Anche di più, se possibile. E mi assale ancora quel riso sgangherato. Eppure, nonostante tutto, non posso ricordare un addio più doloroso.
Per fortuna oggi c’è Michele e queste cose che riemergono ritrovano dolore ma restano solo ricordi. Cosa aspetta a svegliarsi e a stringermi tra le braccia? Oggi che mi sono liberata di tutto e vivo una vita che non è più quella vita, non sono più lei. Oggi sono la sua Rossana, e sono tornata, e lui le sa tutte queste cose. Non voglio parlarne con lui. A cosa servirebbe? E allora: “Chi è colpa del sensale pianga sul prezzo”. Sempre per la serie dei proverbi e dei modi di dire rivisti. Ma oggi lo so, e l’ho imparato, che l’amore ha un altro sapore quando una persona si sente amata.

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