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Posts Tagged ‘attrazione’

La starEra uno scricciolo di ragazzina tutta denti e occhi; poi era cresciuta. Era cresciuta da per tutto ed era cresciuta molto che sembrava non fermarsi mai. S’era fatta una giovane donna bella ed esuberante, molto alta. Si era fatta una di quelle donne che ti costringono a girarti per strada, abbondante sul davanti, e, debbo ammetterlo, persino io me n’ero accorto. Cercavo di essere gentile ma anche nelle gentilezze divenivo goffo poiché temevo di esagerare e che si potesse capire che con lei mi si creava quello strano senso di disagio, eppure la conoscevo da prima, da sempre. Lei invece sembrava tranquilla e non soffrire nessuna pena; riusciva a abbandonarsi anche a delle confidenze che non mi sarebbero state dovute. Conoscevo i suoi e non potevo fare la loro parte anche se per età lo avrei potuto. Per quella sua, come dire? fisicità il tempo non era d’aiuto e ogni giorno le cose si complicavano ancora di più finché non smisi di chiedermelo ma cominciai a sognarla. Credevo si fosse tutto risolto quando una vacanza studio la tenne per molto tempo lontana. La sentii non più di un paio di volte al telefono ed erano telefonate brevi ed insignificanti. Tornò e venne per dirmi che era tornata. Mi chiese solo: “la zia è in casa”? Anche quel giorno mi sarei accontentato anche di poter guardarla un po’ alla volta. Tutta in una volta, e non solo guardarla, era più di quanto potessi immaginare. E sopportare.

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tazzina di caffèLui era una gran figlio di puttana. Non lo era per scelta o vocazione ma semplicemente perché lo era. Di suo aveva solo una faccia forse gradevole, ma conosceva tutte le parole d’amore che erano state scritte; e conosceva il momento e il modo di dirle. Lei lo sapeva che se l’avesse fatto, se le avesse trovate, non avrebbe avuto scampo e aspettava l’impercettibile condanna delle sue labbra. Forse lui sapeva anche il modo di farlo, ma questo lei non lo poteva ancora sapere, ma l’avrebbe saputo. E lui guardò i suoi occhi come non era stata mai guardata e le prese la mano trasmettendole un calore che non aveva mai provato. Le disse “Grazie di vivere.” –e lei non se l’era sentito dire mai. Probabilmente lo diceva a tutte e probabilmente erano parole senza parole, ma la sua testa prese fiamme e si sentì svuotarsi tra le braccia di un uomo vuoto. Cercò di resistergli, in fondo non era che un attimo, un… capriccio, niente, sentiva che avrebbe perso e infatti perse. Lui la spogliò di silenzio e l’amò di parole scritte per lei (e per tutte quelle come lei) da altri, ma per un attimo fu splendido lasciarsi andare, scordare tutto, abbandonarsi ad un’illusione e lasciarsi rubare l’anima. Ma lui non lo sapeva fare e nessuno avrebbe potuto farlo per lui. Ma gli altri non sanno.

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Icona con volto di uomo bello1. Quando era nato gli avevano imposto un nome importante: Amedeo. Se ci avesse pensato lo avrebbe trovato anche ingombrante, non lo fece. Amedeo era così, non amava particolarmente complicarsi la vita. Era rimasto orfano di quei tempi difficili. Per lui tutti quegli anni erano solo un numero. E non aveva mia chiesto la parte per la quale era caduto il padre. Certe cose preferiva non approfondirle. Il passato è passato proprio perché resta indietro. E ci si può liberare con minima fatica. Di quel padre non portava nessun ricordo. Né si era dato cruccio di indagare sul perché portava il cognome della madre.
Amedeo non era sempre stato bello. Non è che lo fosse diventato da un certo punto. Semplicemente, come avviene per tutti, aveva subito fino ad allora e con fastidio le semplici attenzioni che sono sempre riservate ai bambini, anche un poco idiote, che sembrano sempre dedicate alle mamme e prive di alcun rapporto con la realtà; quello che verrebbe definito un semplice complimento, se vogliamo un poco ipocrita, ma un vezzo sempre e da sempre diffuso. E questo aveva smesso di lusingarlo prima ancora di cominciare. Tanto quelle lodi erano dette senza convinzione e subito tutti tornavano alle proprie chiacchiere. E lui non indugiava già da allora troppo nel compiacimento, cioè non aveva mai avuto consapevolezza di essere veramente affetto da quel vizio. E di correrne i pericoli. Inoltre mai avrebbe sospettato che la sua vita avrebbe potuto essere così condizionata dal suo aspetto. Non aveva nessun motivo per chiedersi alcunché e per passare più tempo dello stretto necessario davanti allo specchio.
Ne aveva avuto consapevolezza solo verso i quattordici anni. A quell’età gli stava cambiando la voce, ma non aveva notato altre particolari trasformazioni. Certo s’era allungato, come molti dei suoi compagni, e aveva provato a fumare di nascosto, ma i veri mutamenti erano naturalmente così lenti che ad una osservazione così continua non potevano che passare inosservati. A rendere evidente questo suo difetto era stata la più banale delle frasi detta dalla signora Argentina, una amica della madre, mentre le due donne prendevano il tè: “Amedeo si sta facendo proprio un bel giovanotto”. Non ci avrebbe nemmeno prestato attenzione se dopo, e nemmeno aveva dovuto aspettare troppo, non si fosse trovato a tornare ad imbattersi sul ricordo per quella frase premonitrice.
Improvvisamente quella donna, che aveva sempre mostrato una grande cura mal riposta della propria persona, gli era sembrata nervosa. Non aveva aspettato molto, era bastato che sua madre andasse nell’altra stanza a prendere degli altri biscotti, perché lei ripetesse il complimento direttamente sulla sua persona: “Sì! ti stai facendo veramente un bel ragazzo. Chissà le ragazze”. E aveva un leggero rossore nelle gote. Di tutte quelle chiacchiere, e delle altre, nessuna l’avrebbe incuriosito se fossero semplicemente restate relegate a quel contesto e quel momento. Non avrebbe nemmeno dato peso alla mano che gli era scivolata calda e leggera sul ginocchio. La madre era tornata subito e la signora aveva tolto il contatto frettolosamente, come fosse un gesto sconveniente; da nascondere. Ma sul suo viso un sorriso era cambiato e si mostrava sempre più in imbarazzo, come avesse una sua idea a distrarla e allo stesso tempo cercava in tutti i modi di indirizzare le frasi a lui e di richiamarne l’attenzione.
La vedeva anche molto più vecchia di quei suoi quarant’anni mentiti, ma questo è del tutto normale nei ragazzi a quell’età. La donna non si era certo persa d’animo nel constatare che quel ragazzo non subiva il fascino dei suoi inviti; se non aveva reagito quando lei lo aveva, silenziosamente e con grande lavorio di sguardi, attirato a far scivolare gli occhi dentro la sua scollatura, offerta allungandosi più volte verso il tavolino, o lungo il riflesso del nailon sulle sue gambe. C’è da aggiungere che a quel tempo il giovane Amedeo era completamente sprovvisto di qualsiasi difesa e che non aveva mai colto nemmeno gli inviti delle sue coetanee, ma la cosa non è così insolita. E poco conta che quello che la donna aveva da raccontare e mostrare potesse non apparire, come dire? fresco e particolarmente invitante. Semplicemente non s’era avveduto di nulla e cercava di aspettare senza troppi grattacapi che finisse l’incontro di sua madre con la sua ospite. Non ci si meraviglia, e lui non aveva malizia, quando le cose ancora non si conoscono ed è facile capirle solo dopo. Così non gli sembrò strano quando lei si offrì per aiutarlo nei compiti di greco. Inusuale ma non troppo strano. Certo rifiutare sarebbe stato sgarbato e lui aveva solo pensato che sapeva cavarsela da sé e temeva il continuo pigolare e spettegolare della donna.
Lo aveva preso per mano lungo il corridoio e sembrava lei accompagnarlo. A lui ancora nulla gli sembrava troppo insolito e allarmante. La mano della donna era morbida e curata, le unghie appuntite e smaltate accuratamente d’un rosso acceso, e Amedeo sentì che le trasmetteva il suo calore. E lei sembrava diventata allegra come per un improvviso mutamento d’umore; con la voce ancora più stridula. Era irrequieta e appena passata la porta si premurò di chiudersela dietro e dimostrò di avere una frenetica impazienza. Con suo stupore Amedeo si sentì chiedere un disperato: “Cosa aspetti?”, ma già, senza bisogno di risposta, si era aggrappata a lui. Le labbra, dal rossetto dello stesso colore accecante delle unghie, si erano appiccicate alle sue, la lingua si era fatta largo nella sua bocca e la mano si era fatta intraprendente dentro i suoi pantaloni. Precipitosa allora lo aveva spinto sul letto quando era ancora in preda della sorpresa, e tutto era stato più che affrettato. Lui non aveva posto resistenza e lei gli aveva piantato le unghie sulla schiena e aveva confermato in un lungo sospiro che era “bello e ben proporzionato, anzi anche di più”. Amedeo non era certo che stesse succedendo e che stesse succedendo proprio a lui. Aveva continuato a temere che la madre potesse entrare, lei sembrava nemmeno intimorirsi di farsi sentire.
Gli disse subito che non aveva intenzione di negargli nulla e in base a quei suoi propositi si comportò come una donna poco timorata e priva di inibizioni e incontentabile. Al ragazzo era anche sembrato sconveniente quel dire le cose della donna. E capì da solo che non poteva essere un complimento quando lei gli sussurrò comprensiva: “Peccato! Dovrai imparare ad avere meno fretta. Non ci pensare, te lo insegnerà la zia”. Il titolo che s’era data da sola sembrò ad Amedeo ridicolo e quelle parole gli parvero suonare di più come una minaccia. Per gli amici, cioè per i suoi coetanei sarebbe stata una cosa di cui vantare orgoglio; fierezza: un ragazzino giovane e una donna matura. In verità provò a ripeterselo in testa. Gli regalava solo un leggero senso di vergogna e di imbarazzo non completamente chiarito. Non era ancora in grado di capire che gli erano state tolte molte, se non tutte, delle emozioni di quella sua età. Da quel momento non avrebbe più potuto, come gli altri, scoprire le ansie delle giovani passioni per gradi. Lui, da lei, aveva avuto, come gli aveva promesso, tutto e subito.
Non era quello il momento, e non era lui la persona, da andare troppo per il sottile. Nemmeno in seguito avrebbe mai imparato ad amare i sofismi. Lei aveva anche voluto che lui la vedesse nuda. La cosa lo aveva ulteriormente colto di sorpresa anche perché si era sentito involontariamente eccitare. Sul momento ancora non si poteva rendere conto di come la sua vita sarebbe cambiata, o meglio come sarebbe per lui cominciata una lunga e penosa nuova vita. Fu dopo che capì di soffrire per quelle due pene: essere bello e essere uomo. La sua bellezza gli attirava tutte le attenzioni di tutte le donne. Come uomo, in quanto maschio, non avrebbe impunemente potuto rifiutare le attenzioni di nessuna donna pena la condanna da parte delle stesse e la derisione degli uomini.
Che un gesto come quello di cui s’era resa protagonista la impetuosa signora Argentina, che gli aveva chiesto di chiamarla Tina, si potesse definire violenza non aveva nessun sospetto. Comunemente viene ritenuto che un uomo non possa subire violenza da parte di una donna, e generalmente nessun uomo si rende disponibile a definire un gesto simile come una colpa o un atto colpevole o deplorevole, ma più come una gran botta di culo. E poi, a pensarci, quella brava donna non aveva fatto altro che metterlo davanti alla realtà e a se stesso. Doveva esserle grato? Era solo impercettibilmente annoiato.

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Ci sono uomini. Ci sono uomini che riescono a fingere (+ o – bene) del compito disinteresse. Ognuno per motivazioni e finalità proprie. Che non fossero così garbati guarderebbero e come. In fondo sono uomini, nel senso di maschi, e guardare ce l’hanno nel sangue. Ci sono uomini che si girano (+ o – teatralmente) davanti ad un espressione di notevole interesse. Uomini che non riescono a trattenersi dal sottolinearla con fischi o suoni vari. Ci sono infine uomini che davanti ad una donna con qualche, anche minima, evidente avvenenza non riescono a non lanciarsi in commenti. Commenti che spesso toccano punte di particolare volgarità. Proprio ieri ne ho visto uno che per una bionda, a dir il vero sciapa, ha tamponato il cofano di una Cherokee ferma. E lui era a piedi. Insomma ci sono anche uomini che sentono il dovere comunque di corteggiare.
Incontro Michelangela. Succede spesso lavorando nella stessa società. Ora davanti alla macchinetta per il caffè, ora per i corridoi, ora per le scale. Da alcuni giorni porta spesso scollature vertiginose. E non è che non abbia argomenti. Forse ha realizzato il suo stato di separata. E mi ritrovo spesso davanti le sue tette. Mi raggiunge sempre quel drammatico dubbio: uno sguardo (+ o – insistito) la vedrebbe a disagio o la offenderebbe un ben mimato disinteresse. Il fatto è che Sabrina, tanto per chiarirmi le idee, mi ha spiegato: “Mi vesto, mi agghindo e mi spoglio solo per il mio uomo”. Una donna con le tette fuori la vedono tutti e la dovrebbe guardare uno. Ci vorrebbe, che ne so, un’etichetta; un avviso. A volte quell’uno non sempre è in grado di saperlo. A volte solo lei sa di lui. E inoltre ci sono donne che vogliono decisamente richiamare l’attenzione di quei tutti.
Mi ricordo Elvira, incontrata l’altro lunedì. Elvira ha un paio di tette eccezionali. Eccezionali perché non né ha. Le ha cercate l’intera squadra del Fansculiamolo Rugby club, poi tutta la marina mercantile, un numero innumerevole di volontari e altri individui assortiti, inutilmente. Tutti senza alcun risultato. Affonda le sue scolature con l’unico misero risultato che è arrivata a mettere in mostra il piercing sull’ombelico. E’ disperata perché la nuova maglietta è costretta ad indossarla senza mutandine per non farne vedere l’elastico e/o il colore.. Alla fine ha deciso di farsi tatuare due boe di segnalazione, con tanto di catarifrangenti fosforescenti per la notte, per indirizzare gli appassionati del genere. Per altri meriti di appassionati non ne troverebbe molti. Chi non la guarda viene ringraziato da un’occhiata sprezzante. Chi la guarda deve sorbirsi la sua logorroica nullità. Ma l’uomo spesso si accontenta o cerca il suo male. Così lei per passarsela se la passa. Non dico che la evito.
Non che ci siano solo le tette, perché Sonia ha un notevole culo e Riccarda di notevole ha tutto, tranne il nome, ma parliamo di tette. Anche Giusy, che si chiamerebbe Albertina, ha due tette notevoli. Per ragioni opposte. Sono da lasciare senza fiato. Sono due monumenti. Due veri cocomeri. E dure come il marmo o quasi. Si rischia sempre di sbatterci addosso. Quando le ho chiesto informazioni sul chirurgo s’è offesa ma poi, alla fine, mi ha dato l’indirizzo. Mi ha detto, il chirurgo, di averle ridotte di quattro taglie abbondanti. Ho chiesto cosa ne aveva fatto di quelle quattro taglie abbondanti; così per dire. Ha precisato confidenzialmente che essendo di ottima qualità se l’è portate a casa. Anche se non è sua abitudine portarsi a casa il lavoro. Ora le tiene sul comodino. Hanno dimostrato più volte di essere utili. Avevo pensato a qualcosa di simile. Non ho avuto coraggio di chiedere che rinunciasse per me. E non so se sarebbe stato disposto a farlo. Due tette senza la donna attaccata devono essere una grande comodità.
Poi, giusto ieri, esco con Ivana. Si sta insieme da quasi un anno. E Ivana è quella che si dice una gran bella… figliola. Ha indossato per me una minigonna vertiginosa. Non si poteva muovere senza mostrare tutti i suoi segreti. Ero lusingato che si fosse fatta bella per me. Ero inorgoglito di averla al mio fianco. Ero eccitato dalla sua provocazione. Non ero il solo. Per tutta la giornata era tutto un eccitarsi. Alla fine non ero più così contento che per mostrare le gambe a me mostrasse gli slip a tutti. L’ho pregata di indossare per la prossima volta un paio di pantaloni. Oggi ho già avuto modo di pentirmi del mio consiglio. Tutti cercano di ricordarsi dove l’hanno conosciuta o almeno incontrata. Le aprono la porta. Con una scusa o l’altra stiamo prendendo l’aperitivo in quattro. Mi manca decisamente un po’ di intimità. Lei invece sembra perfettamente soddisfatta. E a suo agio. Sono inoltre sorpreso che le altre guardino me con più interesse.
Anche quando vivevo da solo nell’invitare un’amica a cena non ho mai pensato di dover esibire le mie doti amatorie. Oggi sono felice con Ivana. Giusy, che di nome farebbe Albertina, lo sa. Eppure ho l’impressione che le sue scollature profonde le indossi per me. O anche per me. Ci sono mille cose che eccitano i miei sospetti. Non sono propriamente un guardone e nemmeno quello che si definirebbe un bell’uomo. Ho visto come le donne osservano i belloni. Anche in modo sfacciato. O che sguardo assumono per parlare del loro attore preferito. Solitamente non mi guardano così. Non provoco simile attenzione. E interesse. In quel momento al loro fianco mi sento solo una comparsa. So che mi è fedele per mancanza di quell’occasione. E a volte ho persino avuto, con qualcuna, il sospetto che era e sia stata disposta ad accontentarsi anche di meno. Per esempio non ho mai avuta la certezza di Rebecca con Carlo. E Carlo mi pareva l’ultima delle tentazioni. Senza la sua auto sportiva varrebbe meno del niente. Il fatto è che l’uomo non riesce a non guardare le donne.
Quando sono con Gerardo mi accorgo che anche lui guarda le donne. Ma le guarda in modo diverso. Non so. Sembra spogliarle. Accarezzarle tutte. E non lesina le parole. Il complimento. E se appena può le fa seguire, quelle parole, dai fatti. Ho la sensazione che Toni Schiavon, detto Matusalem quattro polmoni ,fatichi a ricordarsi perché le segue con gli occhi. Poi si confida in apprezzamenti che mi imbarazzano ancora. Ci fantastica sopra. Sogna di farci cose che non sarebbe più in grado di fare. Tempi ed acrobazie più che d’altri tempi da guinnes dei primati. O da palesi spacconate. Poi respira singhiozzando enfisemicamente l’aria della sua bombola di ossigeno. Si scorda di tutto e cerca ricordi lontani. Si sfila le cannule e sorseggia il suo caffè. Finisce sempre così: se ne torna con una depressione latente. Non è mica sempre così facile guardare una donna.

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Sono passati due anni da quando Lei è con me. Il mio lavoro non mi concedeva molto tempo e la donna precedente mi aveva lasciato senza preavviso. Lei si era presentata raccomandata dal mio panettiere. E subito mi aveva fatto una buona impressione. Era pulita e ordinata nel vestire. Aveva poco trucco e veniva da una famiglia di onesti lavoratori. Era una ragazza senza grilli per il capo; come non è facile trovarne oggi. E anche se era alla sua prima esperienza decisi di prenderLa, almeno in prova.
Quasi sempre la prima impressione è, alla fine, quella che conta e in quel momento non avevo alternative. Fui subito soddisfatta di come lavorava. Arrivava puntuale, si cambiava e si metteva subito all’opera: metodica, sicura, pignola. Anche se era al primo servizio certo sapeva benissimo come si tiene una casa e imparava subito; e la casa cantava sotto le sue dita. Era probabile che glielo avesse insegnato la madre. Spesso nelle famiglie, anche in quelle modeste, ci sono di queste donne meravigliose. Un giorno sarebbe stata sicuramente, anche Lei, un’ottima madre di famiglia. Ne ero certa.
Sapevo di potermi fidare, semplicemente perché queste cose si sentono. Le avevo dato quasi da subito le chiavi per quando io non la potevo aspettare o tardavo; e succedeva anche spesso. Così lasciai la casa a Lei. E quando rientravo tutto era finalmente in ordine e tutto al suo posto, come mai lo era stato prima. Ormai potevo uscire per andare al lavoro più tranquilla sapendo in quali mani mi ero messa. Era proprio brava e anzi, mi sembrava anche poco quello che le davo.
E’ molto comodo, quando capita di tornare stanche, non trovare nient’altro da fare che immergere i piedi nell’acqua calda e godersi le ore della sera. Certe volte bastava solo che accendessi il fuoco sotto quello che Lei mi aveva lasciato preparato. E devo dire che anche come cuoca se la cavava certo meglio di me. In verità non ci voleva poi molto ma le donne che lavorano devono pure rubare il tempo da qualche parte. Ed è sempre di grande aiuto quando si può avere una persona così. Però alle comodità prima o dopo si finisce sempre per fare l’abitudine con il solo rischio di non poterne più fare a meno.
Per la prima volta, da quando ero sposata, bastava che io mi occupassi solo dell’ufficio. Lei si occupava del resto e così mi aveva tolto ogni altra preoccupazione. Uscivo senza pensieri o angosce e anche il lavoro sembrava guadagnare di questa mia serenità. Poi, una sera, torno e casa e le luci sono ancora accese e Lei è ancora là; e non è sola. E’ davanti al ripostiglio, in piedi, con un ragazzo e si stanno dolcemente baciando. Era un ragazzo robusto; per dire la verità un po’ volgarotto. Per il caldo indossava solo una canottiera bianca di cotone a coste.
Lei, scoperta, era diventata rossa e si era scusata tanto. Mi aveva spiegato che quello era il suo fidanzato, che la cosa non si sarebbe ripetuta più e mi aveva pregato di perdonarLa. Il fatto non mi sembrò certo grave, mi parve anzi divertente. Infondo, ho pensato allora, sono solo cose di ragazzi. Il suo lavoro era fatto e fatto bene; sempre. E quelle non erano faccende di cui mi sarei dovuta interessare. Così pensai e così decisi di non farne parola con nessuno. E poi c’era tanta tenerezza in quei due ragazzi. Ed erano tanto dolci.
Passarono alcuni giorni senza grandi novità. Da parte sua c’era stata solo una leggera ombra di disagio che durò poco. Le tensioni si erano lentamente stemperate e della cosa non avevamo avuto modo di parlare; e non era neanche il caso. Tutto ormai era tornato come prima e io ero sicura che non mi sarei mai dovuta pentire della mia decisione. Quell’episodio isolato era ormai completamente scomparso nella mia memoria; dimenticato.
Avevo, allora, ben altre cose per la testa, a cui pensare, poiché il lavoro non solo andava bene ma aveva preso a marciare; una vera e propria marcia trionfale. Mi sembrava anche che tutto avesse cominciato a filare a meraviglia proprio da quando L’avevo presa con me. E anche Lei sembrava aver dimenticato: dopo i primi tempi d’impaccio era tornata serena e spontanea come prima. Nuovamente cicaleggiava per la casa lavorando: Lei amava canticchiare mentre faceva le pulizie. E riempiva tutt’intorno a sé di allegria.
Una sera mi telefona Aldo, un mio stretto collaboratore. Mi dice che sarebbe passato per casa mia per lasciarmi quel benedetto contratto. La cosa era fatta. Erano due mesi che lo inseguivamo e poteva essere il vero salto di qualità. Così lasciai tutto e me ne corsi frettolosamente via. Non vedevo l’ora di stringere tra le mani il nostro trionfo. Quel pezzo di carta era molto più del frutto del sudore di quei mesi.
Quando rientrai le luci erano accese e Lei era ancora là e non era sola. Erano vicini alla porta e lui la stava baciando e le sue mani cercavano febbrilmente quel corpo di ragazza. Lui era quasi più imbarazzato di Lei, ma si riprese fin troppo rapidamente. Per la verità, in un primo momento, non mi avevano vista. Pochi istanti in cui rimasi, non so perché, immobile a guardarli. Lei era già vestita per uscire e fu Lei a vedermi per prima e subito, sorpresa, con una processione di “ohh!” esclamativi in bocca, lo respinse da sé. Mentre io avevo già ormai completamente scordata quella prima volta.
Era diventata allora immediatamente rossa e con grande imbarazzo si era scusata. Disse che si era distratta e non si era resa conto del tempo che passava. Mi spiegò che la cosa non si sarebbe ripetuta più e mi implorò di perdonarla perché quello era il suo fidanzato. Che si erano, è vero, lasciati un poco trasportare, stupidamente. Lui era un ragazzo alto e magro, dai tratti acidi. Portava occhiali pesanti che gli deformavano gl’occhi irriverenti. Ora sembrava quasi orgoglioso di sé. Certo se era il suo fidanzato non era lo stesso fidanzato.
Devo ammettere che sul momento faticai non poco a controllarmi ma mi limitai a dirLe solamente che poteva andare. E dopo che furono usciti dovetti occuparmi soltanto di Carlo. Quando riuscii a riflettere della cosa ero già più calma e la rabbia era ormai sbollita. Così, al ritorno di mio marito, tutto si era già sgonfiato e quasi non ci pensavo più. Non fu proprio il caso che gliene parlassi; per questo ed altri motivi. Gli accennai soltanto che forse avrei dovuto prendere in considerazione la possibilità di dover cambiare la ragazza; come se fosse una cosa quasi priva di importanza. E lui forse nemmeno mi sentì.
In verità l’episodio aveva avuto una propria violenza e una autonoma crudezza. Come girato in un film spinto in bianco e nero: lui, nel vincerLa, La spingeva contro la parete e La baciava voracemente. Ingoiava ogni suo grido di donna, divorava la sua saliva e ansimava, seppure di suoni soffocati. La tempesta di quel bacio scoteva le loro teste e Lei sembrava implorare con tutta la sua forza e protestare vinta e colma d’angoscia. Le mani del maschio, cercandola, avevano trascinato nel gesto la gonna scoprendo interamente le gambe nude.
La scena che mi era rimasta impressa era quella del peccato ma ne ero, come spesso avviene, altresì affascinata. Era la rappresentazione del desiderio e dei sensi. In seguito mentalmente rividi spesso quel bacio febbrile con una certa continuità. Devo ammettere che quell’immagine, così profondamente incisa, quando mi veniva riproiettata e la rivivevo, mi provocava vergogna ma al tempo stesso mi eccitava.
Ci dormii sopra e al mattino seguente, più tranquilla, molte cose mi apparvero differentemente. Infondo Lei veniva da me per lavorare e di quel lavoro non potevo essere scontenta. La casa era sempre in ordine come non mai e non Le si poteva rimproverare un solo granello di polvere. Odorava di buono e di pulito. Lei era sempre corretta e rispettosa nei miei riguardi. Non mi era sempre più utile ma ormai necessaria. Anzi aveva preso in mano sempre più la casa e in tutto c’era la sua impronta; non avrei più potuto farne senza.
In quei giorni avevo anche cambiato la macchina e mi ero finalmente presa quella pelliccia che era un’eternità che continuavo a guardare. Del resto forse poi non avevo neanche veramente il diritto di immischiarmi. E poi sarebbe stato un impiccio anche per il lavoro tornare a provare donne di non accertate capacità alla ricerca di una improbabile sostituta. Cosa potevo pretendere di più? Le avevo abbandonato una casa completamente in mano. E Lei vi aveva fatto fronte in modo perfetto. Inoltre è sempre antipatico volersi innalzare a giudici o a maestri di vita. Anzi mi ha sempre ripugnato un poco.
Non era più una ragazzina e io non ero mai stata madre, tanto meno di una figlia così cresciuta. In base a quale autorità potevo giudicare? Non invidiavo le madri per questo: i figli sono sempre preoccupazioni e più crescono più crescono le preoccupazioni. Inoltre sono solo cose da ragazzi e tutti siamo stati giovani almeno una volta. Si sa che gli amori a quella età sono spesso tanto violenti quanto rapidi. Ma poi questa è la vita, non un dramma. E non era forse vero che ero stata anch’io, quella volta, sorpresa nell’auto?
Forse aveva raccontato che quella era casa sua; chissà? Ma ciò era un’inezia. Forse semplicemente stavo invecchiando e allora gl’anni pesano di paure e falsi pudori; di moralismi gratuiti. Ebbi paura e vergogna di me. Certo che era comunque antipatica quella invasione della mia casa, del mio territorio, della mia riservatezza, della mia fiducia. Mi ero perciò ripromessa di parlarne comunque almeno con Lei e forse avrei dovuto avvisare la famiglia ma altro mi distolse dai miei propositi e finì che ne io ne Lei tornammo più sull’argomento.
In quei giorni fui molto occupata, trovai fugacemente il tempo di pensare a Lei in termini protettivi; poi, la vita è avara e implacabile. Ebbi dei fugaci rimorsi pensando che troppe volte si condannano delle nostre paure e delle nostre ossessioni le persone che vorremmo proteggere. Le mie decisioni via via si arrendevano e si perdevano. E trovavo altre risposte, forse più semplici, e mi stavo veramente affezionando a quella ragazza. E anche se so che non è una giustificazione valida trovavo, in quei giorni, a stento il tempo per mangiare.
Come potevo io difenderla dagli uomini e che diritto avevo io di farlo? Tutti i consigli pensati rimasero nella mia testa e delle intenzioni e tutto si stemperò nel tempo. Ero comunque sicura che non mi sarei mai dovuta pentire del mio silenzio un poco complice, anche perché la cosa non si sarebbe ripetuta più. Io credevo alla sue promesse e quelle promesse erano sicuramente sincere; stavolta.
Poco dopo mi presi, per alcuni giorni, un breve periodo di riposo e feci un piccolo viaggio; me lo ero proprio meritato, e diedi vacanza anche a Lei. Quando tornai ci ritrovammo con piacere: la ragazza mi parlava ormai come si parla ad una madre, o meglio a una sorella maggiore, senza altresì dimenticare mai il rispetto. Aveva fretta di raccontarmi con acerbo entusiasmo di come aveva passato la nostra separazione. Era impressionante però notare come la casa aveva patito di quella sua assenza; ma Le furono sufficienti solo un paio giorni.
Fra noi donne intervenne piano piano una complice confidenza. Imparai quello che avevo dimenticato e che cioè ogni famiglia nasconde al suo interno i suoi drammi e i suoi silenzi a anche le piccole incomprensioni e che è sempre difficile avere l’età che aveva Lei. Drammi e titubanze che anch’io avevo vissuto molto tempo prima come insormontabili. Me li rinfacciò involontariamente con tutta naturalezza; e solo ora mi sembrarono inutili e sciocchi. Avevo avuto bisogno di Lei per ricordarli. E la sua presenza rallegrava tutta la casa. La vita per Lei era una continua gioiosa scoperta.
Mi metteva a confidenza dei suoi dubbi e mi chiedeva consigli. Con le incertezze e i sogni legati alla giovinezza giocammo le nostre parole. Imparai a conoscere anche i suoi piccoli desideri di ragazza. A volte ero madre, a volte ero figlia, nei pochi istanti che potevamo condividere. Non avevamo infatti molto tempo per noi, io per il lavoro, Lei per l’orario; le due cose dovevano purtroppo coincidere, pertanto quasi sempre io me ne andavo poco dopo che Lei era arrivata. Parlare con quella ragazza, così già ricca di buon senso ma anche così teneramente ingenua, mi rilassava e mi aiutava poi a valutare e superare le difficoltà. Mi sentivo la sua protettrice e protetta al tempo stesso. Mi sentivo tanto sicura di me stessa da esserne orgogliosa.
Presto però dovetti rendermi conto che quelli non erano episodi sporadici ed eccezionali. Permaneva questa, diciamo così, difficoltà per quel nostro strano rapporto: ripresi a scoprirla occasionalmente in casa con uomini e ogni volta era un uomo diverso e pian piano compresi che questo era nel suo naturale ordine delle cose. Ogni volta tornavo a conoscere la sua sorpresa e il suo imbarazzo; ed erano entrambi sinceri. Ogni volta il suo volto arrossava e ogni volta si scusava. E ogni volta mi spiegava che dovevo fidarmi e stare tranquilla che la cosa non si sarebbe ripetuta e mi implorava di perdonarla perché quello era il suo fidanzato.
E ogni volta mi ripromettevo di trovare un rimedio, di porre fine a quella situazione anche perché tutto diventava sempre più imbarazzante, cominciava a crearmi dei veri turbamenti: la ragazza cresceva e maturava e i rapporti maturavano, per così dire; non so in che misura e con che relazione. Ormai non riuscivano, e non potevano, più a limitarsi al semplice bacio. La volta seguente lui, il terzo fidanzato, aveva la lampo abbassata. In seguito anche il genere di uomini cambiò, a volte erano giovani più o meno come Lei, ma anche uomini in età; non vecchi, questo no, ma certo sposati, almeno alcuni. Quale parte mi potevano assegnare in tutto quello?
Ma poi, davanti alle sue disperate preghiere cedevo quasi subito e finivo per perdonarla e col non farne cenno nemmeno con mio marito. Finiva tutto in una maledetta bolla di sapone; anzi mi sentivo vile e ingrata. Anche perché Lei continuava a svolgere egregiamente il suo lavoro, e la biancheria profumava sempre di pulito ed era stirata alla perfezione. E aveva per la casa la stessa attenzione che si può avere per il proprio figlio; nulla le sfuggiva. Aveva preso a fare anche i piccoli lavori di cucito, come riparazioni semplici e attaccare i bottoni.
Lei era una giovane donna; giovane ma anche donna. Non mi potevo lagnare d’altro, e quelle debolezze di donna mi sembravano sciocchezze non sufficienti per privarmi del suo aiuto; e della sua compagnia. Inoltre pensavo che, prima o poi, avrebbe trovato anche lei un suo equilibrio. Avrebbe trovato la sua strada e l’uomo giusto. E poi la casa era resa allegra dalla sua presenza. E così, sempre dopo essermi convinta che la cosa sarebbe presto o tardi finita da sola, tutto tornava come prima. Ma avevo poi forse io il diritto di impicciarmi della sua vita?
Ormai ero arrivata a prendere le mie precauzioni: se vedevo la luce accesa suonavo alla porta e aspettavo che Lei mi venisse ad aprire. Era certo quella una soluzione semplice che mi lasciava complice delle sue passioni e con un senso di blando rimorso nei suoi confronti ma che mi alleggeriva da decisioni difficili e colme di complicazioni. A volte le passavo una mano fra i capelli e era come un tenero pulcino, allora.
Così l’imbarazzo restava più per gli uomini che fra noi. Solitamente biascicavano fra i denti il solito “buonasera!” e scivolavano via radenti i muri; a occhi chini. Solo alcuni avevano l’ardire di alzare gl’occhi e quasi nessuno si spingeva fino a soppesarmi del suo sguardo. Chissà chi pensavano che fossi e come mi consideravano in quella vicenda? Qualche volta tornavo mentre se ne andavano e lì guardavo, non vista, allontanarsi come ombre parlando a volte distaccati a volte confidenzialmente. Cominciavo a convincermi che quella ragazza infondo non ne avesse colpe, semplicemente non poteva farne a meno.
Ma quello che mi stupiva era cosa trovassero in Lei gli uomini; non che fosse brutta, questo certo no, ma non era neanche il tipo della donna fatale. Vestiva ancora in modo poco appariscente, anonimo. Si truccava lo stretto indispensabile e anche meno e manteneva quella sua eterna aria di brava ragazzina per bene. A volte parlavamo di quegli uomini, sempre brevemente; Lei era discreta su loro ma raccontava spontaneamente dei sentimenti, violenti e nella sua giovane età sconosciuti, che provava. Erano tutti grandi amori.
I veri sconosciuti erano loro: gli uomini. Io invece ormai credevo, o mi illudevo, di essere riuscita definitivamente a risparmiare imbarazzo ad entrambe. Di aver risolto, con la mia minima furbizia, sia il problema delle pulizie della casa, sia i problemi di intimità e di passione della mia giovane e fragile amica e protetta. Ma, ben presto, dovetti rendermi conto che mi sbagliavo; e fu cosi che la mia vita d’improvviso cambiò completamente. Successe tutto circa due mesi or sono.
Quella sera ero molto stanca e innervosita perché non tutte le cose erano andate per il loro verso e anche Carlo, forse stanco, pareva non capirmi. Con gli affari aumentavano naturalmente anche le tensioni. Cose che capitano eppure quando capitano ti perdi un poco e perdi un poco anche il controllo di te. Così tornai a casa per farmi una doccia prima di riuscire per andare a cena. Io ero in anticipo e non feci caso alle luci.
Entrai distrattamente e Lei era in casa e non era sola; ed erano nudi nel mio letto. Anche quella volta non mi videro subito. Come ogni volta precedente restò sorpresa e arrossì e mi chiese scusa, mi spiegò che non si sarebbe ripetuto, ed era più dispiaciuta e più desolata ancora delle altre volte. Mi implorò di perdonarla ma non mi disse che quello era il suo fidanzato.
Benedetta ragazza! ormai la cosa aveva superato ogni limite e non potevo più sopportare oltre o fingere di non vedere. Mi era quasi impossibile capirla o aiutarla. Dovevo ormai affrontare quella situazione una volta per tutte. Ero costretta ad affrontare e risolvere quella questione che non potevo più eludere e non avrei più potuto nemmeno nasconderla e tacerla a mio marito perché lui era lì con Lei.
Cercai di controllare la mia rabbia mentre Lei mi guardava implorante e lui ridicolo nel suo strano, e tardivo, pudore. Solo in quell’occasione mi resi conto quanto sia sempre un po’ ridicolo un uomo nudo. Mi accesi una sigaretta e sospirai due lunghe boccate prima di qualsiasi altra cosa. E frugai in me con una chiarezza e una freddezza che mi parvero estranee. La mia vita era là, infranta in quel letto, ed io non potevo fare altro che salvare rapidamente i cocci per ricomporre quel poco che ormai restava. Come un puzzle complicato valutai tutto con una velocità di cui si può essere capaci solo nei momenti di massima necessità; come quando serve tutto il coraggio per affrontare una paura.
Questa volta la cosa era veramente grave. Trovarmela poi spiattellata sotto il naso; come ad una cretina. Eppure del suo lavoro non mi potevo proprio lagnare, anzi; ed è così difficile trovare, al giorno d’oggi, una donna delle pulizie. E per giunta così brava e fedele. Perché certo era brava nel suo lavoro; forse non solo ma certo nel suo lavoro. Domestiche così non se ne trovano più al giorno d’oggi. Ed era sicuramente fedele al suo lavoro e a quella casa. Si occupava ormai anche delle spese e di qualche altra piccola commissione. E anche il frigo era sempre sazio delle sue cure.
Di quella casa conosceva ormai ogni angolo e ogni angolo portava il segno delle sue attenzioni. Questa era l’unica certezza che mi restava. E poi Lei era anche un poco il mio portafortuna; da quando era con me le cose erano andate sempre più migliorando. E Poi la vita è dura per tutti soprattutto per una ragazza; la vita non fa sconti e prima o dopo chiede il suo compenso. Inoltre mi guardava con due occhi immensi imploranti. I lunghi capelli erano ancora in parte appiccicati al viso, come profonde cicatrici. La sua pelle che sporporava ritrovava biancore, impallidiva; anzi quel bianco era ormai accecante. E i suoi seni erano piccoli ma descrivevano curve morbide, armoniche e perfette. E poi non sopportavo di vedere quei suoi occhi intristirsi.
Lui invece annaspava ridicolo frugando con le mani le lenzuola cercando le mutande. Gl’occhi, con uno sguardo inutile, mi fissavano mentre il suo desiderio lentamente si intimidiva. Ma Lui; Lui no! proprio questo non me lo doveva fare. Anch’io lavoravo e il problema della casa era tutto sulle mie spalle. Piuttosto io lavoravo e il mio lavoro andava a gonfie vele e tutto quello che avevamo lo dovevamo a questo. Lui si accontentava di tornare a casa alla sera e trovare tutto in ordine e trovarmi ad aspettarlo. E tutto il peso della casa era sulle mie spalle.
Poi i suoi stupidi problemi che erano sempre più importanti dei miei, erano sempre così enormi, inversamente dimensionati alla miseria dei suoi successi. Alla miseria delle sue idee; del suo animo arido. E quando finivano i suoi problemi quasi completamente finiva la nostra vita in comune; si rifugiava nel suo silenzio sprofondando davanti alla televisione. Allora ogni parola sembrava infastidirlo ed essere di troppo. A quel punto non mi restava altro che mettere un poco in ordine da sola mentre lui se ne stava comodo nell’altra stanza; sola col suo mutismo e le notizie, e le disgrazie, della sera alla televisione della cucina.
Mugugnava solo e si ricordava di me quando poi aveva prurito a letto, alle ore più assurde e scomode; come se io non dovessi lavorare. E quelle poche volte che aveva quel prurito solo allora si ricordava di me, a letto. Queste erano le gioie superstiti del nostro matrimonio. Per il resto parlavo in silenzio a muri e porte che non mi potevano rispondere. Avessimo dovuto vivere di ciò che guadagnava, allora si che sarebbe stata dura. Avrei proprio voluto vederlo lui, con tutte le sue pretese e i suoi capricci. Con la sua mania degli orologi e dell’etichetta. Anzi l’avrei visto e cacciai così quell’animale senza dargli neanche il tempo di pentirsi completamente di quello che mi aveva fatto. Ne quello di profferire parola.
Lei era rimasta in silenzio per tutto il tempo e non aveva ancora trovato il coraggio per rivestirsi ma ora cercava di farfugliare e balbettare delle nuove improbabili e infantili scuse. Era intimorita di cosa ancora la poteva attendere. Fu rinfrancata e tranquillizzata quando vide che nel mio viso le ombre dell’indignazione si cominciavano a mutare in un sorriso pieno di tenerezza. Allora la soccorsi dicendogli di lasciare stare e che non c’era ormai più bisogno di parole e passandogli una mano fra i capelli. Non riuscivo a rimproverarla e ormai la frittata era fatta e non si sarebbe potuta fare senza rompere le uova.
Uscì nuda dal letto con il suo corpo ancora un poco acerbo di ragazza giovane e per un attimo rimase davanti a me nuda e potei ammirare tutte le forme di quel corpo. Era un corpo allo stesso tempo acerbo e armonioso; ora meno nudo che sulle lenzuola. Poi si vestì senza fretta e con attenzione e alla fine ci trovammo improvvisamente a scoppiare a ridere all’unisono della stessa risata. Era tornata alla mente di entrambe l’immagine di quel porco che se ne andava barcollando: cacciato senza neanche il tempo di tirarsi su i pantaloni.
La invitai a farsi una doccia prima di tornare ma lei rifiutò spiegandomi che ormai si era fatto tardi e ci demmo appuntamento per l’indomani. Quel giorno rimase fra noi come non fosse mai esistito. Ma da quel giorno cambiò la nostra vita e cambiai anche i suoi orari, ora doveva iniziare più tardi e più tardi andarsene, rientravo cioè prima che fosse finito il suo orario così da incontrarci tutte le sere. Avevamo trovato così il modo di avere del tempo solo per noi; per stare assieme e per parlare di noi, per essere veramente amiche. Certo le davo anche qualcosa più di prima.
Passarono alcuni giorni prima che potesse trovare il coraggio per dirmi: “Sai! infondo non ci sapeva neanche tanto fare.” –guardandomi un poco timorosa– “dovevamo proprio essere buffi. Vero?” dissi che lo erano molto e ci ridemmo su. Fu l’unica occasione in cui riparlammo di quella sera e di mio marito. Ora la casa è sempre in ordine come prima ma quando torno Lei smette di lavorare e allora siamo solo due amiche. Capita di andare al cinema o comunque fuori assieme, anche solo per una pizza. Capita spesso che le presti qualche vestito per un’occasione particolare o che ce li scambiamo divertite. E tutto ci scambiamo.
Le ho regalato un vestitino antracite che è un amore. Gliel’ho infilato io stessa. E rido perché non sa camminare sui tacchi e sembra sempre lì lì per cadere. Ieri, per esempio, ha invitato due suoi amici e toccava a Lei scegliere il suo per la serata; meglio dire per l’inizio della sera. In queste occasioni, dopo, Lei dorme con me e io telefono a casa per avvertire i suoi. Per la circostanza ha indossato della biancheria che io le ho prestato. Ma in queste occasioni tutto si ferma tassativamente alla sera; la notte deve rimanere solo nostra, senza alcuna invasione estranea. Nessuna delle due lo sopporterebbe.
A volte La scopro io, altre volte è Lei che scopre me. Io continuo ad ammirare quel suo corpo flessuoso ed elastico, Lei invidia i miei seni abbondanti. Gli uomini non capiscono ma non hanno di che lagnarsi. Lei ha molti amici i quali hanno altri amici; a loro volta. La compagnia, con Lei, non manca mai; ne l’allegria.
Ma capita anche che preferiamo restarcene sole, dopo cena, senza motivo, semplicemente per parlare bevendo qualcosa. Parlando di uomini e di tutto, lasciamo ogni cosa fuori la porta. Su molte cose ci troviamo d’accordo ma soprattutto sul fatto che gli uomini sono belli solo nel movimento; allora, quando i muscoli si tendono e gonfiano e paiono esplodere. Ma oggi mi sono divertita a truccarla perché questa sera, invece, viene Carlo e porta naturalmente un amico.¹


1] 23 ottobre 1994

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L’affetto che aveva per lei gli aveva impedito, fino a quel momento, di vedere quanto era carina. Glielo aveva fatto notare Alberto che non doveva essere poi stupido come lui aveva sempre creduto. Si! s’era fatta proprio carina ma pensare a lei come donna gli sembrava di sminuirla e di offenderla.
Lei si chiedeva perché e non capiva quella sua distaccata e arrogante superficialità. Si sentiva sicura vicino a lui ma ne aveva fin troppo di quelle sue attenzioni protettive. Ecchecavolo… anzi… proprio… ecchecazzo! che aveva che non andava. Dalle labbra le uscì il nome e subito scordò tutto quello che gli avrebbe voluto dire. S’era costretta su quei tacchi e solo divampò di un rossore improvviso che lui non conosceva.

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Le cose avvengono perché lo decidono in una loro autonomia. Scambiatevi un segno di pace. Elvira aveva stretto la mano che il vicino le aveva offerto. Non aveva mai visto quell’uomo. Una scossa l’aveva attraversata tutta. Si chiese chi era e restò turbata per tutti i giorni seguenti. Non riuscì a saperne di più. Il sabato lo confessò riluttante al confessore e si sentì libera. La domenica lo vide entrare. Andò a sedersi tre panche più indietro e si sentì soggiogata. Il tempo non guarisce ma acuisce i dolori nel ricordo. Da Teresa finalmente ne seppe il nome e altro, quella ne sapeva una più del diavolo. Elvira quella stessa sera gli vendette l’anima e gli regalò il corpo. Antonio la stava aspettando per la cena.

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Non era facile trovare una come lei. Giovanna ne sapeva di cose da raccontare. Evitava le solite frivolezze. Aveva poi la pazienza anche di ascoltare. Modulava una voce che rapiva. Non che non avesse le proprie convinzioni, tutt’altro. Era donna di ideali e di idee precise. Chiara nell’esporle. Non che sacrificasse le parole. Nemmeno ne profittava. Sarebbe rimasto ad ammirarla. Era ora di andare. L’aiutò ad alzarsi dalla sedia. Si vedeva che era stata educata dalle suore. Per quella sera aveva messo un vestito a fiori che le stava talmente bene che lui avrebbe voluto toglierglielo. Se lo tolse da sé e lui restò senza fiato.

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