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Posts Tagged ‘Balfour’

1. Altai[1] è il capro espiatorio
Chi è Emanuele. E’ il capo espiatorio in mezzo ad una storia più grande di lui. Di noi. Di tutti. Come il più famoso di tutti, il primo che ricordo, Benni, il buon Benjamin Malaussène, che ne ha fatto una scelta, un’arte. Che ne ha fatto il gesto di campare. Lui, quest’ultimo, l’ultimo, così sapientemente disegnato da Daniel Pennac. Calato nel suo mondo di una Parigi dei sobborghi. Eroe di quella Belleville così simile a tante periferie urbane. Così’ incredibilmente contaminata tra realtà e sogno. Adoro quel ciclo e lo scrittore francese. Ma questa è un’altra storia in mezzo ad altre storie. Assolutamente non coincidenti.
Andiamo con ordine e torniamo al romanzo. Venezia: 13 settembre 1569. L’Arsenale va a fuoco. La Repubblica, per mano del suo Consigliere Bartolomeo Nordio, ha bisogno di un capro espiatorio e lo sceglie in Emanuele de Zante (alias Manuel Cardoso). Ha tre colpe gravi: essere un servitore fedele, essersi innalzato ad un posto di prestigio, ma soprattutto, essere nel corpo un giudeo. Davanti ai suoi fedeli amici, Gualberto Rizzi e Marco Tavosanis, ne ha anche una quarta: essere stato il loro benefattore. E’ questo a condannarlo e quegli amici diventano nemici. Bisognerebbe appuntarsi la data.
Non senza peripezie, come sempre in questo genere di avventure, Manuel scappa dalla repubblica Serenissima e ripara a Costantinopoli accolto e protetto da quello che era il suo acerrimo nemico nonché quello della stessa Venezia: Yossef Nasi (Giuseppe Nasi alias Joao Miquez). Sa fare una cosa sola: la spia, e quello continua a fare; semplicemente cambiando padrone. In realtà il romanzo lo costringe a fare al meglio tutt’altro, cioè il cronista, la voce, l’occhio di una grande storia. Di una leggenda di quel tempo sospeso nel tempo, di quando inizia un altro viaggio e altri viaggi ancora. Di quando Venezia era il cuore dell’umanità e le strade del commercio cercavano una lingua comune per abbattere il mito di Babele e del volere di dio.
E’ lo stesso Nasi a dirlo in un mirabile incontro: «Voi conoscerete senz’altro l’episodio biblico della Torre di Babele. Ebbene, molti credono che il Signore disperse le lingue degli uomini per punirli, ma e l’esatto contrario. Egli vide che l’uniformità li rendeva superbi, dediti a imprese tanto eccessive quanto inutili. Allora si rese conto che l’umanità aveva bisogno di un correttivo e ci fece dono delle differenze. Cosi i muratori, di costumi e fedi diversi, devono trovare un modus vivendi che consenta di portare a termine l’edificio. E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’e quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo. Tahammul, signori.»[2]
2. L’Isola di Sion
Di questo mirabile affresco, fatto di luoghi, di emozioni e di uomini con le loro storie, è fin troppo facile rintracciare la storia. Invitando a leggerlo mi voglio limitare a soffermarmi sul fondo della storia dove Yossef Nasi, ebreo anch’egli, insegue il grande sogno della popolazione della diaspora: una terra per il popolo di Israele. La sua “Isola di Sion” doveva essere Cipro. Quella Cipro ancora oggi divisa a metà e contesa come un baluardo tra oriente e occidente. Così nelle pagine esprime la sua rabbia verso quel popolo l’Abercassi: «–Vermi, topi, questo siete! Avete passato la vita a fuggire, a nascondervi, a blandire i potenti. Vi siete comprati la fuga a peso d’oro. Avete finto e mentito, tutti quanti. Per voi ho solo disgusto.»[3]
Per me che mi interesso della sorte di quel popolo a cui è stata rubata, da coloro che sono stati spesso i perseguitati, la terra e ogni diritto, cioè del popolo della Palestina, mi sembra che quel dio abbia sempre più fattezze umane; da una grande agenzia immobiliare. Dove finisce la storia e inizia la credenza è un problema secondario; almeno per me. Il richiamo alla data è stato fatto dopo aver sentito per troppe volte collocare il sogno del sionismo, come parte del più vasto fenomeno del nazionalismo moderno, a fine ottocento col primo Congresso Sionista Mondiale, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, in modo da costituire un movimento permanente. Poi al 2 novembre 1917 con la dichiarazione Balfour. E infine, il fatto storico più mentito, come conseguenza della catastrofica e non dimenticabile shoah cioè della persecuzione degli ebrei da parte delle dittature nazi-fasciste con le deportazioni di massa, i famigerati campi di concentramento e lo sterminio pianificato. Di questo dramma tutto l’occidente conserva ancora il senso di colpa. E allora trovo bello inserire questo passaggio sui richiami alla fede: «Quando il profeta parlerà per nome del Signore e la cosa non accadrà, quella parola non l’ha detta il Signore, l’ha detta il profeta per presunzione: di lui non devi avere paura.»[4]
Già da allora il sogno era fatto del ferro dei cannoni: «– A cose fatte continueremo a mantenerci in buoni rapporti con il Sultano. Pagheremo il tributo annuale e gli riempiremo la cantina di ottimo vino, ma ci difenderemo da soli e ci manterremo indipendenti. Cipro diventerà la base commerciale degli scambi tra l’impero ottomano e l’Inghilterra. E quando il progetto di Sokollu di tagliare l’istmo di Suez verrà realizzato, il nostro regno sarà il crocevia degli scambi di tre continenti –. Mi appoggio le mani sulle spalle. – Ricchezza, forza, libertà. Dovrebbero campeggiare sui nostri stendardi.
Abbassai lo sguardo sul cannone, lo sfiorai con le dita. Yossef Nasi mi aveva appena dimostrato che i suoi progetti non erano plasmati con la materia dei sogni. Erano forgiati nel ferro inglese. »[5]
E il sogno si vende ad un infido alleato troppo potente; allora. Niente mi sembra più attuale di quel passato. Ma quel popolo, che non è mai stato un popolo, la popolazione come detto della diaspora, pronto a vestire tutti i panni cercando di scordare i propri, prono, era come quelle anatre, era: «Molti autunni prima dell’Egira, durante la migrazione verso le terre calde, una famiglia di anatre fece sosta nelle acque di un fiume al confine con l’Absurdistan. Gli animali del luogo avevano ognuno un proprio territorio, e le anatre non facevano in tempo a posarsi che subito arrivava un serpente o un ranocchio a reclamare il posto e a cacciarle via. I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre lo elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo.»[6]
3. La battaglia di Lepanto e la fine di Utopia
Un grande cantore di venezianità la racconta così: “In Adriatico che lote, le navi torna a casa rote, spense rabiosi i infedeli, che vol robarne i monopoli[7]. Ma allora, allora, il sogno di infranse sulle acque delle isole Echinadi, in quella che viene ricordata come la battaglia di Lepanto, e lì persero anche la vita gli eroi omerici di quella grande carneficina: «– Animo, amico –. Stese la mano verso il mare aperto. – Vedi? Laggiù ci sono tutti i migliori capitani. C’è Ucciali, il calabrese. C’è Caracoggia, c’è il comandante Scirocco. C’è il figlio del Muezzin, il coraggio non gli manca di certo. E ci sarà anche Mimi Reis, all’anima di chi v’ha mmuerte.
Puntai lo strumento di Takiyuddin sulle navi cristiane. Le galeazze avanzavano per prime. Vennero lasciate sole, molto più avanti del resto della flotta. Sei grasse esche per eccitare la sete di vittoria di Muezzinzade Ali.»[8]
Cosa voglio dire? in fondo nulla. La storia parla solo a chi la vuole e sa ascoltare. E a volte la trovi persino in un romanzo. Anche mentre cerchi altro. Lascio, come sempre, ad ognuno trarre le proprie opinioni. E poi parlo solo di una storia che fa da sottofondo alla storia; o forse no? Cinquecento e oltre anni dopo i destini di quel popolo, che non è mai stato popolo, si fondano ancora sul ferro (e sul fuoco) inglese, anzi americano. Sulla culatta dei cannoni. Ora le vittime si sono trasformati in carnefici, e se ne sentono autorizzati. Ma questa è solo una mia riflessione di chiusura. E io non sono imparziale: amo spassionatamente il collettivo Wu Ming.


[1] © 2009 by Wu Ming – © 2009 by Giulio Einaudi Editore s.p.a., Torino [www.wumingfoundation.com e www.einaudi.it]
Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara. Si consentono la riproduzione parziale o totale del racconto e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.
Per sostenere con una donazione la nostra politica di copyleft: qui. L’intero romanzo è scaricabile in formato PDF all’indirizzo: http://www.wumingfoundation.com/italiano/Altai_def.pdf
[2] Pag. 122
[3] Pag. 55
[4] pag. 265
[5] pag. 285
[6] Pag. 367
[7] Alberto D’Amico: Venessia patria mia dileta (seguito di una storia iniziata con: Ariva i barbari); parole nel mio dialetto che spero nonb abbiano bisogno di traduzione.
[8] Pag. 388

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Gerusalemme capitale della PalestinaCaro amico (ma anche ma?), perché la parola PACE ti fa tanta paura? Eppure non è una parola fragorosa, non grida, non tuona. Non porta rabbie, non coltiva rancori. E ha dei magnifici colori. E una lunga storia. E forse appartiene di diritto ai territori dei giusti.
Quello che volevo dire inizialmente volevo scriverlo in forma di domande, un po’ retoriche e un po’ carognose, per ricacciare in gola, più nel dubbio che nei fatti, le verità mentite, nascoste, taciute, tradite. Ma poi perché? La storia ha scritto questi giorni come affermazioni. Perché menare il can per l’aia? Prenderci gioco di noi e delle cose? Qui si compongono solo verità che nulla né il tempo potrà mai smentire:
E’ vero che i sionisti non hanno chiesto una terra per gli ebrei ma solo una terra per i sionisti e hanno fatto della religione un pretesto.
E’ vero che, per falso rimorso e per i soldi, è stata data una terra ai sionisti per farne la loro terra, il 60% della Palestina.
E’ vero che è stato detto e scritto che quella era “una terra senza popolo per un popolo senza terra” ed è allo stesso tempo vero che quella terra aveva un nome, Palestina, una storia e un popolo ora occupato.
E’ vero che la politica israeliana negli anni s’è presa più dell’80% di quel territorio, la Palestina, e ancora non basta.
E’ vero che Israele, con chi gli s’è asservito, ha negato la possibilità a quel popolo di veder riconosciuta la loro patria almeno in quel pezzo della loro terra; meno del 20%.
E’ vero che Israele nella terra dei palestinesi ha creato muri (col falso mito della sicurezza), l’ha attraversata di strade solo per israeliani e seminata di morte e di posti di blocco (i cosiddetti checkpoint).
E’ vero che Israele ne limita l’accesso per qualsiasi via, che è stato bombardato l’unico aeroporto e continuamente bombarda le scuole e gli istituti pubblici.
E’ vero che ai bambini palestinesi è pressoché proibito, nei fatti, raggiungere la scuola e che per farlo rischiano la loro incolumità. Che si continua a tentare di abbattere anche la scuola di gomme.
E’ vero che sono state sottratte ai palestinesi quasi tutte le fonti d’acqua lasciando loro solo poche risorse inquinate.
E’ vero che ai pastori vengono ammazzate le pecore.
E’ vero che i contadini non possono raggiungere tranquillamente i loro campi e che se non li raggiungono vengono loro confiscati.
E’ vero che, sempre, con le armi viene impedita ai pescatori la pesca non oltre le venti (20) miglia ma entro le tre (3) miglia.
ETCETERA (si potrebbe continuare all’infinito).
Se Israele vuole cominciare ad essere, come dice di essere, una democrazia deve imparare a parlare di PACE e (soprattutto) di DIRITTI UMANI. Deve porre fine all’apartheid. Deve cominciare ad accettare almeno le risoluzioni Onu. Deve smetterla di massacrare i civili (compresi vecchi, donne e bambini) e di coprirne i massacri. Deve smetterla di educare i propri figli nel terrore e nell’odio verso tutto e tutti cioè deve smettere di essere Israele.

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1948-2012
64 anni di Resistenza in Palestina

C’è una Resistenza in Palestina, una Resistenza che dura da 64 anni. C’è un genocidio in Palestina, un genocidio cominciato più di 64 anni fa. C’è una verità in Palestina, una verità taciuta e mentita, una verità che ha molto più di 64 anni.
Dal Congresso di Basilea (29-31.08.1897, ripetiamo milleottocentonovantasette) Theodor Herzl dà corpo alla sua idea di uno stato per le “popolazioni” di religione ebraica. In realtà inizialmente non viene colto l’aspetto razziale del progetto, ma subito le persecuzioni li fanno persecutori.
Il 2.11.1917 il Regno Unito si impegna, lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild (banchiere svizzero attivista sionista), a destinare dei territori in Palestina per costituire un “focolare nazionale” con l’intento di dare “una terra senza popolo per un popolo senza terra” cioè la famosa “terra promessa”. Unica piccola anomalia è che quella terra è la Palestina e lì un popolo c’è, quello palestinese, e una cultura, tra le più ricche dei paesi arabi. Dal 1921 è l’inizio della violenza e la fine della storia civile di questi popoli.
Gli anni che vanno dal 1936 al 1947 vedono crearsi le basi per lo scoppio della famosa guerra arabo-israeliana del 1948. Cominciano le proposte di formazione di 2 Stati separati. E’ a questo punto che i sionisti cominciano attacchi terroristici contro inglesi e palestinesi. Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all’ONU anche perché il potere di influenza sulla regione sta sempre più passando in mani statunitensi. E subito assistiamo al primo massacro, quello di Deir Yassin consumato il 9.04.1948, sei settimane prima della proclamazione dello Stato di Israele e prima che scoppiasse la conseguente guerra nel 1948, con il massacro di circa 200 civili palestinesi ad opera di membri dell’Irgun guidati dal futuro Primo ministro israeliano Menachem Begin ai danni degli abitanti arabi dell’omonimo villaggio presso Gerusalemme ovest, nella Palestina all’epoca sotto Mandato britannico. E’ questo l’inizio di una vera e propria pulizia etnica che dura ancora.
La risoluzione Onu 181 propone l’ennesima divisione in Stati separati, ma gli Arabi rifiutano: agli ebrei sarebbe andato il 54% delle terre anche se erano solo il 30% della popolazione presente. Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall’Onu come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Il mediatore Onu Folke Bernadotte viene ucciso dal gruppo terroristico ebraico Stern a Gerusalemme, e lo Stato d’Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all’inizio del 1949 Israele vince definitivamente conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza (con amministrazione egiziana) e la Cisgiordania (con amministrazione giordana). Gli scontri di frontiera continuano fino al 1956, quando Israele (in accordo con la Gran Bretagna e la Francia) attacca l’Egitto (che aveva nazionalizzato il canale di Suez) conquistando Gaza e il Sinai (gli Usa li convinceranno a ritirarsi un anno dopo). Con quel pretesto l’esercito israeliano entra nella striscia di Gaza dove si assiste ai massacri di civili soprattutto a Rafah e Khan Younis vicino al confine egiziano. In realtà nella striscia vi hanno trovato rifugio i profughi palestinesi in attesa di ritorno e comincia ad essere una prigione a cielo aperto, un vero e proprio lager.
Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Questo gruppo compie azioni di guerriglia contro Israele, e verrà visto come l’unica speranza di riscatto palestinese; è l’inizio della Resistenza.
Nel Giugno 1967 Israele attacca l’Egitto. E’ la nota Guerra dei 6 Giorni, che segna la umiliante disfatta araba. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est. Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condanna la conquista dei territori di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede: il ritiro israeliano dai territori occupati e una soluzione giusta per i rifugiati. Egitto e Giordania accettano subito; Israele la accetterà 3 anni più tardi senza però mai evacuare i territori.
Nel 1973 Egitto e Siria attaccano a sorpresa Israele (guerra del Kippur) che è in seria difficoltà, solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan. Interviene la mediazione di Kissinger e un’altra risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la 338, chiede il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 242, ma su quest’ultimo punto c’è un nulla di fatto. Iniziano, o meglio continuano i massacri di palestinesi.
Ricordiamo il massacro di Tell El Zaatar del 1976 (20.06-12.08), il nome vuol dire Collina dei Tigli, un campo palestinese alle porte di Beirut di 20mila abitanti. L’esercito siriano, protetto da quello israeliano, isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille morti, vecchi e bambini, morti di guerra ma anche di fame e stenti, anche se la resistenza armata aveva abbandonato il campo. Si prova a nascondere la tragedia.
Nel novembre 1977 il presidente egiziano Sadat incontra il premier israeliano Begin in Israele e firma a Washington il 26.03.1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo (verrà per questo assassinato da killer fondamentalisti nel 1981). Gli Arabi si sentono traditi. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, con la scusante di dare la caccia ai cosiddetti “terroristi”, e arriva fino a Beirut con l’aiuto delle milizie Cristiane Maronite libanesi. Gli Usa mediano la fuga dell’Olp e di Arafat da Beirut, dove si erano asserragliati, ma nessuno protegge i civili palestinesi: il risultato è che nel campo profughi di Sabra e Chatila le milizie Cristiane Maronite, protette dall’esercito israeliano sotto il controllo di Ariel Sharon (allora ministro della difesa), sterminano 1.700 civili palestinesi, destando orrore in tutto il mondo. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985, lasciandosi alle spalle 17.500 morti.
Ricordiamo ancora tre piani di pace del 1982 proposti da Usa, Urss e Stati Arabi: gli USA rifiutano la richiesta araba di autodeterminazione per i palestinesi, e ignorano il piano sovietico. Gli arabi accettano tutti e tre i piani. Israele li rifiuta tutti e tre. Iniziano colloqui con una proposta giordano-palestinese: terra ai palestinesi in cambio di pace, accettazione di tutte le risoluzioni Onu, autodeterminazione del popolo palestinese, soluzione per il problema dei rifugiati. Il fallimento delle trattative è da attribuirsi al rifiuto Usa di accettare l’autodeterminazione del popolo palestinese. Mentre il Consiglio Nazionale Palestinese ritrova un’unità fra tutte le fazioni, nei territori occupati il pugno di ferro di Israele, con la costruzione di insediamenti ebraici illegali, con le deportazioni, con le violenze contro i civili e con le torture (che verranno legalizzate dall’Alta Corte di Giustizia israeliana, unico Stato al mondo a farlo) trova un fronte unito, e i giovani palestinesi esplodono nell’Intifada (sollevazione) il 9.12.1987.
Il 13.09.1993 Arafat e Rabin (a Washington) firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell’Olp, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 anni. In base a questi accordi, chiamati “di Oslo” grazie alla mediazione norvegese, è concesso all’Olp di formare una propria amministrazione dei territori che cadranno sotto il suo controllo. Tuttavia gli accordi rimandano a negoziati futuri i punti più spinosi: gli insediamenti ebraici illegali in terra palestinese, il ritorno dei rifugiati palestinesi, le risorse idriche, e il destino di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come propria (come nella risoluzione Onu 242) mentre Israele vuole fare di Gerusalemme la propria capitale. Il resto non è più storia ma cronaca e tutto continua, compresi i genocidi, la pulizia etnica, le vessazioni e il tentativo di impedire qualsiasi parvenza di vita normale, gli espropri e tutto il resto, in una terra martoriata che si chiama Palestina.
Nel luglio del 2000 Clinton convince un riluttante Arafat e Barak ad andare a Camp David (Usa) per finalizzare gli accordi di Oslo. L’incontro naufraga in un nulla di fatto, Arafat è responsabile di respingere la generosa offerta israeliana: viene concesso molto più territorio di quanto fosse mai stato fatto, ma resta il rifiuto al ritiro da Gerusalemme Est, ad affrontare la questione dei rifugiati palestinesi, a rispettare la risoluzione 242, ad affrontare drasticamente la questione degli insediamenti ebraici illegali, e non c’è nessuna continuità territoriale dove costruire uno stato. Arafat non poteva accettare.
Il 28.09.2000 Ariel Sharon, leader dell’opposizione israeliana di destra (Likud), sfila a piedi con un esercito di guardie armate presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri della religione musulmana ed è un oltraggio imperdonabile. Le rabbie e le tensioni accumulatesi nei precedenti dieci anni riesplodono nella seconda Intifada. A differenza della prima Intifada (1987-91) questa sollevazione è assai più sanguinosa: da parte palestinese c’è un uso massiccio di armi da fuoco leggere contro i soldati israeliani e talvolta contro i civili, e soprattutto c’è un marcato aumento di giovani kamikaze, mentre da parte israeliana la repressione, le uccisioni dirette e indirette di civili palestinesi, le devastazioni di aree abitate e gli “assassinii mirati” di presunti terroristi e/o di leader politici, non conoscono più limiti. E l’orrore continua.
Per questo chiediamo l’istituzione “anche” di una “giornata della memoria” per il popolo Palestinese in quella data (15 maggio) che loro ricordano come il giorno della Nakba (letteralmente “disastro”, “catastrofe”).

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