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Posts Tagged ‘arrivismo’

Si erano conosciuti che si può proprio dire erano ancora ragazzini cioè la loro era una storia che durava da sempre. Una di quelle storie felici da portare ad esempio. Erano allora studenti, giovani universitari. Poi lui avrebbe lasciato dopo otto esami adducendo come motivo la giustificazione di non essere capito. Ecco, forse per penetrare fino in fondo la storia, il lettore dovrebbe soffermarsi su queste ultime parole che all’inizio della loro storia lui aveva pronunciato: “Sono solo persone grette e ignoranti. Non in grado di capire uno come me”. Ma allora lei lo guardava con gli occhi di un amore che stava sbocciando e probabilmente non diede a quelle parole il peso che si sarebbe dovuto dare. Insomma un paio di volte lui aveva anche provato e riprendere gli studi, ma aveva sempre lasciato per lo stesso motivo e non aveva mai finito. Non era grave ma erano numerose e lo sarebbero state di più le cose iniziate e poi lasciate là e mai finite. Lei continuava a guardarlo come si guarda un figlio ed erano incapaci di stare distanti uno dall’altra. I loro occhi e le loro mani erano tutto un cercarsi. Lui parlava e la gente gli prestava attenzione, ma lei nemmeno sentiva quelle parole, gli bastava riempirsi la vista di lui. E lui raccontava in giro di come lei cucinava bene e fosse attenta nello spendere, cioè fosse parsimoniosa, e di com’era attenta anche alle piccole cose. E ballava sulla vita e sui piccoli palchi tranquillizzato del sostegno della sua amata, confortato dalle sue coccole, sicuro dell’assidua presenza del suo seno.
Decisamente quel mondo era troppo piccolo e lui non era adatto alle piccole cose. Qualcuno a fatica può ricordare ancora quando decise di essere un grande scultore. Opere non ne rimangono. Ciò che ricorda il suo nome è più legato alla sua produzione matura, molto varia, che spazia in molti campi ma sculture non ne rimangono e fuori resta la musica. Nonostante vari tentativi anche sostenuti dalla sua proverbiale tenacia, unita allo zelo, non è riuscito mai a far suonare uno strumento. Non se ne diede neanche questa volta ragione ma si sa che nessuno è perfetto e la società che ci circonda non è sempre preparata ai veri geni. La sua sposa non rinunciò e continuò a sostenere quel suo amore maestro di vita con la stessa indefessa vicinanza e affinità. Il parere di quel qualcuno era che lei si esprimesse in senso più compiuto e che le cose le riuscissero meglio, ma lei amava fare il pane e seguire la famiglia; famiglia che presto, grazie al loro grande amore, non tardò ad ingrandirsi. Potremmo dire che la loro era una storia perfetta, che il loro era un mondo felice che un mondo felice può vivere e sopravvivere in questo mondo. Così lui partì e poi torno, come fanno molto uomini. Fece il padre senza impararlo e allo stesso tempo continuò a fare il figlio; stupito. Però era un tipo di sani ideali: quando si giocava alle battaglie lui faceva sempre l’indiano. L’indiano nel senso del pellerossa, cioè nel senso dell’indiano come nativo americano. Era sempre dalla parte giusta. Non partì per il Cile ma fu fermamente contro il boia con la divisa. Non amò mai nemmeno nessuna divisa. Inutile cercare di documentare oltre le sue posizioni ideologiche perché sono sempre state chiare e indiscutibili. Coerenti. Lui non era tipo da compromessi. Forse solo per quanto succedeva nel nostro paese era disposto a qualche concessione, cioè si trovava spiazzato e un po’ confuso. La cultura, pensava, non ha un padre, e soprattutto non ha una madre. Almeno la cultura vera.
Si presentò alla Feltrinelli con un manoscritto che a suo dire, e ne aveva certezza, avrebbe rivoluzionato il modo di capire e fare la storia di ieri e di oggi. Titolo: Le gesta dell’Italia spiegate da don Peppone. Sottotitolo: Storie di ieri e di oggi per capire la grande Storia Patria. Quei quattro ignoranti hanno fatto uno sciopero… Non, chi racconta la storia ha fatto una piccola confusione. Quelle parole fanno parte del testo di una canzone che lui amò in anni lontani. Per tornare alle vicende dell’oggi quei quattro ignoranti gli respinsero il manoscritto con scusa che apparivano già al primo sguardo prive di fondamento e di circostanza. Bestemmiò convinto che nemmeno l’avessero letto. La sua sete di verità aumentò da quel preciso istante e così la sua caparbia lotta per ristabilire la verità e diffondere il sapere. Mise una targa affianco alla sua porta con inciso il suo nome, la data di nascita e la data in cui il manoscritto era stato rifiutato. Lasciò ampio spazio di marmo vuoto sotto per dar conto delle vicende che sarebbero seguite. Si iscrisse ad un corso di giapponese che non riuscì a terminare per impegni vari fra cui la presentazione come capolista alle condominiali per un gruppo che chiedeva la distribuzione in base all’uso delle spese dell’ascensore. Purtroppo tale formazione politica ebbe poca vita in quanto trovò l’opportunità di acquistare una piccola casa colonica fuori dalla grande città e dalle logiche della convivenza. In città tornò un paio d’anni dopo, ma nel frattempo aveva perso l’abitudine a tutto quel rumore e quella confusione. Nel suo studio regnava sempre il completo silenzio o era invaso garbatamente solo di musica classica. Fu in quel periodo che divenne grande fotografo amante in assoluto del bianco e nero molto contrastati e deciso antagonista di Henry Cartier-Bresson. Ancora una volta poco compreso tornò al vecchio amore per il giapponese ma senza studi convenzionali, disse. In verità si limitò alla scoperta della grande poetica haiku e ne apri un Seminario in casa trovando una decina di proseliti.
Per un attimo pensò di fondare una nuova religione di cui lui sarebbe stato il naturale nume ma capì che la sua stessa vita era testimonianza dell’asceta, del cammino di un uomo che si elevava. La sua vita era lezione di vita. Ebbe una certa notorietà in quel periodo la sua iniziativa multimediale: E’ da un rutto cosmico che è nato l’universo. A cui seguì la ancor meno celebre: Bakunin, colui che avversò le rotatorie e assassinò l’anarchia. Sulla guerra di Spagna diede delle letture epiche nelle quali però non mise mai ordine. In tutto quel gran da fare si trovò vecchio restando in fondo il bambino di sempre e continuando ad importunare gli arrivisti che avevano raggiunto facilmente la notorietà grazie alla loro predisposizione al compromesso. Lei continuava ad amarlo come il primo giorno e forse anche di più seppure con un velo di rassegnazione. La vita non aveva loro certo fatto mancare anche prove dure e dolorose, ma quelle prove non erano riuscite che a rafforzare il loro rapporto. Ognuno era l’aria che l’altro respirava. Quel meraviglioso ingranaggio si inceppò solo davanti all’ultimo dei loro numerosi traslochi. Sfrattati avevano cominciato a raccogliere tutte le loro cose, ricordi di una vita. E ne avevano mandato avanti la maggior parte con due viaggi di uno sgangherato camion. Erano quasi arrivato alla fine e la casa cominciava a sembrare vuota. Lui si era intestardito per un paio di vecchie scarpe da tennis e per un monopattino dove aveva disegnato un bambino che rincorreva un pallone. Lei provò a farlo ragionare senza riuscirci, come sempre. Il camion aspettava. Mise in una scatola le tazzine che le aveva regalato una zia per il loro matrimonio con dipinte vedute di Pisa, assieme alle foto di famiglia. In un’altra mise tutti i dvd di videogiochi. Alzò le spalle e si chinò sul lavoro che le rimaneva da fare mentre lui organizzava e inventariava. Avevano caricato tutto per l’ultimo viaggio ed arrivò il momento di salire nel mezzo. Solo allora si accorse che aveva un ego talmente enorme da essere impossibile da trasportare. Imballate le ultime cose, fra cui le stoviglie, decise di seppellire quell’ego sotto il grande olivo. Ora finalmente sembra che lui riesca a stare saldo e tranquillo in un posto più a lungo di quei cinque minuti nei quali riusciva a stare fermo su un’idea.

In questo caso le foto sono state rubate in rete nel profilo Facebook di Antonio Oppo e, come tutte, non hanno nessuna relazione diretta con il racconto.

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