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Posts Tagged ‘banalità’

tazzina di caffèSenza una precisa ragione si trovò a pensare a quel ragazzo di ieri. O forse per quella lettura. O forse era solo per la crudele interferenza nella sua vita di quella miope burocrazia ricattatoria? Quella lettera gli recava confusione, come un turbinio in testa. Ci sono cosa da cui non ci si può difendere. Una era il nulla di quella spietata stupidità. Incomprensibile. Strano. Non c’era una ragione precisa. Forse semplicemente perché fuori si faceva sera. Pensò al Castello. Troppo peso nella sua coscienza. Nella sua misera cultura. Quel ricordo. Un Castello di carte. Cosa era rimasto? Di quel ragazzo, si intende. Cosa era cambiato. Lo trovava puerile. Puerile e anche un poco stupido. E lui lo conosceva bene quel ragazzo; per averne vestito i panni. E forse perché li vestiva ancora. Piccoli entusiasmi istantaneamente sbiaditi. Sogni, sempre di piccole dimensioni, e dosi. Ideali. Forse come tanti ragazzi. A vent’anni si è costretti ad avere vent’anni. E anche oltre. E lui era così; sì! lo sapeva bene. Era stato solo un ragazzo. Qualunque. Stupido e forse anche un poco vigliacco. Un ragazzo dal quale, per uno strano destino, per una assurda alchimia, perché veniva in un quartiere che era il centro del mondo e alla stesso tempo la sua stessa periferia? Un ragazzo dal quale tutti si aspettavano qualcosa. Ma cosa? Persino i suoi ricordi soffrivano di una leggera forma di balbuzie. Un ragazzo un po’ taciturno. Con la testa vuota e confusa. Un ragazzo che pensava a un futuro. Da cui tutti, come detto, parevano aspettarsi qualcosa. Un ragazzo che con pervicace testardaggine riusciva a deludere tutti; pienamente. A deludere ogni aspettativa. In una sorta di inseguimento all’annullamento. Un ragazzo che non era mai riuscito ad amare nemmeno se stesso. Con la paura di amare. E il suo doppio. E il suo contrario. E ora una tazza dove il caffè si era freddato.
Pronunciava con un certo pudore, e un po’ di vergona, quel pronome: io. Troppo rumoroso. Roboante. Fin troppo frequentato di questi tempi. Avrebbe semplicemente voluto non essere. Si accoccolò sulla poltrona e riprese a leggere; Ritorno a Haifa. Forse non era rilevante. L’Italia non stava cambiando. Semplicemente si aggravava quella sua malattia. E si sentiva come parte di quella metastasi. Dopo non si può far tesoro di quello che non si è fatto. Non si può menar vanto dei propri insuccessi. Degli appuntamenti mancati. Dei fallimenti. Di quell’estraniarsi. Cosa importa quello che si sarebbe potuto essere? Quando la vita è scappata… come sabbia tra le dita. E gli era scappata. Dissolta. Aveva solo fragili ricordi. Una catasta di non fatto. E non era certo nemmeno di quelli. Che fossero. Alla fine che cosa aveva realizzato? Si era limitato a registrare le nascite e le morti degli altri. Semplicemente un contabile scrivano all’anagrafe. E a pensarci bene tra quelle due date non c’era nessun segno di vita. Nei suoi libri. Nel programma informatico dell’ufficio. Solo nato e una data. Morto e una data. Forse questo e solo questo era il sintomo del suo fallimento. A ripetere nomi di sconosciuti e a elencarli. E quando trovava qualche nome che aveva incontrato non riusciva nemmeno più a sentire una qualche partecipazione. Sì! Luisa aveva avuto un bambino. E allora? Era importante quando il fatto che lui stava festeggiando da solo il suo cinquantesimo compleanno. O forse era il cinquantunesimo. Di un fallimento non con gli altri ma con sé. Di una vita sperperata tra un campari e il tifo per una squadra che inseguiva testardamente –anch’essa– l’insuccesso. Rimandando gli appuntamenti. Solo che ora sentiva che era ormai troppo tardi. Tardi persino per i rimpianti. Mica si può tornare indietro. La vita continuava a restare fuori. Dietro le tende che sarebbero state da lavare.
Si risvegliò con ancora il libro sulle ginocchia, in un equilibrio precario, e gli occhiali sulla punta del naso. Si risvegliò e nulla era cambiato. Solo alcune parole pendevano ancora sospese al soffitto con fili invisibili. Tra quelle c’era il suo nome. Si risvegliò uguale a quando s’era assopito. E con il ricordo di un sogno: quel telefonino nuovo era uno strano attrezzo nella sua mano. Un mezzo che non riusciva a usare. E lui aveva bisogno di comunicare. Si risvegliò con il sintomo di un grido in gola taciuto eppure impellente, con quel senso di angoscia nel petto. Guardandosi intorno come un estraneo, a tutto. Cercando di capire. Di raccapezzarsi. Dove non c’era più nulla da capire. Nell’impossibilità di sentire una voce. I piatti nel lavello. Un silenzio che faceva male. Una leggera tachicardia. La bocca secca. Il naso chiuso. La sua voce afona risuonava per le stanze vuote con un pronunciato eco. Pareva che tutto il mondo lo avesse lasciato. Come lo aveva lasciato lei. Nello stesso identico modo. Semplicemente girandogli le spalle, delusa. Prendendo la porta. E non aveva nessun diritto di protestare. Semplicemente si era negato qualsiasi diritto. Guardò l’ora e accese la televisione: era in ritardo anche per quell’appuntamento. Si ricordò di non avere appetito.

Pastty Pravo in una diversa versione con diverso testo (forse migliore) della stessa canzone:

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Giardini. Lei sta allattando. Due tette che non sembrano sue. E il piccolo attaccato che succhia. Capelli lisci. Biondi. La gonna fin troppo corta. Due gambe lunghe. Gambe tornite. Ginocchia con una loro personalità. Intanto il bimbo poppa a tutto spiano.
Bello”.
E’ una bambina”.
Mi scusi. Sa? A questa età”.
Scherza. Non si preoccupi. Succede a tanti”.
Tanti”?
Quasi a tutti”.
Mangia molto”?
Dipende”.
Da cosa”?
Ci sono giorni che non ho proprio appetito”.
”.
”.
E’ sua”?
L’ho trovata qui”.
Scherza? Ma è bellissima”.
Solitamente è una domanda stupida, ma in questo caso… Cosa vuole sapere? Mi chieda pure”.
”.
Bella giornata”…
Come si chiama”?
Tiziana”.
E lei”?
E’ di un’amica”.
Dovete essere molto amiche”.
Per nulla. Ci conosciamo appena. E’ solo ch’è di turno alla casse al supermercato. Sa? non ha la mamma. No! non pensi… solo che la mamma non gliela può tenere. E’ appena arrivata. Al quarto piano. Io sto al secondo. Vengo qui anche per studiare. Non ci siamo mai visti? Lei non viene spesso ai giardini? Io riesco a leggere tranquilla. A isolarmi. Non so come mi sia presa questa curiosità. Noi donne abbiamo questo senso della maternità”.
Lavora molto”?
Sono studentessa”.
E’ una cosa che noi uomini non possiamo sapere”.
Vorrà dire capire”.
Mi riferivo alla bimba”.
Da uno strano solletico, un particolare piacere, sentirla suggere. Credo si dica anche così. Insomma ciucciare”.
Certo che dev’essere bello”.
Non dovrebbe chiederlo a me. Non posso parlare per gli altri. Credo di sì”.
Dicevo con la bambina”.
Dicevo anch’io. Bisognerebbe chiederlo alla mamma. Non sono di quelle”.
E per la mamma”?
Direi di sì. Certo non posso esser certa. Cioè… E’ che non sono mai stata mamma. Però penso che qualcosa… Potrei anche dirle… spero mi capisca. Mica posso qui, ai giardini. Mi spiace. Per lei. Giusto prima… dicevo a uno… ma quello mi ha infastidita. Non mi levava gli occhi da dosso. Oh! Mi scusi. Non volevo. Lei si vede ch’è una persona educata. Con lei non mi da disturbo. Starei a parlare per ore. Solo che mica possiamo. Qui ai giardini. La gente è così. Pronta a giudicare. Mi capisce? E poi, prima di lei me ne stavo tranquilla. Non mi aspettavo tante domande. Lei è proprio un tipo curioso. E interessante”.
E lei è stata fin troppo cortese”.
“Non costa nulla. La cortesia è gratuita. La goda fin che può. Certo non vorrei dar fastidio a qualcuno”.
E’ solo… che ha mosso la mia curiosità”.
E per cosa”?
Solitamente non sono un tipo curioso. In fondo è la bellezza della vita”.
”.
Dicevo… un bambino, cioè… la bambina”.
Credo che dovrò dargli il biberon. Succhia ma non succhia niente. Povero piccolo. Un po’ mi spiace. Devo ricordarmi anche di lui. Mi ha fatto distrarre. Perdere la testa. Ho dei doveri. Ad essere onesta il fatto è che è bello. Sentirselo attaccato. Da un senso strano. Non vorrei dire ma è eccitante. Non proprio eccitante, non fraintenda, ma eccitante. In qualche modo… mi stuzzica. Non saprei come spiegare. Spero lei mi capisca”.
Più o meno”.
”.
”.
Ha visto abbastanza”?
Come”?
Risposta sbagliata. Scusi, è uno scherzo. Ora posso smettere di… allattare”?
Purtroppo… devo essere onesto. Faccia pure”.
Grazie, cominciavo a averne ansia, cioè abbastanza. Ad esserne stancata. Non è come se… insomma ciuccia a vuoto lei, e in fondo anch’io. E’ come regalare le tette gratis. Non so se mi spiego? Come… come aspettare l’autobus in un giorno di sciopero. Non so come mi vengono queste idee. E poi perché le dico proprio a lei”.
”.
Si fa tardi. Che ora saranno”?
Posso accompagnarla”?
Passiamo dalla mamma. Mi starà già aspettando. Ho insistito molto perché me la presti. Penso non serva più. Se vuole. Non è molto lontano. Le va? Poi sono libera. Proprio libera”.

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tazzina di caffèEgregio signor autore. Con questa mia la prego umilmente di limitarsi e tenere a freno le sue fantasie stilistiche attenendosi il più scrupolosamente possibile ad una costruzione corretta delle frasi (soggetto, predicato verbale, complemento oggetto, eventuali altri complementi), il che renderebbe di più semplice lettura i periodi e l’intero testo, ma soprattutto di essere più aderente ai fatti. Io non so se spedirò mai questa mia. Fatti, appunto: quel mattino era un freddo particolare e stava finendo la legna. Io me ne stavo sotto le coperte impigrita in quel tepore e con nessuna voglia di alzarmi per accendere la stufa. Anche, perché no, salvaguardando la sua semplice banalità. La giornata fuori metteva malinconia. Sono andata al bagno perché non ne potevo fare a meno e il freddo mi era entrato dentro. Così, tornando, sono scivolata sotto le coperte semplicemente alla ricerca di quel calore. (Le cose vanno perché debbono andare). Era come uno scherzo anche nei reciproci sorrisi. Erano solo coccole, innocenti coccole, ma si fa presto a scaldarsi in due e anche il pigiama faceva caldo. Il mio pigiama di pile con gli orsetti. Senza pensarci l’ho tolto e sono tornata a rifugiarmi in quel tenero abbraccio. Il pudore mi vieta di andare oltre come farebbe certamente il suo amore per il pettegolezzo ma non c’era nessuna malizia; almeno nelle mie intenzioni. Il male, semmai, viene dopo. Forse fu il suo troppo entusiasmo a svegliare Gianferdinando. Ora come ora non saprei proprio cosa dire. Se non si fosse destato non sarebbe successo niente e invece, ormai, è successo. Ora che hanno portato la legna mi sento più sicura e non succede tutti i giorni di svegliarsi in un mattino in cui fa un freddo così particolare. Dico solo che non è una buona ragione per andarsene e che non è nemmeno una scusa sufficiente per portarmi il caffè a letto.

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Ma chi l’ha vinto questo benedetto Festival? Mi sono distratto, lo ammetto. Poi mi sono precipitosamente risvegliato sulla spinta del post di Ross, del mio commento e della sua replica, di cui il qui titolo fa il verso ricordando un antico trionfo di Nada; ma questo è un vezzo che non diverte nemmeno me. Chiedo comunque venia in quanto un buon blogger non dovrebbe mai lasciarsi sfuggire le notizie importanti della cronaca ricordando che nel tempo è quella, la cronaca, che si fa storia; ma tranquilli, non ho la presunzione di sentirmi un buon blogger.
Anche se mi sembra che tale citato post faccia un po’ il verso involontario a quelli di un’amica comune, in verità “Ross la bella” non civetta, ma questo c’entra come chi a merenda si fa i cavoli degli altri. In verità l’aria un poco snob Ross la presenta, anche se quando si fa conoscere ti accorgi che ne ha quasi solo l’aria. Comunque non è facile preda alle frivolezze, ma io avevo solo una domanda facile facile che mi portavo dietro da giorni e che non ha ancora trovato risposta.
Pare quasi accertato, secondo i dati auditel (che mi dà da pensare sia un istituto di rilevazione per non-vedenti), che un italiano sì e uno no abbia guardato il festival (anche se la seconda metà sembra stranamente molto più numerosa dell’altra). Io che sono un tipo convulsivo stavo zappingando follemente quando mi sono imbattuto in un frammento di balletto del Moulin Rouge. Poi ho visto goffamente intervenire e cercare di “volteggiare” la nostra Antonellina nazionale (o nazionalpopolare che dir si voglia) vestita come usa a guisa di un abatjour rococò ed ero già altrove ovvero su altro canale. Solo quel suo zampettare mi aveva fatto sospettare di essere piombato involontariamente nel mezzo della festa. Giuro sulle disgrazie del mio peggior nemico che non ho sentito una nota delle canzoni. Ho assistito solo a quei pochi secondi in verità fatti e allietati di chiappe di indubbio fascino estetico anche se esibite con parsimonia.
La domanda sortami era semplicemente se mi dovevo considerare tra i telespettatori che hanno visto il festival o tra quelli che l’hanno ignorato, tra gli snob o gli agnostici, come dice lei: tra i guardoni o gli afficionadi, insomma tuttora non so se sono un sì o un no. Cercherò di rassegnarmi a tale mia ignoranza, ma nel frattempo voglio spiegare alla “amica bella” qualcosa su chi ne è uscito vincitore e chi sconfitto. Pur se quasi solo per sentito dire, intanto che pare che nel paese stia tornando la monarchia (ma allegra e festaiola e soprattutto adeguata ai dettami della promozione del dettaglio). Sul ritorno del regime da tempo ci sono più che semplici sospetti.
Mentre tutto ciò che di sacro c’era nel Festival Nazionale, che anno dopo anno ha accompagnato la vita dello Stato per sessanta lunghi anni, crollava, in un’immagine che mostrava lo sfacelo di un Italia alla deriva e presa da convulsioni caotizzanti tanto da ridurlo quasi a farsa o a sagra, lei bellamente ne usciva intatta, da vera regina. E’ lei, senza emettere una sola nota, l’unica vera vincitrice della Kermesse di quest’anno. Mi sarei angustiato a chiedermi in che modo aveva affascinato e conquistato il palco dell’Ariston, ma subitamente sono stato illuminato dall’informazione ed edotto sui meriti della adorata Antonellina Clerici.
E’ un certo Eddy Martens in persona a svelarlo e se ne prende perciò parte del merito. Lei ha vinto perché lo fa, cioè lo fanno (dobbiamo supporre che lo facciano entrambi e assieme) ogni notte che dio comanda. Sì! avete capito bene. Proprio ogni notte senza sgarrare (influenzando qualsiasi media nazionale a riguardo), con qualsiasi tempo e alla faccia di qualsiasi altro impegno. Cavillizzando, per una questione prettamente fisica, dovremmo dargli più di una parte di tale merito e riconoscergli anche una certa costanza e tenacia e una disponibilità al sacrificio.
La generosa (a questo punto in tutti i sensi) Antonellina aveva già reso pubblica testimonianza sulle sue preferenze in fatto… cioè aveva rivelato, via etere all’Italia intera, anche se non a reti unificate, che lei va pazza per il sesso. In diretta non ha naturalmente utilizzato la parola proibita, (sesso) se n’è guardata bene. Invece papale papale, con la consueta incontrollata e simpatica spontaneità, ha utilizzato quella definizione di pari lettere che in modo ritenuto dai soliti noti un poco volgare indica l’organo maschile; proprio quella parolina. Insomma… se non avete capito siete proprio irrecuperabili.
Sullo schermo il tema non ha mai trovato molta diffusione pur tuttavia l’annuncio non mi era sembrato nemmeno una dichiarazione vitale per la nazione, solo non molto elegante, e mi era sorto il sospetto che non fosse nemmeno molto originale. Forse nemmeno una vera e propria dichiarazione di intenti. Pare infatti che altri amino simili distrazioni, anche se magari non con tale frequenza, ma al momento non sapevo ancora che avrebbe vinto il sessantesimo Festival, e proprio per ciò. Forse è di questo che sono fatti i miti di questa epoca contemporanea, anche di quella ribellione che smaschera l’ipocrisia dell’antico tacere che imbavagliava nel pudore. Non avevo avuto la sensibilità di accorgermi di trovarmi davanti ad una vera rivoluzione (anche se solo dei costumi).
La buona (e bella) Ross a questo punto ha cercato disperatamente di salvare la mia reputazione come se tutto il popolo potesse permetterselo ogni sera, anche quando danno la partita in chiaro. E’ tra la penuria e l’abbondanza che le società si sono sempre, da che storia è storia, divise in classi, per cui posso lasciarmi ad una confessione personale che è anche una dichiarazione di costume e una inutile amenità. Sono vissuto anch’io in questo paese per tutti questi anni. Ho ricevuto molte e svariate confidenze su grandi ed eccezionali prestazioni da molti amici e conoscenti di sesso maschile. Ho ascoltato non poche confidenze su grandi e cocenti e reiterate delusioni dall’altra metà del cielo, da appartenenti all’altro genere, insomma da molte amiche e conoscenti di sesso femminile. Certo non solo quelle, ci mancherebbe. Lasci stare la cara (e bella) Ross: Non è più tempo di eroi.

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Non c’è certo da farsi meraviglia se mi sono svegliato leggermente di cattivo umore. Quando mi sono coricato, lo ricordo bene, era dopo l’ultimo telegiornale, ed era solo sabato e mi ritrovo, in questo stupido mattino grigio, ch’è già lunedì. E non mi sento certo come se avessi dormito più che a sufficienza; invero mi bruciano gli occhi e ho in bocca quel leggero amarognolo gusto delle troppe sigarette e del sonno arretrato. La notte, se è stata notte, non è stata certamente tranquilla ma non ricordo di cosa ho sognato; c’era un che di passato e qualcosa di non attribuibile a niente di una stretta realtà; questo lo ricordo, o più che un ricordo è una sorta di percezione cava. Per il resto niente, solo il gusto troppo forte del dentifricio e le luci dello specchio abbaglianti. Non mi sorprende che radendomi coli lungo la guancia un sottilissimo rivolo di sangue annacquato che cerco inutilmente di tamponare. Le mattine così sono destinate a regalarti violentemente la domanda se non è meglio tornare sotto le coperte, ma si sta già facendo tardi. E la domenica? Questo è il vero interrogativo che mi resta e che mi perseguiterà senza trovare risposta. E non è la prima volta. Credo ormai che duri da mesi. Forse tre, forse addirittura quattro; non saprei essere più preciso. Non me lo chiedo da ora, questo è certo. Ci ho fatto caso fin da subito, ma è nel tempo che il fastidio cresce. All’inizio pensavo di potermi sbagliare. Poi ne ho parlato anche con Ornella. Abbiamo sperato insieme in una serie di circostanze temporanee e imprevedibili. Non pretendo di trovare sempre tutte le spiegazioni. Poi la cosa è continuata. Il fastidio s’è fatto sempre più ingombrante. E poi, nel proseguo, le cose si sono ulteriormente complicate. Mi sveglio e lei non c’è. La chiamo, cerco in tutta la casa, niente; solo silenzio. So che è pazzesco ma ho elaborato una mia teoria solo perché non ho trovato altre spiegazioni meno sgangherate, e me ne sono fatto una ragione. Mica di buon grado anche se ho pensato che alla fine quello non era nemmeno il peggio. Insomma il giorno in cui mi sono reso conto della sua scomparsa sono giunto alla conclusione che lei stava godendosi il suo giorno di festa. Non l’ho più rivista ma questo è meno sorprendente, ogni settimana mi manca un giorno, sempre quello. Ormai, secondo i miei conti, le nostre vite dovrebbero essere sfalsate di nove giornate. Per lei è circa il ventuno mentre per me è già finito il mese. A conferma di ciò, per quanto pazzesco possa apparire, è che sento la sua presenza in casa. I suoi profumi. Quello che lei si mette addosso in modo anche troppo abbondante, da chi debba farsi annusare non so, e quelli del cibo, che è solita cucinare, pregno di spezie. Non sono mai stato troppo geloso, di lei; ci mancherebbe altro. Per cosa, per rovinarmi la vita? Se una donna vuole tanto te li fa. Credo che in questo momento si stia facendo il caffè. Mi chiedo perché a quest’ora quando potrebbe starsene un altro po’ a letto visto che non lo deve fare per me. Ma perché porsi troppe domande? E poi regna nelle cose il suo ordine maniacale anche se si manifesta con ritardo. Ad esempio ieri sera, cioè sabato, avevo lasciato i calzini per terra e gli indumenti che mi sono tolto sulla sedia. Non mi serve nemmeno ricordarlo perché lascio sempre le cose così quando mi spoglio per mettermi a letto che non avevo nemmeno voglia di fare la doccia. Al loro posto c’è il vuoto del suo silenzioso passaggio, e mi sono persino potuto risparmiare i suoi rimproveri per la mia pigrizia. In certi momenti mi sembra persino di sentire un leggero frusciare della sua voce. Non so la ragione ma all’improvviso mi torna alla mente il suo ricorrente rimbrotto sulla mia presunta mancanza di orgoglio. Sono rimasto quello che ero quando ci siamo conosciuti, ma non tutto è colpa mia. E poi corrono tutti e io non ho mai trovato una vera ragione per farlo. Chissà come avrà presa la mia mancanza; tutta e basta. Questa mia scomparsa. Cosa ci avrà trovato da rimproverarmi? Che risposte si sarà data. E poi posso fumarmi una cicca in santa pace in casa senza obbiezioni che mi pare persino più buona. Ma in fondo non è stata una cattiva compagna. Ho lentamente imparato a non ascoltarla troppo e le cose sono più che impercettibilmente migliorate. So di uomini che sono stati meno fortunati. Nella vita ci si deve accontentare e io credo di averlo fatto. O come diceva sempre lei “anche troppo”. Suona strano parlarne al passato, come se parlassi di una persona che non c’è più. Quando ho esposto la mia teoria a Ulisse mi ha guardato come un pazzo. Eppure lui sta vivendo una situazione del tutto analoga alla mia. Ma lui si accontenta di viverla senza chiedersi nulla. Certo gli è appena più semplice, non ha notato l’assenza di Daniela. Gran bella donna Daniela, ma lei se n’è andata ormai da due anni. Da quando l’ha scoperta. Eppure lui non ha mai fatto veramente l’abitudine alla sua assenza. La casa è in condizioni pietose, aspetta ancora il suo ritorno, povero illuso. Quando l’ha trovata a letto con Gigi, certo che farsi scoprire così, a letto, e in casa propria, non è il massimo della delicatezza e del buon gusto. Mica poteva immaginarlo lei che lui sospettasse e che proprio quella mattina si inventasse la puerile scusa della digestione. Quando l’ha trovata a letto con l’altro ha fatto una scenata vergognosa. Dopo l’avrebbe anche perdonata ma era ormai troppo tardi, si parlano solo attraverso gli avvocati come al solito. E forse avrebbe sbagliato perché lei poteva dirsi pentita quanto voleva e anche persino giurarglielo ma è certo che ci sarebbe ricaduta. Quando una ce l’ha ha il vizio e lei ce l’aveva e come. Comunque come si dice: becco e bastonato; gli deve passare anche gli alimenti e dice sempre “alla zoccola”. E anche non Gigi non si parlano più. E pensare che poteva trovarci me. Non che sarebbe stato chissà quale dramma, non è poi chissà quale tesoro avere la sua amicizia che è sempre difficile conservarla con quel suo carattere, ma mi sarei trovato in imbarazzo. Certo che in quei casi l’amicizia non conta proprio. E poi magari sarebbe venuta a saperlo anche Ornella. Cosa avrei potuto dirle che sono sempre state amiche? E’ che Ornella non ha mai voluto capirlo com’è fatta Daniela che per essere fatta è fatta bene. Certo che a una così le occasioni non mancano e sono le occasioni che fanno l’uomo ladro, cioè la donna puttana. Insomma se non è proprio così cioè una regola almeno aiuta. Uno, cioè una si trova per forza a pensarci. Ulisse di suo non è che sia proprio il massimo, nemmeno allora. Non certo un adone né uno che non sappia far sentire la propria assenza. Sembra anzi uno che per esserci c’è veramente poco. E lei per pensarci ci pensava e anche troppo. Forse una donna ci nasce, ce l’ha scritto in faccia e nella pelle. Forse una ci nasce che le piace, cioè che le piace troppo. Se te la sposi, una così, la sfortuna è solo tua. Ti ha trovato. E semplicemente sei uno predestinato. A mio avviso ce l’aveva scritto in faccia fin da ragazzina. Solo che allora io non ero ancora in grado di capirlo e non avrei trovato il coraggio, se non era, appunto, per lei. Certo che me la son rischiata di brutto. Certo che allora quasi non ci potevo credere. Ma cosa vado a pensare, oggi? Ormai è solo acqua passata. Certo che ci ripasserei volentieri per quell’acqua. Ma ora sto ancora solo come la testa là e non riesco a distrarmene: dov’è finita la domenica? Non è tanto per quel giorno. In fondo un giorno stupido, non ho mai fatto niente di particolare tranne per le partite, cioè la domenicasportiva. Veramente anche non fosse stato per lei che lui di partite non se ne perde una, nemmeno quelle in trasferta. Chissà come va il Milan? Adesso che abbiamo un presidente che è anche il nostro presidente. Credo non sia mai successo. E’ che una vita senza la domenica è una vita solo di lavoro. E’ questo che mi scoccia. Che mi fa sentire come mi avessero sottratto una cosa importante. Stacco da una giornata di lavoro e mi ritrovo a tornare al lavoro. Una volta mi sarebbe pesato meno ma anche per l’età comincio a sentire il bisogno di una pausa, di prendere il respiro. Altrimenti mica è più vita. Farò bene ad accelerare. Dove avrà messo la tuta? Certo che per lei non è il mattino del lunedì. Secondo il mio personale conteggio per lei dovrebbe essere venerdì se non addirittura giovedì. A causa di ciò niente tuta lavata e stirata. Sono costretto a recuperare quella sporca dal cestino, ma tanto la devo comunque sporcare. E pensare a quante volte abbiamo sognato assieme una vita fatta solo di domeniche, ma una vita così è la vita di quelli che si possono permettere di farsi chiamare pensionati. Chissà se ci arriverò mai, io, alla pensione. Una vita così, che mica son convinto sia solo bella, se la possono permettere appunto solo loro, i pensionati, e quelli che li hanno, gli spiccioli. Quella sì ch’è vita. Mi ci saprei abituare più in fretta che subito. Non mi ricordo più quando è stata l’ultima volta che ho potuto alzarmi il mattino a fare solo quello che mi andava di fare in quel momento.

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