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Posts Tagged ‘Bambola’

colombaPer chi non sa credere lo dico ancora, lo ripeto. Era solo un sogno. Sembrava vero. Passeggiavo con Annastella. La mia Fata, cioè il mio angelo. Lei mi teneva sottobraccio. Stavo pensavo che era come fossimo una coppia. Probabilmente chi ci vedeva lo pensava. La gente da sempre dà risposte semplici. Infondo è tenera Lei, solo a vederla. E a vederci non c’è nulla di strano pensarlo. E’ bello passeggiare sottobraccio. E io, Lei al mio fianco, nel sogno sognavo. Le strade sembravano le stesse. Quelle di Sempre. E il sole era un sole leggero, mite. Come di primavera. O di un autunno delicato. Ora, su due piedi, non ricordo il colore delle piante per stabilirlo; i loro fiori, se c’erano fiori. I sogni, sempre, svaniscono col mattino. Ero troppo distratto dal nostro parlare. Distratto dal suono delle sue parole. Un po’ dalla meraviglia dei suoi occhi. Ora, ad andarci col ricordo, posso vederci come più semplici passanti, come padre e figlia, ma quel ricordo non ha alcun obbligo d’esser fedele.
Allora ancora credevo che fosse più che rara, unica. Mica succede e chissà se il sogno era solo sogno. Così discorrendo e tacendo chi incontro se non Bambola? Lei, cioè l’altra, cioè Bambola camminava senza far rumore; naturalmente. Intenta nei suoi pensieri. Al momento non l’ho riconosciuta. L’avevo vista solo di foto. Lei appare nelle foto. Certo che a vederle si distinguono. Certo che a spiegarlo è un casino. Quella che mi stava a fianco è piccola. Una donna minuta tutta grazia. L’altra è nella carne fiera di sé. Con un sorriso largo che abbagliava tutto il mattino.
Era mattino? Della piccola Bambola, cioè di Annastella, vi ho spesso parlato. La sua voce birichina è diventata un soffio di vento che ammalia. A dire le cose fino alla fine nemmeno ama sentirsi chiamare Bambola. Quello non è il suo nome. E questo aiuta solo la confusione. Il suo nome resta Annastella. L’ho sempre taciuto per riservatezza. E perché fin da quella prima sera, la sera da cui ho cominciato a parlare di Lei, mi sembrava che chiamarla con quel nomignolo, Bambola, ne mostrasse ancor più l’essenza. Ma l’ho chiamata anche con altri nomi, e con altri ancora la chiamo. Che poi è buffo come abbiano avuto bisogno, i suoi, di usare due nomi per una persona sola, e per di più per una persona tanto unica e di tali proporzioni.
L’altra, Bambola, cioè Ares, cioè una donna donna con un nome da uomo, e un nome importante, eppure dagli occhi di una dolcezza disarmante, e gli occhi pieni di luce, a vedere la mia sorpresa, ancorché la mia meraviglia, è scoppiata in una risata. Lei non doveva essere là. Lei non passeggia mai quella strada. Non è dentro le sue abitudini, né nei suoi orari. Semplicemente andava a cercare il suo destino. In cuor suo distesa, serena, quanto può essere serena colei che cammina il mondo e che porta al collo una collana di perle di lacrime. Come tutti coloro che passando per il mondo vengono dal mondo sfiorati e dalle sue stoltaggini, e sporcati. Cioè coloro che amano e sanno amare. Ma io la credevo, nel sogno, ancora in viaggio. Cosa ne potevo sapere. Ed era delle più giustificate la mia sorpresa poiché trovarmi tra due angeli, all’improvviso, mi sembrava troppo. Non m’era ancora mai successo. Credo non sia mai successo ad alcuno. E si era fermato il vento.
Non potevo aver dubbi, Lei non faceva ombra alcuna, e non calpestava nei passi, scivolava leggera. Ed era, nell’aspetto, come ho detto, di carne e lusinga, quasi del tutto umana e di umani assaggi. A vederle vicine poteva essere curioso. Come due Bambole di quelle bambole russe; di cui una può stare nell’altra; nascondervisi; tanto erano diverse. Annastella piccola e sottile come un soffio, quasi irreale, quasi impalpabile. Ares fiera di essere una presenza del tutto fisica, quasi di ingombrante bellezza, nella sua bellezza (non stiamo parlando di bellezza umana).
Quando sei tornata dal deserto?
La ricordavo allora, come fossi là. Un sole prepotente. Un lungo attimo sospeso, di serenità. Sapevo che era tornata, era anche passato del tempo, ma non sapevo che altro dire.

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colombaNon vuole che la chiami Bambola. Avrà le sue ragioni. Anzi le ha. Per un attimo ho pensato di non chiamarla proprio. Non ho ancora deciso. Anche gli angeli hanno il loro daffare. Non è facile nemmeno per loro. Né con loro. A volte ci vorrebbe pazienza. Siamo d’accordo che è gratis ma non sempre la si trova la pazienza. In realtà Bambola era per chiarire di quanto era graziosa. Per corrompere la sua vanità. Ma è pur vero che una bambola appare vuota, senza un’anima. A questo non saprei rispondere. E poi, parlando di angeli, ad altre si addice meno il nome di Bambola. Così per lei, se la chiamerò, e per tutte userò il nomignolo convenzionale di Fata. Si addice di più. Una fata non ha bisogni di spazi tanto circondati. Anzi ricordo il bisogno dell’aria, della natura. In realtà lei potrebbe sparire tra pochi fili d’erba. L’ho detto che mi preoccupa quando la vedo sparire? Certo che non posso essermene dimenticato. Però oggi sono distratto. Oggi non è di Lei. Tra le fate oggi mi intriga parlare di una Fata a tutto tondo. E’ di Lei che voglio parlare. Di Lei che posseggo solo un ricordo. Anche Lei quando se n’è andata non mi ha lasciato un appuntamento. Nemmeno un sussurro. Solo una nota non chiara. E la stanza vuota. Non l’ho aspettata. Sapevo di non doverla aspettare. Aveva un appuntamento troppo distante. Come puoi chiamare Bambola una così. Anche questo mi ha aiutato. Come il giorno che risale. Lei era piena di energia. Inutile fare paragoni. Gli angeli son tutti belli. Li si può scorgere solo per questo, ma bisogna prestare fin troppa attenzione. E diranno sempre di no. Questo angelo, donna, naturalmente, (di nome anch’essa Fata) era aspettata. Aveva mille viaggi ad aspettarla. Non aveva seno per non rendere l’uomo cupido e ne era gelosa. Veramente portava vergogna anche di quel poco. E arrossiva come sanno fare le donne, ma per Lei era naturale. Le fate in quanto angeli amano ma non amano come noi. Non è, il loro, un amore di carne. Meglio se nell’amarle le tieni per mano. Sai dove ritrovarle. E non bastano certo le parole. Fu un silenzio lontano l’ultima cosa che disse. Forse l’avevo sporcata di un bacio. Giuro, niente di più. Non avrei mai avuto l’ardire di andare oltre. Lasciatemi tacere per un attimo per ricordare in contatto dolcissimo e incredibile, di velluto, delle sue labbra. M’era bastato sfiorarle. Avrei voluto essere meno egoista. Non riuscivo che a pensare di poterla trattenere ancora con me. Solo per me. Stupido, impacciato, ragazzino. Lei doveva volare via e niente al mondo l’avrebbe potuta trattenere. Non so se, magari un giorno, la rivedrò. Hanno anche smesso di parlarmene. Però so che è ancora. So che mi ha lasciato il ricordo di un suo lieve sospiro. E in mano un fiocco di neve. Così la racconta. E quel fiocco non s’è ancora sciolto. Forse non può farlo senza di Lei. Dietro la finestra guardo la strada. Un tuffo al cuore. Non è Lei. Chi ha detto che non si può morire per amore o passare tutta la vita ad aspettare? Era un amico distratto.
Tante sono le strade. Non sono ancora stanco di percorrerle. E tu che sei e non rimani, tu, gentilissima Annastella, ti chiedo scusa. Spero che: Fata ti aggradi.

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mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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poesiaCon molta delicatezza entro in queste stanze
facendo attenzione, guardandomi torno; cauto.
Ogni oggetto sembra d’una fragilità allarmante
come tessuto da ragni che tessono cristallo
sottile come brina che vibra anche ad un alito di respiro
pronto a frantumarsi anche ad uno sguardo distratto;
a stento sussurro pensieri leggeri e circospetti, a stento.
E leggo i suoi che le ciglia cercano di nascondere
– volano le ciglia come applausi disarmati –
non voglio interrompere questo silenzio pieno di parole
non voglio interrompere il disegno di dita di mani sottili
dita che si celano nella mia mano, nei miei dubbi;
collo sottile, al collo una collana di perle di terracotta. Alla parete una foto sbiadita, di famiglia, volti di nebbia
la luce tenue non riflette che ombre di polvere.
Lei che trattiene un sospiro, un sospiro accennato; inudibile
solo un orecchio ben allenato lo sente estenderle appena il seno
mentre porta lentamente la tazzina fumante alle labbra
tazzina di porcellana, labbra di porcellana; non oso
nemmeno il cucchiaino osa tintinnale nel suo girovagare
sulla libreria è rimasto aperto il libro su una pagina muta
un altro e rimasto aperto sul tavolo del salotto e un’altro
ancora; come in attesa di lasciarsi a pettegolare, tra loro.
Una bambola di pezza racconta della sua recente infanzia
ma racconta una bugia e una piccola debolezza; ha guancie rosse
e uno sguardo sbarazzino, la bambola sullo scaffale
e trecce di fili di lana, e scarpe grosse; ma è solo una bambola.
La penna ha chiacchierato solo segni senza senso, sul foglio bianco
hanno distratto il candore che non può essere mai più abbagliante

Allungo una carezza senza peso
e infrango un diafano sorriso.
Non si è mai cauti abbastanza.

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raccontiIo non ho nessuna risposta. Mi sveglio e mi accorgo di avere un lungo graffio sul braccio sinistro. So che non potrebbe essere stata Lei, ma non so come potrebbe essere successo. Eppure era lì, vicino a me, solo un attimo prima. E poi non c’era più. Eppure c’era ancora l’affossamento leggero lasciato dal suo capo sul cuscino, dal suo corpo leggero e impalpabile. Il dolce tepore della sua presenza. Già! non è la prima volta. Prima c’è e poi all’improvviso non più. La finestra era chiusa. L’avevo chiusa per precauzione. Per essere certo di trovarla lì. E’ quello il momento più bello, al risveglio. Mentre fuori il mattino si inventa. Magari quando ancora dorme di un sonno pieno di sogni. Con un sorriso come soddisfatto. E gl’occhi appena socchiusi che ogni cosa ti sembra la possa disturbare. Quel guardarla in silenzio appoggiato ad un gomito. Mentre lei non sa. O sa e finge di non sapere poiché niente è certo con lei.
Ma ve la ricordate per quella prima volta a cena? Tutto è bello ma quando non c’è tutto è confuso. Quando lascia così le stanze e non sai se ritorna tutto si trasforma in attesa. Ma è come afferrare in pugno un alito di vento. Par quasi d’averlo fatto. Apri lentamente le dita e il tuo piccolo orgoglio svanisce. Ti accorgi che nel palmo della mano non è rimasto che vuoto. Che ne so? Già! che ne so? E’ anche la risposta più frequente che da. Dietro c’è il sospetto che sia la risposta di quando non vuole dare risposte. Infondo lei ama riempire i silenzi dei suoi occhi spalancati. E’ facile per lei. E’ certa che ogni silenzio parli. Parli e dica. Sia pieno di cose. Che basti il gesto. Per lei forse è così. Mi sento nudo davanti a lei. Mi sono sempre trovato nudo, davanti a lei. Scendo dal letto e lo sono, nudo. Invero quasi, ma in quel quasi sento un brivido del freddo entrarmi dentro. Fuori è ancora inverno. Guardo intorno, non ancora convinto. Il silenzio delle stanze non rassicura, conferma l’ansia. Corro in bagno perché è ora di correre in bagno. Ho perso sin troppo tempo a cercare di convincermi che non fosse vero. Fuori il giorno è una lastra ossidata, si nasconde dietro i vetri.

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spinolaVorrei proprio raccontarla questa storia ma da qualsiasi parte la si prenda non si sa come prenderla. Anche con le molle. Chi ne capisce qualcosa è bravo. Ma non posso raccontarla. Non perché sia così avidamente amante della tranquillità. Anzi spesso è l’ultima cosa che penso. Dovrei imparare ad essere più riflessivo, ma ho passato tutta la vita con me, cambiare mi sembra quasi un complicato lusso.
Potesse, lei, Carla, la donna orribile, conquisterebbe il mondo a colpi di tette. Non può, questo è certo. Non ha, come si dice, il fisic du rol. E’ brutta anche solo a guardarla. Senza nemmeno ascoltarla. E non si ricorra come scusante all’età. Riuscita male lo è dal parto. La bava avida e meschina del potere, del palcoscenico, le cola dalle labbra. La voce è volgare prima che la usi per insolentire gli altri. Di lei tutto è volgare. E quella voce precede sempre di troppo la testa. Testa? Credo abbia una qualche utilità solo per il suo parrucchiere.
Ricordate Bambola? Lei è un’altra cosa. Da Lei invece ti aspetti che, in ogni istante, ti porga la mela avvelenata. Poi ti accorgi che non sei nella favola. In questo momento è a Spinola; allo stadio. Consiglio di girare al largo. La partita e quella di semifinale. Vorrei almeno sapere che ci azzecca lei con il calcio. Quello che mi turba sono quei due che le chiedono le formazioni. Lei dà quella di una vecchia edizione dell’Inter. Probabilmente l’ha sbirciata sulle Panini del marito. E’ questo un altro pericolo di chi conserva gelosamente tutti i ricordi. Ma lui, il marito, non è da meno. Vede un rigore anche se il fallo è a centrocampo. Nessuno l’aveva invitato, Paolo, e ha portato anche la moglie. La prossima volta la guardo davanti alla televisione, ma almeno per la finale spero siano perlomeno indisposti.

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colombaIo, con questa storia di Bambola, di chiamare Bambola una tra le Bambole incontrate, una tra le poche, mi sono un poco incartato, anzi un po’ più di un poco. Tutto il resto è vero. E’ che alcuni indizi riconducevano troppo palesemente a Lei. Prima o dopo non poteva che riconoscervisi subito. Almeno in alcuni gesti. In alcuni aspetti. Vorrei non poterci entrare. Ho avuto un gran dirgli che tutto il resto è fantasia. Che Lei non è stata che un input. Che lei non è così. Non, almeno, completamente così. Insomma che sono solo parole messe in fila.
Angelo è un angelo. Lo sa. Ormai lo sappiamo. Forse non dovevo dirlo. Dei segreti non si dovrebbe fare fiato. Questo le potrebbe causare qualche guaio se la riconoscessero altri. Altre cose tornano come un ritratto fedele. Altre Lei è pronta a smentirle. Come se Lei fosse una persona sola. Altre sono aggiunte, attribuibili alla mia presunzione insolente di volermi fingere uomo di lettere, in qualche piccolo modo autore. Prese qua e là e da alcuna parte. Inventate di sana pianta. Qui non è il luogo più privato. C’è sempre qualche passante che potrebbe crederlo: che Lei sia Lei. E arrivare a pensare che sto parlando di una donna, non della donna. Che Lei non è niente più che quello che dico.
Insomma, anche se all’inizio le era sembrato divertente, e avevo corteggiato la sua piccola vanità, che poi tanto piccola non è, alla fine, un po’ ha fatto la risentita e l’irritata e un poco se l’è presa. Mai vorrei che questo potesse creare ombre tra noi. Gli angeli, a incontrarli, vanno vezzeggiati. Meglio tenerseli cari. Temo, e qualche indizio l’ho avuto, che ad averceli contro è meglio di no. Che quando si arrabbiano è meglio girargli al largo, non fare da bersaglio; non insistere a contrariarli e defilarsi. Si sente quando in un certo modo, dall’alto, tuona. Recentemente s’è adombrata perché dice che la confondo con l’immagine che ho creato. Mai dirle che è quella. Qui. Sostiene che l’amore non è fatto di solo amore. Non ci ho capito un acca. Spero lo sappia Lei. Ma non posso nemmeno chiamarla Angelo. Certo non in pubblico. In privato non vuole. Forse ha paura che ne prenda abitudine. Che poi mi scappi anche quando non siamo soli. Forse semplicemente nega che ci sia una così grande intimità che in realtà non c’è.
Un po’ di ragione c’è l’ha. Normalmente quando si pensa a una bambola si pensa ad un certo tipo di donna. Avanti con gli stereotipi. Veramente sarebbe Bambolina, la dizione giusta. Hanno fatto interpretare il ruolo anche alla grande Marylin. Io, più modestamente, ho una vecchia zia che chiamano così. Le vedi da per tutto. Tranne che dove vanno i normali. E’ quasi impossibile incrociarne una, che so? dal pescivendolo. Forse non ne sopportano l’odore; per i loro nasini. Chissà se son nate con quelli? In realtà, davanti ad una donna così, ci si chiede sempre, e di continuo, se c’è o ci fa. Solitamente con quel epiteto si intende una graziosa, anzi carina, a volte anche bella, o almeno di bella apparenza, e consapevole d’esserlo, una che se la tira, svampita, e sciocca, all’eccesso fatua, frivola e superficiale cioè un oca. Una che ti chiede di guardarla e chioccia cose insulse. Alla fine una completamente senza testa, nel senso di cervello. Cioè tutto quello che Lei non è.
In questo non posso darLe torto perché non è questa l’immagine che volevo dare di Lei, cioè di quelle come Lei, cioè del femmineo che sta sotto a questi miei raccontini a puntate. A queste cose. Non posso proprio darLe torto perché Lei, nello specifico della donna che in parte ha ispirate l’inizio e alcune vicende di questa saga, dell’amica che mi regala il piacere di condividere alcune ore serene, dicevo non posso darle torto perché se togli la testa non restano che pochi etti di donna. Magari etti di qualità, mica lo nego; certo. Credo di averlo già detto. Grandi etti ma etti. Forse è l’ultima a saperlo ma sono pochi etti di gran qualità. Peccato sia un angelo. Fosse solo donna avrebbe un seno da restare incantati ad ammirare, da restarci per delle ore, e due labbra da baciare.
Lasciamo fare le pulizie di casa a chi ne ha più competenza. Volevo dire qualcosa, raccontare un episodio, ma Lei non c’era, la protagonista era un’altra, un’altra Bambola, e mi sono perso. Ancora una volta. E poi era tutto così confuso perché con Lei, con l’altra, sono io ad entrare in confusione. Sono sempre io; veramente. Anche con Lei. Tendo a confondere le cose. Tendo a scordarle. Ad uscire dal reale e dalle preoccupazione e dalle ansie. Così mi illudo di volare pur tenendo i piedi perfettamente piantati per terra. Accendo la luce e continuo a non vedere. E’ quando la cerco che non la trovo.
Già! con quest’altra Bambola ci stavamo chiedendo se c’è e dov’è un angolo di pausa. Sto leggendo l’Ulisse. Le mia dice che non basta leggere. Che l’importante è capire. Mi limito, in silenzio, a chiedermi cosa c’è da capire; e con una giornata simile. Per dirla tutta che mi sembra una giornata come le altre. Persino il silenzio è tornato lo stesso. Per dirla ancora di più tutta l’ultima volta stava leggendo l’Orestea. E dal greco. Valle a capire queste creature. Dirle donne è non dire nulla. Dirle angeli è dire troppo e quanto non si può dire. Ma perché poi proprio a me.
Lei, quest’altra ha un sorriso più esplosivo. Dice di avere anche Lei le sue controindicazione. Le sue pene e le sue spigolature. Vorrei dire che è normale. Mi da un appuntamento e contemporaneamente mi spiega che non potrà venire. Sorseggia il caffè e volge gli occhi altrove. Ha le piume gonfie di parole e capelli biodi. Le nasconde, le piume, dietro un rossore improvviso. E’ anche troppo veloce per le mie abitudini; per le mie capacità. Così troppo veloce che mi sembra non ci sia mai. Con la voce che canta. E un abbraccio che ti avvolge. Lei, in quell’abbraccio, sembra completamente proteggerti. Sembra possederlo compiutamente e sentirsene sicura. Non parrebbe fragile; Lei. E ha i boccoli d’oro come vengono ritratti nei dipinti rinascimentali. Ma con un che di più umano in una piega della labbra. Di più curioso nel taglio degli occhi che la matita, troppo scura, non sa fargli da limitare. Insomma, con Lei, una sera esco dal cinema e mi accorgo che era rimasta nel film. Ed era una favola agro-dolce. Coccolava come suo quel bambino che non aveva potuto avere. Loro, gli angeli, ci parlano con i bambini. E si sanno capire. Sono stati soldi ben spesi i soldi del biglietto. Anche solo per averla vicina.
Mi prendo una pausa per pensare. Cercando di mettere ordine. Cercando di non far troppo torto a quella che è con me. Sperando che possa non accorgersene. Fatica vana. I loro occhi colgono oltre l’impercettibile. Mi prende la mano, solo le dita, e sono io ad essere in imbarazzo. Il mio caffè si va freddando. Insomma, quella che è stata, in queste pagine, la prima, che ha ispirato le prime righe, dovrei ricordarmi di chiamarla per nome: Annastella. Cercherò di farlo. So che sarà fatica. E a tratti me ne dimenticherò. Già lo so. Mi ero affezionato a chiamarla solo Bambola. Ora c’è questa controindicazione ma con Lei le controindicazioni si sprecano. E’ un’impresa impossibile enumerarle. Perché non è tutto bello come sembra. Ci vuole cautela per tenersela stretta. Con Lei, con Annastella, il semplice abbraccio potrebbe rompere l’incanto.
Ho potuto parlarvi con calma perché Lei, in questo preciso momento, non c’è. Se n’è volata via, ancora una volta, come un alito di sussurro. Ne stavo parlando con Bambola, l’altra, Rosaspina, ne dico il nome venendo meno ad un patto, per non aggiungere confusione a confusione, volevo chiederle consiglio, a Rosaspina. Fosse una rosa sarebbe certamente una rosa rossa. Non ho alcuna paura di pungermi. Mi ha spiegato che la conosce, ma ora, anche lei, mi ha detto devo proprio andare. E ci stavamo chiedendo se non era pericoloso uscire in una giornata simile. La neve ricopre le strade. La pioggia le rende un pantano. Non c’è un anima in giro. Già! Anima. Si fatica a camminare perché si sprofonda e si rischia anche di scivolare. Che sciocco! Continuo a dimenticare che loro sanno volare. Però aveva le scarpe del veglione. Non certo adatte. Non so se le possano arrecare disagio. Chissà se soffre del freddo. Se lo soffre come noi umani. Certo anche il suo sorriso è radioso. Sono al massimo della confusione. Questo era ieri. Ieri c’era ancora il sole. Anche il tempo non è più tempo. Deve essere vero che le cose belle durano poco. Sicuramente è vero che il loro ricordo non ti lascia mai.

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