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Posts Tagged ‘assassinio’

Betzabea SaltuttiTutti lasciano la città in piena fretta. Abbandonandosi dietro molto. In qualche caso una vita intera. Come fosse scoppiata un’epidemia. Mi dice: “Scegli un bel libro”. La guardo: Betzabea è ancora e sempre una gran figa. Mi lascia che la chiami Beta, ma non mi ha permesso mai nessun’altra minima confidenza. Forse è stato solo il caso. L’occasione. Spero che sia la volta buona. Ne cerco uno adatto all’occorrenza. Con un poca di fortuna trovo qualcosa che può fare proprio al caso: Memorie di una Beatnik[1], della sacerdotessa Diane di Prima. Un libro avventuroso pieno di sesso in ogni pagina.
Andiamo da me. Il divano e comodo e preferisco giocare in casa. Preparo tutto in modo che niente ci disturbi. Stacco il telefono. Accosto le tende, c’è ancora troppa luce. Prendo due birre fresche. Vado in bagno. Controllo che sia tutto in ordine. Mi dice che non conosceva il libro né quella autrice. Le dico che è meglio così, sarà una nuova scoperta. Le spiego un po’ chi è per contestualizzare il periodo, quel mondo e il personaggio. Non mi sbilancio. Siamo pronti. Mi sento un Dio, sicuro di sé. Ci mettiamo vicini e comincio a leggere.
Già dalla nota parla della roba, invita a farsi. Solo che Beta e contraria all’uso di qualsiasi droga, anche di quelle leggere. Per fortuna non si fa cenno a quello che è il focus del romanzo. In una brevissima pausa le spiego che la scrittura è autobiografica. Siamo appena entrati nel mese di febbraio. Mi fermo subito. Ancora c’è solo qualcosa che può creare un sospetto. Un nulla. Diane non è da sola. Io lo so. Non possiamo certo scandalizzarci su un’ambiguità. Nemmeno lei. Sono fin troppo cauto. So che l’autrice parte sparata. Inizio pagina dieci e al primo capoverso faccio un sospiro e glielo chiedo: “Ancora una birra”? e le vado a prenderle. Lei mi attende paziente e curiosa. Non sa cosa l’aspetta. Che programmino ho in mente per noi.
Torno e cerco di impostare la voce e di dare enfasi alla lettura. Non finisco la pagina ed io sarei già un po’ stuzzicato. Accaldato. La controllo con la coda dell’occhio, ma lei niente. Non fa una piega. Ascolta solo attenta e seria. Ma il meglio deve ancora arrivare. Quando, un paio di pagine dopo, la sacerdotessa narratrice usa la bocca sul suo Ivan, resto nuovamente deluso. Seppure io non so molto bene quanto ancora potrò resistere porto pazienza. Sono certo che prima o dopo anche lei dovrà capitolare. Ho tutt’altro che perso le mie speranze. Lei è bella e desiderabile. Siamo soli. In un mondo svuotato. Confido nelle pagine in cui racconta quando si è trovata con due. E in quelle che descrive come per la prima volta ha concesso il rapporto più intimo. Ha fatto l’amore porgendo l’altro verso. Come dire? l’altra guancia. Nemmeno lei potrà resistere ad un suggerimento simile. Magari non così. Non oggi. Non al primo vero appuntamento. Intanto comincio a non riuscire più a tenere a freno le mie fantasie.
Non c’è scrittrice che tenga. Lei non è di carta. Lei è ben presente, ed è vicino a me. Intanto a Beta si scoprono appena le ginocchia. Si gusta la sua birra. Spero lo faccia senza curarsi di me. Iniziando a promettermi un minimo di confidenza. Se guardassi i suoi occhi so che mi perderei. Non riuscirei più a proseguire. Non so cosa farei. Mi sento un drago. Un drago furbo: Non è più una ragazzina. Sa di cosa sto leggendo. Di cosa sto parlando. Sono certo che la prossima o l’altra riga sarà lei a pregarmi. A supplicarmi. Mi chiedo se è un bene mostrarmi troppo accondiscendente. Mentre penso a tutto questo, e a tanto altro anche meno confessabile, forse meno onorevole, mi accorgo che ancora mi resiste. Che non fa una piega. Eppure le pagine scorrono veloci e non rimangono più segreti da svelare. Il sesso è stato tutto mostrato. In ogni più piccola piega e intimità. L’autrice s’è spogliata completamente. Impaziente la guardo. Non posso più aspettare: “Che te ne sembra”?
Non lo so”.
Ti piace”?
Non lo so”.
Qualcosa ti avrà mosso?”…
Parla solo di scopate. Di cose che ormai conoscono tutti. Delle solite cose. Cose che tutti abbiamo provato. Sarà anche una poetessa… Niente amore. Niente di che. Ho sempre pensato che fossero così. Ora ne ho la certezza. Non sento pathos. Non sento desiderio vero. Non provo niente. Io”.
Intanto ho appoggiato il libro e mi avvicino ancora di più. Credo che potrei amarla per una vita intera. Senza interruzioni. Che di lei non mi stancherei mai. In silenzio le confesso tutti i miei sentimenti. Insieme a tutte le mie voglie. Che sono ormai infinite. La fulmino con uno sguardo. Non saprei dare una preferenza. Una precedenza. Confido nel suo buon cuore. Nella sua passione. Le poggio una mano su un ginocchio e cerco di dare ai miei occhi un’aria implorante. E da assassino: “Pensavo che noi”…
Questa Beta, ovvero Betzabea Saltutti, mi fissa nello sguardo. Mi scruta dentro. Mi toglie quella mano. Mi spiega tranquilla e fredda che non è mai stata capace di essere una bohémien. Che per il movimento degli hippies e quel loro maledetto Village non ha mai provato simpatia. Tanto meno per i beatniks. Non si è mai interessata alla politica. Mi capisce. Capisce dove vorrei arrivare, non è una bambina. Per questo non ho scelto In culo oggi no di Jana Cerná[2], che pure c’era. Perché già dal titolo poteva rivelarsi un disastro. E se fosse bastato, come un suggerimento, rischiavamo di non arrivare a casa. E non lo conosco altrettanto bene.
In qualche modo persino mi giustifica, conosce gli uomini. Lei può farlo come se non ci fossi; può leggere. Anche se forse sappiamo già tutto e come andrà a finire. Entrambi. Anzi non a finire. Semplicemente a continuare. Per lei sarebbe solo tempo perso. Forse se lo dicevo subito… La lascio parlare ancora speranzoso. Fa una pausa ad effetto e poi mi spiega e si ripete che se voglio può continuare a leggere lei e se proprio non posso farne a meno posso fare da solo. Non si scandalizzerà di certo per così poco.
Fanculo anche quello stupido libro. Lo getto distante. Prendo la lampada dal tavolino e gliela sfascio in testa. Poi mi prendo tutte le libertà che voglio. Stronza. Certo che ha gambe lunghe e belle. Nessuno la cercherà. Se n’è andata come tanti altri. Non lasciandosi niente dietro. Forse solo un rimpianto. Certo che le donne son tutte delle gran puttane.

[1] Diane Di Prima: Memorie di una Beatnik. Guanda, Parma – 1994
[2] Jana Cerná: In culo oggi no. Tascabili e/o, Roma – 1992

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The New Black by The Mavrix

The New Black by The Mavrix
words and music composed by Ayub Mayet and Jeremy Karodia
copyright 2012

Chorus:
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non devi perdonare la mia insolenza, dato che vengo descritto rozzo e persino sfrontato
Puoi pensare che io sia una persona inutile, spacciatore di falsità, disilluso.
Sono l’interruzione alle tue conversazioni a tavola, una costante irritazione e sbigottimento
al contrario di una certa nazione sovrana che ha una storia vecchia di quaranta generazioni
un’incomprensibile mano umana ha approvato violenza, brutalità e la cacciata dalla terra di appartenenza
Verso una terra senza gente per un popolo senza terra
In modo ancora più inatteso, un maledetto incontro, una lista nera di superpoteri…
Non sono una vittima, sono un terrorista!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non perdonare la mia frustrazione, il mio risentimento e la mia rabbia
perché l’umiliazione dell’occupazione è aggravata dal pericolo.
E’ un tipico giorno soleggiato e tranquillo a Gaza oppure un massacro a bordo di una flotilla di aiuti.
I ricordi di Sabra e Chatila e di un ragazzino chiamato Mohammed al Durrah sbiadiscono.
Una nazione, oppressa nella lotta, bombardata e catapultata in un’irreale età della pietra, è immersa nel dolore,
in modo ancora più inatteso, l’oppressore si atteggia a vittima ed è accettato, lodato ed applaudito,
con una tempesta di propaganda e odio!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Hai detto qualcosa? Hai sentito l’urlo dei bambini?
Quando le armi al fosforo bianco incenerivano i cieli e dissanguavano una nazione,
dov’era Obama, quando il diavolo giunse a Gaza?
Hai per caso implorato? Dateci misericordia, misericordia, vi prego.
Non perdonare il mio sarcasmo, la mia irriverenza o cinismo
perché qualsiasi antagonismo o critica al prescelto da Dio è proibita.
Visioni ed allucinazioni di pace vengono sputate dalla pancia di un M16.
Blackhawks & bulldozer, mortali ed osceni, fanno a pezzi e tradiscono la ragione.
Complotti fatti di massacri, convenzionali e chimici, convogliano un semplice messaggio:
la resistenza in azione sarà raggiunta dalla gloria della civiltà occidentale.
senza discorsi o ovazioni, io chiedo, qual è il prezzo del mio perdono, Jack?
Al diavolo, sopravviverò ad un altro attacco perché non mi fate alcuna concessione,
non c’è ritorno, sono sulla rotta della mia libertà
Perché I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Come noi anche i palestinesi hanno intrapreso, per la giustizia sociale, quel percorso di resistenza attraverso il movimento di boicottaggio internazionale (BDS) che per primo portò a mettere in ginocchio e porre fine all’Apartheid. E’ toccante e stimolante provare la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle del Sudafrica. Il New Black è un appassionato e potente riflesso di ciò che significa mostrare solidarietà umana. E ‘un riflesso di che cosa vuol dire “mai più”.
Nella mia vita ho visto la sconfitta dell’apartheid Sud Africa e nessuno può cancellare in me la speranza che l’apartheid israeliano e il dominio coloniale veda la finire.
Questa collaborazione musicale tra Sudafrica e Palestina è una manifestazione creativa di resistenza culturale all’oppressione israeliana, una parte indispensabile della nostra lotta globale nel movimento BDS per la libertà, giustizia e uguaglianza.
Mi conforta che oggi palestinesi e sudafricani stanno lavorando insieme per creare bella musica che risveglia i nostri spiriti e aiuterà a risvegliare la coscienza del mondo.
Al Sudafrica è stata necessaria la solidarietà del mondo per guadagnare la sua libertà, e oggi la Palestina ha bisogno del Sudafrica.
C’è una urgenza immediata, in questo momento storico, dopo la guerra del 2009 di Israele a Gaza (piombo fuso),
per una campagna di solidarietà internazionale nella volontà evidenziare le somiglianze tra apartheid e il sionismo.
Questa collaborazione tra musicisti palestinesi e sudafricani e attivisti, il primo nel suo genere, è un passo importante nella giusta direzione.

I Mavrix nascono da una collaborazione musicale nel 1984 come una band di protesta. Questa band è cresciuta fino ad accogliere 6 musicisti: con violini, chitarre, tabla africani, santoor e vocalisti. Le canzoni loro parlano di diritti umani, di razzismo, povertà, abusi di droga e oppressione.
Nel 2004 i Mavrix realizzarono il loro primo album “Guantanamo Bay” e stanno, attualmente, incidendo il loro secondo album “Pura Vida” che sarà completato in giugno 2012, da questo album è stato stralciato la canzone “The new black”, che è nata dalla collaborazione tra il Sud Africa a la Palestina.
Il video musicale e la canzone sono nati dall’incontro della band sudafricana e il musicista palestinese Mohammed Omar, che assieme hanno realizzato questo video musicale chiamato The New Black, che sarà inserito nel nuovo album “Pura Vida” di prossima uscita.
Il testo composto da Jeremy Karodia e Ayub Mayet è stato scritto come reazione all’orrore del massacro di Gaza “Piombo Fuso” del 2008-2009 e successivamente ispirato al libro “Ogni mattina a Jenin” dell’autrice Susan Abulhawa. La canzone scritta nel 2009 da Mayet è stata ripresa e riscritta dopo la lettura del libro della Abulhawa e oggi ci appare nella versione nuova.
Haidar Eid, esponente del BDS di Gaza e amico della band ha ascoltato la canzone nel 2011 e ha proposto immediatamente la collaborazione con il suonatore di Oud palestinese Mohammed Omar suggerendo una collaborazione con la band per creare un video in collaborazione sulle condizioni che accomunano il popolo sudafricano con quello palestinese.
La canzone è stata registrata dai Mavrix in Sud Africa e successivamente sovrapposta la registrazione di Mohammed Omar a Gaza, senza che le due parti si siano mai incontrate. Il risultato del brano mostra l’empatia che la solidarietà tra musicisti riesce a rendere.

Prodotto dal Palestinian Solidarity Alliance (Sud Africa) e dalla Palestinian Campain for the Accademic and Cultural Boycott of Israel (PACBI) accompagnati con scritti di Aldar Eid di PACBI, Barghouti del Movimento BDS, Ali Abunimah di Electronic Intifada e Susa Abulhawa, autrice di Mornings in Jenin” la canzone rappresenta un messaggio di supporto dei sudafricani che hanno vissuto in precedenza pure loro l’oppressione e l’apartheid. In solidarietà con i palestinesi che vivono ancora sotto l’oppressione dell’apartheid di Israele.

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Juliano’s way
DAM feat Juliano’s students¹

Jul, mi ricordo sempre quando mi dicevi che l’arte è rivoluzione,
e noi da quel giorno non siamo solo resistenti, noi siamo artisti.
Jul, non dimenticherò mai la resistenza che hai piantato dentro di noi!
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Jul diceva che fare teatro ed esprimere la propria opinione è anche questa una forma di resistenza.
Noi ci siamo fermati davanti ai confini
mentre tu li hai semplicemente scavalcati.
Hai tracciato una freccia in una sola direzione:
nessuna svolta, nessun rallentamento, un unico obiettivo.
Sei morto con tutte le tue qualità amico mio,
mentre l’assassino mascherato ha paura di guardarsi in faccia.
Jul, chi è il folle tra noi?
Chi è il sano di mente? Chi ha chiaro il quadro della situazione?
Ci fosse stato tra noi un pizzico della tua follia
“libertà” non sarebbe stato solo il nome di un teatro.
Jul… Juliano è stato ucciso
lo stesso giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King,
entrambi avevate un sogno che per noi è una speranza,
ma c’era gente disperata e armata.
Regista e attore fuori dal copione,
ci hai regalato i bambini di Arna, adesso lasciaci essere i ragazzi di Juliano.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Ci diceva sempre “non fatevi fermare dalla prima pallottola”,
e noi dopo 7 pallottole nel tuo corpo siamo ancora in piedi.
Chi incontra l’assassino gli chieda:
se Jul era su una lista nera, ditegli di mettere il mio nome dopo il suo,
a chi avete sparato?
Avete sparato al nostro uomo e alla nostra unità.
Lui, senza alcun effetto speciale è riuscito a salvare 3 ragazzi;
chiedi agli sbirri, dì agli occupanti di continuare a opprimere.
Noi non ci arrendiamo.
Jul… ci ha lasciato la sua eredità,
ma se l’assassino è uno di noi
sapete a chi abbiamo sparato?
Abbiamo sparato ad un teatro? ad una danza? ad un dipinto? Tutto questo è eresia?
Io ho aperto i libri, ma non trovo la pagina,
fammi capire, la religione combatte l’oscurità e l’arte ha lo stesso proposito,
questa è la differenza: non c’è bisogno di trasformare il bastone in un serpente per convincerci della vostra ideologia.
Basta combattere la schiavitù, e noi vi seguiamo.
Jul, se tu tornassi ai tempi dei profeti li proteggeresti con il tuo corpo:
mentre chi ti ha ucciso ha in mano i chiodi e il martello,
riposa in pace,
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
La libertà è libertà di pensiero, è libertà di espressione, e la cosa più importate è libertà di scelta.
Non capisco: perché si uccide la cultura?
Fa così paura la cultura? Jul ha risposto a questa domanda.
Ci siamo incontrati a Led, mi avevano detto che stavi girando un videoclip,
ad un certo punto iniziò una manifestazione, fu allora che capii una cosa nuova:
se l’occhio dietro la telecamera è coraggioso
allora ci si può trovare dinanzi ad una rivoluzione.
Per te una rosa e una grande tristezza; tutte le strade portano a Jenin,
e da qui che è iniziata la storia: impara dal maestro,
non avere paura dell’uomo mascherato che vuole far vivere nelle tenebre.
Sicuramente lui avrà seguaci tra i pazzi
mentre tu, in futuro, illuminerai la storia della liberazione, e nella storia della liberazione
ci sarà il poeta, lo scrittore e il combattente,
e stai sicuro che ci sarà anche il teatro.
Per chi ha ucciso e organizzato la scena nel teatro cupa, mentre quella di Jul sarà colorata, illuminata e terminerà con:
la storia continua.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Tu ci hai sempre insegnato che se nella resistenza non rimaniamo tutti uniti, l’uno accanto all’altro, finiremo tutti impiccati uno accanto all’altro.
I DAM sono il più importante gruppo rap palestinese, con sede a Lyd, Palestina, nati nell’anno 2000. Due membri del gruppo sono conosciuti per le loro canzoni di protesta che parlano di politica, sui diritti delle donne e altro. La band ha inciso due album (Dedication and Sligshot Hip Hop ST) e attualmente stanno completando l’album “Dabka on the moon”

La canzone Darb Juliano – Juliano Way è stata scritta nel 2012.
Nel 2004 i Dam hanno lavorato assieme al regista Juliano Mer Khamis (ucciso il 4 aprile 2011) al loro video clip del singolo Born Here e nel 2006 del loro album Dedication hanno dedicato il secondo brano (I have no freedom) al film di Juliano “Arna’s Children” tributo alla madre del regista stesso Arna, donna che ha passato la vita dedicandosi ai bambini e ragazzi di Jenin, insegnando loro di esprimere le loro paure e le loro difficoltà attraverso il teatro.
Dopo la morte di Juliano, che ha lasciato un profondo segno nelle persone che l’hanno conosciuto, hanno usato il video ed inciso la canzone per ricordare a tutti quale fosse la strada indicata da Juliano.
Il disco è uscito il giorno stesso della sua morte il 4 aprile 2012 e per la sua incisione sono state usate le immagini del funerale di Mer Khamis e delle riprese durante il suo lavoro e del suo teatro del campo profughi di Jenin dal nome significativo Freedom Teater. Il teatro stesso è stato più volte attaccato e distrutto e arrestati i collaboratori di Juliano.
L’opera del regista che si diceva essere al 100% israeliano e al 100% palestinese, non era molto gradita in quanto lui l’aveva destinata alla parte oppressa della popolazione e ai bambini e ragazzi del campo profughi che attraverso la recitazione e il teatro hanno preso coscienza della loro condizione e hanno superato paure e condizionamenti tipici di una popolazione privata dei propri diritti.
Juliano Mer Khamis, apprezzato all’estero più che a casa propria, a parte quella che si trovava nei territori palestinesi, lascia dietro di sé un grande insegnamento e delle persone che continuano la sua opera. Di questo parla il video e trasmette immagini di speranza e di volontà di emancipazione.

¹ Il video viene riproposto in quanto era già stato pubblicato con testo leggermente differente.

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Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHSembra banale ma è meglio precisarlo: chi ha provato la frusta non se ne libera mai. Chi è stato vittima prima o dopo torna ad esserlo. Trova sempre qualcuno pronto a frustarlo. Anche quando le sue ambizioni sono quelle del carnefice. A volte anche per proprio per questo. Anche quanto i suoi desideri vanno oltre. Quella vittima che è stata gli resta appiccicata addosso. Come fosse un’aspirazione. Come se non ambisse ad altro. Resta impressa nella pelle. La si porta dentro. Naturalmente questo è anche il caso di Itzig Finkelstein, una volta Max Schulz. Non è possibile liberarsi del proprio passato, anche dopo essere stato massacratore, in lui qualcosa lo spinge a tornare vittima. A riassaggiare il nerbo. Ad accettare. Qualcosa lo trattiene legato a quella sofferenza. In fondo l’amore è anche sempre un po’ odio. E la donna è sempre un po’ strega. Non che lui abbia rimorsi, i rimorsi non vengono più ospitati in questo mondo. La guerra non ha delicatezze. Quando hai conosciuto il grande orrore tutto il resto sono dettagli. E in ogni donna cerca sua madre, Max Schulz, anche ora che è Itzig Finkelstein. Quella grassa puttana di sua madre Minna Schulz. Benché il passato lo abbia lasciato alle spalle e ora sia solo Itzig Finkelstein quando sorride il suo sorriso è d’oro. I suoi denti sono d’oro. Sono i denti strappati agli ebrei in campo di concentramento. Prima di ammazzarli. I suoi denti sono i denti di Max Schulz. In fondo a lui continua a vivere un po’ di quel tedesco con la faccia da ebreo. Con gli occhi da rospo.
Ha imparato ad uccidere Max Schulz e lo ha imparato per uccidere gli ebrei. Erano ordini, non solo piacere. Gli ordini non si discutono. E’ tutto così semplice quando si sono sconfitti i dubbi. Quando si riesce a farne tranquillamente senza. E ora che ha imparato uccidendo ebrei lo farà per difenderli. Il mondo è di chi lo sa attraversare. Di chi sa nuotare. Di chi si sa adattare. Gli ebrei hanno vinto e ora nei suoi abiti vive Itzig Finkelstein. Lo stesso che lui stesso ha ammazzato. Ammazzato assieme alla famiglia. E lui e Itzig, come meglio non potrebbe lo stesso Itzig, ma non riesce a smettere di essere anche Max Schulz.
Ve l’ho detto? No! non era necessario. Questo ve l’ha già detto l’autore. In un altra vita sono stato sterminatore; ma quella era un’altra vita. Io ero allora Max Schulz. Figlio di Minna e di cinque padri. Cinque padri e un patrigno. Cinque padri e un patrigno dal pene enorme violentatore di bambini. Un libro è fatto per essere letto. La pigrizia non giustifica. Non mi piacciono le cose una seconda volta. E non provo simpatia per l’uomo con gl’occhi da rospo che si chiamava Max Schulz e oggi è Itzig Finkelstein. Ma non è necessario provare simpatia per qualcuno. Nemmeno per sé stesso. E la simpatia è una bene superfluo. Molto superfluo. E forse nemmeno un bene. E’ una catena. E la realtà è una catena. Quando non si può cambiare. Ma io la posso cambiare. La parola è magica; può tutto. E io sono un uomo che è stato morto. E con me porto tutti gli uomini morti. Anche quelli. Loro non sanno che li ho uccisi io. Nessuno più lo sa. Ho i documenti in regola. E porto quei morti viventi. E tutti gli altri, che torneranno a vivere. Piantando le radici nella sabbia del Negev. Un albero per ogni morto. Perché questa oggi è la mia terra. E i morti oggi parlano un’altra lingua. Nessuno mi può più condannare. Perché ho imparato a volare. Perché non si può ammazzare più di una volta un uomo, per quanto colpevole esso sia. Perché non c’è riscatto. Anche se io morissi non farei tornare in vita quei sei milioni. Nemmeno i miei duecentomila. I morti non tornano mai indietro.

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Quello che nel romanzo non si dice è che:
Copertina del romanzo: Il nazista & il barbiere di EDGAR HILSENRATHDopo aver ascoltato la voce del grande affabulatore, del nuovo messia, Itzig Finkelstein quando era ancora Max Schulz, ariano purissimo, tornato a casa non fu più lo stesso. Guardandosi attorno vide: non più la vittima ma una nuova fierezza di sé. Ogni passato è un peso enorme da portarsi dietro e soprattutto lì e in quei giorni. E i banditori, i salvatori, gli imbonitori e tutti quelli regalano un sogno a quelli che nella mente coltivano incubi o miseria, a tutti i derelitti, agli scontenti danno una fede. E lui, Itzig Finkelstein, quando era ancora Max Schulz, era stato illuminato e credeva e aveva bisogno di credere. Aveva un mondo nuovo. Fu per questo che si prese un caffè, naturalmente di cicoria, e poi entrò silenziosamente e strangolò suo padre Anton Slavitzki senza un attimo di esitazione. Lo aveva colto assopito dopo il solito niente con ancora quel suo enorme coso fuori che ancora gocciolava per aver pisciato nel lavandino di bottega. Gli tolse la vita avvolgendogli attorno al collo la frusta gialla e stringendola con tutta la sua forza. «Maledetta sia la frusta nella mano del falso padrone. Ma quando la frusta cambia padrone e il nuovo padrone è il vero padrone, che sia sacra» –gli era stato annunciato sul monte degli ulivi. In realtà Anton Slavitzki, che era un vero ariano nonostante il cognome che portava, non era nemmeno il suo vero padre perché non era nemmeno uno tra i suoi cinque padri. Questa era fatta –pensò.
Non aveva mai meditato che potesse essere così facile ma anche così faticoso, né che un morto avesse quell’orribile e inutile attonito aspetto, era la sua prima volta. Chiuse bottega mettendo il cartello “TORNO SUBITO” e chiamò Minna con voce stentorea e autoritaria. Lei portò il suo grande peso e il suo enorme culone lentamente e lo fissò negli occhi e parve capire subito le intenzioni del figlio. Si era limitata ad esprimere la sua inutile domanda solo con gli occhi. Certo, Itzig Finkelstein, che era ancora Max Schulz, non era dotato come Slavitzki, lo stupratore di bambini, ma bastava e avanzava. E Gli era bastato mostrarlo nel pieno del suo orgoglio perché aveva già quel pensiero in testa: “Oggi è un nuovo giorno, non ci sarà più nessun Slavitzki. Chi ha osato ha pagato, e la vittima è diventata padrone del suo destino e del destino del paese ed è per ciò che Max, perché era ancora Max Schulz e non ancora Itzig Finkelstein, oggi fotterà sua madre”. Lei si era limitata ad alzare la veste e ad allargare le gambe senza nemmeno togliersi quella pidocchiosa vestaglia.
E così fece sul letto e in ogni luogo in cui lei era giaciuta con colui che ora era il cadavere di Anton Slavitzki. E per affermare la sua nuova autorità pretese anche di farlo allo stesso modo che piaceva tanto a Finkelstein, e che lui aveva subito dolorosamente, e anche a lui la cosa piacque, e anche in ogni altro modo. Sua madre, la puttana rispettabile e onorata cioè la puttana perbene, l’enorme Minna Schulz, lo aveva lasciato fare senza nemmeno un gemito, come se la cosa non la riguardasse; si sarebbe detto che si stesse persino annoiando, durante. Non aveva battuto ciglio nemmeno quando si era sfogato con rabbia sul suo enorme culone, eppure ci aveva messo tutto il suo impegno e il suo rancore per farla gridare e per sentire che era viva. Ma lui, Max Schulz che non era ancora Itzig Finkelstein, non si arrese né desistette, doveva farlo e lo fece, seppur irritato, e non aveva nemmeno paura dei denti di sua madre, di quei due quintali di puttana perbene che era Minna, proprio come il macellaio Hubert Nagler, uno dei suoi cinque padri, che a dirlo lo diceva ma poi adorava le labbra sensuali di Minna e anche particolarmente quei suoi denti forti e bianchi. Ora che Max, non ancora Itzig, aveva ritrovato l’onore ed era divenuto padrone della sua vita e della storia si sentiva meglio, ma non come avrebbe creduto. Era forse solo un po’ più sicuro di sé, nonostante gli occhi da rospo e il naso a becco che lo facevano tanto sembrare uno di quelli che lui odiava così tanto, proprio all’opposto del suo grande amico Itzig Finkelstein che era biondo e con gli occhi azzurri che pareva lui l’ariano. Non l’aveva mai fatto, né con sua madre, la puttana Minna, né con nessun’altra donna e forse era stato per questo che aveva tanto insistito: per esserne certo e non potersene scordare. Anche questa è fatta –si disse già dopo la prima volta, e dopo ogni volta.
A lei sembrava continuare a non interessare, all’enorme Minna, proprio come quella prima volta, e a lui la cosa diventava col tempo sempre meno influente. E’ la prima quella che veramente conta –concluse. Ma lo si sa che la vita deve andare avanti e la sua non era certo una vita per palati fini. Lui Max Schulz, ariano purissimo, che non era ancora Itzig Finkelstein, a suo modo un precursore anche se i libri e la storia si sarebbero scordati di lui di lì a poco se non subito e durante. In fondo nulla del suo aspetto era cambiato nemmeno dentro quella splendida divisa, e in verità la Goethestrasse e la Schillerstrasse non erano mai state veramente la sua casa; un rifugio.
«Io, Max Schulz lo sterminatore, ho baciato la terra. Ho la bocca piena di sabbia. Mi alzo, sputo la sabbia, noto che anche Hanna Lewisohn, accanto a me, sta sputando sabbia, poi, improvvisamente la vedo girarsi: mi butta le braccia al collo e dice: ‘Itzig… siamo tornati a casa

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percorso informativo sul tema PALESTINA BENE COMUNE
Relatori dell’associazione: Restiamo Umani con Vik

A tutte le organizzazioni degli studenti medi
Ai giovani che ne siano interessati
Alle Associazioni che sono interessate ad un percorso di Pace

Fato di bambini disperati in pianto a GazaQuella che proponiamo non è una lezione scolastica. Nessuno deve insegnare o imparare nulla. La conoscienza è solo una trasmissione di saperi e una rielaborazione personale di quanto scambiato.
Partendo da questo presupposto il gruppo Restiamo Umani con Vik (e per Vik s’intende Vik Utopia alias Vittorio Arrigoni, morto il 15 aprile 2011 assassinato a Gaza) vorrebbe portare la propria esperienza sulla Palestina, mettendola a disposizione di tutti, perché la Palestina diventi un bene comune da salvaguardare. Perché in questa terra martoriata confluiscono tutti gli accadimenti terribili di un conflitto, della mancanza di libertà e dei diritti umani, dell’apartheid, del razzismo, dell’ingiustizia che qui si presentano contemporaneamente nello stesso luogo e ai nostri tempi, come se nulla del passato ci avesse saputo insegnare.
Insomma la Palestina come metafora delle ingiustizie che si accaniscono in molte parti del mondo, una specie di laboratorio per tentare quella che in molti definiscono una pace impossibile, e se non proprio pace, almeno l’inizio di dialogo.
L’intento di questi incontri è l’informazione e il tentativo di mettere in guardia da strade facili e superficiali di conoscenza, che portano ad accettare luoghi comuni e manipolazioni mediatiche della sostanza reale dei fatti. Per parlare assieme di quello che succede OGGI appena fuori dalle nostre porte, fatti che coinvolgono direttamente noi e il nostro vivere.
La scuola diventa oggi uno strumento carente di senso critico, non tendente o non sufficientemente attrezzata a rapportare lo studente all’attualità della storia onde stimolare una vera partecipazione cognitiva ed emozionale nei confronti della complessa realtà che ci circonda. Purtroppo non basta studiarla la storia, leggere i quotidiani e sorbirsi i telegiornali, ma bisogna affrontare una propria strada analitica che porta a consultare varie fonti, anche contrapposte, e a formulare una propria idea e visione del mondo, autonoma, per saper affrontare la vita con mezzi cognitivi indipendenti e non ricorrendo a una cultura predigerita, premasticata e precostituita. Bisogna ritrovare il piacere e la curiosità del proprio sapere.
Il nostro intento è di stimolare delle domande e cercare assieme le parziali risposte, aiutati anche da persone che il dramma lo hanno vissuto direttamente. Parziali risposte perché molto spesso non esistono risposte assolute. Ogni essere umano vive la storia dal proprio punto di vista, condizionato dall’educazione e dall’ambiente in cui è immerso, dal vissuto e dalle paure che gli sono state insegnate e a cui è stato ed è esposto.
Parlare di Palestina porta a dislocare un conflitto in un territorio sconosciuto, di cui poco si sa e quel poco è frutto di luoghi comuni e di pregiudizi, creati a loro volta, molto spesso, della cattiva coscienza di una o più collettività e/o società.
Tutto questo non dovrebbe sottrarre umanità, ma bensì aggiungerla. Dovrebbe creare un territorio fertile per un dialogo possibile per consentire, se non a quelli delle vecchie generazioni che troppe ne hanno viste e vissute, ma ai giovani, una vera possibilità di condivisione di idee e di modalità operative, strumenti che alle precedenti generazioni figlie dell’ultima grande guerra non sempre sono stati concessi. Magari per scoprire cosa possiamo concretamente fare per la Palestina.
Nell’incontro vorremmo parlare di Vittorio Arrigoni, un giovane attivista per i diritti umani, del suo impegno e la sua corenza, in difesa di una popolazione vessata, i palestinesi di Gaza, carcere a cielo aperto, luogo di paura e di punizione quotidiana. Vorremmo parlare del suo esempio e di quello che ci ha lasciato anche con il suo sacrificio. Conoscere Vittorio e la sua umanità di fronte all’immensa tragedia di Piombo Fuso e della morte violenta di 1500 palestinesi in quei drammatici 21 giorni tra dicembre e gennaio 2008-2009. Lui lì, sotto le bombe, ci esortava a restare umani, malgrado l’assurdità e il dolore di quel conflitto.
Incontreremo attraverso alcuni video le problematiche di questo territorio, avremo modo di capire come alcuni giovani si ribellano alla cultura conflittuale, vedremo come interi villaggi scelgono la resistenza pacifica ottenendo qualche risultato sul piano del riconoscimento delle loro ragioni e dei loro diritti. Piccoli passi, certo. Noi non crediamo ai miracoli, ma al lavoro. Parleremo di tante associazioni israeliane che fanno da interposizione tra esercito e popolazione palestinese. Gruppi di madri che hanno perso i figli negli attentati o per azioni dell’IDF (Israel Defense Forces) che cercano di dialogare e di spianare le grandi difficoltà per dare voce agli oppressi.
Mostreremo video musicali sulla rinascita di una nuova cultura di pace e di impegno dei giovani nei territori occupati. Parleremo con ebrei e israeliani che ci racconteranno le loro difficoltà e i loro punti di vista e coinvolgeremo anche volontari italiani che hanno cooperato in Palestina per rendere possibile un dialogo o almeno per poter garantire alla parte più debole una possibilità di sopravvivenza.
Cercheremo nel dialogo di trovare risposta alle tante domande, per quanto sarà possibile, e impareremo assieme i percorsi più utili, rapportandoci con voi su un piano paritario, dove nulla sarà scontato e tutto diventerà una scoperta reciproca. Nel tentativo che un sogno di Pace possa trovare percorsi concreti di attuazione. Strade di solidarietà a chi soffre in Palestina come in ogni altra parte del mondo.
Perché la Palestina diventi un bene comune da conoscere e da apprezzare e un paese lontano dai soliti pregiudizi e luoghi comuni, cercheremo di capire la sua storia e la sua cultura, la politica e la poesia come parte integrante di una popolazione che non vuole perdere la propria identità e che vuole ancora il diritto alla dignità e all’autodeterminazione. Perché noi crediamo ancora ad una Palestina Libera, Laica e Democratica.
Usciremo da questo percorso più ricchi di valori e di idee da condividere. Per essere con le vittime di oggi, per non essere le vittime di domani.

 

 

 

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fotogramma dal film

“Vik Utopia. L’omicidio di Vittorio Arrigoni”

Milano Film Festival, Sezione “Colpe di stato”.
Regia di Anna Maria Selini, montaggio di Marco Careri e Milvio Micheloni, fotografia di Anna Maria Selini con la collaborazione di Fadi Hanona. Musiche di Juzhin, Shirley Said, Marco Arturo Messina, Francesco Taskayali. Con immagini di Alberto Arcè e Rosa Schiano.
Teatro Auditorium San Fedele/ Duomo San Babila

Domenica 23 settembre 2012. Spesso è solo il tempo che manca. Certo avrei voluto parlarne a caldo; prima. Darmi testimonianza di una bella giornata e di forti emozioni e di grande commozione. Gli occhi lucidi. Tanti amici, e tutti con la Palestina nel cuore. E tutti con un ricordo di Vittorio. E alla fine della proiezione una domanda: “E’ stata fatta giustizia ma sapremo mai la verità?” Una domanda che ormai si pone da tempo e in più parti. A volte mi chiedo cos’è la verità. Brutta storia questa brutta storia. Sì! a suo modo il processo e la condanna sono stati esemplari. Si sa, quasi da subito, chi sono (chi potrebbero essere, chi si pensa siano, chi fanno da capi espiatori come…) gli esecutori materiali. Certo manca di chiarire la figura di questo “giordano”. E perché proprio Vittorio? Vittorio come Juliano ucciso dai suoi, da chi difendeva? Un grido attraversa tutte le gole: “Vogliamo la verità. Una verità vera”.
E dopo a cantare Bella ciao. Io non voglio altre verità. Ho una mia verità: Vittorio è stato ammazzato da chi ha scritto la sua condanna, dagli estremismi dell’una e dell’altra parte. Vittorio è stato ammazzato da chi combatteva: dalla violenza arrogante del potere. Non ho bisogno di sapere nessun’altra verità perché una cosa è certa: nessun’altra verità e nulla ci potrà ridare Vittorio.

Vittorio_arrigoni:_una sentenza senza verità

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