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Resistenze7 ottobre 2014. Sciamano per la città. Chiassosi. Se ne vengono qui. Senza che nessuno li chiami. Senza essere invitati. Senza chiedere permesso. A mandrie. Invadono le calli. Bivaccano. Rumorosi. La chiamano Festa dei Popoli Padani. Si prendono in prestito la piazza. Bagnano la laguna. E pisciano sui muri, lasciandosi dietro i cartocci e le lattine della loro immondizia. Che cazzo è? Alzo le spalle. Fingo di non sentirli. Di non vederli. Sono un tipo tollerante. Certo, mi girano. Me ne sto lì tranquillo, a parlare con Kaunadodo. Davanti al mio portone. Come se li aspettassi.
Lo chiamo Dodo per semplicità. Parla già un discreto italiano. E’ arrivato che era ancora bambino. Ha studiato in Italia. E’ in attesa di trovare un lavoro. Intanto mi aiuta nella mia edicola. E’ comodo e sa parlare un po’ di tutto. Poi qualche barbaro sbaglia strada. Sono un paio, forse cinque. Entrano nella mia corte. Li guardo e torno a ignorarli. E torno a parlare con il mio amico. Dov’eravamo rimasti? Alla festa dei popoli. Quella del prossimo anno. E’ una corte privata. Mi guardano e paiono non vedermi. Fanno per andarsene, poi tornano indietro come folgorati. Come davanti al miracolo. Sono proprio maleducati e parlano tra loro: “L’è un negher”.
Li conto, sono proprio cinque. Potrebbero essere anche il doppio, poco conta. Per me hanno anche già un bel po’ di birra dentro. Noi veneziani siamo così, ospitali. Anche se preferiamo il vino. E quello rosso. E le barche ai trattori. Ma ognuno ha i suoi gusti. E se non ci pestano i calli noi viviamo e lasciamo vivere. In fondo questa è una città giusta per i filosofi. E per la pace. Chiedo loro cercando forzatamente d’esser gentile: “Scusami, con la G o senza”?
Dodo mi guarda e ride. L’anno scorso le abbiamo prese quando siamo andati alla manifestazione. Forse sono già passati due anni. I pula sanno fare sempre solo quello: usare i manganelli. Volevamo solo dire che non ci piacciono. In realtà se le son prese i compagni di Reggio Emilie. E il solito consigliere di Rifondazione. Ci avevano presi per idioti? Non c’è altro passaggio per una manifestazione. A Venezia. Ma c’era Maroni a Roma. E qui subito a leccarglielo. Il questore. Ma non è poi successo molto. Però ce l’ho ancora nello stomaco. E questi non vogliono sentir ragione. Ogni anno qui, sulle palle. Quello che sembra il capo branco cerca di biascicare qualcosa in un italiano approssimativo mostrando di non aver capito: “Cos’è”?
Allora gli chiedo, cominciando a perdere la calma; non per il mio amico ma proprio per me che non amo essere interrotto, né ho simpatia dei cafoni e dell’ignoranza: “Sei solo un porco razzista”?
Quello, il rozzo mungivacche, diventa un paio di dita più alto e riempie il petto della sua camicia verde, per farsi coraggio e trovare la sua crassa ignoranza; si asciuga la fronte col fazzoletto e stringe i pugni in modo battagliero: “Ripetilo, se hai coraggio”.
Non è che manchi di coraggio. Non che ce ne voglia. E non mi piace, come detto, contraddire un ospite. Siamo fatti così. Non penso a sua madre. Non trattengo quel po’ di fastidio. Non simulo la mia ironia. Alla fin fine ho portato pazienza abbastanza. E non son stato io a cercare loro. Accetto di farmi trascinare dalla sua volgarità. Semplicemente lo accontento e confermo: “Sei solo uno stronzo razzista”.
Lui, lo zotico, si fa avanti. Schiuma. Gli altri gli sono subito vicini. Mi spunta spontaneo un sorriso. Si apre il mio portone. Dall’androne escono i miei amici. Il settimo si mette in mezzo da dove quei gentiluomini sono venuti. Nella calletta che è l’unica via d’accesso ma anche per uscire. I miei amici sono tutti di colore. Tutti amici di Dodo. Sì! Dodo, come quello strano vecchio uccello dal becco enorme. Loro non hanno becco ma qualcuno digrigna i denti. Così tanto per fare. E qualcuno ha una forcola in mano. Quella che in italiano chiamano al maschile scalmo. Erano appoggiate al muro. Vicino alla porta d’acqua. Poi mi devo ricordare di fargliele pulire. E di rimetterle a posto. Speriamo non me le rompano.
Quelli con quel dialetto strano paiono restare interdetti. Inebetiti. Come fosse una sorta di agguato. In verità li aspettavamo. Ci speravamo. Ma la disputa non è affar mio. Mica sono di colore. Cioè io sono cittadino del mondo. Mica guardo quanto uno è abbronzato. O chi e come prega. Nemmeno uno dei miei amici si può definire piccolo. Stanno stretti nelle magliette. E hanno voglia di divertirsi. Incrocio le braccia, soddisfatto. Mi rivolgo a lui che si sente capo, al momento un po’ meno, e passo alle presentazioni: “Loro sono gli amici dell’Heliópolis. Ma come vedi non sono ispanici. Conosci il centro sociale, vero? Poco fuori Venezia. Dalle tue parti. Loro mica vengono a romperti le palle a casa tua. Cosa ti sembra dell’idea: ci pensano loro; vi fanno neri i neri”.

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Pagina di quotidiano sulle BR e i dissociatiBea ci aspettava in macchina. Pronta. Il motore acceso. I tergicristallo spartivano il nevischio. Si controllava il trucco nello specchietto. Davanti e dietro la strada era deserta e scivolosa. Marcia. Il cielo quasi livido, e bianco. Il venerdì non era certo il suo giorno favorito.
Raia era al suo posto, davanti alla porta. Il bavero alzato. Gli occhi sottili come lame. La barba appena non rasata. Teso come una corda tesa. La sigaretta che gli pendeva. Stretta tra le labbra strette. Lasciava scorrere gli occhi lungo il corridoio.
Sono entrati decisi tra la sorpresa generale. S’è fatto subito silenzio. Un silenzio solido e presente come una lastra. I passi suonavano secchi. Attraversano decisi la stanza. Diretti a lui. Senza tentennamenti. Senza il minimo dubbio.
Afro teneva le mani in tasca. Affondate con aria minacciosa. Il suo volto sfida i presenti. Non c’è tempo per aspettare tempo. I bicchieri restano fermi sorpresi. Il relatore del momento stringe le pagine fino a farsi male alle nocche. Ha ancora l’ultima sillaba tra i denti. E quell’aria da servo.
Sesamo strappa il manifesto e si avvicina. Deciso. Sembra il festeggiato. Lo prende per il bavero. Per un attimo ne ha pena. La deve cacciare. Gli respira addosso. Da così vicino. Come a regalargli il suo disprezzo. Sente il proprio alito caldo. E il dolore della paura. E’ solo un attimo e lo sputa. Lo colpisce giusto in faccia. “Zitto! Per i compagni traditi”.
Poi si rivolse agli altri muti: “Chi si vende una volta è in vendita sempre”. Appoggia la rivendicazione sul tavolo. E se ne vanno prima ancora che qualcuno abbia solo l’attimo di riscuotersi.

 

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