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Posts Tagged ‘attenzioni’

Donna allo specchio1. Io ho un amico di penna. Un amico immaginario, a cui confido le mie pene. Come una quattordicenne. Lo so, non avrei più l’età; appunto. Vivo serenamente. Non aspetto niente e nessuno. Può sembrare ridicolo. E’ solo che anch’io, nel silenzio, ho bisogno di qualcuno con cui parlare.
Non ho cercato di raffigurarmelo, il mio amico immaginario. E’ solo come un diario. Potrebbe essere bello o brutto, biondo o castano, alto o tarchiatello, non ha nessuna importanza. Uno che mi sa ascoltare. E nella mia fantasia l’ho inventato uomo. Certo una figura improbabile: un uomo che ascolta in silenzio. Che risponde quand’è il suo turno. Che non ti spiega lui le cose. Potrebbe anche avere una leggera pancetta.
Non ho molto in comune con Elisa. E’ stato lui, il mio amico, che mi ha fatto conoscere Elisa. Elisa la bella. Lui dice che la bellezza è una fortuna. A sentir lui è persino una virtù. E poi, che diamine, appaga l’occhio. Onestamente non so se è diversa la bellezza di un uomo e quella nella donna. Onestamente molte sono le cose su cui non ho riflettuto abbastanza. E per le quali non ho trovato risposta. Magari nemmeno l’ho cercato con la necessaria caparbietà. E poi è fin dall’inizio che non concordo completamente con lui. In realtà è tutto relativo. Lui dice che sono bella. Io più mi guardo e meno gli credo. Quella mia bellezza non l’ho mai vista. Sarà lo specchio a raccontarmi una realtà diversa. Penso che il suo sia affetto. Affetto che gli ho regalato per mia comodità di scrittura. Affetto maturato in tutto questo tempo che siamo complici e in fondo anche un po’ amanti. Questa è una delle nostre dispute più aspre.
Vorrei sapermi spiegare. Spiegargli. Farmi capire. Se non lo fa lui, che mi è sempre stato così vicino, chi può farlo? Eppure sembra non volermi dar retta. Quando si mette in testa le sue idee è così testardo. E’ testardo come ogni altro uomo; come un uomo vero. Cioè, voglio dire, reale. Io invece ho avuto bisogno di tutto questo tempo per capire le cose. Per maturare questa mia convinzione. L’ho saputo da sempre ma mai come ora. Mai con questa certezza. E’ la mia stessa storia che parla. Oggi lo posso dire. Oggi che sono una donna… matura. Arrivata. Soddisfatta. Che non ho bisogno di un uomo. Di un compagno. Di un amante. Di nessuno. Oggi che la mia più grande passione è il mio portatile. Oggi che vivo serena. E sola. La bellezza è una grande scocciatura. Anzi è un vero difetto. Una vera iattura.
So già che non lo convincerò mai. Ch’è tutto inutile. Ci provo ugualmente. Il mondo è pieno di cose inutili. Persino la mia vita; a ben guardare. Non ho nulla da rimpiangere. Non un granché da rimproverarmi. Ho fatto semplicemente i miei errori come tutti. Forse di più, forse di meno. Chi può dirlo? Chi può misurarli? Chi può giudicare? E non sarà quel tempo perso a farmi più disperata. Tanto vale che cominciamo dalla fine. Da stamattina. Chi mi conosce sa che so prendermi le mie responsabilità. Se serve anche l’iniziativa. Che non mi perdo in un bicchier d’acqua. Così prendo il pullman per andare al lavoro. Lo prendo come ogni mattina. Solitamente siamo sempre le solite persone. Solite facce. Si può dire che ormai ci conosciamo. Ma c’è una faccia nuova. C’è uno, in piedi, che non ho visto mai. Un non habitué.
Dopo un po’, circa a piazzale della Concordia, mi fa scorrere gli occhi addosso. Il suo sguardo sembra soppesarmi. Valutarmi. Giudicarmi. Poi si apre in un sorriso compiaciuto, sembra soddisfatto. Ha fatto la sua cernita. Siamo in tante ma ha scelto me. Lo intuisco da subito; immediatamente. C’è una bionda che da donna non mi sembra male. E’ alta e slanciata ed ha due occhi azzurri che sembrano perdersi nel nulla e farsi trasparente. C’è una ragazzetta, vicino alla porta, forse un po’ troppo giovane per la sua età, che non si ferma mai di parlare con le amiche. Lei, quella ragazzetta, cerca di richiamare con impertinenza attenzione su di se. C’è Liliana che lavora al catasto e che è una donna sempre molto elegante. C’è n’è un’altra grassottella, veramente solo un pelo sovrappeso, che ha occhi veramente sensuali. Profondi e scuri. Forse un po’ abbondante di seno. Certo che a criticare siamo brave noi donne. A criticarci. Forse un po’ troppo truccata. Naaah!
Alcune hanno fatto gruppo, assieme anche a colleghi maschi, e fanno il viaggio come in un salotto. Se la chiacchierano e se la ridono, come fossero tutti loro soli. Solo tra di loro. Senza badare a nessun altro. E commentano i fatti del giorno. E di politica. Poi c’è quella sempre con quell’aria imbronciata. Sembra continuamente appena uscita da una delusione. E una robusta di colore, probabile badante. E ce ne sono altre. Compresa la piccoletta che non è niente male. A quell’ora è sempre un tragitto molto carico. Frequentato. Insomma ce ne sono tante, ovvero diverse. Insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una vera riserva di caccia. Invece il tizio ha puntato pesantemente me.
Noi donne guardiamo le donne con occhi diversi, anche questo è vero. Siamo pronte alla critica. A cercare anche il più piccolo difetto. Siamo donne. Ma non le vediamo come gli uomini. Non le guardiamo con lo stesso sguardo degli uomini. Non subiamo lo stesso fascino. La stessa attrazione. E’ naturale. Quello ch’è bello per loro non lo è per noi. In verità non sono certa che per noi l’aspetto sia importante. Non lo è per me. Non so cosa mi attrae. Oggi, probabilmente, nulla. Ma ormai sono una signora. Senza più alcun fascino. Forse mi crede una facile preda? Cosa glielo fa credere? Forse mi pensa alla disperazione? Forse è nella sua politica quella di accontentarsi. So già che mi ci vorrà una seduta davanti allo specchio. Non serviva ad un boia. Forse mi ci vorrebbe un psicoanalista. Ma lui, lo sconosciuto, tra tutte preferisce me. Sembra impossibile ma è così. E’ proprio vero. Continua a guardarmi. Poi prende a farmi dei cenni. Un sorriso, tra l’ebete e il rapito.
Le sue attenzioni non mi lusingano. Non so se in un caso come questo si può parlare di molestie. Certo la cosa mi infastidisce. E non poco. Mica per ridere. Eppure non sono più, e ne sono cosciente, una ragazzina. Mi chiedo perché proprio me. Non ho una risposta. Continua col fissarmi. Poi prende a fare mosse con la bocca, con la lingua e di nuovo cenni. Con un che di… di lascivia. Mi sembra stupido. Impertinente. Io volto la testa dall’altra parte. Cerco di ignorarlo. Ma lui, il cialtrone, è sempre là. Sbircio e lo ritrovo. Pronto. E ritrovo il suo sguardo. Se appena mi volto lo ritrovo a farmi qualche gesto. Cerco il soccorso di altri occhi. E’ una cosa veloce. Possibile che nessuno si accorga di nulla. Forse nessuno vuole vedere. Forse sono anch’io. Basterebbe che facessi un cenno al vicino. Un piccolo vezzo d’intesa. Non posso credere che tutti gli uomini siano così uomini. Così distratti. Sono sicura che ne potrei trovare qualcuno pronto a soccorrermi. Ma io sono la testona che sono. E che sono sempre stata. Preferisco affrontare la vita da me. Di petto. A proposito di petto… Preferirei che alzasse gli occhi; ora.
Vado diretta verso di lui: “Forse ci conosciamo”?
Nella mia voce c’è stizza, e rimprovero, e indignazione. Glielo sputo contro in un tono che non lascia dubbi; né replica. Che possano sentire anche quelli che sono vicini. Lui non fa una piega: “Purtroppo temo di no. Spiacente. Possiamo rimediare subito”?
Il suo sorriso non mi piace. Vorrei cancellarglielo. Insultarlo. Persino sputarlo. Sono fuori di me. Non riesco a rientrarci. Lo guardo e cerco uno sguardo di disprezzo. E scendo due fermate prima della mia. Ho tutto il tempo di darmi della stupida.

CONTINUERÀ?

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Come dice anche una canzone “non aveva più voglia di fare la guerra”. Non ne aveva più bisogno. Il suo era il coraggio di essere donna. Se anche quella storia era finita un’altra sarebbe venuta, o nessuna. Forse non aveva più bisogno di storie. Forse poteva farne senza. Suo figlio ormai era grande, e avrebbe capito. E a guardarsi allo specchio sapeva di non potersi amare perché era da troppo tempo che non lo faceva. Il viso lo solcavano solo rughe e quelle rughe erano un disegno mesto. Gli occhi erano due opachi timori, parevano rassegnarsi. I capelli ormai, senza l’aiuto del parrucchiere, erano più bianchi che biondi. Ed era da troppo tempo che non guardava la bilancia. Forse un po’ era stata anche colpa sua. Come poteva un uomo amare una donna che si era lasciata così invecchiare? Ma in fondo era quello in suo dubbio: forse non le era mai importato. Prima sì, ma poi le era interessato solo darsi. Pensare a lui. Veramente era quello che aveva sempre fatto. Anche col suo primo marito. E con il secondo. Ma allora credeva ci fosse ancora un futuro. Di avere qualcosa davanti. Non era certa di quella differenza. Con lui era stata quasi da subito solo una convivenza. Due destini che si sfiorano. Forse la ragione è nel fatto che due disperazioni mescolate non formano mai una felicità. Ma è facile dire che è stupido dopo.
Quando se n’era andato non aveva nemmeno più voglia di piangere. Le era stato quasi indifferente. Aveva giù sofferto e pagato. Ci si abitua a tutto, anche al troppo. E forse lui era sempre stato come l’aveva visto alla fine. Come lo vedeva. E poi il tempo passato non ne vuole sapere di tornare. Si sentiva vecchia e stanca. Non abbastanza vecchia ma molto stanca. E poi per ogni cosa c’è il suo momento. Forse l’errore era stato mettersi con uno più giovane. Forse l’errore è amare, se amore era quello. Era voler fuggire la solitudine. Era quello stramaledetto bisogno di combattere quel silenzio, di una carezza, di un gesto, di sentirsi ancora. Di riconoscersi. Tutto per niente. Non ricordava nemmeno più da quanto tempo tornava a casa di malavoglia. Lo evitava ed evitava di parlargli. Lui aveva provato a continuare a fingere, maldestramente. Lei sapeva dell’altra. Non aveva fatto nulla per trattenerlo. Che senso aveva? Era questo il patto che s’erano dati fin dall’inizio. Convinti che sarebbe durato solo finché fosse durato. Lo aveva voluto proprio lei. Non aveva provato né amarezza né rabbia, solo quasi una muta indifferenza. Non capiva però perché lui avesse testardamente e inutilmente cercato di continuare a negarlo. Forse perché davanti ai fallimenti nessuno vuole vedersi colpevole o responsabile. Forse perché tutti hanno il bisogno di perdonarsi e credersi vittime. Ma ne aveva parlato fin troppo. E il silenzio la offendeva meno di quanto avrebbe potuto supporre.
E’ così che decise di mettere ordine nella sua vita. Svuotò gli armadi e ne riempì alcune valigie con i suoi ultimi abiti. Mise le altre sue cose in alcuni scatoloni. Era quasi sicura che lui non sarebbe mai passato a riprendersele. Non che le facesse male ritrovare oggetti che le parlassero di lui. Semplicemente voleva riprendersi la sua vita. E la sua casa. Semplicemente era una questione di ordine e di spazio. E svuotò sul tavolo i cassetti dove teneva tutte le foto. Nelle più vecchie era ancora bambina, nemmeno riusciva a stare sulle gambe. Erano ancora in bianco e nero. Si rese conto che dentro c’era tutta la sua storia, la sua vita, come fossero state scattate per quello. Tutte assieme facevano un bel mucchio, erano un numero impressionante. Quante saranno potute essere? Semplicemente tantissime. Strano, perché lei non amava farsi fotografare Farle, quello sì; le fotografie. Infatti tra le più recenti in poche c’era. C’erano paesaggi e persone. Le persone della sua vita; delle sue vite. Solitamente lei era dietro la macchina, a ritrarle.
Cominciò con il mettere da parte quelle meno significative. Quelle che in fondo non le ricordavano nulla e non erano che foto. Di queste fece un pacco che legò con un nastro rosso. E anche quello andò direttamente in soffitta. Delle altre… c’erano i posti che aveva visitato. I suoi compagni. I suoi amori o presunti tali. I suoi amici. I suoi genitori e i suoi fratelli, quanto le mancava suo padre. Le divise e raggruppò per periodo, senza pensarci, senza motivo. Aveva una strana inquietudine ma riusciva a domarla con poca fatica. E aveva il suo lavoro ad aiutarla. E voleva avere la mente completamente sgombra per quel lavoro. Finalmente libera. A lui non doveva più niente e non aveva diritto a niente, nemmeno al più piccolo spazio nei suoi pensieri. Gettò tutti i posacenere. Brutto vizio il fumo. Non lo aveva mai sopportato. E le stanze avevano già un’altra aria. Insomma ne aveva tutti i diritti di riprendersi quelle stanze. Di tenere spalancate quelle finestre, le sue finestre. Era sempre stata la sua casa ed era tornata finalmente ad esserlo; solo sua.
Poi una sera decise senza pensarci, le capitava spesso, faceva parte di lei, e forse era anche quello essere donna. Scese quando nessuno la poteva vedere e scavò piccole buche, una affianco all’altra, prima che facesse completamente buio e vi seppellì quegli involucri di foto. Si sentì meglio. Poteva sembrare un gesto stupido. Forse non era nemmeno dimostrativo eppure man mano le sembrava di sentirsi meglio. Seppelliva il suo passato, completamente e definitivamente, sotto un palmo di buona terra. Vicino cresceva alta una pianta di rose selvatiche. Tornò che era stanca ma soddisfatta. Aveva le mani e la gonna sporca e un grande appetito. Dopo cena aveva guardato un dibattito politico senza dover sorbire le sue lamentele e senza dover andare fino in salotto. Lasciò i piatti da lavare, in fondo l’avrebbe potuto fare anche l’indomani. Lesse più del solito prima di prendere sonno ma il romanzo continuava a non piacerle.
Il sonno venne senza fatica ma non la riposò. Un sogno l’aveva angosciata, un sogno che ricordava ancora al mattino perfettamente mentre cercava di mettersi in ordine per uscire. Doveva passare per la banca ma non riusciva a togliersi dalla testa le immagini della notte. Sotto quelle piccole fosse qualcosa pareva lievitare, riprendere vigore. Le persone delle foto stavano tornando in vita uscendo dalle stesse immagini. E tornavano trovandosi sotto quel palmo di terra umida. E allora cominciavano a graffiare disperatamente le zolle per trovare aria; aria e luce. Cercavano di gridare con le gole soffocate. Ne uscivano solo lamenti muti. E tutto era così vivido da sembrare più che reale. Si sentì male, colpevole. Nello stomaco le uscì un buco. Non riusciva a fissarsi su quello che faceva, né riuscì a mangiare. Aspettò con impazienza e alle prime ombre scese in giardino. Nulla sembrava come prima. Ogni buca ricoperta s’era gonfiata come un ventre di donna. Si chiese cosa avrebbe trovato lì sotto. Si diede un attimo sospeso di pausa. Forse aveva avuto troppa fretta. Forse ci vuole solo un po’ più di tempo per imparare a vivere con la solitudine e per tornare a parlare con se stessa. Ma forse era troppo tardi eppure lo doveva fare. Con una grande pena nel cuore si mise a scavare.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Era una donna non più molto giovane, una signora, alta e magra e con un forte accento triestino. Quando arrivava, si poteva essere certi che, subito dopo giungeva anche Astra. E quando Astra non le trotticchiava dietro era solo perché lei la portava in braccio. Spesso capitava di incontrarle molto presto, già quando i pendolari si recano al lavoro ma si era certi di incontrarle negli orari in cui i negozi erano aperti.
Nessuno poteva ricordare di aver visto quella donna vestita con eleganza ma al mattino i suoi vestiti avevano sempre un che di provvisorio; e non per le pantofole. In seguito sembrava completare l’opera e, seppure non era mai trasandata o peggio, il risultato finale non era migliore di quello iniziale. Al provvisorio si aggiungeva della grigia casualità. I capelli tirati sù la facevano più alta e più lunga. Il trucco inesistente o leggero aumentavano l’aria di pulizia ma sulla sua figura pesava quel grigiore polveroso.
Percorreva su e giù, infinite volte, quel breve tratto fra il condominio e i negozi. Vien da pensare a riguardo che si limitasse ad acquistare un prodotto alla volta. Tornava sempre sui suoi passi solo con piccoli cartocci e quasi subito ricompariva per un altro giro e poi un’altro cartoccio. Forse, in quel via vai, vi era semplicemente il suo modo di scandire il tempo.
Parlava ad Astra sempre con pazienza e con voce suadente e forse era questo che aveva reso quest’ultima un poco viziata. Gli aveva anzi dato un’aria leggermente insuperbita, maggiormente ancora quando poteva andarsene in braccio. La signora usava con lei un vocabolario abbastanza limitato e si esprimeva lentamente come se volesse rendersi perfettamente conto che Astra avesse capito.
Eppure la signora parlava volentieri con la gente che incontrava e quel quartiere affollato era sempre ricco d’incontri. E quando parlava, lì per le strade, il suo linguaggio improvvisamente si impreziosiva e, pur senza riuscire a liberarsi dell’inflessione dialettale, si esprimeva con proprietà con semplice chiarezza diretta. Parlava ma con gl’occhi continuamente andava ad Astra. Le lasciava la sua libertà ma era una libertà protetta.
Era anche piacevole, per chi si trovava da quelle parti, parlare con la donna. Quello che diceva, non solo aveva quasi sempre un che di compiuto, ma aveva anche una buona dose di buon senso. Non che ci sia poi una grande varietà nei discorsi coi quali la gente si parlava e solo di raro lei indugiava a raccontarsi, e allora lo faceva solo brevemente, del suo passato di profuga giuliana. Forse non amava tanto ricordare e in lei il passato non acquistava il fascino che acquista per molti. O forse chissà?
Astra era conosciuta da tutti e di tutti godeva le simpatie. Chiunque, al suo posto, si sarebbe ribellata a quell’eccesso di attenzioni e di amore protettivo; a quell’essere trattata con tanta mielosa insulsaggine. Ma lei sembrava non farci caso oppure accettava tutto quello perché era più facile che ribellarcisi. Ma con gl’altri figli la signora non era così. Erano ragazzi sani e robusti, di buoni proponimenti, che stavano incominciando a farsi la loro strada nella vita.
Non si vedevano molto con la madre, forse i loro orari non coincidevano o certo erano portati lontani nelle ore diurne. La signora sapeva celare bene il suo orgoglio per i figli; solo un occhio esperto per la vita poteva coglierlo nel suo rapido passare attraverso una intonazione della voce o da altri elementi ancora più sfuggenti.
Quella mattina l’uomo della scala accanto la salutò distrattamente mentre appunto si recava al lavoro in città. Lei si girò a richiamare la piccola Astra: “Sbrigati pigrona, ti fai sempre aspettare. Lo sai che abbiamo lasciato il fuoco acceso a casa“. Astra, senza scomporsi, come al solito le trotticchiava dietro, e sbadigliò. Con un sorriso molto amorevole la signora la prese in braccio prima della rampetta delle scale che conduce al condominio; naturalmente con un cartoccio floscio in mano. L’uomo, un po’ perché quella era una scena assolutamente abituale, un poco perché si stava affrettando, non si voltò nemmeno.
Quando la signora ridiscese aveva ancora Astra in braccio e Astra era soddisfatta come può esserlo qualsiasi bimba fra le braccia della mamma; sembrava sfidare il mondo. Sembrava amasse particolarmente farsi ammirare lì come assisa ad un trono regale. Girava anzi la testa qua e là come a cercare spettatori per il suo trionfo. Ma la signora che doveva tenere fermamente alla sua educazione, forse rendendosi conto di quel velo di superbia, non subito però per non trasformare il suo gesto in rimprovero, ma quel tanto dopo per farlo restare dolce richiamo, la mise a terra. A quell’ora non poteva essere aperto ancora che il fornaio.
Tornarono quasi affiancate e si impegnarono per un altro paio di giri. Nel frattempo la signora aveva incontrato i due fratelli della prima scala che andavano a scuola, una donna della quarta che andava a far pulizie, con cui riuscì a scambiare anche alcune distratte frasi, e alcuni altri inquilini frettolosi. Con nessuno di loro c’era stata la possibilità di dire alcunché tranne saluti brevi, se non addirittura cenni e mugugni. Si sentiva il primo vociferare dei bambini negli appartamenti e le prime dispute fra adulti, qui per il turno al bagno, lì per il caffè troppo caldo, dall’altra parte ancora forse solo perché era mattino e al mattino succede di alzarsi di cattivo umore. Qualcuno aveva acceso la radio per sentire le notizie, qualcun’altro aveva alzato la musica per non sentirle.
Aveva ancora le pantofole ai piedi e una confezione di latte parzialmente scremato e a lunga conservazione in mano. E sogghignava un poco delle piccolezze di quel mondo piccolo cosi impegnato a combattere quelle infime battaglie quotidiane che lei riconosceva e sapeva che, seppure a qualcuno potevano sembrare guerre, altro non erano che inutili dispute dell’inutile. Con gl’anni aveva imparato a conoscere ogni voce e ogni suono e non vi era un mattino che si differenziasse da un’altro; ogni mattino era la perfetta copia del precedente. Fatti salvi i giorni di festa che somigliavano solo ai precedenti giorni di festa così come si somigliano le gocce d’acqua.
Astra era rimasta invece indietro, incuriosita da tutto, cercava goffamente di affrettarsi ma subito dopo tornava a distrarsi perché ogni cosa sembrava attrarre la sua attenzione. “Astra, piccola mia, lascia stare quel cane. Ma quante volte ti devo dire le cose? Sai che le bestie sono quasi sempre sporche.” –la esortava la signora– “E non fermarti sempre con i bambini che sai quanto sanno essere dispettosi.” –e ancora paziente– “Su! da brava; saluta la signora. Non farmi la maleducata. Poi la gente cosa può pensare della mamma“.
Quella piccola femmina di cane di razza incerta aveva col tempo persa un forma precisa, infiacchita dagl’anni e da una bronchite ormai cronicizzata, si era allargata a dismisura e il ventre toccava terra a causa anche delle corte zampe. Respirando perciò a fatica, con sforzo immane, trascinò quel corpo larghissimo e impacciante con passo dondolante su per i pochi e larghi gradini. Ogni passo sembrava stroncarne la resistenza ma caparbiamente raggiunse la donna. La signora l’aspettava lassù con la pazienza di sempre: “Coraggio mia piccola Astra! vieni dalla mamma“. Certo aveva avuto per quel cane molte più attenzioni di quante ne avesse mai riservate ai figli.
Astra allora sollevò verso la signora due occhi colmi di compassione e prese fiato:
Ho ottenuto, in via del tutto eccezionale, il permesso di liberarmi di questo peso opprimente perciò la prego, cara signora, di voler essere così cortese da prestare alle mie parole la sua massima attenzione perché non mi sarà concesso di ripetere e io cercherò di essere, seppur succintamente, il più chiara possibile“.
La donna la guardò allibita ma Astra, imperterrita, stancamente continuò:
Come vede non è vero che a noi manca solo la parola. Noi possiamo benissimo capire e altrettanto bene parlare. Se non lo facciamo, con un poca di pazienza, le potrò esporre la semplice ragione”.
Se poi mi stò esprimendo in un modo che le sembra fin troppo semplice mi voglia scusare ma è solo per la necessità di essere chiara e non fraintesa”.
Senza offesa ad alcuno Lei non mi è madre, e come potrebbe? ne alcunché; creda a me che madre sono stata, e Lei lo sa. Il mio stato di salute Lei ben conosce. E il mio avanzato stato di servizio, al suo servizio, mi rende ormai penoso anche il semplice scodinzolare. Sebbene sappia che quello è, pur sempre, il mio dovere minimo; mi voglia perdonare di ciò”.
Se il ns. modo di esprimerci può sembrare così rudimentale e inadatto, se cioè ci limitiamo ad abbaiare e latrare, non è certo per incapacità”.
Sappiamo articolare le parole ed esprimerci in modo compiuto e con proprietà di linguaggio. Lo sappiamo fare ma a noi, semplicemente, non è concesso. Non è concesso solo ed esclusivamente per un’altrettanto semplice ragione di opportunità”.
Noi siamo costretti a rispettare queste consegne per non essere coinvolti dall’uomo; oserei dire, se mi è concesso, dalla follia dell’uomo. Non le dovrebbe risultare difficile da capire la ns. condizione”.
Non vogliamo, e possiamo, accettare di vivere secondo regole inventate e innaturali; a misura di codici assurdi e strampalati. E il ns. altro non è se non un tacito rifiuto”.
E’ infatti per noi inconcepibile attenersi a degli orari per aver fame e a riti per soddisfarla”.
E’ per noi altrettanto impossibile soggiacere ad altri riti per provare amore. O anche per soddisfare i bisogni più elementari. Anzi, tutto ciò ci è incomprensibile”.
Non c’è in noi alcun senso del piacere che presupponga la sofferenza ne alcuna attitudine all’espiazione. Siamo perciò completamente estranei ad ogni tipo di opprimente controllo esterno e proprio”.
I nostri rapporti sono regolati da nozioni semplici e soprattutto spontanee. Le nostre gerarchie sono determinate da valori reali e inopinabili. Non conosciamo variabili di sorta. Non viene ammessa furbizia e non vengono scontati ripensamenti o pentimenti di sorta”.
La vostra è una vita, a giudicarla bene, basata su di una religione, mi permetta l’esprimermi, balzana, contraria ai ritmi naturali della vita”.
Alla fine di queste mie poche osservazioni generali mi permetta di giungere alla questione che più mi sta a cuore; di parlare cioè, molto onestamente, della mia situazione personale che lei dovrebbe conoscere perfettamente”.
Sono invecchiata delle sue eccessive premure ed esse mi pesano più degli stessi anni e di questo corpo martoriato. Lei lo sa come fatico a sostenermi e trascinarmi per l’asma e i dolori reumatici. Ma non mi sono mai lagnata ne tanto meno ribellata; e ne avrei avuto voglia e motivo, mi creda”.
Di una cosa sola la prego: mi usi la cortesia, almeno per questi pochi giorni che mi rimangono da vivere, si limiti nel rivolgersi a me con quel tono mieloso e quelle parole assurdamente sciocco. O se proprio non ne sa fare a meno, in quanto essere umano, cerchi almeno di dividere il suo soffocante affetto anche con i suoi famigliari. Un’equa spartizione delle pene allevia sempre i componenti delle classi più deboli. Glielo chiedo in nome di un vecchio e solido rapporto di cui non ha mai avuto modo di pentirsi”.
Ora mi voglia scusare per il disturbo arrecatole, per ogni mia eventuale mancanza di delicatezza e per qualsiasi grossolanità possa aver usato nell’esprimermi, ma creda alla buona fede delle mie parole e alla loro mancanza di cattiveria; mi creda, la mia è la supplica dettata da un essere disperato e il tempo concessomi è proprio scaduto“.
Dopo che ebbe detto questo Astra tornò a tacere e da quella volta, a quanto ne so, nessuno ha più sentito un’animale parlare; almeno a tutt’oggi.
L’uomo che la calpestò stava per scivolare, non pensò alla fortuna ma, esasperato, non ebbe neanche alcun riguardo per la signora e, prima ancora di strofinare la suola della scarpa sull’erba, sferrò un violentissimo calcio ad Astra; e magari quella volta non era nemmeno stata lei.¹


1] 24 ottobre 1994

 

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Vorrei non chiamarmi anch’io Michele. A proposito di comunicazione: la vita non è un viaggio. Non puoi prendere il biglietto sapendo già la destinazione. Girandoti indietro tutto sembra più facile. Si sono perse le emozioni, i particolari, l’ambientazione. E’ la facilità della confusione. La sua fragilità. E’ la sintesi della memoria. Perché è proprio quell’insieme, il paesaggio, che fa quel viaggio, che decide dove approdi. Lei non ci aveva mai pensato, oppure ero io che lo credevo. Sono alchimie sottili e distratte a mutare il metallo vile in oro e viceversa. Quando era andata alla festa era stato per un semplice dispetto. A lui. Più ancora a sé stessa. Alla propria stupidità. A lui proprio perché non lo avrebbe voluto. Ma che diritto aveva? E alla propria stupidità per essersi infilata in quella situazione. Per aver inseguito quel niente e quelle solitudini. Per quella sua incomprensibile incapacità di uscirne.
E’ qualcosa che a volte si chiama amore, ma quasi sempre assomiglia solo ad una malattia. In fondo anche con lui, Michele, era stato lo stesso. Era cominciato come da niente. Una simpatia. Poi avevano cominciato a parlare. Cioè le sembrava più facile confidarsi. Si era mostrato gentile. A dire il vero avrebbe dovuto diffidare. Forse si era sentita presuntuosamente forte. Le cose vanno verso un inizio, o verso il precipizio, e tu fai seguire un passo all’altro. Non c’è un progetto. Vivi. Ti accorgi dove sei arrivato quando sei arrivato. Quando è tardi. Aveva pensato che in fondo era solo un bacio. Poi si era chiesta cosa era quel bacio. Poi aveva pensato che dentro c’era la sua libertà. Aveva dovuto aspettare anche troppo tempo per capire che era la sua prigione.
Così, allo stesso modo, era andata al ballo. Per ribellarsi alla sua gelosia. Per la sua possessività. Proprio perché sapeva chiedere ma non le aveva dato che nulla. E c’era andata anche senza sapere perché ci andava. Certo non ci cercava nulla. E’ quasi sempre così. Certo non credeva che avrebbe incontrato niente. Semplicemente Lilly aveva insistito. Semplicemente era uscita di casa. Un po’ per disperazione. Un po’ di malavoglia. Non era il massimo. Non conosceva nessuno. Quasi. La padrona di casa. Pochi altri. E poi era stanca di starsene sola in casa. Tutte le feste. Ad aspettare.
Se avesse dovuto dirlo, dopo, avrebbe detto che Carlo incarnava tutto quello che lei aveva sempre evitato in un uomo. Anche quello che odiava. Come la sfacciata sicurezza. Anche quello… perché già le altre la invidiavano. Su quello, ma solo su quello, si assomigliavano; quei due uomini. Quando avrebbe dovuto dirsi pensaci Rossana, non ebbe nemmeno il tempo di farlo. Ma vivere è un diritto, e un dovere, mai una colpa. Non andare sarebbe stato solo tradire sé stessa. Già! lei non lo avrebbe mai ammesso. Quella lei era così diversa da lei. Era un altro gioco. Interpretava la parte di quella donna che detestava, che non avrebbe mai voluto essere. La voce di lui la rapiva. Si rifiutava e non poteva sottrarsi al fascino dei suoi suoni. Agli occhi di Carlo. E già si malediva e si rimproverava. Avrebbe voluto ma nessuno la aspettava. Cercava di fingere che non fosse così. Che tutto fosse solo come avrebbe voluto. Intanto si sentiva nella parte del torto.
Uno ci nasce con la propria faccia. E con tutto il resto. E quella faccia, bella o brutta, ti devi tenere. Non ci si può mica rifiutare. E non ci si può incolpare per il proprio aspetto. Ne usarlo per scusarsi. Poi, dopo, aveva capito che era lusingata delle sue attenzioni. Quando era tardi. Forse. Non per i suoi occhi. Nemmeno per la sua voce. Solo perché era lì. Solo perché le parlava. Solo perché alla sua età si ha quel diritto a vivere. Ad un briciolo di attenzione. A sentirsi importante. Appunto, viva. Ad un film. Uno stupido film. Ma cos’era un film? Anche solo un film era tutto quello che non aveva avuto. Che non poteva avere. E passeggiare dopo per le calli tranquilla. Parlando senza dover fare attenzione ad ogni parola. Con uno che ti accompagnava fin sotto casa. Con qualcuno che mostrava interesse per te. E se fosse venuto a saperlo: tanto meglio. Era tentata di dirglielo lei.
Certo che doveva essere amore quello che provava per Michele. Ma quello di Michele cos’era? Lui aveva la sua famiglia, le sue cose, persino le sue altre avventure. Lei era… meno persino di quelle. Lui nemmeno si ricordava di lei. E poi però la voleva trovare ad aspettarlo. Lei non gli aveva mai chiesto nulla. Non l’avrebbe fatto. Non aveva mai chiesto. Non gli aveva mai aperto il proprio cuore. Forse aveva detto di più a Carlo, quando era ancora poco più di uno sconosciuto. In poco tempo. Quasi in fretta. Lo aveva fatto perché sapeva che di lui si poteva fidare. Perché a lui poteva rinunciare. Di lui avrebbe potuto fare a meno. In qualsiasi momento. E’ strana la vita: eppure quell’uomo le aveva dato molto di più di quello che mai il suo uomo le avesse dato. Certamente più di quel nulla.
Non era facile ammetterlo. Non voleva mostrare le proprie debolezze nemmeno a se stessa. Quello era il punto. Perché parlare? Cercare di farsi capire, dove non c’era niente da capire? Come sempre era colpa sua. Anche questo è un modo di fuggire. Certo che lo credeva diverso. Tutti sembrano diversi all’inizio; altre persone. Lei era fatta così: una che credeva, che non mollava. Ma come poteva continuare a vivere parlando solo col proprio silenzio. Pietendo un po’ di attenzione. Consumando le proprie ore aspettando quello che non poteva mai arrivare. Aspettando solo di invecchiare. Aspettando lo stesso niente. Ordinandosi di non guardarsi indietro. Cercando di dimenticare mentre le cose le stava ancora vivendo. E gli altri ti dicono bella e tu non sai che fartene. Gli altri ti guardano e non ti vede l’unico che ti interessa. E le ore sono lunghe. Ma era vita quella? Che colpa ha una donna di sentirsi sola se è sola? Lei non si accettava. Tornava a darsene ogni colpa. Non poteva incolpare che sé.
Lui non era presente nemmeno per assumersi una colpa. Ma come poteva dirlo a lui delle sue angosce se non sapeva confidarle nemmeno a sé stessa. Come poteva capirla se lei non si capiva. Il mondo le aveva promesso tutto e non le aveva dato niente. Non aveva chiesto. Allora è facile accontentarsi anche di un piccolo amore. Di una attenzione. Di un sorriso. Di una carezza. Di un consiglio. Sapeva che lui aveva ragione, ma non voleva accettare di ammettere che si stava sbagliando, anzi non poteva farlo perché non poteva tornare indietro. Non poteva che accettare il proprio errore. A qualsiasi costo perché le cose non sono mai come le avevi sognate. Ma le cose non sono mai come te le ricordi.

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A vent’anni sembra di poter allungare una mano. Che l’intero universo sia lì. Solo per farsi prendere. E tutto sembra facile. Il treno che va. Oppure una macchina. Basta salire. Il mondo è fuori dalla porta. Il rumore del motore. Le parole dei ragazzi sono leggere. Ti piace piacere. E’ una strana sensazione. A volte da fastidio. Fin troppo spesso è un bel sentire. Pare di avere tutto ai tuoi piedi. E di poter scordare tutto in fretta.
Poi… basta un attimo. Nemmeno te ne accorgi; distrattamente. E non ce li hai più, quei tuoi vent’anni. Ti svegli come da un sogno. Ed è tutto cambiato. Tutto diverso. Non lo avrei mai creduto. Come potevo essermi infilata in un casino simile? Non ci avevo pensato. Anzi no. Era proprio quello che avevo cercato. Che avevo voluto. A volte me lo chiedevo. Più spesso ormai evitavo le domande. Lo avevo voluto perché non volevo più legami. Non volevo più sentirmi mancare il respiro. Avere occhi addosso e chi mi insegnava a vivere. Essermi rubata. Ma non è solo una questione di età.
Certo lo so. Ma cosa mi dà? Michele? Se non questa solitudine? Una vita di attese? Nemmeno una parola. Solo una vita stronza. A volte vorrei poterlo fare. Invece ogni volta che chiama, povera stupida, non riesco che a correre. Perché siamo così, noi donne? Con le nostre notti bianche. Perché l’amore è una specie di ossessione? Ma poi… l’amore; cos’è l’amore? E’ difficile chiamarlo amore. Avesse almeno trovato una parola. Troppe volte mi sento come meno di niente. Troppe volte lo sento solo come un male. E non ci sono principi, nè cavalli. Vorrei fuggire. Invece non c’è nessun posto dove andare. C’è un solo posto: è il posto dove aspettare. E’ questa sorta di morte. Non lo avrei mai creduto. Mi sentivo nei panni di un altra.
Mica lo sapevo perché c’ero andata. Non mi piace ballare. Non particolarmente. E poi ho sempre avevo paura di annoiarmi. Sono passati i tempi. Non amavo trovarmi tra gente nuova. Tra sconosciuti. Non più. Perdermi tra parole inutili. Che ci vai a fare quando non sei più ragazzina? Cioè era come se non avessi più l’età, nemmeno per quello. Per ballare. Alla fine avevo detto di sì. Sapevo che lui non ne sarebbe stato contento. L’avrei sentito, quando l’avrei rivisto. Ma quando l’avrei rivisto? Era tutto così… Provvisorio. Forse avevo accettato proprio per quello. Proprio perché lui non avrebbe voluto.
Balli. Perché quegli occhi tristi. Carlo”!
Un altro Carlo. Certo che Carlo era un nome comune. Ma sono ricorsi spesso gli stessi nomi nella mia vita. Anche prima di Michele c’era stato un altro Michele. Ma era stato solo una piccola storia stupida. Una storia che stranamente ricordo, di tanto in tanto. Non ora. Ma erano così diversi quei due. Forse perché era così diversa la loro età. Ma anche la mia era diversa. E lo ero io. E poi non era solo una questione di età. Cosa gli importava, a quello. Non ci avevo mai pensato. E se ci pensavo avrei concluso che non si vedesse. E poi non era proprio tristezza. Forse ero solo incazzata. Forse era noia. Avevo già voglia di andarmene. In fondo erano solo affari miei. Ho preso una bibita. Tanto per togliermi dalla situazione. Eppure me lo avevano già detto. Quella degli occhi. Forse mostravo anche quello che non c’era. Non sono mai stata molto brava a fingere. Ma cosa c’è da essere felici? Era finita l’età della spensieratezza. Eppure era una festa e si ballava.
Almeno gli altri ballavano. Lo seguii come priva di ragione. Senza alcun interesse. Svogliatamente. Se ero a quella maledetta festa… non potevo continuare a dire di no. Starmene da sola. In un angolo. Continuare a pensare. Avrei voluto provare a divertirmi. Non ci riuscivo. Questo l’avevo sempre saputo. Anche prima di arrivare. E non credevo di trovarmi tra tanta gente. Tutto perché… non per la mia timidezza. Timida lo sono sempre stata. A volte tento a nasconderlo. Mi sembra di non riuscire a farlo molto bene. Gli altri fingono o riescono a non accorgersene. Ma gli altri sono sempre così distratti. E forse mi pensano diversa. Deve essere così. E quando mi trovo con estranei non trovo mai una parola. E’ una guerra. La ragione, anche se stupida, era la sua gelosia. Avrei voluto almeno provare soddisfazione a farlo ingelosire. Nemmeno quella. Che gusto c’era?
Lui aveva la sua famiglia. Tutto veniva prima di me. A me restavano solo le briciole. Ma poi mi controllava dove andavo. Con chi parlavo. Cosa facevo. Persino al lavoro. Cosa resta ad una persona? Ero scappata per ritrovarmi in gabbia. Se l’avessi saputo… ma le cose si sanno col senno di poi. Semplicemente c’ero andata anche per sentirmi libera. Anche se sapevo che mi mentivo. Se fossi stata a casa avrei continuato ad aspettare. Magari a guardare il telefono. Pregandolo di suonare. Come mille volte. E come ogni festa. Soprattutto le feste erano giorni fatti solo di attesa. Quell’amore mi uccideva. Era disposta a morire. Perfino a continuare ad aspettare.
La musica si era fermata. Era terminata. Poi aveva ripreso. Non c’eravamo mossi dal centro della sala. Lui, Carlo, non sembrava avere intenzione di smettere. Di lasciarmi andare. Strano uomo quell’uomo. Era la prima volta che lo vedevo. Lui si comportava come se mi conoscesse. Mi diceva che era stato interessato fin dalla prima volta. Quale prima volta? Non c’era nessuna prima volta. Non c’era mai stata. Non ci sarebbe stata un’altra occasione. Non mi è mai piaciuto trovarmi in una parte che non conosco. Spiazzata. Non governare il discorso. Cominciavo ad averne abbastanza. Volevo mollarlo lì, in mezzo alla sala. Con le sue parole a metà. Ma con che diritto mi teneva lì? Non riuscivo più ad allontanarmi. E mi aveva spiegato che mi aveva vista a teatro.
Ah? Ero andata con un collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento. Non era granché”.
Mi sentii leggermente in imbarazzo. Perché? In fondo era vero. E poi non avevo la voglia di spiegare. Non so nemmeno se sarei riuscita a spiegare. Non lo capivo nemmeno io. Forse non c’era proprio nulla da spiegare. Pensai, solo in seguito, che forse lui non lo voleva sapere. Che non me l’aveva chiesto. Che poteva anche non interessargli. Che forse sapeva. In quel momento bastava quello. Poche parole e il resto silenzio. In fondo lo avevo appena conosciuto. E poi era la mia vita. Mentre lo avrei lasciato volentieri alle altre. Alle altre che sembravano invidiarmi.
Sì! Non è stata una grande cosa. Mi aspettavo di più. Ma cosa ti piace”?
Ma, non saprei, il teatro mi piace, se fatto bene. E poi… amo leggere e mi piace il cinema”.
Avevamo già finito gli argomenti in comune. Tutta la nostra conoscenza si era limitata a uno sguardo da distante. Non lo ricordavo; certo. Non potevo farlo. Era stata una delle poche volte che avevo avuto una serata con Michele. Se non ricordo male l’unica. E almeno gli attori avessero conosciuto la parte. Proprio dei veri cani. Forse mi aveva portata perché lì non ci potevano conoscere.
Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo di cui parlare”.
Non avevo ancora voglia di parlare. Non con lui. Non me l’aveva data. Ero ancora quel pesce. E non mi interessava se era stato regista dilettante. E se poi aveva dovuto smettere, perché son cose che si fanno da giovani. In quell’istante mi sentivo ancora giovane. E in fondo a volte, soprattutto con Michele, mi succedeva; di sentirmi una ragazza tra uomini. In un mondo troppo adulto. Che a volte mi sembrava di non capire. Quel Carlo mi aveva raccontato che aveva smesso dopo che era caduto in pieno palco. Nel mezzo di una recita. Ma era passato tanto tempo. Questo mi aveva fatta ridere. In fondo non era poi così male. Continuava a parlare. Non mi dava più alcun fastidio. Mi piaceva quella sua sincerità; il suo modo di fare. Più che sincerità quella sua naturalezza; diretta. E di cinema se ne intendeva proprio. Ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva. Che non avevo mai sentito. Cominciavo ad invidiarlo. Ma perché mi diceva tutto quello? Cominciavo a temere che non sarebbe stato facile liberarmene.
Vai spesso a ballare”?
Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così”.
Nel frattempo ballava e quasi non mi toccava. La sua mano sfiorava il mio fianco. Mi piaceva sentire la sua voce. Mi tranquillizzava. Sembrava intimidito. Anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Sapevo che non era così. Non poteva essere. Lo si capiva. Mi andava di crederlo. Certo non era granché bravo. Lui andava da una parte e la musica se ne andava dall’altra. Come due perfetti sconosciuti. Era chiaro che il ballo era solo un pretesto. Che voleva solo parlare. E quello lo faceva bene. Quella sua finta timidezza era molto affascinante. Mi chiesi se lo poteva infastidire la sua statura. O la mia. Ad alcuni uomini non piacciono le donne alte. Altri si sentono a disagio. E’ anche per questo che evito quasi sempre di mettere i tacchi. Anche se non li so portare se sono un poco alti. Non ne avevo che due dita. Quelle bastavano.
Beh è colpa mia, ho insistito così tanto”.
Non capisco”.
Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho viste assieme e le ho levato il fiato”.
Questo lei non me l’aveva detto; la stronza. Me l’avrebbe pagata. E come se me l’avrebbe pagata. Ecco perché l’aveva fatto. Vatti a fidare di quelle, delle amiche. Strano. Doveva tenerci molto a lui. Ma allora perché? Mi era sembrato strano. Non invitava mai nessuno da lei. E poi per una festa da ballo. Non ci avevo pensato. Se l’avessi fatto avrei capito che ci doveva essere un motivo; una ragione. Che ci covava una gatta. E che da Lei non me lo sarei aspettata. E poi lei mi conosceva. Sapeva bene che non cercavo nulla. Decisamente doveva tenere a lui. Chissà cosa gli avrà detto di me? Non potevo comunque che continuare a fare la mia parte. A fare l’ingenua. Mi riusciva bene. Più che naturale. C’ero sempre stata, ingenua. Me lo ripeteva continuamente, Michele. Gli uomini quando ronzano intorno cercano solo quello. E lui?
Continuo a non capire.” e invece cominciavo a capire. Anche troppo. Mi stava corteggiando. Ero sorpresa. La cosa non mi stava infastidendo. Alzai gli occhi. Lo guardai come fosse la prima volta. Cioè lo guardai meglio. Lo sapeva fare. E poi i suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Bello, aitante, soprattutto deciso e, cosa che non guastava, libero. Tanto alto da essere stato un giocatore di pallacanestro a livello dilettantistico. Da far sentire piccola me. Non ho mai badato alla bellezza, dell’uomo. Non ho mai badato troppo al suo aspetto fisico. Certo che sono la solita stronza. E anche la solita stupida. A chiedermi: se non amava ballare perché era venuto? E invece era tutta colpa sua. Cioè era successo tutto per lui. A causa sua. Non so cosa ma aveva qualcosa; quell’uomo. Pensai che forse avrei dovuto cominciare a pensare a lui chiamandolo per nome. Era già come se ci conoscessimo. E cominciava ad incuriosirmi. Certo non era il primo che ci provava. Già! cosa avrebbe detto Michele? Non sono mai potuta passare inosservata. Sarà per i miei capelli; rossi.
Semplice. Volevo invitarti al cinema”.
L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Forse pensava che gli credessi. Non è che mi aveva preso per una sciocca? La sua presenza non cambiava le cose di una virgola. Anzi mi avrebbe dovuto infastidire. Mi avrebbe dovuto ma non lo stava facendo. Non mi erano mai piaciuti quelli belli che sanno di esserlo. Con lui era diverso. Mi sentivo a mio agio. Avrei voluto che fosse più… cialtrone. Meno gentile. Meno bravo. Che avesse provato ad allungare le mani. L’avrei mandato all’istante. Senza aspettare un secondo. Il suo gioco ormai era scoperto. Non era di quelli. Cosa poteva fargli pensare prima che potevo essere interessata? E forse voleva anche portarmi al cinema. La stronza, Lilly, poi mi aveva detto di stare attenta a lui. Dopo. Perché lui era uno che ci sapeva fare. Che ne aveva infranti di cuori. Che aveva un carnet fornito. E me lo disse quando poteva anche fare a meno di dirmelo. Certo che son proprio stronzi, gli uomini. Non muovono la coda senza cercare un tornaconto. Ha ragione Michele. E lui lo sa. Ma se lo poteva risparmiare. Io sapevo ormai badare a me stessa. E ne avevo abbastanza di uomini.
Ancora naturalmente non sapevo quello che avrei saputo solo dopo. Tornai a guardarlo veramente in volto e fui presa da una certa agitazione. C’era quella luce nei suoi occhi. E su quel viso da bravo ragazzo. Qualcosa che non avrei saputo definire. Erano curiosi. Erano intelligenti. Erano intensi. Un’espressione pericolosa. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Pensai a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. E non era solo l’aria. Michele era nato per tradire. Ma non potevo dire che mi tradisse. Non sapevo nemmeno cosa ero per lui. Oltre ad essere sua. Fu solo un attimo. Chissà cosa avrebbe detto a vedermi ballare con un altro. Se fosse stato presente. E c’era qualcosa nella sua voce. E nelle sue parole. Di quello sconosciuto. E poi… era libero da impegni famigliari.
Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film”.
Nessuna storia. Nessuna paranoia. Nemmeno nessuna paura. Certo sarebbe stato bello… Non lo era stato. Me l’ero voluta. A volte ti fai male con le mani. Lo sai. La vocina te lo dice. Non la ascolti. Ti ricordi quando è tardi. Non che contasse. Ormai non aveva più nessuna importanza. Proprio nessuna. Ormai Michele c’era. E poi non ci pensavo. Gli sorrisi. Perché no? Pensai. E mi sentivo stranamente tranquilla. Come non lo ero più. Non ricordavo da quanto. Da quando era cominciata con Michele. Forse da ancora prima. Anzi certamente.
E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie mi avrebbe fatto. In fin dei conti non facevo nulla di male. Avrei sempre potuto tirarmi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Dirgli di no. Un film è un film. E poi non ci dovevamo perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum. Su questo eravamo perfettamente d’accordo. Sentivo che ne poteva nascere una bella amicizia. Che sarei riuscita a controllare la situazione. Era simpatico. Di bello aspetto, che non guastava. Ed era bello riprovare ancora quella emozione. Sentirsi nuovamente addosso le attenzioni di un uomo. Vedere i suoi occhi ammirati. Rubargli delle gentilezze. Sentirsi ancora importante. Non che non me ne mancassero le occasioni. Di mosche intorno se ne trovano sempre, sul miele. E’ solo che lui mi sapeva convincere. E poi vado pazza per il cinema.

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L’affetto che aveva per lei gli aveva impedito, fino a quel momento, di vedere quanto era carina. Glielo aveva fatto notare Alberto che non doveva essere poi stupido come lui aveva sempre creduto. Si! s’era fatta proprio carina ma pensare a lei come donna gli sembrava di sminuirla e di offenderla.
Lei si chiedeva perché e non capiva quella sua distaccata e arrogante superficialità. Si sentiva sicura vicino a lui ma ne aveva fin troppo di quelle sue attenzioni protettive. Ecchecavolo… anzi… proprio… ecchecazzo! che aveva che non andava. Dalle labbra le uscì il nome e subito scordò tutto quello che gli avrebbe voluto dire. S’era costretta su quei tacchi e solo divampò di un rossore improvviso che lui non conosceva.

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