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Posts Tagged ‘avventura’

Katia al mareL’aveva sempre detto a Cesira che qualche volta avrebbe preferito finalmente passare delle vacanze tranquille, nella loro casa al mare. Lui e lei. Soli. Non c’era verso. Invece era sempre un’avventura. Alcune vere. Alcune meno. Alcune non affatto. Cosa importa? Alla fine cos’è vero e cosa no? Aveva tutto il tempo che voleva a propria disposizione. Resta quello che si vuole credere e far credere e sognare. La verità resta una sola. Non fa a tempo ad andare via un ospite che ne arrivano due. Un eterno va e vieni. Ma perché la gente ama così tanto il mare? Perché qualche volta non possono andarsene tra i monti? Con le caprette? A cercate Peter? Dove c’è il latte buono e il burro e il formaggio di malga? E l’aria è più fine? E non serve quella condizionata? Naturalmente perché lì tutto è gratis. Non devono portarsi nemmeno gli asciugamani; basta la crema solare. E Cesira gli fa trovare anche la cena pronta. Meglio che in albergo.
L’assassino del bagnasciuga a lui faceva una pippa. Era l’ultimo dei suoi incubi. Ad agosto naturalmente era arrivato il nipote con gli amici ed era cominciata la caciara. Avere in vacanza una decina di ragazzi che schiamazzano per casa non era certo il massimo dei suoi sogni. Nemmeno il minimo. Ventenni. Erano un vero incubo. Nemmeno al bagno si riusciva a stare tranquilli e in santa pace. E mangiavano come dei forsennati. Dei veri lupi. Tutto il giorno. Senza sosta. Oltretutto il mare predispone all’appetito; e a una certa emancipazione e promiscuità. Si abbassa la soglia del rispetto, si alza quella della familiarità. Temeva di imbattersi in qualche ragazzo mentre quello, quel cialtrone, usciva dalla doccia o si rivestiva. O si infastidiva se quando, girato l’angolo, sorprendeva qualche coppietta in cerca di un minimo di intimità per baciarsi. Cose banali eppure non si sentiva a suo agio. Erano solo ragazzi, ma non poteva restare certo immune al fascino di un paio di quei bikini. Katia era sicuramente un gran bel magnifico vedere.
Quel giorno, con un sospiro di sollievo, li vide prepararsi per andare finalmente tutti alla spiaggia. Prima del solito. Quando non era ancora mezzodì. Tutti tranne Graziella che aveva denunciato un leggero mal di testa. Sabatino, tutto dolcezza, le aveva chiesto se voleva che restasse per farle compagnia. Lei aveva detto che non c’era bisogno. Lui non aveva insistito e gli altri amici lo avevano trascinato via. Si era rimessa a letto, quella sfortunata ragazza. Non si era fatta viva nemmeno per il pranzo. Finito lui si era messo a leggere in terrazza e Cesira se n’era andata, come sempre, a riposare. Povera donna, se l’era proprio meritato. Aveva fatto tanti caffè che lui aveva temuto che la macchietta, la moka, potesse surriscaldarsi, se non fondere. Avevano consumato un intero barattolo di cioccolata spalmabile grande quanto il bidone. Così si era ritrovato da solo. Un attimo di pace. Un silenzio incredibile, imbarazzante. Finalmente.
Spesso i genitori dovrebbero pensarci bene prima di dare il nome ad una figlia. Graziella si stava cambiando. O si stava spalmando di crema. O era uscita dalla doccia. O si era appena alzata dal letto. Aveva gli occhi assonnati. Oppure… Insomma, inutile cavillizzare. Cercare troppe risposte. In fondo era in camera sua. Lui stava passando e lei era lì, dietro la porta aperta. Come dire? aveva il costume, ma non la parte sopra. Lui stava proseguendo. Stava andando oltre. Sgattaiolando via. In silenzio. Senza far rumore. Cercò di non farsi vedere. Di farsi piccolo. Pensò di scusarsi. Mica era colpa sua. Doveva pure poter andare in bagno. Tra tanti dubbi il risultato fu che rimase attonito e immobile davanti a quella porta. Distante ma davanti. Lei non si era accorta della sua presenza finché non sentì i suoi occhi addosso. Allora cercò di coprirsi. Di coprire quei piccoli seni. Piccoli sarebbe stato un eufemismo. In realtà non aveva proprio seno. Era un mucchietto d’ossa. Un mucchietto d’ossa con un sorriso sempre triste e malinconico: “Ma signor Giovanni”…
Che ci poteva fare? Pensò di giustificarsi e dirle che mica l’aveva fatto a posta. Che solo gli scappava di pisciare. Che non si era accorto della porta, aperta. Che i suoi occhi non avevano fatto a tempo a vedere niente. Che non c’era niente da vedere. Come per un maschietto. Quasi. Si chiese cosa ci trovasse quel ragazzo in quella ragazza. Bella non si poteva dire bella. Più che di poche parole era stato un miracolo aver sentito in un paio di occasioni la sua voce. Non era graziosa nemmeno quella. Anche sul suo modo di vestire avrebbe avuto un bel po’ da dire. Pensò che in fondo non era nemmeno veramente sua nuora. Era la fidanzata del figlio del marito di seconde nozze della figlia di Cesira. Praticamente non c’era nessuna parentela diretta tra loro. No! non poteva dirsi fortunato. C’era veramente ben poco da guardare. Aveva già visto che il reggiseno era un accessorio, nel suo caso, del tutto inutile. Non era certo Katia, ma… Era così giovane. Aveva vent’anni. Anzi quasi diciotto. Bella età quella. E alla vita non si può sempre rimproverare tutto. E poi un uomo e pur sempre un uomo. Cosa poteva farci? Non lo aveva certo voluto? Quando è la natura che fa il suo corso. Che decide. Era solo la vittima degli eventi. Insomma… aveva funzionato: “Ma signor Giovanni”…
Lui non lo avrebbe nemmeno voluto, ma era stata la natura ad esplodere decidendo da sola. E lui non aveva potuto opporsi. Farci niente. Cercò eppure di uscire da quel tragico e increscioso incidente. Di non restare a disagio. Di distrarre gli occhi. Di togliere la ragazzetta dall’imbarazzo. Certo poteva ritirarsi, anche se gli scappava troppo. In fondo, al mare, si sta tutti un po’ vestiti a metà e nudi a metà. Coperti meno di quanto sarebbe decente. Non è forse vero? Gli faceva tenerezza. Poteva essere veramente sua figlia. Anzi la figlia della figlia. O del maschio. Non che la conoscesse proprio, non troppo, non abbastanza. Le chiese come stava. Si scusò. Stupidamente le chiese se aveva sete e se poteva portarle del tè freddo. Le spiegò che non doveva farsi riguardo per lui. Che poteva succedere. Ed era successo. Che non era nulla. Nulla di male. Per metterla a suo agio anche lui si mise a proprio agio. Lei intanto aveva abbassato le mani. Poi aveva abbassato anche gli occhi. E allora finalmente disse qualcosa con una voce flebile: “Ma signor Giovanni”…
Oh signor Giovanni”…
Gli erano sempre piaciute le ragazze che sanno riconoscere la fortuna e che sanno esserle grate. E che sanno distinguere le cose per quelle che sono, e con entusiasmo. Infatti prima la voce aveva mostrato sorpresa. Poi interesse e ammirazione. Quasi incredulità. Delle mani non sapeva più che farsene. Gli occhi di Graziella avrebbero voluto sfuggire i suoi, ma non riusciva a toglierglieli da dosso. Lo interrogava in viso ma poi tornavano in basso. Indecisi tra il rimprovero e l’interesse e ripeteva quell’ultima frase. Intanto che lui la fissava aveva cercato di spiegarle che è una cosa normale. Che sarà mai? Che, a parte l’età, non erano che un uomo e una donna. Che al mare può succedere. E intanto, per non restare lui da solo in imbarazzo, la pregò di toglierlo anche lei. Era indecisa se protestare, senza convinzione: “Ma signor Giovanni”…
Alcuni minuti sembrarono ore. Cosa stesse passando per la testa di quella ragazza era un vero mistero: “Forse… non… dovremmo”… Lo guardava restando ancora incredula. Cercò da prima di mostrarsi recalcitrate al che dovette rassicurarla: “Lascia, faccio io”. E lei lo lasciò fare ubbidiente. Ma per pensarci ci pensò: “Non vorrei disturbare la signora Cesira”.
Gli erano sempre piaciute le ragazze rispettose ed educate: “Faremo piano”. E aveva veramente apprezzato che lei si fosse preoccupata di non disturbare il meritato riposo di sua moglie. Che le avesse usato quella delicatezza e quella cortesia. E di quella sua remissività. La convinse. Si lasciò andare. Il letto era piccolo. Un letto a una piazza. Girò lo sguardo da un’altra parte. Non era molto ispirato. Per trovare un altro po’ di entusiasmo chiuse gli occhi e pensò a Katia. Nemmeno Greta era male. E le aveva proprio grosse. Certe cose un uomo, un galantuomo, non dovrebbe nemmeno sognare di raccontarle, ma docilmente lo aveva lasciato fare tutto. Anzi a un certo punto gli aveva chiesto se fosse già stanco. Preoccupata. Lo avrebbe capito, aveva detto. Un po’ affaticato per la verità si sentiva. Ma non voleva cedere. Non voleva arrendersi. Così non poté che ricominciare. Lei aveva trovato sempre più, e sempre in silenzio, quell’entusiasmo facile da scovare a quell’età. Infine non era riuscita a trattenersi da gridare. Lui si era sentito intimorito. E orgoglioso di sé: “Oh signor Giovanni”…
Quand’ebbe finito era riuscito ad andare finalmente in bagno, mentre lei restava in silenzio ad occhi abbassati. E si era infilato anche sotto la doccia. Prima di uscire però le aveva detto: “Chiamami pure Giovanni”. Amava l’educazione, ma quando si eccede si eccede. Troppo formalismo tende a rendere le persone ancora più imbarazzate. Aumenta le distanze. Avvelena anche quel minimo di convivialità. Insomma cominciava a non piacergli. Lo infastidiva quel signor. Al ritorno la porta era ancora aperta ma lei si era rivestita. E sopra il costume, forse lo stesso, aveva anche messo pantaloni e maglietta. In silenzio non lo aveva guardato. Lo aveva ignorato. Lui era andato in cucina a farsi un caffè. Era stato allora che era scesa Cesira. Sperava non l’avessero disturbata. Lei disse che le sembrava di aver sentito gridare. Che questo l’aveva preoccupata. Gli chiese se era successo qualcosa. Su due piedi non gli riuscì niente di meglio che raccontarle la verità, o quasi. Almeno un po’.
In fondo non poteva dire che era stata proprio colpa sua. Lui l’aveva avvertita. Calmo, per quanto poteva esserlo, la tranquillizzò: “Sai come sono questi ragazzi. Credono di essere già grandi. Credono di spaccare il mondo. E hai visto quant’è magra? Un’acciughina. Con quello che mangia… Ma dove?… Ma forse ha preso anche un po’ troppo sole. O forse è solo dovuto al mal di testa. Secondo me studiano anche troppo. E poi esagerano tutto. Ieri sera hanno anche fatto tardi. Nemmeno li ho sentiti rientrare. E tu? E hanno bevuto. Si sentiva di svenire. Un mancamento, ha detto. Come l’ho sentita sono accorso subito. Fortuna che era vestita. Sarebbe potuto essere… sconveniente. Anche se non c’è molto da vedere. Non ho dovuto fare niente. E’ stata una cosa passeggera. Niente di grave. Forse anche un po’ di disidratazione. E’ bastato solo un sorso di tè. Ora va già meglio. Credo si sia rimessa a letto. E’ solo affaticata. Le ho consigliato di riposare ancora un poco”.
A cena, mentre Cesira lavorava per quattro per servire tutti, aveva chiesto a Graziella come andava per il suo mal di testa. Nessuno se ne era preoccupato. Forse nessuno nemmeno se lo ricordava. Come se non avessero assolutamente notato la sua assenza. La musica andava forte. Più che una musica era un fracasso. Si sentiva dolere le ossa. Era veramente stanco. E deciso ad andarsi a coricare presto; cascasse il mondo. Si sentiva tutti gli anni che aveva. Forse qualche natale in più. Ma pur sempre un vero guerriero. Anche se gli occhi gli si chiudevano. Sabatino se la mangiava guardandola. Continuava a non riuscire a capirlo. O forse sì. In quel caso era solo un pirla. Lui continuava a vederla brutta. Lei gli rispose nel frastuono: “Molto meglio, grazie signor Giovanni”. Il certino le aveva chiesto sorpreso cos’era successo. Se non si fosse sentita bene. Valli a capire i giovani.
L’indomani era riposato. Non proprio in gran forma ma quasi. Pronto ad affrontare le sfide della giornata. Si era fumato già un paio di sigarette durante la lunghissima cerimonia dei caffè. Aveva anche aiutato Cesira a portare un paio di tazze in tavola. Allungato lo zucchero ora a questo ora a quello. Preso dell’altro latte dal frigo. Approfittato anche lui del barattolo di cioccolato da spalmare. Al momento di scendere alla spiaggia, quando tutti erano pronti con le borse e gli zaini preparati, Graziella aveva detto: “Andate pure avanti voi, tranquilli, vorrei fermarmi a provare a studiare almeno un pochino”. Non gli erano mai piaciuti gli eroi. Meno ancora i martiri. Credeva ormai di conoscersi bene. Aveva guardato il suo viso impassibile e aveva deciso “Posso unirmi a voi, ragazzi”? Si erano mostrati tutti entusiasti. Anche Cesira lo aveva incoraggiato ad andare, ma di fare attenzione al sole. Non si era guardato indietro. Era determinato: voleva vedere Katia fare il bagno. Solo Graziella aveva detto a bassa voce: “Ma signor Giovanni”…

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playlist-del-risveglio-770x470E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca. Chiedetelo a lei. Non potrà che confermarlo: è stata proprio lei stessa, ridendo, a ricordarmi il proverbio. Sentirglielo raccontare mi mette ancora quel brivido. Perché a lei fa piacere dirle le cose. Naturalmente nel modo e nel momento opportuno. Io nemmeno avevo fatto caso a che tempo faceva fuori. Le imposte erano ancora chiuse. Ero ancora sospeso in quel dormiveglia. Non certo di essere uscito dal sonno. Non certo che non fosse più sogno. Impegnato ad ascoltare quel piacere che mi risaliva dalle viscere, liquido e tiepido.
Non me ne sono reso conto all’istante, naturalmente; come potevo? Certo che era incredibile ed era impossibile immaginare che lì ci fosse Luigina. Avrei dovuto riconoscerla, dopo dieci anni. Non era mai stata così… così… delicata. Così appassionata da… Eppure stavo già per sospirare: “Luigina”! Ma quelle non potevano essere le sue di labbra. Solo che al mattino, trascinato così fuori violentemente dalla notte, in quel dolce tepore; non era mai successo. Ancora penso che mia moglie… incredulo. Mentre la mia mano le sfiora i capelli. Sono capelli lunghi e sottili. Molto sottili. Guardo giù e non ci credo: sono biondi. E la testa è la testa di Egle. Questa è Egle.
Sta da noi da dieci giorni. A dire il vero neanche le tette sono quelle di Luigina. E’ ospite. Niente è di Luigina e tutto è di Egle. E’ carina. Luigina mi aveva avvertito “Non ho potuto dirle di no. Non aveva ancora visto Pisa. E poi vedrai che non darà fastidio. Voglio che la conosci”. E aveva ragione lei. E’ una donna solare. Spiritosa. S’è fatto subito amicizia. E’ stato facile stabilire quella confidenza. E lei a raccontare le sue cose senza parsimonia; con naturalezza. Già avevo avuto modo di chiedermi come aveva fatto quel Fantasma. C’è proprio gente che della vita non è mai contenta. Che qualsiasi fortuna gli capiti non la sa riconoscere. Ma è più la sua curiosità di conoscere me. Svegliarsi tra le labbra di Egle è un’esperienza indescrivibile. Sicuramente degna di essere vissuta e ripetuta.
Amiche da sempre. La credevo gentile per l’amica. Niente di più. Non posso che esserne enormemente sorpreso. Niente che potesse farlo anche solo lontanamente sospettare. Le dico “Ma?…” e fatico a dire anche quello. Avrò tempo per imparare che lei, Egle, sa leggere nel pensiero. Capisce al volo. Si libera di me solo per quel tempo e già rimpiango di aver avuto quella curiosità; ma ero allibito. Sa la mia domanda e mi spiega: “Le ho detto che volevo farti uno scherzo, spero non ti dispiaccia”. Il suo sorriso è furbo, ma non ho nemmeno il tempo di vederlo. Torno a accarezzarle il capo. Il contatto della mano sui capelli è leggero ma deciso. E’ come sfiorare seta. Nella carezza voglio spiegarle la mia gratitudine, e impedirle di fermarsi ovvero interrompersi. C’è la preghiera disperata di continuare. Credo non ce ne fosse bisogno; che non avesse nessuna intenzione lasciarsi distrarre. Egle è paziente e ostinata.
Per raccontare certe cose basterebbero due parole. E non ne basterebbero mille. Se ci fosse. La luce entra senza pudore. Mi va di guardarla. Cantami la tua canzone d’amore. A lei non crea nessun imbarazzo. Alza anzi gli occhi per interrogarmi. Credo che i miei si perdano ad ascoltare le parole che la sua bocca mi sussurra. Dettagliatamente. Credo che sia completamente soddisfatta della mia risposta. Almeno lo spero. Cerca di mettersi comoda e io tengo le coperte sollevate. Non ha bisogno di altre conferme. Sono completamente estasiato, abbagliato da quello che vedo. Come a guardare un altro ed essere io quell’altro. E lei è l’altra e questo fa tutto ancora più bello. Torno a convincermi che è solo tutto un sogno. Mi lascio sognare, sognante.
Fa un sospiro che sembra dover finire dopo il giudizio universale e mi fa scorrere la mano sul petto, senza distrarsi minimamente. Le lunghe unghie curate mi graffiano e mi solleticano. Poi mi arruffa il pelo. Per un attimo percepisco la presenza dei denti. Piccoli morsi appena udibili. Decido che è questa la vita che voglio, per sempre. Ho voglia di vederla; tutta. Ho voglia di tutto. E’ comunque diverso. E’ facile distrarsi, in un momento simile. Scordarsi di tutto. Improvvisamente mi viene in mente. Non è più curiosità ma un leggero timore. Conosco le cose: “E se torna”?
Non ho pronunciato un suono ma ancora una volta lei ha capito. Sembra quasi rimproverarmi. “Ha detto che doveva scendere per prendere il latte”.
La sentiamo aprire la porta. Grida appena entrata: “Ti sei svegliato”?
Sospetto che creda di essere spiritosa quando ci invita a ricomporci che è tornata. Egle l’ha già fatto con una velocità incredibile. Io mi limito a rintanarmi sotto le coperte. Desolatamente sconsolato. Fortuna perché Luigina, naturalmente, non vedendo nessuno, ci raggiunge in camera e si ferma sulla porta, la borsa ancora in mano, senza aspettare risposta. In fondo è casa sua. Guarda me e guarda Egle in piedi: “Me lo dovete proprio raccontare, il vostro scherzo”.
Meglio di no. L’ospite ride sotto i baffi, ma non mi toglie dall’impaccio. Se ne sta buona a godersi la scena. E’ pur vero che tra moglie e marito… Ammicca e si strofina gli occhi in uno sbadiglio. Sa fingere come una professionista. Forse il suo pigiama era già stropicciato della notte prima che entrasse. E’ delizioso; di un grigio perla che trasluce proprio come una perla. Più bella non potrebbe essere. Si sistema un ciuffo e torna a ridere.
Vedo la tazza sul comodino. “Egle è stata molto carina. Mi ha portato il caffè. Fingendo di essere te. Per poco non mi trovavo a dovermi vergognare. L’ho anche chiamata Luigina”.
Le avevo detto che tu dormi così”.
Ti ho detto che gli portavo il caffè. Che avrei finto di essere te per svegliarlo. E’ stato buffo. Tienitelo stretto. Non era ancora sveglio e già chiamava il suo amore: Luigina”.
Lei aveva appoggiato a terra le borse che dovevano essere pesanti. Si è vestita di un sorriso benevolo e si sfila le scarpe per infilarsi le ciabatte: “Ho detto che avrei fatto presto. Che mi sarei sbrigata subito. Per quelle quattro cose… E tu ora vestiti. Aspetta che usciamo. Vieni”.
Stavo per sospirare: “Fin troppo presto”. Invece le spiego che il caffè s’è freddato pregando Egle se me ne può portare cortesemente un altro.
Luigina riprende le borse decisa a raggiungere la cucina: “Non fare il pigro. Vieni a prendertelo in cucina. E non essere egoista. Egle deve uscire altrimenti, se se ne sta sempre in casa, non vedrà mai Pisa. Non credi? Che il caffè te lo aveva già portato. E’ stata gentile. Anche troppo. Rischiando uno spettacolo non proprio edificante. Di rimanere scandalizzata di te che hai sempre caldo e ora ti vergogni e ti rintani lì sotto le coperte come stessi per morire. Per fortuna. Tutto sudato”.
Egle impertinente sorride e mi strizza d’occhio: “Non ci sarebbe stato nessun problema. Non sarebbe stato il primo che vedo; non credi? Meglio così. Ma era buffo con quegli occhi. Scusa se ho riso. Ma s’è accorto subito che io non ero te. Prima ancora che aprissi la porta. Peccato. Non ti preoccupare, non te lo tocco il tuo bello. Poi mi sono fermata a parlare mentre ti aspettavamo. Ti spiace? Stavamo giusto parlando di te. Poi lui è stato gentile. Tienitelo stretto. Mi ha chiesto com’era finita. Gli stavo giusto spiegando cosa faceva quello stronzo e lui è rimasto senza fiato. S’è pure scordato del caffè, ma mi aveva già ringraziata”.
Le guardo andarsene. Sospiro. Mattino di merda. Mi infilo il pigiama. Prendo il caffè e lo porto al microonde. In piedi aspetto che si riscaldi. Ci aggiungo due cucchiaini di zucchero, ma di canna. Luigina ingozza il frigo e mi da di spalle. Egle è andata a vestirsi. Allungo una mano. Cerco di ritrovare il sogno. Luigina mi redarguisce immediatamente, spazientita e irritata: “Stai fermo con quelle mani. Non fare il cretino che Egle può tornare da un momento all’altro. Non hai altro per la testa”? Aggiungo un po’ di latte. Intingo un paio di biscotti nella tazza. Mi pulisco le dita sulla tovaglia. Vorrei tornarmene a letto, ma ho paura di svegliarmi. E scoprire che il sogno era tutto un sogno. Egle vestita in modo pratico saluta dalla porta e se ve va a scoprire la maledetta Pisa: “Ci vediamo stasera”.
Faccio un ultimo tentativo: “Vuoi che ti accompagni”?
Fa niente. Non ti devi disturbare. Grazie lo stesso”.
Ora siamo soli. Torno ad allungare la mano. Non lo farei, non ci penserei, se non fossi stato svegliato in quel modo. Invece: “Non vedi che ho da fare? Possibile che tu non le capisco proprio le cose. E poi non è il momento”.
Ho un ultima residua speranza: “Esco a prendere il giornale”. Mi metto le prime cose che trovo. Imbocco la porta in tutta fretta. Mi precipito già dalle scale. La donna delle pulizie mi da il suo buongiorno. Esco in strada ancora tutto spettinato. Con le scarpe slacciate. Con gli occhi scruto intorno, ma lei naturalmente è già sparita. Non c’è traccia di Egle. Ingoiata da questa città matrigna. Prendo i giornali e me ne torno sui miei passi Mogio. Rassegnato. Pazienza. Meglio pensare che è stato tutto solo uno stupido ma meraviglioso scherzo. E in casa leggo ogni riga cercando di non pensare a lei. E’ un maledetto sabato. La sera non arriva mai aspettando l’anticipo.
E’ ora di cena quando Egle rientra tutta allegra. Ha preso una copia della torre in finto avorio e una borsetta e la mostra a Luigina. La borsa è brutta, ma mia moglie si complimenta dell’acquisto. Ceniamo ma non trovo molto da dire. Guardo l’orologio a muro, non voglio perdere il fischio d’inizio. Egle disinvolta racconta che il centro è un vero labirinto. Che ha rischiato di perdersi. Mangia con appetito. Fisso ogni boccone che porta alle labbra. E quando sorseggia il chianti. Continuo a guardare Egle ma lei non mi degna di uno sguardo. Le lascio da sole a chiacchierare tra donne. Me ne vado in salotto. Nell’intervallo mi rubano il divano e vado a guardare il secondo tempo su quella piccola in cucina. Alla fine ne abbiamo presi tre. Proprio un sabato di merda. Per non farci mancare nulla fuori comincia anche a piovere e tira forte il vento.
Spedisco due mail, mi spoglio e mi infilo a letto. Ripenso al mattino e non resto indifferente. Spengo la luce e cerco di dormire. Dopo un po’ Luigina mi raggiunge. Cerco di essere gentile: “Com’era il film”? “Boh! Non un granché. Niente di eccezionale. Niente da non perdere. Però ce la siamo raccontata. Attento a Egle, credo che tu, almeno un po’, le piaccia. Non ti sembra un po’ sfacciata? Viene e va come fosse proprio di casa”. Lei spegne la luce. Allungo una mano: “Non ora. Sono stanca e ho un gran sonno. Mi si chiudono gli occhi. Fai il bravino”. Non mi resta altro che cercare di prendere sonno anch’io. Lo cerco e non lo trovo. Cerco di distrarmi. Era sbagliata anche la formazione.
Sento un fruscio e un alito di aria. Vedo un filo di luce. Deve essere pazza. Entra Egle di soppiatto. Dentro lo stesso pigiama. Mi sorride. Guardo a sinistra e Luigina continua a dormire. Faccio per alzarmi ma lei mi spinge giù. Con la mano mi invita a rimanere al mio posto. Incredibile. Cosa vorrà fare? Sembra che il mio imbarazzo e tutto la diverta. Come una ragazzina: “Mi sono ricordata che avevamo un… un discorsetto in sospeso; io e te? Non credi”. Faccio sì con la testa e mi immobilizzo per il panico. Torno a guardare verso mia moglie; tragicamente impacciato. E’ completamente pazza. Prima ancora che glielo chieda mi tranquillizza: “Le ho riempito il vino di valeriana”.
Non sono del tutto tranquillo. Diversamente lei accende anche l’abat-jour: “Non mi dire che non mi volevi vedere proprio tutta. Tanto lo so che non sarebbe vero. Me lo hanno raccontato i tuoi occhi. Non ti ricordi? Sei un gran maiale. Tutti uguali voi… Senza nessuna fantasia. Invece così è”… Certo che lo volevo e lo ricordo bene. E lei mi fa contento. Se ne esce da quel pigiama e mi lascia guardare per un lunghissimo istante, soddisfatta di sé: “Ti piace guardare? Non vorrai solo guardare? Fammi un po’ di posto”. Io eseguo. Mi faccio un po’ più in là. Luigina ha l’abitudine di dormine in bilico sul bordo. E lei non chiede molto spazio. Si allunga vicino a me. Mi sussurra all’orecchio: “Luigina è una cara amica”. “Non vorrai fer”… “Proprio perché è un’amica. Con le vere amiche si deve dividere tutto”. “Vieni qui”. “Lascia che finisca di raccontarti quella storia”. E ricomincia da dove eravamo stati interrotti. E lascia che io la guardi darsi da fare.
Aspetta un istante e mi interroga: “Non vorrai?”… Le accarezzo la testa e i capelli. Quei capelli così sottili e lunghi. Molto sottili e biondi. Che riflettono una luce dorata. Le cerco un seno. E’ gentilmente sodo. Me ne riempio la mano. Lei mi lascia fare. Soddisfatta. Attenta. Poi resto solo a guardare. Estasiato. Lei mi arruffa il pelo sul petto. Lo liscia. Balbetto confuso: “Ver… veram… vorrei”. Troppo tardi per aggiungere altro. Aggiungo solo “Egle!” –in un sospiro. Poi ancora colpevole: “Ma tu?”… Lei si libera le labbra e se le lecca. Ritrova la parola con la stessa tranquillità di sempre: “Io… non fa niente. Non ti preoccupare. Per me. Era solo per conoscerci. E ho ancora un bel po’ di gocce di valeriana”. “Non te ne andrai già martedì”? “Fossi matta. Al martedì fanno la mia serie preferita: Sex in the city. Non me la perderei per niente al mondo. La mia non è così bella grande. Cioè è bella e piccolina. La televisione”. E scoppia a ridere: “Resterei, ma ora devo proprio andare. Sì! è meglio che vada”.
So che ha ragione. La vorrei trattenere, ma non posso. Non sarebbe giusto. E’ stato bello. Fin troppo. Non ne ho le forze. E’ proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca, ma anche la notte ha le sue meraviglie e i suoi tesori. E l’amicizia è il bene più prezioso in cui un uomo possa sperare. Se ne va ridendo, ma proprio sulla porta aggiunge a voce bassa: “Sai che anche lei… Non fa niente. Meglio che tu non sappia”. Io di rimando, senza pensarci un attimo, soddisfatto: “Svegliamoci ancora così, bambina”. Spengo la luce e mi addormento all’istante. Invece al mattino trovo un biglietto: “Non penserai mica che dormissi. Mi credi stupida fino a quel punto. Prendi le tue cose e vattene. Accompagno Egle un po’ in giro. Non farti trovare al nostro ritorno”. Dovrò ricredermi e rivedere tutti quegli stupidi e inutili modi di dire. Non so più cosa pensare. So solo che Egle è un vero vampiro. E che certe mattine sono solo un pessimo preludio ad un pessimo giorno.

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donna-al-barEra una donna con la testa sulle spalle. Ormai non credeva più alla favole; ma alla magia sì. Era seduta come sempre a quel tavolino ad aspettare qualcuno, il primo che arrivava e che fosse di suo gradimento. Voleva essere solo Samantha. In verità non se lo nascondeva che aspettava con impazienza che entrasse Deodato.
L’aveva infastidita quella donna che s’era seduta ad un tavolino proprio vicino alla porta d’entrata. Aveva preso un caffè con la panna. Poi le aveva lanciato un sguardo incurante. Per un breve attimo lei aveva provato stizza e gelosia. Era come se quella cosa avesse invaso il suo spazio. Ma quasi subito aveva ripreso il controllo di sé e ritrovato la sua sicurezza. Aveva tanto seno ma era un tipo così grossolano. Troppo disponibile. Lei si mise a leggere il giornale distrattamente. In verità finse di leggerlo senza riuscire a distrarsi.
Fu in quel momento che, dopo tanto tempo, entrò lo studente. Sempre così giovane, forse era appena maggiorenne. Si ritrovò con quel dubbio. Però aveva un’aria più triste di sempre. E si diresse subito verso il suo tavolino. Le chiese cortesemente il permesso si sedersi. Sembrava ieri. Provò uno strana pena e un altrettanto strano affetto per lui. Aveva proprio bisogno di qualcuno con cui parlare; confidarsi. Ma inizialmente faticò a vincere quel suo silenzio imbarazzato. Le chiese come stava. Poi, con lo sguardo basso e la fatica a trattenere le lacrime cominciò a confidarsi proprio mentre entrava Deodato.
Il ragazzo le confessò le sue pene d’amore. Era una ragazza molto giovane e, a suo dire, graziosa. Una sua compagna di scuola, un paio di classi dietro a lui. Erano diventati quasi amici. Questo era il punto. Non sapeva come comportarsi. Non sapeva come confidarsi. Non sapeva come dirle quello che provava per lei. Aveva paura di non essere ricambiato. Di sbagliare. Di non essere corrisposto. E tutte quelle altre paure che possono attanagliare un giovane di quella età. Era così carino.
Intanto Deodato era andato a sedersi con quella tipa. Lei si rese conto di odiarla. Di odiare entrambi. Era una situazione che l’imbarazzava. Non sapeva cosa dire. Non era certa di essere in grado di dargli il consiglio giusto. Eppure non poteva lasciare quell’ingenuo e inesperto ragazzo in quelle condizioni. Guardò Deodato cercando di parlargli con gli occhi, poi prese la mano dello studente e, senza interromperlo, si fece seguire senza il bisogno di usare parole; di invitarlo a salire. Era stata una cosa veloce, molto appassionata e molto disperata.
Mentre lei si riassettava il ragazzo l’aveva ringraziata dicendole che si sentiva molto meglio, risollevato, e che per lui lei era come una specie di madre. Questo le aveva lasciato uno strano gusto di gomma bruciata in bocca, una sorta di amarezza e senso di colpa. Non aveva voluto nulla in cambio e l’aveva lasciato scendere per primo. Aveva preferito rimanere un attimo sola. Un attimo che sembrava non volesse finire. Per le scale aveva le gambe molli e la testa vuota, e anche un po’ di ansia.
Intanto in pasticceria Deodato l’aveva aspettata. Come la vide lasciò il tavolino, mentre la donna dal seno enorme la guardava con disprezzo e un po’ di invidia. Lei si sentì padrona di se stessa e del mondo. Mentre fuori aveva cominciato a piovere.

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Dice: “Io sono Franco. Ah! sì. Scusa, Lei invece è Tina”.
Sono una coppia in età. Cristiana li ha conosciuti ad una conferenza su ambiente e benessere. Non so perché li abbia invitati. Non ne aveva mai parlato fino all’altro ieri. Poi mi ha detto che le hanno telefonato. E che sono una coppia gentile e carina. Non ha potuto dire di no. Certo la nostra casa al mare sarebbe una lusinga per tutti. Le hanno detto che non avevano mai visitato queste parti. Così mi trovo ad averli tra i piedi. Un paio di giorni. Poi mi ha lasciato solo ad aspettarli. Aveva da fare. Ha sempre da fare. Maledetto ufficio. Come se io non avessi le mie cose da fare. E poi io non so che dire, con persone che non conosco. Dovevo insistere.
Gli faccio vedere la loro stanza. I letti sono ancora da fare. Loro depositano le loro valigie e poi mi seguono a vedere le altre stanze. Mi fanno i complimenti; per la casa. Gli chiedo se vogliono un caffè; è il minimo. Mi rispondono che non vogliono disturbare. Che lo hanno già preso. Che si scusano, non sapevano, e che aspettano mia moglie. Gli spiego che dovranno pazientare perché ne avrà fino a sera. Si sorridono carini. Gli dico che magari tra un po’ ci prepariamo e andiamo a pranzo. Ripetono che non mi devo preoccupare. In cucina sono peggio di una frana. E’ lei soprattutto a parlare. Lui per lo più tace e sembra osservarmi. Le da sempre ragione e conferma quello che dice lei. Mi dice che se non mi spiace poi, magari dopo, può fare lei qualcosa da mangiare; mentre aspettiamo. La guardo come la mia salvatrice, ma non le dico nulla; né sì né no. Mi sorride. Insisto almeno per un caffè. E’ l’unica cosa che so fare. Loro mi dicono che se proprio insisto, che lo prenderebbero volentieri per cortesia. Lui aggiunge se magari dopo ci possiamo fare anche una grappa ma dopo. Apro la dispensa e non abbiamo nemmeno un biscottino. Devo ricordarmi di dire a Cristiana di ricordarsi di comprarli tornando a casa.
Lei ride e le ballonzolano, le sussultano i seni pesanti e un po’ rilassati, perché sotto non porta reggiseno. Non manderei mai mia moglie in giro conciata così. L’abito controluce mostra anche qualche trasparenza, al primo momento non ci avevo fatto caso, e lei non ha molte cose belle da mostrare. Non che… è solo che dovrebbe ricordarsi dell’età che ha. Però siamo al mare e sono venuti per andare al mane. Al mare tutti ci fanno meno caso. Spero sia una che il costume se lo tiene addosso. Qui tutti ci conoscono. Nessuna lo toglie. Quando lo fa qualche turista, intendo il pezzo sopra, già la guardano male con occhi che la vorrebbero incenerire. In fondo è una piccola isola e gli isolani sono una comunità ancora un poco chiusa. Per dire la verità anche noi che siamo nati in città e abbiamo sempre abitato in città non è che amiamo molto farci vedere. Cristiana lo toglie solo quando è sicura che siamo soli e lontani da occhi indiscreti. E si fa ancora più riguardi da quando abbiamo scoperto quello che ci spiava nascosto dietro una duna, cioè la spiava. In fondo lei è ancora una cosa bella da guardare e anche lo capisco. Dovevamo noi essere più prudenti. Quella volta si è rivestita subito e normalmente si accontenta malvolentieri anche se le resta il segno sulla tintarella. Che poi quest’anno l’estate non è mai arrivata. Il venti dovrebbe essere piena stagione. E’ arrivato l’autunno prima che il sole, e non se n’è mai andato.
Mi vede che la guardo e alza le spalle e non se ne cura. Si alza dalla sedia. Va un po’ qua e un po’ là per la cucina come si sentisse in gabbia. La seguo con lo sguardo. Si prende da sola un bicchiere d’acqua. Si inumidisce le labbra e lo poggia sul lavello. Davanti alla finestra, con quello straccio addosso, è proprio quasi nuda. Un paio di tacchi salverebbero un po’ dell’apparenza. In fondo sotto il vestito… il vestito mente. Non le fa un cattivo servizio. Non fosse perché nei fianchi le stringono quel po’ di ciccia sembrerebbe non portarle. Nemmeno Cristiana ne metterebbe di così sottili. Mia moglie è una persona molto attenta. Ci tiene molto all’eleganza e al buon gusto. Loro sono un po’ più alla buona. Genuini. Spontanei. Almeno sembra. Eppure mi sembra che mi abbia detto che lui è un funzionario di banca.
Mi chiede all’improvviso: “Dove hai il pc. Possono andare a vedere se mi sono arrivate mails”?
Dico: “E’ di là. Fai pure”.
Se ne scappa dalla cucina come avesse un bisogno urgente. Nemmeno il tempo di avvertirla che se le serve l’altra porta nella stanza conduce al bagno. Glielo dico dietro e mi ringrazia. Lo chiedo anche a lui che mi risponde che non gli serve, grazie. Gli spiego che nel caso ce n’è un altro al piano di sopra. Torna a ringraziarmi e a spiegarmi che si sono fermati per strada. Solo con lui trovo ancora meno argomenti. Lui mi guarda e si guarda intorno come spaurito. Arrotola la salvietta di carta che ha davanti. Gioca con quella tra le dita. Al polso porta un orologio pacchiano. Forse ha bisogno di dimostrare che lui è un uomo arrivato. Torna a farmi i complimenti per la casa. Torna a chiedermi a che ora penso che tornerà Fabiana. Gli preciso che si chiama Cristiana. Non aggiunge nulla, pare che la cosa non abbia importanza. Guarda verso la caffettiera. Mi accorgo che mi ero scordato di accendere la fiamma. Mi alzo per farlo e porto anche tre tazze sulla tavola, poi lo zucchero e i cucchiaini. La sento chiamarmi: “Qual è la password di rete”?
Non mi ha mai dato problemi. Sto per risponderle, poi decido di raggiungerla, mi sembra più gentile. Mi scuso con lui se lo lascio per un attimo da solo. Lo prego di far attenzione al caffè. Sorride gentile. Mi rassicura di non preoccuparmi mentre vado da lei. Entro e resto attonito, immobilizzato sulla porta. Lei è china sul computer. Prima che si accorga della mia presenza scatto una foto col telefonino. Cerco di cambiare discorso: “Novità? La connessione dovrebbe”…
Solo dopo un po’ si gira ridendo e il vestito ricade al suo posto: “Non riuscivo proprio ad aprire la mia casella. Che stupida. Comunque nessuna nuova buona nuova. Niente di… importante. E poi non era importante la posta. Forse potevo aspettare anche più tardi. Non mi andava di star lì a parlare cercando qualcosa da dire. E poi… Scusa, non so… cosa hai visto”?
C’è una solo parola per dirlo ma non vorrei doverla pronunciare. In fondo è una situazione imbarazzante. Nemmeno ci conosciamo. E non è certo il mio tipo. A me piacciono più giovani; della nostra età. Meglio qualche anno in meno che in più. E… insomma… mi piace mia moglie. Non sono mai stato un tipo… Una scappatella può succedere… E’ una situazione complicata, ingarbugliata. Lui è di là. Lei si comporta come se non ci fosse. Col suo vestitino leopardato. Come fosse una ragazzina, o una fatalona. Cosa si è messa in testa? E’ la prima volta che mi vede. Non sono uomo da fare questo effetto. Non me la dà a bere. Mi sento preso in giro. Non so come uscirne. Non so che dire e allora parlo del niente: “Mi sembrava strano. Dovrebbe connettersi sempre”…
Non cambiare discorso. Cosa credi di aver visto”?
Mi ha messo in un angolo. Insiste. Non so cosa vuole farmi dire. Si sta divertendo. Ride alle mie spalle. Col solo gusto di mettermi in imbarazzo. E le righe di espressione sotto gli occhi. E quella bocca rossa di rossetto. Forse vuole far ingelosire il vecchio marito. Forse vuole illudersi di avere ancora quell’età. Abbasso la voce. Ho paura che lui entri o ci senta. Anche se ora si è… ricomposta: “Veramente non è che volessi… E’ solo che mi hai… Mi sembrava. Forse sono stato anche fin troppo veloce. Non ti preoccupare. Fai come se non fossi entrato. Resta tra noi. E poi”…
Guarda che hai visto quello che io ho voluto farti vedere. Non sei più un bambino. Nemmeno tu. E poi siamo al mare. E’ così caldo, qui. O devo fartelo rivedere? Devo farti un disegnino per farti capire”?
Grazie non è necessario”.
Non vuoi”?
Se ci tieni. Temo stia borbottando la caffettiera”.
Lascia fare a lui”.
Non è che”…
Conosci il linguaggio del corpo? Siamo una coppia… aperta. Quello era un culo. E’ un culo. E lui è un gran cornuto. Sa di esserlo. E gli piace esserlo”.
E tu seri una gran… una gran puttana”.
Me lo chiedeva e io ho cercato ma mi è uscito spontaneo. Non fa una piega; anzi sembra se ne senta soddisfatta: “Nemmeno questa è una grande novità. Volevo fartelo vedere fin da quando siamo arrivati. Da prima di partire. Puoi toccarlo, se vuoi. Non sarà… è sempre un culo. E allora, cosa aspetti”?
E Cristiana”?
Mica glielo dobbiamo per forza dire. Ma se vuoi, chiamala. Non mi dispiacerebbe vedere anche il suo. Sarebbe anche più divertente. Ma non hai mai visto tua moglie con un altro”?
Non credo si possa liberare”.
Sono brava anche con una donna”.
Non ne dubito”.
Se la ride di gusto: “Non fare lo schizzinoso, ho visto che ti interessa… –e con la mano indiscreta, sfrontata, controlla sopra i miei pantaloni– …la merce. Visto? D’altronde hai una bella signora”.
Faccio salire lentamente la mano e le riscopro le natiche. Me l’ha chiesto lei esplicitamente e sarebbe da cialtrone maleducato non farlo. Sarebbe un’offesa troppo grande per qualsiasi donna. Non che mi senta ancora sicuro; per nulla. Lei si gira leggermente per facilitare il mio gesto ed è divertita. Credo esclami anche un finalmente. Io nel gesto la spingo un po’ verso il tavolinetto. Voglio rivederla come l’ho sorpresa; cioè come ha voluto farsi sorprendere. Vorrei accontentarla in quella posizione. E in fondo nel preciso momento darebbe piacere anche a me. Intanto quella mano che mi ha conosciuto torna a cercarmi. Passa sicura tra i bottoni slacciandoli con maestria come fosse la cosa più semplice del mondo. Cerco di ricordare il suo nome e glielo sospiro sul collo: “Antonia”…
Ormai ha finito di trafficare con l’abbottonatura dei mie calzoni. Sbircia e pare soddisfatta. ! Mi precisa: “Solo Tina. Vedo che ti piace fare il padrone. Cioè sento. Lo immaginavo. Sei uno che prende l’iniziativa; deciso”.
Le afferro quelle minuscole mutandine ma torno a trattenere il vestito raggrumandolo sui suoi fianchi. Ormai non penso più ad altro. Con l’altra mano cerco di trascinarla verso me; di stringerla. Con mia grande sorpresa mi ferma afferrandomi per il polso, e con quel gesto mi impedisce di accostarmi ancora di più a lei: “Non avere fretta. Se vuoi entrare per quella porta… E’ solo che a me piace farmi fotografare. E a lui piace fotografare. Deciditi. Sbrigati”.
Non è quella che si può definire una bellezza. Il suo corpo non è certo statuario, e mostra la sua età. In ogni centimetro della sua pelle. Mi domando in che tempi sto vivendo. Il mondo sta andando proprio a rotoli. Non sono certo io l’unica persona adatta a salvarlo. E poi è un po’ tardi per tornare indietro. Intanto mi abbasso i calzoni e le dico che può chiamare anche lui. Non è che mi piaccia ma… E vada per le foto. Almeno sarà un’esperienza nuova. E’ lei quella che ha tutto da rimetterci. Purché non arrivino a Cristiana; non sono certo che apprezzerebbe. Nemmeno a lei piacciano le foto, in generale. Di foto simili nemmeno ne abbiamo mai parlato. Mentre me ne sto lì a pensare lei alza il tono della voce e le parole in gola le si fanno più concitate: “Sbrigati. Sbrigati a togliermi le mutandine. Ugo!!! Ora puoi venire. Sbrigati anche tu”.

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C’era qualcosa di magico nell’aria. E nella sua pigrizia. L’aveva colta cautamente di spalle, quella sconosciuta. Poi si era avvicinato. Guardarla era un piacere e a lei faceva piacere farsi guardare. Le si arrossarono le gote. Forse non era nemmeno proprio un piacere, gli anni più belli erano comunque passati. Non doveva essere stata guardata troppo, né così a lungo. Non si sarebbe potuta dire bella, e allora lui scoprì che era uno sfizio e continuò a fissarla. Lei cercò di fermare la propria attenzione sul giornale che stava leggendo riuscendoci molto male e molto poco. Si ricoprì le ginocchia che non s’erano scoperte. Sembrava una di quelle povere ragazze non troppo interessanti né baciate dalla sorte, disposte a sognare tutta la vita. Gli occhiali spessi le aumentavano in aria da invecchiata precocemente. I suoi gesti si erano fatti maldestri e intimiditi. Sospettò di avere una calza smagliata. Allontanò col piede i piccioni, aveva finito le briciole. Il sole della primavera principiava a scaldare. Poteva essere una professoressa o una maestra come una semplice impiegata.
Lui amava quel tipo di donne perché non amava le conquiste faticose. Le cominciava a conoscere bene: erano pronte a farsi convincere velocemente; disponibili a credere. Non aspettavano che di sentirsi porgere con galanteria anche il più piccolo dei complimenti. Rise al pensiero: avrebbe voluto vedere la sua faccia se le avesse detto direttamente che le piaceva il suo culo. E poi gli dava un gusto maggiore con una donna con la quale aveva l’impressione che dovesse ancora imparare tutto. La faceva sembrare ancor più una vera conquista. Lui era un animale da preda e lei aveva scritto tutta una storia di vittima nella piega che assumevano le sue labbra, sottili e incerte. Pigramente si decise di avvicinarsi e chiederle se poteva sedersi. Usò la tonalità più calda della propria voce. Lei non avrebbe potuto dirgli di no e non lo fece, naturalmente rispose con un “prego” facendo segno al posto sulla panchina. Lui si accomodò e finse di leggere dove la donna stava leggendo, guardando un po’ il quotidiano e un po’ lei. Un paio di notizie di nera, i drammi fanno sempre affetto. Sui tipi romantici le lacrime e la morale si fanno sempre posto. Soprattutto le notizie di quelli famosi.
In lei crebbe l’imbarazzo in modo evidente. Pareva non conoscere quel modo di essere guardata e di guardare. Con un gesto nervoso si avvolse la sciarpa attorno alla gola. Fu attraversata dal brivido di una brezza che non c’era. Lo controllava con lo sguardo nascosto da sotto le lenti. Non sapeva cosa dire e preferì tacere. Semplicemente abbondonò un sospiro al silenzio. Lui le si fece più vicino. Le sorrise come sapeva sorridere; fissandola insistentemente. Cercò più volte il punto dell’articolo dove era stata interrotta; disturbata da quella presenza; inutilmente. Per la disperazione di uscire da quel disagio gli chiese se gradiva leggere la pagina sportiva. Fece per tirarla fuori e si scostò ma solo un attimo. Parlava poco con una voce incerta, ma ben impostata, in un italiano pressoché perfetto. Lui scosse la testa. Le rispose che avrebbe preferito parlare con quello stesso sorriso. Controllò l’ora e aveva tutto il tempo che voleva, ma questo già lo sapeva. Lei si mostrò indispettita e accartocciò il quotidiano gettandolo senza attenzione vicino a sé. Gli fece presente che non aveva il piacere di conoscerlo, e lui si presentò e prese a parlare. Lei si limitava quasi esclusivamente ad ascoltarlo.
Lui era così sicuro di sé. Pensò che era stato anche più facile di quanto aveva previsto. Il mattino era pigro e il posto molto isolato. Si chiese quanto sapesse baciare. La macchina l’aveva lasciata poco distante. E pensò che poi un po’ di sano movimento avrebbe potuto fare solo che del bene anche a lei. Fu quando si tolse gli occhiali che lei glielo confidò: “Ti stavo aspettando”.

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Era un mattino di un giorno indefinito di giugno. Decido di chiamarla a casa: “Gianna”.
Sono Juliana”.
Cercavo Gianna”.
Gianna non c’è”.
Quando la posso trovare”?
Non so se torna”.
Ci penso e mi sembra scortese: “Un caffè”?
Un breve silenzio: “Hai da fare”?
Penso che tutto possa aspettare. In fondo sarà una cosa veloce. Sbrigativa: “Non molto”.
Perché non andiamo a prenderlo un po’ fuori”.
Non ci rifletto, passo io: “Passo io”.
Sapevo che stava da lei. Non me la ricordavo. Forse era bionda. Mi sembrava solo fosse sudamericana. O qualcosa di simile. Forse nemmeno l’avevo mai vista. Forse me ne aveva solo parlato Gianna. Non ricordavo nemmeno in che modo. Forse era Gianna a stare da lei. Ultimamente la ascolto poco. Non si fa aspettare molto. Sale e si mette comoda. Anche troppo comoda. E sorride divertita: “Dove si va”?
Non so. Fai tu”.
Dove vorresti andare”.
Per me possiamo essere anche già arrivati”.
Allora… anche per me.” –e sorride compiaciuta.
Cosa ti va”?
Non essere impertinente”.
La guardo, è senza pregi e senza difetti; e senza vergogna. Ci penso un attimo. Vestita è vestita come fosse la zia di Gianna. Se così si può dire vestita. Cioè è vestita anche della fretta di mostrarmi cosa nasconde sotto i vestiti, cioè sotto la gonna. Non so guardare altro. Lei se ne accorge: “Qualcosa non va”?
Le sorrido e controllo il traffico: “Potresti anche metterti più… più… composta”.
Ho dimenticato qualcosa”?
Potrei dirle di sì. Ne avrei il diritto. Non è proprio quello che voglio. Mi va anche di guardare ma vorrei farlo da solo: “No! è solo… lasciamo andare. Va bene così”.
Bene”.
Torniamo su da te”?
E perché? E poi c’è ancora lui”.
Da me”?
Non vorrei averti fatto guidare per nulla. E non ho molto tempo”.
E…”?
La guardo allibito e lei mi spiega: “In fondo… è anche comoda”.
Mi guardo torno: “Ma”…
Aspetta, tolgo la cintura”.
Alzo le spalle: “Aspetta, abbasso il sedile”.
Mi sorride e dice: “In fondo non mi dispiace farglielo sotto il naso; anzi farlo sotto il naso a tutti. Anzi mi da un po’ di… di… emozione in più. Mi stavo annoiando quando… Non ti dispiace, vero”?
Non posso mostrarle tutti i miei timori: “Figurati”.
In fondo… quasi quasi… forse è stata proprio una fortuna che mi si sia rotta la macchina. E tu sei stato proprio gentile ad offrirti di venirmi a prendere”.
Ricordami il nome”.
Juliana”.
Credo di doverle almeno un complimento: “Sei.. sei gentile e… e sei un gran bel pezzo di… di Juliana”.
Lo so”.
Poi mi chiede: “Vuoi che la tolga”.
Fa niente. Non vorrei farti fare tardi”.
Me ne frego del rumore delle altre macchine e delle macchine stesse. Le sfilo la copia del contratto da sotto il culo, ma ormai è tutta stropicciata; dovremo rifarla. Intanto penso alla storia che mi dovrò inventare con il cliente.

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linguacciaAll’inizio la guardo e non la vedo. E’ mattina e me ne sto ancora confuso in cucina. Sono rincasato tardi. Martina era tutta di fretta. Entra ed esce. Si spoglia e si veste. Cerco di abbracciarla. Non riesco a prenderla. Mi scivola tra le dita e ride divertita. Mi dice: “Debbo andare in ufficio. Devo proprio scappare”. La imploro ma non ha nemmeno un attimo. “Mi aspettano”. Ho un po’ di mal di testa. Forse ieri ho esagerato un po’. Si sa come vanno queste cose. Alzo le spalle. In fondo il mio era solo un gioco. Un gioco e un po’ no. Sono ancora intorpidito. A vederla è ancora bella. Insomma stiamo insieme e non ci siamo ancora stancati l’uno dell’altra. Prende la borsa e quand’è sulla porta mi dice all’improvviso: “Ti ricordi Flaviana. Devi. Te ne ho parlato. Quella mia amica. Forse me ne sono scordata. Scusa. Insomma, quella. Ieri sera è arrivata. Spero non ti dispiaccia. Non starà molto. L’ho accomodata nella stanza degli ospiti. Non ti darà fastidio. Io torno presto. Appena posso. Bacio. Cerca di essere gentile”.
Mi saluta e scappa. Il mattino ho bisogno di un po’ per connettermi. No! non ricordo me ne abbia mai parlato. Mi verso un altro caffè. Lo prendo sempre amaro. Martina dice che quando racconto una cosa mi perdo sempre in tante parole inutili. Non mi sembra. E’ che mi disturba non capire. E che ho sempre tante domande da pormi. Nel frattempo mi sono già scordato il nome della nostra ospite; dell’amica. Ho sempre il timore di trovarmi a disagio. Lei riesce a mantenere costantemente tanti contatti. Gli amici e le amiche del ginnasio, dell’università, quelli nuovi, i clienti del lavoro, un mondo intero. Non sono bravo come lei. Non amo stare al telefono. Rimando sempre troppe cose. Annego nel mio caffè. Mi immergo nei pensieri. Mi accendo la prima. E non riesco a ricordare tutto il suo mondo. Sento dei rumori. Dev’essere… lei, l’amica, che si sta alzando. Butto la cenere nel lavello e torno a sedermi. Provo ad accendere la tele; un telegiornale. Spengo quasi subito. Le notizie che danno non mettono in sintonia con un mondo che va alla deriva. Penso di tornare a letto. Fuori la mattina è più pigra del sottoscritto. A questo non ci posso fare nulla.
Quella di ieri sera è stata proprio una pessima serata. All’improvviso si sono aperte le cateratte del cielo. E’ precipitata acqua a catinelle. Non ricordo nulla di simile. Sono rientrato tardi, cercando di fare meno disastri possibili; ero bagnato fradicio, fino al midollo. E lei già dormiva. Cioè tutta la casa dormiva. E nella mia vita entra… Flaviana. Cioè entra come un tornado. Decisa. Già allegra di prima mattina. Uscita così dal letto. O forse dalla doccia. Già sveglia. Non fa caso a me. Sembra quasi non vedermi. Come non ci fossi. Fossi parte del mobilio. E non si guarda molto attorno. Come conoscesse già la casa. Controlla il mattino alla finestra; distrattamente. Ne pare delusa. Nemmeno ho il tempo di guardala come poi avrei voluto. Dopo mi dirà che è bella. Arredata con molto buon gusto. Ricordo il suo nome perché me lo dice: “Flaviana”. Insomma: “Ciao”! “Ciao”! E va diritta verso la macchinetta. Se ne versa una tazzona dal bricco. Anche lei amaro. Amaro e senza latte. Mi chiede se mi spiace: “Ne prendo una tazza anch’io”.
Guarda in tralice la mia tazza dove il mio caffè si sta freddando triste e stanco sulla tavola. Non ero stato preparato. A volte Martina è fin troppo laconica. Soprattutto quando va di fretta. Mi ero fatta un’idea diversa. Non mi ero fatta un’idea. Pensavo sarebbe stata una giornata come tante. Non so se la dovremo accompagnare in giro per la città. Certo non è pronta per uscire. Non so come comportarmi. Non ho nulla da dire. Sono solo sconcertato. Scosso da lei. Forse non la dovevo accogliere in cucina. Forse se fossi rimasto in salotto tutto sarebbe stato diverso. Fossi stato in studio; davanti al computer. Eppure sembra completamente a proprio agio, in casa sua. Neanche farlo apposta sono libero da ogni impegno. Potrei fare qualche telefonata. Non c’è nulla di urgente. Il postino suona e infila la posta in cassetta. Per un secondo penso a come mi avrebbe accolto se glielo avessi portato a letto, quel caffè. Per quel secondo mi sento furbo. Libero la mia grande fantasia. Poi rimetto i piedi per terra. E’ stata solo una riflessione stupida; me ne rendo conto. E’ lei che ispira certe fantasie. Il suo atteggiamento. Le sue parole. La sua voce. Quel sorriso. “Lo prendo amaro anch’io”.
Martina le deve Aver parlato di me. Io di lei non so proprio nulla. Tranne quello che vedo, e che mi lascia vedere. Abbastanza per farmi confusione. Sicuramente non sono amiche dalla scuola. Non mi tornano gli anni. Lei, Flaviana, ne ha qualcuno in più. Cosa volevo dire? Ah! sì. Ha quella specie di giacca chimono. Corta. Ho il sospetto che non abbia che quella. Intendo… addosso. Scaccio quel pensiero. Non so cos’ho questa mattina. Pensare non fa certo onore. La nostra ospite sembra più a suo agio, in casa mia, di me. “Alfredo, vero”? Stavo dicendo… forse l’ha messa uscendo dal letto. O dopo la doccia. Deve averla trovata in armadio. Non la ricordo. Direi che non l’ho mai vista addosso a Martina. Forse mi sbaglio. Non so se è per il colore: nero; lucente. Però le ciabatte sono sicuramente sue. Mi chiede di mia moglie. “Sì! Martina è già uscita”. Martina ha riempito tutta la mia vita. E’ una donna che non lascia un angolo vuoto. Una di quelle. Sempre in movimento; attiva. Attenta anche alle cose più minute. Sempre curiosa. Sempre sul pezzo. Con l’argento vivo addosso. E io resto lì muto a guardare quella sorta di amica. In verità sono pochi attimi ma mi sembrano una eternità. Il tempo è sempre stato un valore relativo. Quando sei in ritardo corre. Altre volte va come vuole. Se aspetti qualcuno o qualcosa pare non passare mai. Cerco di convincermi che quella relazione può aspettare. Intanto la guardo in silenzio.
Lei si lascia guardare. Forse sente i miei occhi addosso: “Volevi dirmi qualcosa”?
Cosa? Questo non lo doveva dire. Cioè non lo doveva fare. Si appoggia al piano cottura e si gira verso di me; sorridendo. Il chimono si apre perché non può diversamente, la stoffa si schiude poco trattenuta dalla ciocca, inventa una scollatura vertiginosa. Sembra non accorgersene. All’improvviso non ho più nessun dubbio. Fuori ha ricominciato a piovere. E non ho proprio parole. Non so che dire. Ripeto come un cretino: “Sì! Martina è già uscita”. Mi dice che non fa nulla. Che quello che le doveva dire lo può fare anche più tardi. Che può aspettare. Mi chiede se lo posso fare anch’io; aspettare. Che è stata gentile. Credo intenda ad invitarla. Perché se non era per Martina non avrebbe proprio saputo dove andare. Mi confessa che è contenta finalmente di conoscermi. Mi chiede che me ne sembra. Non so a cosa si riferisca. I miei occhi sono incollati là. Quasi in una attesa febbricitante. Anche se lo so che non è carino da parte mia. Dice che la sua è una visita. Un paio di giorni. Non è nemmeno una vacanza. Deve vedere un avvocato. Ma anche per quello c’è tempo. Non s’è messa fretta. Non credo di seguire il filo che segue.
Chiede qualcosa di me aggiungendo domande alle altre domande. Rispondo per cortesia quando ne afferrò qualcuna. Quando trovo uno spazio tra una domanda e l’altra. Qualcuna è anche un po’ indiscreta. Intanto la guardo, incerto se la sto vedendo. Scuoto la testa. Si dice contenta che fra noi vada bene. Mi dice che mi trova silenzioso, riflessivo. Che di questo Martina non gliene aveva parlato. Mi chiede se c’è qualcosa che non va. Si guarda. Guarda il suo abbigliamento. Ride: “Non sarai mica turbato”? Taccio. Taccio perché non ho il tempo di pensare. Tanto meno di trovare una risposta adeguata. Una giustificazione. Qualcosa che abbia un senso e, in qualche modo, mi giustifichi. Vorrei dirle di no. Non mi crederei da solo. Ho il sospetto che la sappia la risposta. Mi limito ad osservarla. A controllarla. Sì! di anni ne ha più di qualcuno più di noi. Questo non conta. Ride: “Scusa. Ho messo la prima cosa… E’ che mi sono subito sentita come a casa. A mio agio. Qui. Avete proprio una bella casa. E Martina è un amore. Una vera amica. Ti dispiace”? Non so se mi dispiace. Non direi che mi dispiace. Di questo credo di esserne certo. Ha una voce affascinante; e le sue parole diventano progressivamente suadenti. Cerco di spiegarle: “Aveva un impegno che non poteva rimandare.” –non so perché sento di dovermi giustificarmi, e intanto ride.
Continua a tenere la sua tazza in mano. Non sembra molto interessata al caffè. Non ne ha preso che un piccolo sorso. Semplicemente sembra che con quella fra le dita si senta più sicura. Una cosa così. Forse si sente i miei occhi addosso. Le serve a sostenerli? Non posso fare altro. La prego nella mia testa di stare ferma. Di non muoversi. Di rimanere così. Guardarla è affascinante. Qualsiasi movimento non potrebbe che peggiorare la situazione; farla precipitare. Fuori ha smesso di piovere. Mi ripete la domanda: “C’è qualcosa che mi volevi dire”? No! Non ho nulla da dire. O almeno quello che vorrei dire non è carino. Non è da dire. Meglio tacere. Mi manca la saliva. Non sto più in me. La sedia è diventata scomoda. Non so perché ma sono eccitato. Forse la novità. Forse la sorpresa. Forse semplicemente c’è qualcosa in lei. Forse solo la sua presenza. L’unico problema è che se ne accorge; e ride divertita. Prima che abbia il tempo di alzarmi da quella sedia mi confida quello che le sembra un segreto: “Scusami, non farei mai un torto a Martina”.
Cerco di giustificarmi; di scusarmi. Sono un idiota. Le sue parole mi ributtano sulla sedia. E come spesso mi accade credo di non aver capito niente. Non che… insomma… intendo in altre circostanze, naturalmente. La mia vita non è così abitata da… da donne nude. Anche se non dovrei dire che è nuda. E’ nuda sotto. Il chimono la copre quel poco. E brava indubbiamente a mostrare senza fare vedere. In verità ha visto molto e non mi ha mostrato niente. Non mi ha mostrato ancora niente. Mi spiega che lei non vuole complicazioni. Che esce da una storia difficile; incasinata. Mi chiede se è meglio… se preferisco… se si deve andare a vestire. Credo mi legga la risposta nel viso e ne è divertita e soddisfatta. Dice che la sua vita è sempre stata così. Credo monotona; tortuosa; complicata. Non so cosa credere. Lei è immobile. Io sono una statua, solo che la sua postura è morbida ed io sono rigido, teso. Completamente. Comincia a raccontarmi di come si sono conosciute. Due parole e cambia subito discorso. Dice che quello non era importante che forse non mi interessava. Mi spiega che è arrivata stanca. Che viaggiare la stanca. Ma che questo era ieri, perché ha riposato bene. Mi dice di non aver fretta. Sembra si stia prendendo gioco di me. Anche questo non lo capisco. Riprovo ad alzarmi da questa maledetta sedia ma ancora una volta lei mi blocca: “Per quanto credi ne avrà Martina”?
Torno a non capire. Non so se faccio bene ma chiamo mia moglie. Le chiedo come sta. Poi entro in argomento. La nostra ospite è attenta alle mie parole. Quando chiudo la comunicazione la metto al corrente che Martina purtroppo dovrà fermarsi fuori a pranzo. Che ci dovremo arrangiare. Se vuole possiamo scendere fino all’angolo. Non è poi così male. Come cuoco semplicemente non so cucinare. Lei ci pensa. Ci pensa ancora un po’. Come se non capisse completamente le mie parole. Poi dice che le spiace. Che le spiace per lei. E anche per me; forse. Che non sa come rimediare. Che non vorrebbe essere un problema. Che sono fin troppo gentile; anche a starla ad ascoltare. Se voglio che se ne vada. Per la prima volta sento il suo nome nella mia voce. Lei si diverte del mio imbarazzo: “Flaviana… ecco… io… non vorrei cioè vorrei… non fraintendere”…
Lei mi guarda stupita. Penso che anche lei fatichi a capire. Me lo dice con gli occhi. Poi anche con parole senza pause: “Non vorrei dovermi sentire in colpa. Puoi anche dirmelo. Non è certo un dramma. Ti capirei. Non prendertela così. Anch’io le voglio bene. Ma, come si dice… se è quello che vuoi, che anche tu vuoi, allora potrei volerlo anch’io: «occhio non vede, cuore non duole». O qualcosa di simile. Non facciamo male a nessuno. Non è quello che volevo. Scusami. E’ successo. Così. Senza intenzione. Credimi. Senza malizia. A proposito di vedere… –ride e ammicca a sé, a quella sua presenza, più orgogliosa, quasi arrogante; ancora più certa di sé– Pensavo… se non ti spiace… certo… Sai cosa penso? Io credo di no. Allora… Se lei si ferma a pranzo, possiamo pranzare anche noi. Non è come pensi ma… sempre, se non ti spiace, vorrei pranzare di te. Ora. Adesso. Il tempo non è mai abbastanza da poterlo lasciare scappare. Non credi”?
E’ in questo preciso istante che mi mostra spudoratamente un capezzolo con la ferma intenzione di farmelo proprio vedere. Di confessarmi un segreto. Scostando la stoffa. Ha ancora quella maledetta tazza in mano. Non sono mai stato schiavo del tempo. Né delle ore né dei minuti. Non metto mai la sveglia se non ho un appuntamento. Il mio orologio biologico è sempre stato sballato. Martina dice che sono un ritardatario nato. Non so perché pensare a lei non mi sembra argomento giusto. Sto per dire qualcosa di cui mi potrei pentire. Sono bravo a non dirla. E quando sono in casa non lo tengo al polso, l’orologio. Infatti guardo l’ora ma non lo indosso. E’ quello che si può chiamare un riflesso condizionato. Eppure so che, come mi ha assicurato, non torna. Che siamo completamente soli. Fino a sera. E lei appoggia finalmente la tazza. Per avere le mani libere. Per omaggiare i miei occhi. Per farne mostra di entrambi sostenendosi i seni. Per mandarmi un messaggio definitivo, indiscutibile. Insomma è troppo tardi per qualsiasi considerazione.
Non danzasse con i miei sentimenti, non fosse così intenta a rubare tutta la mia attenzione, a riempirmi gli occhi di lei, così… nuda, potrebbe sembrare una tranquilla donna di casa; forse. Corro fugacemente il rischio di informarmi sulla sua età. Intanto in silenzio mi dice tutto di sé. Tutti i suoi segreti. I segreti del suo regno. Del suo corpo. Il resto sembra una galleria fotografica. Assume pose come se la dovessi ritrarre. Non vuole mettermi fretta. Me lo ripete e ribadisce. Il suo è un invito esplicito. Allo stesso tempo vuole provocarmi. La sua espressione mi chiede se sono soddisfatto. Se mi piace quello che vedo. E’ certa di sé. Sembra intenzionata a restare in cucina. Non so cosa pensare. Non so se ho altre preferenze. Credo che preferirei andare di là. C’è anche troppa luce. Ha un ramo di pesco nel basso ventre. O qualcosa del genere. Ma questo dice che non lo devo andare a raccontare a nessuno. Tanto meno a Martina. Assolutamente. Non sono il tipo. E’ una cosa che deve restare tra noi. Mi trova d’accordo. Mi sembra di sentirla aggiungere che deve restare una cosa senza importanza. Non ne sono sicuro. Non la sto più ad ascoltare molto. Sono distratto. Le sue parole sono ormai solo rumore. E confusione. Confusione nella confusione. Non ricordo nemmeno più cosa dicevamo del tempo. O solo pochi istanti fa.
Oramai mi ha fatto vedere tutto quello che c’era da vedere, che ha da offrire. Si corica sulla tavola. Il suo invito è esplicito. I suoi occhi sembrano gridare finalmente e ora. Non ho il tempo di afferrarla, di spostare la mia tazza, nemmeno di toccarla, solo il tempo di alzarmi, che all’improvviso nella stanza irrompe Martina. Sarebbe stupido e banale che cercassi di giustificarmi dicendole che non è successo niente. Non ancora. Devo essere sufficientemente ridicolo con in pantaloni abbassati. Mi guarda e mi fulmina. Si dipinge in volto un’esclamazione di sorpresa. E di disapprovazione. Mi dice che sono uno stronzo. Che non se lo sarebbe mai aspettata. Sembro l’unico responsabile, e colpevole. Non riuscirò mai a togliermi il dubbio che quelle due fossero d’accordo. Forse persino che l’amica non fosse tanto amica, o persino che fosse una professionista. Se non proprio una professionista nemmeno una novellina. Una che indubbiamente ci sa fare, e sa come farlo. Mi continueranno sempre a rimbombare nella testa le parole della traditrice: “Ti sei fatta attendere. Non sapevo più… Se tardavi ancora un po’”… Per me era già tardi.

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