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Posts Tagged ‘appuntamento’

Franca in barca a Ponza nel 1981In questa ultima domenica di giugno. Comunque non potevo mancare. Incollo una delle immagini del tuo passato, di quel passato solo tuo, tra quelle che amo di più. Non ho altro da aggiungere al mio amore. La canzone si incarica di dire tutto il resto. Basta ascoltarla e/o leggere il testo. E credo che tu la conosca già molto bene. Non ho alcun dubbio. Le cose che dice te le ho dette mille volte. Te le ripeterò fino a straziarti. Una parola in più sarebbe superflua.  Narra già tutto lei. E’ esaustiva e onesta. Credulmente e dolcemente onesta. Sei il mio ieri, il mio oggi e il mio sempre. Buon ascolto e buone emozioni.

Tu vestita di fiori
o di fari in città
con la nebbia o i colori
cogliere le rose a piedi nudi e poi
con la sciarpa stretta al collo bianca come mai
ma… eri bella bella
comunque bella
Quando l’arcobaleno
era in fondo ai tuoi occhi
quando sotto al tuo seno
l’ira avvelenava il cuore tuo perché
tu vedevi un’altra donna avvicinarsi a me
prima ancora che io capissi e riscegliessi te
tu… eri bella bella
comunque bella
Anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia
con lo sguardo stravolto da una notte d’amore
siediti qui
non ti chiedo perdono perché tu sei un uomo
Coi capelli bagnati – so che capirai
Con quei segni sul viso – mi spiace da morire sai
coi tuoi occhi arrossati
mentre tu mentivi e mi dicevi che
ancora più di prima tu amavi me
tu… eri bella bella
comunque bella

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tazzina di caffèA volte l’amore è strano, ma cos’è l’amore? Lei lo aveva visto e aveva capito subito che non era come le altre volte: gliel’aveva dettato il cuore. Come un tonfo silenzioso e il resto di lei era crollato a terra mentre continuava a guardarlo come se lui le avesse rubato gl’occhi. Non era ancora suo ma le parole che diceva entravano prive di senso nella sua mente e si trasformavano in brusio e le turbinavano dentro. Si ripeteva il suo nome e avrebbe voluto sapere tutto e in fretta. In attesa per rivederlo non riusciva a stare seduta né dentro l’abito. Si era fatta aspettare dopo essersi preparata con molto anticipo. Aveva continuato a guardarsi allo specchio senza mai essere soddisfatta di sé; avrebbe voluto essere ogni volta ancora più bella. Poi aveva misurato ogni gesto di lui, in ansia come una ragazzina; impaziente come una ragazzina; speranzosa e fiduciosa come una qualsiasi ragazzina. Per tutta la sera aveva nascosto la sua inquietudine in ogni gesto che faticava. Gli aveva detto con gli occhi tutta quella sua dolorosa attesa. Tutto la lusingava. E quando finalmente l’aveva baciata aveva capito che ne era valsa la pena. Si era abbandonata fra le sue braccia ed era anche più bello di come lo avesse mai potuto sognare. S’era scordata di tutto e aveva sognato solo quello tutta la notte con gli occhi aperti sgranati verso il soffitto al buio.

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pittura con tecnica mista su cartone telatoLei, lui e l’altro. Ogni nero inizia così. Lei un po’ svampita. Battiti ravvicinati e impazziti gli occhi in eterna fuga. Niente di nuovo in quella mattina. Il sogno di una donna senza fantasia. Tacchi a spillo per sospendersi nelle smanie frugando il vuoto con attenta competenza: non aveva nulla da aggiungere. Lui, il vero lui, era caduto giù spinto già morto. Il treno delle diciassette era arrivato in ritardo ma lui, cioè l’altro, era arrivato puntuale. Era stata una piccola stazione persa di nebbia e pioggia polverosa. Un grigio che comprendeva cielo, case e tutto; pioggia compresa. Ciò che doveva essere fatto era stato fatto. Lui le aveva assicurato un futuro anche dopo ma il loro amore eterno si era infranto in un attimo. Cristallo in un gioco troppo ambizioso: il tempo. Giusto il tempo di uno sguardo azzurro. Gli sembrava di non averla mai vista. Non l’aveva mai conosciuta. Ed era pure tutto bagnato. La vita della donna era diventata appesa a quel filo, parole su carta. Lei, piena di profumo, nella sua nudità indossava un’aria ostentatamente fatale. In quella piccola stanza a tempo era andata incurante alla finestra e dalla finestra aveva guardato fuori: la giornata era rimasta la medesima ma s’era fatta sera. Nessuno la poteva vedere. I giornali l’avrebbero saputo il giorno dopo. Un’altra macchina stava parcheggiando. Un brivido la percorse. Tutto come in un vecchio film. Persino quella voce che sembrava provenire da fuori campo. L’altro, l’assicuratore, si appoggiò sul gomito: “Torna qui sotto, vicino a me, perché da viva sei un gran bel donnino, ma da morta costeresti alla compagnia una fortuna”. La fortuna aveva smesso di mettere naso a questa storia.

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CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) tecnica mista su carta, 6 giugno 2010Quando l’ho vista arrivare ha richiamato subito la mia attenzione. Solitamente la mia anticamera è sempre gremita. C’è una folla enorme e varia e multicolore in attesa. Uno spaccato di molteplice e misera umanità. Gente che insegue la fortuna, l’amore o una illusione. Per lo più gente male in arnese e rumorosa, di tutte le età. Spesso mi intristisce e mi fa pena quell’universo di gente disposta a dilapidare tutti i suoi miseri risparmi di una vita per governare la sorte. Molte sono le donnette e molte di loro stringono in mano un santino e si segnano continuamente. Io ci campo di loro e ci campo bene.
Lei invece era elegante e curata e cercava di nascondere l’avanzamento inesorabile dell’età. Aveva aspettato che tutti se ne andassero e lo stavo già facendolo anch’io. Cosa non del tutto insolita era tra chi non vuole che gli altri credano che anche loro credono in queste cose; non voleva farsi vedere. E mostrava quel certo disagio tipico anche di chi non frequenta abitualmente studi come il mio.
Molti, quando escono da qui, sono i primi a dire che loro sono gli ultimi a credere. Si avvicinò con fare quasi circospetto e si sedette, facendo attenzione a non sgualcire minimamente la gonna, estraendo dal cilindro un sorriso di circostanza che però le illuminava il viso. Era gradevole la sua voce e il profumo che usava senza abusarne. In lei era tutto composto: la parlata, compresa la grammatica, l’eleganza e quel sorriso pacato. Aspettai un attimo affinché passasse quella minima ansia del primo momento, bisogna essere anche un poco psicologi nel nostro lavoro.
Voleva sapere cose le riservava il futuro; nientemeno. Nulla di più semplice. Faticò a confidarmi nome, cognome, età e ed indirizzo come se noi dovessimo sapere proprio tutto, anche quello. Spostai le carte e le presi la mano. Era una mano curata, come del resto tutto il resto, che abbandonò lievemente tra le mie con delicata apprensione rivolgendo verso l’alto il palmo. La gente, quando ci interpella, non vuole la verità ma vuole la sua verità; vuole sentirsi dire quello che si aspetta da noi. Non è raro che, riconoscendo la persona dagli occhi, siamo costretti ad indorare la pillola e ad aggiungere alla nostra lettura un po’ di quella fortuna o di quell’amore in più che vorrebbero fosse loro riservato. Così è stato, debbo ammetterlo, anche per lei, ma non avrei potuto comunque dirle la verità. Avevo visto subito che la sua linea della vita si interrompeva bruscamente ed in modo violento: era incisa in maniera netta e non le lasciava che cinque giorni di vita. Poveretta, mi fece pena.
Pensai che era ancora una bella donna, piacente e che non poteva avere più di quarant’anni. Mi riebbi subito e cercai di nascondermi in un sorriso tranquillizzante. Le dissi di non preoccuparsi e che anzi l’aspettava, di li a quei fatidici cinque giorni, una svolta nella sua vita. Che avrebbe trovato tutto quello che cercava: equilibrio, amore, felicità e agiatezza economica. La invitai a festeggiare i giorni che la separavano dalla realizzazione dei suoi sogni prendendo pieno possesso del suo tempo e vivendolo intensamente alfine di farsi trovare ben pronta e preparata a quel cambiamento.
Le spiegai che non potevo vedere l’origine di quel grande patrimonio, che non leggevo nella sua mano nessun evento tragico per cui forse era l’incontro con un uomo, probabilmente quello della vita, o forse una grande proposta d’affari. La consigliai perciò di non farsi prendere alla sprovvista e di munirsi di un po’ di denaro da tenere in casa perché a volte anche la fortuna ha bisogno d’essere aiutata. Cercò di interrompermi per spiegarmi che la sua situazione economica era già buona e che non era quello che voleva ma non la lasciai terminare. L’avevo capito dall’anello che portava al dito, ma si stava ormai facendo veramente tardi. La tranquillizzai anche per quanto riguardava la salute e le accarezzai il palmo della mano molto delicatamente. Lei accennò un sorriso intimidito e abbassò gli occhi ringraziandomi.
Dopo che se ne fu andata pensai che cinque giorni in fondo sono ben poca cosa, che sfuggono in un soffio. Il giorno fatidico, il quinto, ricordo che era una martedì come questo, dopo averle preannunciato la mia visita per cellulare andai a trovarla. Mi accolse con un sorriso aperto e cordiale che le illuminava tutto il viso, al pari di un vecchio amico, e mi ringraziò anche se non mi sarei dovuto disturbare. Come avevo immaginato la sua era una bella casa signorile, molto signorile ed elegante, anche l’arredamento era di un gusto raffinato; una vera reggia. Lei era veramente in splendida forma e mi fece accomodare in salotto ansiosa di raccontarmi. Quei giorni erano stati per lei veramente, come le avevo anticipato, dei giorni speciali. Lei non aveva avuto altro pensiero che quello di pensare a sé e il tempo le era passato come un soffio tepido e sereno. Il marito stava organizzando un bellissimo viaggio da fare assieme in un posto esotico di cui ho scordato il nome già mentre me lo diceva. In quel momento era sola in casa perché lui aveva dovuto naturalmente recarsi in ufficio come al solito.
Mi confermò che aveva mantenuto il segreto sul nostro incontro, come le avevo raccomandato, e che perciò si sentiva come una bambina discola e bugiarda. Aggiunse che un po’ le era rimasto difficile perché dalla lingua le sfuggivano le parole poiché non riusciva a trattenere l’allegria e la felicità che aveva trovato. Mi offrì un caffè che fece con le sue mani in quanto aveva dato il giorno libero alla servitù e si scusò di un disordine che non c’era motivandolo con il fatto che stava già preparando le valigie. Mi confessò che era leggermente in ansia per le novità che ancora l’aspettavano soprattutto per quella giornata. Temeva per il viaggio, che la costringesse ad essere assente proprio nel momento che avrebbe suonato a quella porta la fortuna. Le dissi di stare calma e di avere fiducia in me che tutto sarebbe andato bene e che sarebbe successo nel modo più naturale che poteva immaginare.
Aveva un sorriso luminoso e talmente tante parole che non sembrava in grado di governare la pazienza e che non avesse tempo bastante per tutte. E quella voce cortese che scivolava dalle labbra lucide e rosse librandosi di tra i denti candidi che sembrava un massaggio. Rischiai di lasciarmi distrarre. La fissavo negli occhi e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Mi disse che non sapeva proprio come ringraziarmi. Glielo spiegai io e mi fece accomodare in camera da letto. Lasciò che le facessi scivolare a terra l’abito e poi si rivelò dolce, tenera e passionale. Tra le mie braccia mi confidò che non se lo sarebbe mai aspettata e che forse ero io quel futuro che l’aspettava. Modestamente penso di essere bravo in tutto quello che faccio. Mentre il suo sguardo si stava facendo liquido e la voce le veniva a mancare si rivelò romantica e tra i sospiri le sfuggirono parole di desiderio e d’amore, ma io stavo già stringendo la presa sul suo collo. Una mano come quella, liscia e di velluto, con all’indice quel rubino naturale birmano ovale purissimo d’un rosso tanto violento da accecare, non poteva mentire sul suo destino.

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Merda! non c’è niente da fare; non intende proprio saperne di voler partire”. Sbatté la portiera e tirò un calcio di stizza sul copertone. “Le macchine italiane”.
Per un attimo si lasciò al panico privo di conforto, anche se questo non era da lui: “E adesso cosa facciamo? Quando le cose non vogliono andare non c’è verso. E anche trovare un taxi a quest’ora di questa sera neanche a parlarne.” –e di quella sera poi.
Lei era ammutolita; quelle poche volte in cui l’aveva visto così, anche se solo per un attimo, in difficoltà e come privo di risorse, non era riuscita che a restarsene in silenzio. “E’ sempre così!” –ma poi la fissò e non disse altro.
Lei aveva controllato tre volte che i bambini dormissero tranquilli e almeno mille se era proprio in ordine. Aveva chiuso, aperto, chiuso, aperto e richiuso il gas e la bambinaia ormai ne aveva ben oltre il sopportabile delle sue raccomandazioni.
Aveva acceso la televisione per poi spegnerla, controllato tutte le finestre, inserito e disinserito l’allarme e fuori della porta si era ricordata di non sapeva cosa, poi aveva dimenticato la borsetta e al terzo tentativo era uscita in pantofole.
Per poco non era ruzzolata per i gradini. Era sempre così quand’era in ritardo, anzi quando doveva andare da qualche parte perché, con lui o da sola, non gli era mai riuscito di arrivare per tempo ma forse era meno colpevole giacché arrivava sempre trafelata.
Lei aveva rincorso una macchina sul ciglio della strada nella speranza che si fermasse; inutilmente. Ed era anche una delle ultime poiché il traffico a quell’ora diradava e la gente si infilava già nelle case con tutta la loro allegria sottobraccio. Guardò a destra e a sinistra la strada desolatamente vuota.
Cercare di raggiungere la fermata del tram voleva dire attraversare mezza città; ecco la bellezza della villetta bifamiliare nel verde della tranquilla periferia. Lui pensò di chiamare qualcuno ma chi avrebbe potuto trovare? e poi non era disposto a una figura simile. Non c’era niente da fare: sarebbero arrivati con un mostruoso ritardo se anche riuscivano ad arrivare.
Solo allora lui si ricordò che in qualche angolo doveva ancora esserci, piuttosto che restare lì senza neanche provare, e allora lo tirò fuori, sporcandosi di quella polvere grassa che poi si fatica a togliere. Non sopportava di sentirsi così imbrattato di quello sporco appiccicoso; questa era la cosa che lo metteva più a disagio, forse l’unica.
A lei sembrò solo una grande tavola finché lui non la poggiò orizzontalmente per terra. Più che un carretto era una specie di zattera fatta in legno dolce, di cassette di frutta, di quand’era ragazzo, con quattro piccole rotelline da mobile, fragile e con un che di posticcio e raffazzonato.
Assieme lo portarono fuori dal garage e lo misero in acqua, per così dire, davanti al cancello. Gettarono sopra lo spumante, ma di quello buono, e il dolce e vi si accomodarono alla bell’e meglio. Lei era estremamente cauta per la paura che si infrangesse sotto i suoi piedi.
Su di un fazzoletto di carta lui tracciò la rotta meticolosamente con tratti sicuri usando il rossetto di lei. Forse non era il tragitto più breve e diretto, anzi tutt’altro! questo era certo; era comunque quello più scorrevole e privo di insidie. “Speriamo bene” –disse.
Ma ci voleva pur qualcosa per far muovere quella carretta e anche in questo fu rapido nella soluzione: la sfiorò solo, come in un gesto fuori luogo ma delicatamente. Lei non ebbe neanche il tempo di fraintendere.
Issò allora le sue mutandine come una vela. Queste erano un indumento tanto piccole da non trattenere neanche uno dei luccichii del suo abito da cioccolatino e tanto leggere da non poter avere colore eppure, appena lui incitò il vento e queste lo presero e si gonfiarono, l’imbarcazione si mise a correre come un puledro imbizzarrito e allegro; più del vento stesso.
Con le mani le tratteneva in tensione e ne orientava la direzione; aveva una sorriso di soddisfazione che gli allargava il viso. Si sentiva come colui che aveva salvato il mondo. Così presero ad allontanarsi per arrivare.
Quella specie di barca traballava nella corsa e le piccole ruote sobbalzavano sul terreno scosceso; sembrava fossero i sentieri angusti a mantenere la direzione, coi loro ristretti margini, anche se così non era: non si lasciava indirizzare che dalle mani sicure e conosciute dell’uomo.
I cappelli e la minigonna di lei sventolavano come vessilli, garrivano fruscianti, mentre tentava di ripararsi dall’aria dietro al marito, inutilmente. La brezza le rinfrescava il viso e le imporporava le guance. Lui, al timone, offriva il petto al vento.
In realtà non sentiva freddo ma anzi il vento la rendeva come febbricitante, da sotto riceveva una strana smania, le gambe senza calze e con quella gonna che sbatteva impazzita, una sensazione speciale le saliva dal basso ventre denudato.
Tutta la sua pelle, interamente, era come arrossata, attraversata da una diffusa scossa elettrica. Avrebbe avuto solo voglia di mollare tutto e quella avventura e tornare a casa a fare all’amore fino ad essere esausta per alla fine abbandonarsi alla propria pigrizia.
Incontrarono un treno; ne avrebbero incontrati altri in quel viaggio. Uno mise fuori la testa con l’intenzione di gettare una bottiglia di vetro di acqua minerale ma il suo sorriso beffardo gli si spense fra le labbra quando s’avvide di essere in aperta campagna e che non c’erano che loro, comunque troppo lontani.
Il piccolo occhio della sigaretta sfavillava controvento. Allora quello gridò con forza un “Buon’anno!” che gli fu ricacciato in gola; a stento lo deglutì perché ne rimase quasi soffocato. La caracollante barca passò oltre.
Ormai il treno era sparito alle loro spalle e si era portato via anche il suo sferragliare, aveva solo gridato un’ultima volta in lontananza e presto restarono solo le rotaie nude e poi neanche quelle. Per un tratto corsero parallelamente ad esse.
Le rotaie invitavano come sempre alla morte; lui lo sapeva bene: ci aveva pensato più di una volta e anche non molti giorni prima in occasione dell’arrivo del dott. Sibilla, quando era rimasto a fissarle anche dopo che era passato un espresso che sembravano ancora vibrare e scivolare e allora si era chiesto come possono sfuggire i giovani a quell’impulso di suicidio.
Lei non pensava; tanto a che sarebbe servito? Eppure il treno restava per lei la partenza, l’emozione, la promessa e la meraviglia; fin da quando bambina i genitori la portavano per le stazioni e vedeva arrivare e partire tutti quei volti sconosciuti e non se ne sarebbe mai andata di là se non su uno di quei vecchi treni sferraglianti e sbuffanti che per lei erano così pieni di fascino.
Anche i suoni della stazione le mettevano allora allegria; anche quella voce misteriosa che parlava quel linguaggio metallico per lei incomprensibile. E la gente che si salutava quasi strappandosi brandelli di cuore.
Dove il sole non conosceva le stesse regole il sole batteva ormai la mezzanotte e Lei disse come se ne fosse preoccupata: “Non arriveremo comunque mai in tempo”.
Lui si lagnò per i suoi dubbi dell’ultima ora e di tutti i tredici anni di ritardi passati assieme tra una scusa e l’altra, sempre più inverosimili, eppure lei sapeva che se c’era una cosa che lui odiava era arrivare tardi ma come sempre non si perse d’animo e con il suo solito sangue freddo inventò su due piedi una soluzione proprio mentre le rinfacciava compito: “Forse non sarebbe sufficiente neanche se il tempo corresse all’incontrario”.
Spostò le lancette e rimise l’orologio indietro di un’ora con un sorriso soddisfatto, anche se non si dovrebbe farlo a cavallo di quella mezzanotte, infatti quando telefonò che stavano arrivando nessuno rispose dall’altro capo; poi guardò verso l’orizzonte. Fu così che per ore sentirono battere la stessa ora.
Gli alberi si chinavano riverenti. Canali, fiumi e mari si aprivano al loro fianco e in fretta si richiudevano. Acque diverse, qua calme e là rabbiose, non sempre sottomesse al vento. Scivolarono con uno splash morbido su una vasta pozza fangosa e gli spruzzi furono schizzati all’intorno e risero. Ma quella sera avrebbero dovuto attraversare anche un largo fiume, largo quanto non ne avevano veduti mai, e alcuni torrenti e nei pressi delle rapide le onde angosciosamente affaccendate gli avrebbero soffiato dosso il loro sottile vapore d’acqua.
Le ombre dei monti incutevano rispetto e intimidivano, come sempre. Il ponte si ergeva su di un vero abisso che faceva paura guardare giù. Infatti lei non guardò. Sul cielo che cambiava una larga massa nuvolosa scivolava silenziosa verso nord-nord-est. Quanti cieli avrebbero visto in quella loro grande avventura, nel loro viaggio sulle orme di Fogg.
Si annunciavano via via raggruppamenti di case, villaggi e città attraverso i campanili che spuntavano lì infondo, nella direzione in cui stavano andando. Erano città quasi prive di suoni anche in quella notte.
Ma cosa può restare dopo un viaggio come quello? Solo piccole impressioni, paesaggi rapidi e frettolosi: immagini. La sensazione principale era data da un senso di vuoto.
Traversarono quattro piazze, sette semafori e una paninoteca quasi deserta tra gente distratta e nemmeno Alice fece loro caso. E’ strano come ormai il mondo stia diventando deserto. L’uomo preferisce sempre più restare nascosto nella sua tana e in qualsiasi ora della giornata ormai le folle sono passanti frettolosi. Nessuno era nemmeno incuriosito dalla velocità con cui gli sfrecciavano accanto.
E attraversarono posti dove i bambini stavano ancora giocando e altri nei quali si apprestavano ai giuochi. Due di loro, un maschietto e una femminuccia, non ancora ragazzi, parlavano d’amore ma non conoscendone le parole cinguettavano e pigolavano già infelici. Luca, così almeno lo richiamò la madre, scavalcando una margherita vi inciampò e cadde bocconi.
Un pescatore assorto nel tentativo di ripescare i propri sogni da una bottiglia di vino buio non si distrasse un solo attimo; gl’occhi ormai assonnati continuò a cantare una canzone fatta di nebbie col volto scuro volto alla luna.
Una pia vecchia si batteva il petto settemilatrecentoundici volte sperando di non dimenticare nulla mentre la morte, ormai impaziente, si appoggiava all’acquasantiera imprecando come un turco per la fretta.
Il turco non imprecava, soddisfatto di aver potuto sottrarsi a quel compito ingrato e gravoso, avendo trovato chi lo sostituiva in ciò. Aveva lunghi mustacchi neri, il turco, e un mantello di un blu tenue sotto la luna e non aveva mai fumato in vita sua.
Eppure, in quella lunga corsa, ne incontrarono di personaggi strani. E esseri di tutte le età. E’ singolare come a volte si scoprono cose non conosciute quanto si pensa ad altro e si è distratto dal proprio viaggiare.
Al mercato del pesce ormai chiuso i gabbiani impettiti zampettavano, fra i banchi vuoti e il forte odore che emanavano, completamente padroni del campo e becchettavano e si azzuffavano e spettegolavano tranquilli. Facevano un brusio da mercato.
Un solitario turista istruiva un tassinaro annoiato sul percorso per rintracciare la propria malinconia e cercava la via più breve per evitare di risultarne imbrogliato. Il trentasette si fermò e non ripartì più in una nauseabonda pozza d’olio.
Un mendicante gettò la sua povertà fra le immondizie del giorno assieme alla vecchia fisarmonica che continuava a suonare quello sgangherato motivetto sempre uguale e sempre approssimativo e al piattino di ottone; timbrò il cartellino e staccò, anche lui si preparava alla festa.
Un giovanotto lasciò il lampione e un biglietto per la sua bella che non avrebbe mai letto: se ne andava in silenzio fra le braccia di un’altro lasciandosi dietro l’innamorato deluso e le stoviglie del vecchio anno. E l’altro le toccava il culo come fosse cosa completamente sua.
Un uomo trascinava violentemente sua moglie per un braccio e lei si lasciava trascinare come rassicurata. Più in là volò anche un ceffone ma si nascose dietro i primi botti. Lei gli disse “Scusa.” –e– “Grazie”.
Per quanto corressero nel verso inverso le ore passavano inesorabilmente e passavano perché non sapevano comportarsi altrimenti e allora, per non saper fare nulla di diverso, passavano contandosi con la più macabra pazienza.
Solo così arrivarono puntuali, non un minuto dopo, ma con un anno di anticipo e non se ne poterono subito rendere conto. Suonarono alla porta ma nessuno venne ad aprire. Gli amici attendevano impazienti e non vedevano arrivare nessuno.
Nemmeno lui poteva certo immaginare cosa era successo e quello che questo implicava: gli altri non potevano sentire ne lo scampanellio ne il loro bussare e anche se avessero aperto l’uscio, per una qualsiasi remota ragione, non avrebbero potuto vederli perché l’anno precedente avevano trascorso quelle ore in una discoteca, così ne loro ne gli amici c’erano gli uni per gli altri.
Ovvero erano là nello stesso identico momento, camminavano gli stessi passi, avevano la stessa apprensione e la stessa ansia, parlavano quasi lo stesso linguaggio ma non si potevano vedere ne sentire; li separava solo una porta e un maledetto anno.
In questa astrusa commedia in due atti il secondo cominciò solo allora e non riservava loro meno sorprese del primo. Stapparono lo spumante, ma di quello buono, da soli e soli lo bevvero su quel pianerottolo per non perdere l’istante che fuggiva. Passavano altri inquilini e questi li guardavano con meraviglia e perplessità pur senza vederli.
Nella donna il sottile aroma salì per il naso e si fece rossa e tentò come di starnutire portando le mani davanti al volto e finendo con l’arrossire: ora era sicura che meglio sarebbe stato se fossero rimasti a casa, magari a fare all’amore fino a stancarsi.¹


1] Scritto il 20 marzo 2002

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Non riusciva a togliere gli occhi dalle sue labbra. Era questo che gli aveva dato il coraggio di chiederle un bacio. E capì subito d’essere stato incauto. E precipitoso. Lo conosceva appena. Avrebbe voluto tornare indietro. Rimangiarsi le parole. Era troppo tardi. Lei lo ascoltò e poi ci pensò con uno sguardo distratto. Non si mise fretta. Gli spiegò, parlando come parlasse ad un altro, che non le sembrava proprio il caso perché poi lui gliene avrebbe chiesto un altro. E poi probabilmente un altro ancora. E poi magari si sarebbe fatto pieno di pretese e non sarebbero più bastati i baci. E magari anche sfacciato. Perché lei sapeva che si comincia… e poi come si va a finire. Si era fidata anche troppo. Non riusciva a trovare nessuno che non ci pensasse. Gli uomini erano tutti uguali. Si finisce sempre come non dovrebbe finire. E che non voleva che le stropicciasse l’abito perché tornando a casa avrebbe dovuto giustificarsi. Gli aveva detto tutto questo con un tono monotono prima di tornare a pensarci con aria annoiata. Controllò l’ora e cercò di fingere un sorriso per chiedergli dove avesse lasciato la macchina e per dirgli che tanto valeva… se aveva un posto… e ne aveva proprio voglia… che beh! era inutile aspettare. Se si sbrigavano poteva rincasare per cena.

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La prima volta accadde lungo l’autostrada, all’imbrunire. Quasi con naturalezza. Filari di viti correvano nell’altro verso. Colori. Tutto correva nell’altro verso. Scivolava via, come un giorno di pioggia sui vetri, anche se in una carrellata orizzontale.
Forse questo lo conquistò: la spontaneità o meglio quella specie di noncuranza; o forse fu colpito dopo dalla mancanza del bisogno di parole che dimostrò. La pura affermazione dei gesti compiuti, senza analisi, senza bisogni di premesse o promesse. Correva l’autostrada. Il tempo li bruciava come non riuscissero a coglierlo.
Le aveva detto come l’aveva notata e – prima che dovesse continuare le si accoccolò sulla spalla e lo toccò – altre banalità ben certo di dire banalità, senza preoccuparsene. Si trovò a stropicciarle un seno sodo e abbondante, ben modellato (come avrebbe poi potuto verificare). Una sigaretta. Per un attimo il fumo gli ferì gl’occhi.
Niente di troppo. La sua mano corse e scorse, la guida divenne meno sicura; la macchina rallentò. Silenzio rotto da rumori estranei. Resti sbriciolati di mura e case passavano più lenti nel suo campo visivo; perdevano le scie e si disegnavano netti in una luce pallida.
Le calze sulle gambe trasmettono elettricità, la pelle trasmette calore (trattenuto stridio microscopico, il tatto sul nylon). Il calore gli saliva alla testa. O forse fu la sua mancanza di pudore. Il ritrovarsi privo di incertezze. Quasi. O forse solo che lei non portava mutandine. Il film di quei minuti. I tepori che il suo tatto frugava; diversi, impronunciati.
Lei si piegò su di lui per un lungo, interminabile tratto. Tutto gli si fece più confuso. Ebbe paura di uscire di strada, di perdere quegli istanti; balbettò. Le macchine passavano, coi loro rochi rumori di motori, lungo la sua stessa direzione, poi si risucchiavano in un punto, lì davanti loro; poco sopra il volante.
Quando si rialzò ravvivando i capelli aveva provveduto ad infilargli un preservativo e allora abbassò il suo sedile. Lui provvide a fermare l’automobile approssimativamente al lato dell’autostrada. Il passaggio delle altre macchine scuoteva la loro; ma più ancora lo faceva il passaggio dei grandi camions. A ogni folata di quel vento impetuoso temeva di essere spazzato via. Tutto gli sembrò approssimativo.
Non si curò di niente altro. Fu una febbre, una cosa veloce. Non ebbe il tempo di pensare a lei. Le macchine continuavano a passare e fuggivano come pensieri. Non ebbe il tempo di pensare a loro lì. La luce era diventata un pulviscolo traslucido. I pensieri non passavano per niente.
Poi lei, con gesti semplici, rialzò il sedile e si ricompose; quasi subito. Nemmeno un rossore a colorarle le guance. Il silenzio non si interruppe. Non chiese nulla e questo divenne quasi un regola per entrambi, un tacito accordo. Il loro patto.
In seguito fu sempre uguale (e sempre diverso), nessuna domanda, nessun perché o quando. I gesti avevano continuato a correre precisi. Quei gesti che precisi si rincorrevano, che si inseguivano senza interruzioni o esitazioni. In posti qualsiasi. Trovati o improvvisati. A volte incredibili.
Sempre arrivava già senza rossetto ne mutandine. Il trucco ridotto al minimo; parca in tutto (ma non per questo aveva mai rischiato di scivolare nella frettolosità o nella trascuratezza… anzi…). Le parole saluti o brevissimi orpelli. Sillabe. Sempre lo stesso profumo, il sorriso pacato e tenue.
Quel suo naturale essere a proprio agio in qualsiasi posto, in qualunque condizione, gli era entrato dentro. Con lei riusciva ad essere completamente presente; come se vivesse unicamente in (e di) quell’istante. Senza problemi, senza angosce; senza un prima né un dopo. Non era null’altro che con lei. I loro appuntamenti precisi, staccati episodi, completamente estranei a tutto il resto. Di lei diventava importante poco più che il suo nome. Di lui non aveva chiesto niente.
L’ultima volta l’attese quarantacinque interminabili minuti, inutilmente, contandoli tutti, contandoli tutti come in un rosario, granello per granello, o quasi fossero le sue ultime parole e per questo misurate e trattenute fino all’impossibile, con affezione, davanti ad un parrucchiere ormai chiuso, rigirando il pacchetto tra le dita.¹


1] 19 novembre 1985

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