Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘arte’

Mercoledì 10 aprile ore 20.00
Venezia – Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato

Venezia apre le porte al Convoy Vik – Gaza to Italy

6 giovani artisti dello Shababik Center di Gaza – Finestre su Gaza – sbarcano in città.
9-10-11 aprile 2013
IL 10 ALLE ORE 20.00 INCONTRO CON GLI ARTISTI E LA LORO ARTE E CENA PALESTINESE

9 aprile – arrivo ore 16 alla Stazione Ferroviaria accolti da giovani attivisti che li porteranno in giro per Venezia.
Trasporto bagagli nella casa dove sono ospitati.
Serata di benvenuto tra pizza italiana e tiramisù. Sala eventi Teatro ai Frari, chi vuole partecipare si prenoti al 3483209160.

10 aprile – Giornata di contatto con realtà studentesche – Liceo artistico M.Guggenheim – Carmini – Laboratorio di tessuto e video arte.
Colazione veloce e partenza, con altri giovani attivisti, per giro musei veneziani.
Ore 20 Serata di scambio culturale e umano tra artisti e studenti delle varie università veneziane. Mensa Ca’ Badoer – lato Basilica Frari dietro all’archivio di stato. Proiezione lavori dei giovani artisti, scambio di idee e proiezione cortometraggi offerti dal Videoconcorso Pasinetti sulla Palestina, Gaza e Vittorio Arrigoni per il secondo anniversario della sua morte.
Cena palestinese.

11 aprile – breve giro artistico della città – Tarda mattinata partenza per Bologna.

Invitiamo tutte le persone interessate a partecipare alla sera del 10 presso la Mensa di Ca’ Badoer ai Frari per far sentire a questi giovani gazawi la nostra considerazione e il nostro affetto.

Associazione Restiamo Umani con Vik
Coordinamento per il Medio Oriente
Centro Pace Comune di Venezia
SOSDiritti
Tuttiidirittiumanipertutti
VideoConcorso F.Pasinetti
Liceo Artistico M-Guggenheim
Ca’ Tron Città Aperta

Read Full Post »

[Storia di Gualtiero detto Guy]¹

La paura dei venditori immigrati abusiviNon è raro trovarlo in portineria di quel condominio popolare con il bocchino della tromba fra le labbra che ci da dentro a tutto spiano. Gonfia le guance che sembra Gillespie e stringe gl’occhi e suona la sua musica silenziosa verso il cielo. Allora non fa caso a nessuno e prende assoli come solo i grandi sanno. Non c’è musica più bella e più nera della sua. Allora mi è facile capire perché gli angeli hanno scelto questo strumento, mentre suona con loro.
A causa di un brutto incidente, che gli occorse in autostrada mentre partiva per le ferie e che gli valse questo posto, Guy ha perso l’uso della mano sinistra. Il braccio pende completamente inutile alla fine del braccio rinsecchito. Questa menomazione gli crea disagio in tutti i suoi movimenti ma lui non vive il suo stato come una menomazione. E questo non può creare ostacoli alla sua musica. C’è sempre un bicchiere pieno sulla tavola di casa sua.
A volte, mentre se ne va distratto, dimentica anche di essere per la strada o in qualsialtro posto. Silenzioso e assorto con la destra fa virtuosismi incredibili privo anche dell’ancia. Le dita che frugano l’aria premono rapide sui pistoni mimando interamente qualche grande classico, nota per nota, della registrazione tal dei tali. E suona. Suona spostando il capo a scatti di lato o si suona fin dentro allo stomaco. Suona da per tutto e quando non suona le sue dita tamburellano e tengono il tempo perché la musica, quella musica, per lui è tutto; è la sua stessa vita.
Non beve e non fuma Gualtiero, perché questo è il suo nome completo, quel nome che nessuno ormai rammenta più per intero. Tutti lo conoscono così e lui è personaggio molto conosciuto. E’ molto magro con naso che gli ombreggia la bocca. Ha sempre un po’ di peli ispidi di barba mal rasata e i capelli radi tagliati cortissimi che accarezza verso la fronte e ha sempre un sorriso largo stampato in viso. Non ricordo mai di averlo visto se non sorridente.
Continuamente con la mano buona si tira su, data la magrezza, i pantaloni prendendoli per il davanti, sulla fibia della cinta. E ha un incedere leggermente claudicante e dinoccolato grazie a quella maledetta disgrazia. Quasi come avesse un equilibrio incerto. E’ un po’ come se quello scheletro di poco rivestito non fosse altro che una struttura morbida, di gomma. Tutto questo lo aiuta a farne il bianco più negro del luogo.
Nessuna banda dei dintorni potrebbe suonare mai senza invitarlo a unirsi con loro. Nessuna serata sarebbe possibile senza di lui, anche solo a far baldoria e tirare notte. Non si può passare dalle sue parti senza andare a bere un gotto da lui. Anche perché lui sogna in grande ma con gli amici ama la compagnia e non guarda la musica; suona all’occorrenza.
Prima non badava molto al vestire ma da quando si è sposato la moglie si prende cura anche di questo e ha sempre una lunga sciarpa intorno al collo. Forse è un po’ meno lui ma lei se lo coccola come un cucciolo. Lei è molto più alta di lui e questo accentua il senso di protezione che esprime il loro abbraccio. Quando gli mette la mano sulla spalla lui si fa piccolo piccolo come sotto un’ala piumata; il pulcino.
E’ stato un matrimonio il loro, come se ne son visti pochi, e non solo dalle nostre parte. In un’area allestita con capannoni, grande come due campi da calcio. E c’era la pista per ballare, naturalmente; dove si è ballato per due giorni. E c’era il posto per mangiare e per due giorni quel nuovo paese ha mangiato e bevuto. Ha cantato, gridato, brindato e fatto i suoi bisogni nei bagni in lamiera o dietro la sponda del canale. Non si ricorda a memoria una festa paesana tanto grande. Quattro maiali di notevoli dimensioni hanno fatto le porchette e non sono sopravvissuti. Vagoni di cibo sono stati spazzati via come foglie dal vento. La catasta vuota delle botti di birra ha richiesto due camions. Il parmigiano veniva affrontato con tanto di accetta per ridurlo in scaglie.
Ma dentro al suo cuore ha sempre avuto un grande cruccio: quella maledetta canzone che non è mai riuscito a suonare. Nota per nota l’ha ricostruita tutta, ogni passaggio, ogni sfumatura ma giunto sempre in quel preciso punto la tromba del maestro prendeva un acuto in modo divino, la sua cornetta precipitava in un raglio sgraziato; o guaiva. Ogni volta sperava, si emozionava e con l’incedere dello spartito si caricava e poi quel suono, cadeva e gli precipitava addosso lo sconforto e la rassegnazione più assoluta.
Nel bene o nel male con quella musica sognava e si addormentava. Forse è questo che distingue i semplici mortali dagli Dei –si diceva; e sempre dopo l’ennesima delusione riponeva lo strumento nella custodia, la sbatteva in un angolo imprecando e poteva stare anche giorni senza riprenderlo in mano. E anche se durava poco per quel poco restava scontroso. Ma poi c’era sempre qualcuno e una ragione per svuotare quel bicchiere di vino. Tornava con gli uni a fare quella loro musica campagnola da ballo sull’aia e con gli altri ad accompagnare improbabili cantanti che inseguivano inverosimili ska e con altri ancora a intonare marcette o tutto quello che era tessuto nelle note.
Forse bisognava essere stati nel Delta, a New Orleans, per suonare e vivere quella musica. Forse non bastava averla vista in faccia ma sarebbe stato necessario averla accompagnata, la morte, almeno per un breve tragitto. E aver bevuto di quelle notti e veder salire le puttane e poi ridiscendere ancora tristi. E aver sfidato il cielo e aver fatto a chi la suona più forte. Forse neanche la luna è la stessa. Certo quella musica non lo era perché gli mancava una nota, sempre quella. E vallo a spiegare tu che era semplicemente un mezzo quando questa diventa un tutto.

Il disco girava sul piatto: “The complete town hall concert”² pieno di nomi mitici e di suoni mitici. Con quel “St. Louis blues” che restava inarrivabile. E c’era anche il grande Jack. Ma su tutti quella tromba rantolante.³
Prese il disco fra il pollice e l’indice. Lo tenne piatto e deciso colpì l’angolo della cassa. Il disco andò in frantumi.


1] Il titolo deriva da: Dippermouth (o più semplicemente Dipper) perché aveva una bocca a forma di mestolo.
2] I grandi suoi classici dal 1928: Ain’t Mibehavin’
3] Satchmo (da Satchelmouth, bocca a forma di borsa).
scritto il 11.11.1994

Read Full Post »

Io l’avevo detto subito. A dire il vero il titolo per esteso dovrebbe essere Se un giorno un blog. In fondo il bambino che gioca non ha altra colpa che l’esserci lasciato fascinare. Nemmeno quello, il bambino, che sopravvive in me. E il titolo richiama un romanzo; un romanzo come scatole cinesi¹. E’ l’immagine che mi detta e che mi sembra più adatta. Ma è pur sempre un romanzo. Prosa. Parole. Rumori. E allora “Venghino, siori venghino, alla grande fiera”. C’è chi parte. La maggioranza arriva. Stazione affollata. Stagione sempre puttana.
Non c’è un modello. C’è chi lo apre, il suo blogghino, per noia, chi con presunzione, chi per solitudine, chi par stare alla moda: lo fanno gli amici, chi per dire cose importanti, chi credendo di dirle importanti, chi per cambiare il mondo, chi solo per capirlo; e poi tanti altri. Per fortuna, a volte, un post, serve anche per testimoniare, per militare, per denunciare. Cioè la colpa non è mai dell’oggetto ma dell’uso che se ne fa. Non sono qui per questo. Non sono un giudice. Son tutte belle le maschere, persino quando mostrano la carne nuda.
In realtà volevo solo colpire “certe” presunzioni del momento o di sempre. Perché mi sembrava buffo. E poi non avevo voglia di scrivere. Volevo lasciare le idee a riposare. Certo non credevo ne nascesse discussione. Ma il non credere non giustifica né emenda. E ci rimpalliamo. Ifigenia mi segnala un bel post sull’argomento. Ross lo richiama nel suo blog. Martina denuda la nudità virtuale e cerca il bello nel bello del blog. Siamo già una piccola comunità. Non che sia qui, certamente, ma… E’ così che si nascondono gli assassini poeti, spesso pessimi poeti ma ottimi assassini; e la grettezza che a volte si cela dietro una maschera di perbenismo e di nobiltà d’animo. Ma anche nella celia. Nemmeno la rete è il paradiso. E io sono agnostico.
L’avevo detto prima ancora di cominciare: è solo un blog. Era un giorno d’aprile quel giorno. Il 30 aprile dell’ormai lontano 2008. Non che non ne fossi cosciente: collaboravo allora con un amico. Poi… non è il caso di parlarne. Ancora oggi mi risulterebbe più semplice dire quello che non è. Non cercavo un ventre materno dove nascondermi nel tepore; non era per alcun timore. Non avevo il bisogno di dar aria alla mia voce. Non cercavo incontri. Lì, tra le macerie, ci stavo bene. Beh! non proprio bene ma ci stavo. Mi ci ero abituato. Anzi rassegnato. A ripeterlo me ne sono annoiato.
Il blog è un meccanismo infernale, ti trascina nel suo chiacchiericcio, fino a scrivere a me stesso, o a scrivere per non scrivere. Proprio come nel post a cui faccio riferimento. La rete ti prende. Giochi a rimpiattino. Magari è anche perché non ami i no. Non ti riesce di nasconderti. Nemmeno quando hai voglia di silenzio. Magari ti dici “ci vediamo su Facebook”. Sei una bestia ma una bestia sociale. Io ho iniziato perché volevo solo essere d’aiuto ad una cara e bravissima amica blogger. Non so se mi posso definire un blogger. So che me la sono cercata. A propositi della Cara è soprattutto femminile il bisogno di cambiare spesso abito.
Per tornare a me spesso licenzio scritti che nemmeno mi piacciono, e lo faccio con soddisfazione. Scrivo quasi con dispetto. Raramente mi prendo sul serio. Non anatemo. Per questo e molto altro non mi dico “Cazzo se sono bravo”; non è per questo ed è l’ultima cosa ad interessarmi. Non lo sono e la mia presunzione non è così vasta, né la mia libido così esigente. Poi questo imbroglio e questo labirinto di post. Non è valido. E’ un colpo basso. E’ un imbroglio. Mi seguite? siete matti. Perdonate la digressione ma ricordate che “I matti non hanno il cuore o se ce l’hanno è sprecato”².
Perché non potrei anch’io voler essere “splendido”? Ad esempio il 23 ero alto, biondo, con occhi verdi (ma quelli li ho) e molto ma molto affascinante. Storia complicata la nostra, quel giorno. Soprattutto non avevo nessun dolore perché avevo ventiquattro anni. Non vi dico le avventure che mi sono successe. Degli altri sapete. Il 19 ero un partigiano. Nemmeno lo ricordo quando fui furbo. Ho amato amori mai nati. E donne non esistite. E persino una vera. E simpatizzato con tutti. Senza pietà. Ho ammazzato. Non ho mai avuto paura.
Potrei essere qualunque cosa. E oggi somiglio più di sempre a quel Quasimodo. Nella realtà sono di quelli che avevano vent’anni nel 68. Scorza dura e non un ex. Scusate, anzi no, va di moda: qui non siamo che avatar. L’avevo detto prima ancora di cominciare. Certo dovevo saperlo. Solo uno stolto poteva fingere. Dovevo capire come sarebbe finita. Eppure “s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto”³. Eppure anche a me, non lo nego, piace far casino. Poi capita che ci si conosce. No! non è del tutto vero. Non è quel “Finalmente!” che dice Ross. Ecco dove volevo finire. Si incontra la persona, non il blogger. Il blogger resta nella sua schermata. Inchiodato. Fotografato per sempre. Come in una immagine funeraria. Lui non è di carne ma di parole. Non è reale. Io non lo sono, con pace di tutti, me compreso. E se volete parlarne seriamente dovremmo rimandare tutto a quando ho un attimo serio. L’ultima volta è stato un immane casino. Ma questa è una storia di baracche e di occupazioni e non. E per quelli come me non viene mai la voglia di rinunciare, anche poco dopo ogni ultima sconfitta.


1] Italo Calvino: Se una notte d’inverno un viaggiatore
2] Francesco De Gregori: I matti
3] Francesco Guccini: L’avvelenata

Read Full Post »

Frettolosamente. A parte le zanzare della cultura. Non parlo dell’altra umanità. Parlo proprio degli insetti. Si accanivano con ferocia. Solo ai giardini napoleonici. Avvicinandosi con fare indifferente. Strano: zanzare che hanno l’ambizione di mordere solo in ambiente colto, raffinato; dove a piene mani si spargono i semi dell’arte e dell’intelletto. Dicevo all’inizio: a parte quel diversivo fastidioso, il grande contenitore è come sempre favoloso. Ma Venezia, si sa, è di se una grande opera d’arte da lasciare sempre stupiti e fascinati. Viverci e come vivere nell’arte. Il contenuto invece lascia, come sempre, invero in un immersione di perplessità. Dove va l’arte o le arti visive, o le arti figurative, o l’accidente che si vuole? Questa credo sia la domanda che si dovrebbe porre una vetrina prestigiosa come quella. Quella che, non senza un leggero senso di pomposità, è stata titolata «Esposizione Internazionale d’Arte Fare Mondi».
Insomma ci vado con tutta la mia buona volontà. La compagnia è buona. Non so perché Lei non né ha già parlato. E poi c’è anche Lei. Insomma dovrei essere contento a prescindere, di default, comunque. Invece ho un senso di “ansia da prestazione”. Non so cosa aspettarmi e non tutto quello che mi aspetto mi promette sensazioni gradevoli. Ne ho sentito parlare; è argomento che non si lascia ignorare. La città se ne mostra fiera. O forse viceversa. E poi da veramente un tono, parlarne. Eppure come avanzo ho come la percezione di confusione. E che anche la disposizione dei padiglioni vi contribuisca. Come se quella “confusione” fosse cercata; in qualche modo voluta e/o perseguita. Una confusione d’artista, insomma. O l’arte della confusione. Indubbiamente “l’offerta” è esuberante e questo porta ad un logorio percettivo. Ad una veloce stanchezza. Ed a una altrettanto veloce rimozione del già visitato. Ovvero tendo a confondere le sale e gli artisti visitati e a ridurli velocemente all’oblio.
Non che non vi trovi stimoli, ma sono quasi tutti presto accompagnati da perplessità e domande. In alcune sezioni non so comprendere, faccio venia della mia ignoranza, quale sia l’offerta dell’autore. Non è per una questione di mercato, ma per una di sopravvivenza. Un artista, per campare da artista, dovrebbe “guadagnare” dalla sua arte, mi intestardisco a ripetermi. Parlare di mercato fa volgare. Parlare di mangiare forse. Credo di sapere quale può essere lo spazio che si può ricavare un quadro. Mi sfugge come si possa offrire, ad esempio, ma solo come esempio, quei suoni e quei rumori. Fatico a farmi capire. Vado oltre. Mi distraggo da questa perplessità. Infondo l’arte è solo arte. Può, e deve, parlare con se stessa, e di se stessa. E nemmeno mi credo troppo conservatore in fatto d’arti. Per chiarezza, e a prescindere, il mio atteggiamento a riguardo e tutt’altro che di disdegno per le avanguardie del 900. Credevo di essere aperto, invece probabilmente non lo sono. Mi sorge il sospetto che l’«arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica» possa contenere elementi truffaldini. E che a quel punto l’arte possa essere, al massimo, artigianato. E’ questa una osservazione però su cui mi va di sorvolare. Ché abbisognerebbe di troppo spazio per essere qui trattata.
L’arte, nel senso di pittura (ma ormai pochi pittori dipingono), si è interrogata allungo sugli spazi all’interno dell’opera. I contemporanei si interrogano sugli spazi in cui interviene l’opera. Sempre spazio è, ma non riesco a cogliere spesso interesse per l’intervento dell’opera. Né sul significante né sul significato. Colgo delle citazioni. Colgo però anche delle riproposizioni, e numerose. Se n’è parlato in molte sedi ma con circospezione. A nessuno è dato interesse di mostrare la propria ignoranza. Io mi posso permettere di non avere di quei pudori. Sono solo uno che guarda. Uno che vede. L’uso dello spazio mi sembra un quesito affascinante. Non altrettanto la puntigliosa riproposizione dello stesso quesito e del suo modo di risolverlo. Infondo un paio di saloni dell’Ikea (scusate l’involontaria pubblicità) restano, per me, spazi che l’Ikea avrebbe potuto utilizzare al meglio. A parte il fatto, stupido da parte mio, di chiedersi come nessuno di essi rappresenti la Svezia. Ci sono, è vero, le sedie di Hugo Alvar Henrik Aalto, sempre primo nelle enciclopedie, ma sono al bar.
C’è gente che mostra vero e profondo interesse. Molti fotografano nonostante i numerosi cartelli. Qualcuno prende persino appunti. Cerco di interpretare, a bocca aperta, un perfetto trasporto davanti ad un vero estintore; ovvero davanti ad una coppia che interpreta se stessa nella quotidianità approfittando di un divano davanti ad una televisione che trasmette cartoni. Sono talmente realistici da sembrare vivi. Credo, sempre come esempio, di cogliere in alcune opere una riflessione sull’Art Nouveau (Liberty), cioè sulla cosiddetta secessione viennese, proprio quella di Klimt e Schiele, ma stanno dentro il padiglione Egiziano. L’impressione non è solo mia eppure non abbiamo frequentato gli stessi studi. Io manco ho studiato. E’ vero però che abbiamo molte affinità e sensibilità in comune. E dire che è un padiglione che ho apprezzato, soprattutto per quelle sculture che a me ricordano quella storia di quel paese. Poi non trovo grecità nella proposta greca. La pittura in paesi di grande tradizione come la Francia o Belgio pare bandita. E c’è dell’altro: alcuni “autori”, infatti, seppur distanti fra loro per storia e provenienza, propongono esattamente lo stesso prodotto. Sospetto che il pericolo sia quello del «pensiero nell’epoca della sua riproducibilità tecnica». Di un pensiero unico, omologato; si potrebbe dire stereotipato. Solo che questa non è la proposta di un artista ma una riflessione che può nascere solo dal pubblico. Non so cosa ne pensate voi ma io voglio tornarci.

Read Full Post »

GuerrieroScusate ma vado di fretta.
Peccato Lei non c’era, la divina ha perso un appuntamento. Ci saremmo divertiti. La sua penna caustica ne avrebbe fatto un quadretto sicuramente più gustoso. Io faccio quello che posso. Non ho certo la sua verve. A dirla tutta quasi quasi mi annoiavo.
3 giugno 2009. Me n’ero scordato. Ci andiamo alla spicciolata, tanto ci troviamo là. Come detto Lei non viene. Ultimamente ha qualche ritardo e qualche assenza. Bisogna prenderla com’è e come viene. Del resto mica ci si può fare diversamente. Gaetano invece ci raggiunge lì col suo cane. Rossana, naturalmente, mi viene incontro. E’ lei la vera invitata. E poi è di quelle che, se è il caso, anche se ha tempo, non aspetta tempo. Ovvero quando lo aspetta sbaglia. Infatti stavolta mi aspetta davanti al ponte di Calatrava. A questo proposito, disgredisco (si dirà così?), lo credevo da una battaglia. Va bene che è il nome dell’architetto ma poteva risparmiarselo. Mi sembra brutto qui, a Venezia, e poco utile, oltre che infido e pericoloso. Forse questo è un altro discorso ma tanto decido io cosa voglio e non voglio dire. A proposito di Rossana neanche l’avessero fatto apporta: rossa di capelli e rossa di tutto. Sembra costruita per non smentire il nome. Infatti tutti l’hanno sempre chiamata Rossa. Io, manco farlo apposta, la Rossa; ma su questo mi sono fermato in un altro post. Poi, come tutte le Rosse, presenta un solo limite: rischi di uscirne pazzo.
Insomma se ne sta ad aspettarmi ai piedi del ponte e la corriera se ne arriva in ritardo. Tutto per togliermi la possibilità di avere un qualche vantaggio, visto che il giorno prima aveva tardato lei. Tanto per incazzarmi mi ero già incazzato. Certo che io una giustificazione ce l’ho: a tornare dalla fantasia, ovvero da Spinola, a quella città reale, che pare così fantastica, che risponde al nome di Venezia, è come attraversare un’intera vita. E l’universo. Può, persino, essere traumatizzante. Non so se riesce più incredibile il brutto anatroccolo che è Spinola o il bellissimo cigno che è Venezia. Due mondi come due galassie. Io me la guardo, Venezia, come un amante. Spero che Rossana non né sia mai gelosa.
Affrettiamo allora il passo perché lei si ricorda che forse si era sbagliata e che non ricordava l’ora dell’inizio. Non era più certa. Forse tardavamo di una decina di minuti, forse di un ora più quei minuti. Mica è facile accelerare il passo per una città piena di persone che passeggiano su percorsi stretti e che non possono mai aver fretta. L’indolenza della città mal si addice ai ritardatari anche perché non c’è nessuno che abbia così rispetto della puntualità tranne chi non è del posto o non va da un’altra parte. Attraversare poi i gruppi di turismo famigliare è una vera impresa, e i gondolieri che ti approcciano. Non voglio andare in gondola, per i soldi e perché non sono un turista. Me la giro come e quando voglio. La barca la tengo legata sotto casa. E non ho bisogno di alcuno che remi per me. Ovvero Venezia resta sonnolenta, cullata da un leggero moto ondoso che si infrange sulle rive, e l’appuntamento è alla Scuola dei mercanti.
Il piazzale antistante è già affollato. Un chiacchiericcio snob si spande come caigo; si appiccica alle cose. La scuola sembra una chiesa, forse lo era; probabilmente. Lei, Rossana, mi invita ad entrare. “Perché”? Gaetano è già schifato. Il suo cane ha lasciato il segno del suo gradimento sul selciato. Nemmeno un attimo e qualcuno l’ha già calpestata. Bestemmia forse solo perché non è merda d’artista. Padrone e animale si allontanano alla chetichella. Dice lei: “Perché è il mercante ed è mio buon cliente”.
Il motivo non mi convince. Ho il sospetto di aver dato fin troppo, una sorta di premonizione. Non vorrei contraddirla e nemmeno ci penso. Il mercante è lì, davanti al portone. Unico vezzo una sciarpa nera che pende al collo. Tra tante figure improbabili l’unico probabile è proprio lui, il maestro ovvero l’artista. Uomo corpulento. Vestito da Sono-uscito-così-com’ero, ma con un capellino blu con frontino in testa. Nemmeno uno stupido codino. Se ne sta a parlare col più famoso compositore veneziano, quello che ha smesso di fare canzonette per andare a scrivere musica a Hollywood; proprio lui. Invecchiato, cazzo se è invecchiato. Mi diverto di più a guardare quello strano universo. Sono certo che la mostra non li può che far rimpiangere. C’è un bambino che col gelato si è trasformato in un quadro vivente. Lui nemmeno lo può sapere, ma i colori sono proprio quelli del maestro. Sembra che i pittori, almeno alle loro mostre, almeno alle inaugurazioni, si debbano giocoforza nomare così: maestro. In questa sorta di sagrato le figure si affollano. Arriva quasi subito il cowboy. Da dove se ne esca non so e non lo voglio sapere. Mi chiedo dove lo ripongano dopo. Piccolino, vicino ad una stangona senza altra attrazione. Il cappello da sculaccia vacche in testa. Una camicia, di un verde che la peggiore fantasia non potrebbe immaginare, che offende gli occhi. Gli corre incontro un tipo lungo e secco. Giacca bianca con il colletto obbligatoriamente rialzato. Una catena da ancora gli pende dalla cinta e cerca di evitarla per non ruzzolare sui masegni. Ha solo i capelli sul cucuzzolo ricci e color carota. Tutto vezzoso abbraccia il cowboy nuovo venuto. Pare si conoscono. Probabilmente sono habitué dello scrocco ai vermisage. Intanto si stappa il primo vino. E un rosso che l’artista fa nella sua tenuta toscana. Decisamente la sua arte si esprime meglio nel vino che produce, ma questo potrebbe essere solo il frutto della mia ignoranza cafona e della incompetenza. Un poco anche del mio amore per il vino.
Mi aspettavo donne giovani e belle, ci limitiamo a quelle affascinanti, interessanti e avanti con gli anni. Probabilmente nessuna mira più a spogliarsi per fare solo la modella. Una ha una scollatura dalla quale si vedono le mutandine, il seno è sceso ad un piano ancora inferiore. Sta per raggiungere la cantina, senza fretta. Per il momento non c’è pericolo. Una guida un cane dello stesso rosso tiziano della gonna. Chiedo a Rossana se è possibile che ne abbia, di cani, di ogni gradazione di colore, per esempio verde veleno o azzurro cielo prima d’un temporale. Lei lo prende per uno scherzo mentre mi viene come dubbio legittimo. Prima di entrare mi accendo una sigaretta. Ogni scusa è buona ad evitare o rimandare il pericolo. Io il pericolo lo fiuto da lontano.
Intanto una ragazza gentile, che risponde in francese, sbatte sul tavolato polipi lessi che taglia, con una paletta adatta, in frammenti infinitesimali. La gente si azzuffa. La dimensione dei bocconi non li scoraggia. L’importante è riuscire a infilarli e a non farseli rubare. Un’altra ragazza sembra voglia solo convincermi di quanto sono sodi i suoi seni. Con quelli cerca di farsi largo. Alla fine delusa desiste e mi chiede permesso. Scivola tra me e la riva rischiando di precipitare in canale. Raggiunge la distribuzione. Nemmeno ho il tempo di spiegarle che ero lì per quello. Che non me ne stavo ad aspettare il battello. Certo che con i giovani bisogna portare pazienza. Quella che potrebbe essere la madre cerca una operazione simile; mi accorgo che si tratta di una signora solo quando ce l’ho davanti; e ancora faccio fatica. Credo che ad una mensa ci sia più rispetto per la fame altrui. Qui sono ossessivamente affamati d’arte. D’arte o del problema “guardami”. Come fai a non guardarli, ridicoli come sono. Quello in pantaloni corti sculetta come una soubrette.
“Vieni. Entriamo”.
Mi lascio convincere per pudore. Che ne sapevo che le vere opere sono le statue di terracotta imbrattate? Imbrattate dal maestro. Appena entro ci sono foto imbrattate. Pensavo fossero quelle il piatto forte. Una delle sculture, che sono di terracotta ma paiono di cartapesta, cammina per una S. Marco nell’acqua alta. Una se ne sta dentro un orinatoio come ad aspettare qualcuno che si avventuri a farla. O come ad aspettarti per farla. Una intralcia i lavori di una benna in un cantiere. Insomma sono d’impiccio persino nelle foto. E le statue? chiederà chi non ha avuto lo stesso piacere. Quelle se ne stavano al piano superiore, a guardare un altrettanto improbabile film. Quella che mi colpisce è una nuca. Dal mio punto di osservazione sembra un bimbo grasso intento in una grassa smorfia nella quale stringe gli occhi. Vorrei aver dietro di che farlo per prendere uno schizzo per appunto.
Esco che mi sento soffocare. Stanno ancora li a parlare, tutti; a far chiacchierare e svolazzare le mani. Uno stormo di dita impazzite. Con spreco di erre mosce e di “Fantastico”. La bionda è vestita da ventenne ma il viso ne denuncia almeno tre di ventenni. Nemmeno il sospetto di una vecchia bellezza, solo l’aria. La bocca che le sega la faccia in due; come un cocomero. Saluta e poi prende sottobraccio uno che se non è un artista è solo un corto sgorbio panciuto con tredici capelli che si azzuffano sopra le orecchie; probabilmente sono sue solo le radici per le estensioni. Due, uomini, da non credere, hanno mocassini di colore inverecondo, e senza pudore, con cintura uguale. Sulla barca addobbata a riva il cuoco si inventa emulo di Silvan. Lancia nuvolette di farina. Una nuvola di capelli bianchi gli esce da sotto il cappello. Da solo vale il prezzo del biglietto. Getta, con gesti da prestigititatore, gamberetti e anelli di calamari infarinati nell’olio bollente. Scende a terra. Versa un enorme polenta fumante a spandersi su d’un tavolo. Tutto quell’universo cinguettante, sul quale svolazzano gridolini queruli e creature ricercatamente improbabili, si riversa attorno alla polenta. Un mattacchione ha nascosto le forchette. I più temerari gridano con gole bruciate. Alcuni la raccolgono con i bicchieri di plastica. E’ divertente vedere quelli che cercano di mangiare, da quella cascata lavica di polenta, con gli stuzzicadenti con cui s’erano avventati sui frammenti di polpo.
Mi accendo una sigaretta. “Andiamo”. Ho paura di non riuscire più a trattenere le lacrime e la grassa risata che mi sale alla gola. Ho paura di compromettere il mio futuro e ritrovarmi bandito da ogni ulteriore inaugurazione. “Non vuoi conoscere il maestro”. Sono orgoglioso di conoscere alcuni professori. Anche Lei è professoressa; il suo diario, però, è volutamente ironico. Non so se riuscirei a trattenermi. Conosco i miei difetti e come sono fatto. Mi invento un impegno. Mi sento in imbarazzo. Poi le dico la verità. Preferisco mangiare messicano al ristorante d’un napoletano, seduti ad un tavolo in riva al lume di candela. Datemi un pennello (adatto) in mano e credo che riuscirei ancora ad imbiancare una parete facendo meno danni. Venezia è bella comunque.

Read Full Post »

Per chi avesse un po’ di tempo da perdere anche a questo indirizzo può trovare il mio raccontino del mese:

Vita breve ed altre cose

 

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: