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Posts Tagged ‘appuntamento’

Se ne stava sola in cucina, sola fra i tintinnii vari, canticchiando mentalmente brandelli di canzoni, alla rinfusa, come i ricordi le suggerivano. Silenzio: solo quei fragili tenui odori, quei gesti misurati. Versò precisa i pelati sullo sfrigolare della cipolla nell’olio, questi produssero un suono roco, breve e acido; sprigionarono una piccola colonna di fumo sottile.
Di lui sentiva unicamente, provenire dall’altra stanza, attutito, l’armeggiare attorno a chissà che cosa. Si divertiva, lavorando, a indovinare i rumori come messaggi, e attraverso essi i gesti e i movimenti di Carlo, le sue espressioni, il suo aggrottare le ciglia, le sue mute smorfie.
Percepì e distinse il brandy che veniva versato nel bicchiere, il giaccio tuffatovi dentro. Per continuare nel suo gioco aveva spento l’aspiratore. I vetri erano opachi, appannati; e sudavano. Un tramestio appena accennato: lo sfogliare i dischi.
Si chiese se aveva fatto quanto lui si aspettava e se lui si sentiva più o meno a suo agio mentre consumava quell’attesa. Pensò a quando era arrivato. Poi solo un breve silenzio. Un tonfo sordo; cosa poteva essere? Si fece fretta, ora si trattava di indovinare più che di intuire. Infine, quando non fu più possibile trattenerlo e il tempo riprese il suo normale scorrere e a decidere l’ordine delle cose, …si… certo, il trascinarsi della puntina sul disco.
Le prime note, un attimo ancora per riconoscerle, era un vecchio disco di tanti anni fa, un disco che da molto tempo non ascoltava; note una volta frequenti e famigliari. Non lo canticchiava ormai più. I versi le tornavano alla mente nel loro procedere, avrebbe fatto fatica a precederli. Cominciò ad accelerare i gesti, scoprì una certa impazienza.
Eppure le sembrava di ricordarle quasi tutte quelle parole, gl’anni non avevano cancellato che poche marginali cose (note a margine con (quasi un quiz per (provate a indovinare): quale cantante? Il titolo preciso?) tecnica cinematografica – piano sequenza: lei che si lava le mani.) e si trovò giocoforza a canticchiare assieme al disco quella storia che era appartenuta al suo passato, cresciuta e morta con lei: l’uomo, il sudore (diciamo così) e l’amore; hanno tempi diversi e luoghi diversi ma uguale schermo per i sentimenti che vi si mercanteggiano. Lui aveva riccioli neri e solo un principio di barba filamentosa; allora. Era diverso, anzi, era un altro ma anche lei era un’altra. Fatta di altri colori, altri sorrisi. Forse altri sapori.
Versò il sugo sulla pasta, continuando a canticchiare in modo quasi immobile, l’odore si mescolò agli odori che evocavano più dei versi i suoni. Con i piatti fumanti lo raggiunse. Altre cose presero ad affollarsi e da quel passato giungere. Cantilene. Sovrapporsi. Qualche tra-lla-llà per giustificabili amnesie. Malinconia. nostalgie. Il sale del mare sulla spiaggia che rivomitava gli oggetti che il mare aveva masticato. Spiaggie. una vitrea alba. Ombre, ombre e ombre.
Carlo era lì, immerso nella penombra, nella poltrona e in un pianto a dirotto.¹


1] 29 ottobre 1985

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Il momento

Stringendo le rose mi sono punta al seno ma non è colpa mia se mi sono sbadata. Forse ha ragione Carla, o forse Elisabetta, è che non lo conosco bene come loro. Certo che fa piacere; sicuro che lo fa; e poi anche una sera può essere sufficiente. Ma da come mi ha vista e da come mi guardava sono certa che non era così. Non so né come né perché ma certe cose si sanno anche se mica le si sanno per sicuro. Voglio dire… che… insomma le rose rosse son sempre rose rosse. E io nemmeno mica compivo il compleanno. Questo è certo come è certo che il cane non muove la coda se non cerca dalla mano la carezza. Però è vero anche che il cane la piscia per dire che quel posto è suo. Cane e uomo in fondo non sono poi così diversi e quando mi ha guardata con gli occhi da cane la carezza mi aveva anche fatto prurito nel palmo e gliela volevo dare. E a volte è solo che non sai prendere il momento e quello, il momento, ti sfugge, maledizione; maledizione anche a lui che stava guidando. E alla strada che s’era fatta scivolosa e alla pioggia. E soprattutto maledizione al vino che alla fine era stato lui ad essere brillo. Dovevo pensarci prima, al cinema. Cosa posso sapere io cosa prova un uomo portando quella vita in mezzo alle gambe?

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Nonostante un nome roboante non aveva bisogno di fare virtù della modestia. Andava incontro al futuro con decisione ma la sua mente rincorreva il passato. Si incontrarono in quel posto ameno chiamato terra di nessuno. Si guardarono e si annusarono, inizialmente con sospetto. L’uno era fatto solo della fragile materia delle illusioni. L’altro ormai sopravviveva solo soccorrendo le proprie ferite. Lei ne aveva aspettato almeno uno in quel punto mediano; se n’era appena andata stanca di paziente attesa; insoddisfatta. Non sapeva in quale direzione rincorrerla e temeva quella incapacità di amare.

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Doveva pur esserci una ragione. Non lo capiva. C’è sempre una ragione. Alla pioggia aspettava e la pioggia lo infradiciava. Colpa anche del vento che spingeva dalla strada. Gli giunse un messaggio: sono stata trattenuta. L’aveva detto. Entrò nel bar per cercare di asciugarsi. Il bar era pieno di gente rumorosa. Prese un cappuccino. Rilesse le tre parole che gli aveva inviato. Non aveva scritto quando si sarebbero potuti rivedere. Cancellò il messaggio, sua moglie era così sospettosa. Intanto fuori il tempo aveva deciso di provare ad essere meno inclemente.
La sua curiosità di donna l’aveva spinta a guardarlo dalla macchina senza farsi vedere.

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RosannaSo che non sei
e che non sarai
ma guardo là
con la speranza
e frugo di vederti
come se fosse,
con uguale apprensione,
giorno per giorno
alla stessa ora del giorno
come ad un appuntamento
e l’attesa guarisce
e la delusione distrugge
ma so che tutto può tornare
e di un sorriso mi sorride il cuore.

Il viaggiatore sbadato mi guarda e non sa,
sgrana gli occhi e continua a tacere
ma il suo sguardo mi segue, è curioso
e si indaga in cuore in cerca di niente
mentre mi rifugio nell’altra parte del me.

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bustaNon sempre sono i pantaloni a fare il maschio. Delle cose che ho dimenticato, dall’ultima volta e dalle precedenti, una cosa mi si è ricordata proponendosi all’improvviso. E’ nel ricordo di te sulla porta, su quella porta; per il breve saluto. Me ne sono andato fin troppo in fretta. Quasi una fuga. Ed era ancora sospeso nell’aria quella nostra antica disputa. Le persone rimangono quel compromesso tra quello che fanno e quello che possono. Tra quello che cercano di essere e quello che vorrebbero. Possiamo parlarne quanto vogliamo, e anche a lungo. Restano solo parole. Come queste. Tessere che non si incastrano. Un puzzle incompleto. Non è sempre il bello quello che ci piace. Non lo fa bello il piacere. Non è che la poesia che mi hai inviato non fosse buona. Semplicemente non sai fare poesia. Non basta che sia tu a dire che sei un poeta. Che ti ostini a guardare la luna. Quella resta lì; la vedono tutti. Non basta che ti denunci come l’ultimo degli amanti. Che tu soffra. Molti soffrono d’amore. Molti di più ancora soffrono senza amare. E c’è chi soffre per non saper amare. E tu ami amandoti. No! non basta una semplice ricetta. Spaccare le righe o inserire una interlinea ogni tre o quattro. Frugare nel bidone dei sinonimi. Cosa vuol dire, qui calepino, e di lì trincio? Non basta che ti inventi i sostantivi. Che vesti col fiocco nero. Le maestre che si vestono da maestrine non sono per questo migliori insegnanti.
Quando ti scrissi da Parigi ancora speravo ma era già finita. Forse era il gioco dell’illudersi. E non c’era più nemmeno il ricordo delle barricate. Niente bruciava più. Partii prima che potessi rispondermi. Ricordi? E quando ti ho scritto, più modestamente, da Genova, per dirti tutto va bene, stavano massacrando il nostro oggi e il nostro domani. E da allora ho smesso di mandare cartoline. Tu ti ostini a non voler uscire dalla torre di cristallo. Dalla tua vetrina. Forse perché solo lì ti senti bella. Potrei cercare di lusingarti. Potrei persino provare a corteggiarti, ma forse questo è il meglio che so fare. E poi non posso farlo, rischierei di essere io il primo a confondermi. Rischierei di dare in pasto il cuore ad un branco azzannante. E allora ricorro a queste parole che anelano silenzio. Strappala dopo averla letta, che non ne resti ricordo alcuno. Che non si senta nemmeno il rumore della carta strofinata tra l’indice e il pollice, come fosse carta moneta.
E poi chi è la Marina. Quella sempre in cornice o quella con il seno piatto. Lo so che le cose non si devono necessariamente dire. Che io a volte parlo e a volte straparlo. Nel sopportarmi hai già pagato un prezzo alto. Tu mi potrai chiedere: “serve andare oltre?” Non ho mai imparato la misura dell’amicizia. Forse è di questo che semino rovine e silenzi. Da tempo ho smesso di dire che gli strani sono gli altri; per il semplice motivo che sono io quello inadatto. Saluto la vicina. Mi scordo la bolletta da pagare. La porta aperta, o la chiave nella toppa. Se non la lascio chiusa dentro, la chiave. Ritrovo volti che ho scordato. Ho perso una quantità inimmaginabile di giorni e mi sembra di non averne più. Tu a struggerti e fuori piove. Che pianto immenso. Che spreco immane. E questa lettera che non si merita risposta. E non mi chiedere notizie di lei. Vorrei che fosse qua. E questo basta. E poi cosa vuol dire: amare?
Ci vediamo al solito bar.
Epigone

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Caro amico, se così mi posso esprimere
bustaForse le lettere non sono più di moda ma mi sembrava un mezzo simpatico per precisare alcune cose. E a dire il vero, ora, in questo preciso istante, non ne vedo altri. E se uso il lei è per trovare quel giusto distacco. E, ad essere altrettanto onesta, vorrei evitale, e allo stesso tempo evitarmi, qualsiasi possibilità di dubbio e soprattutto di imbarazzo. Niente è cambiato e niente può cambiare.
Non deve pensare che quella sera sia successo qualcosa perché quella sera non è successa nessuna cosa. Certo non era la prima volta e una somma di volte a volte può essere premiata. Se trova il premio è il premio alle sue attenzioni. Gliele riconosco. Non che, non mi faccia dire cose che vorrei non dire, continuando a fare tesoro della mia riservatezza, certo è stato piacevole ma è stato il piacere di una volta. Mi era chiaro fin dal primo momento, siamo adulti, grandi abbastanza, e penso fosse chiaro per entrambi. Non si preoccupi: non posso pensarla che con affetto. Spero che anche lei vorrà essere altrettanto gentiluomo di quanto è stato galante.
La cravatta che ha scordato da me gliela farò avere pulita e stirata quanto prima. Se era un pretesto non c’è nessun pretesto. Se non lo era meglio chiarire. Comunque le ho tolto quella pena (la pulitura provvederà nel togliere le macchie da sugo). Non ci sarà nessuna altra volta dopo la prima. Vorrei qui evitare le solite piccole mortificazioni che sanno di persone che non sanno camminare sul mondo. Non tutte le donne sono come le donne. Come lei le sa pensare. Deboli. Fatte di anima e di sospiri. Poche parole son state fin troppe. Quei mezzucci che non mi appartengono. Quelle cose meschine del vino, dell’allegria, dell’atmosfera particolare, della compagnia, di è stato un momento, solo una debolezza. Benché donna non sono quel tipo di donna. Oserei dire di donnetta. Non che la sua insistenza e il suo garbo non abbiano avuto una loro ben orchestrata importanza. E si ricordi che, anche se nessuno lo dice, alla fine, in quei momenti, quasi sempre l’imbarazzo è maschio.
Spero che questa lettera arrivi direttamente in sue proprie mani e che non le rechi nessun tipo di disturbo.
Con cordiale simpatia
Firmato: VanaGloria

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