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Posts Tagged ‘avvocato’

tazzina di caffèPortate pazienza che poi scoprirete di aver usato il vostro tempo per niente. Vi ho mai parlato di Follo? Nemmeno da noi mancano, naturalmente, personaggi singolari, fuori dal comune, veri campioni e ineguagliabili millantatori. Follo non era certo da meno. Naturalmente Follo non era il suo vero nome. Ormai nessuno se ne va più in giro senza nascondere la vergogna del proprio nome. Per raccontarne la storia ci vorrebbe non un romanzo ma un tomo ampio come tutta l’enciclopedia russa. Solo per spiegare l’origine di quel Follo avremmo bisogno di giorni e notti che non abbiamo. C’è chi sostiene che vada scritto con una elle e chi assicura che gli è stato sottratta una i. E chi ancora giura che gli hanno rubato una erre. Dobbiamo accontentarci di prenderlo così anche perché alla storia avrebbe poco da aggiungere.
Quando era nato gli avevano messo il nome di … beh! non potrete andare a dire di averlo saputo da me o da qualsiasi intercettazione. E poi tutto in lui ha odore di leggenda. Fin dall’inizio, ma non possiamo che andare per grandi linee e ricordare solo pochi tratti essenziali. Il nome era quello della madre ma durò non più di un paio d’ore. Fu tragicamente storpiato da un errore al momento dell’iscrizione all’ufficio anagrafe. Poi dalla trascrizione sullo stato famiglia. Poi cambiò perché la brava donna trovò un gonzo che riconobbe il pargolo. Fu chiamato anche figliodibuonadonna. In seguito subì un’altra serie di catastrofiche mutazioni per adattarlo al dialetto. In rapida successione fu alterato dalla tacita legge che regola i consueti diminutivi e vezzeggiativi. Di nome in nome ci fu anche un periodo in cui il nostro ebbe dei seri problemi di identità perché persino lui rischiava di firmarsi con un nome scaduto. Alla fine, non ci dilunghiamo oltre, diventò solo Follo, e poi Follo & co., ma a questo arriveremo. Fu per la conquista di una sorta di onorificenza sul campo, tanto meritata quanto improvvisa e inaspettata: la notorietà.
Ma già prima Follo era il re della testimonianza. Cardine delle difese più inattaccabili. Certezza delle assoluzioni meno probabili. Il passepartout giudiziario. Non è la celebrità a fare il vero uomo. E aveva innalzato l’arte dell’alibi a vette inarrivabili, siderali. Riusciva a dimostrare la sua presenza fino a diciassette posti diversi contemporaneamente. E sempre a beneficio dell’accusato, anche se reo confesso. E in ognuno spaccava il secondo. Questo gli aveva attirato gli strali della corporazione degli orologiai. E una lunga sequela giornaliera di denunce. Ma non si fermava a questo. Se solo non poteva dimostrare l’innocenza dell’indiziato attraverso testimonianza diretta e in loco la sua attenta analisi degli elementi trovava sempre, nelle pieghe delle cose, la verifica delle conclusioni a cui qualsiasi mente fine sarebbe arrivata e a cui era già giunta la difesa. La prova provata del vero svolgimento degli eventi quasi sempre faziosamente ignorata dall’accusa. Un suo famoso motto recitava che “bisogna seguire tutte le piste, anche le più piccole, e, se serve, anche di più. Poi è tutto là, basta volerlo vedere”. In privato sottovoce aggiungeva che “se non sono vere basta lo sappiano apparire o siano attendibili; oggi”.
A volte riusciva a sostenere tesi che potevano apparire assurde, ma in un mondo di creduloni sapeva che anche il paradosso può essere servito su d’un piatto di porcellana e sbocconcellato con un buon vino bianco fresco. Così asseriva lui anche se non s’è mai capito altro che sonava bene. E poi esiste veramente qualcosa di incredibile quando c’è la fede? E lui aveva fatto dell’arte dello scagionare la persona una vera religione. Anche se il suo officio era ben più d’un confessionale.
Le sue testimonianze non avevano prezzo, ma lui teneva a cuore la sorte, e le condizioni economiche, del cliente. Come detto non lo faceva solo per vile interesse, la sua era una questione di principio. Di giusta causa. Una lotta contro tutto e tutti, soprattutto contro la logica facile e sussiegosa. E la imperante politica del sospetto. Non si arrendeva mai proprio perché per lui non c’era ragione bastante. E una persona era comunque innocente anche quando era stata provata la sua colpevolezza. Naturalmente purché sua cliente. Insisteva che nessuno può leggere il disegno divino e non scendeva a precisare altro. Perché era ormai di pubblico dominio che le persone che si rivolgevano a lui non potevano essere colpevoli poiché c’era una verità comune e la verità di Follo, detta anche verità supplente. Ci sarebbe una intera filosofia da esporre per erudire sulla verità supplente ma le tecniche di difesa devono mantenere un loro margine residuale di segreto e di seduzione. Qui dobbiamo attenerci ai fatti nudi e crudi e per quelli nudi basta ricordare che, come accennato, Follo divenne veramente Follo solo in seguito alla notorietà, dopo il noto fatto di sangue passato alle cronache come “Il venerdì al sangue”. Certo grazie anche alle inchieste sull’atto delittuoso della tivù locale TeleMorbo702 e la Gazzetta del Pavese quale fu lo sterminio della famiglia Vani. Il marito e il suocero e i sette figli erano stati ammazzati nottetempo mediante taglio della gola con i coltelli da cucina che erano stati ritrovati insanguinati sul tavolo della stessa cucina. Dell’omicidio, definito scorrettamente sterminio, fu accusata la moglie dell’uomo, se non ricordo male di nome faceva Elena Nottetempo, che era stata trovata sulla scena, cioè in casa.
Per quel nome di donna furono fatte le più strampalate congetture. Nonostante la gentilezza e generosità della povera signora per quell’ora Follo non poteva che confermare di trovarsi all’estero per un corso del mossad come aveva dichiarato in altro processo, questo per calunnia e dalla parte del calunniatore. Non sapeva darsi pace per quello. Allora si mise di buzzo buono a studiarsi tutte le prove e i risultati dei vari Ris; e persino quelli di CSI Belvedere-Piazza Dante. Si riguardò tutta la serie del tenente Colombo e altro materiale utile a quell’indagine. Alla fine era arrivato a quella verità che nessuno aveva voluto vedere per la solita ottusa cecità. Certo sopravviveva e resisteva di quella logica ancora uno sparuto gruppo, invero di giorno in giorno meno numeroso, di fanatici. Frollo non se ne curava: erano gli ormai noti soliti comunisti. Ricordo che si era allora appena all’inizio della scoperta che il comunismo era una malattia virale che si poteva trasmettere anche solo attraverso la saliva del parlare, ovvero per via aerea. E nemmeno era iniziata la grande crisi dell’agricoltura che passò alla storia come l’estate della peronospora assassina, che colpì indifferentemente le nostre viti e patate, pertanto non si conosceva la pericolosità e l’origine delle larve comuniste. Sembra la preistoria ma non è passato che qualche anno. Diciamo che eravamo in pieno medioevo delle indagini giudiziarie; la famosa epoca di mezzo.
C’è da aggiungere che dopo le inchieste sulla situazione del nostro servizio di Opg, ovvero il degrado in cui si trovava l’intera struttura degli ospedali psichiatrici giudiziari, nessun addetto ai lavori né avvocato degno di tale nome avrebbe più potuto invocare per il proprio difeso, rischio la condanna a vita, l’infermità di mente. Che poi, sosteneva lui, l’infermità ha senso relativamente al momento e ha sempre una sua scadenza. Chi non ha, di questi tempi, momenti in cui c’è e non c’è? E’ umanamente impossibile una stabilità eterna. Anche per questioni di stress, genetiche e di consumo. La mente, come il fisico, è come una macchina e come una macchina è soggetta a bizzarre quanto imprevedibili avarie. Vi è mai capitato che all’arrivo del meccanico quella riprenda istantaneamente a funzionare? Pensate anche alla televisione. Pertanto non restavano all’avvocato vie di mezzo, o l’assoluzione o l’assoluzione; o l’espatrio. Ma Frollo era in grado di presentare un numero esponenziale all’infinito di attestazioni, comprese quelle legate alla propria esperienza diretta.
Anche se la donna onesta, ancor bella per la sua età e quello che aveva dovuto subite, non aveva millantato nessun parentela importante di stato estero, e proprio per questo, quella era divenuta per il nostro una battaglia di civiltà in cui impegnarsi anima e corpo. Magari anima e corpo proprio no! visto che il Follo come unico difetto aveva sempre avuto quello di essere credente solo in pubblico, ma con tutte le forze questo sì. E allo stesso modo con tutto il corpo. L’uomo sembrava possedere grandi energie ed era lodato non solo per le sue capacità come legale. Dopo aver conosciuto, e come, l’accusata Follo aveva allora appena iniziato a progettare la sua famosa strategia della “testimonianza anticipata”. Fu così in grado di tranquillizzare fin da subito la signora. Si trattava di sostenere inconfutabilmente che essendo stato presente dopo e a lungo era equivalente all’essere presente prima e al momento. Solo una mente fina come la sua poteva raggiungere una vetta di tanto sottile e arguta argomentazione. E’ di poco successiva la sua conclusione che il tempo è tempo, ed inesorabile, solo se decidiamo di lasciarlo trascorrere, ma diversamente si può leggere come una sorta di fermo immagine dove tutto resta immobile come al momento del fatto. Non sono certo di aver compreso appieno una deduzione tanto raffinata, né di avere le capacità di saperla delucidare. Dobbiamo ammettere che davanti ai termini tecnici non possiamo che toglierci tanto di cappello e accettarli in quanto tali.
Ma Follo sapeva fin dal primo sguardo alle carte e dentro il reggiseno della donna di essere dinnanzi ad un vero e proprio fumus persecutionis, formula che fu coniata proprio apposta in quel caso. E portò talmente tante prove a discarico e a sostegno della sua ricostruzione che gli furono passate per buone anche le più dubbie per sfinimento. Faremo cenno solo ad alcune delle stesse. Argomentò come l’amore incondizionato dell’imputata per le persone, compreso il figlio maggiore talmente antipatico da sempre da schifare persino lo specchio, ne facessero un raro esempio di virtù. Come quella virtù, cioè il suo amore per gli altri, fosse universalmente apprezzato. E come la donna fosse sempre la prima nelle opere di carità anche se non sempre generosa durante le questue. Ma quest’ultima affermazione era tutta da dimostrare perché quando era stata la presidentessa dell’Opera Aiuto Madri Disoneste era riuscita a riempire la cassa della onlus come mai era stato. Se poi, una notte, la cassa fu trovata scassata e inaridita, cioè vuota, ci sembra fatto non rilevante e certamente non imputabile all’emerita presidentessa. Ma la forza delle argomentazioni prodotte sul caso specifico era ben altra.
Nel momento preciso delle morti, che si sospettano autoinferte, come dimostrato con estrema precisione dall’esperto di parte, proprio in quei tredici minuti che era durato il dramma, più il tempo del tragitto, l’innocente donna si era assentata per recarsi da don Giuseppe Calamità. Certo non si spiegava come chi era morto per primo avesse trovato poi la forza per sferrare l’ultimo colpo, ma nemmeno le ciambelle risultano tutte col buco uguale e c’è sempre un margine approssimativo ad ogni verità, non per questo quella verità smette di essere la verità. Lo stesso don Giuseppe Calamità non poteva negare la presenza della donna presso la sacrestia della sua piccola pieve. La faziosità del giudice provò a ipotizzare che il povero prete fosse per più ragioni ricattabile ma non riuscì a provare la sua fantasiosa tesi. Falso risultava essere che tra i due potesse verificarsi una relazione in quanto detto don Giuseppe, che risultava parroco padre confessore della stessa, mostrava particolare ed evidente debolezza per quelle più giovani, per dirla tutta anche per i chierichetti, praticava lo yoga e, a tagliare la testa al toro, si fa per dire, risultava essere l’unico uomo ad avere le sue cose. Quella di Elena era, e non poteva essere diversamente, una semplice visita di cortesia confermata dal fatto che l’uomo, che eccezionalmente le aveva ventisette giorni al mese, fosse a quell’ora indisposto. Con un gesto teatrale a sorpresa fu esibita in tribunale, da parte dell’avvocato Follo, la prova insanguinata. Questo faceva sì che venisse a mancare clamorosamente anche il benché minimo movente.
Inoltre la donna, accusata ingiustamente, non poteva avere un beneficio economico da quelle morti in quanto aveva anticipatamente provveduto, con piccoli e accurati risparmi, a prepararsi un futuro di benessere se non di più. Nel suo conto risultavano circa ventisette milioni di euro tra risparmi sulla spesa alimentare e sul vestire, detratte naturalmente le spese legali, ché si era privata di tutto il superfluo. Non possedeva nessuna indole vendicativa e aveva già perdonato ogni tradimento e maltrattamento confermato da quanto asserito in precedenza sulla natura amorevole della moglie e mamma verso tutta l’umanità vivente. Ed era anche una convinta credente, da sfiorare il bigottismo, e vera federalista e pacifista, non come quelli che ancor oggi parlano di pace e seminano l’odio. Ripetiamo come lei seminasse, e ampiamente, l’amore.
Quei coltelli li aveva toccati solo per riporli, ecco il perché delle impronte digitali riscontrate, in quanto soffriva di una grave forma di allergia, talmente sofisticata che nemmeno i più accurati esami con tutta la scienza moderna potevano riscontrare, ai lavori domestici e aveva le unghie smaltate e fragili ed aveva una forma maniacale per l’ordine. Mai avrebbe sopportato di veder lasciare quei coltelli fuori dal loro posto e addirittura addosso ai suoi cari. Se non bastasse mani e arti, nati per dare serenità e amore, non erano adatti a sforzi violenti, pertanto non poteva aver inferto tagli di cotanta decisa e criminale ferocia. Ancora i coltelli erano stati comprati da un cinese poi rimpatriato poiché si trattava di un immigrato clandestino erroneamente regolarizzato. La donna portava le lenti a contatto e i movimenti rapidi avrebbero rischiato di fargliele cadere, nel quel caso sarebbero state facilmente trovate nel luogo del crimine. Al momento portava tacchi a spillo che le avrebbero impedito di fare tutto in quel breve tempo, e ricordiamo che la scena che si era presentata ai carabinieri immediatamente accorsi sul posto appariva come quella di una vera e propria carneficina.
Ribadiamo come la sua crociata per la verità fosse scevra da qualsiasi interesse di convenienza e plebeo, ancor più in questo caso preso in esame. Inoltre quando lui presentò la parcella anche lei presentò la sua e quella della donna era molto più elevata. Non gli fu difficile però concordare con la signora Nottetempo, che nel frattempo da solo Elena era diventata zuccherino, anche se in preda alla delusione, come aveva confidato soltanto ai suoi più intimi, perché aveva pensato si trattasse solo di vera passione. Qualcuno sostiene che fu l’ultimo sentimento ed emozione che macchiò la reputazione del nostro. A farla breve alla fine, con sorpresa di tutti e degli organi di informazione, la donna fu dichiarata innocente per insufficienza di prove. E persino il giudice si complimentò con lei baciandola calorosamente. Ma questo fu solo il primo dei casi più famosi ed eclatanti che raggiunsero la gloria e la notorietà nazionale che videro come protagonista il nostro eroe. Ora scusate ma vi devo lasciare, ci sentiamo in un altro momento, ché mia moglie chiama che è pronta la cena.

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Nello studio tutto ordinato il giovane avvocato, con un aria molto paziente, si rivolge alla sua prima cliente: “Mi chiami pure avvocato”.
La sposina è una giovane donna elegante, bella della sua giovinezza, ma dall’aspetto un poco freddo e accigliato: “Avvocato devi chiederlo a Lui, al mio signor marito, se non è tutto vero. Chiediglielo e poi ridiamo. E’ proprio tutto da ridere. Se non fosse che mi ha rovinato la vita: Anzi no, lasciamo perdere, meglio che parli io”.
Il marito può avere, su per giù, la stessa età della donna; magro e abbastanza alto, curato anche nei particolari, porta occhiali con montatura leggera in metallo: “Che parole grosse per niente. Lo so che la faccenda sembra strana. Tutte le cose che non sono frequenti, che escono dai comportamenti di tutti i giorni, possono sembrare strane. Ma strano poi perché? Strano è solo che tu, cara, abbia voluto fare tutto questo polverone e mettere di mezzo estranei. Sbattere i nostri panni in strada. Scusi sa! non per lei avvocato. Se permette le spiego; almeno per quello che consta a me”.
L’avvocato guarda entrambi con un sorriso comprensivo: “Niente! non è niente! Eppure sembrate persone tanto ragionevoli, possibile che non si possa addivenire ad un accordo. Dirimere la questione in via amichevole e trovare un modo di pacificazione? Io sono sicuro che troveremo assieme un punto di riconciliazione”.
La sposina ha il pepe addosso; lampi di rabbia ne illuminano gl’occhi dando luce all’intorno. Perde piccoli sorrisi sarcastici che lancia al marito e sorrisi di cortesia per l’avvocato. Tutto questo da vivacità e significato a quel viso; gli dona ricchezza e movimento: “Lui spiega. Ma cosa spiega Lui? E’ ridicolo. Ma come si può avere la spudoratezza di parlare. E tu, fai presto tu, avvocato a parlare, ma con chi stai? e non fare l’avvocato; vorrei vederti te nei miei panni; pur con tutte quelle tue parole. E allora vedere se parli così”.
Il giovane avvocato si difende spostando e rispostando distrattamente le poche cartelline pressoché vuote accatastate davanti a lui, sulla pesante scrivania: “Andiamo con ordine, per favore; cominciamo dall’inizio e con calma. Se non vi dispiace vi chiedo io… perché vorrei capirne qualcosa di questa ingarbugliata storia. Al di là di quello che lei, signora, mi ha detto per telefono e anche delle aride parole scritte che molto non dicono e che sembrano scritte per non far capire e che poi non ho neanche avuto il tempo di guardare”.
La sposina sorride solo a lui e insuperbisce il volto nell’ignorare volutamente il marito rappresentando melodrammaticamente il ruolo di chi detesta: “Fai pure; come vuoi”.
L’avvocato sembra rasserenato d’aver trovato una prima soluzione, d’aver messo ordine nella tempesta che sembrava per scoppiare. Sa che finché parla lui gli sarà più facile mantenere ordine e governare la situazione: “Allora da quanto tempo è che siete sposati”?
Il marito parla molto composto misurando le parole e centellinandole come un vino prezioso: “Anch’io continuo a pensare che tutto non si possa che riaggiustare. Certo è un piccolo capriccio di donna anche se non me lo aspettavo proprio da mia moglie. E’ una donna molto sensibile, lei non può nemmeno immaginare quanto. Con lei riesco a parlare di tutto ma proprio di tutto. Ci siamo sposati circa tre mesi fa. Ci siamo maritati esattamente il 2 novembre”…
La sposina, che esaurisce velocemente la sua pazienza condita di commiserazione, lo interrompe bruscamente: “Tu, avvocato, devi dire a quello… al mio signor marito che deve lasciare parlare me. Non sono forse io che… la parte in causa. Si! quel disgraziato giorno è stato proprio circa tre mesi or sono; il due di novembre. Una giornata di… ricordo ancora che pioveva …e poi dicono sposa bagnata”…
Il marito sembra in grado di continuare a controllare completamente le proprie reazioni: “Non mi sembra il caso, cara, che fai così. Tutta questa acredine e realmente esagerata e immotivata. Non vedi che rischi di sfiorare il ridicolo e farci ridere dietro. E poi il signor avvocato finirà con il non capire niente”.
La sposina, come fosse indignata, non regala uno sguardo al marito: “Ridicolo un corno. E poi tu, avvocato, digli che non si deve intromettere e che non si deve più rivolgere a me”.
L’avvocato ancora paziente: “Calmatevi, per favore, e parliamo uno alla volta. Mi spieghi lei allora, signora, che forse è meglio”. E si sbottona la giacca.
La sposina liscia la gonna, la corta gonna che finisce poco sopra le ginocchia, e si dà un contegno: “Bene. Allora, stavo dicendo prima di essere interrotta da… da quell’essere infame”.
Il marito sorride alla moglie che visibilmente fugge lo sguardo girando violentemente il capo: “Non ti sembra di essere eccessiva; cara”?
La sposina sembra sul punto di infuriarsi: “Lo senti? lo senti? avvocato, se poi vengo interrotta sempre, forse è meglio… forse… non riesco a spiegarti. Eccessiva… poi. Come tutte le donne, qual’è quella donna –e la voce si fa concitata– che non lo sogna? Ho sognato tutta la vita il matrimonio in chiesa, l’abito bianco, la gente che ti guarda con ammirazione e che piange perché ti vuole bene, i fiori e la chiesa preparata a festa, e tanti fiori, e gli invitati al pranzo con i brindisi, e tutte quelle cose lì; insomma. Mi ero già raffigurata tutto”.
Il marito, mentre scrocchia nervosamente le dita in segno di imbarazzo, cerca un sorriso molle per la donna senza riuscire ad incrociare il suo sguardo: “E non lo hai avuto; tutto questo? Con quello che ci è costato… un abito bello come il tuo non si vedeva da anni”.
La sposina indispettita si alza, fa due passi attorno alla sedia, torna a sedersi; la gonna le lascia leggermente scoperte le gambe: “Vuoi farlo stare zitto; insomma. E poi i soldi, dei soldi si preoccupa Lui. Fossero i soldi”…
Il marito paziente, anzi servile: “Vorrei solo aiutare e capire cosa veramente mi si può rimproverare”.
L’avvocato interrompe l’uomo: “La prego! lasci parlare sua moglie”. e si allenta la cravatta.
La sposina ha un sorriso di trionfo verso l’avvocato: “Ecco, bravo! finalmente hai capito. Lo vedi avvocato, lo sa, lo sa bene –e sussurra– quel verme, –poi riprende col tono precedente– lui, avvocato, lo sa benissimo cosa c’è che non va. Lo sa benissimo e poi fa finta di non capire e fa quella faccia da finto tonto che mi da tanto sui nervi”.
L’avvocato le sorride e sprofonda nello schienale della poltrona con l’aria di chi si accinge ad ascoltare con tutta la propria comprensione una lunga spiegazione: “La prego! non si interrompa, signora. Vada avanti e cerchi di essere il più chiara possibile. Cosa c’era che non andava nella cerimonia”?
La sposina fulmina il marito con un unico sguardo d’acciaio e si aggiusta il collo della camicetta con civetteria tornando a rivolgersi all’avvocato: “Ecco, vedi, scusami ma mio marito fa di tutto per confondere le cose e per non farti capire. Poi io passo per una povera scema e Lui, quel coso…. alla fine spera di aver ragione”.
La sposina alzandosi: “No! no! per carità! nella cerimonia è andato tutto bene e tutti hanno pianto e dovevi vedere anche tu, avvocato, con quanto impegno tutti piangevano. E io ho lanciato i fiori ad Elvira; ma chissà se mai li raccoglierà per davvero quella stupida che, certo che anche con quel fisico, ma aspetta sempre l’uomo che non c’è e io gliel’ho detto sempre che deve prendere le occasioni al volo altrimenti il tempo vola prima ancora che se ne possa accorgere e poi si ritrova sola e inacidita dentro. Non ritieni anche tu avvocato? non ho forse ragione? Ma lei è testarda, sai avvocato come sono testarde quelle donne che non hanno mai imparato a camminare coi piedi per terra, mentre io… non per dire. –Si accosta a un quadro appeso alla parete– E’ originale questo o è una stupida copia? Intendevo dire che ci vuole praticità nella vita”.
L’avvocato segue con lo sguardo la donna e ne valuta la figura impreziosita dal vestito elegante: “E allora, signora, cosa c’era che non andava? Mi faccia capire”.
La sposina tornando sui suoi passi: “Di solito sono una ragazza calma; calma e riflessiva. Ma anche tu avvocato, se ti fossi preso la briga di leggere, non dico tanto, avremmo fatto certo più in fretta. Ora almeno cerca di portare un po’ di pazienza e di prestarmi ascolto. Se ti ci metti anche tu non riuscirò mai a spiegarmi”.
La sposina sedendosi: “In chiesa è andato tutto bene, ancora mi commuovo a pensarci; che mi viene una rabbia… E il prete ha fatto un bellissimo sermone. Si! si! per quello che conta, per tutta la vita ha detto; anche al ristorante è andato tutto bene, tutto a base di pesce, tante portate che si era perso il conto, e un torta enorme e tutti contenti a gridare e a inventare brindisi e a lanciare le solite frasi sibilline, anzi proprio esplicite, proprio questo, e giù tutti a ridere e alla fine eravamo anche noi un po’ brilli. E’ stato dopo. Tutto è cominciato dopo. Per meglio dire tutto è finito; dopo”.
L’avvocato mostrando di sforzarsi per capire: “Come dopo? Si spieghi meglio signora”.
La sposina assume brevemente un’aria di sufficienza: “Dopo. Per dopo intendo dopo. Dopo vuol dire solo dopo. Ne più ne meno dopo. Come faccio a spiegartelo? non fare l’ingenuo più ancora di quello che veramente sei. Quello che non ha funzionato è quello che è successo dopo. O per meglio dire quello che non è successo dopo. Mi spiego meglio. Come dicevo tutte le donne sognano il giorno del loro matrimonio tutta la vita ed è un giorno importante”.
L’avvocato: “Continuo a non capire”. E slaccia il bottone del colletto della camicia.
La sposina in modo indisponente; gira un tagliacarte fra le dita poi, parlando, lo ripone sulla scrivania: “Ma ci fai o ci sei? Ogni donna sogna tutta la vita il giorno del suo matrimonio, ma… come dire, sogna il giorno ma anche la notte. Quella che chiamano luna di miele. Quella maledetta prima notte. Il giorno tutto bene, dicevo, ma la notte niente”.
L’avvocato scotendo leggermente la testa come cominciasse a sentirsi confuso: “Vuole dire… niente”?
La sposina ancora più indisponente: “Ecco, bravo il mio avvocato, vedi che se hai pazienza, e ti impegni, cominci a capire anche tu. Allora, …senza essere volgare, ce ne siamo andati in macchina, fra i lazzi e gli schiamazzi degli amici e dei parenti, come ti ho detto e come si può immaginare, trascinando i soliti barattoli (una catena lunga alcune centinaia di metri almeno) e durante tutto il viaggio avevo continuato a fantasticare, si! era stato un viaggio sufficiente per sognare quella notte tanto che quello che mi aspettava mi aveva riempito la testa, dietro i barattoli ballonzolavano e richiamavano l’attenzione della gente, e il portiere dell’albergo ci aveva lanciato un signori e un sorriso carichi di malizia, e la direzione era stata tanto carina e ci aveva inviato una bottiglia di spumante buono che tanto dopo ce l’hanno fatto pagare, questo è certo, e quando siamo stati soli ho chiesto di andare in bagno e tutti i miei sogni si sono ripetuti in un solo istante dentro quella stanzetta nascosta dalla porta e mi sono lavata e profumata che dovevo sembrare una di quelle, senza togliermi il trucco perché volevo apparirgli bella il più possibile, e mi sono messa una vestaglia che avrebbe fatto risuscitare anche un morto e quando mi sono guardata allo specchio ero bella che adesso può anche non sembrare forse ma ero bella sul serio perché ero ancora tutta preparata mentre oggi sono uscita di fretta così com’ero, ma quando sono uscita, ci avrò magari messo anche molto, ma quando sono uscita …insomma niente. Lui ha continuato a leggere e basta”.
L’avvocato mostra sorpresa: “Mi sembra di capire che lei rimprovera qualcosa a suo marito per la prima notte di nozze”?
La sposina spalanca gl’occhi: “Qualcosa per la prima notte di nozze? Io rimprovero a …quell’ …uomo tutto, altro che la prima notte di nozze. Rimprovero la sua indifferenza. Rimprovero la sua crudeltà. Lo rimprovero di non avermi guardata punto come fossi trasparente di cristallo. Ma non corriamo troppo”.
Il marito sembra annoiarsi: “Niente! non mi sembra proprio preciso; anzi esauriente. Si può anche pensare che non ti abbia guardata nemmeno”.
La sposina con un lampo degl’occhi, talmente rapido da essere quasi impercettibile, uccide il marito che finge di continuare a vivere solo per far lei dispetto: “Sentitelo! Mi ha detto qualcosa del genere che non gli sembrava il caso, con tutta l’indifferenza di cui può essere capace un verme. Che non lo trovava necessario, capisci? Anzi, non mi ha detto proprio niente. I suoi occhi fatui e vuoti si sono alzati solo un attimo e non mi ha nemmeno veduta ed è tornato a leggere. Provai un’enorme stretta al cuore. Non so se si può dire, si! l’avvocato è come il confessore infondo, mi sono rimessa le mutandine e sono andata anch’io a dormire; spero solo che tu possa capire cosa vuol dire questo per una donna”?
L’avvocato stacca gl’occhi della donna per guardare verso l’uomo in modo impreciso: “Vagamente. Credo di sì”. E si asciuga il sudore dalle mani con un fazzoletto di carta profumata che estrae da un distributore in cartone leggero appoggiato sopra il tavolo.
La sposina pretende l’attenzione dell’uomo di legge tutta su di sé: “Credi? Proprio un uomo mi doveva capitare. Voi credete sempre di capire ma poi… sempre uomini siete. Insomma mi sono detta sarà la prima sera, forse è in qualche modo imbarazzato, e che ne sò cosa può passare per la testa di un novello sposo, e poi nemmeno io ero mai stata sposata. Forse è emozionato. Certo che non è una grande consolazione. E allora ho provato ad aiutarlo. Gli sono anche andata vicina, veramente mi sono proprio attaccata a lui, gli sono andata addosso e gli ho strusciato il seno sulla schiena, e ho un seno che è bello sodo, non c’è che dire –e con fare provocante si rassetta la camicetta sul seno– ma di questo mi devi credere sulla parola, comunque non sono certo tette –col palmo della mano accarezza la stoffa e anzi la fa aderire alla forma del corpo per mettere in evidenza le rotondità del suo seno e poi si slaccia un bottone– che si possono ignorare ma, se anche poi il messaggio non lo avesse capito, nel dubbio, l’ho persino toccato. E’ stato allora e solo allora che mi ha detto quella cosa come ‘non mi sembra il caso’. Ma cosa vuol dire non mi sembra il caso? Tutto e niente. E’ stata una notte d’inferno e ho anche faticato a prendere il sonno e lui gentilino gentilino mi chiede con quel fare cortesemente stupido se la luce mi da fastidio. «Vuoi che la spenga? cara!» mi dice l’imbecille sdolcinato”.
Il marito verso la donna in modo suadente: “Ti prego di non fare così! cara. Non essere volgare con l’avvocato. Mi chiedo che idea si può fare di noi”.
La sposina scuote la testa in un colpo secco come a cacciare le parole del marito: “Se intendi delle mie tette non si può che fare una bella idea, se invece intendi di qualcos’altro non si può che fare l’idea di quello che sei. Ma perché proprio a me poi doveva capitare un uomo… un uomo… così? –solo allora si rende conto di essersi rivolta direttamente al marito e ha un moto di stizza– Avvocato! come te lo devo dire che non voglio essere interrotta da lui e che non gli voglio parlare? Insomma, lasciamo stare il mio petto. Non è poi questo che qui conta ma volevo solo farti capire che non ho nulla di cui rimproverarmi. Poi proprio a Venezia dovevamo andare. Venezia, non so se ci sei mai andato, è una città che non perdona. Ci sono solo amanti, cioè innamorati, e gondolieri. Non per niente tutti lo sanno che è una città puttana”.
L’avvocato: “Se mi vuoi aiutare –ma subito si corregge– …signora, se mi vuol fare capire, cerchi di attenersi ai fatti”.
La sposina ha un sorriso diabolico: “E questi che cosa sono se non fatti? Avrei dovuto sospettarlo durante quando eravamo fidanzati che tutti gli altri non se lo erano mai fatto ripetere. Ma pazienza la prima notte. Sarà stata la prima notte, mi son detta. E così andiamo in giro come sposini e come turisti per questa città che come ho detto è… ti affascina sempre. Andiamo in giro tutto il giorno con gl’occhi pieni di meraviglia, stavo dicendo, e lui è stato tanto premuroso e coccolo ma poi la notte niente; anche la seconda notte niente. Avevo fatto tutto anche meglio della sera prima e anche se non era proprio la prima ed era invece la seconda mi sarei accontentata lo stesso e sarebbe stata ugualmente la nostra prima notte. E invece niente. Eh no! dico io. Mi ero proprio indispettita. Va bene una ma anche la seconda; questo non lo potevo proprio sopportare. Gli ero andata addosso con il mio respiro sul collo, dentro le orecchie, in lui e ancora lo avevo toccato e provocato che più di così non si può e, non per modestia, ma ci so fare quando mi ci metto. Mi devi ancora credere. Ma lui niente. Mi ha detto «stai buona, cara» e che non lo trovava necessario. E io continuavo a dirmi che tanto ogni notte era buona per essere la prima notte ma cominciavo a sospettare di illudermi e che qualcosa non andasse”.
Il marito mostra un ombra di sorpresa: “Io non vedo niente di strano. E di illuderti poi non ci ho mai provato”.
L’avvocato distratto dall’uomo: “Scusi, taccia lei e lasci parlare la signora”. E ha un gesto sfuggente d’intesa con la giovane sposa.
La sposina lo coglie al volo e trionfa: “Ecco! bravo, lo faccia star zitto; finalmente. Necessario… un boia, dico io, certo che è necessario e allora lui mi rigira con un mare di parole e con un’infinità di discorsi pieni di assurde scuse, come sa fare bene e ha sempre fatto, e io penso che forse forse sono stata cattiva con lui e troppo severa e che qualcosa non va e che bisogna avere pazienza; ma quale pazienza? Tutta la luna di miele, di miele –e ha un tono fortemente derisorio nella voce– la chiamano, è stata così: di giorno Venezia e di notte niente. E di notte pazienza. E dopo il ritorno così ancora; una vita completamente senza sale. Ogni sera c’era una scusa nuova, non proprio una vera scusa ma, insomma, riusciva in qualche modo a trovare il modo di non farlo. E non che io non ci abbia provato in tutti i modi. Una donna non dovrebbe essere costretta a tanto. All’inizio con modi più velati, per esempio lo pregavo di porgermi l’asciugamano, che fingevo di scordare, mentre in bagno mi facevo la doccia ed ero tutta nuda ma lui era come se non vedesse. Oppure lo pregavo di insaponarmi la schiena e lui ancora niente; proprio come se non capisse, come se parlassi in arabo, e le sue mani fossero insensibili, guantate di guanti che non lasciano filtrare nessun calore ne forma, eppure sono una donna… e allora dopo la schiena anche il resto. In tutti i modi ho cercato di provocarlo. Mi vergogno, e ne arrossisco, solo a pensarci. Poi sono stata anche più esplicita”.
L’avvocato poggia lo sguardo sulle ginocchia della donna: “Più esplicita quanto? Mi scusi signora, ma …prima”?
La sposina si accorge degl’occhi dell’avvocato con palese soddisfazione: “Esplicita esplicita. Gliela ho messa in mano nel vero senso della parola, proprio in mano e lui come se niente fosse dopo un attimo di indifferenza si è scostato. E poi prima? Prima, mi sembra un secolo fa. Prima era stato come e fra tanti i fidanzati come ho già accennato. Era stato sempre caro e dolce, molto comprensivo e corretto. Forse un po’ troppo corretto e noioso. Ma eravamo fidanzati. Non che fosse la mia prima volta. E’ naturale che avevo avuto altri prima di lui e sapevo bene come vanno le cose, si non ero proprio una novellina. Anche in base a questo posso affermare che quelle notti le ho provate tutte. Avevo avuti altri, dicevo, ma lui era così per bene che piaceva tanto anche a casa, aveva una buona posizione e come parlava bene. Ecco, maledette le parole. E io stupida l’avevo preso per rispetto e allora mi ero rassegnata e mi ero detta tanto vale; non che fosse stato facile e che in cuore mio avessi messo così facilmente da parte ogni speranza ma poi non sò nemmeno io come ma è andata così. Quanto meglio era… lasciamo stare, almeno lui non parlava punto e andava subito al sodo. E invece, con questo qui non si arrivava mai al sodo; cazzo! Ecco, cazzo, questo era il punto, si parlava tanto e poi si parlava ancora e se ne restava lì moscio e io con un pugno di mosche in mano; anzi con il pugno di pelle di niente, in mano”.
L’avvocato cerca di sostenere lo sguardo della donna: “Vuole dire che né prima né in tre mesi…”?
La sposina divertita: “Proprio così, spero che adesso cominci a capire. In tre mesi niente. Nisba! Tre mesi di giorni ma soprattutto tre mesi di notti e niente. Glielo proprio sbattuta in faccia, e mica faccio per dire, mica a parole. Le ho provate tutte”.
Poi l’avvocato si rivolge all’uomo che infondo rimane di una tranquillità impassibile: “Ma lei… insomma”?
Il cadavere del marito imperturbabile; incapace di emozione: “Mi si lasci parlare; finalmente. Posso spiegare. No! non credo di aver nessun problema, anzi ne sono sicuro, sono un uomo normalissimo. Mia moglie non è la prima donna della mia vita, non è la prima neanche per me, ci mancherebbe altro. Ci conoscevamo da tre anni e con lei mi sono sempre trovato bene ma non so come spiegare… Lei sapeva ascoltare bene e anche quando parlava non era mai sciocca. Ammetto che non è facile trovare una donna come lei, almeno così mi sembrava, e ancora adesso lo credo. Lei non solo mi sa ascoltare con attenzione e pazienza ma mi sa anche capire, e sa rispondermi cose sensate e sembra amare le stesse cose che amo io. E’ per questo che mi sembra tutto tanto assurdo. Come posso essermi sbagliato? In certi momenti provavo quasi più piacere ad ascoltarLa che a parlare. Ma, lo dica lei, cos’è una moglie se non la migliore delle amiche possibili? Non è forse qualcosa che sta là in alto, sopra ogni cosa; quella persona a cui puoi dire anche le cose che hai sempre nascosto in fondo a te stesso? C’è qualcosa di più? Non deve essere forse questo una moglie”?
L’avvocato con fare di rimprovero: “In linea di massima o di principio non posso darle torto. Ma non pensa che una moglie può non essere solo questo”?
Il marito indifferente, le pupille vuote, il corpo comincia a esalare i fetidi vapori funerei: “Non riesco a capire? Mi sembra così semplice eppure così naturale. Possibile che neanche lei non riesca a capire. Mia moglie per me è una grande amica. Certo la più grande delle amiche. Una donna a cui non potrei mai mancare di rispetto. Si può amare con tanta forza, tanto intensamente e venire rimproverati per questo? Si può rimproverare un amore tanto grande fino a trasformarlo in colpa e usarlo per mandare a monte un matrimonio, per chiedere una separazione, che poi è una cosa sempre dolorosa per tutti? E’ una colpa amare tanto”?
La sposina ormai trionfa sulla morte: “Naturale e semplice un paio di balle. Amica! sai dove me l’attacco quella amica? Lo puoi immaginare avvocato dove io mi attacco quella amica? Certo che lo sai dove che me la attacco. Non sei un ragazzino più nemmeno tu. E poi, per dirla tutta ha anche una pronuncia francese che fa schifo. I maudit vuole citare e quando lo fa è la loro maledizione. Lo chiami amore questo amore? dove non si fa mai all’amore? Ma almeno tu mi vuoi capire”?
La sudorazione dell’avvocato è diventata una tempesta: “Signora io capisco ma la prego di controllarsi”.
La sposina si accalda: “Ascolta me ora, pezzo di pervertito, e ascoltami anche tu avvocato, come posso controllarmi? Fosse facile eppure le senti le idiozie che dice?Rispetto. Amica. Amica un piffero. Io non sono Carlotta, ne tanto meno Madre Teresa di Calcutta, e non lo voglio essere; perdio. Sono una donna giovane e sana. Una donna –la sposina si alza– che le ha tentate tutte. Tutte per un amore da niente e non mi sono mai sentita così sporca; anzi –la voce si trasforma e passa dai toni freddi e taglienti a toni morbidi e suadenti fino a toni morbidissimi e fascinanti– così porca. Una troia, una troia sono diventata per lui e lui manco mi guardava. Ma come puoi capire tu, avvocato. Ecco! guarda. si può rinunciare a gambe come queste? hanno qualcosa che non va queste gambe? –e si alza con una lentezza esasperante le gonne per scoprire le gambe– Non sono forse perfette? Io non ho niente di cui vergognarmi. Posso mostrarle, io, le gambe e anche il resto”.
L’avvocato, nell’avvicinarsi della donna, è visibilmente imbarazzato, la sua bocca è secca e si rintana nella poltrona senza riuscire a fuggire: “No! certo che no! ma la prego signora”…
La moglie sempre avanzando lentamente verso l’avvocato è costretta a girare torno alla scrivania e continua a sollevare le gonne: “Lo vedi come sono perfette, e senti che carni sode che hanno. Io sono una gran donna e lui mi getta via e mi tratta come una puttana. Manco mi guarda il mandrillo. Ma si può rinunciare a una donna come me? E il meglio devi ancora vederlo; te lo giuro. Più su è ancora meglio; adesso ti faccio vedere io avvocato il paradiso. Il mio amore non è mica una di quelle passerine tutte raggrinzite o tutte pasticciate. E’ carne di prima scelta, senti qua. –la voce della donna perde veemenza e diventa suadente e morbida– Però, guarda il signor avvocato come suda. E come si è fatto rosso. E come si fatto gonfio il porcellino. –ormai è sopra l’avvocato– E dire che non si sarebbe pensato proprio. E come si è fatto grosso. Chi l’avrebbe mai detto. E come ti si è fatto duro. Fammi sentire e non fare il villano. E senti che buon sapore hai, sapore di avvocato. Non avevo mai assaggiato un avvocato. Non mi scappi più caro mio”.
L’avvocato guarda implorante verso il marito poi gl’occhi si fanno una polla d’acqua ferruginosa e lo sguardo si perde nel niente: “Devo dirvi la verità: voi siete i primi clienti della mia vita, e vorrei tanto accontentarvi, in qualche modo esservi utile. Ma anche lei, benedetto uomo, possibile che non possa fare un piccolo”…
Il marito ora sembra sicuro di sé e parla più tranquillo anche sfruttando della distrazione della moglie: “Ho provato, ho provato, ho provato a dirglielo in tutti i modi. Lo vede ora, caro avvocato, lo vede anche lei com’è la situazione. Mia moglie ne sta facendo una malattia per niente. Povera cara, forse è stata la tensione delle nozze, ma credo che lei ne abbia fatto una fissazione. Ma di cosa si può lamentare? non le manca niente. Non ci manca niente. Io la amo troppo. Ho cercato di spiegarglielo in tutti i modi. Io la amo più della luce dei miei occhi, parlerei con lei notti intere perché nessuno è mai stato come lei per me ma come faccio a farglielo capire se lei non mi vuole più parlare”?
C’è un interminabile attimo di silenzio, rotto solo dai sospiri affannati dell’avvocato, poi la donna si alza, si passa il dorso della mano sulle labbra e guarda i due uomini con uno sguardo chetato: “Forse hai ragione avvocato e io sono proprio una stupida. Sono proprio contenta di essere venuta da te. Forse ho esagerato ma cerca di capire, mettiti nei miei panni, anzi lascia stare perché nelle mie mutandine non saresti proprio una bella figura; ma dimmi allora, a parte gli scherzi, una ragazza seria sogna il matrimonio tutta la vita e poi si trova fra i piedi questo schifo qua. Cosa deve fare? Allora perché ha sognato tanto? Una donna a modo dovrebbe farlo solo col proprio marito, farlo e non andarlo a raccontare in giro, io.. io mi trovo a raccontare che non lo faccio, e invece io proprio con lui non lo posso fare e lui mi ha sposato. Ma si! forse a volte sono solo convenzioni; –e si rivolge al marito– e tu sbrigati che dobbiamo andare”.
Lei si è rassettata e mentre marito e moglie si alzano per uscire l’avvocato senza potersi alzare dalla sedia: “Ma signori, e per la parcella”?
La moglie girandosi brevemente e lanciandogli un ampio e luminoso sorriso: “Lasciamo stare, avvocato per oggi offre la ditta. Vorrà dire che anche questa volta l’ho fatto gratis e non sarà certo questo a rovinarmi. Tanto… Sarà per la prossima volta. Arrivederci. Ricordati di rimetterlo via e di chiuderti i calzoni. –ridacchia prima di proseguire- Nel contempo cerca una soluzione per il mio piccolo problema perché non può continuare così e non è che poi neanche tu alla fine, con tutte le tue …parole, mi hai convinto troppo”. E strizza l’occhio.
Solo dopo che la coppia è uscita dall’ufficio l’avvocato cerca di ricomporsi: “Vediamo il prossimo, il secondo cliente della mia vita; e speriamo bene”. Ma i suoi occhi sono rossi e stanchi.¹


1] scritto circa il 20 marzo 2002

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L’ufficio (come si confà o come sembra essere di prassi) era poco illuminato da una luce soffusa; il mobilio di vero legno finto antico; una libreria piena di volumi dai colori stinti (con prevalenza di oltremare, grigio e rosso); un grande tavolo colmo di carte sparse, qua e là pesanti fermacarte e necessaire per scrivere per un numero di pezzi esagerati; uno scrittoio forse in pelle e un portacenere sporco; attorno sedie dal lungo schienale e dal sedere basso.
L’avvocato era uomo di bassa statura come assiso sprofondato in un’enorme poltrona, gli occhiali spessi con le lenti sporche, e dietro mostrava occhi furbi e sfuggenti.
Cercò gl’atti e li trovò a fatica col gesto di chi ne era proprio certo poi prese a leggerli scorrendoli col dito, con grande fretta e parlandoci sopra. Anzi prese a parlare seguendo con gl’occhi il dito che correva sopra quei fogli.
Ma anche la sua voce aveva strani itinerari: correva ad altre cause simili ma ben più gravi. A quella disputa famigliare che costò la perdita dell’intera proprietà in discussione (ed era di grande valore), divorata da parcelle e altri costi legali. Solo dispetti, forse.
Saltava alla giovinezza, al collegio, agli amici e come a sé rammentava. Si formava nella sua voce una folla di nomi solo a lui importanti e famigliari. Si distrasse dalla pratica e continuò a parlare. Ma tacque su quello che fu uno dei suoi primi amori.
Mi pose poche domande e non aspettò mai le mie risposte; come le conoscesse già. Mi salutò dicendomi che non c’erano problemi, che la vittoria era certa. Che erano bazzecole. Di chiamarlo per un altro incontro.
Il giorno fuori si disfaceva in una sera ancora incerta.¹


1] scritto non dopo il 18 aprile 1991

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