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Posts Tagged ‘Bambola’

colombaCome in un gioco degli specchi l’illusorio non potrebbe non trasfigurare il reale. Tutto è distratto nella lotta tra l’immagine e la realtà. In nessun caso si potrebbe sostenere che Bambola sia un figura di questo mondo. Allo stesso tempo non si potrebbe affermare, con assoluta sincerità, che Bambola non esista; anche se nessuno l’ha mai vista. Forse è vero, come sostiene Michele, che Lei, Bambola, è solo una donna di carta, una favola di una notte piena di sogni ma senza sonno, una Principessa a suo modo fuori dal tempo. Eppure non potrebbe farlo perdere quel sonno. Lasciare frustato di ansie a rincorrere ciò che non si non potrebbe raggiungere. Forse è vero o potrebbe non esserlo tutto questo.
Non si non dovrebbe volere tutto dalle persone. Chi ha condotto la sua vita con fare pratico mettendo sempre ordine tra le sue cose ha cercato di riconoscere in Bambola una donna che un giorno aveva incontrato. Più spesso si sono lasciati nel sospetto che altri non fosse che una donna che lo scrivente rincorreva. Comunque per niente disposti ad ammettere che Bambola non fosse anche nella realtà; come dar loro torto. Io, personalmente, mi son fatto un’idea del tutto originale. Quando sono con Lei mi dimentico di essere. Difficile da spiegare. In realtà Lei mi ha detto ti accompagno per mano. Metti ordine in tutto e nelle parole. Questo non è un racconto ma la realtà. In verità è il vero, il contenuto, ad essere surreale. Non servirebbe nessun’altra fantasia.
Non mi resta che crederLe ma permane un residuo di sospetto. Forse Lei è solo quel femmineo che potrei sognare quando mi lascio sfiorare in spazi meno angusti. Ma potrebbe essere anche la donna che ogn’uno ha incontrato senza riconoscerla. O ancora quella che tutti hanno aspettato. Io cerco di metterlo, quell’ordine. Di capacitarmi. Eppure anch’io non so che immaginare una figura di donna fatta di cose terrene. Forse è questo il mio limite. Un limite a cui non so andare oltre. Allora penso alle donne, a tutte le donne, che ho incontrato prima di Lei; o almeno ad alcune di loro.
Liana (donna reale come le altre) non potrebbe mai essere Bambola (favola immaginaria, appunto, sospesa tra la fantasia e il sogno) ma Annastella sì. Nemmeno Margherita potrebbe mai essere Bambola ma Benedetta, forse, sì. Nemmeno Gabriella potrebbe mai esserlo, Bambola. Infondo in questa rincorsa c’è tutta la donna, le donne, il mistero della femminilità. Quello che potrebbe far perdere un uomo e lasciarlo in balia di qualsiasi avvenimento oppure, ancora, fargli credere che il cielo sia lì, vicino, che basti allungare un dito.
Liana non potrebbe mai essere Bambola. Troppo confidenziale il suo abbraccio nel quale mi lasciava sprofondare avvolgendomi tutto. Troppo intriganti gli occhi con i quali mi guardava e troppo carnale la intimità che mi trasmetteva. Fatta di carne fin troppo morbida e tanta, la sua tristezza ne trasfigurava il viso, ma sarebbe stato troppo violento cercare di dirle di no. Sfiorarla e desiderarla era un’unica cosa.
Annastella sarebbe una bambola perfetta se sapesse di esserlo. Bella domanda questa. Una di quelle domande a cui è impossibile dare risposte. Infatti nessuno ha mai risposto al segreto quesito se crede che nessuno possa amarla prima di averla prima assaggiata oppure se è certa che tutti la debbano amare fin dal primo istante. Nella parte Lei sarebbe perfetta perché sa svanire appena viene sfiorata. Anche la causa di questo resta ignota, ma quale donna non porta con se un segreto cioè quale donna non è il segreto? Ma bambola è un essere esile, gentile e sbarazzino.
Margherita non potrebbe mai essere Bambola. Troppi anni gli sono passati addosso. Li ho visti tutti. Ed è sempre stata sin troppo di carne e di molta carne. Troppo pratica e risoluta. Le carni ormai si abbandonano alla stanchezza. E lei tenta di resistere testardamente alle lusinghe perché non sa essere che di sé stessa. E di quel suo fuggire impetuoso e testardo. E’ per questo che lei non ha più saputo essere di un uomo solo, e non aveva mai imparato ad esserlo di altri.
Benedetta anche potrebbe interpretare benissimo la parte. Forse un po’ troppo alta che mi supera in altezza. Forse un po’ troppo distaccata dalle cose e fiera della sua immagine. Certo che con quel nome… ma esile lo è, come un giunco. Se l’abbraccio allora sì è come se scoprissi la sua inconsistenza. E mi guarda come se dicessi cose importanti però poi esce a prendere un caffè con un altro. E mi riconosce in ogni sillaba che dico. Allora mi prende la paura di lasciarmi sfuggire anche un fiato. Quando mi ha detto che mi ama non voleva dire che era disposta ad essere amata, ma infondo anche Gabriella l’ha detto.
Gabriella no! non potrebbe essere Bambola. Troppe tette due tette come le sue. Così in vetrina difficile che l’occhio non ci cada dentro. Non ci precipiti in mezzo. Ti parla e i tuoi occhi sono lì. E lì rimangono. Piena di carne tenera e soffice. E forse Lei veramente non se ne accorge. Ha una storia triste e due allegre ma tutto è facile perché Lei ha dalla sua la fortuna ed è troppo decisa per lasciare decidere la sorte. Quale delle tre storie la faccia soffri ree maggiormente non se l’è mai lasciato scappare. L’ultima sera è arrivata e se ne stava già andando. Prima ancora che gli occhi estranei potessero guardare tutte le sue cicce.
Bambola mi guarda attenta da dietro le spalle. Prima nemmeno parla per capire ma alla fine mi dice: perché preoccuparsi tanto. E poi non è nemmeno gentile. Pensare alle altre quando puoi pensare solo a me? Voglio il tuo tempo e lo voglio tutto. Poi si accorge che ho dimenticato di mettere una virgola. Non fa sconti e non gli sfugge nulla.

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Non c’è nessuna prova della sua esistenza. Non posso che chiedere di credermi, nella fiducia. Eppure non ci fosse… ho un attimo di smarrimento; poi mi guardo al fianco e c’è. Non ho nessuna incertezza. Tranquilla più di quanto non la potrebbe lasciare questo istante, ma è qui. O forse è lontana; in un momento di silenzio. Assorta. Comunque la potrei toccare, solo allungassi una mano.
Perché mi si dovrebbe credere? Non è tra le mie preoccupazioni. Lo so che è difficile. Non c’è nessuna immagine di Lei. Non gliel’ho chiesto. Forse l’immagine non si ferma sulla pellicola. Come per certi personaggi di libri o di cinema. Eppure non è certo una figura da paesaggi gotici. Sicuramente non v’è frivolezza. E’ immune da superbia. Anche questo rende difficile credere. Non mi pongo mai troppe domande. Forse è solo un vezzo, un capriccio, una civetteria. Raramente ma, anche Lei, in certi rari momenti, non può non indulgerne e se ne lascia affascinare. Allora batte gli occhioni. Sospira. Bambola è così. Prendere o lasciare. E a chi sostiene che non esiste rido di cuore.
E poi, come spesso accade, non potrebbe essere una cosa sola. Più di altri è quell’insieme di cose che ne fanno una cosa complessa, intrigante e incantevole. A volte so che è anche un poco maga o più precisamente una fata. Districa dalle dita sottili ragnatele di tenerezza, restandone inconsapevole.
Presterò la massima attenzione, per Lei, in questi momenti di nuova caccia alle streghe. Potrei mai perdonarmi una mia distrazione? Come lo so? mi riempio la bocca per essere una persona attenta. A volte, con Lei, credo di riuscire anche ad esserlo; attento. In alcuni momenti ho trovato un po’ di quel necessario distacco. Ho osservato Lei e gli altri. Non è facile ma riuscendo a stare quasi indifferenti o estranei allora lo si potrebbe notare.
Non è nel tono o nel suono della voce, ne in quello che argomenta, ne in come compone le frasi o in come le ordina. Non è in tutto ciò o forse è nell’insieme di tutto ciò. Il risultato è che le persone la stanno ammaliate ad ascoltare. Come affatturate. Prima o dopo, ma solitamente prima, finiscono per dire, naturalmente a sua insaputa, quando sanno di non essere sentiti, che Lei è adorabile. E provano un po’ di invidia se si allontana con me.
Naturalmente Lei non lo fa per quello, non è compiacente, vanitosa un po’, si, ma null’altro, non insegue certo il consenso. Non lo fa, Lei è così. C’è chi nasce storto e chi nasce con la grazia. Lei ci è nata. Paga e ha pagato per ogni cosa che Le è stata data. Al limite resta l’ultima persona ad esserne consapevole. Lei potrebbe distribuire e affidare i ruoli. Sicuramente richiama l’attenzione. Se c’è non vi è modo di non accorgersi che c’è.
Il nostro, Spinola, non è certo un gran posto. Se ci passeggiamo assieme persino gli scempi sembrano meno orribili. Le macchine rallentano e finanche arrivano a fermarsi davanti ai passaggi pedonali. Qualcuno, anche alla guida, cerca di convincere i propri occhi. Che sera poi quella sera che davano la Butterfly. Ma a questo ho già accennato. Di Lei ho sempre il rischio di ripetermi. Siamo andati a prendere un paio di scarpe per un neonato, veramente non ancora nato. Ci vorrà ancora pazienza per più che un paio di mesi. Potrei definire la gioia del padre ma non so come chiamare quell’essere che ancora non c’è. Si chiamerà Marco, il giorno e l’ora che deciderà di affrontare questo mondo. Lei mi ha detto: “Prendi queste“. Non avevo visto la differenza. Poi ho guardato meglio e ai lati di ogni scarpina c’erano delle piccole ali. Non ha dovuto aggiungere altro. Ho capito all’istante.
C’è sempre quel lieve scampanellio. Eppure nemmeno per Lei niente dev’essere stato semplice. Per quanta attenzione si possa mettere minimo schizza. Ma niente sembra aver lasciato un segno. La guardo meglio. L’umano la ferisce. Come per gli umani l’umano ferisce. Su di Lei forse in modo ancora più violento perché non è di materia umana. Ferite che fanno fatica a rimarginarsi. L’ignoranza. Il gesto basso. La grossolanità. Allora si imbozza. Scappa. Nel suo mondo. Dentro di se. Sparisce in una sua implosione. E tutte le sue grida risuonano fragorose, di silenzio. E il suo disagio è mio. Poi, quando mi allontano, resto solo con il suo sorriso.
Non ditele che la sto cercando.

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Caro Gians
Ora sai che nella mia collezione di bambole c’è una Bambola giapponese. Una bambola non mia. Quel possesso non mi appartiene. Una Bambola che conservo per un altro. Per un altro che forse nemmeno lo sa che Lei e fatta di angelo. La fortuna che ha incontrato. L’ha capito certo ma certo non del tutto. Sarebbe pretendere troppo. E’ gli angeli mica lo possono dire di esserlo; è un loro giuramento. Te lo avevo detto? Nascondono le ali e tacciono. Ascoltano in silenzio.
Ha pelle di mandorla e odori di mandorla e parla una lingua che capiscono tutti con una grazia solo del suo paese. Con quella lingua Lei mi ha spiegato che un angelo può ignorare le distante. Lei ha incontrato un amore impossibile ai confini del mondo e lo ha fatto diventare possibile. E’ volata via, la prima volta, solo perché anche l’amore lo potesse sapere. Gli ha dato il tempo. Tutto il tempo perché imparasse a conoscere la sua mancanza. Perché ne conoscesse la sofferenza. Non è servito a nulla. Non è passato che del tempo. Era tutto fin troppo facile. Tutti vorrebbero bagnarsi di quelle lacrime. Ritrovarsi a vivere. Voleva essere cercata e lui l’ha cercata. Lui sentiva ancora la sua voce al telefono e lei era già là. Lui era stupito. Lei, nel tempo di un attimo, era già volata da Sapporo alle sue braccia. Dalla neve dell’inverno al sole dei suoi occhi. L’ha trascinato alla gioia dall’inferno.
Ci sono miracoli più grandi? Piccola e leggera quasi fosse fatta di un solo suono. Quanto la Bambola di cui sino ad ora ti ho quasi sempre parlato. E il suo incantesimo più grande ha il nome di un’ape. E l’ha fatto davanti ai suoi occhi. Chi sono io, incapace a mentire, per poter parlare di tutto e di questo? Sono solo uno. Come quelli che passano per strada. Uno avvolto in un sogno. Troppo debole per un sogno così grande. Uno che ha avuto fortuna. Che quel sogno l’ha incontrato più volte. Anche se qualche volta l’ha riconosciuto solo dopo. Magari dopo a distanza di anni. Uno che caparbiamente sogna di sognare ancora. Come possiamo noi, umili nullità, continuare ancora a non credere nell’impossibile? Lei è lì a mostrarcelo. Intreccia le dita come fosse tutto vero. Tutto possibile. E’ lì per ricordare a tutti di fare attenzione. Quando gli angeli scendono bisogna saperli riconoscere. E non si riconoscono con gli occhi ne dalla voce. Si riconoscono perché il loro nome riempie il corpo di calore, di dolcezza. Ma li possono riconoscere solo i pochi che sanno ancora sognare. E che si sanno ancora lasciare andare.
Lettera dell’autore


Si parla tanto di scuola. Inutile dire in tanti la stessa cosa quando intervengono così bene sia Valosca che Marino riportando il discorso di Piero Calamandrei al III° congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950*.

* assolutamente da non perdere.

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Naturalmente chiamarla Bambola non è una grande alzata d’ingegno. E’ venuto da sé. M’è bastato guardarla; la prima occhiata. Ora non mi verrebbe altro modo col quale appellarLa. Per quanto Lei se ne potrebbe rammaricare, l’immagine è del tutto simile a quella di una Barbie, in grandezza naturale, cioè delle dimensioni della famosa bambola, prodotta dalla famosa ditta di cui tutti sanno il nome ma che qui non è possibile nominare perché sarebbe pubblicità. Gentile e graziosa ma con un caratterino che non sarebbe mai possibile immaginare in un tipino simile; ne ho imparato qualcosa. Qualcuno mi chiede di Lei: “E’ tanto che non la vedi; la ragazzetta“. Un po’ è la difficoltà di Qualcuno a memorizzare il nome. Un po’ a La sua figura che è fuori dal tempo. Che La fa sembrare sempre giovane. Allo stesso tempo un progetto. Qualcosa a divenire. E tutto questo lo posso dire perché anche Lei, a volte, si lascia indulgere da brevi momenti di vanità. So che almeno questo me lo può perdonare. E poi vorrei vedere voi avere l’impulso di abbracciarla e la paura che si posso ridurre in mille frammenti tra le braccia.
Non è che noi ci si veda solo per mangiare. Non vorrei che ci si potesse essere fatta questa opinione. Oltretutto Lei mangia, cioè si nutre, quanto Giovanni, il canarino che teneva in gabbia mia figlia quando era ancora bambina. Poi è cresciuta, lei, mia figlia. Non lo so se è stata una gran fortuna. Quel caratterino taciturno se l’è trovato addosso; subito. Ma torniamo a Lei cioè a noi. Infondo per entrambi mangiare è un pretesto. A volte utile a sfruttare le sue meravigliose capacità davanti ai fornelli. Utile per una buona cena che un tipo solitario come me si permette raramente per pigrizia. Una buona cena magari dopo tanti pasti spartani preparati in fretta e altrettanto in fretta consumati, e in silenzio. Ho già spiegato che cucina come una favola? Temo di si. Non è che la memoria sia più la stessa. E poi Lei è tutta una favola. Anzi, stare con Lei sembra di stare dentro la favola. Tutto intorno perde qualcosa della realtà e anche il tempo sembra poter rimanere sospeso.
Spesso ci troviamo semplicemente per parlare o almeno Lei parla e io, in quei casi, di sovente, me ne resto ad ascoltare. Questo avviene solo perché è bello starla ad ascoltare nonostante una vocina del tutto coerente a tutto il resto; almeno un ottava più alta di un controllato acuto. Capita persino che mi accorga di ascoltare solo il suono della sua voce. Magari Lei non la racconterebbe proprio così. Forse qualche volta parlo, e persino straparlo. Fortuna che non mi può smentire. E’ questo il bello di qui e nemmeno si spreca carta a scrivere corbellerie. Più spesso ci vediamo solo per vederci. Per amicizia. Nego vi sia qualcosa di più umano di una grande amicizia. E quando parlo di amicizia dico tutto e forse troppo poco. Non che nemmeno in questi casi si stia zitti, ma vederci non ha bisogno di un pretesto, è solo il piacere dello stare assieme, si giustifica in se e si conclude in quella compagnia. Magari si fanno due passi, e siamo veramente una strana coppia molto disassortita. L’altra volta sembrava perfettamente a suo agio su due tacchi alti una spanna. Io cercavo di star giù dal marciapiede.
Una delle ultime occasioni, è passato fin troppo tempo per i miei gusti, non era tranquilla, Bambola. Non lo poteva essere. Aveva pensieri e timori che le velavano luce negli occhi. Non lo diceva, naturalmente, ma lo si poteva notare anche da come stringeva le mani quasi volesse stritolare, a suo modo, il mondo in un pugno. Questo era visibile solo ad un tipo attento e che la conosce come me. Come sempre di qualcosa mi ha parlato e qualcosa ha taciuto. Sono i suoi silenzi quelli che io temo. E’ quel suo pensare, forse comune ad altri, che io possa sentire anche quei silenzi. Per non deluderla, per non mostrarmi troppo invasivo, spesso fingo che sia vero, di poterli ascoltare e capire. Temo di aver detto fin troppe volte delle enormi baggianerie fingendo ciò. Insomma uscivano dallo studio di un amico cercando di uscire da una situazione che la infastidiva. Le cose degli umani hanno poca confidenza con Lei e quando se la prendono è più probabile che creino quella sorta di fastidio. Nel caso potrei dire di averla vista delusa e proprio arrabbiata, anzi incazzata. Come non l’avevo mai vista. Solitamente i suoi occhi accarezzano il mondo con un gesto lieve e mite che sembra poterlo comprendere, assolvere e armonizzare. Insomma quel giorno l’ho accompagnata a ritirare un abito.

La cosa potrebbe anche sembrare banale; del resto preferisco non parlare. Le tenevo una mano leggera sulla spalla perché non potesse scappare. L’abito era bianco e forse è stato allora che ho compreso la sua natura di angelo. O forse l’ho sempre saputo. Anche in questo caso m’è bastato guardarla. Pareva che niente la potesse sporcare nonostante quel bianco. Con le donne, quasi tutte, almeno quelle che son solo donne, perché, se gli angeli sono donne, non si deve pensare che tutte le donne siano angeli, questo funziona. Andare, come dico io, a spesare, a far compere, aiuta a scordare le contrarietà. Lei era meravigliosa in quel leggero bianco. Le tenevo la mano sulla spalla e ancora non potevo sapere che Lei, come tutti gli angeli, potesse d’improvviso volare via. O forse era già una inconsapevole forma di precauzione. Qualcuno mi ha chiesto: “ma tu ci capisci qualcosa“? Mi sono risposto che capire non servirebbe a molto. Il fatto è che ho la testa sempre troppo piena di umanissimi come? e perché? che mi balbettano il cervello. Se qualcuno avesse l’occasione di vederLa (non vi preoccupate che in questo caso La riconoscereste subito) vi prego di darmene notizie perché ne ho perso le tracce¹.


1] Tanto per ricordare di Bambola ne avevo parlato la prima volta con A casa di Bambola, poi ne avevo semplicemente accennato in Il blob dei blog, non un vero e proprio racconto ma confusa tra le varie&eventuali, infine ero tornato a parlarne in La cena di Bambola che per vezzo mi vien da chiamare “L’ultima cena”. Comunque, io che sono ottimista, ho continuato a lasciare aperta quella finestra.

Naturalmente l’ultima cena è l’ultima prima di quella successiva. Tutto il narrato, continuo a ripeterlo, altro non è che prosa e piacere. A chi mi aveva detto la volta precedente che gli era piaciuta la sua storia, quella di Bambola, auguro che anche questa sia stata una lettura divertente.

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Era orgoglioso di sé. Era vero che aveva fatto i suoi soliti malanni (e anche di più), ma la maionese era riuscita bene. Lei gli aveva detto: “A me impazzisce sempre”. Avrebbe potuto benissimo farne dell’altra e dell’altra ancora, in quel momento magico gli sarebbe riuscita. Poi, mentre l’aspettava, aveva cercato di cancellare tutte le tracce del disastro, che aveva combinato, sulla tavola e sul piano di cottura. In realtà avrebbero dovuto fare tutto assieme ma, essendo apprensivo, aveva voluto prendersi avanti in almeno per un paio di cose. E poi era, la maionese, una questione di puntiglio; una sfida con sé stesso.
Lui tiene sempre un libro sul comodino perché è facile scappare e rifugiarsi tra le pagine di una buona lettura. Aiuta. Consola. Non riusciva a non preoccuparsi affinché tutto, alla fine, andasse bene. Era fatto così. Ugn’uno è fatto in un certo modo che dice essere suo. Un modo che non riesce a cambiare e lui, com’è stato ammesso, era un tipo ansioso. Eppure sapeva che con Lei nulla avrebbe potuto andare storto. E Lei era arrivata come sempre, puntuale, come prigioniera nella favola. Lo aveva trovato ancora con lo straccio in mano. Oggi non giurerebbe più di averla sentita suonare e poi presentarsi alla porta. Oggi sarebbe più propenso a ricordare di averla sentita entrare direttamente volando dalla finestra con una folata leggera di vento. E si era messa subito al lavoro. Non era facile non distrarsi. Lei si muoveva come una ballerina sul tavolato del suo palco. Galleggiava leggera sulla stanza. Senza peso, cicalava. Forse è facile per una come Lei. E le verdure per i gamberetti alla catalana uscivano dal suo coltello rapido e sicuro, sul tagliere, e ogni pezzettino era uguale e tutti gli altri come con il marchio di fabbrica. Non aveva parole per descriverLe la sua meraviglia, ma cercò di dirla lo stesso. E Lei aveva quel riso silenzioso e allegro.
E forse, nel ricordo, quelle verdure, tagliate magistralmente alla Julienne o alla concassè (come aveva precisato Lei che ne sapeva sempre una più del più informato tra i diavoli), non servivano nemmeno per dei gamberetti alla catalana. Comunque continuerebbe a ripetersi stupito quella sua perplessità sul come potesse poi cucinare per quattro, ma anche (alla necessità) per sei e di più, e non sporcarsi nemmeno lo smalto di un unghia. Probabilmente non avrà mai una risposta. Chi lo conosce bene dice che la sta ancora cercando. Neanche uscita da uno dei suoi libri sarebbe venuta meglio. Lei era lì, come un personaggio disegnato perfettamente a quel modo, senza nessuna possibilità di mentire al proprio autore. Non gli restava che cercare di fissare l’attenzione su quello che doveva fare mentre La vedeva volteggiare continuando anche a parlare di parole leggere come piume. Alla fine tutto fu pronto perfettamente in tempo. A dire il vero presero anche un aperitivo in attesa dell’arrivo degli amici, cioè ebbero il tempo anche per quello. Le angosce del padrone di casa si erano però già dissolte molto prima.
La cena fu accompagnata da spumante e da quel parlare che rende leggeri i momenti magici. Poi, quando a fine serata, gli ospiti se ne furono andati, si era trovato a riordinare e a riporre le cose approssimativamente al loro posto, anche per non farla troppo aspettare, prima di accingersi a lavare i piatti. Allora aveva, fingendo noncuranza, senza pensarci troppo, cercato di chiuderla nel cassetto dove teneva le tovaglie. Non era certo un’idea molto originale ma pensava alla splendida serata e, perché no, anche al suo futuro, ma questo lo negherà sempre fermamente; solo che non fu abbastanza rapido. Aveva girato le spalle solo per una frazione di secondo e Lei era già tornata a volarsene via da quella stessa finestra.
Non è obbligatorio che i libri insegnino eppure doveva saperlo che i personaggi delle favole sono come le bolle di sapone, basta sfiorarle e Plof! svaniscono. Ma, per quanto adulti, resta sempre in noi un pezzettino del bambino che siamo stati. Anche per lui è così. Le favole sono belle anche per questo, perché ogni volta che si rileggono possono ridonare quel sorriso sereno che, almeno per un attimo, cancella tutto il resto e riporta a quand’eri felice.

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E’ un caldo bestia, come in tutte le mie storie[1]. E’ al tavolo d’angolo. Lo prendo per la collottola ma si alza da solo. La testa è piccola ma tutto il resto è enorme. Lo scuoto ma non tintinna nemmeno il ghiaccio nello scotch. Di cognome probabilmente fa Empire State Building, ma non sono in vena di ironia arguta. Sta sudando anche la sigaretta che mi pende in bocca e lui mi guarda come vedesse una pulce e con lo stesso entusiasmo. A volte è duro fare il duro e avere il fumo che ti va negli occhi. Gli chiedo per la bambola. “Non spendo quattrocento bigliettoni per la tua bella faccia; per quel bottino ci gioco da me.” – non è stupido come sembra. Qualcosa mi dice che qualcosa mi sfugge. Anche Rex, il barista, con quel nome del cazzo (come si fa a chiamare un barman col nome di un cane?), se ne sta abbottonato, ma si informa della serata con quella faccia da faina: “Certo era una gran tocco di cristiana“. Sorride senza due denti e con un pieno di malizia misto invidia scaltrezza. Gli torco il farfallino ma glielo lascio subito. Non mi è sembrato garbato che si riferisse ai polmoni della buonanima con quel gesto. Spero sia andata bene; gli dico “Niente male.” fingendo di saperla lunga almeno quanto le gambe della ex finta bionda. Deve essere stato pazzescamente bello. Se c’hanno fatto un film per incastrarmi; devo ricordarmi di farmene dare un paio di copie. Quello che è certo è che non volevano spillarmi soldi. Ci passerei tranquillamente sopra al fatto che non era bionda naturale, non fosse per quel piccolo particolare del terzo occhio, e per quello che non me l’hanno lasciata tenere. Mi resterebbe ancora in tasca quanto basta per un’altra bottiglia più un paio di cicchetti e per non lasciare a secco nemmeno la carretta. Solo al mattino mi trovo a chiedermi come faceva a sapere, la montagna con la testa da topo, che quella ne chiedeva quattrocento per farsi spupazzare.


[1] Vedi: I guai cercano guai (un’altra storia Hard Boiled)

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E lì si è scatenata la mia fantasia.
Nella realtà delle cose – è sempre meglio mangiare in compagnia. Io non sopporto questo mio stato solitario. Questi ultimi mesi. M’infastidisce persino il silenzio. Mi annoia cucinare per me. Fare e disfare la tavola. Arrabbiarmi con la televisione che ormai non ne dice più una di buona. E poi i piatti sporchi che poltriscono nel lavello. Parlare di queste miserie.
E’ stata quasi una salvezza: “Perché non vieni a cena da noi; stasera“?

La principessa del pisello viene ad aprire. Lo fa vestita da casa. Non l’avevo mai vista in abiti così… privati. Con una tutina che la fa ancora più… ragazzina. Con i cagnetti che corrono tra minute oasi d’erba e margherite, piccola non è piccola, è qualcosa di più. Ci sta tutta in uno sguardo. Per saperlo lo sapevo ma non mi ero mai trovato a misurarla, e poi tra le sue cose. Con due genitori dimensionati allo scopo, piccoli, cortesi vecchietti. Lei, graziosa, carina, tutta vezzi, presa nella parte di principessa del pisello. Pare Trilli, ma della Trilli, del bambino che non vuol crescere – ancora un problema di dimensioni – non ha i campanelli. Anzi no! li ha in gola. In quella sua vocina piena di trilli cioè di grilli insomma di cristallo. Sbatte gli occhioni. Perché invece ha due occhi che sembrano non stancarti mai. Due oblò. Porta lenti a contatto. Forse gliele fanno su misura, come letti a due piazze. Due occhi che se avessero sfacciataggine, o solo coraggio, potrebbero intimidire il mondo.
Mi fa entrare. Si soffia in un fazzoletto nel quale rischia di inciamparsi per farmi strada. Ride di quel gesto distratto. Ride di quel suo riso che è come cristallo grattugiato in un acciaio delicato. Mi aspetto una cucina piccola e tutto delle loro dimensioni, ma le favole restano nei libri delle favole. Gli spazi sembrano enormi e loro perdersi anche se non è che un mini. La tavola è tavola e le sedie… uguale; per questo salirci rappresenta un’impresa. Anche i piatti hanno dimensioni di piatti e le posate sono posate. E’ perciò che il brodo lo servono, per poi succhiarlo, con i cucchiaini da caffè. Mi aspettavo una cucina vegetariana. Una cucina a base di miglio. Sono costretti a masticare anche la tempestina. La piccola donna bonsai rischia di soffocare. Pronunciare il suo nome mi costerebbe caro, violerei il suo privato e poi… ha una lingua più svelta del vento che sbatte alle finestre. La chiamerò Favole. E come le favole ha il suo che di magico. Ho il gesto istintivo di batterle le spalla, ma lo trattengo.
Chiedo permesso e faccio per andare al bagno e ci incontro Henry Miller. Gli chiedo: “che ci fai tu qui?”, veramente lo chiedo con modo meno garbato – più sorpreso che sia lui, mi sarei aspettato più, che so… Diogene, forse, che del luogo. Poi realizzo che ci siamo andati alla stessa maniera. Negli occhi ci è facile capirlo e riusciamo a non scoppiare a ridere. No! la tazza è grande come una tazza. A pensarci bene è qualcosa più che carina. Non c’è nulla in lei che non chiarisca le ragioni della bellezza. Lui ne conviene. Non so decidermi se ne è convinto. E’ solo che… a guardarla tutta ci si mette un attimo, ma sembra sempre di vederla da lontano. Dà una strana sensazione di disagio. Come sarà prenderla tra le braccia? Immaginarla… Beh! non ci provo nemmeno. Non sarebbe corretto. Non sarebbe gentile. Delicata com’è anche un sorriso potrebbe recarle danno. Come in quella vecchia canzone. Potrebbe infrangersi in mille frantumi anche davanti ad uno sbadiglio. E’ che lei, precisa com’è, nelle sue piccole dimensioni, testardamente, ha inseguito la perfezione. Le proporzioni sono precise; di una precisione persino esagerata. Non ha un etto in più nemmeno dove all’uomo non dispiacerebbe vederlo. Ha mani che ricamano ragnatele. Mani che si sbriciolerebbero a provare a stringerle. A tenerle in mano, a sfiorarle con un baciamano.
Vorrei mangiare il dessert tenendola sulle ginocchia. Come si può tenere un pargolo. E lo so che non la terrei così. Di tanto in tanto mi ricordo del mio genere. E lei è pur sempre una donna, e graziosa, e bella. In tutto di lei c’è un qualcosa che mi affascina. Mi limito a pulirmi le labbra con educazione, e con educazione capire che s’è fatto tempo di andare. Torno nel mondo normale e tutto mi sembra enorme. Mi sento rimpicciolito. Anzi prendo una decisa decisione che è quella di rimpicciolire, veramente, a mia volta. Infondo l’altezza, e le dimensioni, non sono tutto. Non mi ci vuole molto a convincermi. Sulle dimensioni l’ho sempre sperato.
Poi mi accorgo, e sono quasi arrivato a casa, che con lei le regole non vanno. Lei è lei. Lei è Favola. Lei è una cosa speciale. A parte. Su lei non valgono le ragioni degli altri. Non la puoi misurare come si misurano le altre cose e il tempo. Infatti non sapresti darle un’età. Ha sempre quell’età, la sua, con quel suo grazioso visetto, l’età immobile che hanno le bambole. Santa polenta, devo essermi impazzito perché nel frattempo mi sono lasciato invecchiare.

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