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Posts Tagged ‘attesa’

Io lo so bene. Faccio questo mestiere da vent’anni. E lo faccio bene. Conosco tutti. Saluto tutti. Magari un cenno. Vent’anni dico. Da quando c’era ancora lui. Ero giovane allora. La salutavo. Si! la salutavo. Come tutti. Buon giorno. Come va? Come vuole che vada? Cose di questo genere. Robe dette in fretta. Senza fretta. Cose senza peso. Magari non ci si fa caso. Vent’anni. Ogn’uno diventa qualcosa dell’altro. Io questo dico. E’ così. E in vent’anni mai aveva ricevuto nulla. Mai una lettera. Una cartolina. Un pacchetto. Oserei quasi dire che nemmeno la pubblicità le arrivava. Nemmeno le bollette riceveva. Tanto che ho pensato che le facesse mandare in banca. Forse è così. Certo è così. Niente di niente. Lo giuro. Anche per questo la ricordavo bene. La guardavo bene. Mi metteva curiosità. Anche se conosco tutti. Nome per nome. Potrei dirne. I difetti. I tic. I tac. E poi perché dovrei dire per un’altra cosa. Niente. Nemmeno l’abbonamento della televisione. Tanto che pensavo che nemmeno ce l’avesse. Mi sembrava impossibile. Mica lo credevo. Ma non arrivava nemmeno quella. Un dubbio me lo sono fatto. Magari per un pugno di minuti. Vuoi vedere che non ce l’ha? Se non gli arriva. Così mi dicevo. Ma lo so. Come si fa? La sera. Poi. Che ci fai del silenzio. Di quelle ore senza luce. Solo in casa. Il tempo non passa. E’ così dico. Nemmeno sembra da persone vive. Nemmeno per sbaglio. In vent’anni non le ho mai recapitato niente.
Posta. Poi mi trovo una lettera. Quella lettera. Mi trovo una lettera in mano. Non ci credevo. Non riuscivo a crederci. La rigiravo tra le dita. Era proprio sua. L’indirizzo era quello. Era proprio per lei. Una lettera tutta precisa. In una busta bianca. A dirlo sembrerebbe normale. Una lettera. E cos’altro? Faccio il postino. Ma una lettera per lei. Dopo vent’anni di niente. Quello era ed è una cosa strana. Degna di curiosità. E quella mi ha messo. Curiosità. Continuavo a guardarla. Era come un oggetto curioso. Come una cosa senza senso. Quello che non ti aspetti. Era questo. Quello che non potevo credere. Avevo perso la speranza. Era diventato normale. Era diventata cosa tra le cose. Così come mangiare a pranzo. Come l’ombrello e la pioggia. Una cosa normale; insomma. Invece all’improvviso. Senza che niente fosse diverso da sempre. Ce l’aveva tra le mani. Una vera lettera per lei. Di quelle rettangolari. Di misura regolare. Misurata. Una busta bianca indirizzata a lei. Senza mittente. Spuntata dal nulla. Che cercava lei. Proprio lei.
Un amico? Un parente lontano?”
Né vicino né lontano. Un parente? In un certo senso.”
Mi guardava con quegli occhi piccoli. Due buchi. Come mi controllasse. Io non sono curioso, ma la mia curiosità cresceva.¹


 

1] scritto l’ 11.11.1994

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Se ne stava sola in cucina, sola fra i tintinnii vari, canticchiando mentalmente brandelli di canzoni, alla rinfusa, come i ricordi le suggerivano. Silenzio: solo quei fragili tenui odori, quei gesti misurati. Versò precisa i pelati sullo sfrigolare della cipolla nell’olio, questi produssero un suono roco, breve e acido; sprigionarono una piccola colonna di fumo sottile.
Di lui sentiva unicamente, provenire dall’altra stanza, attutito, l’armeggiare attorno a chissà che cosa. Si divertiva, lavorando, a indovinare i rumori come messaggi, e attraverso essi i gesti e i movimenti di Carlo, le sue espressioni, il suo aggrottare le ciglia, le sue mute smorfie.
Percepì e distinse il brandy che veniva versato nel bicchiere, il giaccio tuffatovi dentro. Per continuare nel suo gioco aveva spento l’aspiratore. I vetri erano opachi, appannati; e sudavano. Un tramestio appena accennato: lo sfogliare i dischi.
Si chiese se aveva fatto quanto lui si aspettava e se lui si sentiva più o meno a suo agio mentre consumava quell’attesa. Pensò a quando era arrivato. Poi solo un breve silenzio. Un tonfo sordo; cosa poteva essere? Si fece fretta, ora si trattava di indovinare più che di intuire. Infine, quando non fu più possibile trattenerlo e il tempo riprese il suo normale scorrere e a decidere l’ordine delle cose, …si… certo, il trascinarsi della puntina sul disco.
Le prime note, un attimo ancora per riconoscerle, era un vecchio disco di tanti anni fa, un disco che da molto tempo non ascoltava; note una volta frequenti e famigliari. Non lo canticchiava ormai più. I versi le tornavano alla mente nel loro procedere, avrebbe fatto fatica a precederli. Cominciò ad accelerare i gesti, scoprì una certa impazienza.
Eppure le sembrava di ricordarle quasi tutte quelle parole, gl’anni non avevano cancellato che poche marginali cose (note a margine con (quasi un quiz per (provate a indovinare): quale cantante? Il titolo preciso?) tecnica cinematografica – piano sequenza: lei che si lava le mani.) e si trovò giocoforza a canticchiare assieme al disco quella storia che era appartenuta al suo passato, cresciuta e morta con lei: l’uomo, il sudore (diciamo così) e l’amore; hanno tempi diversi e luoghi diversi ma uguale schermo per i sentimenti che vi si mercanteggiano. Lui aveva riccioli neri e solo un principio di barba filamentosa; allora. Era diverso, anzi, era un altro ma anche lei era un’altra. Fatta di altri colori, altri sorrisi. Forse altri sapori.
Versò il sugo sulla pasta, continuando a canticchiare in modo quasi immobile, l’odore si mescolò agli odori che evocavano più dei versi i suoni. Con i piatti fumanti lo raggiunse. Altre cose presero ad affollarsi e da quel passato giungere. Cantilene. Sovrapporsi. Qualche tra-lla-llà per giustificabili amnesie. Malinconia. nostalgie. Il sale del mare sulla spiaggia che rivomitava gli oggetti che il mare aveva masticato. Spiaggie. una vitrea alba. Ombre, ombre e ombre.
Carlo era lì, immerso nella penombra, nella poltrona e in un pianto a dirotto.¹


1] 29 ottobre 1985

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pittura con tecnica mista su cartone telatoQuante cose si dicono quando non si ha nulla da dire. Forse la paura del silenzio per poi trovarsi a cercare di ricordare e rimettere ordine; poi, quand’è tardi. Cercava di ricordare tutti gli attimi dei suoi sguardi, ma era un impresa che andava oltre a lui e probabilmente oltre qualsiasi umana capacità. La stanchezza lo prese e gli bruciò negli occhi ma gli tolse il sonno. Così Alfredo si ritrovò da solo in quella stanza che gli sembrava di non riconoscere più. Il tempo lo batteva il gocciolare di un rubinetto che aveva provato a stringere con quel risultato. La cena consumata aveva ora il sapore di quella fatica; un sapore uguale in ogni pietanza. Suo figlio doveva ancora rientrare nonostante l’ora e non avrebbe mai creduto che sarebbe stato tanto difficile. Si chiese se era solo lui e, senza accendere la luce, aprì la finestra, ma fuori l’aria era fredda e ci trovò quel silenzio disturbato. Contò quanto gli era rimasto in tasca cullandosi nell’immagine di se intento a scappare. Non c’era un vero sogno per cui valesse la pena spendere anche solo due lire. Allora tentò di convincersi che forse era meglio così e che lui non era capace di essere diverso da quello che era. Non aveva nessun motivo di aspettare ma si mise a farlo ugualmente.

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Quello era solo un semplice tabaccaio. Quell’altro, beh! non si poteva certo dire bello. E poi quello… aveva quell’alito pesante. Mentre lei aspettava il principe azzurro gli altri s’erano sistemati. Non le restava che fare il letto e preparare la cena all’ultimo, il ministro. Lo guardò e per un attimo, non le sembrò proprio così brutto. Fu solo un attimo di smarrimento.

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raccontiIo non ho nessuna risposta. Mi sveglio e mi accorgo di avere un lungo graffio sul braccio sinistro. So che non potrebbe essere stata Lei, ma non so come potrebbe essere successo. Eppure era lì, vicino a me, solo un attimo prima. E poi non c’era più. Eppure c’era ancora l’affossamento leggero lasciato dal suo capo sul cuscino, dal suo corpo leggero e impalpabile. Il dolce tepore della sua presenza. Già! non è la prima volta. Prima c’è e poi all’improvviso non più. La finestra era chiusa. L’avevo chiusa per precauzione. Per essere certo di trovarla lì. E’ quello il momento più bello, al risveglio. Mentre fuori il mattino si inventa. Magari quando ancora dorme di un sonno pieno di sogni. Con un sorriso come soddisfatto. E gl’occhi appena socchiusi che ogni cosa ti sembra la possa disturbare. Quel guardarla in silenzio appoggiato ad un gomito. Mentre lei non sa. O sa e finge di non sapere poiché niente è certo con lei.
Ma ve la ricordate per quella prima volta a cena? Tutto è bello ma quando non c’è tutto è confuso. Quando lascia così le stanze e non sai se ritorna tutto si trasforma in attesa. Ma è come afferrare in pugno un alito di vento. Par quasi d’averlo fatto. Apri lentamente le dita e il tuo piccolo orgoglio svanisce. Ti accorgi che nel palmo della mano non è rimasto che vuoto. Che ne so? Già! che ne so? E’ anche la risposta più frequente che da. Dietro c’è il sospetto che sia la risposta di quando non vuole dare risposte. Infondo lei ama riempire i silenzi dei suoi occhi spalancati. E’ facile per lei. E’ certa che ogni silenzio parli. Parli e dica. Sia pieno di cose. Che basti il gesto. Per lei forse è così. Mi sento nudo davanti a lei. Mi sono sempre trovato nudo, davanti a lei. Scendo dal letto e lo sono, nudo. Invero quasi, ma in quel quasi sento un brivido del freddo entrarmi dentro. Fuori è ancora inverno. Guardo intorno, non ancora convinto. Il silenzio delle stanze non rassicura, conferma l’ansia. Corro in bagno perché è ora di correre in bagno. Ho perso sin troppo tempo a cercare di convincermi che non fosse vero. Fuori il giorno è una lastra ossidata, si nasconde dietro i vetri.

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melaAnche questo è amore. Anche questo con Teresa. E’ facile star lì e giudicare. Io non lo faccio. Ho anni di allenamento. Naturalmente la sto aspettando. Sì! la sto aspettando. Lei si fa sempre aspettare; quando arriva, se arriva. Sono passate le sette, lo vedo nel display. Se arriva so già che ha una scusa molto carina e che sarà carina. Se non arriva lo farà per ragione buona. C’è solo un’altra donna seduta ad un altro tavolo. Anche lei, continuamente, volge lo sguardo fuori, oltre la vetrina. Lei invece controlla l’orologio. Mi sa che anche lei aspetta. Le sue gambe dondolano nervose. Io ho atteso e poi ho preso un caffè. L’ho bevuto amaro prima che si freddasse. Comincia ad affievolirsi la speranza. Lei, l’altra donna, rigira il bicchiere sudato di una bibita tra le dita. I suoi occhi paiono non accorgersi d’altro. Rimette gli occhiali da sole.
Lei, Teresa, è brava a fare le fusa. Allunga la mano con facilità e naturalezza. Prende la mia e mi stempera l’animo. La sua mano è sempre stata molto confidenziale. Ricordo la prima volta. E’ buffo come il ricordo sia un ricordo evanescente; prossimo a svaporare. Non può sapere che so. Ma lei ha vent’anni e io no. Lei ha vent’anni: è libera come l’aria. Non può conoscere quella canzone. Era troppo giovane allora. Mi ha detto “Sono come te. Neanch’io cerco una storia. Cerco la storia. Voglio la favola“. E l’ha detto facendo le fusa. Come mi confidasse il suo segreto. E l’ha detto in un sussurro. Io non glielo avevo chiesto. Perché? E’ bello stringerla tra le braccia. Volerle credere. Vorrei essere romantico e non so non esserlo. Se la guardo negli occhi i suoi sembrano sognare. Io perdo il filo. Le parole vengono a mancare. Ho sempre aspettato molto. Forse non c’è più posto per uno come me. Mi odio quando lo devo dire. Infondo è ancora bello sognare.
La continuo a cercare ancora anche se so che non è lei. “Tu sei la mia storia, sei la favola, grazie“. E’ strano come suona sgradevole quel “Grazie“; come fa male. Eppure sembra sfuggirle come un bisogno dalle sue labbra rosse di rossetto violento. Lei che mi bacia la guancia. Poi mi pulisce con il fazzoletto; ridendo. Comincio ormai a pensare che non arriverà. Che è stata trattenuta. Infatti. Suona. Sul cellulare mi annuncia che s’è dovuta proprio fermare, un’amica. Nulla di grave: un leggero malore. Il messaggio dice: 1amica. Scusa. Nn arrivo +. Odio il linguaggio dei messaggio. Non che ormai non lo avessi capito. Mi sembra di averlo già letto. E poi quel + che tipo di più è?
La sconosciuta se n’è andata. Sognare non è un vizio, è un bisogno. Sognare la notte. Pensare senza prendere il sonno; sprimacciando il cuscino. Guardando il soffitto nel buio. Alzarsi da questo tavolo di questo bar e non sapersi rassegnare. Capire e non volere capire. Pagare solo per una consumazione. Dirmi mentendomi che questa sarà l’ultima volta. Ricordarmi che non ho più vent’anni. Avere la pelle sensibile e le cicatrici di questo tempo trascorso. Trovarsi improvvisamente vecchio. Temere gli occhi alla cassa. Fuori s’è fatta la notte. Torno a casa. Accendo il lettore. La canzone suona come una nota ironica. Il male non è mai male abbastanza. Eppure lo so, Teresa, non posso avere di più, e, come dice la canzone, mi basta quello che mi dai.
Sergio Endrigo: Teresa [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Teresa.mp3”%5D

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Se ne stava sulla porta. Stancata di anni e di acciacchi. Se ne stava seduta a guardare passare. Guardava passare il tempo e le persone. Non vedeva molto. Dietro quella cataratta si nascondeva alcune sofferenze. E quelle persone erano solo ombre sfumate. Le riconosceva solo per abitudini. Era il tempo che camminava come avesse cent’anni. Lentamente. Faticosamente. La verità era che non era più il suo. Era il tempo degli altri. Un tempo che non gli apparteneva più. Il suo era passato. Non sarebbe tornato. Aspettava ma non sapeva cosa. Forse solo quel gocciolare silente. Forse l’ora di rientrare. Il richiamo dello stomaco. Forse suo figlio, ma forse non sarebbe passato nemmeno quella sera.

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